I miei articoli

RIFIUTI ORGANICI CONVERTITI

by 2 febbraio 2007

torsolo

 

Il classico uso per i rifiuti organici è sempre stato quello di concimare la terra, data la quantità di minerali che contengono. Nei paesi più poveri, però, la cacca dei bovini che al suolo si appiattisce in un cerchio e secca facilmente, è tuttora impiegata come combustibile, per il suo ricco contenuto di fibre vegetali. Siccome, però, contiene anche caseina, una volta diluita in acqua, mescolata ad altra terra e spalmata come intonaco, serve ad impermeabilizzare i muri di terra cruda con cui sono costruite le case o le recinzioni. Dopo qualche tempo l’odore sparisce ed i muri resistono meglio alle abrasioni e al dilavamento.

Da quando i problemi ambientali hanno iniziato a farsi importanti, è stata utilizzata in modi anche più sorprendenti. In USA quanto in Cina e altri Paesi, le feci degli erbivori, compresi panda e canguri, ma soprattutto elefanti, servono per produrre carta, sempre grazie all’elevato contenuto di fibre vegetali.

Quella di ogni specie può essere usata per produrre biogas, una volta che si sia aggiunta acqua e sia avvenuta la fermentazione, anche grazie al calore del sole. Questo, in Italia è il caso dell’ippodromo delle Capannelle dove la quantità prodotta da 1000 cavalli dava dei problemi, fino a che non si è trovato il modo di trasformarli in vantaggi. L’urina, invece, oltre a concimare la terra è utile per conciare le pelli. Nei paesi più poveri, come il Messico, nelle campagne si produce gas autonomamente, mettendo le feci, più una certa quantità d’acqua, in damigiane ben chiuse, ma con un tubo per l’uscita del gas che i batteri espellono dopo il consumo.

In molti Paesi poveri, le deiezioni liquide sono tenute separate dai solidi, passando da canali diversi. In questo modo i processi di scomposizione naturale avvengono in modo più rapido e semplice ed il loro uso è molto più redditizio. Oltralpe di producono già WC moderni che seguono questo principio, in modo da poter smaltire o riutilizzare i nostri scarti in modo efficace.

Dalle feci si può ricavare anche benzina e ricaricare le pile.

Ormai si può produrre gas e combustibili con molti scarti vegetali, ma se ne può fare anche ottima carta. Le alghe che nella laguna di Venezia devono essere tolte, perché eccessive, diventano “algacarta”, molto bella e resistente. Torsoli e scarti di mele dell’Alto-Adige diventano “cartamela”, di ottima qualità. Ormai, visti gli impieghi redditizi che si possono fare con rifiuti di ogni genere, non ha davvero più senso distruggerli.

Rifiuti organici di origine vegetale possono poi essere scomposti col metodo della pirolisi, che avviene con un riscaldamento senza ossigeno, in modo da dimezzare gli inquinanti e ottenere oli da riutilizzare come combustibili.

PASSI ENERGETICI

by 2 febbraio 2007
foto da www.dforcesolar.com

foto da www.dforcesolar.com

 

Ormai la tecnologia è talmente avanzata, che vivere in modo più rispettoso dell’ambiente è sempre meno una questione di mezzi economici e sempre più una questione di apertura mentale, di volontà, di senso del bene comune. Le cose più difficili da ottenere, appunto. Ma tutti vogliamo una più alta qualità della vita e possiamo ottenerla conoscendo alcune cose importanti sulle risorse che ci offre la natura, a cui applicare la tecnologia.

A Londra, è stato sperimentato con successo il modo di produrre energia sfruttando quella dei passi che ogni giorno calpestano i pavimenti della stazione Victoria. Questo stesso sistema sarà applicato ai gradini della Spinnaker Tower di Portsmouth, alta 170 metri.

Anche le vibrazioni dei treni e delle automobili producono energie mettendo sotto i ponti delle turbine, come è avvenuto per una galleria nelle Midlands.

