I miei articoli

Museo di Storia Naturale a Milano

by 30 gennaio 2019

diorama della barriera corallina

 

I bassorilievi floreali di epoca Liberty dei palazzi signorili milanesi, circondano il parco romantico di Porta Venezia in cui dal 1952 si trova il Museo di Storia Naturale, ricostruito dopo l’ultima guerra.

Al primo piano, la bellezza di grandi diorami che ricreano l’atmosfera degli ambienti tropicali, con alberi, fiori, torrenti, nella penombra in cui si mimetizzano gli animali, stupisce e coinvolge. Ci si può illudere di essere arrivati via mare e di essere ancorati a prudente distanza dal frammento di barriera corallina ricostruito qui fra le tartarughe e lo scheletro di capodoglio. Ci si può credere in un mangrovieto, passando indenni fra le acque infide della costa simulata dietro la vetrina, di cui si ha il privilegio di vedere il sopra e il sotto della linea che separa il mondo dei pesci da quello degli uccelli. Fra i grandi alberi delle foreste pluviali dell’Indonesia, della Malesia, dell’Africa centrale e del Costa Rica, insetti, uccelli, mammiferi sono rappresentati in una vicinanza consentita solo dall’artificio.

Bastano pochi passi per trovarsi negli ambienti temperati, poi in quelli freddi e vedere da vicino gli animali che ben pochi riusciranno mai ad osservare dal vero, dove vivono in libertà e si nascondono.

 

Diorama della foresta

 

Al piano terreno gli scheletri dei dinosauri davanti a sfondi dipinti di una flora che forse li circondava quando erano in vita, si direbbe che passeggino. Poi si conosce il mondo umano e i tanti modi con cui ha saputo trarre vantaggio dalle risorse naturali, ne ha imitate le geniali invenzioni, le ha distrutte o coltivate.

Vale la pena di tornare più volte nel museo, per apprezzare con sufficiente attenzione la grande quantità e bellezza di quanto è esposto, oppure attrezzarsi per passare alcune ore senza che l’interesse per ciò che qui si può imparare, cali per stanchezza.

Dai finestroni lo sguardo si immerge nel parco dedicato a Indro Montanelli, con alberi messi a dimora in gran parte nella seconda metà dell’ottocento, quando lo stile romantico detto “all’inglese” aveva sostituito quello geometrico dei giardini. Il movimento, il colore, il mistero delle foreste incantate si poteva ottenere al meglio dagli alberi originari soprattutto dall’Asia e dall’America, dove molti botanici, esploratori e colonizzatori dei secoli scorsi avevano viaggiato. Fra i giganti stranieri, quelli che si impongono anche per la morbida bellezza del loro fogliame piumoso sono i Taxodium disticum, detti Cipressi di palude, tassodi, o cipressi calvi. La loro chioma vaporosa, di un verde chiarissimo fino all’autunno, quando prendono un colore rosso fulvo molto intenso, la loro grande altezza, gli pneumatofori delle radici, li rendono inconfondibili. Sempre vicini all’acqua, che è l’elemento caratteristico delle paludi della Florida da cui provengono, per far respirare le radici ed evitare che marciscano, elevano tanti pinnacoli legnosi, alti qui fino a mezzo metro, che li fanno sembrare piccole folle di nani intorno ai giganti. Il museo continua qui, dove l’artificio umano c’è, ma si vede meno.

