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ALBERI DEL MALI
PRIMA DI PRESENTARE GLI ALBERI, VORREI SOTTOLINEARE L’IMPORTANZA DELLE MODESTE PIANTE CHE SONO I CEREALI, SENZA I QUALI L’UMANITA’ NON SI SAREBBE POTUTA SVILUPPARE.
CIASCUNA TERRA OFFRE QUELLO PIU’ GIUSTO PER IL CLIMA E PER IL TERRENO IN CUI VIVE

Questa è una pianticella di miglio: il cereale più piccolo, più resistente alla siccità, a più alto valore nutritivo.
E’ molto coltivato in Africa, soprattutto nell’occidente dove si trovano Mali e Senegal. Si accontenta di poche cure e serve sia come cibo (gallette, couscous, polentine) che, con l’aggiunta di acqua e la fermentazione, come bevanda (spuma e birra).
Con la sua paglia si rivestono i tetti dei granai e altre costruzioni di terra cruda.
Da noi lo diamo da mangiare agli uccelli: buon per loro!
L’ALBERO NUTRICE
Nei mercati senegalesi, maliani, burkinabé o nigeriani, mucchi di palline molto odorose e scure, sono in vendita accanto alle spezie. Sono fatte con la farina di néré, la Parkia Biglobosa, un bell’albero della savana a foglie caduche simili a quelle della mimosa, dai frutti fra i più nutrienti. Dentro baccelli simili a quelli del carrubo, la polpa dolce è buona, ma è nei semi che si concentrano proprietà nutritive eccezionali. Una volta macinati, proteine, amminoacidi, vitamine, iodio e ferro della farina che se ne ottiene, diventano un condimento dal buon sapore ed una riserva di energia molto potente. Il néré è chiamato per questo albero nutrice e potrebbe risolvere i problemi di malnutrizione dell’Africa. Le stesse bucce sono curative contro problemi alle ossa, la polpa è lassativa, le scorze macinate possono diventare concime o servire per intonacare le case di terra cruda. E poi, come tutte le piante leguminose, arricchisce il terreno di azoto.

IL NEEM, MIGLIOR AMICO DELL’UOMO
Nella stagione asciutta, quando i colori sbiadiscono sotto il sole, non ci si aspetta di trovare il verde fresco del neem. La sua bella chioma sempreverde a forma di globo attrae sotto di sé persone e animali, salvo certi insetti. Loro sanno che l’azadirachta indica, prodigioso albero indiano che già da un secolo soccorre l’Africa li ucciderà, sia pure con grazia. Le api possono stare tranquille ma zanzare o pidocchi, afidi o tarme non gli si avvicinano. L’albero è specializzato nello sconfiggere anche i più piccoli nemici degli uomini e degli animali, perché persino certi virus, l’herpes ed i funghi della pelle ne sono debellati.
Cresce in fretta, diventa alto e vive molto a lungo, riuscendo a fermare con la sua presenza l’avanzata del deserto. Si può dire che sia la benedizione di ogni villaggio: lui che di acqua ne consuma pochissima, la distribuisce intorno a sé con le sue foglie fresche. Non chiede niente al terreno su cui cresce e lo beneficia coi minerali che cattura dalle foglie. I suoi frutti non si possono mangiare ma l’olio che se ne ottiene serve per sconfiggere chi rende più difficile la vita dei suoi coltivatori e si può bruciare per fare luce e calore. Cura le infiammazioni, la febbre, i dolori. Ogni giorno, un ramoscello masticato e strofinato sui denti li mantiene sani.
Se poi gli si da per compagnia il suo parente e connazionale Sapindus Mukorossi, che fa noci saponose da usare direttamente per il bucato, un bel po’ di problemi saranno risolti!

