Torba: dalle piante per le piante e per noi

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casa di torba – foto da Meteo Web

 

Sulle rocce che avevano ospitato le prime forme di vita fuori dal mare si aggrappavano i muschi, poi gli equiseti, le felci e altre piante primitive, aprendo la strada alle tante altre. Molto più tardi, quando le loro discendenti venivano sommerse dall’acqua in depressioni del terreno, sprofondavano e si accumulavano senza più contatti con l’ossigeno, coperte dal fango. In climi temperati o freddi, che rallentano il metabolismo, si innescava la trasformazione che nel corso di milioni di anni le avrebbe portate a farsi carbone e, alla fine, grafite. Nei primi mille anni diventavano torba, porosa e intrisa d’acqua, che manteneva quella condizione per altri novemila, prima di farsi lignite e su cui si adagiava, strato dopo strato, un materasso di terreno asciutto. Gli alberi e le altre piante che avevano avuto la fortuna di trovare spazio proprio al di sopra, si erano giovati delle condizioni ideali per prosperare su un suolo leggero, ben drenato e fertile grazie alla presenza di tanti minerali.

Oggi la torba è molto usata nel giardinaggio, in parte come fertilizzante ma soprattutto come ammendante del terreno, che consente ai vegetali una migliore respirazione delle radici e un più efficace drenaggio dell’acqua. Purtroppo il suo impiego comporta la distruzione di ambienti fondamentali per la biodiversità e dunque è bene impiegare altri materiali.

 

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estrazione della torba in Irlanda – foto da National Geographic

 

Le coltivazioni di ortaggi e piante alimentari di ogni genere per il consumo umano, hanno sempre incontrato il luogo ideale per svilupparsi al di sopra di questi giacimenti, che in parte erano riservati all’estrazione di torba da essiccare e usare come combustibile, anche se poco calorifico. Questo avveniva soprattutto dove gli alberi scarseggiavano a causa del vento, del clima troppo rigido, delle guerre, di un impiego smodato del legno per la costruzione di navi, case, mobili e un’infinità di altri manufatti, oppure per farne pascoli. Data la tendenza a produrre molto fumo, la torba era servita e serve ancora per affumicare il pesce o il malto destinato alla birra, caratteristico della Scozia. Nei paesi nordici e principalmente in Islanda, le grandi doti isolanti della torba l’avevano fatta utilizzare in zolle sovrapposte le une alle altre, nella costruzione di casette basse (di probabile origine vichinga) con una sola porta e una finestrella in facciata, per il resto completamente rivestite di terra ed erba, proteggendo l’interno in modo eccellente dal vento e dalle rigide temperature. Un simile tipo di abitazione, adesso protetto dall’Unesco, ha ispirato una nuova interpretazione ecologica dell’edilizia, molto suggestiva e confortevole, adatta ai nostri gusti. (vedere l’articolo Case di terra e tetti d’erba).

 

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fusticino di sfagno, uno dei muschi
più frequenti nella toba -
foto da Wikipedia di Denis Barthel

 

Nelle zone umide in cui confluivano torrenti di montagna i Vichinghi cercavano il ferro per forgiare le spade, perché in ambienti di elevata acidità come quelli, una reazione chimica particolare formava noduli di ferro all’interno della torba, che veniva estratta dai giacimenti usando uno speciale coltello. Ogni vent’anni circa si poteva fare una nuova raccolta.

In Austria, Germania, Olanda, Irlanda, Islanda ci sono vaste torbiere, ma anche in Italia nelle zone paludose dei fiumi fino a quelle del Tevere, oppure in montagna, al limite delle zone di neve perenne, si trova la torba che può essere chiara perché più giovane, acida e derivata principalmente dai muschi. Man mano che scurisce rivela una sua più avanzata decomposizione e la presenza di altri vegetali.

 

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Gigantesche o minuscole, le pigne

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Gli alberi sempreverdi (con alcune eccezioni, come il larice) che hanno per foglie degli aghi o foglioline strettissime (come l’abete bianco), spesso hanno per frutti quelle che comunemente sono chiamate pigne, anche se andrebbero chiamati coni, da cui deriva il nome conifere con cui questo genere d’alberi è conosciuto. C’è però anche un albero a latifoglie (con foglie piatte) e deciduo (perde le foglie in autunno) che ha delle pigne riunite in mazzetti: l’ontano. Dopo che le lunghe infiorescenze maschili a spighette (amenti), hanno lasciato volar via nuvole di polline, quelle femminili di solito molto più piccole, si trasformano in pigne legnose che vanno dai 5 millimetri ai 50 centimetri. Fra le scaglie trattengono piccoli semi alati che volano via nelle giornate soleggiate, quando il sole le scosta, oppure formano dei semi carnosi, come i pinoli del pino domestico o del pino cembro, che vengono diffusi dagli uccelli. In questo caso occorrono tre anni, invece di uno, per arrivare a maturazione.

