Meno cadute di alberi se tutti sapessero che…

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fronde di cipresso del Kashmir

 

Se è impossibile evitare le bufere che distruggono gli alberi, è possibile limitarne i danni con un loro trattamento consapevole, che però molti ignorano.

1. piantare gli alberi giusti nel posto giusto, tenendo conto del tipo di terreno, del clima, della situazione delle falde acquifere che si abbassano sempre più a causa del loro sfruttamento eccessivo. Alberi che resistevano bene un tempo, possono non farcela nelle nuove condizioni. Tenere conto del tipo di radici che hanno è fondamentale. In molti boschi sono stati messi a dimora degli abeti rossi, inadatti alle nostre montagne perché hanno radici superficiali e sono dunque facilmente sradicabili dal vento. In città ci sono tanti cedri e pini troppo alti, troppi grandi alberi sempreverdi davanti alle case con giardini minuscoli: magnolie sempreverdi, cedri deodara, abeti rossi. Occorre sostituirli, anziché smozzicarli orribilmente come tanti fanno.

 

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anche il faggio ha radici superficiali

 

2. mettere a dimora alberi di diverse specie e compatibili fra loro, perché ciò che nuoce a uno può lasciare intatto un altro

3. diradare gli alberi quando sono troppo fitti, altrimenti diventeranno alti e sottili, dunque vulnerabili

4. piantarne in epoche diverse nelle stesse zone, perché anche l’età influisce sulla reazione a malattie e calamità varie

5. in città sceglierli tenendo conto della loro dimensione definitiva, prevedendo spazio adeguato all’ampiezza della chioma e delle radici. Evitare i sempreverdi che in inverno fanno ombra dove occorre il sole e che la neve può danneggiare

6. lungo i viali, nei parcheggi, nei giardini, lasciare ampio spazio anche alle radici, evitando di compattare troppo il terreno. Le radici devono poter respirare, espandersi, assorbire acqua

7. evitare le mutilazioni che gli incompetenti spacciano per potature, indebolendo gli alberi, facendoli ammalare e provocando i conseguenti guai

8. stare attenti ai decespugliatori con cui spesso viene tagliata l’erba intorno agli alberi. Spesso si avvicinano troppo ai fusti e staccano la corteccia, provocando ferite e conseguenti malattie e indebolimenti.

Gli alberi compiono un lavoro eccezionale per ridurre tanti pericoli causati dal dissesto idrogeologico, ma è INDISPENSABILE trattarli nel modo corretto. Altrimenti possono fare danni, come succede se qualsiasi persona o animale viene costretta a operare nelle peggiori condizioni.

 

 

 

Il Museo di Storia Naturale di Trento (MUSE)

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il MUSE visto dai suoi orti

 

Il MUSE inizia la sua didattica dall’ambiente in cui è inserito, vicino al fiume Adige, con un grande prato e due orti di cui non si colgono i prodotti, per mostrare il ciclo completo della natura. Fino ad alcuni anni fa questo spazio era occupato da una fabbrica, poi dismessa e demolita, per costruire un intero quartiere all’avanguardia nella sostenibilità ambientale e nella cultura scientifica. Dall’esterno, al di là della prima vetrata si vedono grandi piante tropicali fra cui volano due Turachi, nella serra che riproduce un frammento di Tanzania. Per raggiungerla occorre scendere al piano interrato, dove è rappresentato il passato più lontano del nostro pianeta. Ci si trovano le ricostruzioni di tre fra gli alberi più antichi, gli scheletri dei dinosauri, le prove della presenza di quelli che saremmo diventati noi nel corso di milioni di anni. In alto, nello spazio libero al centro di cinque piani, sono sospesi animali tassidermizzati, nelle posizioni che riproducono i loro movimenti più vivaci, tra cui ci sono molti grandi uccelli in volo.

 

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gufo reale tassidermizzato sul corrimano della balconata

 

E nel corridoio che porta alla serra, un meraviglioso video disegna con tratti lievi le ramificazioni in cui si è espressa la vita, dal suo primo apparire e in tutto il suo sperimentare. Ed eccola dal vero in color verde smeraldo, traboccare nel clima caldissimo e umido della serra, fra gli scrosci d’acqua di una piccola cascata, sotto la volta di un fico sicomoro già molto grande e tante altre piante fra cui le papaie cariche di frutti. Dopo aver riconosciuto quelle più famose dei tropici e, con un po’ di fortuna, la coppia di turachi, si esce al pianterreno davanti allo spazio dedicato alla fisica, dove si possono fare divertenti esperienze pratiche dei suoi effetti, con le illusioni ottiche e sensoriali e la realizzazione di piccoli “prodigi”. Al primo piano animali tassidermizzati sono collocati negli stessi spazi dove si muove il pubblico, che in questo modo si immerge meglio nell’illusione di condividere il loro ambiente.

