I miei articoli

Piante carnivore e vegetariane

by 18 dicembre 2019

Nepenthes ampullaria – foto da Wikipedia di Alfindra Primaldhi

 

Le piante che vivono su terreni troppo poveri di minerali, devono provvedere in altro modo, come fanno le droseracee e le nepentacee. Nel Borneo la Nepenthes heliamphora cattura le zanzare, sciogliendo un tensioattivo nell’acqua del suo vaso, così che non possano più camminarci sopra e annegano.

La Nepenthes hemselyana attira i pipistrelli nel suo vaso dove trovano riparo, rilasciando le feci, di cui la pianta utilizza i minerali.

 

Nepenthes lowii – foto da Wikipedia di JeremihasCPs

 

La Nepenthes lowii, ha addirittura la forma di un WC con il coperchio alzato che trasuda un liquido dolce. Le tupaie, piccolissimi mammiferi simili ai topolini si accomodano sulla tazza per leccare la secrezione e rilasciano a loro volta gli scarti utili alla pianta.

La Nepenthes ampullaria cattura invece le foglie degli alberi sotto cui si installa e nel suo calice largo accoglie quelle che cadono, assimilandone il contenuto.

La bellissima e grande pianta della famiglia delle orchidee chiamata “orecchie d’elefante”, si arrampica sui fusti degli alberi disponendosi come una scala a chiocciola, dando alle sue grandi foglie un’inclinazione e un intervallo che favoriscono l’accumularsi di foglie cadute nello spazio a ridosso del fusto, dove si decompongono. Intervengono allora i funghi per rendere disponibili le sostanze utili, ottenendo in cambio parte degli zuccheri.

 

Johannesteijismannia magnifica da palmpedia.net

 

C’è un’altra pianta “vegetariana”, la Johannestejismania magnifica, dalle enormi foglie seghettate, disposte come petali di fiori. Si sistema sotto un albero di cui raccoglie le foglie che cadono al suo interno, dove si decompongono e vengono “trattate” dai funghi, che poi fanno lo scambio di sostanze con lei.

La nazione delle piante

by 11 dicembre 2019

 

La Nazione delle Piante, pubblicato da Stefano Mancuso nel 2019 in occasione dell’omonima grande mostra alla Triennale di Milano, spiega quanto possiamo imparare dal modo di vivere vegetale. Non si tratta solo di sostenibilità ambientale ma di cambiamento della cultura autoritaria e poco attenta alle altre specie perché gerarchica, responsabile anche del forte disagio dei sottoposti e di chi si trova su un gradino più basso nella scala sociale, oltre che dell’inefficienza ben nota. Le piante da cui dipende ogni altra forma di vita hanno strutture modulari in cui le funzioni sono distribuite un po’ in tutto il corpo, dando loro la possibilità di affrontare i problemi con un’efficacia ben maggiore rispetto agli umani la cui struttura fisica ha organi specializzati in un’unica collocazione. E’ un punto su cui vale la pena di riflettere, dopo aver preso nota dei risultati di studi scientifici che l’autore presenta. Molto istruttivi sono anche gli esempi dei disastri ambientali che cita, provocati dalla maldestra interferenza umana negli equilibri naturali, per mancanza di conoscenza di quanto ogni forma di vita sia interdipendente dalle altre. Il rispetto di ciascuna nasce dalla consapevolezza di essere un insieme di diversi, legati da lunghi fili difficili da vedere perché sottili e delicati, ma reali.

L’ipotetica costituzione che potrebbe essere scritta dalle piante se usassero il nostro sistema di comunicazione, merita di essere presa come ispirazione.