Sarà interessante fare il confronto fra questo straordinario museo tradizionale e l’impostazione all’avanguardia di quello di Trento

Strade imprevedibili della mente

by 23 gennaio 2019

 

Che il nostro cervello sia estremamente complesso e pieno di risorse, oltre che di trappole, lo sappiamo ma è attraverso esempi concreti che ne prendiamo veramente coscienza. Un caso stupefacente che ce lo dimostra è avvenuto all’inizio del novecento, quando un professore di greco e latino viennese, dopo una ferita alla testa durante la prima guerra mondiale, aveva perso la capacità di parlare, leggere e scrivere, pur avendo chiari come sempre i concetti e le sensazioni che voleva esprimere. Questa afasia lo aveva provato duramente non solo per l’impossibilità di lavorare, ma anche per il grave ostacolo nei contatti sociali. Dopo qualche tempo, però, aveva scoperto di sapere ancora leggere le due lingue antiche imparate a scuola, che erano state registrate in una parte del suo cervello diverso da quella in cui era sedimentata la lingua assimilata da piccolo. Così aveva cominciato a pensare in latino, traducendo man mano le parole in tedesco con il procedimento inverso a quello con cui aveva appreso le due lingue mediterranee. Aveva così ritrovato quella materna e ne aveva ripreso l’uso, anche se con delle imperfezioni.

 

 

Conoscere più lingue e più argomenti, soprattutto se imparati in modi e periodi differenti della vita, aumenta le capacità cognitive e offre possibilità sorprendenti, anche quando si è colpiti da afasia, un’infermità di cui soffrono molte persone.

Le vie inconsuete spesso vengono trascurate perché le abitudini mentali impediscono di accorgersene o di considerarle valide. Conoscere molti esempi di soluzioni impreviste e imprevedibili, come quelle della natura, libera da qualche limite mentale e fa trovare vie nuove.

Alcuni articoli sulle sorprese che ci riserva la mente sono: illusioni sensoriali, gli arti fantasma, le parole cambiano i colori, comportamenti disumani

Un film su come attenuare un handicap espressivo è: Il discorso del re

Libri sugli inconsueti percorsi mentali sono: Cervello, istruzioni per l’uso  – Bambini e ragazzi difficiliPsicosoluzioniLa danza della realtà

Il bello della Val Vigezzo (VCO)

by 16 gennaio 2019

 

Dieci chilometri di strada ripida portano sull’altopiano dove Druogno, Santa Maria Maggiore, Craveggia e Malesca sorprendono con la bellezza delle loro case dagli alti comignoli, dai tetti in piote di sasso che proteggono suggestive balconate, dagli affreschi a tema religioso su una parete esterna. Sono numerose le case signorili, che si accompagnano con grazia a quelle più modeste ma sempre di gradevole aspetto. Fino dal seicento questa valle ha avuto pittori di talento, testimoniata dagli affreschi piccoli e medi su buona parte delle case, dove la Madonna è quasi sempre presente nella sua qualità di protettrice dalle malattie e dalle disgrazie. Il pittore Giovanni Maria Rossetti Valentini, tornato dalla Francia dove aveva fatto fortuna, nel 1878 aveva fondato a Santa Maria Maggiore una scuola d’arte gratuita, attiva ancora adesso per corsi estivi. A Craveggia sul muro di cinta di quella che era stata la casa originaria di G.M.Borgnis, celebre pittore emigrato in Inghilterra nel settecento, c’è una pittura murale relativamente recente che illustra un incontro davanti a casa sua.

Centro storico di Santa Maria Maggiore. Sui comignoli si vedono sagome si spazzacamini

 

Sui tetti nei tanti toni grigi delle piote di pietra locale, i comignoli alti che in passato testimoniavano la ricchezza e il prestigio delle famiglie portando il fumo più in alto che altrove prima di lasciarlo libero, ricordano che il mestiere dello spazzacamino era caratteristico di questa valle. Da qui ogni autunno partivano per le città italiane ed estere gli uomini accompagnati da uno o più ragazzini, perché per togliere le incrostazioni di fuliggine dalle canne fumarie, che si risalivano puntando i piedi su una parte e la schiena sull’altra, ci voleva un corpo minuto. Questo lavoro faticoso, pericoloso e insalubre, è documentato nel Museo dello Spazzacamino e celebrato ogni mese di Settembre con un raduno che fa incontrare quelli che nel mondo intero ancora lo esercitano o lo ricordano. La fuliggine nera e infiammabile che il legno bruciato lasciava lungo il percorso casalingo del fumo, veniva venduta per farne inchiostri o concime e aveva finito col dare ricchezza.

