Il corbezzolo e la sua farfalla

fiori, frutti e foglie del corbezzolo

fiori, frutti e foglie del corbezzolo (Arbutus unedo)

 

Il miele amaro di corbezzolo sembra una crema, nel vasetto di vetro. Le api lo hanno elaborato in Dicembre, quando le piante sempreverdi sono cariche allo stesso tempo delle campanule dei fiori simili a mughetti e dei frutti tondi e rossi. Una minuscola goccia della linfa appena distillata dalle foglie alla luce del poco sole invernale, aspettava di essere bevuta nel fondo di ciascuno dei calici bianchi, per ricompensare gli insetti delle loro visite. Il sapore amarognolo del tannino che protegge i corbezzoli dai parassiti e anche dalle fiamme, si mescola alla dolcezza del trasparente sangue vegetale sotto la corteccia rossastra e liscia, a strisce, nelle vene sottili degli arbusti che in Sardegna diventano alberi, a forza di vivere.

Sui pendii ripidi o lungo le coste delle nostre regioni più calde, le radici profonde e nodose li hanno installati saldamente, così che hanno potuto proteggere il terreno e ridargli nuove possibilità, fertilizzandolo, inumidendolo ed evitando che franasse o venisse eroso dall’acqua. Resistono bene agli incendi e sono fra i primi a ricolonizzare i terreni dopo il passaggio delle fiamme. Sono parenti dell’erica e, come lei, vivono spesso in simbiosi coi funghi per scambiarsi sostanze nutrienti. La radica di entambe, cioè la parte nodosa alla base del fusto o nelle radici, a volte causata da tagli o da particolari accidenti dell’albero, è utilizzata per farne pipe. L’abbondante tannino serviva alla concia delle pelli. Le belle foglie seghettate hanno tante proprietà curative, che disinfettano e calmano le infiammazioni di chi sa farne buon uso. Coi frutti un poco insipidi ci si può fare vino, aceto o marmellata, se gli uccelli non li hanno mangiati tutti.

 

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dorso della ninfa del corbezzolo – foto Didier Descouens da Wikipedia

 

Una delle più belle farfalle italiane è la ninfa del corbezzolo Charaxes jasius, che quando è ancora bruco e ne mangia le foglie è di un bel verde e lo rimane anche quando si impupa e si appende ad un ramo per qualche settimana. Diventato farfalla dai bei colori e dalle codine caratteristiche, rimane vicino all’albero per succhiare il liquido zuccherino dai frutti che hanno la buccia tanto morbida da non essere un problema per la sua proboscide, chiamata spiritromba. Spesso, invece, le farfalle che si nutrono delle foglie di una pianta, se ne allontanano per nutrirsi del nettare di un’altra. I bruchi delle ninfe del corbezzolo nascono a maggio/giugno e diventano farfalle, mentre quelle di agosto/settembre passano l’inverno sotto le cortecce come larve, per trasformarsi in farfalle ad aprile/maggio. In quel periodo, però, sul corbezzolo non ci sono più frutti né fiori, che compaiono verso l’autunno. La farfalla si nutre dunque dei succhi di frutti marcescenti e, se la si vuole vedere, è possibile attirarla offrendole liquidi zuccherini con cui imbevere un pezzetto di tessuto posato su un piattino.

 Articoli sulle farfalle si trovano qui, qui  qui.

Corbezzoli monumentali si trovano a Seui (OT) e a Trieste

 

 

 

Parlare come uccelli

Serinus_canaria di Jorg Hempel - wikipedia

canarino selvatico – foto di Jorg Hempel da wikipedia

 

Gli antichi pastori delle isole Canarie, che passavano la maggior parte del tempo in solitudine su pascoli molto distanti gli uni dagli altri, per entrare in contatto fra di loro avrebbero dovuto saper volare come gli uccelli. Ma da quelle affascinanti creature hanno imparato qualcosa più alla portata umana e quasi altrettanto efficace: il suono. Nelle lunghe giornate trascorse sui prati, in ascolto dei loro canti, modulando fischi sono riusciti ad elaborare un linguaggio potente, capace di farsi comprendere da molto lontano, indifferente agli ostacoli che limitano chi è senza ali.

Mentre gli uccelli, però, utilizzano la siringe, un sistema di cartilagini che si trova all’incirca dove noi abbiamo le corde vocali, per ottenere un risultato paragonabile al loro gli uomini hanno dovuto utilizzare la lingua e le labbra. Posizionandole in modo da poter spingere fortemente l’aria attraverso un passaggio molto stretto ma anche facilmente modellabile attraverso un dito che vi introducono, sono riusciti a creare una tale varietà di suoni, da potersi parlare in modo molto articolato, come con le parole, che sono ben quattromila.

