SELEZIONE DI ARTICOLI PUBBLICATI DAL GIUGNO 99 AL MAGGIO 2000 SU
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LA SELVA DI SOGNO
E' cominciato 18 anni fa, nel dissodare i
campi della nuova comunità di meditazione sannyasin, quando la terra lasciava
scoprire pietre così belle che Deva Manfredo, appena arrivato da Amburgo, le
metteva da parte, con un'idea che si andava formando man mano che i mucchi
crescevano. Il bosco tutto intorno, fatto di querce giovani e di ginepri, sulle
colline morbide così tipiche della Montagnola Senese, offriva tutto lo spazio
immaginabile per sperimentare la costruzione dello slancio umano verso l'alto,
da dove lo sguardo riesce a cogliere l'insieme. Manfredo ha aperto i sentieri e
costruito, negli spazi più ampi, le torri, i templi, le piazze fatte di pietre
irregolari che ha sovrapposto con un tale senso dell'equilibrio e dell'armonia,
da renderle perfettamente stabili, senza costringerle insieme con un legante.
Ciò che le tiene unite è l'essere nel posto giusto ed in rapporto equilibrato
con le altre, espressione visibile di una consapevolezza che nasce
dolorosamente a proprie spese.

La SELVA DI SOGNO i primi di Marzo, il
giorno dopo la pioggia, è illuminata da una luce radiosa e radente che mette in
risalto la forma e il colore morbido, pieno di calore degli edifici irregolari
ed eleganti, parenti stretti, anzi, antenati degli alberi che sono adesso
ancora spogli, bellissimi nel disegno e la corteccia a scaglie argentate. La
spiritualità di quell'insieme, fatta di sapienza ed esperienza, antichità ed
universalità è espressa in costruzioni in miniatura che potrebbero appartenere
a qualunque civiltà millenaria, ma al tempo stesso ricordano i giochi
infantili. Le ossa della terra, che hanno incamerato i continui mutamenti della
vita, che sono state al sole, nell'acqua, sotto il suolo, che hanno mutato
stato tante volte, comprimendo in sé la vita vegetale e animale, sono diventate
lo specchio dell'interiorità di un artista che, in scala umana, ha ripercorso
in sé gli stessi passaggi.

Gli amici, i conoscenti, gli ammiratori
dell'opera di Manfredo, gli regalano le pietre che raccolgono in tutto il mondo
e lui stesso torna dai suoi viaggi con carichi pesantissimi. Uova e gallette di
marmo levigate dall'acqua, mattoni arrotondati dal continuo sfregare la sabbia
del mare, blocchi disegnati dall'erba di millenni fa, calcare traforato dai
molluschi, sfoglie di sedimenti si incontrano con le pietre riemerse dalla
terra senese..La bellezza che viene dalla profondità e dal silenzio esercita il
suo potere nella profondità e nel silenzio, componenti essenziali dell'insieme.
Guai, a soffocarle di chiacchiere!
Anna Cassarino da Como 13.3.2000
Per visitare LA SELVA DI
SOGNO, prenotare presso Deva Manfredo, la mattina, salvo il venerdi, dalle 9
alle 12, telefonando allo 0577-960124
ROBERTO
BARNI - IL TEDOFORO - Zona Cavallaccio,
fra via Carnia e via Monferrato
IL POSTO GIUSTO
Uno dei quartieri periferici
popolari di Firenze più ricco di verde e di spazio è l'Isolotto, costruito
negli anni 60, inizialmente considerato con un certo disprezzo, ma adesso
salito notevolmente di tono. Molti condomini hanno una forma accettabile ed un
po' di colore sulle facciate, hanno alberi e qualche praticello intorno, l'Arno
orlato di verde su un lato e la vista delle Cascine. Da qualche anno, anche
un'opera di arte contemporanea bella e ambientata nel luogo giusto per dare e
ricevere significato: è IL TEDOFORO (1994), di Roberto Barni, artista di grande
valore che ha realizzato in bronzo un uomo bendato mentre cammina col braccio
teso in avanti e, nella mano aperta, un omino che cammina verso di lui.

