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PRIMA DI PRESENTARE GLI ALBERI, VORREI SOTTOLINEARE L’IMPORTANZA DELLE MODESTE PIANTE CHE SONO I CEREALI, SENZA I QUALI L’UMANITA’ NON SI SAREBBE POTUTA SVILUPPARE.
CIASCUNA TERRA OFFRE QUELLO PIU’ GIUSTO PER IL CLIMA E PER IL TERRENO IN CUI VIVE
L'UOMO DI MAIS
Il cereale endemico delle Americhe, coltivato nelle sue numerosissime varietà e formati, è sempre stato un alimento fondamentale per le popolazioni di questo continente. La sua importanza è tale che la creazione dell’uomo, nella loro cultura, si dice avvenuta da parte degli dei con pasta di mais.
Ancor oggi le tortillas, crespelle di farina e acqua molto asciutte, sono consumate in grande quantità per accompagnare ogni sorta di altri alimenti, come da noi avviene col pane. E’ un ottimo alimento, che giova in particolare ai reni e alla vescica. In passato, quando in Europa i poveri mangiavano quasi solo polenta di mais, morivano di pellagra, a causa della mancanza di certi elementi nutritivi che lo stomaco non riusciva ad assimilare. Sarebbe bastato informarsi presso i nativi delle Americhe per sapere che, all'acqua di cottura di questo cereale, va aggiunta un poco di soluzione alcalina, come il bicarbonato.
Da noi è stato importato dopo che Cristoforo Colombo è arrivato nelle terre dalle quali avremmo poi avuto patate, pomodori, peperoni e molti altri alimenti che sono stati assimilati così bene da essere spesso creduti di origine europea.
L’ALBERO DEL LATTE, DEL PANE E DELLE CIOTOLE
Ai tropici, crescono alberi tanto straordinari da alimentare corpo e mente. I racconti inverosimili che arrivavano in Europa, dai primi esploratori delle Americhe, erano forse ritenuti probabili dagli stessi narratori, dopo aver visto tante meraviglie. Chi aveva già potuto conoscere la famiglia a cui appartengono i nostri fichi, fra i più sorprendenti per le radici, per le relazioni sessuali, per i fiori e per il latice, sarà rimasto meno sorpreso nello scoprire che uno di loro dà addirittura abbondante e squisito latte. E’ il Brosimum utile, chiamato Palo de Vaca nei Paesi dove cresce, dal Costa Rica in giù. Per alcuni mesi all’anno, al mattino, incidendo la corteccia dell’albero si raccoglie il liquido che si può bere subito o, addirittura farne formaggio, dopo averlo lasciato all’aria per qualche giorno.

Se è possibile trovare un albero da latte, ce ne deve essere uno che abbia delle tazze per metterlo. E’ la la Crescentia Cuijete i cui frutti, grandi come pompelmi e con una scorza tanto dura che, una volta tagliati e svuotati della polpa non commestibile, diventano ottime ciotole, dette jicara. Se si lasciano crescere, diventano grandi come zuppiere, usate anche come cassa di risonanza per strumenti musicali. L’albero c’è anche in Africa dove è chiamato calebassier e la calebasse è usata per la kora e lo xilofono, strumenti musicali tradizionali.

A questo punto basta trovare l’albero del pane, il celebre Artocarpos Communis per importare il quale, il celebre capitano Bligh era andato fino a Thaiti e aveva fatto tanto da provocare l’ammutinamento della sua nave, il Bounty. L’albero del pane si trova anche in America Latina e per otto mesi l’anno i suoi frutti, grossi come meloncini, prima di essere completamente maturi hanno una polpa bianca ed un po’ farinosa. Cotti al forno, sono simili al pane e se ne può fare una pasta fermentata che si conserva a lungo, da usare quando l’albero non ha più frutti. I noccioli sono come castagne, buone da mangiare. Con la corteccia interna si confezionano stoffe per abiti, le foglie servono come stuoie e gli amenti secchi come esca. Il succo lattiginoso che cola dalla pianta, in questo caso serve da colla.

