I miei articoli

Intelligenza vegetale

by 2 febbraio 2007
abete  pendulo

abete pendulo

 

 

ECCO COME HANNO PRESO IMPULSO LE PRIME RICERCHE

 

Il giornalista americano Peter Tompkins, uomo colto che faceva ricerche a proposito di storia e natura, da bambino era vissuto in Italia e vi era tornato durante l’ultima guerra mondiale, su incarico della CIA, per preparare la liberazione. Conosceva dunque il funzionamento della macchina della verità, usata per riconoscere attraverso le variazioni di pressione, del battito cardiaco, della respirazione di persone sospette, il loro stato emotivo nel rispondere a certe domande. Applicando gli elettrodi alle mani, le variazioni fisiologiche si trasmettono ad un diagramma che segnala con buona approssimazione se una persona mente o no.

Lo scienziato Cleve Baxter aveva provato a faro lo stesso alle foglie di piante d’appartamento, per vedere se sarebbe successo qualcosa. Gli era stato possibile, allora, notare che mostravano chiare reazioni a ciò che succedeva e a quello che lui faceva. E’ così che sono iniziati gli esperimenti che poi Tompkins con l’amico Christopher Bird, che si occupava di fenomeni scientifici anti-convenzionali hanno riportato in un libro. Era la scoperta che le piante percepiscono perfettamente ciò che succede intorno a loro e vi rispondono con efficacia, grazie ai colori e agli odori. Infatti, sono creature capaci di assorbire i gas attraverso le foglie, di scomporli e trasformarli in cibo con l’energia della luce, nella fotosintesi clorofilliana. Sanno egualmente produrre sostanze chimiche ed emetterle in forma gassosa per la stessa via. Il linguaggio degli odori è quello che viene usato con grande profitto anche dagli animali, che hanno un olfatto molto più efficiente del nostro, ma meno sensibile di quello delle piante, in grado di vedere e sentire con organi molto più raffinati. Dato che ogni emozione produce delle sostanze chimiche odorose, le piante si accorgono e sanno distinguere addirittura le nostre intenzioni. Sono loro stesse più efficaci delle macchine della verità.

Pubblicato anche in Italia nel 1973 col titolo LA VITA SEGRETA DELLE PIANTE, sono stati accusati di millanteria, nonostante già agli inizi del ‘900 uno scienziato indiano avesse cominciato a studiare il loro sistema nervoso ed altri studiosi lo abbiano fatto in seguito.

L’esistenza della loro sensibilità, comunque, è stata provata con i più vari e moderni metodi scientifici tanto che a Firenze e poi a Bonn sono stati fondati i primi centri di neuro-biologia vegetale. Il loro sistema nervoso ed il cervello sono diversi dai nostri. Infatti si trovano nelle parti terminali delle radici, mentre ramoscelli e foglie hanno moltissime funzioni e sensibilità.

Ancora oggi molti naturalisti, per non parlare della gente comune, ignorano queste importantissime qualità dei vegetali e continuano a considerarli degli oggetti di cui si può fare qualsiasi cosa. Ignorano il carattere e l’utilità assoluta dei vegetali, tutto quello che hanno sempre fatto e continuano a fare per il nostro benessere. Eppure conoscere la natura fa impallidire qualsiasi altro argomento e ci fa capire anche moltissime cose di noi stessi. E conoscere è il primo passo per amare.

 

 

SENSAZIONI VEGETALI

by 2 febbraio 2007

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Da parecchi anni già, il verbo vegetare non dovrebbe essere riferito a chi non è più in grado di provare sensazioni e di reagire, perché i vegetali lo sanno fare. Quando le prime piante si sono installate sulla terra, il suolo era instabile e per viverci sopra occorreva un sistema adeguato ad aggrapparsi saldamente. Per questo i primi alberi, comparsi circa 345 milioni di anni fa si sono ancorati con le radici.

La funzione meccanica è però solo una delle tante che svolgono. Infatti, le giovani radici sono sensibilissime per poter superare gli ostacoli, assorbire acqua e minerali, percepire dove questi si trovano, cercare soluzioni ottimali per la sopravvivenza. Sono al tempo stesso sistema nervoso e cervello delle piante, capaci di rispondere agli stimoli in modo adeguato e variato, quindi di apprendere. Man mano che invecchiano, le cellule morte si trasformano in legno che protegge e sostiene l’albero, ma sempre nuove cellule nascono e si estendono per chilometri, formando lunghi filamenti sottili come capelli. Dato che i vegetali si nutrono assorbendo le sostanze gassose dall’aria, trasformandole in linfa attraverso la fotosintesi, le loro capacità chimiche sono eccezionali.

