Ferula, l’umile pianta che ha lasciato il segno

ferula_communis-wikipedia1

pianta di ferula – foto da Wikipedia

 

Nelle regioni più calde dell’Italia, dalla Sardegna in giù, in inverno verdeggia una pianta piumosa come il finocchio, che vive in simbiosi con lo squisito fungo cardoncello. Istintivamente, però, il bestiame evita di mangiarla, a causa del suo veleno ed è per questo che la Ferula communis, è chiamata finocchiaccio. In primavera fiorisce presto ma è in estate, una volta secca, che diventa importante per chi la raccoglie. I suoi lunghi fusti alti fino a tre metri, dall’interno spugnoso, leggeri e resistenti, in passato sono stati nelle mani degli imperatori come scettri, o dei vescovi come pastorali, in quelle dei tedofori come fiaccole olimpiche o dei severi e impietosi insegnanti come strumento di punizione. Nel medioevo venivano svuotati per diventare custodie di preziosi manoscritti arrotolati e, andando indietro nel tempo fino a raggiungere quello dei miti greci, se ne è trovato un segmento nelle mani di Prometeo, che vi ha nascosto le braci del fuoco celeste, da donare agli uomini. Dal tempo lontano è venuta anche la tradizione sarda di portare la ferula in processione per chiedere al diavolo (che in origine doveva essere stato il dio Pan) di far cessare la siccità.

 

ferula

ferula in fiore – foto da wikipedia

 

Nelle campagne, coi suoi fusti si sono realizzati sgabelli, piccoli mobili, stecche per ingessare e nei secoli, fino a poco tempo fa, si sono tenuti i conti fra persone diverse. Tagliato un segmento da nodo a nodo, lo si divideva nel senso della lunghezza, così che una metà fosse più corta, ma sezionata nettamente ad incastro, per poterla poi di nuovo farla coincidere alla perfezione. La parte col nodo, detta “madre” restava al negoziante e quella più corta, detta “figlia”, al cliente. Quando avveniva un acquisto si riunivano le due parti, chiamate tacche e si segnavano con una o più incisioni, a seconda del valore che si attribuiva loro, per testimoniare l’importo del credito. L’espressione “mezza tacca” che usiamo per definire ciò che vale poco, viene dal fatto che, se le due parti non coincidevano e restavano mezze, perdevano ogni validità.

 

incendio-londra-turner

l’incendio del parlamento di Londra dipinto da William Turner – foto da lasottilelineadombra.com

 

Dove la ferula non cresceva, si potevano impiegare bastoncini di legno morbido come quello del fico e in Germania o in Francia si usava lo stesso sistema delle tacche anche per la fedina penale. In Inghilterra servivano addirittura come buoni del tesoro, fino al 1826. E siccome in inglese, bastone si dice stock, diventa chiaro come mai la borsa valori si chiami Stock Exchange. Dopo l’abolizione di questo sistema, erano rimaste grandi quantità di bastoncini di legno in circolazione, che occorreva smaltire, Ma invece di darli ai poveri perché li bruciassero per riscaldarsi, il 16 ottobre del 1834 si era preferito sprecarli in una stufa della camera dei lord a Westminster. Il fuoco troppo nutrito aveva prodotto dei gas che, infiammandosi, avevano aggredito il rivestimento di legno della sala, passando presto alla Camera dei Comuni, in un colossale incendio durato tutta la notte: uno spettacolo che il celebre pittore William Turner ci ha tramandato nei suoi dipinti.

 

 

L’uomo selvatico nel Museo Diffuso della Valgerola (SO)

Exif_JPEG_PICTURE

affresco dell’uomo selvatico a Sacco (SO)

 

Il calore dell’estate spinge verso l’alto e da Morbegno, lungo strade in moderata pendenza, porta verso la Valgerola, nel piacevole paesaggio dove sono numerosi gli edifici che testimoniano la vita e il lavoro abituali fino a cinquant’anni fa. A Sacco, a 700 metri di altitudine, nella casa di un notaio del quattrocento sono in perfetto stato le decorazioni ad affresco sulle pareti di una stanza con motivi vegetali, motti e proverbi scritti in caratteri gotici e lingua latina, che girano come le ore fino a una raffigurazione sacra della religione cattolica e a una che appartiene alle antiche credenze celtiche: l’uomo selvatico. L’om salvadegh, presente nelle culture alpine europee, ma che trova dei simili in varie parti del mondo, era un personaggio che si immaginava vivesse nei boschi e nelle zone fuori dal controllo umano. Era peloso o rivestito di pelli, armato di bastone e dispettoso, ma si diceva anche che avesse insegnato agli alpigiani come fare il formaggio. Statue e affreschi che lo rappresentano si trovano nel bergamasco, in Alto Adige, in Francia e sul duomo di Milano. In certe zone viene (o veniva) impersonato durante il carnevale, dissimulato sotto velli animali o vegetazione. Della casa-museo di Sacco si possono visitare alcune stanze, con pannelli di spiegazioni. Per la visita basta telefonare allo 0342 617028.

