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PSICOLOGIA PIANTE E ANIMALI TECNOLOGIA AL NATURALE ALIMENTI ARTE E CULTURA PERSONAGGI

 

  

NOTA: Molti nostri comportamenti sono simili a quelli animali, anche quando ci sembra di seguire la razionalità. Utilizziamo invece degli schemi codificati, molto efficaci e rapidi in situazioni standard ma controproducenti in casi che vi si discostano. Certi articoli che ho inserito nel settore dedicato alle piante e agli animali, sono molto utili per capire i comportamenti umani

 

Indice: Il funzionamento del cervello,    Le parole del possibile,    La tacchina e la puzzola,    Intelligenza collettiva,      Fantasia Vincente,     Calore umano,     Conflitti e gerarchie,   Cosa impedisce di migliorare,     Film e libri per capire meglio l'animo umano,    Soluzioni coraggiose ed inconsuete: Mandela ed i tribunali della riconciliazione, Boal ed il Teatro dell'Oppresso, Jodorowsky e la psicomagia, Nardone e la comunicazione strategica, Rodari e la fantasia sono nel settore PERSONAGGI.

 

 

IL FUNZIONAMENTO DEL CERVELLO

Una delle cause dei conflitti fra esseri umani e del fallimento di molti buoni progetti è l’ignoranza sul funzionamento del cervello e dunque della psiche. Conoscerli almeno a grandi linee è un primo passo verso la consapevolezza, dunque verso la comunicazione fra forze opposte e complementari. Senza comunicazione restano solo opposte e si intralciano a vicenda. Come un architetto ed un muratore che non si parlino.

Si può guardare al cervello come ad un frutto, nel modo estremamente semplificato che ho usato per la mia illustrazione. Lo stelo che lo sorregge è la parte più antica ed indispensabile alla sopravvivenza, il midollo spinale, che presiede ai movimenti indipendenti dalla volontà come il battito cardiaco. Poi viene il cervelletto, che lo aiuta. Nella parte più interna e profonda ci sono il talamo e l’amigdala, antichissimi, dove convergono le sensazioni, comuni a tutti i viventi e le emozioni, che sono la spinta primaria per l’azione. La parte più recente e superficiale del cervello è la corteccia, molto sviluppata negli esseri umani e che presiede alle attività più raffinate. Si può dire che sia il centro dell’intelligenza o della qualità della vita, perché lì arrivano gli stimoli da ogni parte del corpo e da quelle più antiche del cervello. Lì avvengono le distinzioni e le scelte ragionate.

La corteccia cerebrale è divisa in due metà che presiedono anche a ciò che avviene nelle delle due metà opposte del corpo ed ha funzioni complementari. Le distinzioni non sono nette: sottigliezze, sfumature e scambi di ruolo sono numerosi ma, in una divisione sia pur approssimativa, possiamo riconoscere una metà con funzioni di sintesi ed una con funzioni di analisi. Dato che nel valutare qualsiasi cosa c’è bisogno che entrambe collaborino, se questo non succede si commettono molti errori. Perché avvenga il coordinamento e la collaborazione occorre scioltezza ed allenamento. Ogni rigidità, da qualsiasi parte venga, è un ostacolo.

Un passo importante per il coordinamento è la conoscenza: per qualsiasi attività umana, conoscere l’argomento è di indubbio aiuto, anche se non è risolutivo. Sapere che la corteccia cerebrale, quella che si occupa della qualità della vita, è più recente e dunque meno potente ed esperta delle parti più antiche ed efficienti, legati alle sensazioni ed emozioni, è un aiuto per iniziare una migliore gestione della vita. In caso contrario, anzitutto ci sono le comunissime contraddizioni fra ciò che si dice e ciò che si fa, poi il lasciarsi trascinare dagli istinti e dalle emozioni anche nei casi in cui occorrerebbe usare la ragione. Sensazioni, sentimenti ed istinti sono utilissimi ma spesso sono male informati. La loro esperienza è fondamentale nei casi standard ma, nelle innumerevoli situazioni nuove che si presentano, hanno bisogno di essere informati, educati e guidati, in modo che prendano la strada giusta.

 

 

 

 

EMISFERI DEL CERVELLO OPPOSTI E COMPLEMENTARI

I due emisferi della corteccia cerebrale, stimolati dai sensi percepiscono il mondo e gli rispondono. L’emisfero sinistro comanda anche la parte destra del corpo, quello destro lo fa con la sinistra. Con approssimazione, possiamo definire la parte destra del cervello capace di cogliere l’insieme e quella sinistra specializzata nell’analizzare i dettagli.

Entrambe le parti sono capaci di capire le parole e parlare, ma con modalità diverse: la sinistra capisce quelle espresse in modo razionale, mentre la destra coglie quelle cantate, narrate nelle storie, espresse in modo artistico. Una persona colpita da ictus nella parte sinistra, cioè la destra del corpo, sarà incapace di parlare e capire razionalmente ma potrà cantare e comprendere le canzoni, non saprà chiedere ciò di cui ha bisogno ma saprà bestemmiare per la rabbia. Infatti l’emisfero destro del cervello è quello sensibile a ciò che tocca l’emozionalità.

Nelle persone di mente elastica, la parte emozionale e quella razionale comunicano bene fra di loro ed i conflitti fra sentimento e ragione, come fra il dire ed il fare, saranno ridotti. In quelle più rigide sarà più facile farsi trascinare dall’istinto, credendo invece di seguire la ragione. In quelle troppo deboli saranno quasi inattuabili le decisioni razionali, anche se si crede di esserne convinti.

Come sempre, è l’equilibrio fra i due opposti quello che permetterà di comportarsi in modo da poter di volta in volta decidere le cose più appropriate e dar poi seguito alle decisioni. Allo stesso modo sarà possibile distinguere fra sentimenti che derivano da oggettive sintonie o distonie, oppure quelle che derivano da impulsi profondi e nascosti.

Per riuscire a far dialogare le due parti di sé è importante cercare di lasciarle esprimere senza censure, pur tenendole sotto controllo. La repressione e la negazione, infatti, fanno rispuntare la questione in modo mascherato, che rende poi difficile riconoscerla e reindirizzarla.

Un modo molto efficace per lasciar esprimere qualcosa che si ritiene negativo consiste nel trasformarlo in atto creativo, come ad esempio nel teatro, nel canto o in altra forma simbolica. Per questo la creatività è efficace anche nelle terapie di malattie mentali gravi. E’ comunque potente quanto l’amore, perché ne condivide la natura.

 

 

 

PERCHE L’ESSERE UMANO E’ ATTRATTO DALLE NOTIZIE DI CATASTROFI, VIOLENZA E TRAGEDIA

 

L’attrazione che molti provano per le notizie di violenza in ogni sua forma, a parte le motivazioni caratteriali è dovuto anche all’istinto di sopravvivenza. Infatti, sapere dell’esistenza di un pericolo, nell’immediato è più utile rispetto a conoscere qualcosa che è andato a buon fine. Anche l’emozione che rompe la monotonia della quotidianità ha una sua attrattiva. Inoltre, ciò che è violento ha effetti immediati e visibili, mentre un evento pacifico è molto più lento e discreto.

