Il frassino dei prodigi

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frassino su cui spiccano i mazzi di semi alati

 

Il frassino è stato uno degli alberi sacri più importanti d’Europa per molte virtù particolari, prima fra tutte la saldezza con cui si ancora al suolo con le sue profonde radici, capaci di consolidare i pendii, impedendo le frane. Nelle culture nordiche si riteneva che un enorme frassino, chiamato Ygdrasill, sorreggesse il cielo. Nei Carpazi si diceva che trafiggendo il cuore di un vampiro con un paletto di frassino, appuntito lo si facesse finalmente morire davvero. Contrariamente a tutti gli altri alberi, i suoi germogli sono neri e, se i fiori non vengono fecondati, invece di cadere si raggrinziscono e anneriscono, restando sui rami come escrescenze indurite. È bene non metterlo a dimora vicino ad altre piante, tanto meno se rampicanti, perché incompatibili. Il frassino può essere di natura maschile, femminile o ermafrodita e comincia a fiorire dopo molti anni di crescita. Le sue foglie seghettate e pennate servono in decotto per curare artriti e gotta. Il succo si diceva servisse contro i morsi delle vipere. Anche la corteccia grigia e sottile, interrotta da isolette grumose disposte in orizzontale, e i frutti oleosi sono curativi, purificanti, drenanti, lassativi, utili per liberare dall’acido urico che provoca dolori, gonfiori ed inceppa il corpo. Questi sono alcuni dei motivi per cui si attribuivano al frassino poteri magici.

 

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corteccia caratteristica del frassino

 

In passato era molto diffuso dalla pianura alla montagna, fino a 1700 metri di altitudine, dove può vivere fino a 400 anni anche in luoghi ventosi, purché ci sia il sole e sufficiente acqua. Allora cresce fino a 40 metri. Duro ed elastico, il suo legno era usato dai celti per i remi, gli alberi, le stecche delle navi, l’asta delle lance e, più modestamente, per i manici di attrezzi o le parti più sollecitate dei carri o gli sci. Le sue foglie sono state usate come foraggio per gli animali e, prima di cadere in autunno, si colorano di un bel giallo intenso.

Il frassino minore, chiamato orniello, cresce in collina ed in Sicilia è conosciuto come albero della manna. La sua linfa, ottenuta con incisioni fatte nel tronco in estate, si solidifica all’aria in piccole stalattiti. È nutriente e leggermente lassativa, usata anche per fare dolci. Questo albero ha una bella fioritura bianca di aspetto piumoso.

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foglie e semi alati di frassino

 

Altri alberi molto diffusi dalle foglie pennate, che gli inesperti possono confondere col Frassino, sono il Noce del Caucaso, il Noce Nero, l’Ailanto, la Sophora Japonica. Per dissipare i dubbi più immediati occorre innanzitutto cercare i frutti, che in genere rimangono sui rami anche quando sono secchi, almeno per qualche mese dopo la caduta delle foglie. Il frassino ha dei mazzi di semi alati, come da foto. L’ailanto, che ha radici profondissime ma è infestante e dunque poco gradito, ha mazzi di semi alati simili a quelli del frassino, ma foglie pennate più grandi e su un rachide ben più lungo. Il Noce del Caucaso, che si riconosce anche per le radici superficiali che si estendono fuori terra, ha come frutti dei lunghi ciondoli sottili. Il noce nero ha frutti tondi e gialli simili a palle da tennis, dal mallo profumato come la buccia del limone, che in breve diventa nero. La Sophora Japonica ha foglie dalla punta arrotondata e frutti a forma di legume sottile.