Sull’isola di Gomera e poi sulle altre dell’arcipelago si è diffusa una nuova lingua, che è stata ritrovata anche nei Pirenei ad Aas, nel Bearn francese.

 

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isola della Gomera in una foto della NASA da Wikipedia

 

Dato che questo linguaggio è formato da vocali e consonanti, i fischi spagnoli sono diversi da quelli francesi, anche se noi non riusciremmo neppure ad accorgercene. Il sistema delle Canarie era stato ideato dall’antico popolo dei Guanchi e adattato dagli spagnoli che hanno conquistato le isole nel quindicesimo secolo. Ai pastori francesi può essere arrivato attraverso dei marinai, dato che la zona in cui sussiste ancora si affaccia sull’oceano Atlantico, in cui sono radicate quelle isole.

Negli anni sessanta del secolo scorso la ricerca del benessere economico, con l’abbandono delle campagne ha fatto quasi scomparire questo modo di comunicare, anche perché considerato retaggio di povertà e ignoranza. E’ stato rivalutato a partire dagli anni novanta, al punto che in alcune delle zone d’origine lo si insegna a scuola e all’università, conosciuto principalmente col nome di Silbo Gomero e diventato patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, che nei paesi si usa durante i festeggiamenti religiosi.

Del resto, il simbolo animale di quelle isole è il canarino, che sa gorgeggiare mirabilmente, mentre quello vegetale è la palma delle Canarie, su cui magari il piccolo uccello si posa per diffondere le sue note.

Su youtube potrete ascoltare delle dimostrazioni.

 

Legni di colore

pau brasil foglie e legno di Valentino Liberali -Wiki

pau brasil – foto di Valentino Liberali da Wikipedia

 

Foglie, frutti, fiori, radici di molte piante erbacee e di licheni sono stati ampiamente utilizzati fino all’ottocento per tingere i tessuti, i capelli, la pelle o dipingere quadri. Anche molti alberi sono stati sacrificati per questo scopo e dal loro nome deriva addirittura quello del Paese di cui sono originari. E’ il caso del pau brasil di cui si riconosce facilmente la provenienza e anche il colore, dato che brasa significa brace. L’albero è chiamato anche pernambuco, da cui ha preso il nome l’omonimo stato brasiliano. Il termine scientifico è però Caesalpina echinata, albero leguminoso, spinoso e con piccole foglie, come molti di questa famiglia. Ha fiori profumati con 4 petali gialli e uno rosso.

Oltre ad essere usato per realizzate oggetti, il legno in passato è stato sminuzzato per estrarne il colorante di buona qualità e minor costo rispetto agli altri, così che il taglio scriteriato degli alberi lo ha portato quasi alla completa estinzione nel giro di un secolo. Così nei suoi spazi è subentrata la produzione di canna da zucchero e di caffè. Adesso è coltivato come albero ornamentale.

 

Haematoxylon_campechianum foto kurt stueber da wikipedia

foglie di campeggio – foto di Kurt Stueber da wikipedia

 

Un’altra leguminosa colorante rossa in cui si riconosce una città è il messicano albero di campeggio, in spagnolo campeche, Aematoxylon campechianum. Anche lui è spinoso e ha fiori bianchi. I vari colori che si possono ottenere, dipendono dall’ossidazione di una sostanza incolore che tende al giallo rosso se il ph viene reso acido, mentre va verso il rosso violetto se alcalino. Con successivi bagni si arrivava al nero con sfumature blu, rosse o verdi.

Il nero si otteneva anche col tannino del legno di castagno e di quercia o con le foglie e il mallo di noce, colti a giugno e lasciati a fermentare anche per un anno. Il colore ocra, terra di Siena e verde oliva potevano essere ottenuti con gli stessi ingredienti. Il marrone si ottiene anche dall’ontano e dal salice rosso.

 

henne fiori e frutti

henné fiori, frutti e foglie – foto da natureloveyou sg

 

L’henné, conosciutissimo arbusto di origine nordafricana e indiana, che può vivere anche cent’anni diventando alto come un albero, ha il nome scientifico di Lawsonia inermis, perché il naturalista inglese John Lawson l’aveva descritto diffusamente. Ha fiori bianchi o rosa con semi blu, ma il colorante rosso si ottiene dai ramoscelli triturati. Fin dal tempo dei faraoni è documentato il suo impiego per tingere la pelle, i capelli e i tessuti, anche perché è disinfettante. In ambiente acido, (con aggiunta di aceto o sale, per esempio) il colore si fissa meglio.