 

Exif_JPEG_PICTURE

Gerola Alta

 

Arrivati ai mille metri di Gerola Alta, in piccoli edifici sparsi che occorre farsi aprire, si hanno varie possibilità di vedere come si viveva fino a cinquant’anni fa.

Nei locali de: “La nostra storia” sono ambientate un’aula scolastica, un negozio, una cantina, la stanza dove si lavorava la lana, quella dove si trattavano i prodotti del maiale, quella dove si faceva il formaggio. Nella baita dedicata al telaio se ne vede uno grande in legno, oltre ai tessuti e agli indumenti che con quelli si realizzavano. Ci sono poi la segheria, il mulino, il centro visite “Casa del tempo” con reperti geologici, fossili e utensili, il “Centro del Bitto” . Il bitto è il formaggio tipico del posto, con una parte di latte caprino, che qui si può anche acquistare. Dietro l’edificio, visibile senza formalità c’è la ricostruzione di una casera. C’è anche il “canevel”, piccolo locale in pietra dove in estate si faceva scorrere l’acqua del torrente per mantenere bassa la temperatura e lavorare il latte per il formaggio, che altrimenti sarebbe presto andato a male. E’ libera la visita al lavatoio coperto, dove si trovano spiegazioni sui saponi e sul modo di lavare di un tempo.

Con una guida si può salire al borgo di Castello per visitare nella chiesa un’interessante statua in legno della madonna che si potrebbe definire ” in sottoveste”, dato che l’abito della statua è più corto e più semplice rispetto alla tradizione. Infatti in passato gli veniva sovrapposto un ricco vestito di stoffa, di cui c’è un esempio nella teca di fronte alla statua.

Davvero molto rustico è il paese dove si visita una casa contadina del settecento, con la cucina senza finestre, tutta nera di fuliggine e le stanze con finestrelle minuscole, arredate secondo la funzione a cui erano adibite. Si visita anche il vecchio forno cinquecentesco, che si usa durante le feste.

Per il sito ufficiale cliccare qui

 

 

 

 

Gatti guardiani di museo

gatti-da-sgattoshop-com

gatti da sgattoshop.com

 

Nel diciottesimo secolo l’imperatrice Caterina II di Russia aveva esposto in quello che allora era “il palazzo d’inverno” a San Pietroburgo, duecentoventi quadri di artisti olandesi e fiamminghi, acquisiti grazie alla mediazione dei suoi rappresentanti a Berlino. La preziosa collezione rischiava però di essere visitata troppo liberamente dai topi, che nelle sale solitarie di quello che è stato chiamato “Hermitage” avrebbero potuto danneggiarla. Dentro il grande palazzo tutto di legno c’erano da tempo molti gatti di guardia, voluti già dall’imperatrice Elisabetta. Caterina La Grande aveva però organizzato e legalizzato la loro presenza come incaricati ufficiali nella guerra agli sfacciati roditori. Le truppe feline erano state suddivise in gruppi per gli interni e altri per il giardino, in modo che il pattugliamento fosse capillare. Per ciascuno c’era un documento di identificazione, in modo che potesse essere riconosciuto e protetto dai servitori, incaricati delle cure necessarie allo svolgimento corretto del lavoro.

 

hermitage

museo dell’Hermitage – foto da Kontrokultura

 

Il piccolo esercito si è mantenuto da allora intorno alla sessantina di membri, numero che non va superato perché nelle gerarchie gattesche il controllo viene esercitato dai più alti in grado entro questi limiti. L’unico periodo in cui al museo è mancata la loro collaborazione è stato durante l’ultima guerra mondiale, quando San Pietroburgo, che si chiamava Leningrado, sotto l’assedio tedesco era stata ridotta alla fame e i gatti erano serviti a ridurla finendo in pentola. Il risultato era stato però un’invasione di topi. Tornata la pace i felini erano stati reintegrati ma in numero eccessivo, che aveva causato una decisione drastica nei loro confronti, con le previste conseguenze sulla popolazione roditrice. Da allora non si è più commesso un simile errore e gli eleganti felini sono così popolari presso il museo, che il 28 marzo di ogni anno li si festeggia. La strada di lato allo storico edificio ha una segnaletica speciale che invita gli automobilisti a fare attenzione a loro che, purtroppo, ogni tanto sono vittime di incidenti.

