I miei articoli

Cibo velenoso

by 20 marzo 2019

pianta con tuberi di maniona in un dipinto del settecento – da wikipedia

 

La cassava o manioca o yuca, (Manihot esculenta) da cui si ricava la fecola detta tapioca, è il tubero più coltivato in America e Africa, essendo la fonte di carboidrati prediletta insieme all’igname e al frutto dell’albero del pane. E’ originaria del continente americano, come le patate e il mais. E’ più nutriente del mais e resiste nei climi umidi, ombreggiati e pure alla siccità. Inoltre, crescendo sotto terra è relativamente protetta e può arrivare al peso di tre chili. E’ senza glutine e se ne possono fare moltissimi usi alimentari, comprese le bevande alcoliche e alcuni medicinali. Anche le foglie sono commestibili, ma allo stesso modo dei tuberi, vanno trattate per togliere loro la tossicità. Appartengono, infatti, alla famiglia delle euforbiacee e contengono cianuro, soprattutto nelle varietà amare, in particolare se cresciute durante la siccità. Occorre dunque un lungo ammollo e la fermentazione, a cui segue la cottura.

 

Cicadina femmina coi frutti

 

I frutti della cicadina (Cycas revoluta) sono velenosi prima di essere trattati, ma costituiscono un nutrimento per i popoli oceanici fin dai tempi più lontani. Le cicadine, che assomigliano alle palme e che usiamo come ornamentali sono molto robuste, resistenti e longeve, presenti già dell’epoca dei dinosauri. Sono di sesso distinto e le femmine hanno per fiori una grande pigna simile ad un uovo vegetale, nella raggiera di foglie in cima al fusto, che facendosi frutto ha semi velenosi. Molti animali nel mangiarli ne muoiono ma gli uomini, dopo averli immersi a lungo e ripetutamente in acqua per eliminare il veleno, li hanno sempre mangiati in vari modi. Le specie che crescono lungo i litorali hanno semi che galleggiano, così da poter fare lunghe traversate oceaniche e colonizzare nuove terre, creando molte varietà nell’incrociarsi. I maschi hanno l’infiorescenza a forma di pene che, nel produrre il polline, si riscalda di molti gradi e spande il suo odore per richiamare gli insetti, non accontentandosi del vento per fecondare le sue vicine. Milioni di anni fa le cicadine erano dominanti nelle terre tropicali, perché resistono a ciò che nessun altro vegetale può sopportare. Sono state, però, tanto sfruttate per mangiarne il midollo, da essere ormai molto ridotte. Come le leguminose, le loro radici fissano l’azoto nel terreno con la collaborazione dei batteri.

 

pane degli ottentotti – foto da Wikipedia

Velenoso prima del trattamento è anche un enorme tubero rotondo, che arriva a pesare dieci chili, con la buccia coriacea che ricorda il guscio della tartaruga e cresce in Sudafrica, nella zona del Capo: è la Dioscorea elephantipes, detta pane degli ottentotti, bella e originale anche come pianta da tenere in vaso. E’ dioica e decidua. La pianta non è molto grande ma il tubero grosso come un pallone, immerso solo per metà nella terra, la rende interessante esteticamente. E’ commestibile dopo il risciacquo della polpa, altrimenti tossica.

 

 

 

 

Il MUDEC, Museo delle Culture di Milano

by 13 marzo 2019

ceramiche andine al Mudec di Milano

 

Noi umani, perché modellati dalla natura, abbiamo sempre trovato belle le sue forme e i suoi colori quanto ciò che vi somiglia, così come dal suo ingegno abbiamo imparato a creare quello che ci serve per adattarci meglio alla vita. Nei musei antropologici, dove sono esposti gli oggetti che testimoniano i tempi e i popoli più vicini alle origini del nostro percorso di civiltà, possiamo rendercene conto al meglio. A Milano è la collezione permanente del Museo delle Culture ad offrircene un esempio in via Tortona, nel quartiere un tempo occupato dall’industria Ansaldo, convertito da anni ad attività sensibili all’ecologia e all’arte. Alcune sale, accanto a quelle dedicate a mostre temporanee, espongono oggetti che appartengono alla stessa famiglia di altri ospitati nel Museo di Storia Naturale di Bergamo, nella sezione dedicata all’umano, che sarà interessante visitare.