 

Altri articoli sui vegetali coloranti si trovano qui

 

 

Chiavenna: il lavoro dell’acqua

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Chiavenna e il fiume Mera

 

 

Giganteschi massi precipitati dalle montagne migliaia di anni fa dopo che i ghiacciai si erano sciolti, riposano sul fondovalle sotto i passi dello Spluga e del Maloja. La terra, i muschi, le piante, li hanno rivestiti di verde, ma aria e acqua hanno continuato a correre negli spazi fra i macigni, in cui l’alito pulito delle montagne soffia ed esce da ogni fessura verso i borghi e la cittadina, che forse anche per questo è più fresca di altre in estate e più confortevole in inverno. In tanti hanno costruito i crotti, le baite di pietra a ridosso dei varchi tra masso e masso, verso cui si lasciava aperta una stanza dove conservare cibi e bevande a temperatura sempre uguale. A Chiavenna, d’estate, quando i platani e gli ippocastani monumentali in piazza del Prato Giano dispensano buona ombra, lungo le stradelle su cui si affacciano i crotti, freme un brivido da alta quota. Nei vicoli stretti e lastricati di porfido, arriva la deliziosa freschezza dell’aria e quella dell’acqua che sgorga libera dalle tante fontanelle, mentre si cammina verso il bosco delle marmitte dei giganti. Sono tanti i sentieri per salire fra le rocce levigate durante le remote estati in cui la spessa coperta dei ghiacciai che le nascondeva al sole, lasciava filtrare dai crepacci l’acqua appena sciolta, che trascinava i sassi incontrati per via. Precipitavano per decine di metri, mulinando e incidendo il fondo fino a farne grandi catini che adesso restano sempre pieni d’acqua a cui è impossibile evaporare del tutto.

 

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marmitta dei giganti a Chiavenna

 

Forse era nata anche da qui l’idea di scavare nella pietra ollare le pentole con cui si cucina ancora da queste parti. Restano le tracce dei prelievi sulle rocce, spesso nascoste dagli alberi, di tanto in tanto separate da prati e belvedere. Ogni giorno si può seguire un sentiero diverso, in mezzo a un paesaggio sempre nuovo, dove vivono carpini che spargono semi come molliche di Pollicino, qualche ciliegio selvatico, immancabili noccioli, querce e rari castagni. Poco più avanti hanno messo radici i larici dalle chiome leggere, i pini silvestri dai rami arancione, le eleganti betulle dal tronco bianco.

Il Comune ha voluto che gli artisti realizzassero opere effimere da lasciare nei punti più adatti a nutrire le suggestioni del posto: un’enorme impronta di piede umano premuta nella terra, due bambini e un cane che guardano il cielo, una sorta di spina dorsale arborea. Quando il bosco si apre in un prato, ci si trova di fronte ai versanti delle montagne che salgono ripidi e finiscono aguzzi come denti di predatori. Audaci paesini hanno approfittato di qualche pianoro per sistemarsi e crescere quando i boschi e i campi erano il posto di lavoro dei più. Sotto, a precipizio, stanno le case di Prosto e di Chiavenna, che ha l’orto botanico sollevato sopra massi titanici collegati da un ponticello. Si chiama Paradiso e ne ha diritto, tanto è bello e alto sopra la cittadina. Il fiume Mera, poco profondo e tutto scintillante fra i massi sbiancati dal sole, lo si può costeggiare a piedi a ritroso verso Prosto, in piano, raggiungendo altri crotti, dove si intravvedono porticine semi-nascoste da una vegetazione bella come quella di un giardino, dissetandosi a una fontana che pare sgorgare da un antico castagno.

Sono spariti tutti gli opifici e i mulini che l’acqua del fiume muoveva in passato, tranne uno, in città, diventato museo. E a Prosto c’è lo spettacolo continuo delle grandi cascate dell’Acqua Fraggia e la villa che cinquecento anni fa era stata tutta affrescata per la famiglia Vertemate Franchi.

Bellissima e più tranquilla è la cascata del Boggia, nel vicino comune di Gordona.

 

cascate dell'Acquafraggia a Prosto

cascate dell’Acquafraggia a Prosto

 

In direzione opposta, a Prata Comportaccio, stanno i crotti uno in fila all’altro, che hanno davanti un cortile coi tavoli e le panche di pietra, i muri resi accoglienti da nicchie, volte, scalette, porticine, ombreggiati quasi sempre da ippocastani che hanno più di cent’anni. Erano forse stati scelti per poter dare le castagne “matte” come foraggio ai cavalli, che qui sostavano certamente prima e dopo aver affrontato la salita verso la Svizzera. Ci sono da quando la valle è stata abitata e molti portano incisa nella pietra una data di cinquecento anni fa. Sono sparsi in tutta la valle, fino oltre i mille metri di altitudine, coi tetti di pietra su cui crescono abbondanti le pianticelle succulente e le scale sono ornate di felci e muschio.

