Frane, alluvioni, desertificazione: gli alberi le contrastano

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La discrezione con cui lavorano gli alberi, sommata alla scarsa cultura in ciò che li riguarda, rende invisibile il lavoro importante che fanno di loro gli esseri viventi dall‘effetto complessivo maggiormente benefico per la terra e tutti i suoi abitanti. Eppure, cominciando dalla salute, nei luoghi dove ci sono alberi a sufficienza da risanare almeno in parte l’aria dai gas tossici e dalle polveri sottili, le malattie respiratorie sono senz’altro ridotte. La serenità di spirito, poi, aumenta quando ci si trova in un ambiente piacevole per gli occhi e le orecchie, oltre che per i polmoni. La produzione di ossigeno e l’assorbimento di anidride carbonica responsabile del riscaldamento globale sono funzioni importanti che si svolgono già solo per la presenza di alberi.

Dove ci sono alberi, in estate la temperatura scende di alcuni gradi. Basta sentire la differenza quando dalla città si va verso la campagna. Averne a ragionevole vicinanza dalle case e dai negozi, nei parcheggi e davanti ai capannoni industriali, riduce il bisogno di ricorrere al condizionamento d’aria, oltre ad essere un altro vantaggio sanitario ed estetico. Il consumo di energia e l’inquinamento, grazie a questo diminuiscono. Naturalmente occorre piantare gli alberi giusti, più che mai dove ci sono pendii ed argini di corsi d’acqua.

 

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Alberi ed arbusti dalle profonde radici a fittone e fascicolate trattengono il terreno meglio e con minor spesa di qualsiasi opera ingegneristica, senza contare il ben migliore effetto estetico. Anche le spese dovute ai danni per gli allagamenti e gli smottamenti possono essere ridotte dagli alberi, che con la chioma di foglie evitano che la pioggia colpisca violentemente la terra, facendola scivolare via ed erodendo i pendii. Se ci sono alberi, i terreni in pendenza rimangono saldi e quindi si riducono le frane, che tanto spesso causano tragedie. Inoltre, lungo le gallerie scavate dalle radici, le piogge penetrano in profondità ed alimentano le falde freatiche.

Salici, ontani e pioppi, piante tipiche delle zone umide, oltre a depurare le acque inquinate, asciugano e rassodano il suolo. Lungo i fiumi e i torrenti, gli alberi mantengono compatti gli argini e rallentano la corsa dell’acqua, che quando scorre in grande quantità ha una forza tale da travolgere e distruggere ogni cosa. I danni delle alluvioni si possono ridurre in modo significativo grazie a loro. Il clima diventato più estremo, con piogge violente e lunghe siccità, ha un grande bisogno degli alberi per mantenere l’umidità del terreno per fargli meglio assorbire le piogge torrenziali ed evitare che l’acqua scorra via, intasando le fogne e facendo debordare i fiumi. Contrastano al tempo stesso la siccità, evitando la desertificazione che sta avvenendo anche in certe zone d’Italia. Infatti, oltre a pompare continuamente acqua dalla profondità e favorire le piogge, gli alberi che fanno ombra al terreno, lo mantengono in buone condizioni perché si auto-regoli con l’aiuto di insetti e lombrichi, funghi e animali che ospita e che ne favoriscono la fertilità, rendendolo meno bisognoso di interventi di irrigazione, concimazione e altre lavorazioni.

 

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Gli alberi riducono la forza distruttiva del vento e la sua capacità di asciugare il terreno. Anche quando sono spogli in inverno, la gran quantità di rami e di tronchi di molti alberi riduce i venti freddi, mentre nelle altre stagioni ne rallenta la corsa, limitandone i danni. Occorre però sempre piantare in modo corretto ed evitare i tagli scriteriati che invece imperversano continuamente, indebolendo le loro capacità.

Il valore commestibile e medicinale di frutti, fiori e foglie è quasi del tutto dimenticato tranne per le specie più note, mentre grazie a loro si potrebbe ridurre la fame nel mondo, favorendo la presenza degli alberi di questo genere, oltre a quelli che frenano l’avanzata del deserto, causa prima di mancanza d’acqua e di cibo. Purtroppo, chi si occupa di urbanistica, di architettura e anche di ecologia, così come chi prende decisioni importanti per i territori, raramente conosce le qualità degli alberi, col risultato di sprecare enormi possibilità. Invece di favorire la loro presenza, lascia che vengano danneggiati in continuazione, partendo dalle scriteriate potature fatte in modo incompetente, come se gli alberi fossero oggetti o comunque presenze pericolose e fastidiose da relegare nei parchi. Si guarda solo al minor costo immediato, ignorando l’enorme spesa che ne sarà la conseguenza.

 

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E’ proprio nei luoghi dove si genera l’inquinamento ed il consumo energetico che vanno piantati. L’ossigeno e la bellezza dei boschi non riesce a risolvere i problemi delle città. Sempre che i boschi ci siano. Imparare a conoscere gli alberi dà un’importante carta in mano a ciascuno di noi, perché direttamente o indirettamente, tutti possiamo fare qualcosa per loro, dunque per noi. Anche chi non ha neppure un balcone o un giardino, può agire assimilando e poi diffondendo la cultura della natura, per creare un ambiente favorevole a decisioni più assennate da parte di chi interviene sul territorio. E se anche mancando l’interesse per tutti i motivi citati più sopra, il notevole risparmio energetico e una maggiore bellezza del nostro Paese dovrebbe attrarre.

ALCUNI DATI IMPORTANTI

Un faggio centenario ha 7.000 m. quadri di superficie fogliare.

In un’ora assorbe 2,5 kg di anidride carbonica e rilascia 1,5 kg di ossigeno, indispensabile alla nostra respirazione.