 

 

 

Il museo farmaceutico a Pieve di Ledro (TN)

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Ancora nell’ottocento, epoca in cui il laboratorio farmaceutico Foletto era stato aperto, ogni farmacista, che allora si chiamava speziale, conosceva molto bene il potere curativo delle piante e dei minerali ed era lui stesso che preparava i rimedi per i malati. Allora, nelle stanze del museo, doveva esserci stato un profumo intenso di erbe, fiori, foglie e radici disseccate, che adesso si può solo immaginare, vedendo gli erbari con piante raccolte tanto tempo fa da Angelo Foletto, di cui alcune adesso non si trovano più. Lui stesso si è rappresentato su un’etichetta a colori mentre osserva dei fiori curativi, con l’attrezzatura necessaria al loro prelievo dal terreno. In quell’epoca i camici indossati dai farmacisti erano neri, per evitare di apparire subito sporchi, per il gran maneggiare polveri, coloranti e carboni, per l’armeggiare con i primi macchinari che servivano a fabbricare pastiglie e unguenti.

 

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Nelle diverse sale si vedono i mobili con le vetrine in cui sono ancora alloggiati i recipienti in vetro di ogni dimensione, che contenevano polveri e liquidi preparati con alambicchi e mortai, e dosati con bilance di grande precisione. Quelle che servivano a pesare i veleni avevano i piattini in osso, dato che il metallo li avrebbe potuti alterare ed erano utilizzate dentro delle teche, per evitare che le correnti d’aria o qualsiasi altro disturbo compromettesse la loro esattezza.

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Il mercoledì vengono organizzati dei laboratori durante i quali i visitatori del museo, dopo aver colto erbe e frutti nell’orto della farmacia, ne fanno degli sciroppi o altri preparati che ancora si vendono nel negozio. E il liquore nocino si deve ai frutti del bellissimo noce che espande la sua chioma sopra il prato di casa oltre lo steccato, piantato da Angelo Foletto quando gli è nato Achille nel 1915. In Trentino Alto Adige è tradizione che quando viene al mondo un figlio o una figlia, si pianti un noce, perché diventi parte della sua dote col legno pregiato e coi frutti.

Il sito del museo è www.museofoletto.it

 

Il museo delle palafitte di Ledro (TN)

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capanna dello sciamano

 

Sulle sponde del lago di Ledro dalle acque turchesi, quasi cent’anni fa sono stati ritrovati i resti di un villaggio su palafitte abitato nella preistoria, durante l’età del bronzo, intorno a quattromila anni fa. Da molti anni è possibile vedere come si viveva allora, attraverso gli oggetti esposti nel museo e, soprattutto, visitando diversi tipi di palafitte, ricostruiti sulla riva del lago. All’interno sono stati messi gli oggetti usati di volta in volta da sciamani, artigiani, capi villaggio e pastori, coltivatori, pescatori e cacciatori.

La struttura in legno, i muri di terra cruda e paglia, i tetti in cannuccia di palude delle palafitte sono stati usati comunemente ancora fino a qualche decennio fa non solo dalle classi più umili in Italia (vedi articolo) e nel resto d’Europa, ma lo sono ancora per interi popoli del mondo, magari non sempre su palafitte, che in passato servivano anche per isolarsi da animali pericolosi.

 

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capanne dei pescatori, cacciatori e artigiani

 

Elaborando ed arricchendo questo modello di base, si sono costruite nel passato le grandi case cittadine delle classi abbienti europee, tuttora abitate e un’interpretazione ecologica moderna le ripropone come soluzione sostenibile ma anche esteticamente originale (vedi articolo). La terra cruda impastata con paglia è un’eccellente materiale da costruzione, ottimo isolante dal caldo, dal freddo e dal rumore, oltre che ecologicamente perfetto.

Così, in questo museo piacevole anche per i bambini, ci si potrà rendere conto di quanto le antiche tecniche siano ancora sempre attuali, nelle tante varianti e modernizzazioni che le rendono adatte al nostro genere di civiltà.

 Il sito è www.palafitteledro.it

 

 

 

Castagno, una risorsa alimentare, una sicurezza anti-frane, un’opportunità di lavoro

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castagno monumentale a Monteu Roero (CN)

 

A giugno le grandi infiorescenze color giallo chiaro del castagno, sono come fuochi d’artificio che ronzano di api.

