I miei articoli

Equiseto, licopodio, selaginella, antichissimi ancora fra noi

by 19 maggio 2021

equiseto appena spuntato da terra

 

Quando gli alberi ancora non c’erano, ma prosperavano i licheni, i muschi e le felci che potevano essere alte come palme, i licopodi e gli equiseti, oggi piccoli come erbe, erano giganteschi. Nessuna fra tutte queste piante, però, portava fiori e frutti. Per diffondersi nel mondo, allora come oggi, affidano al vento le spore, minuscoli granelli come quelli delle felci, rilasciati da uno strobilo (una specie di pigna), che a primavera si innalza al culmine di un fusticino cavo e di colore tra il giallo e il marrone, incapace di fotosintesi e dunque effimero.

 

equiseti con foglie filiformi

 

Liberate le possibilità di futuro per le nuove piante, si affloscia e scompare nel terreno umido e poco fertile ma ricco di silice e dunque di sabbia o argilla, lasciando emergere eleganti bacchette ornate da eleganti anelli marroni su sfondo verde, che si ripetono regolarmente fino alla sommità e da cui spuntano poi le filiformi, delicate frange che sono le foglie. Il nome equiseto deriva da una presunta somiglianza di queste belle piante a delle code di cavallo.

 

licopodi – foto da wikipedia

 

Anche i licopodi hanno un aspetto affascinante ma il loro strobilo con le spore cresce sulle piante che compiono la fotosintesi. Le spore hanno la particolarità di essere molto infiammabili e noi umani abbiamo trovato il modo di utilizzarlo per effetti di fiammeggiamento scenografico e didattico di grande effetto.

 

selaginella attiva e in quiescenza – foto da Il giardino commestibile

 

La selaginella, parente di felci e muschi a cui assomiglia, è abbondante nelle foreste umide dell’America centrale e meridionale ma cresce anche sulle montagne europee e alle isole Canarie. Si è adattata a crescere pure in climi asciutti dove, quando manca l’acqua, arrotola le sue foglie robuste e sembra morire disseccandosi, ma invece resiste per tutto il tempo necessario al ritorno dell’umidità che le permetta di distendersi e riprendere a verdeggiare. Ecco perché è chiamata “pianta della resurrezione”.

Le prodezze delle felci e dei licheni  possono essere lette negli articoli dedicati.

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Platano del Piccioni ad Ascoli(AP)

by 12 maggio 2021

platano “del Piccioni” ad Ascoli Piceno

 

Un albero con una forma ed una storia fantastica vive lungo una strada antica: la via salaria, col nome di un’epoca lontana in cui il sale era trasportato soprattutto lungo quel percorso, dal mare Adriatico verso Roma. A quei tempi era molto prezioso, oltre che per insaporire gli alimenti, anche per conservarli cospargendoli dei suoi grani, in mancanza di frigoriferi: carne e formaggio, soprattutto. Se ne conciavano le pelli, si facevano trattamenti medicinali e cerimonie religiose. Per questo i legionari venivano pagati con del sale, da cui deriva la parola salario.

Adesso, però, la via è quasi una superstrada ed il rumore del traffico disturba nel guardare l’enorme albero sull’orlo del dirupo, in fondo al quale scorre il fiume Tronto, appena fuori Ascoli Piceno.

E’ completamente cavo e l’apertura più grande del suo tronco, come una porta triangolare, è nascosta su un lato con altri due piccoli passaggi lungo la base. I rigonfiamenti ed i tre grossi rami simili a lunghe braccia alzate, completano il suo aspetto buffo ed animato.

Si conosce da secoli come platano del Piccioni, perché così si chiamava il suo proprietario nel settecento. Cent’anni dopo, però, un fuorilegge con lo stesso cognome si nascondeva nel tronco, quando nella sua cavità ci si poteva rifugiare solo calandosi dall’alto. Qualche anno fa è stato investito da un camion ma è rimasto intatto, a dimostrazione della sua grande solidità. E’ un genere d’albero fra i più robusti e solidamente ancorati al terreno, oltre ad essere fra i più grandi nelle dimensioni. Il tronco del Platano del Piccioni è insolitamente basso perché cresciuto senza concorrenti intorno che gli togliessero la luce, costringendolo ad alzarsi sempre più. E’ del genere orientale, diffuso in Italia prima che fosse ibridato con la specie americana chiamata occidentale, più slanciata e dalle foglie coi lobi meno incisi.