 

Casa di Craveggia con affresco

Ma a Santa Maria Maggiore c’è anche la Casa del Profumo, in onore del suo concittadino Giovanni Maria Farina, emigrato a Colonia nel settecento dove aveva commercializzato l’unico profumo tuttora in vendita con la stessa formula, ideata da Giovanni Paolo Feminis e chiamata in origine Aqua Mirabilis, per le sue qualità lenitive. Su una base di agrumi, è formata da una trentina di essenze vegetali diverse che in passato avevano sparso la loro fragranza anche sugli abiti tradizionali tipici della valle, esposti qui, dove vari pannelli spiegano la storia dei profumi e dei costumi.

Vari piccoli musei nelle frazioni e il santuario della Madonna a Re, le passeggiate nei boschi e le attività sportive, completano le attrattive culturali di questa valle dal bel paesaggio con le Alpi sullo sfondo, che può essere contemplato anche viaggiando con il trenino bianco e blu che da Domodossola porta a Locarno, nella confinante Svizzera.

Tutto quello che vuoi

by 13 gennaio 2019

Film del 2017 di Francesco Bruni. Alessandro, giovane che non studia e non lavora, è costretto dal padre ad occuparsi per qualche ora al giorno di Giorgio, poeta ultraottantenne malato di Alzheimer. La compagnia del ragazzo e dei suoi amici porta un po’ di brio nelle giornate del vecchio che ancora ricorda con nostalgia i suoi giorni di partigiano e confonde spesso con gli antichi compagni, i giovanotti adesso intorno a lui con una certa frequenza. L’inaspettata vicinanza delle generazioni giova ad entrambe e Alessandro riesce così a riconsiderare favorevolmente, le persone e i modi di vivere che prima gli erano sembrati senza interesse. Da parte sua, Giorgio conclude con qualche bella sorpresa, una vita che pareva non doverne avere più.

Il percorso che avviene nel film e che sarebbe vivificante per la società in molti sensi, è nella realtà è di ben difficile realizzazione.

Quando le formiche si alleano con gli alberi

by 9 gennaio 2019

 

cecropia, albero mirmecofilo – foto da Wikipedia.org

 

Nelle savane, dove di acqua ce n’è sempre meno, le acacie sono fra i pochi alberi a resistere, con l’avanzare della stagione asciutta. Affondano le radici a grandi profondità nel terreno, per trovare l’umidità necessaria alla sopravvivenza. Le loro foglie verdi, allora, sono tanto ricercate dagli animali tormentati da fame e sete, che i poveri alberi rischiano di esserne completamente spogliati e morire. Le lunghe spine non bastano a difendersi e certe specie, quando si sentono mordere, cercano di renderle immangiabili riempiendole di amaro tannino. L’Acacia cornigera si allea con le formiche. Sono milioni di anni che i minuscoli insetti attaccano chiunque si avvicini alle fronde delle loro protette, che siano bruchi, coleotteri o mammiferi, perché in cambio ne ricevono un’ottima ospitalità e cibo, in forma di nettare emesso vicino alle foglie proprio per loro, che fanno un buco alla base delle grosse spine  dove si rifugiano, al sicuro dai predatori. Questa simbiosi si chiama domazia.

Arriva la sera e la temperatura cala. Si alza il vento e fra le acacie si odono suoni come di flauti. Gli indigeni che per sbaglio sono ancora da quelle parti, fuggono spaventati, perché quello è un luogo tabù, dove dicono che gli spiriti si riuniscano per suonare. Solo gli stranieri rimangono, incuriositi. Si avvicinano alle acacie, dove le note lievi e diverse fra loro, sorgono qua e là. Allora capiscono. È il vento, che entrando dai fori negli alloggi delle formiche, suona la sua canzone.