Fino a cinquant’anni fa, i boschi di castagno erano ancora i frutteti più utili, che davano cibo nutriente per tutto l’anno. Le castagne si mangiavano arrostite, bollite e nei tanti modi con cui si potevano cucinare dopo essere state macinate in farina. Ci volevano quaranta giorni per seccarle al fuoco lento dentro i metati, come si chiamavano gli essiccatoi che c’erano dappertutto nei paesi. Allora la gente non sapeva cosa fosse il potassio, che aiuta il corpo nello sforzo fisico, né le proteine che sviluppano e irrobustiscono, ma chi si nutriva di castagne e del miele che le api ne elaboravano, ne sentiva gli effetti più di chi mangiava altro cibo.

Il castagno si fa alto fino a 30 metri, robusto e longevo, col suo bel tronco scanalato che si allarga nonostante con l’età, che può oltrepassare i 1000 anni, diventi cavo. Il legno più vecchio al suo interno, non resiste alle intemperie e si sbriciola diventando buon terriccio per i giardini. Vicino ai castagni nascono i funghi porcini o gli ovuli, con cui scambiano sostanze utili.

La selezione artificiale ha prodotto le piante di marroni, con frutti più grossi. I loro fiori maschili, però, non sono sufficienti ad impollinare quelli femminili ed hanno bisogno della presenza di castagni più spontanei fra di loro, per questo scopo.

 

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castagno monumentale di Monteombraro (MO)

 

Con la loro corte di funghi, lombrichi, insetti, uccelli e piccoli mammiferi, assicuravano una vita dignitosa a popolazioni intere finché, a metà Ottocento, si sono aperte le prime fabbriche di tannino, per conciare le pelli e tingere di nero la seta. Allora molti boschi sono stati tagliati perché dal legno venisse estratta quella sostanza, che anche le industrie farmaceutiche richiedevano per certi medicinali. Così, l’attrattiva di un guadagno immediato ha fatto perdere il sostentamento necessario ad una vita intera. La fame ha costretto allora molti contadini ad emigrare.

Quando l’Italia si è ripresa dall’ultima guerra e le città con la loro ricchezza hanno fatto abbandonare i boschi, i castagni trascurati si sono ammalati di cancro della corteccia e del mal d’inchiostro, che già avevano fatto danni fin da un secolo prima. I funghi maligni e i batteri che portano queste malattie, passando dalle ferite nel legno ma anche nel terreno abbandonato, ne hanno fatti morire a migliaia.

Eppure, i castagni crescono anche su pendii così ripidi che nessuna coltivazione di cereali sarebbe mai possibile. Non hanno bisogno di concime, di irrigazione né di falciatura. Mantengono ben saldo il terreno con le profonde e lunghe radici. Stabilizzano il clima, danno ombra d’estate e bellezza tutto l’anno. Sono i migliori alleati di ciascun vivente e agli uomini bisogna ricordarlo.

Recuperare i castagneti potrebbe dare lavoro e cibo nutriente, contrastare le frane, ridurre i danni delle alluvioni e il pericolo d’incendio. Ma occorre dare una buona formazione ai candidati per un simile lavoro, in modo che possa essere svolto nel migliore dei modi. Per conoscere le attività di promozione del castagno, un indirizzo utile è www.cittadelcastagno.it

Castagni monumentali si trovano ovunque in Italia, oltre i 300 m. di altitudine fino ai 900 circa. Segnalo, oltre a quelli delle foto nell’articolo, Bioglio (BI), Grosio (SO), Montarioso (SI), Camaldoli (AR),  Palazzuolo sul Senio (FI), Santa Lucia (RI), Grisolia (CS), Mascali e sant’Alfio (CT). Potrete trovare le indicazioni su come raggiungerli, andando su questo sito alla sezione Alberi Monumentali, al primo posto nel menu di sinistra, dove tutte le regioni hanno gli alberi di tutte le provincie, in ordine alfabetico.

 

 

 

The imitation game

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Film del 2015 di Morten Tyldum. E’ la storia vera di Alan Turing (Benedict Cumberbatch), il geniale matematico che durante l’ultima guerra mondiale era stato ingaggiato con altre grandi menti, tra cui una donna, la crittoanalista Joan Clarke (Kera Knightley) per decodificare i messaggi con cui l’esercito tedesco comandava i diversi attacchi tramite un sistema fino ad allora indecifrabile e chiamato Enigma.