E' una scultura molto
espressiva di per sé ma, ciò che è altrettanto importante, si trova nel posto
giusto. E' nel primo terzo di una grande piazza ricavata dalla disposizione di
tre condomini costruiti ad U, rivolta verso il lato aperto, con molto spazio
intorno. E' di proporzioni quasi al naturale, cammina a grandi passi decisi, in
avanti, malgrado gli occhi bendati ed è capace di suscitare un senso di fiducia
malgrado la vista verso il mondo esterno gli sia preclusa. Der resto, chi di
noi lo vede davvero? Ciò che ci appare della cosiddetta realtà, dipende
soprattutto dalle immagini mentali. Quanto alla vita che si ha davanti, è solo
intuibile, e la si sente interiormente ben più che vederla. Anche il minuscolo
omino che gli viene incontro e nella mano ha una torcia, è talmente energico da
saper far pensare, in una piazza dove la gente si incrocia, all'immagine
dell'"altro", che sappia e voglia cercare l'incontro. La torcia è
stata fatta per essere accesa e chiunque, con un po' di petrolio o una candela
potrebbe contribuire, come l'artista ha fatto con la sua opera, a completare
con un elemento vivo, il contributo creativo alla piazza.
Non c'è altro posto, in
città, dove un'opera contemporanea condivida con maggior significato il luogo
in cui è collocata con la gente che lo frequenta. Ciò che può esaltare o
mortificare le qualità di qualsiasi essere umano, quanto qualsiasi sua opera (e
naturalmente questo vale per ogni forma di vita) è il rapporto fra sé ed il
proprio ambiente. Comprendere e stabilire tali rapporti, come l'architetto
Riccardo Roda, che ha fatto collocare qui la statua, è parte dell'arte.
Anna Cassarino da Como
18.1.2000
LE FONTANE
IL VIAGGIO DELL'ACQUA
Le persone più sensibili all'ambiente, si
saranno forse chieste da dove viene e dove va l'acqua che alimenta le fontane
ornamentali di Firenze e saranno sollevati nel sapere che, per quelle dalla
sola funzione estetica, dato che non si può raggiungere lo zampillo per bere,
in molti casi essa viene riciclata, vale a dire che viene filtrata ed emessa
nuovamente nello stesso bacino, con le aggiunte che man mano sono necessarie
per compensare l'evaporazione e la dispersione nell'ambiente.
La fontana del Nettuno, di piazza della
Signoria, già da una decina d'anni è approvvigionata con acqua non solo
filtrata da tutto ciò che la insudicia (dalle deiezioni e piume di piccione,
alla spazzatura che malgrado la recinzione gli incivili vi gettano, alle monete
di ogni nazionalità che vi piovono), ma anche depurata dal calcare, ferro e
manganese di cui è ricca l'acqua fiorentina, che incrosterebbe ed ingiallirebbe
ulteriormente le statue e la vasca.

La maggior parte delle altre fontane, dopo
essere stata liberata dalle impurità che si trattengono nei filtri, controllati
giornalmente dagli addetti, riutilizza la stessa acqua, che viene raccolta in
una cisterna interrata nelle vicinanze e, tramite una pompa, rimessa in
circolazione.
Fontane come quella del Buontalenti di via
dello Sprone, o delle Fonticine in via Nazionale, il Bacco di Borgo S. Jacopo,
Giovanni delle Bande Nere in P.za S.Lorenzo, ecc., ricevono acqua potabile
perché destinate a dissetare i passanti o a rifornirli d'acqua ai tempi in cui
questa non arrivava fino ai rubinetti di casa. Il liquido in esubero finisce
poi nelle fogne, ma in futuro si potrebbe raccogliere in cisterne ed usarle per
altre funzioni, quali la pulizia delle strade o l'irrigazione.
E' importante che i cittadini vengano
sensibilizzati riguardo a ciò che si può fare per porre rimedio a tutta la
violenza che si è fatta fino ad oggi all'ambiente ed il Comune otterrebbe certo
un primo piccolo risultato educativo, apponendo una targhetta discreta ma ben
visibile, che informi a proposito del riciclo dell'acqua, una premura che non
solo comporta risparmio economico, ma soprattutto una salvaguardia del bene più
prezioso per la vita.
Anna Cassarino da Como
8.11.99
PARCO DI PRATOLINO
LO SPIRITO DEL LUOGO
Nel 1986, per la mostra "il giardino
d'Europa", gli artisti Anne e Patrick Poirier avevano creato una scena
permanente, composta da un gruppo di sculture, in una vasca abbandonata nel
parco di Pratolino della villa Demidoff.. Evocava un avvenimento misterioso: un
mito, una storia fantastica, un sogno che possono esistere solo là dove la
natura non è imbrigliata.