Materiale, immateriale, bene comune

by 4 dicembre 2019

 

Ciò che è materiale e si può vedere, magari pesare e misurare, può essere valutato, gli si può attribuire un valore e un prezzo, anche se a volte può essere difficile. Ci sono possibilità di capire se funziona o meno, se è di buona qualità e a che cosa serve. Tutto diventa più difficile quando si ha a che fare con un bene immateriale, come le idee, la cultura, i talenti, l’educazione. Per attribuire un valore ai beni immateriali occorre un tipo di capacità molto più rara rispetto all’altra, perché richiede il saper vedere oltre l’apparenza e le abitudini mentali. Per sviluppare una simile dote bisogna dedicare tempo ed energia a ciò che riguarda il mondo interiore, sfuggente e multiforme. Ecco uno dei motivi per cui ciò che i sensi mancano di cogliere è spesso trascurato e sottovalutato, fino ad essere considerato irrilevante. Accade come nella favola della volpe che non riesce a raggiungere l’uva e per questo la denigra.

Tutto ciò che è vita è fatto di opposti complementari, indispensabili l’uno all’altro in una dinamica continua. Anche il lavoro più umile e fisico, come può essere quello di uno spaccapietre richiede attenzione, abilità, volontà, che sono aspetti immateriali. A maggior ragione sono necessarie qualità immateriali per attività più complesse, come allevare i figli, svolgere un’attività soddisfacente, far crescere una società equa, mantenere la democrazia, rispettare l’ambiente. In teoria molti possono essere d’accordo, ma in pratica ben pochi affinano a sufficienza gli aspetti interiori della loro vita e neppure riconoscono adeguatamente il valore di coloro che vi si dedicano. Ne risulta per questo uno squilibrio a danno di tutti.

 

Un esempio di bene immateriale dai molti effetti materiali è il bene comune, vale a dire il rispetto e il benessere che coinvolgono la società, le nazioni, il pianeta e l’intero universo, a cui ciascuno dovrebbe contribuire perché riguarda ogni individuo, in sovrappiù a quanto gli compete in senso stretto. Vivere fra gente educata, in una città ben gestita e via di questo passo, va a vantaggio delle persone di ogni ceto sociale e condizione, così come il contrario nuoce a tutti, anche ai più abbienti che probabilmente vi si possono sottrarre da un punto di vista materiale, ma a danno di quello morale.

Tutti vorrebbero veder rispettare i propri diritti, vivere in un ambiente sano, avere prospettive per il futuro, ma quanti si danno da fare in questo senso, anche a dispetto di un trattamento del tutto inadeguato da parte della comunità o comunque da parte di altre persone? Essere corretti e gentili con chi lo è verso di noi è relativamente facile. Molto più difficile è continuare ad esserlo quando manca la reciprocità. Ma è proprio in questo punto che sta il nocciolo. Chi vuole che gli altri, la società, il mondo migliorino, necessariamente occorre che migliori prima se stesso, ovvero riesca a superare i limiti che gli impediscono di resistere alle provocazioni, continuando ad essere propositivo. E’ molto difficile e non si può farlo per obbligo. La strada per arrivarci è il sentirsi parte del bene comune, il saper accettare i propri limiti, il riconoscere i propri errori e appunto per questo continuare a credere in se stessi come esseri che contribuiscono positivamente alla propria e all’altrui vita, anziché rifarsi delle proprie frustrazioni facendole pagare con mancanze verso gli altri.

Siccome però gli stimoli che ci vengono dalla società sono spesso negativi o comunque poveri, li si possono vedere meglio assortiti nelle altre forme di vita, che ci aiutano a conoscere meglio la nostra. Sapere almeno a grandi linee come funziona la natura è sorprendente ed entusiasmante.