I modi irritanti di Turing lo avevano reso talmente antipatico da trovare ostilità in tutti, ad eccezione della giovane Joan Clarke, la cui vicinanza ne aveva ammorbidito le maniere, così che i colleghi avevano finito col collaborare al suo progetto. Si trattava di una macchina capace di fare un lavoro impossibile agli uomini. Con moltissime difficoltà era riuscito nell’impresa ma a quel punto si era posto un problema notevole: sventare gli attacchi tedeschi avrebbe fatto presto capire loro che il sistema era stato smascherato e li avrebbe indotti a cambiarlo, vanificando tanto sforzo. Era iniziata la presa di coscienza di quanto le azioni dovessero essere calibrate in modo magistrale, per mantenere gli equilibri necessari alla massima riduzione dei danni, senza essere scoperti. Era stato fondamentale mantenere il segreto assoluto anche con l’esercito, lasciando che un certo numero di attacchi venisse compiuto e molti morissero, pur di riuscire gradualmente a sconfiggere il terribile nemico. La sincerità e la trasparenza verso le istituzioni e il pubblico, in quel caso sarebbero state armi letali contro gli Alleati e avrebbe fatto loro perdere la guerra. Era invece fondamentale che fosse mantenuta fra i pochi che stavano operando su questa delicatissima questione. Il comportamento emotivo aveva avuto una grandissima importanza già nel far trovare il giusto procedimento per la macchina inventata da Turing, antenata del computer. Nonostante il grandissimo merito dello scienziato, però, i pregiudizi dell’epoca lo avevano costretto alla castrazione chimica per la sua omosessualità.

Questo è il film in cui meglio si comprende quanto la conoscenza dell’animo umano e l’uso di una strategia del comportamento adeguata ad esso, sia di capitale importanza in ogni ambito.

The walk

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The Walk, film del 2015 di Robert Zemekis sull’impresa del funambolo Philippe Petit che nel 1974 aveva camminato per 45 minuti sospeso fra le due torri gemelle di New York senza alcuna protezione a 417,5 m di altezza con 42,5 metri di distanza fra le due torri. Attori Joseph Gordon-Levitt, Ben Kingsley, Patrick Baby, Marie Turgeon. L’impresa era del tutto illegale, perché nessuna autorità gli avrebbe dato il permesso per qualcosa di tanto pericoloso. Philippe aveva avuto bisogno dell’aiuto di persone fidate, prima di tutte la compagna di allora, un paio di buoni amici e dei simpatizzanti, che sarebbero finiti nei guai come lui se le cose si fossero messe male. Invece, nonostante le grandi difficoltà e gli inevitabili imprevisti, una grande folla lo aveva applaudito e gli agenti di polizia accorsi per arrestarlo avevano finito col cedere all’ammirazione per tanto coraggio. Anche il giudice che aveva deciso la sua sorte da un punto di vista legale, invece di punirlo per gli innumerevoli reati commessi con quell’esibizione, gli aveva “inflitto” solo il dovere di esibirsi per i bambini al Central Park.

La spinta interiore che porta a compiere imprese rischiosissime (fisiche o morali) è irresistibile e questo lo sa bene chi le ha compiute. Inevitabile è anche il ribaltamento della riprovazione in ammirazione per le azioni illegali e trasgressive, quando si ha successo. Una stessa cosa può cambiare totalmente di valore quando cambiano le circostanze. Ecco perché è tanto importante, se si vuole modificare qualcosa, agire per quanto possibile sulle circostanze, sul contorno, sull’ambiente, sulle vie periferiche, anziché attaccando frontalmente.