 

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riproduzione di impressionante realismo di donna preistorica

 

Sembrano reali e vivi anche una donna, un ragazzo cacciatore e un uomo mirabilmente imitati nei simulacri che rappresentano i nostri antenati preistorici. Qui è documentata la presenza umana più antica fra le montagne trentine. Salendo ancora le scale si presenta la geologia, con i cambiamenti e le evoluzioni nel corso del tempo, i pericoli e i possibili modi per ridurne le conseguenze. Un altro livello porta ad esempi di vita selvatica sulle Alpi e l’ultimo piano fa conoscere i ghiacciai, di cui è riprodotta una lingua di qualche metro in vero ghiaccio.

La costruzione dell’edificio in vetro e acciaio, dunque riciclabile, è stata realizzata con l’esposizione e l’inclinazione delle coperture che permettono di usufruire al meglio dei raggi solari. L’acqua piovana è recuperata per l’irrigazione degli orti, dei prati, della serra e dove non è necessaria quella potabile. Pannelli fotovoltaici assicurano una buona fornitura energetica. I pavimenti, i gradini e i corrimano delle scale sono in bambù, materiale dalle prestazioni eccezionali e dalla rapidissima crescita. Il museo e il quartiere con appartamenti e negozi è raggiungibile anche a piedi dal centro storico. Tutto questo ha messo il MUSE all’avanguardia della sostenibilità, anche economica, dei musei europei.

 

 

La misura del tempo

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orologio astronomico rinascimentale di Clusone (BG)

 

Nei viaggi che si facevano in passato, ai disagi e ai pericoli molto superiori a quelli di oggi si aggiungeva la difficoltà nel trovare una misura di tempo comune fra uno Stato e un altro. L’inizio dell’anno in certe parti del mondo è ancora oggi diverso dal nostro e in Europa lo abbiamo cambiato di posto varie volte, passandolo da alcune date dell’inverno ad altre della primavera. Per non parlare dei dieci giorni eliminati nel 1582 dal papa Gregorio XIII, su studi di Copernico, per rimettere in pari il calendario con gli sfalsamenti tra l’anno solare e quello convenzionale, rispetto a quanto promulgato da Giulio Cesare nel 46 a.C.. Una parte dell’Europa cattolica vi si era adattata subito, mentre i Paesi anglicani, calvinisti e luterani lo hanno fatto due secoli dopo e altri ancora più tardi. La Russia per questo aveva chiamato “rivoluzione di ottobre” quella che in realtà avveniva in Novembre. Addirittura alcune chiese ortodosse non si sono aggiornate ancora adesso, che la differenza è arrivata a 13 giorni.

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orologio astronomico di Brescia

 

Anche le ore erano difficili da calcolare e in Italia ce lo testimoniano gli orologi astronomici rinascimentali ancora attivi sulle torri civiche di alcune nostre città. In Lombardia a Clusone e Brescia, in Veneto a Padova. Prima di tutto riportano ventiquattro ore invece delle dodici a cui siamo abituati. Il punto di partenza, un tempo non era a mezzanotte, ma circa mezz’ora dopo il tramonto, che nel corso dell’anno cambia continuamente. Nei quadranti di questi antichi orologi la prima ora si trovava all’inizio della metà inferiore del cerchio, ad indicare che il sole era ormai al di sotto dell’orizzonte, mentre a mezzogiorno e a mezzanotte si trovava in punti sempre diversi del quadrante, dato che il giorno dura meno in inverno e di più in estate. I tre orologi sono simili ma con particolarità diverse. Per brevità indico qui a grandi linee il funzionamento dell’orologio di Padova. L’addetto alla manutenzione spostava le lancette manualmente tre volte ogni giorno per adeguarsi ad una simile variabilità e questo tipo di tempo era detto “all’italiana”. Quello “alla francese” era suddiviso in ore uguali ed era dunque molto più pratico. Era stato adottato in Italia alla fine del settecento.

 

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orologio astronomico di Padova

 

Era ed è indicata anche la situazione della luna, che oltre ad essere importante per la gestione delle piante nella semina, nel raccolto e nella lavorazione dei loro prodotti, determinava anche certe festività. E’ rappresentata da una sfera bianca, che man mano ruota diventando nera, come avviene quando il nostro satellite è nascosto dall’ombra terrestre. Sul quadrante sono indicati gli aspetti di opposizione, sestile, trigono e quadratura nei confronti del sole, con le forme geometriche che li rappresentano. Era importante tenerne conto come favorevoli o sfavorevoli a tutte le imprese. I vari dischi ruotavano per indicare il giorno, il mese e il segno zodiacale giusto. Nell’orologio di Padova è interessante osservare che lo Scorpione occupa per intero anche lo spazio della Bilancia -che ai tempi degli antichi romani prima di Giulio Cesare non esisteva- ed è stato così indicato come per scrupolo filologico, occupandolo con le chele. I trenta gradi che sono stati poi rappresentati dall’unico oggetto, fra gli animali e gli umani, erano conosciuti come appartenenti alle Chele ed erano comunque due, come i piatti della bilancia in equilibrio.