Nei Paesi mediorientali di cui è originario, il platano era considerato sacro alla Madre Terra e piantato presso fonti e templi. Cresce volentieri dove c’è molta acqua ma resiste bene anche alla siccità e all’inquinamento. Sotto la sua cupola di foglie, Socrate insegnava ed Ippocrate curava.

Tratto dal mio libro ALBERI MONUMENTALI D’ITALIA

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Licheni da mangiare

by 27 aprile 2021

Evernia prunastri, detto muschio di quercia, foto da Wikipedia

 

Sulle prime rocce emerse dall’oceano quando il nostro pianeta era ancora giovane, microscopiche alghe erano state raggiunte dalle spore di funghi. Le prime erano in difficoltà per la scarsità d’acqua, le seconde per la mancanza di cibo. Si erano unite mettendo in comune le reciproche capacità, diventando una cosa sola: i licheni. I filamenti sottili e tenaci dei funghi erano ideali per aggrapparsi alle rocce, la capacità di produrre cibo dall’aria era la specialità delle alghe. All’inizio sembravano solo macchie colorate, poi hanno cominciato a sollevarsi in foglioline dalle forme più diverse e con una bella varietà di colori, iniziando a viaggiare alla ricerca di qualunque superficie solida su cui installarsi. Col tempo sono nati i muschi, gli equiseti, i licopodi, le felci, gli alberi, tutti più esigenti dei licheni, che riuscivano a resistere persino nelle zone antartiche, nei deserti e sui vulcani. La loro capacità di adattamento era insuperabile, perché sapevano smettere di nutrirsi quando le condizioni diventavano davvero insopportabili, per poi ricominciare appena la situazione migliorava. Per riprodursi bastava che una piccola gemma si staccasse e si lasciasse portare via a crescere altrove. Oppure, quando le cellule di alghe incontravano quelle dei funghi, si univano come i loro progenitori e un nuovo lichene iniziava la sua vita senza pretese. Le rocce, intanto, si sgretolavano anche col loro contributo, si formava il terreno e tante nuove forme di vita animale e vegetale nascevano e si espandevano.

 

lichene lecanora, parente della manna caduta dal cielo per gli ebrei nel deserto – foto da Wikipedia

 

I licheni crescono con una lentezza tale da non progredire se non di pochi millimetri l’anno, ma vivono anche per secoli nelle condizioni più dure, purché senza inquinamento. Non hanno previsto la possibilità di liberarsi dalle sostanze tossiche come, invece, hanno fatto quasi tutti gli altri vegetali e animali. Molti di loro si installano sugli alberi, ricoprendo il legno di festoni color verde salvia, come l’Evernia prunastri, detta muschio di quercia perché cresce sulle querce ma anche sui pini, che oltre ad essere commestibile è usata come fissativo dei profumi ed è alla base di varie fragranze fresche, che evocano il profumo di legno. Altri licheni sono simili a una patina che pare d’oro, come la Xantoria fallax. Altri, come l’Usnea barbata, detto barba di bosco, medicinale e colorante, pendono dai rami simili a lunghe barbe grigie. C’è la Cladonia rangiferina che cresce sul suolo gelido dell’Antartide, dove le renne e caribù ne fanno il loro pasto. In Islanda la Cetraria islandica è mangiata dagli uomini e la Lecanora esculenta che prospera nel deserto, dove il sole la stacca e il vento la fa volare e poi ricadere dal cielo come una nevicata, era la manna che gli ebrei avevano mangiato durante il loro esilio biblico. L’Umbelicaria esculenta, detto “orecchio di roccia”, frequente nell’Asia orientale è consumato normalmente da giapponesi, coreani e cinesi. La Girophora umblicaria si dice che fosse il cibo salvatore delle truppe di George Washington nel 1777, durante la carestia. Occorre un lungo trattamento per rendere commestibili i licheni che da crudi hanno un sapore acido. Molti vengono chiamati muschi perché hanno un aspetto spugnoso, ma i muschi sono umidi e generalmente verdi, mentre i licheni sono secchi e in maggioranza di un bel grigio che tende all’azzurro.