A Parigi, al Salon Planète Durable è stata presentata la pista da ballo che utilizza il vigore dei ballerini scatenati sopra di lei, per il suo fabbisogno elettrico. Farà parte del Sustainable Dance Club con sede a Rotterdam.

Anche il passaggio delle automobili lungo le autostrade, con i suoi spostamenti d’aria può far girare delle turbine. A questo ha pensato Mark Oberholzer di Houston che le ha messe nelle barriere spartitraffico New Jersey.

Ci sono poi le mini ventole di plastica assemblate in un muro che possono svolgere contemporaneamente la funzione di separazione degli spazi e di accumulatori di energia.

Se si abita in un posto passabilmente ventilato, in Inghilterra sono in commercio piccole pale eoliche da installare sul tetto di casa o in giardino a circa 2.000 euro.

 

IMPIANTI FOTO-VOLTAICI IN MULTI-PROPRIETA’

by 2 febbraio 2007
ponte fotovoltaico

ponte con scultura fotovoltaica a Bressanone

 

Un’idea davvero intelligente per promuovere la produzione di energie rinnovabili nonostante lo scarso interesse dello stato, è quella sviluppata in Toscana già nella prima metà del 2009, su modello spagnolo. A volte non è possibile installare sul proprio tetto dei pannelli fotovoltaici perché si vive in condominio o in un centro storico. In questo caso, si può far installare altrove, su un terreno scelto appositamente, ma anche su tetti di edifici, dei pannelli in multiproprietàM in gestione alla CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato) Toscana.

E’ augurabile che venga cercata anche una soluzione per rendere esteticamente accettabile quello che ancora, decisamente, ha un aspetto sgradevole. Questo è un punto importante da risolvere, perché qualcosa di veramente rispettoso dell’ambiente, lo dovrebbe essere anche in questo senso. La natura trova soluzioni che soddisfano al tempo stesso la funzione e la forma. La bellezza ha un’importante influsso sul nostro umore e dunque sul nostro comportamento, con conseguenze sulla vita di tutti. La presunta neutralità di certe soluzioni è invece spesso solo bruttezza.

Qualcuno ha sfruttato i pannelli come tettoie sotto le quali parcheggiare le auto all’ombra. Altri li hanno installati al posto delle tegole, rivestendo tutto il tetto. E’ possibile trovare anche una soluzione estetica e simbolica al tempo stesso, realizzando opere come quella di Bressanone, installata nel 2001 alla confluenza del fiume Isarco col Rienza. In occasione del millenario dalla fondazione della città, nel punto dove un doppio ponte collega le quattro rive, un ponte aereo in vetro, con cellule fotovoltaiche su tutta la sua superficie, è stato collocato ortogonalmente. Ha una potenza di 779 watt che immette nella rete cittadina.

La sostenibilità ambientale e la qualità della vita si ottengono grazie a tanti piccoli tasselli che si sommano e finiscono poi col moltiplicarsi.

 

ORTI IN CASA

by 1 febbraio 2007

 

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Già da molti anni, presso le famiglie dei paesi più poveri dell’America Latina è stato realizzato con successo un modo per produrre verdure in proprio, anche senza avere un terreno. Infatti, le piante possono svilupparsi ovunque purché abbiano acqua, minerali, luce. Utilizzando come contenitori dei bidoni o addirittura bottiglie dell’acqua in plastica, destinate alle discariche, si possono fare dei micro-orti anche in casa sui davanzali o vicino comunque a finestre e lucernari. La tecnica usata è l’idroponica, che si può facilmente imparare. Basta tenere le piante sollevate dall’acqua, in cui si lasciano immerse solo le punte delle radici. Anche i bambini possono avere un loro orto e divertirsi imparando qualcosa che potrà svilupparsi in una professione futura.