L'effetto era straordinario, per la perfetta
integrazione fra creatività umana e ambiente naturale. Purtroppo, però, ben
presto tutta la scena per il quale era stata creata l'opera è andata distrutta:
i cespugli e i rovi, l'erba alta e i rami bassi degli alberi, che ne erano
elemento essenziale, perché ne costituivano l'ambientazione, erano stati
tosati, rapati e l'acqua della vasca era stata lasciata sfuggire in gran parte.
Si vedevano così tutti i piedistalli che dovevano essere nascosti per creare la
suggestione di un'apparizione fantastica, ridotta invece all'assurda presenza
di mezze statue in un luogo senza pregio.Da qualche anno poi, queste sono
addirittura state rimosse e collocate in un prato, come oggetti senza vita.
Questa sistemazione è stata motivata con la
necessità di restaurare la vasca ma, per i tanti anni in cui le statue, pur
rimanendo al loro posto sono state private della loro ragione di esserci, si è
evidenziata una mentalità nei confronti dell'opera d'arte, che la considera
solo nell'aspetto formale, nel suo essere oggetto e non "presenza".
In un caso come questo, invece, essa è stata
realizzata per un luogo specifico e da questo non può essere separata, né può
essere alterato l'aspetto dell'ambiente che la circonda, per non alterare anche
la sua ragione d'essere.
Perciò, nel momento in cui, restaurata la
vasca, si ricollocheranno le statue al loro posto, occorrerà lasciare che la
natura rivesta col suo mantello arruffato tutta la zona e che l'acqua risalga
di livello, per ridare un aspetto sufficientemente selvatico da permettere il
ritorno dello spirito del luogo.
Tutto questo comporterà certo un'usura più rapida delle opere, ma permetterà
loro di vivere e di avere un senso.
Anna Cassarino da Como 26.8.99
GLI ORTI DI PARNASO -
Via Trento n. 3 - ingresso libero
A COSA SERVE UNA
FONTANA
Degli scrosci e sciaquii dell'acqua, della
sua freschezza e trasparenza, della piacevolezza al tatto, capaci di
rasserenare l'ansia, l'agitazione e l'irritazione in città, potremmo fruire
tramite le fontane. Esse sono capaci di attrarre irresistibilmente intorno a sé
come lo fanno i falò, e rendere facile la conversazione quanto la riflessione.
Ci si potrebbe sostare per riposarsi e guardarsi intorno, rinfrescarsi e gioire
della loro bellezza.
Ma solo a quest'ultimo si è ridotto il
piacere presso le poche fontane di Firenze, cui non ci si può avvicinare a
causa delle recinzioni anti-vandalo e presso le quali non ci si può sedere.
A cosa serve una fontana, se le si può dare solo un'occhiata frettolosa? Tutta
la poesia che può portare alla vita quotidiana è tagliata fuori. Se è una
creazione artistica, la si riduce a "decorazione" cioè a qualcosa di
superfluo, anche se piacevole, mentre l'arte ha una destinazione ben più
importante, necessaria a chi la fa e a chi ne fruisce, per la sua capacità di
coinvolgere, attraverso i sensi, la profondità dell'animo.
Il problema dei maleducati e dei vandali può
essere risolto in modo più creativo che non sequestrando quel poco che la città
ancora conserva di amichevole, ad esempio con una consultazione pubblica di
artisti di tutte le discipline, che potrebbero proporre soluzioni inaspettatamente
interessanti.

Una delle pochissime fontane accessibili, di
epoca contemporanea, si trova negli "Orti di Parnaso", sopra il
Giardino dell'Orticoltura, fatta nell'86 da Marco Dezzi Bardeschi. E' un enorme
serpente con l'estremità della coda arrotolata dentro una vasca da cui zampilla
l'acqua e con il corpo che si srotola nel mezzo di una scalinata, in discesa,
per circa 20 metri. E' tutto rivestito di scaglie di pietra e nella sua spina
dorsale scorre l'acqua a cielo aperto, fino alla bocca, da dove si getta in una
seconda vasca. E' un'opera insolita, che mette allegria e incuriosisce.