I recettori delle foglie e delle parti giovani e permeabili assorbono e decodificano la composizione delle sostanze che si trovano nell’aria, nell’acqua e sotto terra, comprendendone la provenienza e la funzione. Ad esempio, se sentono nell’aria delle sostanze che contengono tannini o altro, provenire da altre piante, di volta in volta potranno capire che un parassita è all’opera o un erbivoro sta mangiando troppe foglie. Allora, pur essendo ancora integre,  iniziano a produrre la stessa sostanza, avvertendo le vicine.

In questo modo si è verificato che le acacie della savana, che pur hanno lunghe spine, quando sono troppo brucate dalle giraffe dalle lingue prensili e durissime, producono dei tannini per rendersi sgradevoli ed indigeste. Le compagne, avvertite, fanno la stessa cosa. Però, le giraffe che conoscono questo sistema si spostano nella direzione opposta a quella in cui soffia il vento, in modo da approfittare della comunicazione imperfetta più che possono. Addirittura, la pianta del tabacco riesce ad attirare con particolari sostanze odorose  i predatori di certi suoi parassiti, per farsene liberare.

Da qualche anno, nei migliori vigneti toscani si ascolta musica classica, a vantaggio delle viti che producono uva migliore. Infatti i suoni producono vibrazioni gradite alle piante che, come gli animali, apprezzano i suoni armoniosi e sono disturbati da quelli stridenti.

Una prova visibile della sensibilità vegetale la danno proprio le viti, ma anche le piante di fagiolo, coi loro viticci. Quando sentono un appiglio raggiungibile, cominciano a dondolarsi per poi slanciarsi verso di lui ed aggrapparsi. In laboratorio, quando le si mettono vicino a qualcosa che non offre appigli, come una lastra di vetro, dopo alcuni tentativi falliti, desistono. Se si mette un sostegno valido, cercano subito di aggrapparsi e, se lo si sposta, lo seguono.

Per chi ha sempre osservato gli alberi non è stata una sorpresa scoprire la straordinaria comunicazione fra le piante, perché la loro sensibilità è evidente. Naturalmente occorre osservare un anno dopo l’altro, in tutte le stagioni ed in varie situazioni per scoprire la raffinatezza e la lungimiranza del popolo vegetale. Infatti, le piante sanno ottenere ciò di cui hanno bisogno, creando le condizioni ideali affinché questo avvenga spontaneamente e con vantaggio per tutti. Basta vedere il rapporto che hanno instaurato con gli insetti e gli uccelli. Gli alberi, in particolare, sono quelli fra i viventi che provvedono largamente a tutti gli altri, contrariamente a quanto fanno molti animali e, soprattutto, gli uomini. E’ vero che lo fanno per sopravvivere, ma c’è modo e modo e le piante usano quello più delicato.

 

 

COMUNICAZIONE TRA PIANTE E ANIMALI

by 2 febbraio 2007

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Gli alberi più antichi, come le conifere (abeti, pini, larici, cipressi, tuje, sequoie e tutti quelli che hanno per frutti delle pigne legnose, dentro cui ci sono i semi) per riprodursi rilasciano grandi quantità di polline che il vento porta dai fiori maschili a quelli femminili di un altro albero. La comunicazione degli alberi fra loro e con gli animali avveniva principalmente attraverso le sostanze chimiche che si disperdevano nell’aria. Radici e foglie degli alberi ne decifravano il significato, nasi e antenne degli animali facevano altrettanto.

Poi, fra i centotrentacinque e i sessantacinque milioni di anni fa, dalla frequentazione di insetti, uccelli e piccoli mammiferi con gli alberi è nato un tipo di comunicazione nuova, che avrebbe rivoluzionato il mondo: i colori. Fiori a corolla e frutti con polpa colorata e profumata hanno cominciato ad essere prodotti dagli alberi per ottenere la collaborazione degli animali in una più efficace riproduzione. Api, bombi e farfalle, sensibilissimi ai colori, oltre che agli odori, sono stati da allora richiamati con fiori che nel fondo del calice hanno il nettare, dolce e nutriente bevanda prodotta dall’albero come benvenuto. Anche il polline, sistemato in cima alle antere (le ciglia dentro il fiore) è abbondante in modo da poter essere mangiato dagli insetti. Questi, nel prelevarlo ne rimangono immancabilmente impolverati, così che nell’entrare in un fiore della stessa specie ma su un altro albero, ne lasciano accidentalmente cadere uno che viene accolto nell’ovaio. Le api non consumano sul posto che una piccola quantità di cibo e portano il resto all’alveare. Col nettare fanno il miele e col polline altro cibo. Gli insetti impollinatori visitano tutti i fiori di una stessa specie, prima di passare ad un’altra. C’è un accordo anche in questo perché il polline di un ciliegio non potrebbe fecondare un biancospino.