 

 

Man mano che ci si avvicina e se ne vedono le connessioni, ci si sente sempre più parte di una comunità in cui ciascuno ha delle possibilità ben più numerose rispetto a quella che sembra esistano in quella umana, quando se ne ignorano le risorse. Troppo sollecitati sul piano materiale e delegando quello spirituale solo alla religione, il quadro appare fosco. Quando invece si conosce ciò che è altro da noi, accade che mentre prima si percepivano solo delle forme generiche, man mano emergono dettagli e colori, come se la “vista” intesa in senso lato, diventasse molto più sensibile. Si finisce inevitabilmente con l’amare un simile ambiente e col percepirlo come parte di sé nel senso migliore, vale a dire che si desidera il suo bene quanto il proprio. Ecco un buon modo per sviluppare il desiderio del bene comune. Questo non significa che si risolvano le proprie contraddizioni, ma solo che insieme alle inevitabili sofferenze ci sia un consistente benessere interiore che le controbilancia.

L’aspetto immateriale è ciò che dà il profumo, l’anima all’aspetto materiale e chi vi si dedica dovrebbe essere adeguatamente ricompensato dalla comunità che ne beneficia, ma che fatica a riconoscerlo.

Canapa, una storia incredibile

by 26 novembre 2019

 

Il libro è stato scritto nel 2019 dal giornalista Matteo Gracis che ha difeso la verità sulla straordinaria ingiustizia sferrata fin dall’inizio degli anni trenta dello scorso secolo, verso una delle piante più utili. Fondatore e direttore della rivista Dolce Vita, che tratta argomenti delicati e per questo poco seguiti da altri editori, in queste pagine Matteo Gracis ripercorre prima di tutto i fatti che hanno distrutto un’economia florida e versatile, privato di medicinali particolarmente benefici tanti malati e perseguitato milioni di persone. Sono vicende note ormai da molti anni ma poco diffuse a causa dell’ottusità di molti e dell’egoismo di altri, che approfittando della calunnia accettata come verità da chi era disinformato, hanno perseguito il proprio interesse a scapito dell’intera umanità. Nel libro vengono ovviamente descritte le tante qualità pratiche di questa pianta che fino a cent’anni fa era fra le più coltivate nel mondo e vengono illustrate le virtù terapeutiche che finalmente hanno cominciato ad essere riconosciute anche dai proibizionisti e hanno portato alla liberalizzazione dell’uso medicinale. Per ora è solo l’inizio di un cammino che si spera rilanci una pianta tanto utile anche come materia prima per gli innumerevoli usi che, sentiti come pericolosa concorrenza da parte dei petrolieri americani, era stata diffamata prendendo come pretesto le qualità dei suoi fiori trasformati in marijuana o hashish. Il libro fa capire quanto la calunnia diffusa da persone ricche e potenti possa infettare il mondo intero, contando sulla disinformazione e diseducazione che è purtroppo è ancora una grande piaga.

 

Piazze d’acqua e fanghi utili

by 21 novembre 2019

 

piazza Benthemplein a Rotterdam

 

La necessità di far fronte sempre più spesso ai problemi di alluvioni e siccità, ha spinto verso soluzioni ispirate al pensiero orientale per il quale, invece di impiegare la propria forza contro il nemico, si devia la sua contro lui stesso.

Le celebri dighe degli olandesi per sottrarre spazio al mare sono frutto della mentalità “muscolare” e dunque hanno un impatto ambientale molto forte. Ecco perché si sono realizzate nel centro della città portuale di Rotterdam, delle piazze per accogliere l’acqua durante i grandi acquazzoni, facendola defluire lentamente verso delle cisterne dove possa essere utilizzata nei periodi secchi, per irrigazioni o lavaggi. Durante un giorno, però, le piazze si trasformano in vasche basse dove bambini e adulti possono divertirsi a sguazzare. Si scongiura così l’intasamento delle fogne durante i temporali e si evita di usare acqua potabile dove basta quella piovana.