Questa attività non faticosa e non impegnativa ha permesso alle famiglie di produrre da sole del cibo fresco e di buona qualità, superando difficoltà economiche e psicologiche. In un quartiere o un gruppo, si sviluppano migliori relazioni sociali nello scambio di esperienze, materiali e consigli. La soddisfazione, poi, di veder crescere qualcosa grazie alle proprie cure, è di grande effetto per risollevarsi dalla frustrazione, permettendo di intraprendere magari altre iniziative che portino a risultati ancora più grandi.

 

I COLORI VEGETALI SONO BEN PIU’ CHE COLORANTI

by 1 febbraio 2007
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Indigofera tinctoria -foto di Kurt Stueber da Wikipedia

 

L’Indigofera tinctoria è una pianta che già per la sua natura di leguminosa è benefica verso il terreno su cui cresce, perché i batteri in simbiosi con le sue radici vi depositano l’azoto catturato dalle foglie durante la fotosintesi. Ma fin dai tempi degli antichi egizi, passando via via attraverso le più grandi civiltà del mondo, si sono utilizzate le sue qualità tintorie per colorare i tessuti nell’intenso e scuro blu indaco. Le foglie della pianta vengono macerate nell’acqua con aggiunta di calce o ammoniaca in cui, inizialmente, il colore diventa inizialmente giallo, la tinta opposta al blu. Man mano che si ossida con l’ossigeno dell’aria, si fa verde ed infine blu violaceo. La melma di questo colore viene estratta, riscaldata ed asciugata, poi venduta in pani. Una volta indossato, l’indumento colorato rivela qualità che, allo stato naturale o con altro colore non avrebbe: l’indaco è un potente termo-regolatore che aumenta la protezione contro il freddo quanto il caldo. I celebri tuareg, gli uomini blu del deserto, se ne avvantaggiano da sempre, tingendo non solo i loro tessuti ma anche direttamente la pelle. Le qualità antibatteriche dell’indigofera vi si aggiungono, accrescendo il potere simbolico di nobiltà e spiritualità che il colore blu già possiede. I guerrieri britanni  che si tingevano la pelle di quel colore per andare in battaglia, lo facevano per spaventare il nemico ma anche per proteggersi. A quei tempi la tintura era probabilmente ricavata dal guado (Isatis tinctoria), altra pianta da cui si ottiene il blu, sostituita dopo Marco Polo dall’indaco, che ha una resa maggiore e che, come si deduce dal nome, viene dall’India.

 

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Butea monosperma o frondosa – foto di Suma Tagadur da Wikipedia

 

Un albero indiano dai bellissimi fiori che si aprono quando il calore dell’aria raggiunge l’apice, è la Butea frondosa. Le corolle sono bianche ma ben presto diventano rosa, poi arancio ed infine rosse. Per questo il nome comune dell’albero è fiamma della foresta. Quando i fiori cadono e si seccano si fanno giallini ma la tintura che si ottiene da loro è l’arancio intenso. Anche questa è una tinta antisettica con cui i soldati si coloravano prima delle battaglie. Le robuste foglie di forma tonda si modellano con l’acqua in ciotole che servono per il cibo. Incidendo la corteccia ne esce resina dello stesso colore, usato come china.

 

rabarbaro foto di Maahmaah da wikipedia

piante di rabarbaro – foto di Maahmaah da Wikipedia

 

Il rabarbaro Rheum officinalis e Rheum raponticum, ortaggio di origine asiatica, delizioso e privilegiato sulle tavole inglesi, è un’ottima tintura gialla e arancio. Le foglie, ma soprattutto il grosso rizoma, prelevato da piante da 6 a 10 anni di età, colorano da sempre i tappeti e i tessuti tibetani, oltre ai capelli, ai quali dà una tinta dorata.