 

Museo del bosco e del cervo della Mesola (FE)

mesola-castello-da-in-arte-e-cultura

castello della Mesola – foto da inartecultura.altervista.org

 

Un buon punto per iniziare a comprendere i luoghi dove il fiume Po termina il suo lungo scorrere, è il castello di Mesola, appena si entra in Emilia Romagna dopo aver lasciato il Veneto. Nelle sale del cinquecentesco castello estense, infatti, sono illustrate le trasformazioni del territorio acquitrinoso, avvenute negli ultimi quattrocento anni.

Il Duca d’Este, dopo il terribile terremoto di Ferrara nel 1570 aveva concentrato l’impegno verso la bonifica degli acquitrini con una fitta rete di canali, in modo da prosciugare i terreni e destinarli all’agricoltura. Così i tanti ferraresi che avevano abbandonato la capitale, avevano trovato in Mesola delle nuove opportunità.

Il castello, costruito quasi alla foce del fiume sul quale un tempo si svolgeva un grande traffico commerciale, oltre alle molte attività artigianali e alla pesca, aveva impensierito i veneziani che avevano mandato spie per sorvegliare le attività dei possibili concorrenti nel trasporto e nella vendita delle merci. Per tutelarsi, i veneti avevano costruito il canale chiamato Taglio di Porto Viro, sul proprio territorio, per far depositare i sedimenti del Po nel braccio di Mesola e impedire così che venisse usato a loro danno.

Era stata anche la passione per la caccia a spingere Alfonso II d’Este a farsi costruire il castello in una zona dove abbondava soprattutto il cervo, che per la sua bellezza suscitava brame venatorie anche presso la corte francese, frequentata dal ferrarese. Gli animali selvatici venivano dapprima catturati e confinati all’interno dei “barchi” (recinti) per essere liberati prima della battuta di caccia. Questa era organizzata in modo da diventare uno spettacolo per chi non partecipava all’inseguimento ma assisteva solo all’uccisione delle prede sfinite, spinte verso una radura.

 

Exif_JPEG_PICTURE

la Torre Abate, nei pressi del castello di Mesola

 

Al cervo di questa zona, diverso dagli altri presenti in Italia, è dedicato il secondo piano del castello, dove sono illustrate le sue particolarità e quelle del bosco in cui vive, oltre che la sua importanza nella storia, nella tradizione, nell’arte.

Nei filmati che si susseguono nelle sale del castello, insieme ai molti pannelli illustrativi, si possono vedere le testimonianze delle attività numerose in questa zona fino a dopo la seconda guerra mondiale come il trasporto fluviale e la pesca, a cui erano legate molte attività artigianali.

A soli quattro chilometri di distanza, a Santa Giustina, si potrà visitare la bella chiusa di Torre Abate, in mezzo all’acquitrino dedicato alla pesca sportiva, dove prospera la cannuccia di palude utilizzata nei secoli per la copertura dei tetti delle case di contadini e pescatori, (vedi articolo) l’iris giallo, depuratore delle acque insieme alle altre erbe di plaude, i pioppi e i salici. Ci sono anche i pini domestici da cui si ottengono gli squisiti pinoli e le belle tamerici che sono di casa nelle zone marittime. Nella torre sono esposte foto che illustrano le attività del delta fino agli anni cinquanta. Si potrà poi passeggiare nel Boscone della Mesola, a pochi chilometri di distanza.

 

 

 

 

Sommacco e scotano, le belle anacardiacee

anacardio-frutto

frutti di anacardio – foto da Agraria.org

 

La parola anacardi evoca in noi soprattutto i dolci semi ricurvi che l’albero tropicale anacardio Anacardium occidentalis, dalle molte virtù alimentari, medicinali, industriali, fa crescere fuori dai frutti carnosi. Alla stessa famiglia appartengono anche il mango e il pistacchio. In Italia crescono spontaneamente due generi di grandi arbusti o piccoli alberi, loro parenti davvero bellissimi, alle due estremità della nazione.

 

cotinus_coggygria-aleksander-dunkel-da-wikipedia

frutti piumosi dello scotano – foto di Aleksander Dunkel da Wikipedia

 

Nel Friuli/Venezia/Giulia, soprattutto sul Carso e verso Trieste si trova lo scotano Cotynus coccyria, detto anche albero della nebbia, mentre in Sicilia prospera il sommacco Rhus coriaria. Spesso vengono entrambi chiamati sommacco, creando una certa confusione, dato che entrambi in autunno hanno foglie che si colorano di magnifici rossi, hanno frutti dalla forma insolita, fusti sinuosi e radici robuste e profonde, adatte alla crescita sui pendii e nei luoghi dove scarseggia l’acqua. Vivono anche fino a ottocento metri di altitudine e sopportano il freddo. Lo scotano, però, ha foglie relativamente piccole e tondeggianti, fiori insignificanti, ma frutti bellissimi che molti credono fiori, perché sono rosa e piumosi, tanto da guadagnare alla pianta in soprannome di “albero della nebbia”.