In un giorno, immette nell’atmosfera 400 l. di acqua e con l’evaporazione, l’ombreggiamento e la riflessione fogliare riduce la temperatura di alcuni gradi sotto la sua chioma. Come minimo 2.

Un ettaro di bosco, in un anno fissa 50 t. di polveri, contro le 5t. di un prato

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case di terra e tetti d’erba       parcheggi verdi

Per imparare molto sugli alberi, consultate il mio libro ALBERI DELLA CIVILTA’ -gli alberi che difenderanno il nostro futuro

 

Lugo (RA): la rocca dei fiori di cappero

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capperi – foto da giardinaggio.net

 

I capperi sono piante sensibili, spiriti liberi che si installano dove si sentono meglio, spesso incuranti di dove li vorremmo noi. Arrivano dove il clima è mite e abbonda il sole, portate da lucertole e gechi che ne mangiano i frutti e ne disperdono i semi. A maggio cominciano a fiorire, con quattro petali bianchi che mettono in risalto il bel ciuffo al centro, fitto di lunghi stami violacei, sottili, setosi. A sera sono già appassiti ma, se qualche insetto impollinatore li ha visitati, presto compaiono piccoli frutti oblunghi. Ogni mattina si aprono nuovi fiori fino a luglio, quando le piante cominciano a riposarsi.

Sulla parte più bassa delle mura esposte al sole della rocca di Lugo, in Romagna, le piante di cappero prosperano già da centinaia di anni. Nonostante siano estremamente frugali, sono esigenti in fatto di confortevolezza e gli antichi castelli sono fra le loro dimore preferite, purché non si sia cercato di ringiovanirli più del necessario. Fra mattone e mattone devono esserci gli spazi sufficienti agli arbusti per installarsi e far gattonare le radichette verso l’interno, dove trovano spazio e umidità ideali e mai eccessive. Il comune di Lugo, che da sempre lascia loro la libertà di dimora, chiede in cambio un tributo in boccioli, per farne il condimento vivace di molti piatti, dagli effetti benefici sulla salute. Ci sono tracce di questo compromesso nei libri contabili dell’ottocento, quando gli abitanti del posto hanno ricevuto l’incarico per la loro raccolta e lavorazione. Così è stato per cent’anni fino a quando, nel secolo scorso, la modernità che ha portato i frigoriferi, le lavatrici e la plastica, ha fatto abbandonare ciò che si è visto come campagnolo e antiquato.

 

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la rocca di Lugo con la parte bassa rivestita di capperi e in alto il giardino pensile

 

L’Amministrazione Comunale, ufficialmente non se ne è più interessata, ma Sante, personaggio caratteristico del posto e Idana, bidella tuttofare, sono stati di parere diverso e hanno cominciato ad occuparsene per proprio conto. I boccioli messi rapidamente sotto aceto e stagionati per qualche mese, sono stati regalati spesso in vasetti di vetro agli amici e pare che Idana gratificasse di questi doni soprattutto quelli capaci di vivacizzare le sue giornate con i migliori pettegolezzi.

Negli anni ottanta, quando si è cominciato a distinguere fra la muffa di ciò che è vecchio e la patina di ciò che è antico, ovunque si è dato l’avvio al restauro di cose e usanze di valore, da tempo abbandonate. Allora l’idea del regalo è stata adottata dal Comune per offrire agli ospiti di riguardo un ricordo originale, escluso dalla vendita. Gli incaricati dall’amministrazione hanno colto i boccioli due volte a settimana, consegnandoli a funzionari che, nel tempo libero, si sono adoperati per metterli in salamoia e confezionarli. Uno di loro, ormai in pensione da vari anni, in virtù della sua esperienza ha avuto nel 2017 l’incarico di “Assessore al Cappero”, che comprende anche altri impegni in relazione col volontariato. Ha inaugurato intanto due novità, affidando la raccolta ai rifugiati stranieri ospiti in città e cambiando l’ingrediente di conservazione, dall’aceto al sale di Cervia, particolarmente gradevole perché senza tracce di cloruri amari. E dato che l’assessore, da buon romagnolo ha un salutare senso dell’umorismo, ha istituito il premio “Cappero d’Oro” per chi si distingue nella valorizzazione di Lugo.

 

 

Sant’Agata Feltria, paese del Natale e delle fiabe

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il castello di Sant’Agata (RN)

 

Nel collinoso, morbido paesaggio del Montefeltro, quando a seicento metri di altitudine si sta per raggiungere Sant’Agata Feltria (RN), si vede svettare un castello al di sopra degli alberi, come fosse sospeso nell’aria. Fatti i primi passi nel paese, si incappa in una fontana di bronzo e mosaico a forma di chiocciola gigantesca che risale una scalinata, nata dalla fantasia di Tonino Guerra (vedi articolo). E’ stato lui il più noto seminatore di immaginazione della Romagna intorno a Pennabilli dove abitava, a mezz’ora di distanza da Sant’Agata.

Bastano pochi passi, invece, per arrivare in una piazza dove nel bel palazzo seicentesco rosso, ancora con la facciata originaria di quello che era stato il municipio, da trecento anni c’è un teatro. Con le novantanove poltroncine tra platea e balconate, rivestite di un intenso blu pavone, aspetta il suo pubblico e gradisce le visite, dopo il restauro del 2002.

Ci sono altre due belle fontane con mosaici prima di arrivare alla rocca, costruita su un masso gigantesco, da cui il paesaggio tutt’intorno al paese, si vede nella sua piena bellezza. Era quasi inevitabile che ne facessero il posto delle fiabe, dove nelle sale sono state ambientate alcune delle più famose. C’è quella dedicata alle ragazze perseguitate, quella dei viaggiatori, quella del solitario castellano e quella dei fanciulli nella foresta. La Rocca Fregoso, restaurata l’ultima volta nel 2005, era stata costruita già nell’anno mille e aveva preso l’aspetto attuale nel seicento quando ne era proprietaria la famiglia che le aveva lasciato il nome.