 

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fiore femminile di larice

 

Le dimensioni delle pigne, però, spesso sono molto inferiori a quello che ci si aspetterebbe, da alberi molto grandi come le metasequoie, le tuie, le criptomerie, le tsughe o addirittura i cipressi di Lawson che le hanno minuscole,  anche se molto numerose. Nella foto ne ho riportate alcune. Non trovate quelle dell’abete bianco, perché non le lascia cadere come fa l’abete rosso (o peccio), concedendole in pasto ai tanti animali del bosco che contribuiscono a diffondere i piccoli semi. L’abete bianco, infatti, oltre a far crescere i propri coni sui rami più alti, a maturità lascia volar via le scaglie, oltre ai semi muniti di un’ala che sembra un petalo di rosa. Sui rami restano i perni a cui erano attaccate, che paiono candeline. Anche i cedri del Libano, i deodara e dell’Atlante lasciano volar via le scaglie, dopo aver fatto cadere intero il “cappello” simile a una camelia legnosa. (foto).

Il pino domestico, che cresce in pianura nei climi miti, dentro le sue pigne fa maturare dei pinoli e allarga le scaglie che li trattengono quando c’è il sole, liberando i semi squisiti protetti da un guscio. Molti uccelli e altri animali provvedono a diffonderli, mentre se li portano via per mangiarli.

 

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“cappello” della pigna di cedro

 

Il pino cembro, invece, grande albero dal legno profumato che cresce intorno ai duemila metri di altitudine, in quel clima difficile ha preferito fare affidamento su un unico genere di uccello. Dunque le sue scaglie le tiene ben chiuse anche se c’è il sole e solo la nocciolaia, col becco incrociato, riesce ad aprirle e a far cadere qualche pinolo fra le rocce, dove trova calore e protezione per germogliare. La nocciolaia impiega parecchio tempo per insegnare ai propri piccoli come si fa e per questo rimangono più a lungo coi genitori rispetto ad altri.

La più grossa pigna della fotografia appartiene al pino di Lambert, uno fra i pini più alti del mondo, originario di California e Oregon, ma presente anche in qualche parco italiano. E’ conosciuto anche come pino zuccherino, perché essuda una resina dolce e squisita, simile a quella dell’orniello.

 

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Il Giardino Heller di Gardone Riviera (BS)

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André Heller è un artista della parola, della musica, del teatro e delle arti figurative, ma anche dei giardini perché nel suo, aperto al pubblico da Marzo ad Ottobre, ha profuso una generosità che ad ogni passo ha lasciato qualcosa di nuovo, che trascina i visitatori nei sentieri come una corrente. Nel 1988 ha preso posto a Gardone Riviera nella villa e nel giardino che erano stati fin dal 1912 di Arthur Hruska, suo conterraneo austriaco. E’ un ettaro di terreno in leggera pendenza dove scorre l’acqua che alimenta sette specchi e rinfresca l’aria, già gradevole per i tanti alberi dalle ali sempre aperte su qualche parte dello spazio bisognoso di requie dal sole estivo. Ci sono piante antichissime come la felce arborea, la cicadina, l’araucaria, l’euforbia e il ginkgo, scampate al cataclisma del cretaceo che ha sterminato persino i dinosauri, ma a cui loro sono sopravvissute e che qui sono rappresentate da giovani discendenti. Ci sono piante da tutti i continenti, comprese diverse specie di bambù, di cui ancora non si conosce la ragione della misteriosa fioritura.

 

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Sculture e installazioni di artisti locali e internazionali, a momenti sono appena visibili fra gli steli, le foglie, le corolle. Fra gli alti fusti dei bambù, due figure in bronzo lanciano dalla bocca getti d’acqua che a giudicare dalle loro facce potrebbero essere insulti, ma hanno l’effetto di scherzi. Sono di André Heller, il padrone di casa. Si fa notare l’opera di Rudolph Hirt che sbuca da un’impenetrabile vegetazione, l’enorme drago serpente, dio delle acque babilonesi. La casetta dei giochi, di Edgar Tezak, sospesa sopra i ciuffi d’erbe tropicali che circondano il cipresso calvo, sintonizza chi la guarda sulle avventure esotiche di fantasia. E poi ci sono i minuscoli tuffatori di Mariano Fuga in cima alle colonne e alle rocce, le figurine di Roberto Ciroli che cercano uscire dal soffione di rete, la tavola apparecchiata di piante e acqua di Sandro Bolpagni.