Sono belle anche le scalinate, soprattutto
quella che costeggia il muro di Via Trento, decorata con mosaici di ciottoli
colorati. La vista su Firenze da qui è bellissima, il giardino è frequentato da
giovani, posto a sedere lungo la fontana ce n'è e il traffico non ce la fa a
disturbare abbastanza. Se si vuole "vivere" una fontana,
interrompendo il gran camminare in centro a Firenze, basta 1/2 ora d'incubo nel
traffico e ci si arriva!
Anna Cassarino da Como 29.9.99
VIA TOSCANELLA
MARIO MARIOTTI E LA
CITTA'
Lungo la Via Toscanella, fra le più antiche
e caratteristiche stradine dell'Oltrarno, più di un portone da accesso a
laboratori artigiani e 3 a quello che è stato fino a 2 anni fa, prima della
morte, lo studio di Mario Mariotti, un artista che con la città e gli artigiani
ha coltivato, nei suoi 60 anni di vita, un rapporto di straordinaria vivacità.
Negli anni '80, sotto l'amministrazione
Gabbugiani, e successivamente in quelli '90, aveva reso concreto in varie
forme, l'intreccio fra arte e vita, storia e contemporaneità, attraverso
interventi collettivi di numerosissimi artisti da lui coordinati, fra cui chi
scrive, per manifestazioni in Piazza Santo Spirito, sull'Arno e all'ex-stazione
Leopolda. Dell'indimenticabile performance "Piazza della Palla" del
1981, rimane la documentazione fotografica sui muri del Caffè dei Ricchi in
Piazza S.Spirito. Si era trattato della proiezione notturna, sulla facciata
della chiesa di Santo Spirito, di circa 300 diapositive, su progetto di
altrettanti artisti, di fantastiche possibili "facce" per quel muro
dal bel profilo e dalla superficie muta.
Della sua arguzia nel relazionarsi con la
città, rimane il ricordo e la fotografia di un cartello, esposto nottetempo,
nel 1984, accanto allo stemma mediceo sopra via dello Sprone, per ribellarsi
all'insensibilità estetica ricorrente negli interventi di tipo normativo; in
questo caso era il posizionamento di un semaforo ed un cartello stradale,
troppo vicini allo stemma con le "palle" e la bellissima fontana.
"TU CHE LO SGUARDO A QUESTA FONTE PONI, NOTA LA DIFFERENZA FRA LE PALLE E
I COGLIONI" ha provocato scrosci di risate che ben si alleano a quelli
dell'acqua dal mascherone buontalentiano.

Nella stessa Via Toscanella erano stati
collocati i brutti e puzzolenti cassonetti della spazzatura, cui si
aggiungevano troppo marcate tracce odorose di natura organica lasciate da
padroni di cani e altri cittadini di sesso maschile poco padroni di sé. Mario
ha lasciato, nel 1984, anche la propria traccia, di natura genuinamente
umoristica, nella sculturina che ancora rallegra i passanti dalla sua nicchia
sull'angolo con borgo S.Jacopo: è la "madonnina del puzzo".
E' raro, per le strade di Firenze, trovare
segni di arte contemporanea che si confrontino con schiettezza all'attualità
della città, anche perché questa possibilità richiede un enorme sforzo
individuale, per niente sostenuto da Palazzo Vecchio né da una collettività
alla quale non è data l'occasione di avvicinarsi al senso più profondo
dell'arte. La sensibilizzazione che pochi si impegnano a favorire, nelle scuole
e in qualsiasi altra forma, è fatto quasi per intero a loro spese
Anna Cassarino da Como 22.9.99
SAN LORENZO A
VINCIGLIATA - Orario visite: il giovedi
e sabato, dalle 15 alle 18
TERRA E CIELO
Vincigliata è una frazione fra Fiesole e
Settignano, a cui si arriva per una stradina in salita dentro un bosco di
cipressi e lecci, aperto a tratti sugli uliveti nella tenera bellezza della
campagna, che qui sembra lontanissima da Firenze, nascosta dalle colline.
All'interno di San Lorenzo, una chiesetta poco più in alto del castello, il
colore caldo della terracotta di cui sono rivestite l'abside ed una cappella
laterale, rivela la forza femminile, nella casa di un Dio uomo. E' stata
infatti una donna, Amalia Ciardi Duprè, in 10 anni di lavoro, a far passare le
pareti dal grigio della pietra al rosa della terracotta, modellata con storie
del vecchio e nuovo testamento.
Il parroco Don Giuseppe Pesci, nel 1980,
aveva avuto l'idea di lasciare alla chiesa una traccia creativa che restasse
memorabile e l'artista, sostenuta dall'aiuto economico di 122 committenti della
zona ma anche di paesi esteri che in qualche modo erano venuti a conoscenza di
questa idea, ha iniziato a modellare le figure più importanti di storie della
religione ebraico-cristiana.