 

antiche armi di ferro con forme che ricordano le piante

 

Nell’atrio del primo piano una grande acconciatura di penne fatta dai Kayapò del Brasile ci ricorda la nostra ammirazione e il desiderio di imitare le sontuose parate degli uccelli, con penne e piume che assomigliano alle foglie degli alberi. Ad enormi foglie assomigliano i palchi di alce che quegli animali portano in testa come corone, come armi, come attrezzi e sono sotto i nostri occhi in una vetrina della prima sala. Forme vegetali sono evidenti nelle eleganti lame di armi africane esposte più avanti e sembianze animali si riconoscono nelle affascinanti bottiglie e recipienti peruviani in ceramica. Gli artisti europei, dagli inizi del novecento si sono risvegliati al fascino delle opere cosiddette primitive che qui sono esposte e di cui si vede l’influenza nelle mostre temporanee allestite nelle altre sezioni del museo. E si sono ispirati alle raffinatissime espressioni artistiche e artigianali del Giappone, -di cui troviamo qui qualche testimonianza-, che della natura ha sempre avuto il culto.

 

palchi d’alce

Delirio da tulipani

by 3 marzo 2019

tulipani screziati – foto da ChiaraOscura

 

Da sempre sulle montagne dell’Afghanistan la primavera veniva annunciata dai tulipani, che si innalzavano al di sopra del terreno ancora freddo con le loro corolle dai colori audaci. I turchi, nelle guerre con i popoli vicini, avevano ammirato sui campi di battaglia quei fiori dalle linee tanto pure e una volta conquistata Bisanzio, facendola diventare Istambul, li avevano piantati nei loro giardini. Le numerose varietà di colori e di forme che li distinguevano venivano moltiplicate dalle ibridazioni create dagli uomini. Così i tulipani erano diventati simboli di elevato status sociale, di buon gusto, di fortuna e nella prima metà del cinquecento si erano affermati come tipici fiori turchi.

In Europa erano ancora sconosciuti, anche se pare esistesse in Savoia la specie autoctona di Tulipa silvestris e Tulipa australis. Facilmente trasportabili con i bulbi in dormienza durante l’estate, i tulipani turchi erano stati conosciuti in diverse nazioni europee, ma in Olanda, ad Anversa, si dice siano arrivati per la prima volta nel 1562, con un pacchetto di bulbi in regalo per un carico di tessuti andato a buon fine. Inizialmente erano stati scambiati per delle specie di cipolle, dato che ne avevano vagamente l’aspetto e la misura. Il sapore doveva essere buono e una parte di loro era stata mangiata. I superstiti, però, piantati nel giardino del commerciante a cui erano stati donati, lo avevano stupito con la loro bellezza, tanto da fargli chiedere informazioni in proposito, all’amico botanico Charles d’Ecluse. Lo studioso non li aveva mai visti prima ma subito li aveva esaminati e piantati a sua volta, per poi scambiare i nuovi bulbi, con fiori di altri botanici, facendoli circolare nelle diverse nazioni. Erano stati realizzati altri ibridi e le varietà si erano moltiplicate anche in Olanda, suscitando grande meraviglia. Si propagavano raramente per seme, a cui occorrono sette anni per generare il fiore. I bulbi, invece, erano facili da trapiantare, conservare e vendere. La passione che suscitavano era a tal punto cresciuta da far salire grandemente di prezzo le varietà più belle. Gli estimatori se li contendevano e, quando li piantavano nei loro giardini, dovevano stare bene attenti a che non fossero rubati. Anche in Francia erano diventati di gran moda e i fiori più belli, addirittura quelli recisi, costavano cifre folli. In Olanda comunque, nei primi trent’anni del seicento avevano finito col diventare oggetto di commercio a prezzi favolosi, che lievitavano sempre più, fino a che un solo bulbo della specie più pregiata, l’Augustus, aveva raggiunto il valore di un palazzo.

festival dei tulipani in Olanda – foto da ChiaraOscura

 

Olandesi di ogni classe sociale, che pure spesso non erano interessati alla bellezza dei fiori, avevano investito in tulipani, attratti dai forti guadagni. Ormai si vendevano molti mesi prima della consegna e cambiavano proprietario senza che fossero mai visti. C’erano enormi transazioni sulla fiducia e tutti tendevano a pensare che la fortuna non sarebbe mai venuta meno. Invece, nel 1637 ad Haarlem, per la prima volta i tulipani non avevano trovato acquirenti e i prezzi avevano iniziato rapidissimi scivoloni. In poco tempo erano stati venduti in perdita e tutta la catena di impegni si era incagliata, facendo cadere in miseria un gran numero di persone, da ricche o ricchissime che erano state. Questo grande, clamoroso crollo finanziario della storia si ricorda come l’unico che avesse per protagonisti dei fiori.

 

Campo di tulipani a Cornaredo, foto Andrea Cherchi

 

Dopo qualche tempo, i tulipani avevano ritrovato il favore degli olandesi, ma senza più tornare alle assurdità del passato. Adesso ci sono campi sterminati su cui fioriscono tutti con lo stesso colore e la stessa forma ed è nella quantità di quelli recisi venduti nel mondo intero con spedizioni aeree, che i commercianti trovano il loro guadagno.