Chiavenna ha nel suo passato un episodio per noi strano, che non lo era fino a poco più di cent’anni fa: un processo, con il proclama affisso in cinque boschi, ai bruchi che avevano fatto strage delle foglie degli alberi. E’ un frammento di storia che sa di leggenda, in una cittadina antica e favolosa.

Su Chiavenna trovate anche  l’articolo sull‘Orto Botanico e sul Mulino Bottonera. Per i dintorni trovate il Museo dello Spluga, mentre per gli alberi monumentali poteve visitare la pagina dedicata.

 

 

Come si fa la pace: la commissione per la verità e la riconciliazione

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Quando Nelson Mandela era diventato presidente del Sudafrica nel 1994, aveva affrontato il difficilissimo compito di riappacificare la popolazione bianca con quella nera, dopo che si erano combattute e odiate per moltissimo tempo. C’era il forte rischio di guerra civile, perché i neri volevano rifarsi del lungo periodo di segregazione, degli abusi di ogni genere, delle violenze subite fino ad allora. I bianchi avevano paura delle vendette.

Mandela, però, era un grande conoscitore dell’animo umano e nei ventisette anni durante i quali era stato prigioniero politico, aveva riflettuto sulle soluzioni possibili per la pace, una volta che fosse stato di nuovo libero. Voleva una vita giusta per tutti e non solo per i neri. La sua sensibilità e lungimiranza gli erano state di aiuto per fare i passi fondamentali, indispensabili a questo scopo: imparare la lingua dei bianchi boeri, ovvero l’afrikaans, studiare la loro cultura, la loro storia, leggere i loro libri e giornali, cercare di capirli. Così, appena diventato capo di Stato, aveva fatto ciò che nessuno si aspettava, trattando gli ex nemici con lo stesso rispetto degli amici, cercando la loro collaborazione alla costruzione della nuova nazione “arcobaleno”. I suoi stessi famigliari, molti amici e compagni di partito, ovviamente si erano trovati in disaccordo con una simile scelta, del tutto diversa da ciò che avrebbe fatto chiunque di loro e aveva dovuto sostenere con grande coraggio il suo piano per il bene comune. Sapeva che privilegiare “i suoi” avrebbe finito col fare del male a tutti, perpetuando l’inimicizia fino alla rovina.

 

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Nelson Mandela da idainternational.org

 

Quando era stato il momento di affrontare i processi per giudicare i crimini commessi nel periodo di durata dell’apartheid dal 1960 al 1994, invece di un tribunale come quello di Norimberga dopo la seconda guerra mondiale, in collaborazione col vescovo anglicano Desmond Tutu e con chi credeva nell’uguaglianza dei diritti, Mandela aveva voluto la “Commissione per la Verità e la Riconciliazione”.

Verità e riconciliazione sono due parole ben poco presenti nell’idea di giustizia che hanno i più. Ma chiunque abbia subito torti sa che ciò che porta pace nell’animo dell’offeso quanto dell’offensore non è tanto la punizione, bensì il vedere riconosciuta la verità dei fatti, il pentimento del responsabile e il suo chiedere perdono. Ecco perché la commissione incaricata di rendere giustizia aveva deciso che chi si era macchiato di delitti per scopi politici durante l’apartheid, purché non fosse il mandante e a condizione di riconoscere la verità e pentirsi, ottenesse l’amnistia.

Di solito i colpevoli negano la verità persino a se stessi, ma in Sudafrica dal 1995 al 1998 tanto i bianchi quanto i neri hanno fatto il difficile percorso di essere sinceri, guardando nel profondo del proprio animo, affrontando il dolore e la vergogna, comprendendo e facendo comprendere cosa era davvero successo.

Lo straordinario tribunale aveva contribuito in modo consistente a riconciliare almeno in parte quelli che, altrimenti, non avrebbero mai finito di scontrarsi, con conseguenze che sarebbero potute essere davvero terribili.

Purtroppo, dopo che Mandela si era ritirato dal potere, ormai molto anziano e malato, era mancato chi avesse il cuore e la mente altrettanto grandi e profondi. La mentalità autoritaria domina sempre, irresistibile ancora per troppi.

 

Per capire almeno i tratti essenziali del pensiero di Mandela, l’appassionante film INVICTUS, di Clint Eastwood è un ottimo inizio. Trovate la mia recensione qui

 

 

Legni profumati

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cirmolo monumentale di Lerosa (BL)

 

In qualche casa o nei musei etnografici dei paesi e delle città alpine, si trovano ancora le stue, stanze di soggiorno interamente rivestite di legno di cirmolo, detto anche pino cembro, uno degli alberi dal legno più profumato, che mantiene il suo delizioso aroma per decenni. I cirmoli si arrampicano fin quasi sulla roccia, dove c’è ancora un po’ di terra, perché sono loro gli ultimi alberi della montagna, gli unici a condividere col pino mugo la resistenza al freddo dei duemilaquattrocento metri.