A questo punto, il fiore si può trasformare in frutto, fatto per essere consumato da specifici animali. Molti sono uccelli, ma anche pipistrelli ed altri mammiferi sono coinvolti. I frutti, colorati e profumati secondo i gusti dei destinatari, vengono mangiati con i semi, che il giorno seguente sono rilasciati con le feci in un terreno magari favorevole alla loro germinazione, così che nasca un nuovo albero.

Gli alberi profumano i fiori ed i frutti soprattutto nelle ore in cui i fruitori li cercano e, per l’impollinazione, alcuni hanno rapporti con un solo insetto, tanto da aver modellato i propri organi sessuali in modo da permetterne l’accesso in esclusiva, come fanno il fico, la vaniglia e la yucca. Ci sono alberi che davvero hanno una comunicazione molto spinta con gli impollinatori, come per esempio l’ippocastano, che avverte cambiando il colore del fondo dei propri fiori dal giallo al rosa acceso, quando sono già stati fecondati e non hanno più nettare né polline.

In questo modo, gli alberi ottengono un vantaggio in cambio di un altro, lasciando ancora un buon margine per altre creature che non danno contributo immediato ma con cui si crea una relazione favorevole ad un ambiente ricco e vario, con possibilità aperte verso altri scambi.

 

 

PIANTE CHE RESISTONO ALLA SICCITA’

by 2 febbraio 2007
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Gli alberi attirano le piogge, grazie all’umidità che portano dal terreno verso l’aria e che poi richiamano, beneficiando altre piante ed il clima in questo scambio. Tuttavia, le alterazioni provocate da scavi, lo sterminio degli alberi, l’agricoltura intensiva, gli sprechi d’acqua sono ormai tali da mettere in crisi persino i fiumi.  E’ dunque necessario piantare alberi capaci di sopportare la siccità.

Relativamente piccoli e sempreverdi come l’alloro o frugali ma alti come il bagolaro e, se il clima è abbastanza caldo, l’oleandro e l’olivo. Per il prato ci sono tipi di erba che hanno bisogno di poca acqua, come la gramigna a cui ne serve la metà, rispetto ad un altro tipo di prato. Inoltre, con i suoi rizomi che sprofondano fino a 3 metri, è ottima per consolidare le scarpate.  Per quanto riguarda le piante, quelle con le foglie argentate e pelose sono poco esigenti. Rosmarino e salvia, lavanda e camedrio possono formare grandi cespugli molto belli, tutti con fioriture azzurre e lilla. Alloro, rosmarino, salvia e lavanda, fortemente aromatici hanno anche molte proprietà curative che potrete sperimentare. La gramigna ha eccellenti effetti risanatori sul sistema urinario, quando se ne beva il decotto.

Bei cespugli possono essere ottenuti col cisto dai fiori rosa, dall’erica arborea o dalla ginestra, particolarmente frugale e adatta a consolidare e arricchire i terreni. Forse meno virtuosi ma comunque adatti sono lentaggine ed il lauroceraso, sempreverdi o l’agnocasto, deciduo. La robinia e la mimosa, che perdono le foglie in inverno e sono entrambe straniere, resistono bene alla siccità. Il carpine, europeo, è adatto anche per le siepi. Il fico resiste persino ai venti salini. Il biancospino ed il mirto, con i loro delicati fiori bianchi ed i piccoli frutti sono molto consigliati. Il corniolo che fiorisce a marzo e dà piccoli ed ottimi frutti d’estate. Il corbezzolo sempreverde, coi fiori e frutti invernali è particolarmente piacevole. Per chi tollera l’odore del bosso, è solitamente un cespuglio che cresce molto lentamente, fino a diventare al massimo un alberello.