Lasciarsi attrarre da questo, però, ha una reale utilità solo in qualche caso: ad esempio, se se viene a sapere che è in arrivo un’inondazione, un esercito nemico, una vera emergenza. In tutti gli altri casi è una perdita di tempo e di energia, che si potrebbe invece impiegare per qualcosa che serva realmente ad un miglioramento delle proprie prospettive e ad emozioni più profonde e soddisfacenti.

Chi abbia sviluppato sufficiente consapevolezza da sapersi sottrarre a stimoli non funzionali saprà distinguere di volta in volta se sia il caso o meno di prestare attenzione. Imparare a distinguere per poter scegliere è il compito della ragione che ha bisogno di tempo e di calma per analizzare le informazioni in arrivo. Tempo e calma mancano alla maggior parte delle persone con motivazioni spesso solo apparenti. Infatti, se analizzassero la reale utilità delle attività da cui sono prese, scoprirebbero che in buona parte sono superflue. E’ dunque un cerchio che ha bisogno di essere aperto. A volte sono le circostanze esterne che lo fanno, come una malattia che costringe all’immobilità e fa scoprire quanto il correre appresso a cento cose sia dovuto solo ad un condizionamento.

Ogni funzione ha una sua utilità quando è ben impiegata. La capacità di fare del male è utile nella legittima difesa così come quella di fare il bene è importante per vivere meglio. Basta sapere come e quando utilizzare una cosa o l’altra e questo è possibile nella misura in cui si diventa consapevoli. Il primo passo è conoscere come funziona l’animo umano.

 

LE PAROLE DEL POSSIBILE

Dove si parla di cultura per uno sviluppo innovativo e sostenibile, un posto importante spetterebbe alla difficile psicologia  dell’umanità, perché cultura e sviluppo sono nelle sue mani. Anche le migliori idee non possono avere successo se non trovano condivisione e le minacce di catastrofi incombenti non sono di grande aiuto per slegarsi da un modo di vivere inadeguato, da cui è difficile liberarsi con la sola buona volontà. Si ribadisce l’importanza del dialogo ma, come si faccia a realizzarlo, è spesso un enigma per chi non sia naturalmente dotato in questo senso. Si parla di tolleranza e rispetto senza sfiorare l’argomento su come favorirli con metodi non violenti e laici.

La comunicazione fra esseri umani è una delle imprese più difficili della vita, anche a causa della quasi totale ignoranza sul suo funzionamento. Appena si tocca un argomento che abbia un poco di complessità, nella maggior parte delle persone si trova resistenza non solo a capirlo, ma addirittura a volerlo conoscere. Si alzano barriere di difesa che vengono dalla parte più antica del cervello: quella degli istinti che diffidano di ogni novità in quanto possibile pericolo. Solo nella misura in cui c’è consapevolezza, coraggio e libertà avviene il contrario: la diversità e la complessità vengono allora percepite come maggiore possibilità di successo. La consapevolezza dipende dalla predisposizione quanto da un lungo allenamento all’ascolto e all’osservazione, all’autonomia e alla generosità. Presuppone la conoscenza di sé e degli altri, nel sapere riconoscere e distinguere. Raramente la gente si rende conto di agire in modo istintivo, anziché razionale e di rispondere a dinamiche di gruppo, invece di fare scelte individuali. E’ grazie a questo che si diventa vittime di truffe e inganni di ogni tipo, si commettono ingiustizie e violenze anche senza averne l’intenzione.

 

SOLUZIONI CREATIVE

Un modo tra i più creativi per ottenere buoni risultati, soprattutto dove la violenza privata e pubblica era molto forte, è stato sviluppato dal direttore di teatro Augusto Boal in Brasile, circa 40 anni fa con il Teatro dell’Oppresso, arrivato poi anche in Europa. Attento meno all’aspetto artistico che a quello sociale, prevede per il pubblico la possibilità di intervenire nell’azione scenica. Infatti attraverso la “prova” di come risolvere i problemi causati dai propri lati oscuri, si arriva più facilmente a sperimentare come farlo nella realtà. Dalla violenza fisica a quella psicologica, l’oppresso e l’oppressore possono così riuscire ad indebolire l’invisibile catena che li tiene legati.

Alejandro Jodorowsky, scrittore, attore e regista di origine russa e nato in Cile ha dato forma, invece, alla “psicomagia”, espediente molto efficace e teatrale per intervenire positivamente nei drammi su cui la ragione non ha potere. Anche in questo caso la finzione, pur riconosciuta come tale, agisce sulla realtà interiore più di qualsiasi “oggettività”. Attraverso l’esercizio di azioni adatte a comunicare con quel lato di noi stessi che è come si trovasse al di là di un vetro, si arriva ad una maggiore serenità e ad un conseguente miglior rapporto con il mondo.

C’è poi è la terapia strategica per cui Giorgio Nardone e Paul Watzlawick hanno creato ad Arezzo il centro omonimo. Dalla rapida terapia per i casi acuti si passa al dialogo strategico per tutti, semplice nei principi ma che richiede parecchio esercizio nell’applicazione della tecnica. Il merito di Giorgio Nardone è di aver spiegato il metodo con chiarezza nei suoi libri. Si basa su un principio all’opposto di quello con cui si viene allevati e da cui siamo continuamente circondati e bersagliati; inizialmente sembra impossibile riuscirci. Tuttavia, se si vuole trovare un’intesa con l’interlocutore, occorre saperlo dapprima seguire nella sua logica, (qualunque sia) per arrivare insieme a conclusioni soddisfacenti per entrambi. Senza un vincitore ed un perdente, dunque, e di conseguenza senza la quasi inevitabile ritorsione, magari inconsapevole. Il prof. Nardone, fa conoscere diverse varianti per le più diverse applicazioni, ma il principio è quello usato fino dall’antichità ed in tutte le culture ai fini della persuasione.

L’approfondimento dell’aspetto empatico del metodo, che ha analogie con il dialogo strategico e la programmazione neo-linguistica, lo presenta il prof. Marshall B. Rosenberg, direttore dei servizi educativi del Center for Nonviolent Communication. Nei suoi libri insegna come trasformare la conflittualità provocata dai giudizi, (in cui siamo immersi) in espressione di sentimenti, bisogni e richieste.. La trasformazione delle parole trascina quella dei pensieri e dei sentimenti, intervenendo gradualmente sullo stile di vita.

Senza bisogno di anni di analisi, di costosi e complicati sistemi, si può usare con profitto la creatività, verbale o di qualsiasi altro genere, gratuita, non inquinante e presente in tutti, sia pure in misura diversa.  Anche quando sia riconosciuta come grande risorsa, pochi ne comprendono i meccanismi e, di conseguenza, non le vengono concessi i mezzi necessari al suo sviluppo: tempo, anzitutto. Proprio la cosa che manca di più nei paesi ricchi, dove invece avrebbe i mezzi per essere messo a frutto. Attenzione e concentrazione, altro bene che si dilegua nel correre dietro a cose di cui si potrebbe fare a meno.

Ma da qualche parte bisogna pur cominciare...

 

leoni a Todi

 

LA TACCHINA E LA PUZZOLA

Questo è il racconto di un esperimento fatto molti anni fa per verificare le priorità che hanno certi segnali nella percezione degli animali. Il loro funzionamento è lo stesso per gli esseri umani. Solo attraverso la consapevolezza è possibile sfuggire a comportamenti codificati, utili nei casi standard ma spesso contro-producenti in situazioni diverse. Le truffe, in particolare, hanno effetto proprio sfruttando i comportamenti istintivi.