 

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fiori di robbia – foto di H.Zell da Wikipedia

 

La robbia Rubia tinctorum, è una pianta sempreverde perenne di origine orientale, che è ha avuto molto successo anche a Firenze nel medioevo per tingere la lana con l’estratto delle sue radici, tanto che una famiglia che apparteneva all’Arte dei Tintori ne ha preso il nome: i della Robbia, poi diventati celebri per le terrecotte invetriate. Le radici di tre anni vengono seccate e polverizzate, poi stagionate in botti per quattro anni, durante i quali si liberano dai legami con gli zuccheri. Con immersioni in bagni che aumentano l’intensità del colore rosso ruggine a seconda del trattamento preparatorio e della ripetizione, si sono ottenuti ottimi risultati fin dall’antichità. Anche i capelli prendono tonalità molto attraenti.

 

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Azadirachta indica – foto da oliodineem.com

 

Un albero fra i più utili in India è il sempreverde neem, Azadirachta indica, che resiste alla siccità ed al calore il modo sorprendente. E’ un potente insetticida selettivo, innocuo per le api. E’ anticoncezionale e antibatterico, fungicida ed antimalarico. Il tocco finale lo dà con il colore giallo ottenuto dalla corteccia che, aggiunto al blu dell’indaco, fa ottenere un bel verde.

 

 

Sul tema dei colori vegetali, leggere l’articolo sul museo dei colori naturali

 

 

MINI-CENTRALI IDROELETTRICHE SENZA DIGHE

by 29 gennaio 2007

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Un modo per produrre energia elettrica pulita ed esteticamente piacevole è quello delle centrali idroelettriche senza dighe, realizzate semplicemente col passaggio dell’acqua di un torrente attraverso una turbina. Lo si può vedere nelle Madonie, in provincia di Palermo, a Petralia Sottana, dove presto si restaurerà la centrale che dal 1906 al 1976 ha prodotto energia elettrica per l’intero paese, che aveva preso esempio dalla vicina Polizzi Generosa, la prima ad avere l’energia elettrica nella regione. L’acqua del torrente Catarratti veniva raccolta in due vasche e passava in una turbina dalla quale, uscendone, tornava nel suo letto verso valle. E’ stato il monopolio dell’Enel per la fornitura di energia elettrica a far cessare l’attività, che dovrebbe essere ripresa a scopo didattico, appena sarà restaurata.

Nelle campagne cubane esiste un sistema di alimentazione delle batterie per autocarri, ottenuto con l’acqua di torrentelli minuscoli, semplicemente convogliandola in tubi sempre più sottili. Per effetto della gravità, la riduzione della sezione dei tubi dà molta forza all’acqua che diventa capace di muovere una turbina cadendovi sopra. Questa   alimenta le batterie che sono poi usate nelle case dove manca l’elettricità.

In Toscana, invece, fin dai primi anni del novecento il Monastero di Camaldoli si è dotato della sua centrale che funziona ancora. Dal torrente che vi scorre vicino viene presa una parte dell’acqua e mai tutta, per non uccidere gli animaletti che l’abitano. Un tubo del diametro di circa 30 cm la porta in orizzontale fino ad una distanza in cui il dislivello che si è creato col ruscello raggiunge una cinquantina di metri. Da quel punto, precipita all’interno del tubo in forte pendenza, fino alle turbine sottostanti. Si trovano all’interno di una baita, silenziose e discrete e rilasciano subito dopo l’acqua perché riprenda la sua strada, perfettamente limpida come quando vi è entrata. Solo in estate, col torrente smagrito,  il monastero ha bisogno di un supplemento di elettricità fornita dall’Enel.

In Toscana sono numerose le centrali idroelettriche di questo genere, che vari privati lungimiranti hanno costruito, creando un reddito insieme ad un reale beneficio anche per l’ambiente.

 La sostenibilità ambientale richiede lungimiranza più di ogni altra cosa. Ovviamente ci vuole il senso della misura e solo pochissime installazioni andrebbero fatte su ciascun corso d’acqua, altrimenti lo si deturpa e lo si condiziona in modo inaccettabile. Ma quanti hanno il senso della misura?