Profumi animali – seconda puntata

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capodoglio – foto da aulascienze.scuola.zanichielli.it

 

Sulle coste dell’oceano Atlantico capita di vedere masse grigiastre grosse come palloni da calcio, che galleggiano e poi si arenano. Sono fatte di una sostanza cerosa e profumano di terra o di legno. Eppure, appena espulse dai capodogli che continuamente lo producono, puzzano come ovvio, essendo passate nel loro intestino per proteggerlo dalle ferite, che i becchi dei calamari giganti di cui si nutrono, potrebbero infliggere. Il sale e l’aria, però, ossidando quei resti ne cambiano a tal punto l’odore, da renderlo attraente per noi ed indispensabile nel fissare e migliorare i profumi che indossiamo. Si chiama ambra grigia ed un tempo si credeva che fosse afrodisiaca, ricostituente, utile ad allontanare da sé il contagio delle pestilenze. Ancor oggi è usata per dare un particolare sapore a liquori e cioccolato ma, rara e costosa com’è, in profumeria è spesso sostituita da un prodotto sintetico che la imita. Il nome la accomuna odorosamente all’ambra gialla, la resina fossile con cui si fanno i gioielli e che si è sempre usata anche come incenso.

Dal capodoglio viene un’altra sostanza cerosa e profumata, che col calore diventa oleosa: lo spermaceti. Nonostante si trovi nella testa, in passato lo si era creduto sperma e questo nome è rimasto. È invece una materia che pare serva a facilitare l’immersione in profondità e le eco-localizzazioni. Ha profumo gradevole ed è piacevole da toccare. Per questo è usato nei cosmetici e nei tanti impieghi possibili per una sostanza molto lubrificante, che brucia bene. Il nome del più grande mammifero marino coi denti è dovuto proprio all’olio che occupa buona parte della sua voluminosa testa. Preferisce vivere in zone calde e temperate, ma i grossi maschi passano diverso tempo anche vicino ai poli, dove l’acqua più fredda e ricca di ossigeno, offre maggior cibo.

La prima puntata di questo articolo si trova qui

 

 

 

Il linguaggio universale del corpo

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E’ stato provato che il nostro modo di agire è in gran parte determinato da spinte inconsce, anche quando si crede di farlo usando la ragione. Allo stesso modo le parole spesso escono dalla bocca senza passare dal vaglio della riflessione e i gesti che le accompagnano sono in gran parte incontrollabili, perché vengono dalle parti più antiche del nostro cervello, in risposta alle sensazioni, ai sentimenti o alle necessità immediate. Movimenti minimi delle palpebre, delle sopracciglia, degli occhi e della bocca rivelano dunque ciò che realmente proviamo, sia che siamo soli, sia che ci troviamo con altri. Naturalmente anche le mani e tutto il resto del corpo si muovono seguendo spinte profonde, che si possono decifrare con la pratica e l’abilità. Ecco un aiuto a conoscere se stessi e i propri interlocutori, smascherando le bugie e le contraddizioni.

Molti movimenti rivelatori sono comuni a tutti i popoli del mondo e anche a certi primati. Alcuni, invece, si differenziano a causa di un profondo influsso culturale. La cultura, infatti, modifica certi aspetti inconsci.

Potrebbe sembrare assurdo che cambiamenti minimi di espressione e di postura possano comunicare qualcosa e in effetti sono pochi quelli che ne sono consapevoli o che sappiano decifrarli in modo corretto, così come avviene per certi odori. Questo perché noi umani abbiamo sviluppato il linguaggio parlato e scritto, che ha fatto passare in secondo piano quello puramente corporeo. Gli animali, invece, se ne accorgono molto più facilmente.

Questo libro recente di Philippe Turchet si concentra su vari aspetti più sottili rispetto a libri adatti ai principianti. E’ davvero molto istruttivo.

Altre recensioni di libri che aiutano a comprendere l’animo umano si trovano alla pagina Libri selezionati

Recensioni di film che aiutano a comprendere l’animo umano si trovano alla pagina Film selezionati

Articoli sul delicato argomento sono alla pagina Umanità

Profumi animali (prima parte)

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zibetto africano Civettis civetta – foto da Wikipedia – Rostov on Don Zoo

 

Lo zibetto Civettis civetta è un mammifero africano che emette un particolare odore dalle ghiandole perianali per attirare le femmine. Da secoli questa sostanza viene utilizzata dagli umani nei profumi.

Lo zibetto asiatico delle palme Paradoxus ermaphroditus compie qualcos’altro che ha a che fare con l’aroma. Mangia bacche di caffè, di cui digerisce la polpa ma espelle i semi con le feci. Questo procedimento dà ai semi un gusto molto ricercato, che dicono simile al cacao, tanto che dopo il lavaggio e il trattamento adatto a farne una bevanda per gli umani, viene venduto a prezzi elevatissimi. Purtroppo la commercializzazione su larga scala di questa pregiata bevanda indonesiana chiamata Kopi Luwak, comporta la cattura dei poveri animali che vengono tenuti in cattività e nutriti in modo esagerato con le bacche.

 

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frutti di caffè di cui alcuni mostrano i semi – foto da inerboristeria.com

 

A parte il deprecabile maltrattamento degli animali, non stupisca l’uso dei semi passati nel loro intestino. Anche quelli di Argan (Argania spinosa), da cui in Marocco si ottiene il pregiatissimo olio, compiono lo stesso percorso attraverso le capre che salgono addirittura sui rami degli alberi di argan, simili ai nostri olivi. Pare però che adesso questa pratica sia in disuso.

Il castoreo è una sostanza oleosa che secernono i castori per impermeabilizzare la pelliccia e marcare il territorio. In profumeria ha largo impiego.