 

Una tacchina aveva avuto da poco la soddisfazione di veder uscire dalle sue uova tutti i pulcini. Cominciavano già a becchettare e lei li seguiva nel cortile,  accorrendo in soccorso di chi faceva sentire con più forza il suo pigolio. Solo uno, più debole, stava zitto e restava in disparte. Lei aveva finito con l’aggredirlo, non perché fosse una cattiva madre, ma perché il suo comportamento seguiva quello delle sue antenate, quando milioni di anni prima vivevano libere e dovevano essere sempre attente ai pericoli della vita selvatica. Anche se lei viveva in un pollaio, ben protetta dal suo padrone, continuava ad essere spinta da un istinto che, dato il grande cambiamento delle condizioni di vita, oramai non avrebbe più motivo di essere.

Il padrone della tacchina, che era uno studioso, lo sapeva bene: aveva osservato sempre gli animali ed anche gli uomini, scoprendo quanto si assomigliassero nei comportamenti pur credendosi, invece, sempre superiori. Basano l’orgoglio della parola “umanità” sulla coscienza e la protezione dei più deboli, senza far caso a quanto, con i fatti, contraddicano molto spesso questo ideale. Come gli animali, fanno fatica a distinguere e scegliere fra diversi segnali in contrasto e spesso seguono impulsi antichi, anche quando non sono adeguati alla situazione.

Lo studioso voleva fare un esperimento in proposito con la tacchina, che riconosce con la vista ciò che ha intorno ma l’udito, in certi casi, prende un’importanza molto più grande. Ci sono buone ragioni per questo, perché nel buio o nella confusione i suoi pulcini li  trova ben più facilmente seguendo il loro richiamo che cercando di vederli.  L’uomo si era procurato una puzzola impagliata. Lei forse non ne aveva mai vista una prima di quel momento ma, quando le era stata davanti, riconoscendo nella forma pelosa il pericolo, aveva cercato di aggredirla a beccate.

Lo sperimentatore glie l’aveva tolta dintorno e, registrato il pigolio del pulcino più vivace, lo aveva inserito in un piccolo apparecchio dentro la  puzzola impagliata. Quindi glie l’aveva avvicinata nuovamente. La tacchina, sentendo la nemica fare cip cip era rimasta interdetta; poi, non più aggressiva, dopo aver ascoltato per un poco si era fatta benevola. Sembrava che l’aspetto della cacciatrice fosse cancellato dal suono familiare, più netto, più antico, meglio inciso nella sua memoria di difesa, al punto da annullare l’avvertimento della vista. L’aveva addirittura presa sotto la sua ala, senza far caso alla gigantesca differenza fra i suoi piccoli e quella che, di loro, aveva solo la voce.

La tacchina, aggressiva verso tutti quelli che si avvicinano ai suoi piccoli come possibile pericolo, non li distingue con la vista, che pure funziona, ma con l’udito che il suo antico sistema di difesa ha reso per lei molto più importante quando diventa madre. I messaggi contraddittori dei sensi li risolve dando ragione al più forte, invece che al più utile per l’occasione. Così funziona l’istinto, profondo come il solco che lasciano le ruote su una strada di terra. Così avviene anche negli esseri umani. Solo se prendono il tempo per riflettere, conoscere e distinguere, evitano di comportarsi allo stesso modo.

 

 

puzzola

 

 

INTELLIGENZA COLLETTIVA

L’intelligenza individuale è molto importante, ma il suo sviluppo ha bisogno del contributo di altri. La natura con tutte le sue creature vegetali e animali, quanto gli esseri umani, nutrono la mente di ciascuno di noi, mostrandosi in azione.

Raramente, purtroppo, gli uomini sono disposti a condividere il loro patrimonio di conoscenza o ad accogliere quello altrui. Perdono, in questo modo, una possibilità di accrescerlo e di moltiplicare le proprie possibilità di riuscita nel raggiungimento dei propri obbiettivi. Se da una parte questo atteggiamento ha una sua giustificazione nel cattivo uso che altri fanno dei nostri sforzi, vale la pena di essere generosi, scegliendo magari con attenzione i destinatari, per poter accrescere l’energia dei nostri pensieri e del nostro coraggio. Il risultato di un lavoro collettivo ben fatto, è molto superiore alla somma dei singoli interventi, anche perché non deve sprecare energie nella difesa dagli attacchi.

Anche il semplice esprimere ad un’altra persona un’idea, permette di renderla più chiara a noi stessi, senza che l’altro debba pronunciarsi. Se invece, l’interlocutore fa un commento appropriato, ecco che possiamo fare un passo avanti, molto prima di quanto avverrebbe se ci dovessimo arrivare da soli. A volte anche un commento banale serve, perché ci fa capire come la nostra idea viene recepita e ci permette di adeguarla alle necessità.

Allargando questo principio a più persone, in molte aziende da anni si fa il “brain storming” che significa “far scoccare lampi di genio”. Ci si riunisce intorno ad una questione da risolvere e tutti esprimono i loro punti di vista in piena libertà, senza nessuna censura. Infatti, anche un’idea strampalata può avere in sé qualcosa di buono. Si continua così, prendendo nota dei vari suggerimenti che, man mano, si arricchiscono degli spunti forniti da tutti. Ecco che, in un tempo relativamente breve, sfruttando l’energia collettiva si arriva ad una o più conclusioni adeguate. Coltivare riccamente la propria intelligenza permette di non aver paura se qualcuno ci ruba qualche idea. Chi ha sviluppato le proprie capacità non teme il furto di qualche spicciolo.

E’ importante avere ben chiari gli scopi da raggiungere: spesso, per puntiglio, vengono fatti naufragare i migliori progetti, così che per soddisfare uno scopo che vale 1 si perde un obbiettivo che vale 100. Superare le piccinerie che affossano i più bei sogni è possibile quando si allargano le proprie vedute, conoscendo altri mondi, altri modi di vivere. In particolare quello della natura, lungimirante e generosa, che pur avendo delle inevitabili crudeltà, sono molto inferiori a quelle dell’uomo. Spesso è pronto a soccorrere chi sta soccombendo, ma farà di tutto per portarlo a quel punto di disperazione in cui la persona avrà bisogno di aiuto.

 interventi umani su carpine e pietra, in Friuli

 

 

FANTASIA VINCENTE

Pare un sogno che un sindaco, per di più di una grande e difficile città come Bogotà, capitale della Colombia, si sia fatto ricordare per aver dato un concreto sollievo ai gravi problemi locali, grazie alla sua creatività umoristica. Antanas Mockus Sivikas, di origine lituana, oltre ad aver fatto innovazioni concrete, infatti, ha cambiato il modo di comunicare puntando sull’accrescimento dell’autostima delle persone e sul loro bisogno di alleggerire il peso della vita. Una bella risata o un bel pianto liberatorio hanno la capacità di smuovere i macigni più duri. Così, dopo aver costruito una grande rete di piste ciclabili ed aver potenziato notevolmente i mezzi pubblici, il sindaco ha ridotto notevolmente l’indisciplina degli automobilisti grazie all’intervento di 420 clowns ai semafori. Là dove si concentravano gli incidenti e le aggressioni, invece di severi vigili ha messo dei buffi giovanotti che mimavano sdegno o contentezza, mettendo in ridicolo o gratificando gli autisti, a seconda dei casi. Dove l’intimidazione aveva fallito, trionfava la risata.