Boscoartestenico, arte nella natura a Stenico (TN)

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Quando ci si avvicina a Stenico, la vista del castello su un cocuzzolo nel mezzo della vallata fa trasalire per la sorpresa di grande effetto. Dalle sue finestre si vede la cascata del Rio Bianco e lontano, più in alto, per chi sa dove cercarlo col cannocchiale si incrocia lo sguardo di un gigantesco obbiettivo fotografico in legno, l’opera di Boscoartestenico che collega l’espressività contemporanea all’architettura antica e alla natura. Ogni anno verso fine giugno, artisti da tutto il mondo arrivano qui per lavorare una settimana nel bosco e lasciarvi opere realizzate con materiali naturali, che si aggiungono a quelle dell’anno precedente e vi restano fino a che resistono alle intemperie e al tempo.

 

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Possono essere sculture scavate nei tronchi di larici, di tigli o di pini che per qualche altro motivo sono stati tagliati, oppure installazioni fatte con rami, cortecce, tronchi. Lungo un comodo sentiero con un dislivello leggero, che bambini e persone con handicap possono percorrere facilmente, si trovano realizzate idee spesso spiritose, qualche volta poetiche o drammatiche, quasi sempre capaci di far frizzare l’immaginazione. Nel corso dell’estate vengono realizzati incontri e concerti che convincono anche chi è meno attratto dall’arte contemporanea, ad avvicinarla. Ha così l’opportunità di conoscerne una forma gradevole e comprensibile per la maggior parte delle persone di ogni età, senza averne i difetti.

 il sito è www.boscoartestenico.eu

 

Il comportamento collettivo

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Comportamenti comuni come seguire una moda e ammirare le persone di successo, sono simili a quelli della maggioranza delle persone. Modi conformi a quelli altrui si hanno anche in privato, perché fanno parte di un automatismo sedimentato nella nostra memoria di specie, per evitare la fatica di prendere ogni volta una decisione. Anche quando sembra dar seguito a un pensiero autonomo, può non essere così e, soprattutto se non sembra poter avere gravi conseguenze, lo si lascia agire tranquillamente, pur essendo magari poco appropriato. Se fa parte di un comportamento comunemente seguito dalla maggioranza, però, il risultato può essere davvero pesante.

Un caso abituale di comportamento collettivo è la reazione verso ciò che è fuori dagli schemi consueti. Il diverso, che sia persona o pensiero, è faticoso e dunque sgradito, perché nel discostarsi da ciò che è abituale, mette in crisi tante piccole e grandi situazioni, obbligando a pensare e decidere, prendendosene la responsabilità. Il diverso, in peggio o in meglio, costringe a dei cambiamenti, dunque richiede tempo e impegno per essere trattato in modo adeguato. Per questo, spesso gli si riserva il comportamento usuale verso ciò che è faticoso: si cerca di allontanarlo, di dimenticarlo, di eliminarlo. Il risultato è l’emarginazione o addirittura la soppressione di chi ha il torto di essere in netta minoranza e dunque vulnerabile.

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Intanto che questo accade, siamo scontenti di molte cose che avvengono nella società e soffriamo del comportamento altrui poco responsabile e superficiale. Per non parlare degli abusi e delle negligenze di chi ha potere, che finiscono col gravare su di noi. Ci diciamo che basterebbe poco per far funzionare meglio la vita e biasimiamo chi non fa lo sforzo di volontà per evitare che le conseguenze cadano inevitabilmente su chi il potere non ce l’ha.

Occorrerebbe riflettere sul motivo per cui chi critichiamo, si astiene dal prendersi l’impegno giusto. Constateremmo allora che fa esattamente come la maggioranza delle persone, vale a dire che rifugge dall’accollarsi un peso in più, anche se piccolo, rispetto a ciò che già incombe su ogni giornata. Ci può essere anche una sua particolare disonestà, ma sicuramente una parte della sua mancanza è da attribuire a questa naturale tendenza.

Cosa si può fare? Per togliere forza alla corrente generale occorre dedicare tempo ed energia a riflettere di volta in volta su cosa sia meglio fare e poi agire secondo coscienza.