 

scotano-foglie

foglie di scotano in autunno

 

Una caratteristica dello scotano è l’alto contenuto di tannino dei frutti, usati in passato per la concia delle pelli soprattutto nel monastero di Bardolino, sul lago di Garda. Nella provincia di Pesaro-Urbino si trova il convento di Santa Maria di Scotaneto, chiamata così per la copiosa presenza di scotani nelle sue vicinanze. Un simile impiego era comune anche in Sicilia.

Il sommacco, invece, ha foglie pennate e frutti a pannocchia, usati come spezie acidule in Sicilia e nei Paesi arabi, dopo essere stati essiccati. Freschi sono velenosi. Un parente americano chiamato anche lui sommacco, il Rhus typhina, ha trovato ottima sistemazione nei nostri giardini, coi frutti vellutati, non commestibili e persistenti sui rami, ricoperti in inverno di altrettanto velluto marrone, che lo rende molto decorativo.

 

Exif_JPEG_PICTURE

foglie e frutti di sommacco in autunno

 

 

 

 

Antarctica: l’istinto di sopravvivenza dei cani da slitta

antarctica

 

Film di Koreyoshi Kurahara del 1983 con musica di Vangelis. E’ una storia vera che inizia quando i componenti della seconda spedizione dell’Anno Geofisico Internazionale del 1957, non riescono a raggiungere la postazione appena lasciata da quelli del primo turno perché, nonostante sia ancora estate, le condizioni meteo molto negative lo impediscono. I quindici cani da slitta che hanno contribuito al successo di tante operazioni, per sicurezza sono incatenati all’esterno dagli scienziati appena partiti, senza immaginare che nessuno li può più raggiungere per liberarli, nutrirli e accudirli. Dopo molti tentativi, otto di loro riescono a togliersi il collare o rompere la catena e ad andare in cerca di cibo. L’istinto lupesco che accomuna tutti i cani, in quelli da slitta abituati ad una vita dura è riemerso per assecondare l’istinto di sopravvivenza che li guida nella caccia. Ma l’impresa è comunque difficilissima e alla fine dell’inverno solo i due fratelli Taro e Jiro, nati in Antartide, probabilmente anche grazie alla solidarietà parentale che li unisce, sono ancora vivi. Tornati alla base dove i membri della prima spedizione sono a loro volta rientrati, nella speranza che i cani si siano salvati, li hanno ritrovati con gioia. Il rimorso per averli anche se involontariamente abbandonati è stato un grande tormento, che ha spinto uno dei tre scienziati a dimettersi e poi a tornare.

 Un altro bel film su animali in rapporto con gli umani è L’orso

 Un film interessante sugli elementi naturali e l’uomo è Kon Tiki

Cento film che aiutano a capire l’animo umano sono a questa pagina

 

L’ultimo imperatore

puyi-manchukuo

Pu Yi imperatore del Manchukuo – foto da Wikipedia

 

Questo libro del 1987 di Edward Behr, racconta in modo molto più particolareggiato rispetto al film di Bertolucci, la vita di Pu Yi, l’ultimo ad essere incoronato imperatore della Cina. Se già per un essere umano l’essere divinizzato, separato dal mondo e dalle persone che ci vivono, è motivo di grave squilibrio psicologico, l’esserlo all’età di tre anni come nel suo caso, è stato ben peggiore. Un simile ruolo, sostenuto dall’enorme numero di persone che da questo hanno tratto grandi vantaggi, lo ha reso al tempo stesso despota e schiavo. La sottomissione ad ogni sua necessità e capriccio da parte di tutti, gli ha impedito anche di camminare al di fuori delle sue stanze, di vestirsi, di lavarsi e di procurarsi da solo qualsiasi cosa, per non compiere azioni plebee. Queste sono state le più perfide premesse per renderlo inetto da ogni punto di vista. Ciò che forse in un passato lontanissimo era iniziato in forma molto più ridotta, come segno di rispetto per l’autorità di chi era a capo di un popolo, all’inizio del novecento aveva manifestato la degenerazione fino al ridicolo, all’assurdo. Se anche Pu Yi avesse avuto predisposizioni di carattere migliori, il trattamento a cui è stato sottoposto ne hanno fatto il personaggio ben poco nobile, che la presa di potere dei giapponesi e poi la prigionia nelle carceri comuniste cinesi, hanno fatto emergere. Forse con sincerità, forse per opportunismo, nei dieci anni di “rieducazione” comunque privilegiata sotto Mao Tse Tung, Pu Yi ha dimostrato di aver compreso molti dei propri errori e ha tentato di riparare almeno un poco. Fisicamente, però, è rimasto del tutto maldestro, essendogli mancata la possibilità di usare correttamente le proprie mani per svolgere persino le azioni più semplici.