 

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il presepe, in alto, dietro gli archetti della chiesa

 

Il gusto fiabesco di Sant’Agata si ritrova nella chiesa del convento di San Girolamo, in alto nella facciata interna,  dove è allestito un presepe permanente con l’ambientazione delle strade e delle persone di Sant’Agata com’erano nell’ottocento, con i personaggi che si muovono. Presepi di grande qualità sono anche nel Museo delle Arti Rurali, realizzato nelle molte stanze dell’ex convento dove, oltre agli oggetti abituali nei musei etnografici, sono allestite un’osteria e un’aula scolastica con arredi d’epoca e sono esposti strumenti musicali popolari, più una collezione di fumetti di molti decenni fa. Qui è possibile, soprattutto per ragazzi con handicap, conoscere e imparare gli antichi mestieri dagli artigiani del luogo: ebanisteria, recupero di mobili e di tessuti, decorazione, lavorazione di cesti, vasellame e ferro battuto. Si può imparare anche a fare la carta con prodotti naturali.

Questo è il paese delle fiabe e del Natale, dell’arte, della cultura, del paesaggio. Che sia estate o inverno, è il posto giusto.

 

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panorama della campagna di Sant’Agata, visto dal castello

 

 

 

Quale libertà?

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E’ libertà seguire ciò che ci si sente di fare, ma non sempre ciò che ci si sente di fare è giusto. Si può essere spinti interiormente a compiere azioni che nuocciono a noi stessi o ad altri, per i più diversi motivi. Gli impulsi che ci muovono sono generati da una forza nascosta e profonda, che è importante conoscere.

Provare impulsi e sentimenti negativi è normale ed è bene accettarlo come parte oscura di cui è fatta la vita stessa, in cui le forze opposte sono utili al suo equilibrio e servono all’autodifesa. Occorre però saperle guardare per conoscerle, in modo da usarle solo quando è necessario e non a sproposito. La paura o la vergogna del proprio lato oscuro, però, spesso spinge le persone a negarlo, a nasconderlo persino a se stesse, col risultato di renderlo pericoloso, come una mina occultata nel terreno e che esplode quando si ha la sfortuna di toccarla.

Accettare il proprio lato pericoloso è però ben diverso dal giustificarlo. Significa invece riconoscerne la funzione e dargli le giuste possibilità. Vuol dire utilizzare la propria frustrazione come energia che spinge ad agire per realizzare qualcosa che abbia valore, lavorando su se stessi.

Spesso al proprio disagio non si sa dare un nome, eppure è fondamentale che abbia quello giusto, per trattarlo nel modo giusto.

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Se viene riconosciuto può spingerci a migliorarci, a compiere imprese audaci e positive che altrimenti lasceremmo perdere. Se viene negato o non si riconosce la sua vera natura, agisce in modo subdolo e sproporzionato.

Una specie di barzelletta amara racconta di un ubriaco che di notte scruta per terra, sotto la luce di un lampione. Un passante gli chiede se stia cercando qualcosa e quello risponde che vorrebbe trovare le sue chiavi. Il passante insiste: “le ha perse qui?” e l’ubriaco risponde: “No, ma qui c’è luce”.

Sono tante le persone che cercano la libertà nel posto più facile, anziché in quello dove l’hanno persa.

Tutta la vita è un conflitto tra ciò che si vorrebbe e ciò che gli altri e le circostanze ci permettono di fare. Ci sono bambini e adulti che si ribellano alle imposizioni e trovano la libertà a caro prezzo. Altri inghiottono la frustrazione e il risentimento, adeguandosi alla volontà altrui. Non riconoscono neppure i propri legittimi sentimenti negativi, che irrancidiscono e indeboliscono la capacità di liberarsi. Invece di ribellarsi verso chi davvero li condiziona e opprime, scaricano il proprio disagio su chi è più vulnerabile. E la chiamano libertà.

 

 

Ebbrezza animale

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funghi allucinogeni di Amanita muscaria – foto da zamnesia.com

 

L’ebbrezza che viene dall’alcol o dalle droghe, piace anche agli animali. Quando la frutta fermenta, i suoi succhi si trasformano in alcol e nei punti dove è ancora appesa ai rami oppure è caduta, gli animali la consumano, trovando l’esperienza così piacevole da farne un’abitudine.

Del resto, ricci e lumache sono attratti dalla birra che viene messa in piccoli recipienti aperti negli orti, come trappola.

In Italia si sa che la bella falena Charaxes jasius si nutre del succo, spesso fermentato, dei frutti di corbezzolo, l’arbusto da cui viene ospitata quando è bruco e anche dopo aver messo le ali. (vedi articolo)

Sempre in Italia pare che i semi di canapa indiana, la pianta da cui si ricava l’hashish, siano dati ai canarini, per renderli più loquaci.

La Nepeta cataria, detta anche erba gatta, da non confondere con l’erba gatta filiforme, fra gli effetti benefici sulla salute dei gatti scatena anche una certa euforia.

Il nettare di datura, la bella pianta allucinogena dai grandi fiori bianchi a forma di tromba, pare sia molto gradito dalle sfingi, un particolare tipo di falene.

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agrifoglio californiano

 

Nei paesi nordici è noto che le renne si droghino mangiando i funghi allucinogeni dal bel cappello rosso con puntini bianchi Amanita muscaria. Il nome viene dalle mosche che ne succhiano gli umori per “volare” con maggior diletto.