In una manifestazione contro la criminalità, ha sfilato portando un giubbetto anti-proiettile con un buco a forma di cuore sul petto. Mettendo l’educazione e l’esempio al centro del suo progetto, in un periodo di siccità si è fatto filmare mentre faceva la doccia al risparmio. Infatti, quando si insaponava e si strofinava, teneva chiusa l’acqua, aprendola solo quando era davvero necessario. Ha dato ai cittadini il modo di esprimersi a favore o contro il comportamento dei loro simili in modo pacifico, con dei cartellini di colori diversi. Questo ha permesso loro di evitare atteggiamenti aggressivi, pur potendo manifestare disapprovazione.

Per premiare i meritevoli anche fatto identificare i tassisti migliori, creando i CAVALIERI DELLA ZEBRA.

Matematico e filosofo, figlio di un artista, ha inteso guidare educando la sua classe di sei milioni e mezzo di abitanti. Tutto questo mentre provvedeva a molte azioni concrete. Dopo ben due mandati come sindaco si è candidato a presidente della repubblica, ma ancora non ce l’ha fatta. Speriamo avvenga la prossima volta.

 

Antanas Mockus (foto da El Tiempo)

 

 

FONTE PRIMARIA DI ENERGIA: CALORE UMANO

Anche i più sinceramente impegnati nei progetti umanitari dimenticano spesso che il primo fattore di reale successo risiede nella qualità dei rapporti umani. Tutti presi dagli impegni, spesso respingono senza nemmeno rendersene conto, persone e idee esterne alla loro cerchia e al loro sistema. Nemmeno uno sguardo a chi incrociano per la strada e solo cortesia di natura professionale nella maggior parte degli altri casi, sono un sistema per difendersi dall’eccessiva pressione di persone e cose. Questo potrebbe essere irrilevante se non fosse ripetuto da un gran numero di persone che, in questo modo, finiscono col creare un clima generalizzato di freddezza e di rifiuto sociale. E’ così che si abbassa la qualità della vita, danneggiando con una mano ciò che si sta costruendo con l’altra. E’ buona cosa difendersi, ma facendo le opportune distinzioni. Distinguere e selezionare ciò che vale davvero la pena, dal resto, permette di eliminare una quantità notevole di pesi inutili e di trovare tempo per sé, oltre che per gli imprevisti meritevoli di attenzione. Questo è un lavoro profondo e lungo, che può essere iniziato con piccole azioni per poi estendersi man mano che si acquista la capacità.

Buona parte dei problemi psicologici e delle conseguenti malattie fisiche, sarebbero evitate semplicemente lasciando fluire il calore della propria umanità attraverso piccolissimi gesti che possono dar voglia ad altri di ripeterli ed estenderli fino a cambiare il clima sociale in modo significativo. Questo è possibile, però, se ci si ferma a pensare, a riflettere su ciò che è davvero buono per noi, in modo da eliminare il superfluo. Si potrà così iniziare pian piano ad essere di nuovo liberi e disponibili per attività e persone che corrispondano davvero a ciò di cui abbiamo necessità.

Una buona occasione per cominciare lo offre il MOVIMENTO ABBRACCI GRATIS, che organizza periodicamente nelle piazze cittadine la semplice elargizione di questo gesto significativo. L’idea è nata in Australia, a Sidney nel 2004, quando Juan Mann, desideroso di un po’ di affetto disinteressato, si è proposto per strada come donatore di abbracci. L’iniziativa si è diffusa fino ad arrivare in Italia dove, per questo tipo di semplice e gratificante tipo di effusione pubblica si possono organizzare eventi in qualsiasi periodo dell’anno, come una scintilla che inneschi altre occasioni per sciogliere la freddezza dei rapporti umani.

Un sostenitore di questa iniziativa e altre di sua invenzione è Jacopo Fo, che da molti anni ha creato in Umbria un centro di promozione per tutto ciò che fa bene all’umanità: vita a contatto con la natura, sviluppo di iniziative ecologiche, diffusione di pratiche a sostegno della vita interiore più soddisfacente possibile. Dimostrando grande generosità ed ampie vedute, Jacopo ha creato un sito in cui tratta con umorismo questi temi che sono approfonditi negli spettacoli e nei libri.

Un soggetto che ben pochi sanno proporre con il suo spirito è il sesso, argomento che varrebbe la pena di trattare con ampiezza e frequenza. Ha fondato la libera UNIVERSITA’ DI ALCATRAZ dove si impara ciò che è ben raro apprendere altrove.

Chi vuole può ricevere giornalmente nella sua posta la newsletter di Jacopo, piena di informazioni e spunti interessanti.

 

www.abbraccigratis.it  www.jacopofo.com

 

 

CONFLITTI E GERARCHIE

 

LA GERARCHIA NELLE SOCIETA’ ANIMALI

Presso tutti gli animali sociali c’è una gerarchia nei ruoli, così che i compiti necessari al buon funzionamento della comunità siano svolti da individui adatti, in modo rapido ed efficiente. Le api appena nate hanno certi compiti e, man mano che invecchiano e si specializzano, passano attraverso tutte le attività. Qualsiasi problema viene risolto rapidamente perché ciascun’ape fa spontaneamente ciò che corrisponde al suo compito del momento. Non ci sono ordini ma, in un certo senso, una consapevolezza fisica del bene comune, che non viene mai meno. La gerarchia non è un pretesto per la prevaricazione ed il potere, ma solo una distribuzione funzionale delle mansioni, corrispondente a condizioni fisiche adatte.

Quando c’è bisogno di un intervento eccezionale, appena l’ape regina ne avverte la necessità emette un odore, i feromoni, che fanno parte del modo di esprimersi per animali e vegetali. Ad esempio, quando è il momento di dividere il gruppo a causa del sovraffollamento, la regina che di solito non esce all’aperto, dopo aver emanato un particolare aroma  vola fuori, seguita da un certo numero di operaie e raggiunge un albero prescelto. Da lì le esploratrici si impegnano a trovare un nuovo alveare. Tutto con grande ordine.

Se non ci fosse una gerarchia tutto questo sarebbe impossibile. Ogni individuo sa riconoscere il ruolo di un altro da segni esterni come l’odore, la forma, il comportamento.

 

ISTINTO E COSCIENZA

Anche l’essere umano ha profondamente radicato in sé il senso gerarchico, che continua ad agire in lui ed ha, in certi casi, ottime ragioni di esistere. Tuttavia, l’uomo è molto più complesso, più ambizioso, più resistente e più longevo di altri animali. Non accontentandosi di una situazione relativamente statica, ha avuto bisogno di poter affrontare le novità per ampliare le sue possibilità di vita e benessere. Per poterlo fare è stato necessario sviluppare una funzione che gli permettesse di valutare di volta in volta ciò che non è previsto nella lunga esperienza del suo istinto. E’ la coscienza. E’ piuttosto lenta, perché deve esaminare moltissimi elementi sconosciuti. Questo richiede tempo, energia e fatica.