Seguendo tutto il percorso della sua vita si vedono gli effetti dell’influsso degli altri esseri umani e delle circostanze su una persona che, privilegiata da un lato, è gravemente deprivata da un altro.

Il loto dalle tante virtù

loto-fiore-di-hans-dieter-warda-da-wikipedia

fiori e foglie di loto – foto di Hans-Dieter Warda da Wikipedia

 

I fiori di loto, Nelumbo nucifera, emergono immacolati e asciutti dal fondo melmoso degli stagni, come rivestiti di cera. Ciò che vi cade sopra, scivola via senza attaccarsi mai e la pioggia, invece di spandersi e bagnarli, si raccoglie su di loro in grosse gocce scintillanti come cristalli. Ecco perché rappresentano la vita del Buddha e di ogni persona illuminata dalla conoscenza e dalla saggezza profonde. Durante l’inverno le piante scompaiono sott’acqua, lasciandone libero lo specchio, ma col calore dell’estate risorgono nuove. Lo ricoprono di grandi foglie che si curvano per seguire il risplendere del sole, e fiori opulenti offerti agli insetti fecondatori. Sotto la loro ombra l’acqua che altrimenti si riscalderebbe imputridendo, rimane fresca.

La bontà della loro generosa natura comincia dai dolci rizomi, che vengono mangiati come gli steli, le foglie, i fiori, i semi con cui si fanno dolci, insalate, zuppe, ma anche medicinali calmanti. Leggere, resistenti, morbide e fresche sono le fibre dei lunghissimi steli cavi, che quando si spezzano emettono un suono simile ad un sospiro. Nel Myanmar il popolo Intha che vive sul lago Inle, lavora ancora con strumenti tradizionali il filato che ne ottengono e con cui tessono teli leggeri come seta, morbidi e scivolosi al tatto. Lo stilista Loro Piana ha favorito il mantenimento della tradizione, proponendo questo tessuto nelle proprie collezioni.

 

Exif_JPEG_PICTURE

frutti di loto

 

Quando i loti perdono i venti petali bianchi e rosa, rimane l’insolito frutto legnoso, che dai tanti fori lascia cadere i semi in acqua, per assicurarsi una discendenza. Sono semi longevi, pazienti nell’aspettare la loro occasione. Nel 1951 se ne è trovato uno che da duemila anni riposava nella terra e che, messo a dimora nel fango, è germogliato dando vita al fiore più antico del mondo.

Nel lago di Mantova si trova forse il migliore esempio di acclimatazione del loto da noi. A Lugo (RA) c’è il giardino dei loti e nel parco di villa Demidoff (FI), davanti alla suggestiva scultura dell’Appennino, c’è uno stagno che a Luglio se ne ricopre.

 

Frane, alluvioni, desertificazione: gli alberi le contrastano

Exif_JPEG_PICTURE

 

La discrezione con cui lavorano gli alberi, sommata alla scarsa cultura in ciò che li riguarda, rende invisibile il lavoro importante che fanno di loro gli esseri viventi dall‘effetto complessivo maggiormente benefico per la terra e tutti i suoi abitanti. Eppure, cominciando dalla salute, nei luoghi dove ci sono alberi a sufficienza da risanare almeno in parte l’aria dai gas tossici e dalle polveri sottili, le malattie respiratorie sono senz’altro ridotte. La serenità di spirito, poi, aumenta quando ci si trova in un ambiente piacevole per gli occhi e le orecchie, oltre che per i polmoni. La produzione di ossigeno e l’assorbimento di anidride carbonica responsabile del riscaldamento globale sono funzioni importanti che si svolgono già solo per la presenza di alberi.

Dove ci sono alberi, in estate la temperatura scende di alcuni gradi. Basta sentire la differenza quando dalla città si va verso la campagna. Averne a ragionevole vicinanza dalle case e dai negozi, nei parcheggi e davanti ai capannoni industriali, riduce il bisogno di ricorrere al condizionamento d’aria, oltre ad essere un altro vantaggio sanitario ed estetico. Il consumo di energia e l’inquinamento, grazie a questo diminuiscono. Naturalmente occorre piantare gli alberi giusti, più che mai dove ci sono pendii ed argini di corsi d’acqua.

 

Exif_JPEG_PICTURE

 

Alberi ed arbusti dalle profonde radici a fittone e fascicolate trattengono il terreno meglio e con minor spesa di qualsiasi opera ingegneristica, senza contare il ben migliore effetto estetico. Anche le spese dovute ai danni per gli allagamenti e gli smottamenti possono essere ridotte dagli alberi, che con la chioma di foglie evitano che la pioggia colpisca violentemente la terra, facendola scivolare via ed erodendo i pendii. Se ci sono alberi, i terreni in pendenza rimangono saldi e quindi si riducono le frane, che tanto spesso causano tragedie. Inoltre, lungo le gallerie scavate dalle radici, le piogge penetrano in profondità ed alimentano le falde freatiche.