Nelle regioni più calde d’Italia e a quote più basse, invece, in passato gli armadi e le cassapanche dove si custodivano gli abiti erano fatti prevalentemente di cipresso il cui sentore, delizioso per noi, è particolarmente sgradito alle tarme. Il cipresso, quanto a frugalità non è da meno del cirmolo, perché sopporta la siccità e il vento, quanto lui il gelo.

Sulle montagne del Libano, del Marocco, dell’Himalaya erano i cedri ad avere il primato aromatico. Anche loro sono conifere, cioè alberi che portano i coni (detti pigne), ma si chiamano come l’agrume dal frutto giallo, perché il loro legno profuma come la sua buccia. Col legno di cedro del Libano erano state fatte le travi del tempio di Gerusalemme, ma se ne facevano anche le bare per i personaggi illustri.

L’americano calocedro è detto albero dell’incenso perché bruciandolo, l’olfatto ne è inebriato come se fossero le gocce di resina d’incenso ad ardere. Ha le fronde simili a quelle del nostro cipresso.

 

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calocedro monumentale della villa medicea di Poggio a Caiano (PO)

 

Dall’Asia Minore viene la liquidambar dal legno dolcemente profumato, che i cinesi usano per farne scatole da tè. Dato che questo albero ha foglie a forma di stella, che in autunno prendono colori vivacissimi, è facile da riconoscere. E’ piacevole stropicciandone quelle cadute per annusarle.

In Paesi tropicali come lo Sri Lanka è la cannella ad avere un aroma seducente. Nella stagione delle piogge se ne tagliano i rami per spogliarli della corteccia che viene arrotolata e venduta per aromatizzare cibi e bevande.

Fra gli alberi, esseri viventi autonomi e prodighi di benefici, ce n’è uno parassita: il sandalo. È un alberello sempreverde orientale, che si nutre della linfa rubata alle radici dei vicini, su terreni secchi e rocciosi. In compenso, il suo legno è pregiato e deliziosamente profumato per il nostro gusto, ma repellente per gli insetti. È il motivo per cui, quando verso i cinquant’anni raggiunge il suo massimo aroma, viene tagliato e lasciato a terra fino a che le termiti non si mangiano la corteccia, lasciando intatta il legno aromatico. Lo si usa tanto per costruzioni pregiate, quanto per bruciarlo nei templi o nelle case raffinate, dove spande il suo sentore. L’olio essenziale cura vari disturbi, tra cui quelli della pelle.

 Sul tema dei profumi potete leggere l’articolo Messaggi odorosi e Odori: il messaggio più immediato, antico e universale

 

Il glicine di Este

 

glicine d'este

 

Tra le due e le quattro di notte, il silenzio è quasi totale anche intorno al castello di Este. La maggior parte degli esseri umani, finalmente dorme. Se qualcuno passasse a piedi, senza fretta, sentirebbe qualcosa venirgli delicatamente incontro e commuoverlo, dall’interno di quell’enorme tronco cavo che sono le mura del castello, ancora vivo nella sua carne rosa di mattoni. L’aria, a tratti ha di nuovo in sé tracce di verde che danno un sussulto di gioia. Vengono dagli alberi cresciuti dentro il suo perimetro, che difendono come possono l’atmosfera in cui l’immaginazione può curare le sue malattie. Nel profondo della notte o sotto una gran nevicata, o isolato da una fittissima nebbia, quello è uno dei luoghi in cui le prigioni dell’animo si aprono verso un mondo magnifico e grandioso.

Già alle quattro, però, qualcuno comincia ad avviarsi al lavoro e i primi motori di camion e di auto sporcano il silenzio con la solita, ottusa villania. Poi arrivano gli autobus, le moto, le spazzatrici stradali e aumenta il fracasso che sconcia la suggestione fino a ridurla in poltiglia. Gas e polveri puzzolenti corrodono il delicato rosa della terra cotta e dei polmoni, spingendo verso il turpiloquio i pensieri e le azioni degli uomini. Alle sette e trenta, anche chi guardi con intenzione, vede solo un’antica architettura.