Nell’istinto, ogni novità è considerata come potenziale pericolo e la reazione, come negli animali, può essere la fuga o l’aggressione. Naturalmente, in questo modo ci si perdono infinite occasioni, perché spesso il nuovo non è pericoloso ma, anzi, piacevole ed utile. Questo riconoscimento richiede coraggio, capacità di valutazione e di scelta. Richiede anche il superamento di forti resistenze dovute a cattive esperienze passate, al carattere, all’educazione. Un lavoro impegnativo.

L’uomo, però, ben raramente si rende conto di quando è l’istinto a reagire e quando la coscienza. Per esempio, la repulsione per un cibo può essere dovuta ad un suo effettivo pericolo o invece a un rifiuto che viene da molto lontano, nella mente. Ancora più complessa è la reazione nei confronti delle persone. Se qualcuno ci mette a disagio, può essere perché effettivamente qualcosa in lui è fastidioso o nocivo per noi, oppure solo perché tocca un nostro punto debole, anche in modo del tutto indiretto. Ad esempio, il senso di inadeguatezza e disparità che le persone provano nei confronti di altre e che diventa invidia, rivalità, odio, con i conseguenti conflitti.

Qui entra in gioco la gerarchia. Infatti, mentre è facile adattarsi senza problemi ad un ruolo inferiore rispetto a qualcuno che è riconoscibile da segni esterni come gerarchicamente superiore, non lo è quando queste apparenze non sono chiaramente identificabili o sono contraddittorie.

 

GERARCHIE UMANE

Grosso modo, la gerarchia umana dell’epoca attuale è ancora così:

-         al vertice sta un uomo molto ricco e potente, circondato da altri appena al di sotto di lui. Ricchezza e potere sono universalmente riconosciuti come autorità, perché rappresentano cibo e sicurezza.

-         La donna legata da parentela legale all’uomo ricco e potente ha una certa autorevolezza, pur essendogli inferiore. Madre, moglie, figlia. Se, però, questa stessa donna scioglie il suo legame, immediatamente decade dal suo ruolo. La morte o la separazione del figlio, del marito, del padre, se non è rimpiazzata da un altro uomo dello stesso livello, abbassa molto la posizione della donna che, al di fuori dei suoi ruoli tradizionali, non ha ancora il valore che le spetterebbe.

-         Ci sono le categorie nella finanza, nella politica, nella cultura, molto potenti. I titoli onorifici, accompagnati da adeguata posizione economica, sono rispettati. Che poi chi ha questi titoli non sia affatto capace, ma li abbia ottenuti nei modi più vili, non conta. La gerarchia, quando non ci sia sufficiente consapevolezza, viene riconosciuta nei segni esteriori e non nella sostanza.

-         La professione stabilisce un altro tipo di gerarchia. La donna ha ancora un ruolo più basso rispetto ad un uomo con identiche caratteristiche. L’essere comunque all’interno di un sistema importante trasferisce sui singoli individui parte del suo potere.

-         Inoltre, il comportamento di gruppo ha valore molto più forte di quello individuale.

Si riconoscono i diversi livelli della gerarchia sociale dalle proprietà possedute, dalla fama, dal potere dall’abbigliamento. Molto importanti sono anche il tono di voce ed i gesti, oltre ad un qualcosa di indefinibile che fa riconoscere la forza o la debolezza. Spesso, però, questo esprime solo una parte della realtà, perché in ogni elemento ed in ogni essere vivente ci sono rapporti e proporzioni mobili, di difficile valutazione. Inoltre, chi osserva e valuta è a sua volta complesso e condizionato dalle proprie capacità di comprensione. E' per questo che le truffe, gli inganni ed i tradimenti hanno tanto successo.

 

LE CONTRADDIZIONI

Parallelamente a questo tipo di gerarchia ce n’è una nuova, che si è andata affermando man mano che l’uomo si è civilizzato: è quella basata sui valori interiori: intelligenza, onestà, coraggio, generosità, cultura, creatività.

Per i valori interiori è lo stile di vita, le azioni che si compiono, il comportamento, lo sguardo, la voce a farli risaltare.

Quando i segni di riconoscimento sono in contrasto, vale a dire che ad una persona intelligente, coraggiosa, onesta e colta non corrispondono fama, onori e soldi, di solito nasce un serio imbarazzo.

Alla fine prevale il segnale più forte per il tipo di consapevolezza che si possiede. Questo sarà capace di cancellare gli altri. Perciò, pur esprimendo inizialmente ammirazione per qualcuno che ha doti interiori, facilmente lo si emarginerà, spesso inconsapevolmente, a favore di chi brilla nella sfera puramente materiale o di successo. Oppure si preferirà qualcuno inferiore o pari a sé, in modo da non sentirsi inadeguati nel confronto. La disparità di condizione crea conflitti.

Dunque, pur ammirando l’intelligenza molti preferiscono la furbizia, mentre la nobiltà d’animo tanto decantata a parole, viene accantonata a favore della prevaricazione. Oppure si difendono i principi etici quando non ci toccano direttamente, tornando a reazioni trogloditiche appena siamo coinvolti in prima persona. Spesso, ad un rapporto paritario si preferisce uno in cui c'è gerarchia, anche se spiacevole, perché l'autonomia del rapporto paritario comporta responsabilità, impegno, attenzione.

Questo perché la coscienza ha bisogno di tempo, di calma, di grande capacità nel distinguere le cose. Tutte azioni molto difficili, soprattutto quando viene toccato un punto dolente del nostro carattere, del nostro passato o del presente.

 

L’IMITAZIONE DEL VINCENTE ED IL COMPORTAMENTO DI GRUPPO

Qui agisce ancora la gerarchia. Infatti, la grande rincorsa a tante attività, il sovraccarico di impegni, il desiderio di tanti beni materiali, che tolgono tempo ed impediscono la riflessione tranquilla, sono spesso un’imitazione dei modelli ritenuti superiori e spesso non corrispondono a reali necessità individuali. Sono però anche frutto dell’incapacità di distinguere e di organizzare da soli, dunque di dare una gerarchia alle proprie necessità per non disperdere le energie ed il tempo in cose di scarsa soddisfazione.

A questo punto intervengono anche i comportamenti di gruppo. Quando la maggioranza fa una cosa, istintivamente si è portati a ritenere giusta quella cosa, anche se non è affatto così. Un gruppo o una folla hanno una forza ben superiore a quella del singolo e anche questo conta. Valutare per conto proprio è faticoso e anche pericoloso, perché la moltitudine potrebbe schiacciare chi va in senso contrario. Dunque, nei comportamenti sociali si sommano due gerarchie: quella di chi detiene effettivamente il potere e quella del gruppo.

Il sovraccarico di impegni da cui è afflitta l’umanità, spesso è solo imitazione negli stili di vita di chi ha più potere, più soldi, più cose. Una persona qualunque si sente più vicina ai potenti anche avendo in comune solo lo stress.

Se dunque si è circondati da modelli di vita incoerenti, ben difficilmente si dà retta ai pochissimi che ne propongono altri, sia pure più piacevoli e meno costosi, nel caso in cui siano meno popolari.