 

Acacia cornigera, foto da Wikipedia di Stan Shebs

 

Nella foresta amazzonica, dove ogni sorta di pianta vive in un fitto intreccio con le specie più diverse, ci sono zone in cui è una sola a prosperare, la Duroia irsuta, mentre tutt’intorno le altre soffrono. Gli indigeni, non trovando altra spiegazione, hanno chiamato quei luoghi “giardini del diavolo”. Si tratta, invece, dell’opera di formiche della specie Myrmelachista schumanni, che vivono dentro l’albero meglio che in qualsiasi altro, proteggendolo dagli erbivori e dalle colleghe formiche taglia-foglie. Per ottenere un simile risultato, le formiche uccidono tutti gli altri alberi iniettando alla base delle foglie l’acido formico che di solito usano come antiparassitario o arma contro i nemici. Le colonie che arrivano fino a tre milioni di individui si installano, così, dentro gli steli cavi della duroia, perpetuandosi per centinaia d’anni. Anche in questo caso ottengono un nettare emesso all’ascella delle foglie, che pare crei dipendenza e addirittura influenzi il comportamento delle formiche.

 

formica da miele australiana – foto da Hellogreen.it

 

Anche nelle zone desertiche dell’Australia, dove il cibo e l’acqua scarseggiano, varie formiche si sono alleate con certi tipi d’alberi per ottenerne il nettare emesso alla base delle foglie, in cambio della difesa dell’albero dagli erbivori o altri insetti.  Le formiche myrmecocystus immagazzinano questo nettare nella pancia, gonfiandola fino alla grandezza di un acino d’uva, poi si appendono al soffitto del loro rifugio, da dove le compagne prelevano la quantità di cui hanno bisogno. Uno degli alberi che li rifornisce è l’australiana Acacia aneura, detta mulga, che ospita le formiche vicino alle proprie radici sottoterra. Gli aborigeni, però, danno loro la caccia per mangiarsele, perché sono squisite e nutrienti.

 

Questo articolo è presente nel mio libro ANIMALI -favolose storie vere

 

Come si fa a guadagnare un giorno

by 2 gennaio 2019

 

Il celebre navigatore portoghese Magellano, dopo aver navigato e sostato per tre anni nei mari del sud ed aver trovato il modo di passare con le navi dall’oceano Atlantico al Pacifico, all’estremo meridione dell’America, era finalmente tornato in Spagna il 6 Settembre del 1522. Aveva navigato intorno alla terra in direzione ovest, dissipando ormai ogni dubbio sulla sua forma sferica. Arrivato, però, alle isole di Capo Verde, davanti al Senegal, si era accorto di essere in ritardo di un giorno rispetto alla loro data. Eppure aveva fatto annotazioni quotidiane molto scrupolose sul diario di bordo. In Spagna aveva avuto la conferma di aver perso ventiquattr’ore.

 

Già nel dodicesimo secolo il dotto arabo Abulfeda, che era certo a proposito della forma del globo, aveva intuito che navigando in direzione est, cioè incontro al sorgere del sole, si sarebbe arrivati al punto di partenza con un giorno di anticipo sulla data locale. Dunque, nella direzione opposta si sarebbero perse ventiquattr’ore, qualunque fosse la durata del viaggio.

Jules Verne nel suo romanzo “Il giro del mondo in ottanta giorni”, aveva fatto vivere quest’esperienza in positivo al protagonista, che credeva di aver perso la scommessa impiegando ottantun giorni secondo il suo computo ma, viaggiando in direzione est, aveva vinto.

Ecco, per ora, l’unico modo per guadagnare o perdere un giorno.

C’ è però la possibilità di guadagnare del tempo tutto l’anno, ottimizzando l’impiego delle proprie giornate, grazie alle virtù della propria mente. Per sapere come si fa, si può cominciare col leggere l’articolo COME AVERE PIU’ TEMPO.