Appena dietro il cancello principale d’ingresso, riparandosi come può, un drago vegetale difende con tutte le sue forze il regno di cui è rimasto il vero signore. La gran matassa di fibre legnose di un glicine bicentenario aggrappato al muro, allunga i suoi tentacoli verso la strada. Sì è arrampicato sugli spalti fino ad oltrepassarli e a slanciarsi all’esterno, forte della bellezza che la sua natura e il tempo hanno nutrito per un rosario di decenni. Certi rami del raffinato ed esotico rampicante si sono infilati nelle connessure fra i mattoni e sono spuntati dall’altra parte. Il potere silenzioso della sua seduzione non riesce ancora a vincere l’offensiva del rumore che fa affrettare il passo degli uomini. La ruota del tempo gira, però, a suo favore, facendolo crescere nelle dimensioni e nella forza che la sua esperienza accumula, trasformandolo in qualcosa che lo avvicina alla natura animale, poi a quella delle divinità antiche. Lento, silenzioso, ha già esteso la sua lunga vita oltre i secoli, calando le sue funi dentro la nostra attenzione e tirandola a sé.

 Dal mio libro ALBERI MONUMENTALI D’ITALIA

 

 

 

Alberi da seta

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gelso monumentale ad Albinea (RE)

 

Il filo lucente e tenace della seta è quello che i bruchi di molti insetti emettono per avvolgerlo intorno al proprio corpicino fino a rinchiuderlo completamente in un bozzolo. Dopo qualche settimana lo lacerano e ne escono trasformati, irriconoscibili, a volte bellissimi e alati. Comunque adulti e pronti all’incontro con l’altro sesso. Molti sono falene, le farfalle notturne. Ma a quelle di cui si vuole utilizzare il filo si interrompe la vita, per impedire che lo spezzino. Fino all’epoca bizantina la produzione della seta era stata un antico segreto cinese, che ne vendevano i tessuti anche da noi. Una volta scoperto quali fossero i bruchi che si avvolgevano in quella più pregiata e quali fossero le foglie di cui si nutrivano, il filato era stato prodotto anche in Europa. Così era comparso nel nostro territorio il gelso bianco -Morus alba- chiamato così per i suoi frutti bianchi in forma di more oblunghe, riconoscibile dalla corteccia color cannella e dalle grandi foglie di forme diverse sullo stesso albero: alcune a forma di cuore, altre a punta di alabarda. Si era diffuso man mano che l’allevamento del baco Bombyx mori aveva avuto successo nelle campagne, diventando un’attività importante. Nell’ottocento, però, gravi malattie avevano colpito i gelsi e i bachi, senza poterle sconfiggere per lungo tempo. I danni erano stati gravissimi e, intanto che si cercava il rimedio, si era provato a sperimentare le qualità di altri bachi, che si nutrivano di altre foglie.

 

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ailanto fiorito

 

L’ailanto, -Ailanthus altissima- anche lui di origine cinese e presente da noi già da qualche tempo, era uno di quelli. Il baco che se ne nutriva, però, contrariamente a quello del gelso non si era adattato al nostro clima e l’esperimento era fallito. In compenso, l’albero capace di diffondersi con una rapidità e una forza sbalorditive, aveva trovato impiego nel consolidamento delle scarpate, a vantaggio soprattutto di quelle ferroviarie. Le sue radici, infatti, sono estese, profonde e ben più dotate di risorse rispetto a molte altre. Così la bella pianta dalle foglie pennate era diventata infestante e odiata per aver preso il posto di molte specie locali.

 

maclura

frutti di maclura – foto da Agraria.org

 

Anche la maclura -Maclura pomifera- di origine americana, era diventata oggetto di esperimenti per il rimpiazzo del gelso, ma la qualità notevolmente superiore della seta originaria, dopo che finalmente i gelsi e i loro bachi si erano ripresi dal declino, aveva fatto abbandonare la sua coltivazione. La maclura, che è dioica come l’ailanto, vale a dire che ha piante di sesso maschile e femminile distinte, è molto spinosa, con foglie coriacee simili a quelle dell’arancio ed è utilizzata per fare siepi impenetrabili. Il suo grosso frutto non commestibile, che una volta maturo è di colore giallo, ha la buccia composta di tante sferette simili a quelle delle more, ma molto dure.

 

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foglie e frutti di tapia, foto di Tylototriton da Wikipedia

 

In altri Paesi si produce la seta grazie al lavoro di bachi e alberi di genere diverso, come per esempio in Madagascar dove quello detto tapia -Uapaca bojeri- è quello di cui i bachi di landibe -Borocera cajani- mangiano le foglie e filano la seta selvatica, usata anche nei cerimoniali funebri.

 

Pulci regali

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foto da Agricirié

 

Il 7 gennaio 1962 sul giornale L’Unità era comparso un articolo in cui si annunciava che, durante gli scavi nell’area del palazzo di Whitehall, dove aveva abitato il re Enrico VIII, erano stati trovati su resti di panno, i corpi mummificati di pidocchi e pulci il cui esoscheletro, in effetti, si mantiene bene. Sarebbe stata la prova che quanto si era detto a proposito della scarsa pulizia in quella corte, era vero. Pare anche che si utilizzassero “cani da pulci” per evitare agli ospiti di riguardo di essere molestati da quei parassiti. Si faceva dunque ai cani un buon bagno che li rendesse impeccabili, poi li si lasciavano accomodare sulle poltrone e i divani destinati ad accogliere più tardi gli illustri visitatori. I fastidiosi insetti saltavano sui cani che, dopo qualche tempo, venivano fatti sloggiare col loro pungente carico.