Salici, ontani e pioppi, piante tipiche delle zone umide, oltre a depurare le acque inquinate, asciugano e rassodano il suolo. Lungo i fiumi e i torrenti, gli alberi mantengono compatti gli argini e rallentano la corsa dell’acqua, che quando scorre in grande quantità ha una forza tale da travolgere e distruggere ogni cosa. I danni delle alluvioni si possono ridurre in modo significativo grazie a loro. Il clima diventato più estremo, con piogge violente e lunghe siccità, ha un grande bisogno degli alberi per mantenere l’umidità del terreno per fargli meglio assorbire le piogge torrenziali ed evitare che l’acqua scorra via, intasando le fogne e facendo debordare i fiumi. Contrastano al tempo stesso la siccità, evitando la desertificazione che sta avvenendo anche in certe zone d’Italia. Infatti, oltre a pompare continuamente acqua dalla profondità e favorire le piogge, gli alberi che fanno ombra al terreno, lo mantengono in buone condizioni perché si auto-regoli con l’aiuto di insetti e lombrichi, funghi e animali che ospita e che ne favoriscono la fertilità, rendendolo meno bisognoso di interventi di irrigazione, concimazione e altre lavorazioni.

 

Exif_JPEG_PICTURE

 

Gli alberi riducono la forza distruttiva del vento e la sua capacità di asciugare il terreno. Anche quando sono spogli in inverno, la gran quantità di rami e di tronchi di molti alberi riduce i venti freddi, mentre nelle altre stagioni ne rallenta la corsa, limitandone i danni. Occorre però sempre piantare in modo corretto ed evitare i tagli scriteriati che invece imperversano continuamente, indebolendo le loro capacità.

Il valore commestibile e medicinale di frutti, fiori e foglie è quasi del tutto dimenticato tranne per le specie più note, mentre grazie a loro si potrebbe ridurre la fame nel mondo, favorendo la presenza degli alberi di questo genere, oltre a quelli che frenano l’avanzata del deserto, causa prima di mancanza d’acqua e di cibo. Purtroppo, chi si occupa di urbanistica, di architettura e anche di ecologia, così come chi prende decisioni importanti per i territori, raramente conosce le qualità degli alberi, col risultato di sprecare enormi possibilità. Invece di favorire la loro presenza, lascia che vengano danneggiati in continuazione, partendo dalle scriteriate potature fatte in modo incompetente, come se gli alberi fossero oggetti o comunque presenze pericolose e fastidiose da relegare nei parchi. Si guarda solo al minor costo immediato, ignorando l’enorme spesa che ne sarà la conseguenza.

 

Exif_JPEG_PICTURE

 

E’ proprio nei luoghi dove si genera l’inquinamento ed il consumo energetico che vanno piantati. L’ossigeno e la bellezza dei boschi non riesce a risolvere i problemi delle città. Sempre che i boschi ci siano. Imparare a conoscere gli alberi dà un’importante carta in mano a ciascuno di noi, perché direttamente o indirettamente, tutti possiamo fare qualcosa per loro, dunque per noi. Anche chi non ha neppure un balcone o un giardino, può agire assimilando e poi diffondendo la cultura della natura, per creare un ambiente favorevole a decisioni più assennate da parte di chi interviene sul territorio. E se anche mancando l’interesse per tutti i motivi citati più sopra, il notevole risparmio energetico e una maggiore bellezza del nostro Paese dovrebbe attrarre.

ALCUNI DATI IMPORTANTI

Un faggio centenario ha 7.000 m. quadri di superficie fogliare.

In un’ora assorbe 2,5 kg di anidride carbonica e rilascia 1,5 kg di ossigeno, indispensabile alla nostra respirazione.

In un giorno, immette nell’atmosfera 400 l. di acqua e con l’evaporazione, l’ombreggiamento e la riflessione fogliare riduce la temperatura di alcuni gradi sotto la sua chioma. Come minimo 2.