 

Rocella tinctoria – foto da Wikipedia

 

La Rocella tinctoria era invece usata per tingere senza bisogno di fissativo e per colorare certi alimenti e le cartine tornasole, che rivelano il ph di un liquido virando verso il blu, se alcalino, verso il rosso se acido. Sembra che lo avesse scoperto per la prima volta fra gli europei il fiorentino Alamanno Rucellai quando, nel dodicesimo secolo, dopo aver orinato su un lichene delle isole Baleari, l’aveva visto diventare viola. Era stato ritrovato così il modo di tingere i panni di lana che avevano fatto ricca Firenze, conosciuta nel mondo ancora oggi per il viola delle maglie dei suoi calciatori. Il nome Rucellai si dice derivi da oricello, altro nome del lichene che ricorda la roccia su cui cresce.

Un articolo correlato è Il bosco dei licheni  

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Giardino di Villa Pisani a Stra (VE)

by 21 aprile 2021

kaffeehaus nel giardino di villa Pisani

 

La villa Pisani è come una grande e bella faccia, sulla testa che è il parco dietro di sé, dagli ampi spazi e le ingegnose trovate. Come il solco che separa gli emisferi del cervello, la lunga vasca d’acqua divide il terreno. Lascia da un lato le piante in libertà fino in fondo, dove una collinetta circondata da altissimi, grossi platani è seminascosta da sempreverdi tassi e bossi. Era stata costruita per proteggere la profonda ghiacciaia, così che l’ingresso rivolto a Nord impedisse all’aria calda di entrare in estate, quando lo si apriva. In inverno si prendeva il ghiaccio in lastre dalla grande vasca e lo si metteva in quel rifugio fra strati di paglia, perché si conservasse fino alla stagione in cui sarebbe servito per mantenere freschi i cibi, fare granite e gelati. La vegetazione libera di questa parte del giardino fa pensare alla vita istintiva e spontanea, la cui memoria si mantiene nella ghiacciaia in fondo.

 

Il labirinto della villa Pisani con la torretta nel mezzo

 

Nell’altra metà del parco, un chioschetto è in cima ad un’altra collina artificiale, che ricopre e nasconde una stanza dove la temperatura rimane bassa, sotto tanta terra. La sua aria viene risucchiata nel settecentesco salottino da caffè attraverso una grata nel pavimento che in estate ne mitiga il calore, insieme all’ombra dei grandi cipressi calvi tutt’intorno. Spuntano dall’anello d’acqua, pallida traccia delle paludi americane in cui la loro specie fa respirare le radici sommerse, attraverso i pinnacoli alti e stretti che ne spuntano fuori. A primavera i grandi alberi si rivestono di foglioline morbide e leggere come piume, che d’autunno si fanno fulve prima di cadere. Questo luogo così accuratamente studiato, evoca il pensiero e le parole che lo esprimono. I tranelli della mente umana si sperimentano per gioco nel labirinto di bosso dalle pareti alte, dove ci si spaventa quando non si riesce a raggiungere la torretta che sta nel centro, illusoriamente vicina, o l’uscita che si può cercare a lungo senza successo. Le altre costruzioni, i pergolati, i viali, le serre fanno pensare a ciò che cresce e si coltiva nell’affascinante scrigno della testa.

Si può visitare il parco anche solamente perché è bello, ma se si fa attenzione a come la conoscenza della natura abbia aiutato a rendere più confortevole e stuzzicante il soggiorno di chi un tempo abitava la villa, il gusto è ben più intenso. Cresce ancora quando si scopre che è possibile utilizzare gli stessi principi, adattandoli per le costruzioni contemporanee. Non è un sogno.