Un metodo più crudele pare fosse in uso nell’antico Egitto, dove cospargevano uno schiavo di latte d’asina e lo mettevano al centro di una stanza infestata dai parassiti che si affrettavano a saltare su di lui.

dal mio libro ANIMALI, FAVOLOSE STORIE VERE

Le doti delle palme

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palma da cera – foto da B & T world seeds

 

Le palme, pur diventando molto grandi e con un fusto legnoso, non sono alberi, ma piante erbacee. Gli alberi, infatti, hanno i canalicoli che portano l’acqua e i minerali dalle radici alle foglie e viceversa, nella parte più esterna del tronco, sotto la corteccia. Ogni anno se ne formano di nuovi e quelli vecchi si chiudono, dando origine agli anelli che ne denunciano l’età. Le piante erbacee, invece, hanno i vasi capillari distribuiti in tutta l’area del tronco e dunque non ci sono anelli di accrescimento, anche perché il fusto rimane all’incirca sempre della stessa circonferenza.  Il loro legno estremamente robusto serve per ogni tipo di costruzione e le foglie sono spesso utilizzate per fare da tetto alle case. Di solito associamo l’idea delle palme a località calde ma non è così. Ce ne sono che vivono in montagna e da noi, in Italia, abbiamo una palma nana autoctona, la palma di san Pietro, la Chamaerops humilis

Come gli alberi le palme fanno fiori e frutti di ogni genere, importanti per uomini e animali. Svolgono anche quasi tutte le loro numerose funzioni benefiche per l’ambiente. Ecco qui di seguito le doti di alcune delle tante specie diffuse nel mondo.

PALMA DA CERA La Copernicia cerifera, palma comune in Brasile, protegge i germogli delle sue foglie con una guaina di cera, che viene poi sfruttata dall’uomo per numerosi impieghi, dato che è di ottima qualità.

 

Phytelephas_macrocarpa_da Palmpedia

frutti della palma da avorio – foto da Palmpedia

 

PALMA DA AVORIO La Phytelephas macrocarpa, che cresce nella foresta pluviale del Sudamerica fa un grosso frutto con semi grandi come uova di piccione chiamati corozo che, una volta seccati hanno l’aspetto e la consistenza dell’avorio animale.

PALME DA FIBRA, DA CIBO E BEVANDE Ottime fibre si ricavano invece dalla palma da cocco Cocos nucifera, che avvolge le noci in una spessa protezione fibrosa grazie a cui galleggiano e possono viaggiare per mare senza guastarsi e riprodursi su terre nuove. La polpa della noce di cocco, poi, è squisita e prima che completi la sua formazione è particolarmente ricca di acqua dolce, di buon sapore.

La palma da dattero Phoenix dactylifera, la palma del Cile Jubaea chiliensis, la palma borasso Borassus flebellifer e molte altre danno frutti nutrienti e di ottimo sapore.

Da varie palme si ottiene anche un vino, facendo fermentare la linfa trasparente. Il sapore è molto diverso dal nostro vino e le palme a cui si sottrae la linfa, naturalmente ne soffrono, mentre questo non avviene per la vite, dato che le si tolgono solo i frutti, che lei destina comunque agli animali, perché mangiandola ne disperdano i semi.

PALMA DA ZUCCHERO La Arenga pinnata, comune in Asia, ha una linfa particolarmente zuccherina, che viene prelevata per dolcificare o per farla fermentare e ottenerne vino di palma.

PALMA DA OLIO Elaei guineensis, famigerata a causa delle enormi coltivazioni in monocoltura, fatte distruggendo la foresta nativa e produrre olio alimentare per lauti profitti. Questo procedimento provoca grandi danni all’ambiente prima di tutto perché porta strade, case, fabbriche, automezzi che inquinano e alterano il delicato equilibrio naturale. Poi perché toglie l’habitat a insediamenti indigeni umani e ad animali, oltre a ridurre enormemente la biodiversità. Più questa si riduce, più i territori diventano vulnerabili perché eventi naturali o artificiali violenti, stroncano molto più facilmente ciò che ha una minore varietà di difese da opporre.

 

Carludovica_palmata Hans Hillewaert Wikipedia

frutti della palma dei cappelli di Panama, foto di Hans Hillewaert da Wikipedia.org

 

PALMA DEI CAPPELLI DI PANAMA Quando gli spagnoli durante la conquista dell’America Latina sono arrivati in Ecuador, hanno notato cappelli che coprivano anche le orecchie e il collo ed erano tanto leggeri da sembrare veli (toques).