Per trovare l’albero del burro bisogna invece andare in Africa, dove c’è il karité, dal nome scientifico di Vitellaria paradoxa.

La preziosa acqua diventa dolce linfa sotto la protezione della sua pelle cerata, del più raffinato grigio/verde argentato. Gli uomini la prendono dal suo germoglio e la bevono fresca, come aguamiel o la fanno fermentare per ottenerne il pulque e la distillano come mezcal, la loro grappa.
Ha vissuto là tanti anni, assumendo l’aspetto di un re e ormai sta per portare a compimento ciò che coronerà degnamente la sua vita, vicina alla fine, proprio nel momento più glorioso della sua bellezza. Ha già eretto verso il cielo il vigoroso fusto alto diversi metri, che pare una grossa treccia, ma ancora di più sembra un pene slanciato che si spinge quanto più in alto possibile nel cielo. Quello che pare un glande turgido è il culmine del fiore che ben presto si aprirà, prima di far cessare di colpo la vita del Maguey, come un bel giovane che muore nell’amplesso, emettendo il seme per la continuazione della vita. Di lui, gli uomini utilizzano le fibre per farne stuoie e cordami, le spine come aghi per cucire, la polpa per guarire gravi lesioni. Gli spagnoli, ammirati dalla sua nobiltà, ne hanno importato la specie in Europa, dove il clima non permette di raggiungere lo splendore che ha in Messico, ma il nome con cui lo conosciamo noi, Agave, che viene dal greco, gli rende onore, perché significa “meraviglioso”.
IL CIPRESSO DI MONTEZUMA

In una delle città messicane dall’atmosfera quasi siciliana e il nome seducente nell’antica lingua locale, vive l’albero dalla circonferenza più ampia che si conosca: il tule. 58 metri per girargli intorno e 42 per arrivare alla sommità della cattedrale naturale accanto a cui la graziosa chiesetta ben più giovane sembra un giocattolo.
A Oaxaca si producono oggetti di latta colorata e specchi dalle cornici dello stesso materiale argentato e lavorato preziosamente: teneri pezzi di immaginazione di gente che da almeno 2000 anni ha visto espandersi il corpo e la criniera del sempreverde cipresso di Montezuma. Una creatura capace di essere un intero bosco di incantesimi per i bambini cresciuti in quel luogo arido e caldo che un tempo doveva essere stato una palude, come rivela il nome zapoteco dell’albero.
Il potentissimo signore, da tanto tempo l’acqua se la va a cercare nelle profondità più lontane, dove si è ritirata a forza di essere malamente sfruttata dagli uomini. Qualche anno fa, tuttavia, le sue profonde radici non ce l’hanno fatta più a trovare le vene umide della terra: l’acqua sembrava essersi ritirata per sempre. I lunghi filamenti sensibili, che nei secoli avevano percorso per centinaia di metri lo spazio sotterraneo, cucendo i granelli di terreno uno all’altro fino a farne un immenso materasso, non ce la facevano più. La loro grande sensibilità li avvertiva che, molto lontano, avrebbero trovato ciò che cercavano, ma le forze stavano diminuendo a causa delle privazioni ed il viaggio davanti a loro era lungo. La poca acqua che mandavano alle foglie, perché potessero continuare a prodursi il cibo, era sempre più scarsa. Così, le foglioline sempreverdi avevano cominciato a seccare. Solo allora, gli uomini si sono accorti che era tempo facessero qualcosa. Hanno chiamato degli esperti che, data la fama dell’albero, non si sono fatti aspettare troppo. “E’ solo sete!” avevano detto. Sembrava una sciocchezza, ma dar da bere ad un gigante simile non è impresa da poco. L’acqua, per una volta sono andati loro a cercarla. Il tule si è ripreso ed ha davanti a sé ancora tempo per stupire, mentre i resti dell’antica civiltà umana, prospera nella sua giovinezza, sono ora rovine.
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