 

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Le sculture degli autori più celebri tengono un po’ le distanze e altre si confondono fra le forme vegetali, dove il fiore creativo della natura offre il suo nettare all’ape umana, venuta a cercarlo fin qui.

 

 

 

Coccodrilli nei santuari mariani

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coccodrillo nel santuario della Madonna delle Grazie – foto del Comune di Curtatone MN

 

In alcuni santuari italiani dedicati alla Madonna, capita di vedere un coccodrillo tassidermizzato sospeso sotto la volta. Succede a Curtatone in Santa Maria delle Grazie, a Ponte Nossa presso la Madonna delle Lacrime, a Verona alla Regina della Pace, a Rapallo da Nostra Signora di Montallegro, a Macerata in Santa Maria delle Vergini. Solo a Ragusa si trova nella chiesa di San Giorgio. Un tempo questi rettili si appendevano sopra i banconi degli speziali, quando ancora si credeva che certi animali pericolosi, che avevano il potere di uccidere gli uomini, avessero anche quello di guarirli. Nella mente umana la suggestione è capace di compiere miracoli e prima che la scienza sfatasse molte credenze, poteva bastare la vista di un tale mostro per sbloccare certi ostacoli alla guarigione. Lui che vive nelle acque torbide ma rimane a crogiolarsi al sole e colpisce all’improvviso con rapidità, rappresentava il mistero della vita e della morte. Il suo legame con l’acqua, da cui dipende l’esistenza di ogni creatura, nei Pesi tropicali lo rendeva simbolo di fecondità vegetale e ne collegava il significato a quello simile delle ninfee, radicate nella melma degli stagni e numerose a pelo d’acqua.

 

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interno del santuario mariano di Curtatone, foto da www.dellumanoerrare.it

 

I rilievi duri come pietre del suo dorso facevano credere che la terra poggiasse sulla schiena di un immenso coccodrillo, che ogni sera divorava il sole ma ogni mattina lo risputava intatto. Per gli antichi aztechi la terra era nata da un coccodrillo e dalla sua testa  nascevano le erbe medicinali. Da noi, dove non ce ne sono mai stati, era probabilmente ritenuto parente del drago, che rappresentava il male da sconfiggere ed essendo rettile appartiene alla stessa famiglia del serpente, che nella nostra iconografia religiosa è simbolo del demonio. La Vergine che esprime il bene e la compassione, infatti, è spesso raffigurata col piede sopra la sua testa, dunque la presenza di coccodrilli ormai innocui proprio in alcuni suoi santuari e in quello di San Giorgio si deve ad un simile significato. Probabilmente erano stati portati vari secoli fa in Italia da viaggiatori che ne avevano avuta grande impressione o addirittura erano stati aggrediti e si erano salvati.

 

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il dio Mercurio col caduceo – foto da www.libero-arbitrio.it

 

Il serpente nelle farmacie è ancora raffigurato avvolto in coppia intorno al caduceo di Mercurio, messaggero degli dei e guida degli esseri che cambiano condizione, come avviene ai malati che guariscono. Molti serpenti sono velenosi, ma è noto che il loro veleno in dosi opportune può essere medicina. Oltretutto, siccome cambiano la pelle, evocano la trasformazione della condizione del malato in modo eccellente. I due serpenti significavano le forze contrarie che si equilibravano. Il caduceo, come albero della vita, era simbolo antichissimo a cui in epoca greca erano state aggiunte due due ali a significare la sintesi. Il corpo rigorosamente essenziale del serpente ne aveva fatto l’espressione della forza vitale nel suo erompere dalla terra e ne significava la continuità infinita, quando la linea del suo corpo si chiudeva in un cerchio, tenendo la coda in bocca. Il rettile che ha la tana sotto terra era per questo anche simbolo di morte e rigenerazione, che conosceva i segreti dell’esistenza e dunque il futuro: le profetesse erano dette anche pitonesse.

 

Spirito creativo

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La creatività è un modo di pensare e di agire che lascia emergere varie soluzioni ai quesiti della vita. Dunque riguarda tutti i settori, anziché solo l’arte, come spesso si crede. E’ però qualcosa che può trovare molti ostacoli, fra cui la tristezza e la paura provocate dai condizionamenti esterni, da una mentalità rigida, dalla sofferenza fisica e morale, dall’isolamento. Occorre dunque avere qualcosa che le permetta di attivarsi, altrimenti può succedere che si veda solo una soluzione o addirittura nessuna.

Scambiare idee con persone che abbiano almeno la capacità e l’interesse ad ascoltare, aiuta a definire meglio ciò che si sta elaborando, a creare agganci con altre idee, a evocare ciò che è già stato fatto da altri e che può essere un valido contributo.