Semplice, ma quanto realizzabile? Tutto si tiene come in un cerchio e occorre rompere la forza d’inerzia che lo mantiene chiuso, cominciando per esempio col trovare il TEMPO per farlo. Gran parte delle persone afferma di non averne, ma in realtà questa carenza è dovuta di nuovo a un comportamento collettivo, che spinge a seguire le attività più facili o quelle a cui si dedica la maggior parte delle persone, influenzando le altre. Trovare il tempo per noi ci aiuta a vivere meglio e a far vivere meglio gli altri. A questo tema ho già dedicato un articolo che è utile rileggere e nella rubrica Umanità si trovano molti articoli utili che aiutano a capire almeno un po’ l’animo umano. Utile anche la rubrica Film selezionati e Libri selezionati.

 

 

 

 

Il sentiero sospeso verso l’eremo di san Romedio (TN)

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Sotto il picco dove è cresciuto nei secoli il santuario di San Romedio, scorre il torrente a cui hanno dato lo stesso nome e che passa ai piedi del paese di Sanzeno. Nel 1863 quando la famiglia de Widmann era insediata nell’abitato e possedeva molte terre, le aveva volute rendere produttive portandovi l’acqua del torrente. Aveva allora inciso nella roccia calcarea della forra dalle pareti verticali, un canale stretto come un sentiero per farla arrivare senza fatica, in leggera pendenza. Man mano che il suo percorso procedeva verso la destinazione, cresceva la distanza dal fondovalle fino a trovarsi sospeso a cento metri di altezza. Adesso che l’acquedotto ha una diversa sistemazione, il sentiero dell’acqua è diventato quello dei visitatori dell’eremo, che vogliono arrivarci nel modo più simile a quello del santo di origine austriaca, che mille anni fa aveva scelto questo luogo come solitaria residenza. Se ci si va di buon mattino, in un giorno feriale d’estate, il silenzio e il camminare sospesi per quaranta minuti sullo strapiombo, si accorda con la bellezza selvaggia del luogo e con l’atmosfera spirituale del santuario alto su un picco, che sale ancora con i suoi muri e le sue scale, per stare come su una nuvola sopra gli alberi. E’ fatto di piccole chiese interne decorate ad affresco, di centotrenta gradini ripidi, fra muri bianchi con nicchie in cui sono allestite scene della Passione di Cristo, di sale con gli ex voto, di una balconata da cui si guarda il torrente, novanta metri più sotto.

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Nel bosco, in un recinto ben protetto, è ospite da anni un orso bruno che non poteva tornare alla vita selvatica, dopo essere stato sempre prigioniero di uomini. Del resto, una leggenda racconta di un orso che aveva ucciso il cavallo di san Romedio e che si era lasciato cavalcare al suo posto, per portarlo a Trento.

Fra gli alberi più in alto c’è il minuscolo cimitero dei religiosi che sono voluti restare qui per sempre.

Tornando a Sanzeno lungo la strada asfaltata che segue il percorso del torrente ed è aperta solo alle navette del santuario, sarà piacevole riconoscere le enormi foglie del farfaraccio, i fiori di impatiens che profumano di pesca, gli abeti rossi, i noccioli, qualche tiglio selvatico, i carpini. In alto compare ogni tanto il sentiero percorso all’andata e i tanti frassini che con le loro salde radici non hanno avuto timore di installarsi sulle pareti verticali, piene di buchi.

 

 

Ferula, l’umile pianta che ha lasciato il segno

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pianta di ferula – foto da Wikipedia

 

Nelle regioni più calde dell’Italia, dalla Sardegna in giù, in inverno verdeggia una pianta piumosa come il finocchio, che vive in simbiosi con lo squisito fungo cardoncello. Istintivamente, però, il bestiame evita di mangiarla, a causa del suo veleno ed è per questo che la Ferula communis, è chiamata finocchiaccio. In primavera fiorisce presto ma è in estate, una volta secca, che diventa importante per chi la raccoglie. I suoi lunghi fusti alti fino a tre metri, dall’interno spugnoso, leggeri e resistenti, in passato sono stati nelle mani degli imperatori come scettri, o dei vescovi come pastorali, in quelle dei tedofori come fiaccole olimpiche o dei severi e impietosi insegnanti come strumento di punizione. Nel medioevo venivano svuotati per diventare custodie di preziosi manoscritti arrotolati e, andando indietro nel tempo fino a raggiungere quello dei miti greci, se ne è trovato un segmento nelle mani di Prometeo, che vi ha nascosto le braci del fuoco celeste, da donare agli uomini. Dal tempo lontano è venuta anche la tradizione sarda di portare la ferula in processione per chiedere al diavolo (che in origine doveva essere stato il dio Pan) di far cessare la siccità.