Un ettaro di bosco, in un anno fissa 50 t. di polveri, contro le 5t. di un prato

ARTICOLI CORRELATI: alberi che frenano il deserto   alberi frangivento

acqua: mantenerla e farla tornare per mezzo degli alberi       alberi che impediscono le frane

potare gli alberi

case di terra e tetti d’erba       parcheggi verdi

Per imparare molto sugli alberi, consultate il mio libro ALBERI DELLA CIVILTA’ -gli alberi che difenderanno il nostro futuro

 

Lugo (RA): la rocca dei fiori di cappero

cappero-fiore-giardinaggio-net

capperi – foto da giardinaggio.net

 

I capperi sono piante sensibili, spiriti liberi che si installano dove si sentono meglio, spesso incuranti di dove li vorremmo noi. Arrivano dove il clima è mite e abbonda il sole, portate da lucertole e gechi che ne mangiano i frutti e ne disperdono i semi. A maggio cominciano a fiorire, con quattro petali bianchi che mettono in risalto il bel ciuffo al centro, fitto di lunghi stami violacei, sottili, setosi. A sera sono già appassiti ma, se qualche insetto impollinatore li ha visitati, presto compaiono piccoli frutti oblunghi. Ogni mattina si aprono nuovi fiori fino a luglio, quando le piante cominciano a riposarsi.

Sulla parte più bassa delle mura esposte al sole della rocca di Lugo, in Romagna, le piante di cappero prosperano già da centinaia di anni. Nonostante siano estremamente frugali, sono esigenti in fatto di confortevolezza e gli antichi castelli sono fra le loro dimore preferite, purché non si sia cercato di ringiovanirli più del necessario. Fra mattone e mattone devono esserci gli spazi sufficienti agli arbusti per installarsi e far gattonare le radichette verso l’interno, dove trovano spazio e umidità ideali e mai eccessive. Il comune di Lugo, che da sempre lascia loro la libertà di dimora, chiede in cambio un tributo in boccioli, per farne il condimento vivace di molti piatti, dagli effetti benefici sulla salute. Ci sono tracce di questo compromesso nei libri contabili dell’ottocento, quando gli abitanti del posto hanno ricevuto l’incarico per la loro raccolta e lavorazione. Così è stato per cent’anni fino a quando, nel secolo scorso, la modernità che ha portato i frigoriferi, le lavatrici e la plastica, ha fatto abbandonare ciò che si è visto come campagnolo e antiquato.

 

Exif_JPEG_PICTURE

la rocca di Lugo con la parte bassa rivestita di capperi e in alto il giardino pensile

 

L’Amministrazione Comunale, ufficialmente non se ne è più interessata, ma Sante, personaggio caratteristico del posto e Idana, bidella tuttofare, sono stati di parere diverso e hanno cominciato ad occuparsene per proprio conto. I boccioli messi rapidamente sotto aceto e stagionati per qualche mese, sono stati regalati spesso in vasetti di vetro agli amici e pare che Idana gratificasse di questi doni soprattutto quelli capaci di vivacizzare le sue giornate con i migliori pettegolezzi.

Negli anni ottanta, quando si è cominciato a distinguere fra la muffa di ciò che è vecchio e la patina di ciò che è antico, ovunque si è dato l’avvio al restauro di cose e usanze di valore, da tempo abbandonate. Allora l’idea del regalo è stata adottata dal Comune per offrire agli ospiti di riguardo un ricordo originale, escluso dalla vendita. Gli incaricati dall’amministrazione hanno colto i boccioli due volte a settimana, consegnandoli a funzionari che, nel tempo libero, si sono adoperati per metterli in salamoia e confezionarli. Uno di loro, ormai in pensione da vari anni, in virtù della sua esperienza ha avuto nel 2017 l’incarico di “Assessore al Cappero”, che comprende anche altri impegni in relazione col volontariato. Ha inaugurato intanto due novità, affidando la raccolta ai rifugiati stranieri ospiti in città e cambiando l’ingrediente di conservazione, dall’aceto al sale di Cervia, particolarmente gradevole perché senza tracce di cloruri amari. E dato che l’assessore, da buon romagnolo ha un salutare senso dell’umorismo, ha istituito il premio “Cappero d’Oro” per chi si distingue nella valorizzazione di Lugo.

 

 

Sant’Agata Feltria, paese del Natale e delle fiabe

Exif_JPEG_PICTURE

il castello di Sant’Agata (RN)

 

Nel collinoso, morbido paesaggio del Montefeltro, quando a seicento metri di altitudine si sta per raggiungere Sant’Agata Feltria (RN), si vede svettare un castello al di sopra degli alberi, come fosse sospeso nell’aria. Fatti i primi passi nel paese, si incappa in una fontana di bronzo e mosaico a forma di chiocciola gigantesca che risale una scalinata, nata dalla fantasia di Tonino Guerra (vedi articolo). E’ stato lui il più noto seminatore di immaginazione della Romagna intorno a Pennabilli dove abitava, a mezz’ora di distanza da Sant’Agata.

Bastano pochi passi, invece, per arrivare in una piazza dove nel bel palazzo seicentesco rosso, ancora con la facciata originaria di quello che era stato il municipio, da trecento anni c’è un teatro. Con le novantanove poltroncine tra platea e balconate, rivestite di un intenso blu pavone, aspetta il suo pubblico e gradisce le visite, dopo il restauro del 2002.