I pettirossi americani Turdus migratorius si inebriano invece con le bacche dell’agrifoglio californiano Heteromeles arbutifolia detto toyon, con cui i nativi americani fanno un sidro.

I colombi rosa delle isole Mauritius si ubriacano con varie bacche e diversi tipi di uccelli mangiano i semi di papavero da oppio.

L’eucalipto che è il cibo esclusivo dei koala pare abbia anche un effetto inebriante.

I semi allucinogeni dell’ipomea violacea sono invece ciò che diletta i topi.

Notissime sono le solenni ubriacature che si prendono le scimmie, gli elefanti, le giraffe e molti altri animali delle savane africane con i frutti di marula, (vedi articolo) ma anche con le noci di palma borasso e col durian.

 

 

KON TIKI – Fiducia, coraggio e natura, alleate in un’impresa leggendaria

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Kon tiki, film del 2012 di Joachim Roenning e Espen Sandberg, sull’impresa del biologo norvegese Thor Heyerdahl che, durante il suo lungo soggiorno con la moglie nell’isola polinesiana di Fatu Hiva, sente parlare del dio del sole Tiki venuto da Est in tempi lontani con il suo popolo, stabilendosi sulle isole fino allora disabitate. Questo gli fa intuire che i polinesiani siano originari del Perù, arrivati millecinquecento anni prima con una zattera, dato che le navi presso di loro sono ancora sconosciute. La sua teoria è considerata assurda ma lui per dieci anni insiste a cercare finanziamenti e appoggi, fino a che nel 1947, all’età di trentatré anni, li trova e il 28 Aprile parte da Callao, il porto di Lima, con cinque amici, di cui uno solo sa di navigazione. Un pappagallo li accompagna, a bordo di una zattera lunga quattordici metri larga cinque e mezzo, fatta di tronchi di balsa legati con corde di canapa, con traverse di pino su cui sono fissati un capanno di bambù e un palo di legno durissimo di mangrovia, per reggere una vela. Quello è il tipo di imbarcazione usato dai peruviani nell’epoca della loro migrazione, quando non conoscono ancora il ferro, nonostante siano molto progrediti. La balsa è il legno più leggero del mondo e, nonostante assorba l’acqua, è in grado di reggere bene per un certo tempo e a restare diritto sulle onde più impetuose.

Uniche concessioni alla modernità sono la radio per tenersi in contatto col mondo e un canotto per fare foto della zattera da una certa distanza. Portano delle provviste ma mangiano anche i numerosi pesci che pescano facilmente. Il vento e le correnti oceaniche sono il motore che li porta a destinazione, provando la giustezza dell’intuizione di Thor, dal nome comune nei paesi scandinavi, lo stesso dell’antico dio del tuono.

Navigano per quasi ottomila chilometri e, nonostante le burrasche, la zattera chiamata Kon Tiki, nome del capo/dio migrato millecinquecento anni prima lungo la stessa rotta, non subisce rollii né beccheggi, ma sale e discende le onde. Dopo centouno giorni, il 7 agosto arrivano a una delle isole Tuamotu. La difficoltà più grande di tutto il viaggio è oltrepassare la barriera corallina che la circonda e la zattera vi si incaglia, ma tutti si salvano e riescono ad approdare in quello che appare come un vero paradiso.

Thor Heyerdahl è acclamato come eroe, insieme ai compagni che hanno avuto fiducia in lui e nell’abilità degli antichi, autori di imprese notevoli, grazie alla conoscenza della natura e all’abilità.

 

Pubblica vari libri sull’impresa e, col documentario girato, nel 952 vince l’Oscar. L’avventuroso Thor continua le sue ricerche antropologiche sulle varie isole dalla storia interessante e muore ultraottantenne. Dopo i funerali di Stato a Oslo è sepolto in Liguria a Colla Micheri, dove c’è la sua casa.

 

Ecomuseo delle Erbe Palustri a Villanova di Bagnacavallo (RA)

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vegetazione palustre

 

Al mare Adriatico romagnolo, sotto la foce del Po, arrivano le acque di fiumi minori come il Lamone, con un acquitrino che fino agli anni sessanta del novecento lambiva Villanova di Bagnacavallo, dove si andava spegnendo l’intensa attività artigianale legata alla particolarità del territorio: la lavorazione delle erbe palustri. Dove ci sono paludi e lenti corsi d’acqua prosperano le canne, le cannucce, i giunchi, le carici e le tife, che coi rizomi riescono a reggersi bene anche nel fango instabile e a portare ossigeno nell’acqua, dove altrimenti sarebbe insufficiente per la loro respirazione. Riescono così anche a renderla più salubre. Robuste, flessibili, leggere e alte fino a tre metri, (solo le carici e i giunchi pungenti sono bassi), mantengono le loro qualità per anni, anche dopo essere state tagliate. Ecco perché si prestano a innumerevoli impieghi senza bisogno di grandi attrezzature tanto che, nei cent’anni a cavallo tra otto e novecento, in questa zona la loro lavorazione è stata particolarmente intensa.

 

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alcuni fra i capanni ricostruiti nel giardino del museo

 

Il museo che ne illustra la storia, lo fa con una cura e un’ampiezza ammirevoli fin dall’esterno, dove nel giardino che lo circonda sono stati ricostruiti i diversi tipi di capanni molto diffusi in passato nelle terre umide. Hanno un’ossatura in legno e sono ricoperti di cannucce, in uno strato spesso all’incirca trenta/quaranta centimetri, capace di resistere alle intemperie per decenni e analogo a quello dei casoni veneti e dei cottage del Nord Europa.