 

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ferula in fiore – foto da wikipedia

 

Nelle campagne, coi suoi fusti si sono realizzati sgabelli, piccoli mobili, stecche per ingessare e nei secoli, fino a poco tempo fa, si sono tenuti i conti fra persone diverse. Tagliato un segmento da nodo a nodo, lo si divideva nel senso della lunghezza, così che una metà fosse più corta, ma sezionata nettamente ad incastro, per poterla poi di nuovo farla coincidere alla perfezione. La parte col nodo, detta “madre” restava al negoziante e quella più corta, detta “figlia”, al cliente. Quando avveniva un acquisto si riunivano le due parti, chiamate tacche e si segnavano con una o più incisioni, a seconda del valore che si attribuiva loro, per testimoniare l’importo del credito. L’espressione “mezza tacca” che usiamo per definire ciò che vale poco, viene dal fatto che, se le due parti non coincidevano e restavano mezze, perdevano ogni validità.

 

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l’incendio del parlamento di Londra dipinto da William Turner – foto da lasottilelineadombra.com

 

Dove la ferula non cresceva, si potevano impiegare bastoncini di legno morbido come quello del fico e in Germania o in Francia si usava lo stesso sistema delle tacche anche per la fedina penale. In Inghilterra servivano addirittura come buoni del tesoro, fino al 1826. E siccome in inglese, bastone si dice stock, diventa chiaro come mai la borsa valori si chiami Stock Exchange. Dopo l’abolizione di questo sistema, erano rimaste grandi quantità di bastoncini di legno in circolazione, che occorreva smaltire, Ma invece di darli ai poveri perché li bruciassero per riscaldarsi, il 16 ottobre del 1834 si era preferito sprecarli in una stufa della camera dei lord a Westminster. Il fuoco troppo nutrito aveva prodotto dei gas che, infiammandosi, avevano aggredito il rivestimento di legno della sala, passando presto alla Camera dei Comuni, in un colossale incendio durato tutta la notte: uno spettacolo che il celebre pittore William Turner ci ha tramandato nei suoi dipinti.

 

 

L’uomo selvatico nel Museo Diffuso della Valgerola (SO)

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affresco dell’uomo selvatico a Sacco (SO)

 

Il calore dell’estate spinge verso l’alto e da Morbegno, lungo strade in moderata pendenza, porta verso la Valgerola, nel piacevole paesaggio dove sono numerosi gli edifici che testimoniano la vita e il lavoro abituali fino a cinquant’anni fa. A Sacco, a 700 metri di altitudine, nella casa di un notaio del quattrocento sono in perfetto stato le decorazioni ad affresco sulle pareti di una stanza con motivi vegetali, motti e proverbi scritti in caratteri gotici e lingua latina, che girano come le ore fino a una raffigurazione sacra della religione cattolica e a una che appartiene alle antiche credenze celtiche: l’uomo selvatico. L’om salvadegh, presente nelle culture alpine europee, ma che trova dei simili in varie parti del mondo, era un personaggio che si immaginava vivesse nei boschi e nelle zone fuori dal controllo umano. Era peloso o rivestito di pelli, armato di bastone e dispettoso, ma si diceva anche che avesse insegnato agli alpigiani come fare il formaggio. Statue e affreschi che lo rappresentano si trovano nel bergamasco, in Alto Adige, in Francia e sul duomo di Milano. In certe zone viene (o veniva) impersonato durante il carnevale, dissimulato sotto velli animali o vegetazione. Della casa-museo di Sacco si possono visitare alcune stanze, con pannelli di spiegazioni. Per la visita basta telefonare allo 0342 617028.

 

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Gerola Alta

 

Arrivati ai mille metri di Gerola Alta, in piccoli edifici sparsi che occorre farsi aprire, si hanno varie possibilità di vedere come si viveva fino a cinquant’anni fa.