In Lombardia a Cornaredo e a Paderno Dugnano da metà Marzo in poi si possono visitare campi vastissimi fioriti di tulipani, con la possibilità di comperarne. Vendita dei biglietti d’ingresso in Internet. A Roma c’è il Tulipark con tempi e modalità simili, mentre in Piemonte, nel Parco del Castello di Pralormo (TO) Si svolge la manifestazione Messer Tulipano.

 

DATI GLI INNUMEREVOLI ERRORI CHE ANCORA SI COMPIONO NELLE POTATURE DEGLI ALBERI, QUI TROVERETE INFORMAZIONI BASILARI INDISPENSABILI PER EVITARE IL LORO DANNEGGIAMENTO, CHE VI SAREI GRATA DI LEGGERE E DIFFONDERE

I frutti piumosi delle piante

by 21 febbraio 2019

frutti piumosi dei pioppi femmina

 

Se i frutti cartacei e quelli legnosi delle piante sono belli, quelli piumosi sono così delicati da essere creduti fiori dalla maggior parte delle persone. Questo accade senz’altro al cotone, in grandi fiocchi trattenuti sui rami da brattee color cannella, che ci viene spedito dai Paesi tropicali per essere venduto dai fioristi.

Lo scotano, detto albero della nebbia, cresce volentieri in zone calcaree come quelle carsiche del Friuli-Venezia-Giulia. A primavera i suoi piccoli fiori non hanno niente di speciale, ma si preparano a compiere a fine estate una trasformazione in vaporosi piumini rosa a cui sono attaccati minuscoli semi. Ad ogni colpo di vento si staccano e volano via leggeri, mentre le belle foglie tondeggianti, in autunno prendono colori sgargianti di arancio, rosa e rosso.

 

frutti piumosi dello scotano – foto da scuoladisanteobaldo.org

 

Mentre stuoli di cannucce di palude innalzano i loro pennacchi color cannella, che col sole basso e radente dell’inverno sembrano torce fiammeggianti, i rampicanti e sempreverdi falsi gelsomini dai profumati fiori bianchi caratteristici dell’estate, a gennaio e febbraio aprono i pochi sottili baccelli nascosti fra il fogliame, lasciando vedere la lucente seta candidissima di piumini che fanno da paracadute a semi appuntiti.

Nello stesso periodo gli oleandri così generosi di fiori rosa, rossi, bianchi e gialli in tutti i mesi caldi, liberano una miriade di piumini color cannella.

 

frutti piumosi di vitalba

 

Intanto la rampicante e selvatica vitalba inghirlanda rami d’alberi e siepi coi suoi riccioli bianchi e vaporosi, che sembrano fiori e rimangono un bel po’ di tempo attaccati ai piccioli prima di volare via.

A marzo e aprile i salici femminili, dopo aver liberato dai cappucci vellutati le loro infiorescenze leggere, affidano ben presto al vento i fiocchetti bianchi in cui si sono trasformati.

Principi del volo solo però i batuffoli dei pioppi femmina, che ad aprile solo per un giorno trattengono le fibre bianchissime in sottili grappoli con acini che paiono boccioli di fiori. Poi si spampanano e a volte fanno sembrare i rami dell’albero coperti da ragnatele, tanto sono fitti. Infine volano via e si ammassano lungo i margini delle strade come schiuma.

Nei prati di maggio, i fiori gialli dei denti di leone diventano palloncini con i semi infilzati su un cuscinetto che abbandonano presto, attaccati al loro paracadute. Di dimensioni ben più grandi sono i soffioni dei Tragopogon pratensis, detti barbe di becco, mentre nei prati di montagna sono bellissimi gli eriofori, simili a fiocchi di cotone su steli d’erba.

 

frutti piumosi del falso gelsomino

 

Persino gli imponenti platani hanno frutti piumosi, mascherati però da una corazza che può resistere anche tutto l’inverno, quando in forma di sfere se ne stanno appesi ai rami. Ma già allora e poi a primavera la corazza si smantella, i semi ne ne volano via sui loro piumini biondi e spesso rimangono sul terreno dei pon pon morbidi, di un bel giallo ocra.