Viaggiare è un’ottima possibilità di conoscere mentalità e idee nuove, che si comprendono meglio evitando il rumore, la folla, la confusione. In caso contrario si avrà passato magari del tempo in modo piacevole ma resterà poco o niente di concreto su cui costruire. Il silenzio, la tranquillità e tempi sufficientemente lunghi sono necessari anche per i bambini, che è bene imparino ad utilizzare meglio le proprie risorse interiori e la propria autonomia, a cui attingere quando dovranno resistere a certe pericolose spinte, che per essere riconosciute richiedono proprio questo. Dopo aver lasciato sfogare il loro sovrappiù di energia e di richiesta di attenzione, è bene abituarli anche a spazi di silenzio e di concentrazione per sé e per gli altri.

 

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Fonte di creatività inesauribile è la natura. Oltre alle forme e ai colori spesso molto belli, sono le strategie che adottano le diverse forme di vita ad essere stupefacenti e ad ispirare il desiderio di sperimentare e rinnovare. Conoscere il funzionamento della natura è una delle cose più stimolanti per lo spirito creativo in qualsiasi ambito e vale davvero la pena di dedicare del tempo a questo argomento. Un esempio di ingegno arboreo che ha fatto fronte a condizioni davvero fuori dalla norma è quello messo in atto dalle mangrovie. Infatti nelle zone costiere paludose dei tropici, riescono a vivere in un terreno sempre bagnato, salato e molliccio, che per qualsiasi altro albero sarebbe letale, oltre a trattenere i semi su di sé fino a che germinano ed emettono una lunga radice a fittone con cui si conficcano nel suolo quando sono già sufficientemente sviluppate da non farsi portar via dalle maree e resistere alle difficili condizioni del luogo dove vivono.

 

 

Uomini e profeti

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Uomini e Profeti è un programma di Radio Tre RAI curato da Gabriella Caramore, che da molti anni va in onda il sabato e la domenica mattina dalle 9.30 alle 10.15, riascoltabile in podcast con tutto comodo. Fa intervenire studiosi e religiosi di ottimo livello, illuminando molti punti della vita interiore e dunque la psicologia, la filosofia, la religione e naturalmente la storia, che evidenzia quanto i tempi, i luoghi e le circostanze influiscano sulle credenze e cambino i valori.

Laici e religiosi che si sono interrogati per tutta la vita sui temi fondamentali dell’umanità, espongono con parole semplici ciò che è molto importante sapere sul complesso mondo della spiritualità, erroneamente creduto da molti solo come religioso. Invece ciò che riguarda il bisogno di dare un senso alla vita, l’amore per l’esistente in tutte le sue forme, l’onestà, il rispetto, la sincerità, la fiducia, la giustizia che non si aspettano ricompense da alcun dio e neppure punizioni, possono essere anche più profonde negli atei, che il bene lo fanno perché lo amano, anziché per dovere, per convenienza o per paura.

Le religioni sono comunque nate per codificare tutto questo e sorreggere anche chi è meno forte interiormente e ha bisogno di norme esplicite. I rituali e la socialità che vi sono connesse aiutano e sostengono i credenti e ogni religione ha qualcosa da offrire. Molte, se non tutte sono rappresentate nel programma Uomini e Profeti da loro ministri, praticanti e studiosi. Anche la mitologia ha una parte importante che viene fatta conoscere, perché i suoi significati sono sedimentati nel profondo del nostro animo.

Laici agnostici danno un notevole contributo, accendendo molte curiosità e voglia di conoscere.

Questo programma favorisce una visione ampia del mondo che aiuta certamente ad intraprendere qualche necessario cambiamento nella propria vita e, di conseguenza, in famiglia e nella società.

Insospettabili vite delle piante tropicali da appartamento

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ficus strangolatore su palma – Messico – acquerello di Anna Cassarino – 1993

 

Le belle piante che danno un tocco raffinato ai nostri appartamenti sono quasi sempre di origine tropicale e spesso vengono dalle foreste dove le loro parenti diventano alberi che fioriscono e danno frutti. Nelle dimensioni ridotte in cui le vediamo fra i nostri muri, quasi mai immaginiamo le vite che conducono quando sono in libertà, che vale la pena di conoscere.