 

 

I tropici nelle serre avveniristiche dell’Orto Botanico padovano

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loto blu dell’Egitto

 

L’orto botanico più antico d’Italia e del mondo, fondato nel 1545, dal 2015 ha affiancato al suo impianto tradizionale e sempre molto bello, uno modernissimo nell’aspetto, nel funzionamento e nella capacità di coinvolgere il pubblico. Una serra lunga cento metri e alta 18 è suddivisa in 5 parti che ospitano piante dalle varie parti del mondo, di cui si sono ricreati i climi: nel settore più grande la temperatura all’interno è alta quanto l’umidità, per quelle tropicali. E’ caldo anche il secondo, dove agli alberi esotici si sono aggiunte grandi vasche con piante acquatiche. Nel terzo settore la temperatura è mite come nel quarto dove si trova la flora mediterranea, mentre l’ultima sezione è arida per mettere a loro agio le piante più frugali. L’utilizzo ottimale della luce solare, il recupero e l’utilizzo dell’acqua piovana, la purificazione dell’aria esterna e interna per mezzo di nano-tecnologie applicate alle pareti, l’autonomia energetica con pannelli fotovoltaici, fanno del loro meglio per riprodurre il modo di vita delle piante che in libertà hanno il contributo degli animali. Parte di quello che di solito fanno i vermi, le formiche, le api, le farfalle, i colibrì, i pipistrelli e una miriade di altri, qui è opera dei giardinieri. Non ci sono zanzare né serpenti né altri pericoli, ma neppure gli impollinatori indispensabili a trasformare i fiori in frutti. E’ dunque di nuovo la mano umana che provvede a inserire il polline negli ovuli femminili dell’albero del cacao e della vaniglia, mentre l’albero del pane, la palma di betel, il banano e il caffé si rassegnano ad autoimpollinarsi. A ragione l’avveniristica serra si chiama “Giardino della Biodiversità” e l’Unesco l’ha aggiunta al già ricco patrimonio della nostra specie.

 

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Heliconia rostrata

 

I visitatori possono immergersi per un tempo scelto, nell’atmosfera entusiasmante della scoperta che devono aver provato gli appassionati botanici di qualche secolo fa in Paesi lontani, senza subirne i disagi. Ad inebriarli con qualche goccia dell’affascinante sapere della vita vegetale, qui provvedono i pannelli esplicativi e a riconoscere piante di cui hanno sentito parlare si fanno carico, anche se non sempre, i cartellini infilati nel terreno. Che meraviglia vedere l’Albero del Viaggiatore del Madagascar o il Banano selvatico nelle dimensioni originarie! Riconoscere la bellezza da uccello dell’Heliconia, i fiori profumati del Frangipane, le grandissime foglie dell’Albero del pane e quelle simili a capelli della Casuarina.

 

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giovane albero del pane

 

Un’alta siepe e il canale Alicorno separano le forme moderne di porgere la conoscenza da quelle tradizionali, nel giardino circolare cinquecentesco che racchiude al suo interno il quadrato, a sua volta suddiviso in quattro sezioni con aiole geometriche dove hanno dimora piante ornamentali e alimentari, curative e tintorie, che si giovano della presenza dei grandi alberi tutt’intorno per ripararsi dagli eccessi del clima. Fontane e vasche, grandi vasi e statue mantengono l’atmosfera che doveva avere in origine quello che era chiamato “Orto dei semplici” e riforniva di erbe curative gli speziali e quindi i medici. La statua che rappresenta il sapiente e saggio re Salomone, voleva essere la garanzia di un loro giusto impiego.

 

 

Come un territorio fertile si trasforma in deserto e ritorno

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Albero di Neem – foto da Popolis.it

 

Le coltivazioni intensive, che si estendono su grandi spazi da cui si eliminano alberi e siepi, richiedono sempre più acqua per le irrigazioni, che evaporando rapidamente lascia nel terreno molti sali, rendendolo sempre più sterile. Si aggiungono più concimi, pesticidi e acqua prelevata dalle falde, che si abbassano mettendo in difficoltà tutta la vegetazione anche fuori dai campi. Muoiono alberi e piante varie, insieme ai tanti piccoli animali che avevano contribuito alla buona salute dei terreni con tante micro-azioni. Aumenta l’inquinamento dell’acqua e del suolo. Il terreno viene abbandonato e tutta la zona comincia la sua trasformazione in deserto. Questo destino tocca anche i luoghi dove viene fatto un disboscamento selvaggio, incendi e dove gli erbivori sfruttano eccessivamente le poche presenze vegetali. Con l’innalzamento della temperatura e il comportamento più estremo del clima, le condizioni peggiorano. Questo è solo un riassunto generico, per dare una vaga idea del percorso di sterilità a cui sono soggetti i terreni.

Anche in Italia sta succedendo, col contributo della continua cementificazione per costruzioni spesso inutili, dell’inquinamento, dei consumi superflui. Dai Paesi più poveri arrivano da noi sempre più immigrati, che fuggono dalla fame causata anche da queste condizioni, arrivate presso di loro a livelli estremi.