Piantare alberi europei sempreverdi avrà il vantaggio di mantenere quel poco di personalità locale che ancora rimane al nostro paesaggio. Il tasso, cresce lentamente, resiste benissimo  all’inquinamento, accetta di buon grado anche di stare all’ombra. Se non avete bambini che possano mangiarsi le foglie velenose, è davvero un bel sempreverde. Se si vive in montagna il ginepro o il pino mugo sono adatti, mentre nei climi temperati del centro-sud Italia potrete ospitare dal leccio al mirto, dal lentisco al ligustro, dal corbezzolo al carrubo. In posizione riparata è bellissimo anche l’arancio amaro, che resiste meglio al freddo rispetto agli altri agrumi e farà un bell’effetto. Sono tutti alberi relativamente piccoli (salvo il leccio ed il carrubo), adatti a  giardini contenuti, in modo che facciano ombra al giusto, abbiano piccole radici e foglie. Così potranno essere sempre ben visti anche dal vicinato poco comprensivo e, da sempreverdi, smaltiranno l’inquinamento anche d’inverno.

 

 

PIANTE DA BUCATO

by 2 febbraio 2007

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Fino a cinquant’anni fa d’estate, come ogni mattina dell’anno, per cucinare e scaldare l’acqua occorreva accendere il camino o la stufa di ghisa. Che fosse per il bagno settimanale o per il bucato ogni quindici giorni, il pentolone veniva riempito e messo sul grande ripiano riscaldato dalla legna di faggio o di quercia, di preferenza. La cenere che si raccoglieva nel cassetto più basso era setacciata per farne lisciva o era aggiunta al letame e al compost, per rendere poi alla terra i suoi minerali.

Le lenzuola dovevano essere messe in ammollo nel mastello. Si gettava la cenere setacciata nell’acqua bollente e si mescolava, per sciogliere la potassa. Si filtrava con un telo e si versava bollente, col mestolo, sulle lenzuola, fino a che erano tutte ben inzuppate.

Dopo qualche ora, si apriva il buco sul fondo (ecco perché si chiama bucato!) per raccogliere l’acqua raffreddata, scaldarla di nuovo e rovesciarla sui panni due o tre altre volte. Poi venivano lavati con una spazzola di saggina sull’asse di legno e si andava al lavatoio del paese per sciacquarli nell’acqua gelida di fonte. D’estate si stendevano sull’erba per farli sbiancare dal sole. Adesso, per non inquinare, anche in lavatrice si può usare nuovamente la lisciva, che si compera in polvere ed è ottenuta dal salgemma.

Chi vuole fare le pulizie senza usare prodotti che sporcano la natura, può invece coltivare piante saponifere.

L’albero di Sapindus Mukorossi, che viene dall’India e protegge le sue noci dai parassiti con la saponina, a 9  anni già dà i primi frutti, se nei dintorni cresce un suo simile con cui abbia potuto fare uno scambio di polline. Allora basta prenderne  alcuni gusci da mettere nella lavatrice perché l’acqua ne sciolga il necessario al lavaggio. Per la pelle o i capelli se ne può fare un decotto e, dato che il sapone fa orrore ai parassiti, anche per liberare le piante dell’orto o del giardino, si può fare loro una doccia con lo stesso prodotto. Durante 90 anni c’è di quanto lavare le persone e gli animali, utilizzando i frutti di quell’albero che, con il lavoro quotidiano delle sue foglie, ripulisce l’aria dai gas e dalle polveri. Le sue noci sono comunque in vendita anche su internet.

Si possono fare belle aiuole con la saponaria dai fiori rosa per bollirne le foglie, in caso di necessità, e ricavarne altro sapone. Se necessario, dalla cenere di felci del bosco si può ottenere una lisciva ottima, come fanno in Irlanda. Il re del giardino è, però, l’ippocastano, con i rami  che sembrano zampilli d’acqua, nel loro alzarsi e poi ricadere in una bella curva.  D’estate, la sua magnifica cupola di foglie fa ombra sufficiente a ristorarsi anche nei giorni più caldi, mentre i bei fiori si trasformavano in frutti da cui si può ricavare ancora sapone. Sono tradizionalmente usate anche per curare la tosse dei cavalli ed un tempo, quando si viaggiava a cavallo e in carrozza, gli ippocastani erano piantati presso le stazioni di posta, in modo da essere a portata di mano per quest’uso (ippo=cavallo).

Per profumare la biancheria e tener lontane le tarme, la lavanda è l’ideale. Questa è comunque una sola delle sue straordinarie virtù, che la rendono preziosa per curare le malattie della pelle e degli organi interni.