L’ALBERO ELEFANTE
Il gigantesco baobab di Sangha, a marzo ha già perso tutte le foglie perché il gran caldo della stagione secca fa sparire il verde un po’ dappertutto. Sembra più che mai un elefante, con i pochi rami simili a proboscidi rivolte al cielo, in cerca d’umidità. Gli stranieri, che spesso non lo conoscono se non di nome, non sospettano che in lui, tutto sia leggero, delicato e generoso, a dispetto della mole. A partire dal tronco, che non é fatto di legno massiccio, ma di fibre verticali simili a trine, tra le quali trattiene quantità d’acqua, per la sopravvivenza nella savana asciutta. Gli uomini glie le avevano strappate, scortecciandolo fin da giovane, come avviene con quasi tutti gli altri che, per questo, prendono un aspetto bizzarro, come se portassero una gonna. Forse perché la sua forma é così insolita, ben presto l’avevano lasciato stare e si erano limitati a mangiare le sue buone foglie, cotte come verdura, efficaci contro certe malattie.
Quando a Giugno arrivano le grandi piogge rivestendo di verde quello che sembra un deserto, la cittadina dei Dogon, di cui lui è il patrono, ritrova la prosperità con il lavoro dei campi. Sbocciano i suoi grossi, magnifici fiori bianchi, carnosi e profumati, appesi ai rami come lanterne, a testa in giù, alla maniera dei pipistrelli che li impollinano. Da loro vengono i frutti leggeri, pieni di una sorta di meringa bianca, con cui gli uomini fanno una piacevole bevanda spumosa e acidula, mentre dalla spremitura dei semi ottengono un olio rigenerante per la pelle.
Se si svolge una cerimonia in onore di un defunto, con le maschere tradizionali, il tuono dei tamburi arriva fino a lui. Ci sono a volte anche ospiti europei, venuti a conoscere il popolo Dogon sui quali si sono scritti tanti libri, di cui molti di quell’etnia ignorano l’esistenza. Non li leggeranno forse mai perché non tutti, ancora adesso, sanno leggere o scrivere e ascoltano a volte le storie dai cantori, di cui quel genere d’albero, in passato, diventava la tomba e il mausoleo.

LA SIGNORA ACACIA
Non è per difendere la bellezza delle sue chiome leggere e il suo bel portamento che l’acacia albida, chiamata balanzan nel Mali, ha messo le spine. E’ troppo importante per finire nello stomaco degli animali, perché, ancora più di altri alberi, sa prendere all’aria elementi chimici preziosi per la terra e fargliene dono.
Azoto, fosforo, potassio dispersi nel vento, sono catturati dalle sue foglioline leggere e portate alle radici, che le accumulano nel terreno cotto dal lungo calore implacabile, come quello di un forno.
Le sue lunghe antenne sotterranee, arrivano fino a 50 metri di profondità per cercare l’acqua, che nella stagione secca si ritira, in attesa del nuovo, fresco carico dissetante con le nuvole di Giugno. Allora, il bell’albero, si riposerà, lasciando cadere le sue foglie, al contrario degli altri che, proprio allora, se ne rivestono.
Intanto, però, la mancanza di verde ha portato le giraffe affamate, con le loro bocche a tutta prova, ad addentare i suoi ramoscelli, nonostante le spine. Per difendersi, l’acacia comincia a distillare un veleno che disgusti le assalitrici, prima che i danni diventino troppo gravi. Minuscole particelle tossiche si sollevano intanto nell’aria calda, si dilatano, galleggiano e si spostano in trasparenti nuvolette odorose, fino a raggiungere le vicine. Insieme alla linfa scendono nelle radici, arrivano ai filamenti sensibili come nervi, portano veloci l’allarme ai fili intrecciati delle compagne, perché subito si mettano all’opera nello stesso modo. Il messaggio passa veloce da un albero all’altro e, finalmente, le giraffe disgustate si allontanano.
Per ritardare al massimo l'effetto del messaggio odoroso, di cui questi animali sono consapevoli, per mangiare le foglie iniziano da una posizione sottovento. Nonostante questo, l’acacia potrà ancora vivere a lungo vicino al gran fiume Niger, che viaggia per un bel pezzo d’Africa, anche lui verde e assottigliato dal gran caldo.
Sembrano non fare niente, calmi come sono, invece lavorano con la lentezza necessaria a non sprecare tempo, uniti da un’uguale, unica vita.

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