La scoperta del giardino della mente

by 19 febbraio 2019

In questo libro la neuroanatomista Jill Bolte Taylor racconta l’esperienza di essere colpita da un ictus nel 1996 a soli trentasette anni e di esserne completamente guarita dopo otto anni. Ci fa seguire il percorso dell’improvvisa perdita di funzionalità dell’emisfero sinistro del cervello -che controlla la parte destra del corpo ed è sede del pensiero razionale, della parola, del calcolo, delle cose pratiche- e della “scoperta” dell’emisfero destro, creativo, espressivo, inclusivo, che fino ad allora aveva avuto scarse possibilità di farsi apprezzare. Il dramma ha in questo modo coesistito con sensazioni nuove e bellissime. Grazie alla propria competenza medica, al sostegno di amici e colleghi, alla dedizione e alla grande comprensione della madre, la dottoressa Taylor ha potuto restituire tutte le facoltà perse all’emisfero sinistro del suo cervello, decidendo però di dare molto più spazio a quello destro, che le aveva dimostrato un potenziale capace di rendere migliore la sua vita.

E’ un libro interessante e utile per i consigli medici che potranno aiutare chi sarà colpito da questa frequente infermità, ma anche per sensibilizzare i lettori sulle possibilità di lasciar agire con maggiore frequenza quel lato troppo spesso soverchiato dall’altro.

Un altro libro sul funzionamento del cervello lo trovate qui

Molti articoli su cervello e psiche si trovano nella rubrica Umanità

Felci fatate

by 12 febbraio 2019

foglia di Woodwardia radicans – foto dal sito dell’Orto Botanico di Messina

 

Quando le terre emerse erano ancora zuppe d’acqua, fra le prime piante a prosperare con gli equiseti ed i licopodi, ci sono state le felci. Ce n’erano di tutte le dimensioni, dalle più piccole a quelle grandi come alberi, quando gli alberi ancora non c’erano. Le grandi foglie partono dai rizomi, i fusti sotterranei orizzontali che hanno piccole radici, dato che l’acqua non hanno bisogno di andarla a cercare lontano. È lì che accumulano le proprie riserve nutritive e, anche se vengono spezzati, non ne soffrono. Formano una fitta rete, per essere stabili e vegetare nuovamente, anche se al di sopra della terra ci sono condizioni difficili. Non hanno mai avuto i fiori, né frutti, né semi, nemmeno quelli più primitivi come per le conifere e, per lasciare una discendenza, allora come adesso fanno spuntare nuove piante dal rizoma o si diffondono attraverso il pulviscolo delle spore. Le custodiscono sulla pagina inferiore delle foglie fino a che sono pronte a farsi portare via dall’acqua per germinare a terra. Le nuove foglie sono arrotolate in punta, come pastorali, perché le cellule sui due opposti lati dei rachidi crescono in modo diverso, tirando da una parte e così facendola arrotolare.

 

nuovi germogli di Osmunda regalis a primavera nel Giardino Heller

 

Le grandi felci arboree hanno fusti simili a quelli delle palme e, come i loro, possono arrivare a trenta metri di altezza e terminare con un ciuffo di enormi foglie. Le più grandi sono le Dicksonia squarrosa, della Nuova Zelanda.

La Osmunda regalis felce florida, che si riconosce per le grandi foglie e la voluminosa base di radici che formano una specie di pane di torba. Questa particolarità mette in pericolo di estinzione la pianta a causa dell’uso che se ne fa per coltivare le orchidee, da parte dei floricoltori. Nella mitologia slavonica gli sporangi chiamati Fiori di Perun hanno delle proprietà magiche che scacciano i demoni, fanno realizzare i desideri, scoprono i segreti e fanno capire il linguaggio degli alberi. C’era un rituale pericoloso per coglierli e questo poteva avvenire solo nella notte di Kupala che dopo il cristianesimo è diventata la notte di Pasqua, tracciando un cerchio intorno a loro e alla pianta insieme, sopportando lo scherno e le minacce delle entità demoniache. I germogli sono comunque commestibili, come lo sono quelli di altre felci.

In Calabria, Sicilia e Campania, ci sono felci enormi e rare, che fanno pensare ai tropici: sono le Woodwardia radicans, dalle foglie lunghe anche più di tre metri.

Le felci hanno proprietà medicinali, tra cui la più nota è quella vermifuga. Contengono molto potassio, tanto che con la cenere di felci bruciate, in Irlanda si faceva la potassa per lavare i panni.

Hanno rizomi come loro anche i bambù e le canne palustri, i papiri, i banani, i corbezzoli i pungitopi, gli asparagi e i mughetti. Li ha pure la posidonia, pianta terrestre emigrata nel mare.

Hanno bulbi gli iris e i gigli, le tuberose, i ciclamini e i tulipani, le cipolle e l’aglio, le dalie, i gladioli, i narcisi ed i giacinti. Patate, topinambur e yucca hanno tuberi.

In Lombardia si possono trovare felci arboree nel giardino di villa Carlotta a Tremezzo (CO) e nel giardino Heller di Gardone Riviera (BS).