 

CONTRADDIZIONI NELLE CONTRADDIZIONI

Tra quelli che, invece, si schierano per i valori interiori, molti continuano a seguire il tipo di gerarchia dei valori materiali, come se l’energia nell’andare contro-corrente si esaurisse tutta nella prima distinzione. Ecco perché si riproducono sistemi di prevaricazione anche presso gruppi che dichiarano intenti umanitari ed etici. Tra singole persone, la gerarchia continua a contare: ci si può rallegrare per la fortuna di chi è famoso, dunque riconosciuto di livello socialmente elevato e verso cui si tende, mentre si sente malevolenza per la stessa fortuna capitata ad una persona che si ritiene di pari condizione o addirittura inferiore. Con inferiore, a livello istintivo si intende chi è lontano da successo, potere, alleanze, protezioni, amicizie. Una persona sola è sospetta sempre, anche se questo può significare semplicemente che le circostanze e il rifiuto delle ipocrisie abbiano provocato una simile condizione.

Amicizie, protezioni, amore, non hanno niente a che vedere con la nobiltà d’animo, l’onestà, l’intelligenza ed il coraggio. Anzi, spesso sono i peggiori ad essere i più amati e seguiti. Innanzitutto perché di solito sono più ricchi e potenti, poi perché il seguirli non comporta la fatica di distinguere, selezionare, scegliere. Inoltre, non si rischia di sentirsi inferiori a chi ha un comportamento disdicevole, mentre questo avviene nei confronti di chi ha fatto scelte etiche, difficili da imitare.

 

LE CONTRADDIZIONI PIU’ PROFONDE

Anche quando si fanno azioni meritevoli, tuttavia, anziché usare i criteri più rispettosi ed adeguati, spesso si impiegano quelli che fanno sentire superiori.

Qui l’argomento si fa davvero delicato. Infatti, chi non è riuscito a raggiungere un livello elevato con i propri meriti, cerca di farlo sminuendo quelli altrui. Questo può avvenire con la calunnia, con il sabotaggio, ma anche con la beneficenza. Dare, spesso non è dovuto solo al desiderio di aiutare, ma è mescolato al bisogno di sentirsi uno o più gradini più in alto rispetto al beneficiato, oltre allo scaricarsi facilmente la coscienza.

Spesso certe persone sono premurose e disponibili verso chi è in condizioni di estremo disagio, tuttavia faranno di tutto per osteggiare (magari subdolamente) questa stessa persona quando avrà riacquistato autonomia. Oppure sono molto generose ma facendo in modo da evidenziare la propria superiorità. Altre offriranno il loro aiuto ma in modo sciatto, dando gli scarti, facendo le cose in modo approssimativo, dato che ritengono sufficiente il solo fatto di fare qualcosa per gli altri ed in realtà producendo un danno. Anche nel volontariato, spesso si mescolano comportamenti davvero generosi con quelli micragnosi.

 

L’IMPORTANZA DEI COMPORTAMENTI INNATI

Come in tutte le cose, è il modo in cui viene trattato un soggetto a dargli un valore positivo o negativo. I comportamenti istintivi sono indispensabili anche nelle scelte consapevoli. Infatti, l’istinto è molto spesso di grande aiuto, purché si sappia distinguere quando è il caso di lasciarlo fare e quando no. Comunque occorre un equilibrio fra aspetti opposti, per una soluzione ottimale.

Il giorno inaridirebbe la terra senza la notte. La notte la farebbe marcire senza il giorno.

E’ dunque importante saper riconoscere le forze opposte per poter dar loro poi il giusto spazio. Questa è una questione di consapevolezza e di esercizio.

 

SODDISFARE LE VERE NECESSITA’

Saper distinguere di cosa abbiamo davvero bisogno, cosa desideriamo davvero è il primo passo per potere poi soddisfare questo bisogno. Se ci si riesce, cessa l’impulso di rubare ad altri ciò che non si sa costruire da soli. Per molti è difficile capire ciò che realmente desiderano ma individuare chiaramente i propri obbiettivi e poi realizzarli è il più forte deterrente per la violenza, la prevaricazione, lo sfruttamento e la discriminazione. Infatti sono l’insoddisfazione, la paura, la rabbia a rendere malevoli gli uomini, a meno che non abbiano vere e proprie malattie della personalità. Chi è profondamente soddisfatto è anche ben disposto verso le altre persone e forme di vita.

 

RISPETTO DI SE’ E RISPETTO DEGLI ALTRI

Il rispetto per le altre persone e per l’ambiente dipende dal rispetto che si ha per sé stessi. Dunque, la prima cosa da fare per risolvere i problemi esterni è occuparsi contemporaneamente di quelli interiori, salvo urgenze immediate. Conoscere sé stessi, con i propri punti di forza e di debolezza è la premessa per poterli gestire adeguatamente. Il tempo impiegato in questo compito è un guadagno nei risultati.

Questo si può fare attraverso l’osservazione diretta, l’educazione e la cultura. Stimoli adatti sono infatti in grado di innescare comportamenti nuovi.

 

 

 COSA IMPEDISCE DI MIGLIORARE

L’espressione “sbagliando si impara”, presa nel suo significato migliore è un riconoscimento delle alte probabilità di errore che ci sono in ogni apprendimento. Anche la persona più attenta e sensibile sbaglia ma, se riconosce in questo semplicemente il segno che permette di capire dove e come ciò che sta facendo va migliorato, risolverà i problemi con maggiore facilità.

Quanto più una cosa è nuova e difficile, tanto più si realizza attraverso innumerevoli aggiustamenti, anziché con un balzo perfetto. Osservazione e verifica riducono gli errori a piccole imperfezioni. Così, anche se sono numerose provocano poco danno.

Osservazione e verifica sono, però, rare. Pochi sono consapevoli di quanto ogni cosa sia modificata nella percezione umana dalle circostanze, dallo stato d’animo, dalle idee preconcette, dalle influenze esterne, da buone o cattive esperienze precedenti.

Ad esempio, di un testo che tratta un argomento scottante o difficile, ad una prima lettura si potranno capire o meno delle cose. Ad una seconda lettura potrà essere già possibile notare qualche differenza. Una terza volta, magari dopo un’ora o un giorno, darà un’altro risultato. A seconda del contenuto, potranno man mano apparire o sparire significati che erano sembrati lampanti.

La fretta, però, impedisce queste verifiche capaci di risparmiare tanti dolori. Così (ci) si infligge una pena ben più grande, dovuta ad un abbaglio.

La fretta, spesso, non è causata da una reale necessità di far presto, ma a mille fallaci motivi dietro cui si nasconde l’incapacità di affrontare le proprie debolezze. Questo perché non si ha comprensione per loro, non le si considera come normali per ogni essere umano, ma inconsapevolmente le si temono come aberrazioni.

Nella cultura autoritaria e punitiva che ancora impera, nonostante i miglioramenti rispetto al passato, è forte la paura di aver commesso una colpa e di doverne essere puniti. Al tempo stesso non ci si accorge del proprio timore e lo si maschera dietro presunte cause esterne. Invece di vedere qualcosa che si può correggere cambiando qualcosa, chi è più condizionato da rapporti autoritari teme ciò che potrebbe scoprire. Cercherà dunque in tutti i modi di mascherare la verità dietro i più fallaci nascondigli. E’ come ignorare una malattia, invece di cercarne le cause per poterla guarire.

Per trovare le cause, però, bisogna avere dimestichezza con l’argomento ed esercizio.