L'argilla, uno dei materiali più piacevoli
da lavorare per la sua morbidezza, si trasforma completamente nel calore del
forno a 930°, irrobustendosi e passando dal grigio iniziale a tutti i toni più
belli, dal bianco crema attraverso il rosa, fino al rosso mattone. Questo la
rende forse il materiale più adatto a ricordare le conseguenze della creazione
dell'uomo da parte di Dio, con lo stesso materiale, che rende molto bene i toni
della pelle umana, il difficilissimo passaggio ci ciascuno nella vita, le
trasformazioni che subisce.
I diversi episodi citati nell'opera, sono
fisicamente collegati fra loro dal materiale che dilaga sulle pareti,
rivestendole in gran parte, per lasciare scoperte solo le porzioni di muro che
servono a dar risalto all'insieme.
Il legame che unisce con delicatezza le
scene fra loro e l'intera opera alla chiesa, sono espressione di ciò che ha
unito l'artista alla comunità dei sostenitori, attraverso l'impegno vicendevole
durante il lavoro e la condivisione della gioia ad ogni tappa importante
raggiunta. Molti hanno infatti aiutato non solo finanziariamente, ma anche
materialmente, con la loro manovalanza, la realizzazione dell'opera che Amalia
Ciardi Duprè ha eseguito a titolo gratuito, dato che il sostegno finanziario
era destinato alle vive spese. Il parroco, in una sorta di diario del lavoro,
lo documentava per informare i sostenitori lontani. Ogni volta, poi, che una
parete veniva terminata, si organizzava una festa per celebrare la
soddisfazione di aver concretizzato ancora un poco di un'idea piena di
significato.
Unire tante persone attraverso la passione
creativa è uno dei modi più belli di fare arte, intendendo la capacità
individuale di una persona come realizzazione delle potenzialità inespresse di
parte della società.
Anna Cassarino da Como
22.4.2000
LA BELLEZZA DELL'ESSENZIALE
Chiesa di San Giovanni Battista - Limite
(Campi Bisenzio) con accesso possibile anche dall'Autostrada del Sole, Firenze
Nord - tel. 055 42 19 016 - Orario visite: tutti i giorni dalle 8 alle 12 e
dalle 14.30 alle 17

La chiesa di San Giovanni Battista,
progettata e realizzata dall'architetto Giovanni Michelucci negli anni 60, è
l'esempio di quanto l'architettura sappia tradurre in un linguaggio
contemporaneo essenzialità ed intimità, luminosità e morbidezza, quando sia stato
compreso lo spirito dell'edificio religioso. La struttura, articolata e varia
come una grotta, ma ariosa come un bosco, della prima ha il materiale, la
pietra fior d'oro, del secondo la forma, nei pilastri che sembrano alberi. Il
laico Michelucci ha espresso, nella sua opera forse più bella, il senso del
divino che è presente nella natura e che in ogni tempo ed ogni civiltà può
essere ricreato da chi sappia percepirlo. Il bellissimo edificio si trova
proprio nel mezzo di un crocevia di autostrade, eppure tutt'intorno ad esso c'è
il silenzio dei prati e degli ulivi che lo circondano e vi si insinuano. Lo si
riconosce subito dal tetto a tenda, di un bellissimo verderame e dalla pietra
sfumata di rosa. Il cemento, trattato in modo da trattenere in sé tutti i disegni,
i nodi, gli incavi delle tavole che l'hanno sostenuto durante la costruzione,
sembra legno pietrificato. Le decorazioni, all'esterno e all'interno, sono
ridotte all'essenziale: bellissime porte in bronzo, di Pericle Fazzini si
chiudono sul nartece, dove gli altorilievi in bronzo di Emilio Greco e Venanzo
Crocetti raffigurano i santi protettori delle città capoluogo di provincia
toccate dall'autostrada (la chiesa appartiene alla Società Autostrade). L'aula
della chiesa vera e propria è così movimentata e interessante da rendere
intrusa ogni decorazione. Solo sopra l'altare maggiore, un'amplissima vetrata
trasparente accoglie al centro l'immagine di San Giovanni Battista, di Marcello
Avenali, fatta di frammenti di vetro colorato e di metallo, nello stesso
spirito naturalistico della chiesa. Lo stesso architetto Michelucci ha
progettato l'organo di rame. Il fonte battesimale circolare come un piccolo
pozzo, nel battistero, è protetto da un coperchio in bronzo di Enrico Manfrini.

