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ALBERI DEL SENEGAL
L'ALBERO DEL BURRO
Se nell’Africa subsahariana gli zebù danno scarso latte, per mancanza d’erba, il burro lo si può avere direttamente da un albero, quello del karité, il Vitellaria paradoxa. E’ parente della Sapodilla che in Messico, oltre a dei buoni frutti, dà il latice per farne gomma da masticare. Infatti, si fa anche con il suo, che serve inoltre da colla. A partire dai 33 anni di vita, matura frutti dai semi come grosse noci che, pestate, tostate e pressate, producono un olio che si trasforma in ottimo burro. Si mangia, si usa come medicinale e cosmetico, perché ammorbidisce la pelle e la protegge dalle aggressioni del sole e degli anni. Si conserva a lungo anche nel clima caldo e con gli scarti si fanno candele e saponi. La buccia e la polpa del frutto sono comunque ottimi da mangiare, mentre il robusto legno serve per mobili ed oggetti.

LA COLA
La Cola Acuminata ha un nome che risveglia l’attenzione di tutti quelli che conoscono la celebre bevanda scura statunitense. Sono i semi di questo sempreverde che le danno aroma. Sono così grossi che li chiamano noci e si trovano dentro frutti simili a melanzane col guscio, dalla sottile polpa bianca, disposti come un puzzle tridimensionale, con facce diritte ed altre curve.
In Senegal, in Mali e altri Paesi sub sahariani, se si vuole fare un regalo davvero gradito, si offrono le amare noci di cola che, dopo un po’, in bocca si sentono dolci. A forza di masticarle, dato il colore che a volte è bianco ed altre violetto, i denti prendono un colore scuro. Ma ad un simile, prezioso aiuto contro le emicranee, le nevralgie e le diarree, utile come anti-fatica, tonico, anti-depressivo ed afrodisiaco, non si rinuncia. Un loro buon assortimento fa parte della dote di nozze ed è usato come moneta di scambio e nelle cerimonie importanti, allo stesso modo degli antichi Maya in Messico, con i semi di cacao. Le due piante tanto preziose, appartengono alla numerosa famiglia delle sterculiacee, che si chiamano così perché i loro fiori emanano un olezzo intuibile dal nome.

L’ALBERO NUTRICE
Nei mercati senegalesi, maliani, burkinabé o nigeriani, mucchi di palline molto odorose e scure, sono in vendita accanto alle spezie. Sono fatte con la farina di néré, la Parkia Biglobosa, un bell’albero della savana a foglie caduche simili a quelle della mimosa, dai frutti fra i più nutrienti. Dentro baccelli simili a quelli del carrubo, la polpa dolce è buona, ma è nei semi che si concentrano proprietà nutritive eccezionali. Una volta macinati, proteine, amminoacidi, vitamine, iodio e ferro della farina che se ne ottiene, diventano un condimento dal buon sapore ed una riserva di energia molto potente. Il néré è chiamato per questo albero nutrice e potrebbe risolvere i problemi di malnutrizione dell’Africa. Le stesse bucce sono curative contro problemi alle ossa, la polpa è lassativa, le scorze macinate possono diventare concime o servire per intonacare le case di terra cruda. E poi, come tutte le piante leguminose, arricchisce il terreno di azoto.

Gli alberi danno proprio tutto e se le persone dedicassero loro almeno un poco di attenzione, anche quelli che hanno potere sarebbero costretti ad adeguarsi, investendo energie per diffonderli, anziché sterminarli.
L’ALBERO DEL KAPOK

Nel sud del Senegal, in Casamanche ricca d’acqua, gli alberi del kapok sono i re. Parenti stretti dei baobab, che prediligono invece le zone aride, sono ugualmente imponenti, nobili, belli. Allo stesso modo sono sacri, abitati dagli spiriti della natura, che proteggono uomini e animali. Quelli che già da moltissimi anni si alzano verso il cielo, hanno radici che partono alte nel tronco, poi scendono verso terra allargandosi come grandi vele, per reggere ben diritti gli alberi dal legno leggero. Infine serpeggiano sul terreno, sinuose ed eleganti come enormi gale, come panneggi accoglienti su cui ci si può sedere con agio. Sotto il loro ombrello di foglie ci si sente al riparo come fosse l’alto e fresco tetto della piazza di paese ed è perciò lì che si tengono le riunioni.
Quando in uno dei villaggi tornò un giovane che era emigrato per qualche tempo verso una nazione europea molto a nord, tutti si radunarono per ascoltare quello che aveva vissuto. Descrisse il gelo di quella terra, l’ultima prima di arrivare ai ghiacci del polo. Parlò delle notti, che d’inverno durano per mesi, della neve che ricopre tutto, del freddo che fa cadere nel letargo piante e animali.
La gente lo ascoltò, incantata e meravigliata al punto che, quando il buio si fece quasi assoluto, rapiti dal racconto rimasero come ipnotizzati e immobili, persi in sogni ad occhi aperti sulle distese di neve lontane.
Fra i rami alti dell’albero del kapok passò un brivido e dai grossi baccelli dei frutti già maturi si staccarono i fiocchi candidi della sua lana. Discesero danzando, come una nevicata, sulla folla sognante. Silenziosi e lievi, morbidi e caldi, i leggeri portatori di semi imbiancarono le teste e i corpi neri, stendendosi come una coperta sull’assemblea. Così ciascuno dormì tranquillo fino al mattino, sotto la neve calda a cui l'albero, sempre affida il suo futuro.
IL BAOBAB DI SARPAN

Di fronte a Dakar, nel freddo oceano Atlantico, c’è l’isolotto di Sarpan, abitato dagli uccelli. Il basalto di cui è fatto, fa pensare che l’eco dei vulcani delle isole di Capo Verde, 500 chilometri più al largo, sia arrivato fin lì.
I signori di quella roccia durissima in mezzo all’acqua salata, sono pochi baobab che, forse a causa del vento, invece di mettere la loro energia in un solo tronco, sono strutturati come enormi rami che si allontanano poco da terra e si espandono saggiamente in orizzontale.
Quello che si trova più in alto, nell’isolotto, ha creato una sorta di gigantesco nido in cui un essere umano potrebbe far crescere fantasie di magnifico isolamento.
Lasciando ripartire a vuoto la piroga in attesa nella caletta, potrebbe restare lì, a guardare nella notte le luci delle comunità di uomini, da cui l’acqua lo separa come un grande fossato. Avrebbe potuto nutrire l’immaginazione con idee di possibile serenità nel regno poco frequentato dalla razza che lascia inconfondibili tracce del suo passaggio con la spazzatura, lì felicemente assente.
La solitudine non gli sarebbe troppo pesata, rivedendo nella forma dell’altro bell’albero, più vicino alla caletta, sembianze tra l’umano e l’animale.
Sarebbe partito di nuovo solo quando si fosse rassegnato all’idea che lui, anche se le radici non le ha, é legato da troppe cose ad una specie che gli pare di un altro mondo.
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