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IL CASTAGNO DEI CAVALLI

Nell’angolo del cortile di cemento di un’antica stazione di posta, dietro un muro di cinta di cemento, a ridosso del pozzo rivestito in cemento, siede una personalità illustre del popolo vegetale. Un ippocastano, forse il più grosso d’Italia, voluto quando si viaggiava con i cavalli e lui, con i suoi frutti, era nutrimento e medicina contro la tosse degli equini, come rivela il suo nome. Gli si attribuisce addirittura il potere di tener lontane le malattie influenzali degli uomini, portando semplicemente qualche sua castagna in tasca. Loro non le possono mangiare perché indigeste, ma ne potrebbero fare sapone, se non ce ne fosse altro a disposizione.
Della sua reale mole ci si è resi ben conto quando, con un grosso ramo che gli è caduto anni fa, i proprietari ci hanno fatto legna da ardere per tutto l’inverno.
I suoi 7 metri di circonferenza e 25 di altezza, costruiti in 400 anni di pazienza, portano le foglie disposte a raggiera e gli spettacolari fiori a piramide ogni anno. Quando se ne riveste, la sua enorme cupola rallegra il cortile grigio e la strada che gli passa accanto.
Possa il fogliame colorato di materiale pubblicitario che cade tutto l’anno nelle cassette delle lettere, portare fotografie di pavimentazioni da giardino con moduli auto-bloccanti dai bei trafori, per suggerire un nuovo rivestimento del cortile. Come disegni di un tappeto, nella loro trama lasceranno crescere l’erba che le ruote delle auto non possono schiacciare. Accoglieranno la pioggia e non permetteranno al sole estivo di arroventarlo, così che gli uomini e l’albero se ne giovino allo stesso modo.
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