La fibra di cui sono fatti è quella delle foglie di palma Carludovica palmata, che si conosce comunemente come palma toquilla e cresce in Ecuador dove viene lavorata. Non è una vera palma, perché è piuttosto piccola e non ha fusto legnoso. E’ una specie di pandano. Il nome “panama” dei cappelli deriva dal fatto che quando Theodore Roosvelt aveva inaugurato il canale di Panama nel 1914, glie ne era stato offerto uno di quel tipo, senza che lui ne conoscesse la provenienza.

Le foglie devono essere cotte e poi fatte seccare. Solo allora le fini e robuste fibre possono essere intrecciate, con un lavoro che dura un paio di settimane.

 

 

 

Il ritmo del diverso sentire

loiefuller, da Dance Heritage Coalition

Loie Fuller, foto da Dance Heritage Coalition

 

Se ascoltare buona musica eleva la qualità della vita e dei pensieri, ballare porta quella linfa fino alle più trascurate cellule del corpo. Se una bella melodia e un ritmo vivificante sono tutt’uno con parole che valgono davvero qualcosa, si accendono ancora molte luci dentro di noi. E se quei testi sono in una lingua straniera che riusciamo a comprendere, facciamo un tuffo nell’oceano del diverso sentire.

Quando ci prende il bisogno di frizzare dalla testa ai piedi, balliamo da soli o in compagnia al ritmo delle canzoni che ricordo qui sotto e che dopo tanti anni mantengono bellezza e potere, anche perché sono contro la guerra e le discriminazioni.

Si trovano tutte su youtube. Basta trasformare il video in mp3, utilizzando il software all’indirizzo http://convert2mp3.net/en/index.php?url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DK11bfsf_C8g e poi salvare la canzone sul computer.

 

Agli indirizzi web che do più sotto per ciascuna canzone, si trovano i testi originali in inglese, le traduzioni (a volte molto approssimative), informazioni utili per capire l senso e il contesto.

asimbonanga

Asimbonanga, di Jonny Clegg e Savuka, (1987 album Third World Child) Testo, traduzione e informazioni all’indirizzo http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=6352

 

Games_Without_Frontiers2

Biko, di Peter Gabriel. (1980 album Peter Gabriel III) Testo, traduzione e informazioni all’indirizzo https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=1684

Games without frontiers, di Peter Gabriel (1980 Album Peter Gabriel III). Testo, traduzione e informazioni all’indirizzo https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=523

 

Sting_The_Dream_of_the_Blue_Turtles_CD_cover

Russians di Sting (1985 album The dream of the blue turtles) https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=688

 

sylviansakamoto_forbidden_colours

Forbidden colors di Ryuichi Sakamoto e David Sylvian (1983 colonna sonora del film Furyo) https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=51385

 

ApocalypseNow

The end dei Doors (1967 Album The Doors, colonna sonora del film Apocalypse now) https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3946&lang=it

 

 

Il deserto bianco

tularosa basin David Jones Wikipedia

deserto bianco con piante di Yucca elata – foto di David Jones da Wikipedia

 

Da diecimila anni, dune candide come neve e alte fino a venti metri, sono onde mosse dal vento nel più grande deserto bianco del mondo, ad oltre mille metri di altitudine. In New Mexico, 250 milioni di anni fa qui c’era il mare, che ne aveva impiegato altri 180 milioni per prosciugarsi, lasciando uno spesso strato di roccia gessosa. I movimenti della terra l’avevano sollevata facendone una collina vastissima, che col tempo si era sgretolata. Sono rimaste le basse catene montuose di sant’Andrés e Sacramento, mentre il vento e la neve hanno continuato a dilavare il gesso che, non trovando corsi d’acqua che lo portassero via, si è depositato nel Tularosa Basin. Solo occasionalmente l’acqua si accumula per qualche tempo in grandi pozze, poi evapora o si infiltra nel terreno. Il sole, riscaldandole favorisce la formazione di cristalli di gesso, lunghi anche un metro. Quando tutto torna asciutto, il vento che vi soffia sopra li frantuma fino a che diventano sabbia che porta via, rigenerando continuamente le dune di finissimi cristalli dalla consistenza del talco. I pochi animali del deserto bianco (leoni di montagna, coyote, roditori e avvoltoi) si sono adattati schiarendo il loro mantello per mimetizzarsi meglio.

Questo luogo bellissimo dove è stata fatta esplodere la prima bomba atomica nel 1945 è ancora in parte sfruttato dall’esercito americano per esperimenti ed esercitazioni.

 Nel mondo esistono deserti di vari colori: rosso, nero, blu, giallo.