 

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Tu’rat – foto da zic.it

 

Invertire l’espansione del deserto è una buona strada per ridurre i guai del mondo e da anni si sta realizzando una riforestazione chiamata Muraglia Verde nell’Africa Subsahariana, ma anche in Cina e nei tanti luoghi degradati dalla mancanza di senso della misura degli uomini.

Coinvolgendo le comunità locali e utilizzando tecniche antiche si stanno piantando alberi adatti alle condizioni più difficili, che difendono il suolo dal sole eccessivo, proteggono le colture, richiamano i piccoli animali utili alla buona salute dei terreni. Ci sono anche singole persone che da anni lavorano da sole a questo scopo. Ecco qui di seguito come.

Prima di tutto occorre scegliere gli alberi giusti, vale a dire quelli più resistenti alle condizioni estreme, come le acacie, la balanite, il giuggiolo della Mauritania, il tamarindo, il neem, la casuarina, la tamerice. Hanno radici che penetrano per vari metri nel sottosuolo per trovare l’acqua necessaria, ma quando sono piccole hanno bisogno di aiuto.

Vanno messe a dimora all’inizio delle stagione delle piogge, ad esempio con la tecnica zai: si scavano tante buche di 25 cm di diametro e 20 di profondità, distanti 90 cm, mettendo sul fondo una manciata di compost che migliora il terreno e lo aiuta a trattenere l’umidità. Quindi si aggiungono uno o più semi. Quando piove, l’acqua riempie la buca, privilegiandola rispetto al resto del terreno e rendendo così necessaria una quantità molto inferiore di irrigazione successiva rispetto ad un terreno lasciato com’è. Per aiutare il procedimento, si fanno dei cordoni con zolle di terra ricca di sedimenti, che trattengono ulteriormente l’acqua e rilasciano i nutrienti.

 

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mezzelune – foto da Cesvi.it

 

Un sistema analogo è quella della demi-lune (mezza luna). Appena prima delle piogge si ara la terra in forma di mezzaluna di circa tre metri di lunghezza e venti centimetri di profondità, poi nella terra smossa si seppellisce del compost o letame maturo e le piante. Il cordone di terra rialzata, quando piove trattiene l’acqua, mentre gli insetti e i vermi favoriti dal concime scavano una serie di gallerie, aiutando l’aerazione del terreno e facendo così penetrare l’acqua in profondità.

Dove ci sono molti sassi calcarei si possono costruire dei Tu’rat, mezzelune di qualche metro di lunghezza e mezzo di altezza al centro, per far condensare l’umidità notturna dell’aria fra le pietre, che poi percola nel terreno e disseta le piante, proteggendole anche dal vento, contro cui sono disposte.

Dove ci sono più soldi, come in Arabia Saudita, si piantano alberi in uno spazio protetto da vaschette di cartone modellato in modo adatto a proteggere la pianticella, da riempire poi con acqua che filtra verso le radici. Comunque il terreno dove si è messa a dimora una piantina va sempre schermato con una pacciamatura di paglia, corteccia o altro, per evitare l’evaporazione dell’acqua e la crescita di erbe che ruberebbero il necessario all’alberello. Latecnica chiamata permacoltura è molto consigliata per rendere le piante autonome anche in condizioni difficili.

 

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ciambella biodegradabile prodotta da Land Life – foto da La Stampa

 

Un mio articolo sugli alberi contro il dissesto idrogeologico si trova qui con vari collegamenti ad altri articoli come quello sugli alberi che frenano il deserto

Altri articoli sul tema Piante si trovano qui

Altri articoli sul tema Soluzioni Naturali si trovano qui

 

 

 

 

Il museo del fungo di Pinerolo (TO)

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A Pinerolo, in una villa del 1910 circondata da un giardino con grandi alberi, si trova il Museo del Fungo, con 3.000 calchi in gesso e resina che il medico dentista Mario Strani in vari anni del secolo scorso ha pazientemente realizzato con resina e gesso, nelle dimensioni e nei colori naturali. Gli effimeri, spugnosi frutti dei funghi, infatti, non si possono conservare se non in questo modo o in immagini. Eppure la loro vastissima specie, che non fa parte del regno vegetale perché è incapace di effettuare la fotosintesi per nutrirsi, può vivere anche più di mille anni e occupare ettari di terreno. Quelli che noi vediamo e mangiamo sono i loro frutti, necessari per poter avere una discendenza, mentre il corpo, composto di lunghissimi filamenti detti ife, vive sotto terra in simbiosi con le radici delle piante. La stretta collaborazione che le unisce, è fatta di uno scambio delle sostanze necessarie alla vita e alla buona salute reciproche. Gli alberi forniscono zuccheri attraverso la linfa elaborata dalle foglie con la trasformazione dell’anidride carbonica dell’aria, unita all’acqua e ai minerali assorbiti dal terreno e forniti anche dai funghi. Questo aiuto reciproco si chiama micorriza e le piante che ne usufruiscono ottengono una salute più robusta, perché sanno affrontare meglio la siccità, i parassiti e molti altri guai. Naturalmente ci sono anche funghi nocivi fino ad uccidere, come quelli legnosi a mensola che si vedono a volte sui tronchi degli alberi.