Molto benvoluto è il Ficus benjamina, che si adatta benissimo ad ogni condizione perché nei Paesi dove vive normalmente, spesso si installa su altri alberi. I suoi semi inghiottiti dagli uccelli dopo essersi cibati dei fichi, a volte vengono rilasciati con le feci nell’inforcatura principale dei rami di un’altra specie dove germogliano velocemente e allungano le radichette lungo il fusto. Si accontentano dell’umidità prodotta dal fogliame di chi li ospita e delle sostanze che si depositano sulla corteccia, mentre si sviluppano contemporaneamente verso l’alto e il basso, tenendosi ben ancorati con radici che avvolgono l’altro albero come fossero braccia e gambe. Prendono così delle forme spesso molto curiose, somigliando in vari casi a degli animali. Quando la loro radice principale arriva a terra, vi si sprofonda e rifornisce molto meglio le proprie foglie, che presto avvolgono con la chioma quella dell’albero ospitante. In questo modo gli toglie la luce e dunque la possibilità di nutrirsi attraverso la fotosintesi, fino a che l’altro muore. Ecco perché il ficus benjamina è chiamato anche “lo strangolatore”.

 

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ficus strangolatore – Messico – acquerello di Anna Cassarino – 1993

 

 

Anche il Ficus elastica dalle grandi foglie lucide e carnose, di moda diversi anni fa e il Ficus altissima hanno simili abitudini.

Tutti i parenti del nostro fico, hanno la particolarità di vivere in simbiosi con un solo tipo di impollinatore, diverso per ciascuna specie. E’ una minuscola vespina che vive dentro quelli che noi crediamo frutti e che sono invece fiori raggruppati e chiusi dentro un sacchetto morbido con un foro sul fondo, che serve da passaggio per le fecondatrici. Dunque i ficus tropicali che vivono all’aperto nelle zone più calde d’Italia o in altri Paesi, rimangono sterili perché manca loro chi li fecondi.

 

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Monstera deliciosa – Messico – acquerello di Anna Cassarino 1993

 

La Monstera deliciosa, dalle grandi foglie bucate, per far passare la luce a quelle sottostanti quando si trova nel proprio ambiente naturale, diventa una pianta molto voluminosa in larghezza, comportandosi spesso da rampicante e solo quando raggiunge dimensioni ragguardevoli fiorisce e produce ottimi frutti. Quando le grandi foglie si staccano lasciano cicatrici che molte volte sembrano occhi, come nell’acquerello qui sopra.

La palma Areca catechu, che si adatta a stare in vaso, in India e nei paesi asiatici è conosciuta come betel, come le noci masticate in continuazione dai nativi perché stimolanti e medicinali, ma che tingono la saliva e i denti di rosso, come fosse sangue. I suoi oli essenziali vengono impiegati anche per produrre incenso e sapone

 

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Bei fiori, bei frutti del cotone

 

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fiori gialli del cotone, frutti candidi e foglie – foto da idee green

 

I bianchissimi, grandi fiocchi di compatta lanugine, trattenuti da quello che resta delle capsule disseccate che li avevano racchiusi, sono belli come fiori e fiori sono creduti da tanti. Sono invece i frutti del cotone, che proteggono i semi con una fitta coltre, dalla puntura di insetti capaci di ucciderli. Le migliori qualità del genere Gossypium hanno corolle grandi e belle, degne di ogni giardino ma in India e in America fin dai tempi più antichi sono state coltivate per le fibre che si possono tessere senza le lunghe lavorazioni necessarie per altre piante. Anche in Europa il cotone è sempre esistito come albero e come pianta erbacea, dalle fibre rosse o gialle. Il bianco con cui tutti lo conosciamo è conseguenza del continuo lavoro di selezione che gli uomini hanno compiuto per piegare il cotone alle loro esigenze. Recente è il cotone azzurro, selezionato per fabbricare i blue jeans senza doverli tingere. Anche la coltivazione delle piante più basse per facilitare la raccolta dei fiocchi, che è comunque molto laboriosa e faticosa, dipende da un volere umano. Occorre infatti fare attenzione a non cogliere i batuffoli difettosi o immaturi e anche a non prendere con la fibra, parti secche della pianta. La natura si adatta solo fino ad un certo punto alle nostre esigenze e la qualità migliore del cotone rimane quella dei climi tropicali, in cui piove molto nei primi mesi di vita della pianta e c’è gran sole quando matura il frutto. Questo avviene in modo naturale in pochi posti e comunque può non verificarsi con regolarità. C’è dunque bisogno di enormi quantità d’acqua, oltre che di molti insetticidi, erbicidi, concimi, così che l’innocente specie coltivata troppo intensamente, diventa suo malgrado nociva per il pianeta e per chi lo lavora. Per questo si sono adottati da decenni metodi di coltivazione e specie che non hanno bisogno di molta acqua, né di tanti pesticidi, rendendo il cotone degno dell’aggettivo “biologico” (in inglese “organic). Non è esigente per il tipo di suolo, ma preferisce terreni silicei, dove in circa sei mesi appaiono le capsule che maturano in tempi diversi, rendendo la raccolta lunga e difficoltosa.