Ci sono altre due belle fontane con mosaici prima di arrivare alla rocca, costruita su un masso gigantesco, da cui il paesaggio tutt’intorno al paese, si vede nella sua piena bellezza. Era quasi inevitabile che ne facessero il posto delle fiabe, dove nelle sale sono state ambientate alcune delle più famose. C’è quella dedicata alle ragazze perseguitate, quella dei viaggiatori, quella del solitario castellano e quella dei fanciulli nella foresta. La Rocca Fregoso, restaurata l’ultima volta nel 2005, era stata costruita già nell’anno mille e aveva preso l’aspetto attuale nel seicento quando ne era proprietaria la famiglia che le aveva lasciato il nome.

 

Exif_JPEG_PICTURE

il presepe, in alto, dietro gli archetti della chiesa

 

Il gusto fiabesco di Sant’Agata si ritrova nella chiesa del convento di San Girolamo, in alto nella facciata interna,  dove è allestito un presepe permanente con l’ambientazione delle strade e delle persone di Sant’Agata com’erano nell’ottocento, con i personaggi che si muovono. Presepi di grande qualità sono anche nel Museo delle Arti Rurali, realizzato nelle molte stanze dell’ex convento dove, oltre agli oggetti abituali nei musei etnografici, sono allestite un’osteria e un’aula scolastica con arredi d’epoca e sono esposti strumenti musicali popolari, più una collezione di fumetti di molti decenni fa. Qui è possibile, soprattutto per ragazzi con handicap, conoscere e imparare gli antichi mestieri dagli artigiani del luogo: ebanisteria, recupero di mobili e di tessuti, decorazione, lavorazione di cesti, vasellame e ferro battuto. Si può imparare anche a fare la carta con prodotti naturali.

Questo è il paese delle fiabe e del Natale, dell’arte, della cultura, del paesaggio. Che sia estate o inverno, è il posto giusto.

 

Exif_JPEG_PICTURE

panorama della campagna di Sant’Agata, visto dal castello

 

 

 

Quale libertà?

 Exif_JPEG_PICTURE

 

E’ libertà seguire ciò che ci si sente di fare, ma non sempre ciò che ci si sente di fare è giusto. Si può essere spinti interiormente a compiere azioni che nuocciono a noi stessi o ad altri, per i più diversi motivi. Gli impulsi che ci muovono sono generati da una forza nascosta e profonda, che è importante conoscere.

Provare impulsi e sentimenti negativi è normale ed è bene accettarlo come parte oscura di cui è fatta la vita stessa, in cui le forze opposte sono utili al suo equilibrio e servono all’autodifesa. Occorre però saperle guardare per conoscerle, in modo da usarle solo quando è necessario e non a sproposito. La paura o la vergogna del proprio lato oscuro, però, spesso spinge le persone a negarlo, a nasconderlo persino a se stesse, col risultato di renderlo pericoloso, come una mina occultata nel terreno e che esplode quando si ha la sfortuna di toccarla.

Accettare il proprio lato pericoloso è però ben diverso dal giustificarlo. Significa invece riconoscerne la funzione e dargli le giuste possibilità. Vuol dire utilizzare la propria frustrazione come energia che spinge ad agire per realizzare qualcosa che abbia valore, lavorando su se stessi.

Spesso al proprio disagio non si sa dare un nome, eppure è fondamentale che abbia quello giusto, per trattarlo nel modo giusto.

 Exif_JPEG_PICTURE

 

Se viene riconosciuto può spingerci a migliorarci, a compiere imprese audaci e positive che altrimenti lasceremmo perdere. Se viene negato o non si riconosce la sua vera natura, agisce in modo subdolo e sproporzionato.

Una specie di barzelletta amara racconta di un ubriaco che di notte scruta per terra, sotto la luce di un lampione. Un passante gli chiede se stia cercando qualcosa e quello risponde che vorrebbe trovare le sue chiavi. Il passante insiste: “le ha perse qui?” e l’ubriaco risponde: “No, ma qui c’è luce”.

Sono tante le persone che cercano la libertà nel posto più facile, anziché in quello dove l’hanno persa.

Tutta la vita è un conflitto tra ciò che si vorrebbe e ciò che gli altri e le circostanze ci permettono di fare. Ci sono bambini e adulti che si ribellano alle imposizioni e trovano la libertà a caro prezzo. Altri inghiottono la frustrazione e il risentimento, adeguandosi alla volontà altrui. Non riconoscono neppure i propri legittimi sentimenti negativi, che irrancidiscono e indeboliscono la capacità di liberarsi. Invece di ribellarsi verso chi davvero li condiziona e opprime, scaricano il proprio disagio su chi è più vulnerabile. E la chiamano libertà.