 

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Nelle sale su due piani di questo museo si trovano le forme più fantasiose e i colori più vari, di esemplari che crescono nelle diverse zone del pianeta. C’è il cappello a veletta della Dyctiophora indusiata, i tentacoli rossi che sembrano quelli di un’attinia, della Aseroe rubra, i petali della Scleroderma geaster che pare un fiore, la forma fallica col cappello rosso del Phallus rubicuntrum e del Phallus hadriani e l’aspetto corallino delle clavarie. Ma c’è anche l’enorme palla che sembra di neve della Langermannea gigante e le tante specie meno vistose.

In uno studiolo ovale col pavimento in parquet e mobili in legno su misura per seguire la linea curva delle pareti, sono visibili i rapporti nocivi con le piante, evidenziati sulle foglie essiccate e conservate fra le pagine degli erbari.

Terminata la visita, basta attraversare il giardino per raggiungere un basso padiglione recente dove è esposta una bella collezione di minerali, farfalle e altri insetti, animali tassidermizzati, oltre ad alcuni strumenti scientifici del passato e a dei plastici realizzati dallo stesso Mario Strani. L’insieme costituisce il Museo di Storia Naturale.

Visite libere la domenica. Per gruppi, in settimana occorre prenotare

Un altro museo del fungo, con modelli dello stesso autore Mario Strani, si trova a Boves (CN)

 

 

 

Cambiare modo per cambiare mondo

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scultura di Roberto Barni
nel cortile della biblioteca di Prato (PO)

 

La mentalità autoritaria purtroppo impera ancora ovunque portando incomprensioni, discriminazioni, maltrattamenti con i suoi giudizi lapidari, la tendenza a dominare e controllare gli altri, la rigidità e l’orgoglio. Per arrivare alla mentalità progressista che si sforza di capire per migliorare, cerca soluzioni alternative, lavora per la pace, occorre cambiare il modo di guardare alle cose, ai fatti, alle persone. Ecco una parabola buddista adatta anche a questo argomento.

“Tanto tempo fa, in India, religiosi, dotti e scienziati litigavano e si offendevano ritenendo ciascuno di conoscere la verità e ciò che era giusto, mentre considerava gli altri in errore. Nessuno ascoltava quanto i colleghi avevano da dire e la situazione si faceva sempre più invivibile. Fra loro, però, ce n’era uno a cui dispiaceva che persone intelligenti e con molte qualità, creassero tanti conflitti e dispiaceri. Aveva deciso allora di raccontare loro una storia, che li aiutasse a ritrovare l’equilibrio perduto. Faceva così: “un re aveva fatto convocare nella piazza più grande della città tutti i ciechi che vi risiedevano, intorno a un elefante. Poi aveva detto loro “Questo è un elefante e desidero che ciascuno di voi lo tocchi e dica a cosa assomiglia”. A ciascuno, però, era stata fatta toccare una parte diversa dell’animale. Uno prendeva in mano la proboscide e la diceva somigliante al ramo di un albero. Per un altro le zanne erano un aratro. Per un terzo il ventre era un granaio. Chi aveva toccato le zampe le aveva trovate simili alle colonne di un tempio, chi aveva toccato la coda aveva detto che era come la fune di una barca, chi aveva messo la mano sull’orecchio l’aveva trovato uguale a un tappeto.

 

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opera di Paola Madormo

 

Poi i ciechi avevano cominciato a discutere tra loro, affermando la verità su quanto avevano effettivamente toccato e sperimentato. Si erano messi così a litigare, perché ciascuno era convinto di essere nel giusto, senza sapere che gli altri avevano fatto un’esperienza diversa, ma parziale quanto la propria. Il re, allora, aveva fatto toccare ad ognuno, una parte differente da quella di prima. Poi aveva invitato tutti a scambiarsi i pareri riguardo all’aspetto dell’elefante. In questo modo, ascoltando le descrizioni altrui e mettendole in relazione le une con le altre, i ciechi si erano fatti un’idea corretta del complesso insieme che era l’animale e avevano cessato di litigare, arrivando alla conclusione che la realtà ha tante forme e occorre conoscerne il più possibile per poterla comprendere almeno un po’.”

 

 

 

Torba: dalle piante per le piante e per noi

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casa di torba – foto da Meteo Web

 

Sulle rocce che avevano ospitato le prime forme di vita fuori dal mare si aggrappavano i muschi, poi gli equiseti, le felci e altre piante primitive, aprendo la strada alle tante altre. Molto più tardi, quando le loro discendenti venivano sommerse dall’acqua in depressioni del terreno, sprofondavano e si accumulavano senza più contatti con l’ossigeno, coperte dal fango. In climi temperati o freddi, che rallentano il metabolismo, si innescava la trasformazione che nel corso di milioni di anni le avrebbe portate a farsi carbone e, alla fine, grafite. Nei primi mille anni diventavano torba, porosa e intrisa d’acqua, che manteneva quella condizione per altri novemila, prima di farsi lignite e su cui si adagiava, strato dopo strato, un materasso di terreno asciutto. Gli alberi e le altre piante che avevano avuto la fortuna di trovare spazio proprio al di sopra, si erano giovati delle condizioni ideali per prosperare su un suolo leggero, ben drenato e fertile grazie alla presenza di tanti minerali.