 

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arredi di una casa ed elementi fatti di erbe palustri

 

Nelle molte sale del museo, dopo un video che aiuta a comprendere le trasformazioni di questa zona e delle sue attività, si visitano le stanze allestite con gli oggetti abituali nelle case delle famiglie che un tempo erano tutte impegnate nella lavorazione delle erbe palustri. Se ne sentiva il fruscio da mattina a sera, quando adulti e bambini le maneggiavano per guadagnarsi da vivere o per giocare. Un materiale così versatile si prestava ai divertimenti semplici quanto a quelli più impegnativi, come gli aquiloni, con la struttura di cannuccia su cui si tendeva la carta oleata, qui esposti insieme ad altri giocattoli, costruiti in certi casi dagli stessi bambini.

Attraverso dei modellini, si vede com’erano le case galleggianti, i traghetti del fiume, le barche per il trasporto di grandi cumuli del prezioso e al tempo stesso modesto materiale, che a volte era il legno di due generi d’albero sempre abbondanti dove c’è acqua: pioppo e salice, con cui si costruivano gabbie per il pollame, sedie, vanghe, pertiche.

Pannelli con spiegazioni accompagnano l’esposizione degli utensili e dei tantissimi oggetti realizzati come stuoie, cordami, ceste, rivestimenti per bottiglie, accessori del vestiario che comprendevano borse e scarpe anche molto raffinate. Ma ci sono pure gli stivali fissati a dei rialzi di mezzo metro, per camminare nell’acqua.

 

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scarpe in lavorazione

 

Le cannucce si usavano anche per fare le controsoffittature, di cui si vede qui un campione. Sono un materiale isolante molto efficace che è diventato di nuovo attuale per mantenere le case moderne più calde in inverno e più fresche in estate. Le erbe palustri lasciate crescere nelle acque inquinate le purificano, così come lo fanno i pioppi, i salici e gli ontani, che vengono oggi impiegati nella fito-depurazione degli scarichi casalinghi in campagna. Consolidano gli argini dei corsi d’acqua e attenuano il potere distruttivo delle correnti, rallentandole, in caso di alluvione.

I frutti delle tife, (Typha latifolia) che somigliano a grossi sigari, sono fatti di lanugine compressa, che quando si disfa vola via portando lontano i semini. Se la si raccoglie prima, serve ottimamente per imbottire cuscini e materassi. Il rizoma, invece, è commestibile e in passato, seccandolo e macinandolo si otteneva farina per il pane, mentre i germogli erano commestibili come verdura. Con le pannocchie piumose delle cannucce di palude, (Phragmites australis) invece, si facevano scopini, mentre la pianta era apprezzata per le varie proprietà medicinali contro le malattie da raffreddamento e gli edemi. I nativi d’America ne bevevano la linfa, mangiavano i germogli come verdura e facevano farina con i rizomi. Le canne, (Arundo donax) che sono più grandi e fanno da frangivento, hanno le stesse proprietà medicinali e in più fermano la montata lattea delle madri che ne hanno bisogno. Le ance di tutti gli strumenti a fiato, pare siano ancora fatte di canna, che in passato serviva a realizzare i flauti di Pan, con 10 canne di diverse dimensioni unite fra loro. La cellulosa che contengono è utile per farne carta.

Finita la visita, su prenotazione si può anche pranzare al sacco o richiedere menu vegetariani di specialità locali nella sala aperta sul giardino, arredata come le rustiche osterie di una volta, con suppellettili d’epoca.

L’associazione che si occupa della gestione di questo museo, organizza durante tutto l’anno le attività che rendono sempre più interessanti le visite per scolaresche e gruppi adulti.

 

Il sito è www.erbepalustri.it

 

Un articolo correlato riguarda I casoni veneti .

 

 

 

Da orti dei semplici a giardini botanici

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Tassodio nel giardino botanico di Lucca

 

Nei monasteri, dove i religiosi padroneggiavano l’arte di curare con le erbe, fino a tutto il quattrocento c’erano gli orti dei semplici, intendendo con “semplici” le numerose erbe curative e aromatiche come il timo, la valeriana e le tante altre che ancora conosciamo. Quelle erano le farmacie dell’epoca. Dal cinquecento in poi, con lo sviluppo delle scienze, simili orti si erano diffusi anche nei giardini dei signori, che si interessavano alla medicina o fingevano di farlo. Le università avevano fondato i loro e a Pisa, Firenze, Padova, in varie altre città italiane e straniere ne venivano realizzati di nuovi. Dopo la conquista delle Americhe avevano cominciato ad arrivare piante che suscitavano curiosità e che si affiancavano a quelle nostrane. Tra loro c’erano alberi come la robinia, che nel 1601 era stata portata dal giardiniere del re Jean Robin nel Jardin des Plantes di Parigi. Era stato, però, nel settecento, con la grande popolarità delle scoperte scientifiche che i molti alberi esotici erano stati messi a dimora nei giardini dei ricchi e negli orti dei semplici, trasformati così in giardini botanici.