L'essenzialità della chiesa, che le da tanta
bellezza, è frutto di un lungo e paziente lavoro di selezione, di prove, di
scelte, dirette dall'amore per la qualità. Giovanni Michelucci aveva esitato
molto, prima di accettare l'incarico, consapevole della responsabilità, ma in
essa si è impegnato come architetto, come artista, come capo-cantiere, seguendo
personalmente tutte le fasi del lavoro per essere sicuro che il risultato
corrispondesse alle sue ed altrui aspettative. Ma dal sentimento che la chiesa
emana si riconosce, prima di tutti, il suo impegno di uomo.
Anna Cassarino da Como
31,3,2000
VIA DEI PEPI - UN TERRENO DA COLTIVARE
I
In
via dei Pepi, all'angolo con la via dei Pilastri, c'è un'edicola d'altare dove,
invece dell'affresco con una Madonna antica, si vede un cavaliere alle prese
con un drago, di evidente fattura contemporanea. Nel 1984 era stato dipinto da
Mario Scalini e Carlo Bencini, su richiesta di Rocco Iacopini, che dal 1977 ha
aperto, proprio li accanto, la propria sala da tè MAGO MERLINO. Rocco, stanco
dello squallore in cui si trovava la strada, ed in particolare l'edicola il cui
affresco originario, danneggiato dall'alluvione del 66 era stato staccato e non
più ricollocato, ha voluto riportare un po' di vivacità all'angolo, sistemando
a sue spese il dipinto e curandone la manutenzione.C'è stato, naturalmente, chi
l'ha denunciato, forse anche perché l'antico, non importa se modesto o
addirittura mediocre, è considerato spesso migliore del moderno; fortunatamente
l'Ordine Costituito ha dovuto riconoscere che ciò che era stato fatto, aveva
del buono.

Capita spesso che l'iniziativa di chi, da
persona libera va al di là del ristretto ambito del proprio territorio
individuale per contribuire con un'idea all'ambiente comune, sia considerato
allo stesso modo di chi, da prepotente, si appropria del territorio altrui per
esclusivo tornaconto. Nella comprensione della differenza fra i due si trova la
soluzione a tanti problemi di gestione di una casa, di un quartiere, di una
città, di una Nazione. In questo spazio si trova la Cultura, figlia della Coltura
di un terreno difficile e prezioso, che ha bisogno di tempo e d'amore, dentro
ciascuno di noi
Anna Cassarino da Como
29.10.1999
IL QUARTIERE DI SAN NICCOLO' - IDEE DA RIVA
SINISTRA
La riva sinistra dell'Arno, a Firenze, come
quella della Senna, a Parigi, è più popolare e più ribelle, anche più creativa.
Passeggiare nella zona di San Niccolò poi, è pure più piacevole per la
tranquillità da altri tempi delle sue strade. Questo permette di guardarsi
meglio intorno e di scoprire ad esempio, che lungo pochi metri all'inizio di
via dell'erta canina, sulle pareti delle case si vedono interventi artistici
intriganti. All'ultimo piano del n. 1, ad esempio, lungo la facciata sono
inseriti dei busti, forse antichi, sistemati con sottile senso umoristico,
oltre che estetico.

Più avanti, al si sopra di un bandone del n.
36, sono allineati dei bassorilievi di gesso, opera del 1975 dell'artista Mario
Mariotti, raffiguranti cinque profili del banchiere e mecenate Spinelli, che
nel '400 aveva commissionato un portale per Santa Croce a Michelozzo e si era
poi fatto ritrarre abbigliato da antico romano. Un modo col quale, nel passato,
ci si dava lustro e su cui Mario Mariotti ha ironizzato, rappresentando
Spinelli come fosse un imperatore, in 5 varianti.Proprio li accanto, su di un
muro, c'è una lapide di marmo, posta dall'artista Salvo, con una brevissima e
acuta favola di Esopo.
In via de'Bardi, nello sperone del muro
all'incrocio con costa Scarpuccia, è stato ricavato uno spazio poco più grande
di una garitta, posto nel bel mezzo di una biforcazione in cui una strada sale
e l'altra, dopo una lieve salita, scende: è una galleria d'arte (la più piccola
del mondo, probabilmente), pensata con un tale lampo d'immaginazione da essere
essa stessa opera d'arte. Si chiama "l'Artiere"

Lo spirito sottile di questi piccoli e rari
interventi sulla città (vedi anche Via Toscanella) dà piacere allo stesso modo
in cui gratifica il trovarsi fra persone sensibili, intelligenti e argute, che
sanno di cosa parlano e lo fanno con coerenza. Ma quanto è raro!
Anna Cassarino da Como
22.9.1999