Oggi la torba è molto usata nel giardinaggio, in parte come fertilizzante ma soprattutto come ammendante del terreno, che consente ai vegetali una migliore respirazione delle radici e un più efficace drenaggio dell’acqua. Purtroppo il suo impiego comporta la distruzione di ambienti fondamentali per la biodiversità e dunque è bene impiegare altri materiali.

 

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estrazione della torba in Irlanda – foto da National Geographic

 

Le coltivazioni di ortaggi e piante alimentari di ogni genere per il consumo umano, hanno sempre incontrato il luogo ideale per svilupparsi al di sopra di questi giacimenti, che in parte erano riservati all’estrazione di torba da essiccare e usare come combustibile, anche se poco calorifico. Questo avveniva soprattutto dove gli alberi scarseggiavano a causa del vento, del clima troppo rigido, delle guerre, di un impiego smodato del legno per la costruzione di navi, case, mobili e un’infinità di altri manufatti, oppure per farne pascoli. Data la tendenza a produrre molto fumo, la torba era servita e serve ancora per affumicare il pesce o il malto destinato alla birra, caratteristico della Scozia. Nei paesi nordici e principalmente in Islanda, le grandi doti isolanti della torba l’avevano fatta utilizzare in zolle sovrapposte le une alle altre, nella costruzione di casette basse (di probabile origine vichinga) con una sola porta e una finestrella in facciata, per il resto completamente rivestite di terra ed erba, proteggendo l’interno in modo eccellente dal vento e dalle rigide temperature. Un simile tipo di abitazione, adesso protetto dall’Unesco, ha ispirato una nuova interpretazione ecologica dell’edilizia, molto suggestiva e confortevole, adatta ai nostri gusti. (vedere l’articolo Case di terra e tetti d’erba).

 

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fusticino di sfagno, uno dei muschi
più frequenti nella torba -
foto da Wikipedia di Denis Barthel

 

Nelle zone umide in cui confluivano torrenti di montagna i Vichinghi cercavano il ferro per forgiare le spade, perché in ambienti di elevata acidità come quelli, una reazione chimica particolare formava noduli di ferro all’interno della torba, che veniva estratta dai giacimenti usando uno speciale coltello. Ogni vent’anni circa si poteva fare una nuova raccolta.

In Austria, Germania, Olanda, Irlanda, Islanda ci sono vaste torbiere, ma anche in Italia nelle zone paludose dei fiumi fino a quelle del Tevere, oppure in montagna, al limite delle zone di neve perenne, si trova la torba che può essere chiara perché più giovane, acida e derivata principalmente dai muschi. Man mano che scurisce rivela una sua più avanzata decomposizione e la presenza di altri vegetali.

 

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Gigantesche o minuscole, le pigne

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Gli alberi sempreverdi (con alcune eccezioni, come il larice) che hanno per foglie degli aghi o foglioline strettissime (come l’abete bianco), spesso hanno per frutti quelle che comunemente sono chiamate pigne, anche se andrebbero chiamati coni, da cui deriva il nome conifere con cui questo genere d’alberi è conosciuto. C’è però anche un albero a latifoglie (con foglie piatte) e deciduo (perde le foglie in autunno) che ha delle pigne riunite in mazzetti: l’ontano. Dopo che le lunghe infiorescenze maschili a spighette (amenti), hanno lasciato volar via nuvole di polline, quelle femminili di solito molto più piccole, si trasformano in pigne legnose che vanno dai 5 millimetri ai 50 centimetri. Fra le scaglie trattengono piccoli semi alati che volano via nelle giornate soleggiate, quando il sole le scosta, oppure formano dei semi carnosi, come i pinoli del pino domestico o del pino cembro, che vengono diffusi dagli uccelli. In questo caso occorrono tre anni, invece di uno, per arrivare a maturazione.

 

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fiore femminile di larice

 

Le dimensioni delle pigne, però, spesso sono molto inferiori a quello che ci si aspetterebbe, da alberi molto grandi come le metasequoie, le tuie, le criptomerie, le tsughe o addirittura i cipressi di Lawson che le hanno minuscole,  anche se molto numerose. Nella foto ne ho riportate alcune. Non trovate quelle dell’abete bianco, perché non le lascia cadere come fa l’abete rosso (o peccio), concedendole in pasto ai tanti animali del bosco che contribuiscono a diffondere i piccoli semi. L’abete bianco, infatti, oltre a far crescere i propri coni sui rami più alti, a maturità lascia volar via le scaglie, oltre ai semi muniti di un’ala che sembra un petalo di rosa. Sui rami restano i perni a cui erano attaccate, che paiono candeline. Anche i cedri del Libano, i deodara e dell’Atlante lasciano volar via le scaglie, dopo aver fatto cadere intero il “cappello” simile a una camelia legnosa. (foto).