Tratto dal mio libro Alberi monumentali d’Italia

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Pensare e rimuginare: differenza

by 14 aprile 2021

 

Pensare è un atto creativo, perché fa raffigurare nella mente una situazione per comprenderla al meglio in modo da poter agire in modo appropriato. Rimuginare è invece un lasciare che lo stesso tipo di pensieri continui a circolare oziosamente nella testa. Pensare cerca stimoli positivi, che aiutino nella soluzione. Rimuginare si compiace di rimestare e lasciare che i pensieri distruttivi o l’inerzia prevalgano. Spesso è la stessa posizione in cui si trova il corpo a favorire una versione o l’altra. Tanti avranno sperimentato che di notte, a letto, quando non ci si può addormentare o ci si sveglia dopo qualche tempo e non si riesce a riprendere sonno, è perché continuamente emerge una specie di spazzatura mentale che non si ha la forza di eliminare. Invece fare un pisolino di giorno, quando se ne sente il bisogno, può favorire una soluzione creativa ai problemi del momento, anche perché ci si è concessi qualcosa di gradevole e necessario.

Un aiuto fondamentale per il pensiero creativo è innanzitutto il tempo (vedere gli articoli Come avere più tempo e gli approfondimenti), perché il pensiero è in gran parte opera della coscienza, che deve elaborare elementi nuovi. Per esempio si riceve una proposta di lavoro ed è necessario valutarne i vantaggi e gli svantaggi. Potrebbe corrispondere esattamente ai propri desideri e si avrebbe voglia di accettare subito, senza pensare, cogliendo un’occasione irripetibile. E’ possibile però che contenga un rischio nascosto e riflettere è sempre una buona soluzione. Il buon esito delle raffigurazioni mentali che si fanno per comprendere cosa sia il caso di fare, dipende prima di tutto dalla conoscenza esatta dei fatti perché spesso se ne sa solo una parte, che può distorcere l’intero quadro. Poi occorre apertura mentale, coraggio, conoscenza delle proprie possibilità e debolezze, conoscenza di chi fa la proposta, fiducia in se stessi e negli altri, ma anche fantasia, conoscenza della psicologia e tutto ciò che aiuta a raffigurare un quadro di buona qualità.

 

 

Mentre l’istinto agisce con immediatezza, perché si è formato tanto tempo fa ed è utile in molte occasioni, la coscienza è molto più lenta, perché esamina situazioni nuove, compiendo un lavoro faticoso ma soddisfacente come conquista di un’apertura mentale che aggiorna l’istinto, rendendolo più elastico, possibilista, maturo. Il pensiero ha bisogno anche di calma, perché la confusione in genere impedisce di concentrarsi, di esaminare, di scegliere. Ciascuno ha un suo modo per trovare la concentrazione, ma non può fare a meno del tempo.

La maggior parte delle persone si lascia prendere dal vortice delle attività e dice di non avere tempo, senza tenere conto che la sua disponibilità dipende dalla posizione in cui si collocano le questioni. Se quelle che riguardano le attività mentali e spirituali sono messe in coda, ben difficilmente si troverà tempo per loro. Spesso le si allontanano perché ritenute meno importanti rispetto all’agire, dimenticando che la qualità delle proprie azioni dipende molto da quella dei propri pensieri.

 

 

Pensare e rimuginare spesso vengono confusi, mentre sono ben diversi. Sono entrambi attività mentali, che per prendere una forma giusta vanno illuminate con le qualità del pensiero già citate sopra. Rimuginare porta all’esasperazione e fa compiere azioni sbagliate, oltre a generare frustrazione e rifiuto del pensiero. Se non si ha nessuno di davvero saggio con cui consigliarsi, si può uscire dalla passività del rimuginare attraverso le attività che sappiamo stimolanti per noi e possono essere da un punto di vista fisico il ballare anche da soli, il camminare, il passeggiare nella natura, fare sport. Dal punto di vista mentale la lettura di particolari testi, l’ascolto della musica, degli audiolibri, guardare certi film, scrivere, disegnare, svolgere attività artistica. E rileggere ciò che ci è stato scritto e che magari è motivo del nostro disagio. Spesso è fondamentale.