 

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campo di cotone – foto da Wikipedia

 

In Sicilia, Calabria e Spagna, fin dalla dominazione araba si è coltivato il cotone, anche se in quantità modeste, ma è stata l’India a lavorare da sempre la fibra adatta ai climi molto caldi, mentre in Cina, dove anche i più poveri si sono sempre vestiti di seta, dato che nella produzione di quella fibra erano specializzati, si dice sia arrivato solo nel tredicesimo secolo. I greci lo conoscevano come tessuto usato dai persiani e gli egiziani lo coltivavano come curiosità. Invece i nativi americani del Messico, Perù e Brasile ne facevano grande uso. Nel diciassettesimo secolo, in Virginia, gli statunitensi di origine anglosassone e francese sono diventati i primi grandi coltivatori, sfruttando gli schiavi neri o i bianchi poveri, per un lavoro massacrante soprattutto nella raccolta, cui segue l’asciugatura, la cernita e la sgranatura, vale a dire l’asportazione dei semi che già nell’ottocento veniva fatta con una macchina. Dai semi si ottiene un olio buono anche per l’alimentazione, mentre le fibre pressate e imballate vengono spedite verso le città cotoniere, di cui Liverpool era ed è fra le più importanti.

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Quando la natura disegna e dipinge

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pietra paesina – foto di gipierlu da Wikipedia

 

Nei dintorni di Firenze ed in qualche altra zona della Toscana, si trova un tipo di pietra sedimentaria chiamata alberese, che sembra dipinta da pittori di paesaggi. Invece, è opera della natura su calcare compatto, misto ad argilla. Le infiltrazioni d’acqua nel materiale ossidano il ferro che vi si trova, colorando delle zone in rossastro. Il magnesio viene sostituito con calcio e la calcite cola nelle fratture, creando disegni di grande bellezza.

In grigio chiaro risulta il calcare, rossastro-marrone è il colore degli ossidi di ferro, nero è quello del manganese e azzurro è quello dell’argilla.

 

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dendrite – foto di Mark A Wilson da Wikipedia

 

Stupefacente è anche ciò che avviene nelle rocce calcaree dove si insinua l’ossido di manganese, che prende forme talmente simili a felci o comunque a dei vegetali (formazioni dendritiche) da far credere che si tratti di fossili. In passato anche gli esperti sono stati tratti in inganno da simili formazioni, che si possono osservare a volte anche quando due vernici allo stato liquido si incontrano su uno stesso piano in uno strato sottile, oppure nella pittura ad acquerello, quando in una carta con il giusto grado di umidità, un colore penetra in un altro formando rami, foglie, effetti boschivi. Spettacolari effetti del genere si possono vedere sui vetri ghiacciati in inverno o nei fiocchi di neve.

Inganni vengono prodotti anche dalla marcasite, che si può disporre in cerchi concentrici del tutto simili agli anelli di crescita degli alberi.

 

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figura di Chladni – foto da Focus.it

 

Del resto, anche la polvere e la sabbia su una superficie asciutta, oppure sul fondo di un recipiente con acqua pulita, si può disporre formando disegni anche molto complessi ma simmetrici, semplicemente per effetto delle vibrazioni del suono, che si espande in onde. Sono le “”figure di Chladni” dal nome di chi le ha studiate e catalogate con particolare attenzione. Nei musei di storia della scienza ci sono le piastre con cui fare le dimostrazioni, che si possono fare anche in casa, seguendo determinate istruzioni.

 

 

 

 

 

 

 

Stessa cosa ma modi diversi per diverso risultato

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immagine tratta dal libro La spinta gentile, di Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein

 

Chiunque guardi i due tavolini rappresentati nella figura, tratta dal libro “La spinta gentile” di Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein, può essere convinto che abbiano dimensioni diverse. Se però ne misura i lati deve constatare con stupore che sono uguali (salvo la piccola distorsione dovuta alla pagina leggermente convessa). Queste figure ci dimostrano non solo quanto siamo soggetti a illusioni che attraverso la vista e gli altri sensi sono create dal cervello, ma che una stessa cosa a cui si cambia la posizione, può apparire completamente diversa.