 

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ginlgo biloba nel giardino botanico di Padova

 

Le piante e gli alberi che adesso sono monumenti vegetali, erano arrivati un po’ alla volta, a partire dal settecento, in forma di semi o di piantine dentro speciali cassette. A volte erano state spedite, altre erano state accompagnate dai botanici che, per trovarle, avevano affrontato viaggi lunghissimi in nave o via terra. La passione per la ricerca aveva spinto molti uomini, e persino qualche donna, nelle foreste dove il clima, gli insetti ed ogni sorta di animali, li avevano spesso tormentati fino quasi alla morte. Eppure, dopo essersi ripresi, tornavano a fare altri viaggi estenuanti, per poter conoscere ancora nuove specie, con qualità che non esaurivano mai le sorprese. Il loro bagaglio personale era ridotto al minimo, per poter trasportare quanti più semi o pianticelle fosse possibile. Li curavano e li proteggevano, perché almeno una parte di loro arrivasse a destinazione, a migliaia di chilometri di distanza, in un clima e in un terreno del tutto sconosciuti. Ma le capacità dei vegetali di rigenerarsi, sono leggendarie. Sono fra i più antichi abitanti della terra, anche se, fino al settecento, di loro si sapeva ben poco, nonostante la lunga vicinanza. Sono così antichi da essere infinitamente diversi da noi in molte cose. Solo un secolo prima, il chimico e filosofo belga Jan Baptista Van Helmont, aveva fatto una scoperta importante che li riguardava. In un grande vaso aveva messo un salice, limitandosi ad annaffiarlo per cinque anni, durante i quali la pianta era aumentata di settantacinque chili di peso, mentre alla terra che la sosteneva mancavano solamente sessanta grammi. Era ormai chiaro che i vegetali, per nutrirsi non consumano affatto il suolo, come si era creduto fino ad allora ma, attraverso le foglie, ricavano dall’aria le sostanze necessarie, (principalmente anidride carbonica) che diluiscono nell’acqua succhiata dalle radici, coi suoi minerali.

C’erano voluti quasi altri cent’anni per scoprire che le piante rigenerano l’atmosfera, quando il britannico Joseph Priestly ne aveva messa una sotto una campana di vetro, consumandone l’ossigeno con la fiamma di una candela, fino allo spegnimento. Dopo qualche tempo, inserendola di nuovo accesa, questa aveva trovato di che ardere, con ciò che le foglie avevano appena prodotto.

 

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liquidambar del giardino botanico di Bologna

 

Il successo delle piante si era fatto grande ed esemplari magnifici avevano trovato dimora nei giardini e nei parchi, dove quelle che non potevano vivere all’esterno, come gli agrumi, erano alloggiate in vaso, dentro edifici che permettessero loro di avere un clima adatto alle proprie esigenze.

È stata, però, la rivoluzione industriale con il suo nuovo modo di intendere la forma, a dare loro una sistemazione più spettacolare. L’era delle strutture metalliche di ghisa, acciaio e vetro, col nuovo gusto per la funzionalità e la leggerezza, trovava un punto di equilibrio nelle prime, grandi serre trasparenti, dove c’era posto anche per gli alberi.

Interessante riguardo alle erbe aromatiche è il Museo delle Erbe e la Farmacia di Santa Maria Novella. Per quelle tintorie è utile il Museo dei colori naturali.  Gli alberi monumentali dei giardini botanici delle varie città si trovano nella sezione Alberi Monumentali (menu a sinistra).

 

 

 

Le fontane di Tonino Guerra

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La Fontana del Sale – Cervia

 

Le fontane di Tonino Guerra sono tanto belle e poetiche da meritare un itinerario che le abbia per protagoniste. Sono state accolte in piccoli centri dell’Appennino nella provincia di Rimini, di cui l’artista era originario e al mare di Cervia e Riccione.

Per Sant’Agata Feltria ha disegnato la fontana della Chiocciola, del 1994, che l’artista ravennate Marco Bravura ha rivestito di mosaico. Altre due fontane sono state nobilitate dal mosaicista con la stessa tecnica, in questo paese pieno di sorprese culturali, a seicento metri di altitudine.

La chiocciola, oltre a suscitare simpatia per il suo aspetto ed essere legata all’acqua, è anche simbolo della lentezza indispensabile alla riflessione, di cui un poeta come Tonino Guerra era amico e che gli aveva ispirato varie opere.

 

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La Fontana della Chiocciola – Sant’Agata Feltria

 

Da Sant’Agata, attraverso una strada ripida e dissestata si raggiunge Pennabilli, dove il poeta abitava e dove, nelle stradine del paese, sono disseminati molti interventi pittorici e scultorei ispirati da lui, a cui è dedicato anche un piccolo museo. Suo era il Giardino dei Frutti Dimenticati con la Fontana della Foglia e altre opere, fra alberi da frutto di varietà antiche.

A Santarcangelo di Romagna, dove Tonino era nato, ci sono tre sue fontane tra cui quella della Farfalla, seconda versione di quella realizzata per Sogliano al Rubicone. Si trova vicino ad un altro museo che ospita sculture, filmati e libri del poeta, sceneggiatore, artista.

 

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Fontana della Farfalla – versione per Santarcangelo dell’originale per Sogliano al Rubicone

 

A pochi chilometri da Santarcangelo ci si può inerpicare verso Torriana, fra rupi suggestive da cui si vede bene anche quella di San Leo. La fontana di questo paese è l’Albero dell’Acqua. Nella vicina Poggio Berni c’è invece la Fontana della Memoria

A Cervia, un tappeto di mosaico sospeso sull’acqua porta due mucchi di sale, dato che l’attività per cui la cittadina era conosciuta in passato era quella della sua produzione. Marco Bravura ha interpretato da par suo il disegno di Tonino Guerra nel 1997.

 

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Fontana Albero dell’Acqua a Torriana

 

Casoni veneti: edilizia rurale di qualità

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Casone di via Ramei – Museo della Cultura opolare -Piove di Sacco (PD)

Le case rurali che si costruivano i contadini e i pescatori veneti vicino al fiume Brenta e al mare Adriatico, erano fatte col materiale disponibile in abbondanza sul posto: argilla, cannucce di palude, erba palustre, tronchi d’albero. Si chiamano casoni e di loro si trovano testimonianze fin dal quindicesimo secolo. Con la terra dei campi impastata insieme alla paglia si facevano i mattoni che asciugavano al sole e venivano assemblati con fango fresco, per alzare le pareti. Venivano poi rifinite con la calce mentre il pavimento, ben pressato e lisciato, restava di terra cruda. Solo i pilastri portanti di legno, poggiavano su grosse pietre per non marcire e reggevano anche le travi del tetto, dagli spioventi molto ripidi. Era ricoperto con mannelli di cannucce di palude legati all’intelaiatura di legno ed era sormontato da un colmo in erbe palustri o coppi in terracotta. La manutenzione doveva essere frequente e ogni due anni occorreva integrare le parti danneggiate dal vento, dagli insetti, dalle muffe o dal fuoco. C’erano i casoni di caccia, di forma conica, i casoni veneti, di forma rettangolare e i casoni di valle, meno caratteristici e fatti di laterizio, che servivano da rifugio ai ricchi cacciatori quando facevano le loro battute.