 

 

LIBRI E FILM APPASSIONANTI

CHE AIUTANO A CAPIRE IL FUNZIONAMENTO DELL'ANIMO UMANO

 

L’ISOLA DI ARTURO, uno dei più bei romanzi di Elsa Morante, del 1957, ha la capacità di sollevare il lettore in un’atmosfera fatata, nonostante i rapporti umani molto conflittuali e frustranti che lo intessono interamente. Fa capire quanto il senso di inadeguatezza, la gelosia, l’invidia guastino la vita delle persone, deformino la visione delle cose, si traducano in tormento per tutti. Spesso sono mescolate all’amore ma l’avvelenano, facendogli prendere le forme dell’odio.

Lo spirito creativo e poetico del protagonista trasfigura, però, ogni cosa, dando anche alla sofferenza un’aura senza la quale tutto sarebbe solo rovina. Ogni tanto emerge la consapevolezza che, per un tempo breve riporta le cose a posto, ma solo alla fine riesce a dare pace dove, altrimenti, ci sarebbe solo vendetta e fuga.

I pregiudizi di cui è intrisa l'atmosfera in cui nasce e cresce il protagonista, il modo di amare del padre, sempre con ruoli in cui di volta in volta si è schiavi o padroni, condizionano fortemente anche i sentimenti del ragazzo. Nonostante questo, a momenti riesce a guardare e dunque a vedere dentro sé stesso per capire ciò che veramente desidera e ad orientarsi meglio. Una volta sfuggito alla seducente schiavitù della casa paterna, riuscirà a farlo in modo più profondo usando il potente strumento creativo che è la scrittura.

 

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IL CACCIATORE DI AQUILONI romanzo di Khaled Hosseini, del 2004, fa sentire anzitutto il dolore di chi non è corrisposto nel suo amore, in questo caso quello del figlio per il padre. La gelosia ed il senso di inadeguatezza verso l’amico più caro e al tempo stesso misconosciuto, più amato dal padre, lo portano poi a compiere nei suoi confronti un atto dei più vili ed ingiusti. Avviene spesso, come in questo caso, che l’offeso sappia perdonare ma l’offensore, incapace di accettare la vergogna dei propri sentimenti ed azioni, trasformi in odio e ripulsa il proprio affetto. Solo col tempo emerge la consapevolezza e la capacità di riabilitarsi, sia pure per interposta persona.

L'aspetto più interessante della storia è proprio il mettere allo scoperto il bisogno di rivalsa che prova chi non sa essere all'altezza delle aspettative proprie ed altrui. La difficoltà nel trovare soddisfazione in sé, porta ad infierire su chi è più vulnerabile e a portata di mano. Inconsapevolmente, però, simili gesti gravano sulla coscienza ed oscurano la vita, per quanto fortemente lo si voglia negare. Quando il protagonista viene “punito” da un altro che, in modo ben più grave riproduce quegli stessi meccanismi, si sente finalmente liberato.

 

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L’ANELLO DI RE SALOMONE di Konrad Lorenz, scritto nel 1967 dal celebre etologo austriaco,  narra gli episodi della propria vita intrecciata a quella di molti animali allevati ed osservati da lui, facendo capire l’importanza dell’istinto e dell’apprendimento. Le intelligenti creature mostrano in varie occasioni di avere esse stesse una coscienza ed una consapevolezza, che le portano a riflettere prima di prendere una decisione che pone in conflitto i comportamenti codificati, utili ma non sempre adeguati, con quelli che derivano dall’educazione.

Leggendo le appassionanti vicende, possiamo renderci conto di quanto anche noi abbiamo molto spesso questo tipo di scelta da fare ma, non sapendo vedere e comprendere dove sta il sottile confine fra l’uno e l’altro, spesso subiamo pesanti condizionamenti, convinti invece di scegliere liberamente.

Osservare la natura permette di comprendere molte cose, acquisire consapevolezza e diventare più autonomi, procurandoci al tempo stesso un grande piacere.

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LA STORIA INFINITA, del 1979 di Michael Ende, lo scrittore tedesco vissuto per diversi anni in provincia di Roma, è un romanzo per ragazzi ma bellissimo anche per qualsiasi adulto. Rivela una conoscenza molto sottile della vita e dell'animo umano, con ciò che c'è da sapere sul potere dell'immaginazione e della parola. Nella prima parte si evidenzia l'importanza del saper comprendere quanto contino nel capire la propria vera natura. Saperla poi realizzare è fondamentale non solo per sé stessi ma per il mondo intero. Occorre grande coraggio e chiarezza in sé stessi. Nella seconda parte compaiono i pericoli di ogni posizione di potere.

I personaggi originali ed il modo in cui è condotta la vicenda, oltre ad essere appassionanti fanno capire molto bene cosa avviene quando c'è o non c'è coraggio e chiarezza interiore. Saper credere fino in fondo al “meraviglioso” richiede d'essere esploratori coraggiosi, ma anche profondi conoscitori dei propri punti di forza e di debolezza. Si capisce che la ricerca non termina mai e che in ogni momento si rischia di sbagliare. Se ci si accorge dell'errore, però, questo si trasforma in un utilissimo punto di riferimento.

In un secondo libro, perché in uno sarebbe stato troppo, Ende avrebbe potuto far conoscere anche il rovescio della medaglia, senza far piombare nella disperazione. Il prezzo che si paga in termini sociali, quando si procede soli sulla propria strada è molto alto, ma sarebbe giusto sapere che si può affrontare, se si continua ad aver ben chiara la propria meta. Non ho trovato nessun libro che narri questo, ma andrebbe scritto.

 

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LA PAROLA AI GIURATI film in commercio in DVD

Questa storia è stata il soggetto di un celebre film del 1957, diretto da Sidney Lumet. I 12 membri di una giuria devono decidere riguardo alla colpevolezza di un ragazzo accusato di aver ucciso il padre.

E’ un afoso pomeriggio d’estate e gli uomini riuniti in una sala del tribunale pensano di poter concludere i lavori molto rapidamente, dato che le prove contro il giovane sembrano non lasciare dubbi. Di condizione sociale molto modesta, aveva litigato col padre prima di andare al cinema. Al suo rientro aveva scoperto l’omicidio e la polizia, accorsa per una denuncia dei vicini, lo aveva trovato col coltello in mano.

Per poter emettere una sentenza, i giurati devono essere tutti d’accordo e, in caso il giudizio sia sfavorevole, avrà come pena la morte. Uno di loro non è del tutto convinto e preferisce discutere, prima di prendere una decisione tanto grave. I compagni sono molto seccati di dover riesaminare il caso, in una giornata dal clima così pesante, mentre già pregustavano la libertà. L’uomo suggerisce allora di votare la sua proposta. A sorpresa, un secondo giurato si trova d’accordo con lui, perché ritiene giusto non chiudere senza aver prima risolto ogni dubbio.

Ci sono due testimonianze oculari. Quella di una donna, che dice di aver visto la scena mentre era a letto, attraverso le finestre aperte della sua camera e di quella in cui si è svolto l’omicidio. Dato che era coricata per dormire, non poteva aver riconosciuto il ragazzo, perché non indossava gli occhiali indispensabili ad una visione precisa. La sua dichiarazione poteva essere stata fatta in buona fede, ma condizionata da pregiudizi.