La forma e il contesto sono in grado di influire sul contenuto, nei fatti, nei disegni, nei pensieri quanto nelle parole. Ecco perché è importante cercare e usare le parole più appropriate per esprimere qualsiasi cosa, se si vuole avere la possibilità di comprendere e, se necessario, cambiare la realtà. In una simile ricerca occorre mettere un’intenzione sincera, se si vuole sfuggire all’ipocrisia, ma senz’altro inizialmente ci può essere anche solo curiosità. Entra in gioco, però, l’abitudine mentale e ci si accorge ben presto che l’impresa di modificarla è tutt’altro che facile. Un conto è la decisione della ragione e ben altra cosa è ciò che è inciso nella profondità del nostro animo, fino al punto da agire in modo automatico. Reprimere un impulso istintivo è controproducente, perché ciò che si cerca di soffocare, prima o poi rispunta fuori in modo imprevedibile e anche pericoloso, manifestandosi in malattie e in comportamenti distorti. Visto che abbiamo due modi distinti di percepire le cose, possiamo provare ad usare due linguaggi differenti per dialogare con noi stessi: una volta deciso ragionevolmente di fare qualcosa, occorre dare alla formula della decisione un linguaggio suggestivo e simbolico, che è quello compreso dal nostro lato istintivo. In caso contrario ogni sforzo si rivela inutile. Si può tradurre il concetto in rima, in canzone, in poesia, in racconto, in immagini disegnate, in colori, in auto-ipnosi, in rituale, in cerimonia. Per capire meglio questo suggerimento è utile leggere alcuni libri che ho recensito e che si trovano nella sezione “Libri che aiutano a capire l’animo umano”. In particolare i libri di Giorgio Nardone, Andrea Fiorenza, Alejandro Jodorowski.

Prima di tutto, però, occorre prendere una buona abitudine, che fa risparmiare tante perdite di tempo, tanti conflitti, tanti errori: leggere e rileggere ciò che gli altri ci scrivono e ciò che scriviamo loro.

 

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Torri passerere e rondonare

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passerera di villa Conti Carletti a Codogna, frazione di Grandola ed Uniti (CO)

 

Nella parte alta delle torri di alcuni castelli nel centro-nord italiano, a volte si vedono varie file sovrapposte di fori relativamente piccoli, realizzati per attirare i piccoli uccelli che in natura fanno i propri nidi nei fori degli alberi e nei paesi e città si adattano alle piccole cavità degli edifici. Le chiamano passerere o rondonare, perché spesso sono i passeri o i rondoni ad occuparle. Anche ballerine gialle, cinciallegre, codirossi, picchi muratori, storni, balestrucci, gradiscono questa soluzione per deporre e covare le uova, poi allevare i piccoli e in autunno lasciarli vuoti.

Nei giardini di certe ville si costruivano torrette passerere con l’unico scopo di attrarre i piccoli uccelli, che con la loro presenza rallegravano gli abitanti. Nei periodi ci carestia, però, i nidiacei venivano mangiati.

 

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Torre passerera in un vigneto di Villa, frazione di Gussago (BS) -
foto di Angelo Cartella da Gussago News

 

Gli ospiti più insoliti sono sempre stati i rondoni, che a forza di vivere in aria hanno quasi perso l’uso dei piedi per camminare. Per questo il nome scientifico è apus, cioè senza piedi, anche se sono molto efficaci per aggrapparsi a sporgenze verticali. Assomigliano alle rondini, ma al contrario di loro sono quasi del tutto neri e e sono parenti dei colibrì. Migrano alla fine di ogni estate verso l’Africa, per tornare a primavera da noi a fare i nidi, deporvi le uova e poi accudire i piccoli. Solo allora le loro deboli ed inefficaci zampette si posano su appigli alti, da dove possano lanciarsi, perché non potrebbero decollare da terra. Sono così veloci da non avere altri nemici che i falchi lodolai, altrettanto rapidi. Di giorno volano in alto con il becco aperto a velocità che sfiorano i duecento chilometri orari per nutrirsi di insetti o accoppiarsi e di notte restano ancora nell’aria, sfruttando le correnti calde, quando dormono con una sola metà del cervello per vigilare con l’altra, mentre salgono a grandi altezze per poi scendere lentamente, planando in grandi cerchi e ricominciare daccapo fino all’alba.

 

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rondonara del borgo vecchio di Carmagnola (TO) foto di M.Ferri

 

La passerera di villa Conti Carletti si potrà vedere in occasione di una visita ad un notevole monumento naturale qual’è il “rogolone”, quercia gigantesca di 300 anni di età. Rivolgendosi ai volontari dell’ecomuseo della Val Sanagra www.museovalsanagra.it si potrà visitare anche il museo della civiltà contadina e interessanti manufatti storici della zona.

Sul sito www.monumentivivi.it dove si possono trovare le segnalazioni di rondonare. Per gli amanti degli uccelli sarà interessante partecipare al festival dei rondoni in Italia e Svizzera www.festivaldeirondoni.info

 

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rondone – foto da brisighellaospitale.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Donne del passato, cercatrici di piante

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Marianne North – foto da Wikipedia

 

Le donne più intraprendenti e coraggiose, in passato qualche volta sono riuscite a superare le innumerevoli difficoltà nella realizzazione delle proprie aspirazioni al di fuori della famiglia e hanno dato il loro contributo anche alla botanica.