Nei locali de: “La nostra storia” sono ambientate un’aula scolastica, un negozio, una cantina, la stanza dove si lavorava la lana, quella dove si trattavano i prodotti del maiale, quella dove si faceva il formaggio. Nella baita dedicata al telaio se ne vede uno grande in legno, oltre ai tessuti e agli indumenti che con quelli si realizzavano. Ci sono poi la segheria, il mulino, il centro visite “Casa del tempo” con reperti geologici, fossili e utensili, il “Centro del Bitto” . Il bitto è il formaggio tipico del posto, con una parte di latte caprino, che qui si può anche acquistare. Dietro l’edificio, visibile senza formalità c’è la ricostruzione di una casera. C’è anche il “canevel”, piccolo locale in pietra dove in estate si faceva scorrere l’acqua del torrente per mantenere bassa la temperatura e lavorare il latte per il formaggio, che altrimenti sarebbe presto andato a male. E’ libera la visita al lavatoio coperto, dove si trovano spiegazioni sui saponi e sul modo di lavare di un tempo.

Con una guida si può salire al borgo di Castello per visitare nella chiesa un’interessante statua in legno della madonna che si potrebbe definire ” in sottoveste”, dato che l’abito della statua è più corto e più semplice rispetto alla tradizione. Infatti in passato gli veniva sovrapposto un ricco vestito di stoffa, di cui c’è un esempio nella teca di fronte alla statua.

Davvero molto rustico è il paese dove si visita una casa contadina del settecento, con la cucina senza finestre, tutta nera di fuliggine e le stanze con finestrelle minuscole, arredate secondo la funzione a cui erano adibite. Si visita anche il vecchio forno cinquecentesco, che si usa durante le feste.

Per il sito ufficiale cliccare qui

 

 

 

 

Gatti guardiani di museo

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gatti da sgattoshop.com

 

Nel diciottesimo secolo l’imperatrice Caterina II di Russia aveva esposto in quello che allora era “il palazzo d’inverno” a San Pietroburgo, duecentoventi quadri di artisti olandesi e fiamminghi, acquisiti grazie alla mediazione dei suoi rappresentanti a Berlino. La preziosa collezione rischiava però di essere visitata troppo liberamente dai topi, che nelle sale solitarie di quello che è stato chiamato “Hermitage” avrebbero potuto danneggiarla. Dentro il grande palazzo tutto di legno c’erano da tempo molti gatti di guardia, voluti già dall’imperatrice Elisabetta. Caterina La Grande aveva però organizzato e legalizzato la loro presenza come incaricati ufficiali nella guerra agli sfacciati roditori. Le truppe feline erano state suddivise in gruppi per gli interni e altri per il giardino, in modo che il pattugliamento fosse capillare. Per ciascuno c’era un documento di identificazione, in modo che potesse essere riconosciuto e protetto dai servitori, incaricati delle cure necessarie allo svolgimento corretto del lavoro.

 

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museo dell’Hermitage – foto da Kontrokultura

 

Il piccolo esercito si è mantenuto da allora intorno alla sessantina di membri, numero che non va superato perché nelle gerarchie gattesche il controllo viene esercitato dai più alti in grado entro questi limiti. L’unico periodo in cui al museo è mancata la loro collaborazione è stato durante l’ultima guerra mondiale, quando San Pietroburgo, che si chiamava Leningrado, sotto l’assedio tedesco era stata ridotta alla fame e i gatti erano serviti a ridurla finendo in pentola. Il risultato era stato però un’invasione di topi. Tornata la pace i felini erano stati reintegrati ma in numero eccessivo, che aveva causato una decisione drastica nei loro confronti, con le previste conseguenze sulla popolazione roditrice. Da allora non si è più commesso un simile errore e gli eleganti felini sono così popolari presso il museo, che il 28 marzo di ogni anno li si festeggia. La strada di lato allo storico edificio ha una segnaletica speciale che invita gli automobilisti a fare attenzione a loro che, purtroppo, ogni tanto sono vittime di incidenti.