 

piazza Benthemplein vista dall’alto con le vasche pavimentate in azzurro – foto da cittàclima

 

Un’alternativa alle dighe, fatta con lo stesso spirito è stata progettata per gli olandesi da due italiani, che l’hanno chiamato Eco shape. Dopo aver accuratamente studiato i movimenti delle onde e dei venti, oltre a tutti gli altri fattori che agiscono lungo le coste, invece di costruire nuove barriere con cemento e acciaio fanno lavorare la natura, fornendole il materiale per rimpinguare i litorali: il fango dragato dai porti. Scaricandolo nei punti più adatti, lasciano che il mare lo distribuisca lungo le coste, che vengono così ampliate in modo naturale

Quando l’autostima è bassa

by 14 novembre 2019

gigantesca statua dell’Appennino nel parco di villa Demidoff a Pratolino (FI)

 

I sentimenti negativi o il disagio ingiustificati che si provano nei confronti di certe persone, spesso sono dovuti al senso di inadeguatezza nei loro confronti, che portano a sminuire, tiranneggiare, mortificare gli altri nel vano tentativo di sentirsi rialzati di grado e di rifarsi della propria insoddisfazione.

Servirebbe invece sviluppare una più alta stima di se stessi, per scongiurare un risentimento che oscura la vita. Anche le ingiustizie che si commettono verso altri generano un senso di colpa di cui si può non essere coscienti, ma che esiste e agisce generando rancore ed erigendo muri, invece di pentimento e riparazione del danno. Per riuscire a trattare con umanità gli altri e se stessi occorre fare un percorso interiore, capire cosa impedisce l’intesa, parlarne. E’ necessario formarsi un punto di vista diverso da quello autoritario tuttora dominante in tutti gli strati sociali. Passare dal concetto di colpa a quello di responsabilità, dall’imposizione alla proposizione, dalla supremazia all’equità, dalla punizione alla riabilitazione, grazie a cui si alleggerisce la gravosità dell’impegno e si aprono nuove possibilità. Lo si può fare orientando le proprie letture, i film, le attività del tempo libero verso ciò che va in questa direzione, se non si ha la persona giusta che aiuti. Gradualmente si sposterà la propria posizione e verranno più facilmente i comportamenti e le parole adatte a provocare un cambiamento positivo. Un punto di vista diverso dà risultati sorprendenti come si può verificare facilmente quando un bambino dimostra capacità che mancano a persone intelligenti ma adulte e dunque meno fantasiose. E per riuscire a spostare il punto di vista di chi infligge i torti, occorre che a raggiungere questo traguardo sia per primo chi li subisce.

 

pittura murale a Lecco con intervento della natura

 

Come esperimento pratico per placare la tirannia dei famigliari o di altre persone con cui si ha a che fare quotidianamente -che agiscono così perché a loro volta cercano di compensare le proprie frustrazioni- si può provare con l’alternanza equa. Si tratta di realizzare la piena soddisfazione di una parte dei desideri altrui, mettendo come condizione di alternarla immancabilmente a un’altrettanta piena soddisfazione dei propri. Così, invece di diluire e far dilagare senza limiti le esigenze di due parti contemporaneamente, che in alcuni casi è come voler passare nello stesso momento da una porta stretta, ciascuno avrà ciò che desidera in tempi e luoghi delimitati ma certi. La sensazione di avere per intero una volta su due ciò che si desidera è molto più gratificante rispetto allo sperare ogni volta solo nelle briciole ottenute con il contrasto. Ovviamente è necessario attuare la propria parte con convinzione, senza farlo pesare in alcun modo, essendo però fermi nel far valere i patti stabiliti. L’autonomia e il senso di responsabilità ne saranno avvantaggiati e, di conseguenza, si innalzerà l’autostima che a sua volta innescherà il desiderio di continuare in quella direzione.

Anche se autonomia significa sapersela cavare da soli, si ha sempre bisogno del contributo e del sostegno altrui. Si può dire autonomo chi si prende le proprie responsabilità e si dà da fare per riuscire, ma l’affetto, il rispetto e il sostegno morale che riceve sono fondamentali per raggiungere il buon fine. Se sono fatti in modo paternalistico, però, possono provocare l’effetto contrario a quello desiderato.