 

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Caso di via Ramei – ripostiglio/cantina e platano secolare

 

Nel territorio Piove di Sacco e di Codevigo, in provincia di Padova, rimangono alcuni casoni restaurati e visitabili, lungo i canali esterni all’abitato. In via Fiumicello 44 c’è il casone rosso, mentre in via Ramei si trova quello che è conosciuto come Museo della Cultura Popolare perché è completo di arredi e attrezzi, è circondato da un boschetto e dai campi, oltre ad una roggia di cui un tempo utilizzava l’acqua. Un platano e un giuggiolo ultracentenari gli fanno compagnia, messi a dimora ai tempi della costruzione originale, rifatta con muri e pavimento in cotto, dopo che i proprietari l’hanno ceduta al Comune alla fine degli anni settanta. All’interno si visita la cucina, rivolta a sud, per usufruire al massimo della luce e del calore del sole, completa di ciò che probabilmente vi si trovava un tempo, quando la famiglia conviveva con gli animali. Mucche, asino, galline erano ospitati in una seconda stanza rivolta a nord, più fresco e per questo più adatto a limitare cattivi odori e parassiti. Il calore dei loro grandi corpi riscaldava i locali in inverno, quando la legna si bruciava solo per cucinare nel camino della cucina. Anche qui come nella camera da letto si trovano gli arredi e nel sottotetto, un tempo adibito a fienile, sono ordinati gli attrezzi per il lavoro dei campi, tra cui la coltivazione delle barbabietole, destinate agli zuccherifici della vicina cittadina di Pontelongo. Le finestre sono piccole per ridurre il freddo d’inverno e il caldo d’estate, ma c’è un grande abbaino quadrato e inclinato sul tetto, per la ventilazione dei prodotti agricoli e l’illuminazione del sottotetto. Un casone più piccolo, accanto a quello principale, era destinato al ruolo di ripostiglio e cantina.

 

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Casoni a Conche di Codevigo (PD)

 

A Vallonga di Arzergrande si trova il casone azzurro e nel territorio di Conche di Codevigo, dove il paesaggio lagunare è più libero e suggestivo, spicca un casone di valle e tre casoni dal tetto altissimo. A Caorle (VE) e a Marano (UD) si trovano casoni stagionali di pescatori, più semplici e senza camino, dato che il fuoco si accendeva al centro dell’unica stanza e il fumo caldo sfuggiva attraverso la copertura del tetto, asciugandolo.

L’interno dei casoni di Piove di Sacco sono visitabili nella bella stagione solo di domenica ed è bene informarsi presso il comune per avere indicazioni precise ed eventualmente prenotare le visite.

I tetti ricoperti di cannucce di palude erano e sono comuni anche per le dimore signorili nelle campagne olandesi, inglesi e dei luoghi dove questa pianta si trova in abbondanza.

I muri in terra cruda sono stati molto diffusi in varie zone d’Italia per le case contadine fino all’epoca fascista, quando si è cercato di sostituirle con altre più consone all’idea egualitaria dell’epoca. Lo stesso è successo coi casoni. La cattiva fama di simili costruzioni era dovuta al fatto che si viveva in promiscuità e in condizioni igieniche precarie, a causa della povertà e dell’ignoranza degli abitanti.

Questi materiali sono stati usati fin dai tempi più lontani in tutto il mondo con ottimi risultati anche per le abitazioni cittadine e lo sono tuttora. Anzi, adesso sono privilegiati per le case più all’avanguardia dal punto di vista della salubrità e sostenibilità ambientale, oltre che dell’originalità delle forme. Al riguardo potrete leggere questo articolo. Sull’impiego delle canne palustri anche per i tetti, cliccate qui.

 

 

Fioriture a distesa

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fioritura della colza vicino a Urbana PD

 

Da Febbraio ad Ottobre, viaggiando lungo alcune strade è possibile vedere i campi colorati da fioriture spettacolari, a volte spontanee, altre volte dovute a coltivazioni.

Ad aprile fiorisce la colza, dai cui semi si ricava foraggio, olio alimentare o per biodiesel e i campi prendono un colore giallo limone molto carico e compatto. Lo si può vedere un po’ ovunque nelle campagne, soprattutto nel nord Italia.

E’ sempre ad aprile che nel parco del castello di Pralormo (TO) fioriscono migliaia di tulipani che fanno credere di essere in Olanda, dove sono arrivati alla fine del cinquecento dalla Turchia originaria, facendo letteralmente impazzire la gente. I tanti appassionati, attraverso le ibridazioni avevano creato innumerevoli varietà di colori e di forme. I bulbi erano venduti a prezzi sempre più alti, fino a raggiungere il valore di interi palazzi. L’inevitabile fine era stato un disastro finanziario nel 1634, ma i fiori, rimasti nel cuore degli olandesi, hanno continuato una felice permanenza.