Il pino domestico, che cresce in pianura nei climi miti, dentro le sue pigne fa maturare dei pinoli e allarga le scaglie che li trattengono quando c’è il sole, liberando i semi squisiti protetti da un guscio. Molti uccelli e altri animali provvedono a diffonderli, mentre se li portano via per mangiarli.

 

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“cappello” della pigna di cedro

 

Il pino cembro, invece, grande albero dal legno profumato che cresce intorno ai duemila metri di altitudine, in quel clima difficile ha preferito fare affidamento su un unico genere di uccello. Dunque le sue scaglie le tiene ben chiuse anche se c’è il sole e solo la nocciolaia, col becco incrociato, riesce ad aprirle e a far cadere qualche pinolo fra le rocce, dove trova calore e protezione per germogliare. La nocciolaia impiega parecchio tempo per insegnare ai propri piccoli come si fa e per questo rimangono più a lungo coi genitori rispetto ad altri.

La più grossa pigna della fotografia appartiene al pino di Lambert, uno fra i pini più alti del mondo, originario di California e Oregon, ma presente anche in qualche parco italiano. E’ conosciuto anche come pino zuccherino, perché essuda una resina dolce e squisita, simile a quella dell’orniello.

 

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Il Giardino Heller di Gardone Riviera (BS)

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André Heller è un artista della parola, della musica, del teatro e delle arti figurative, ma anche dei giardini perché nel suo, aperto al pubblico da Marzo ad Ottobre, ha profuso una generosità che ad ogni passo ha lasciato qualcosa di nuovo, che trascina i visitatori nei sentieri come una corrente. Nel 1988 ha preso posto a Gardone Riviera nella villa e nel giardino che erano stati fin dal 1912 di Arthur Hruska, suo conterraneo austriaco. E’ un ettaro di terreno in leggera pendenza dove scorre l’acqua che alimenta sette specchi e rinfresca l’aria, già gradevole per i tanti alberi dalle ali sempre aperte su qualche parte dello spazio bisognoso di requie dal sole estivo. Ci sono piante antichissime come la felce arborea, la cicadina, l’araucaria, l’euforbia e il ginkgo, scampate al cataclisma del cretaceo che ha sterminato persino i dinosauri, ma a cui loro sono sopravvissute e che qui sono rappresentate da giovani discendenti. Ci sono piante da tutti i continenti, comprese diverse specie di bambù, di cui ancora non si conosce la ragione della misteriosa fioritura.

 

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Sculture e installazioni di artisti locali e internazionali, a momenti sono appena visibili fra gli steli, le foglie, le corolle. Fra gli alti fusti dei bambù, due figure in bronzo lanciano dalla bocca getti d’acqua che a giudicare dalle loro facce potrebbero essere insulti, ma hanno l’effetto di scherzi. Sono di André Heller, il padrone di casa. Si fa notare l’opera di Rudolph Hirt che sbuca da un’impenetrabile vegetazione, l’enorme drago serpente, dio delle acque babilonesi. La casetta dei giochi, di Edgar Tezak, sospesa sopra i ciuffi d’erbe tropicali che circondano il cipresso calvo, sintonizza chi la guarda sulle avventure esotiche di fantasia. E poi ci sono i minuscoli tuffatori di Mariano Fuga in cima alle colonne e alle rocce, le figurine di Roberto Ciroli che cercano uscire dal soffione di rete, la tavola apparecchiata di piante e acqua di Sandro Bolpagni.

 

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Le sculture degli autori più celebri tengono un po’ le distanze e altre si confondono fra le forme vegetali, dove il fiore creativo della natura offre il suo nettare all’ape umana, venuta a cercarlo fin qui.

 

 

 

Coccodrilli nei santuari mariani

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coccodrillo nel santuario della Madonna delle Grazie – foto del Comune di Curtatone MN

 

In alcuni santuari italiani dedicati alla Madonna, capita di vedere un coccodrillo tassidermizzato sospeso sotto la volta. Succede a Curtatone in Santa Maria delle Grazie, a Ponte Nossa presso la Madonna delle Lacrime, a Verona alla Regina della Pace, a Rapallo da Nostra Signora di Montallegro, a Macerata in Santa Maria delle Vergini. Solo a Ragusa si trova nella chiesa di San Giorgio. Un tempo questi rettili si appendevano sopra i banconi degli speziali, quando ancora si credeva che certi animali pericolosi, che avevano il potere di uccidere gli uomini, avessero anche quello di guarirli. Nella mente umana la suggestione è capace di compiere miracoli e prima che la scienza sfatasse molte credenze, poteva bastare la vista di un tale mostro per sbloccare certi ostacoli alla guarigione. Lui che vive nelle acque torbide ma rimane a crogiolarsi al sole e colpisce all’improvviso con rapidità, rappresentava il mistero della vita e della morte. Il suo legame con l’acqua, da cui dipende l’esistenza di ogni creatura, nei Pesi tropicali lo rendeva simbolo di fecondità vegetale e ne collegava il significato a quello simile delle ninfee, radicate nella melma degli stagni e numerose a pelo d’acqua.