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Api capaci di tre linguaggi diversi

by 7 aprile 2021

arnie colorate in modo diverso per essere meglio riconosciute dalle api

 

Al mattino, appena il sole intiepidisce l’aria, le api esploratrici escono dall’alveare. Sono le più anziane, con l’esperienza di tutte le mansioni diverse che hanno svolto fin dal primo giorno di vita. Hanno imparato ad accudire le più piccole, a fare pulizia, a riparare i guasti, a costruire le cellette di cera, ad elaborare il miele. Hanno sentito rientrare quelle che, nel buio assoluto, fanno vibrare il corpo per segnalare con precisione il risultato delle loro ricerche di cibo. Hanno imparato a capire il linguaggio dei colori, dei movimenti, dei tremolii. Sono pronte ad uscire anche loro. Fanno un piccolo volo tutt’intorno per memorizzare ciò che serve a ritrovare la via di casa. Infine, prendono nota della posizione in cui si trova il sole, che anche quando è nascosto riescono a vedere con la sensibilità alla luce polarizzata. Finalmente iniziano a volare in cerchi sempre più larghi, allontanandosi man mano dal punto di partenza, per trovare fiori appena sbocciati, pieni di nettare e polline. È il loro profumo ed il colore insieme, a chiamarle. Entrano nel primo calice, succhiano il nettare dal fondo e lo ripongono nella borsa melaria dentro il petto. Prendono il polline, ne fanno una pallina e lo sistemano nelle tasche sulle zampe posteriori. Passano al fiore vicino, poi ad un altro fino a che il carico è completo. Allora, attente alla nuova posizione del sole, trovano la direzione verso cui tornare. Le compagne stanno aspettando di vedere la loro danza nell’aria, che descriva il luogo preciso in cui si trova il cibo. Qualcuna lo vuole assaggiare e ne riceve un po’. Le prime si avviano già verso la destinazione, intanto che altre esploratrici entrano nell’alveare e ripetono le descrizioni nel buio facendo vibrare le cellette, fino a che le bottinatrici escono sicure, verso il luogo descritto.

 

la solitaria ape legnaiola, foto da wikipedia, di Vassil

 

Le api entrano nei calici dei fiori di una stessa specie, che si trovano nelle vicinanze. I granelli di polline di cui sono impolverate cadono negli ovai, li fecondano ed inizia la trasformazione in frutti. Non si lasciano attrarre da alberi diversi finché non hanno visitato tutti i fiori dello stesso tipo. Solo così è possibile contraccambiarli per la loro generosità, perché il polline di una robinia è inutile per un sambuco.

Quando l’alveare è troppo affollato, generalmente a primavera, le operaie più giovani emettono un nuovo odore e cominciano a prepararsi alla ricerca di una nuova casa. Con la regina  e alcuni fuchi (i maschi, necessari alla sua fecondazione) si aggrappano ad un ramo d’albero o ad un altro luogo prescelto, formando un grappolo ronzante ma innocuo, mentre le esploratrici volano via in cerca di una sistemazione congrua che poi descrivono danzando nell’aria. Gli apicoltori possono offrire loro una nuova arnia, facendovi cadere dentro l’intero gruppo. La danza, le vibrazioni, gli odori sono i tre linguaggi con cui le api comunicano fra loro, ma sono anche in grado di capire i colori, usati dalle piante che hanno fiori e sempre dal colore riconoscono con maggiore rapidità la propria arnia costruita dall’uomo. Sono talmente brave nel riconoscere ciò che vedono, da distinguere anche una persona da un’altra e capaci di apprendere al punto da essere impiegate nell’individuare le mine anti-uomo dall’odore.

Tratto dal mio libro ANIMALI, FAVOLOSE STORIE VERE

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