Anche la certezza di aver visto il ragazzo scendere dalle scale subito dopo il tonfo del corpo morto, espressa da un pensionato che abitava al piano inferiore, risulta inattendibile. Infatti, l’uomo ha difficoltà nel camminare ed era impossibile che fosse riuscito ad arrivare in tempo alla porta per riconoscere il fuggitivo. Anche la sua testimonianza, però, poteva essere stata fatta senza rendersi conto della sua falsità. Poteva essere stata spinta dal desiderio inconfessabile di poter avere qualche importanza in una vicenda che dava colore ad una vita grigia.

Ci si accorge che l’avvocato d’ufficio aveva fatto una difesa svogliata e sciatta, senza porre domande chiarificatrici.

Queste considerazioni generano dubbi in altri giurati. Si esamina allora il coltello usato per l’omicidio, di forma molto riconoscibile, che il ragazzo aveva ammesso di possedere e di avere poi perso. Quella era ritenuta la prova più importante, dato che l’arma era stata dichiarata un modello del tutto inconsueto e la giustificazione del ragazzo molto ingenua.

Il giurato, però, mostra un coltello identico, comperato quella mattina stessa su una bancarella.

Altri compagni si mostrano allora dubbiosi della colpevolezza.

Ce n’è uno, però, che fin dall’inizio è stato irremovibile, convinto anche dalle parole : “ti ammazzo”, che il ragazzo aveva pronunciato durante il litigio col padre. Lui stesso, però, provocato, non solo le grida nei confronti dell’interlocutore, ma cerca di aggredirlo fisicamente. Alla fine, ammette di aver basato la sua convinzione soprattutto sul risentimento verso il proprio figlio, che se ne era andato di casa senza dare più notizie.

L’intero castello di prove crolla e la sentenza è a favore del ragazzo, nel ragionevole dubbio che fosse davvero innocente.

 

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TESTIMONE D'ACCUSA

Il film di Billy Wilder, del 1957 con Tyrone Power e Marlene Dietrich, tratto da un racconto di Agatha Christie, narra di un avvocato di successo che, dopo una malattia vuole riprendere la sua appassionante attività. Gli viene proposto il caso un giovane e affascinante squattrinato, accusato di aver ucciso una ricca vedova per incassare l'eredità in suo favore. Le prove sembrano accusare l'uomo, ma la convivente che gli fornisce un alibi, convincono l'avvocato a difenderlo.

In aula, però, quando a sorpresa proprio l'accusa chiama a testimoniare la donna, questa ribalta la precedente versione, accusando l'imputato in modo del tutto convincente.

Tornato a casa, l'avvocato riceve la visita di una popolana che porta le lettere della convivente dell'accusato al proprio amante. Proverebbero il suo movente a farlo condannare per essere libera. All'udienza seguente, con le lettere l'avvocato la fa crollare emotivamente. Lei confessa il proprio imbroglio e viene accusata di spergiuro e falsa testimonianza.

Questo convince la giuria ad assolvere l'imputato. Al momento delle congratulazioni, però, sapendo di non poter essere più processato per lo stesso delitto, l'uomo ammette con l'avvocato la propria colpevolezza e la complicità della convivente nello scagionarlo.

Sapendo che la testimonianza favorevole di una donna innamorata sarebbe stata considerata con sospetto dalla giuria, lei era voluta apparire come una disgustosa traditrice, ben più convincente. La popolana era stata la stessa donna travestita, che aveva fornito lettere false nel contenuto, anche se autografe.

Invece di andarsene con lei, però, l'uomo sta per farlo con la giovane amante appena sopraggiunta. Allora la convivente, vedendosi disprezzata e abbandonata, lo uccide.

 

 SOMMERSBY

Il film di Jon Amiel del 1993, interpretato da Richard Gere e Jody Foster, è una storia che tratta l'effetto potente che ha sulle persone il cambiamento del ruolo, del modo in cui si vedono e vengono viste. Inoltre è messo in evidenza quanto le risorse insufficienti di un singolo, se messe in comune con quelle altrettanto scarse degli altri, possono diventare un capitale che risolleva le sorti di tutti.

Riprende una storia già diventata film in Francia nel 1981 e che pare fosse vera: il ritorno di Martin Guerre

Questo film è invece ambientato in America, in seguito alla guerra di secessione, dal giorno in cui un militare torna dalla guerra dopo sei anni, quando tutti lo credevano ormai morto. Ha ancora una casa ed i terreni, ma niente più soldi o beni mobili. Gli rimane il prestigio di uomo spregiudicato, un figlio e la moglie. Lei lo accoglie con una certa freddezza, dato che i loro rapporti all'inizio della guerra erano molto compromessi, a causa del comportamento arrogante e impietoso dell'uomo. Sembra, però, cambiato in meglio e i due si riavvicinano, nonostante la donna avesse un corteggiatore che l'aveva molto aiutata nel momento della necessità.

Per uscire dalla miseria che ha colpito l'intera comunità, Sommersby fa una proposta audace: che  ciascuno dia le pur scarsissime ricchezze, per formare un capitale necessario ad una nuova, brillante impresa comune. Creare piantagioni di tabacco, molto ben remunerato. Da parte sua promette di donare in proprietà a chiunque lavori la sua terra, la parte di cui si sarà preso cura. La moglie è la prima ad aderire, offrendo l'unico gioiello che era riuscita a salvare. Tutti la imitano, allettati anche dalla possibilità di diventare proprietari, compresi i neri che fino ad allora erano stati schiavi.

Sommersby parte e torna coi preziosi e costosissimi semi di tabacco. Inizia il lavoro nella gioia collettiva ed i rapporti con la moglie diventano tanto buoni che lei rimane incinta. Lui sembra proprio un altro.

Un giorno arrivano degli stranieri con cui ha un alterco e che scaccia. Il pretendente respinto della moglie viene a sapere che gli uomini lo ritengono un maestro donnaiolo e poco di buono che era scomparso dal loro villaggio anni prima, portandosi via i soldi rubati alla gente. Rivela tutto alla moglie di Summersby che lo interroga, ma lui afferma di aver solo conosciuto durante la prigionia, quel tale che gli assomigliava come una goccia d'acqua.

Arrivato il momento del raccolto, la vittoria viene amareggiata dallo sceriffo che viene per arrestare Sommersby con l'accusa di omicidio. Testimoni lo affermano. Si lascia condurre via e non accetta a nessun costo di dichiararsi il maestro truffatore, ma innocente dell'omicidio. Anche se alcuni indizi lo rivelerebbero come impostore, preferisce accettare la condanna a morte piuttosto che apparire un miserabile e perdere la dignità e l'amore conquistati.

 

 

KAGEMUSHA

Altro film che tratta il tema della potenza del ruolo sulla vera personalità è Kagemusha, di Akira Kurosawa, del 1980. Ambientato nel Giappone del 500, racconta di un ladro somigliante in modo straordinario ad un signore della guerra appena morto. Gli si fa assumere la sua identità, per evitare un attacco dei nemici che approfitterebbero della vulnerabilità del feudo senza capo. L'uomo scampa così alla pena di morte ed impara rapidamente il ruolo con tanta efficacia da ingannare anche le persone più vicine a colui che interpreta.

Entrando nella parte, anche il suo comportamento più istintivo cambia, diventando degno in tutto. Alla fine viene, però, scoperto e scacciato. Morirà in modo consono alla sua nuova identità.