 

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interno del santuario mariano di Curtatone, foto da www.dellumanoerrare.it

 

I rilievi duri come pietre del suo dorso facevano credere che la terra poggiasse sulla schiena di un immenso coccodrillo, che ogni sera divorava il sole ma ogni mattina lo risputava intatto. Per gli antichi aztechi la terra era nata da un coccodrillo e dalla sua testa  nascevano le erbe medicinali. Da noi, dove non ce ne sono mai stati, era probabilmente ritenuto parente del drago, che rappresentava il male da sconfiggere ed essendo rettile appartiene alla stessa famiglia del serpente, che nella nostra iconografia religiosa è simbolo del demonio. La Vergine che esprime il bene e la compassione, infatti, è spesso raffigurata col piede sopra la sua testa, dunque la presenza di coccodrilli ormai innocui proprio in alcuni suoi santuari e in quello di San Giorgio si deve ad un simile significato. Probabilmente erano stati portati vari secoli fa in Italia da viaggiatori che ne avevano avuta grande impressione o addirittura erano stati aggrediti e si erano salvati.

 

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il dio Mercurio col caduceo – foto da www.libero-arbitrio.it

 

Il serpente nelle farmacie è ancora raffigurato avvolto in coppia intorno al caduceo di Mercurio, messaggero degli dei e guida degli esseri che cambiano condizione, come avviene ai malati che guariscono. Molti serpenti sono velenosi, ma è noto che il loro veleno in dosi opportune può essere medicina. Oltretutto, siccome cambiano la pelle, evocano la trasformazione della condizione del malato in modo eccellente. I due serpenti significavano le forze contrarie che si equilibravano. Il caduceo, come albero della vita, era simbolo antichissimo a cui in epoca greca erano state aggiunte due due ali a significare la sintesi. Il corpo rigorosamente essenziale del serpente ne aveva fatto l’espressione della forza vitale nel suo erompere dalla terra e ne significava la continuità infinita, quando la linea del suo corpo si chiudeva in un cerchio, tenendo la coda in bocca. Il rettile che ha la tana sotto terra era per questo anche simbolo di morte e rigenerazione, che conosceva i segreti dell’esistenza e dunque il futuro: le profetesse erano dette anche pitonesse.

 

Spirito creativo

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La creatività è un modo di pensare e di agire che lascia emergere varie soluzioni ai quesiti della vita. Dunque riguarda tutti i settori, anziché solo l’arte, come spesso si crede. E’ però qualcosa che può trovare molti ostacoli, fra cui la tristezza e la paura provocate dai condizionamenti esterni, da una mentalità rigida, dalla sofferenza fisica e morale, dall’isolamento. Occorre dunque avere qualcosa che le permetta di attivarsi, altrimenti può succedere che si veda solo una soluzione o addirittura nessuna.

Scambiare idee con persone che abbiano almeno la capacità e l’interesse ad ascoltare, aiuta a definire meglio ciò che si sta elaborando, a creare agganci con altre idee, a evocare ciò che è già stato fatto da altri e che può essere un valido contributo.

Viaggiare è un’ottima possibilità di conoscere mentalità e idee nuove, che si comprendono meglio evitando il rumore, la folla, la confusione. In caso contrario si avrà passato magari del tempo in modo piacevole ma resterà poco o niente di concreto su cui costruire. Il silenzio, la tranquillità e tempi sufficientemente lunghi sono necessari anche per i bambini, che è bene imparino ad utilizzare meglio le proprie risorse interiori e la propria autonomia, a cui attingere quando dovranno resistere a certe pericolose spinte, che per essere riconosciute richiedono proprio questo. Dopo aver lasciato sfogare il loro sovrappiù di energia e di richiesta di attenzione, è bene abituarli anche a spazi di silenzio e di concentrazione per sé e per gli altri.

 

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Fonte di creatività inesauribile è la natura. Oltre alle forme e ai colori spesso molto belli, sono le strategie che adottano le diverse forme di vita ad essere stupefacenti e ad ispirare il desiderio di sperimentare e rinnovare. Conoscere il funzionamento della natura è una delle cose più stimolanti per lo spirito creativo in qualsiasi ambito e vale davvero la pena di dedicare del tempo a questo argomento. Un esempio di ingegno arboreo che ha fatto fronte a condizioni davvero fuori dalla norma è quello messo in atto dalle mangrovie. Infatti nelle zone costiere paludose dei tropici, riescono a vivere in un terreno sempre bagnato, salato e molliccio, che per qualsiasi altro albero sarebbe letale, oltre a trattenere i semi su di sé fino a che germinano ed emettono una lunga radice a fittone con cui si conficcano nel suolo quando sono già sufficientemente sviluppate da non farsi portar via dalle maree e resistere alle difficili condizioni del luogo dove vivono.