La più grande protagonista della ricerca di piante sconosciute in Europa era stata nell’ottocento Marianne North, (1830-1890) figlia di un ricco deputato del parlamento inglese. Alla morte precoce della madre si era dedicata alla conduzione della casa e a tenere compagnia al padre, viaggiando molto in Europa e Nordafrica con lui. Nel frattempo si era perfezionata come pittrice e aveva visitato i giardini Chiswick e Kew, dove le molte piante esotiche l’avevano affascinata con la loro bellezza e varietà. In quell’epoca gli unici due modi per conoscere le piante rare, a parte il vederle dal vero, era la consultazione degli erbari dove foglie, fiori, radici si conservavano essiccate e appiattite tra le pagine, oppure osservarne i disegni e le pitture. Queste erano relativamente più rare, perché richiedevano abilità artistiche da parte dei naturalisti e anche tempo. Permettevano in compenso di vedere come erano i vegetali nella loro interezza, di sapere come erano i colori e di conoscere i frutti, solitamente troppo voluminosi o deperibili per essere appiattiti. La fotografia richiedeva ancora un’ingombrante attrezzatura e aveva una scarsa resa per i dettagli.

 

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Dipinto di Marianne North – frutti di Blighia sapida – immagine da artmight-com

 

Quando Marianne era ormai quarantenne, morto il padre aveva intrapreso nuovi viaggi da sola, andando sempre più lontano. Negli Stati Uniti aveva trovato una flora magnifica già nei parchi, nei giardini privati, negli orti botanici e con quella aveva iniziato la sua carriera di pittrice di piante. Poi si era fatta sempre più audace, anche perché il suo interesse per la straordinaria varietà di forme e colori dei fiori si era accresciuta, spingendola verso il Brasile, il Canada, il Giappone e la Cina. Nonostante i reumatismi la facessero soffrire, ogni volta che era rientrata in Inghilterra per riprendersi dalle fatiche, era ripartita dopo pochi mesi per destinazioni come il Borneo, Giava, Ceylon, l’India, incontrando sempre le persone più interessanti grazie alle lettere di presentazione da parte delle sue altolocate relazioni sociali. Nel 1880 i dipinti botanici realizzati, di grande interesse per gli studiosi, erano diventati tanto numerosi e ammirati da convincerla ad esporli in permanenza presso i giardini Kew di Londra, in una galleria adeguata. Possiamo immaginarci lo stupore che avevano provato i visitatori, vedendo forme e colori che per noi adesso sono abituali, ma che allora erano novità stupefacenti. Su suggerimento di Darwin, aveva deciso di completare la collezione con la flora dell’Australia e dell’Africa e vi si era recata, intraprendendo il suo secondo viaggio intorno al mondo, che includeva anche il Sudamerica di lingua spagnola. Per quanto potesse disporre di ogni comodità, compatibilmente con il luogo, le peregrinazioni erano state comunque faticose e piene di pericoli anche per il gran caldo, il freddo estremo e le malattie, contro cui ancora c’erano scarse difese. La sua vita messa a dura prova, si era così conclusa a sessant’anni, nel 1890.

 

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Margareth Mee – foto da enyonegirl

 

Nel novecento un’altra pittrice inglese aveva affrontato i disagi dei viaggi, andando in cerca di piante. Era stata Margareth Mee, nata nel 1909 e morta nel 1988. Anche lei aveva iniziato la sua carriera di artista botanica intorno ai quarant’anni, dedicandosi però solo al Brasile, dove inizialmente era andata col marito per insegnare pittura nel 1952. Quattro anni dopo si era inoltrata nella foresta amazzonica appassionandosi alla sua particolare flora, tanto da avere poi l’incarico ufficiale di pittrice dall’Istituto Botanico di Sao Paolo. Infatti, nonostante la fotografia permettesse ottimi risultati, la pittura consentiva ambientazioni e dettagli migliori. Inevitabilmente si era appassionata alla causa contro la deforestazione selvaggia e si era unita agli attivisti per attirare l’attenzione mondiale sul grave problema. Fra i suoi fiori preferiti c’erano le orchidee e le bromeliacee, di cui voleva lasciare una testimonianza prima che scomparissero. Le sue ricerche erano state premiate con la scoperta di fiori che poi avevano avuto il suo nome, di cui il più originale è quello della Heliconia chartacea var meeana. Uno dei suoi ultimi lavori era stato il ritratto di un fiore di cactus che sbocciava solo per una notte alla luce della luna (Selenicereus wittii) e che nessuno straniero prima di lei aveva ancora visto aperto. Anche le sue opere sono esposte ai giardini Kew.

 

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il fiore di Selenicereus wittii – foto da olimpiareisresque-blogspot.com

 

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