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fioritura del lino – foto dal sito del comune di Pietralunga

 

A giugno sui campi di Pietralunga (PG) si vedrà galleggiare la fioritura azzurra del lino, ma solo per qualche ora al giorno, perché i fiori appassiscono rapidamente e vengono sostituiti da altri l’indomani. Questa pianta è coltivata per la fibra pregiata che se ne ottiene, fresca e assorbente, perfetta per indumenti estivi. I semi sono però altrettanto utili sia come nutrimento proteico e rinfrescante, sia per uso medicinale che industriale, artigianale e artistico dell’olio che se ne ottiene, ideale per le vernici, i colori, il legno. Le più grandi coltivazioni si trovano in Francia, Olanda, Belgio, Russia, Romania.

A giugno fioriscono anche gli americani girasoli e nella Val d’Orcia se ne vedono grandi campi. Queste gigantesche infiorescenze, composte da numerosissimi piccoli fiori disposti a spirale nel disco centrale, che nella parte più esterna terminano ciascuno con un grande petalo, producono semi dalle notevoli proprietà nutritive e medicinali, ottimi da mangiare tostati, da cui si produce anche l’olio alimentare o per biodiesel.

 

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lenticchie in fiore a Castelluccio PG – foto da Bellaumbria.net

 

Famosissima è la fioritura delle lenticchie nelle campagne di Castelluccio di Norcia (PG), che va da maggio a luglio. Grandi rettangoli o strisce in azzurro, rosso, giallo si possono ammirare dall’alto delle colline con tale piacere da costituire un’attrazione turistica. Le piante di legumi hanno fiori di particolare bellezza tanto nella forma che nei colori. I piselli odorosi ne sono forse il più illustre esempio, passato dall’orto al giardino. In più, oltre ad avere un alto contenuto in proteine, le leguminose nutrono i terreni su cui crescono, grazie alla trasformazione dell’azoto dell’aria in una versione adatta al nutrimento del suolo, che giova alle piante ben più della concimazione diretta a loro.

 

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lavanda in Provenza – foto da provenzafrancia.it

 

Tra fine giugno e luglio, anche in Italia si trovano campi di lavanda dal bel colore viola, che sono caratteristici della Provenza. A Venzone in Friuli, dove si celebra anche una festa in suo onore, in Liguria a Carpasio, Colle di Nava e Taggia. La lavanda, oltre ad essere ornamentale e venire utilizzata come profumo e anti-tarme, possiede ottime qualità medicinali particolarmente benefiche per la pelle e contro il mal di testa.

Ad ottobre sbocciano in gran quantità i crochi da zafferano nei campi intorno alla città dell’Aquila, ma anche nelle Marche, in Abruzzo, Sardegna, Toscana, Umbria, Basilicata. Sui crochi trovate un articolo qui. A Febbraio fioriscono quelli ornamentali, che si possono vedere su un grande prato all’interno della proprietà del FAI: la villa Bozzolo di Casalzuigno (VA)

A Marzo e inizio di Aprile, molti prati si imbiancano come per una nevicata, per effetto delle pratoline in fiore che resistono, insieme al tarassaco, a tutte le falciature e i calpestii. A Brescia 2 segnalo il prato del parco pubblico accessibile da via Lamarmora.

 

Farfalle: voli senza limite

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Farfalla su fiori di buddleja – foto da giardinaggio.it

 

La particolarità dei bruchi, di chiudersi in bozzoli e crisalidi per trasformarsi in creature alate, è stata sfruttata da noi umani per far nascere farfalle anche in luoghi lontanissimi da quelli in cui sono state deposte le uova. Le pupe vengono adagiate su strati di bambagia dentro delle scatole e spedite ovunque nel mondo agli allevatori e ai semplici appassionati, da cui vengono messe nell’ambiente in cui poi sfarfallano.

A breve distanza è possibile anche comperare farfalle vive, custodite con le ali chiuse per alcune ore in buste che si aprono in occasione di matrimoni o altre feste, liberandole per vederle volare via.

Le farfalle Monarca, invece, viaggiano in enormi sciami per migliaia di chilometri dal Canada al Messico per svernare ogni anno.

Le Sfingi Testa di Morto risalgono in estate dall’Africa verso l’Europa, in cerca di un clima più fresco.

 

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buddleja davidii – foto da giardinaggio.it

 

Un giardino visitato delle farfalle ha un fascino superiore a qualsiasi altro. Se non si ha la fortuna di vederle arrivare spontaneamente, occorre predisporre il necessario perché possano installarsi, ricordando che nella prima parte della loro vita sono bruchi mangiatori di foglie di determinate piante e, una volta messe le ali, ricercano il nettare di altre.

Senza un grande giardino dove i bruchi possano nutrirsi senza fare danni vistosi alle piante, bisognerà attirare solo le farfalle che, tutte quante, trovano irresistibile la bella e profumata buddleja, importata in Europa dall’Asia a fine ottocento come arbusto ornamentale e per consolidare i pendii delle ferrovie, impedendo le frane. Ha infatti radici profonde e robuste, resiste al freddo e alla siccità. E’ diventata infestante non solo per queste sue virtù, ma anche perché i suoi numerosissimi fiorellini riuniti in lunghe e dense pannocchie, producono una quantità enorme di minuscoli semi che si disperdono facilmente. E’ necessario dunque tenerla a bada per non lasciarle invadere il vicinato, ma le si sarà riconoscenti per la fioritura durante tutta l’estate, il delicato profumo, i bei colori e le tante farfalle che, visitando lei, rallegreranno anche noi. Un piacevole contrasto di colore lo darà il camedrio, dalle foglioline vellutate color argento e i piccoli fiori lilla, che piacciono alla grande e bella farfalla Macaone.

 

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camedrio -Teucrium fructicans- foto da actaplanctarum.it

 

Altri articoli sulle farfalle si trovano qui.