 

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Moschus moschiferus – foto da Zoo chat

 

Ad un daino asiatico, il Moschus moschiferus che vive in alta montagna, hanno dato il nome che ricorda il suo cibo preferito: il muschio. Lo stacca dalle rocce, dalla terra e dagli alberi utilizzando due buffe zanne. Ciò che lo ha reso celebre nel mondo, ma al tempo stesso lo ha sempre messo in pericolo, sono due ghiandole pelose che ha sulla pancia e che producono palline molto profumate. Lui le dissemina nel suo territorio per marcarlo, allontanare i rivali e attrarre le femmine. Anche gli esseri umani, però, lo trovano irresistibile e fin dai tempi antichi, una volta l’anno vanno nei boschi per raccogliere i grani da terra e usarli anche come medicinali. Già ai tempi del viaggio di Marco Polo in Kashmir, l’animale era protetto dalla caccia, troppo spesso fatta per prendergli le ghiandole. L’odore è talmente forte da passare attraverso i recipienti che servono a conservarlo. In grande quantità sembra sgradevole, ma un grano è percepito come delizioso e basta per fare una boccetta di profumo

La quantità determina la qualità e questo vale per ogni aspetto della vita.

 

 

Radici spettacolari: il tassodio

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tassodio nel parco della Burcina (BI) pneumatofori delle radici

 

Gli alberi spesso prendono forme espressive, più belle delle migliori sculture umane: a volte è il fusto che nei suoi contorcimenti, oppure come reazione a ferite, malattie e difficoltà di ogni genere, diventa ben più attraente per noi, di quanto lo sia uno che nelle propria vita non ha avuto difficoltà. Altre volte, invece, è nelle radici che stupiscono, come fa il tassodio.

 

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tassodi con pneumatofori delle terme di Boario (BS)

 

E’ detto anche cipresso calvo o cipresso delle paludi perché ha per frutti dei galbuli come quelli del cipresso, ma è vicino alla famiglia dei tassi, come dice il suo nome scientifico Taxodium disticum. Ha un fogliame leggero, morbido come un piumaggio, di un verde chiarissimo che a Novembre, prima di cadere diventa di un vivido color rosso fulvo. La regione italiana dove se se trovano maggiormente è la Lombardia, ricchissima d’acqua. Lui, però, è originario delle paludi della Florida, dove le sue radici restano spesso sommerse. Sarebbe fatale ad un altro tipo d’albero che, non potendo più respirare attraverso di loro, morirebbe. Per questo ha protuberanze che emergono  oltre lo specchio liquido e possono diventare alte un metro, portando l’ossigeno fin sotto terra. Anche quando cresce relativamente all’asciutto, però, spesso il tassodio mantiene questa particolarità e lascia emergere le protuberanze chiamate pneumatofori, che ci appaiono simili a famigliole, a gruppetti di persone in pellegrinaggio o in ascolto di una storia. Sono come presepi viventi, come viandanti che hanno raggiunto la loro meta.

 

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tassodio con pneumatofori a villa Rossi di Santorso (VI)

 

I tassodi dagli pneumatofori più spettacolari si trovano nel parco della Burcina, vicino a Biella e nel giardino delle terme di Boario, oltre che nel giardino Rossi a Santorso. Anche le meravigliose chiome leggere, a Novembre lasciano a bocca aperta per il loro colorerosso  fulvo, intenso, che spesso viene confuso con quello della metasequoia, che di sorprendente ha le pigne. Tassodi magnifici per questo si trovano vicino a Firenze, nel parco del Neto, dove raggiungono l’altezza di 40 metri. Nella sezione che ho dedicato agli alberi monumentali, potete controllare se vicino a casa vostra ne potete ammirare qualcuno.

 

 

 

Ginkgo biloba – l’albero d’oro

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ginkgo biloba in autunno

Giornate di sole e aria fredda accelerano ogni autunno il ritiro della verde clorofilla dalle foglie degli alberi e il ginkgo biloba mostra l’intenso giallo che illumina i suoi dintorni per qualche settimana. Poi cadono quasi tutte insieme e formano un bel tappeto folto

Anche in Giappone il cinese ginkgo biloba è rispettato per la grande resistenza: la sua specie è fra le poche arrivate fino a noi, dopo i cataclismi alla fine dell’epoca dei dinosauri.

Lo si credeva estinto ma nel 1754 nel pieno del grande interesse per le scienze naturali, dei botanici lo avevano trovato in Cina. Ben presto uno nasceva nell’Orto Botanico di Parigi, poi in quello di Padova.

Col suo legno, che sa far fronte con efficacia agli incendi e al marciume, in Giappone si facevano altari e, seguendo la tradizione, ne avevano piantato uno davanti al tempio di Hiroshima dove, il 6 Agosto 1945, a meno di un chilometro di distanza era esplosa la bomba atomica. Il tempio, l’albero, la gente, le case, in un attimo erano diventati cenere. Ma alla terza primavera da quella data, nel punto in cui il ginkgo del tempio aveva ancora le radici, era spuntato un germoglio. L’albero stava rinascendo.

Tanta forza non poteva che venire da un albero con poteri curativi importanti. La sua capacità rigeneratrice per la salute umana si manifesta più di altre nell’aiutare la memoria contro le malattie che, soprattutto nella vecchiaia, la minacciano. La medicina è nel legno, nelle foglie, nei frutti carnosi e rosati i cui semi cotti sono squisiti. Se si lasciano marcire a terra la polpa emana un cattivo odore e, per questo, si preferisce piantare gli alberi di genere maschile. La puzza di carne in putrefazione dei frutti, che vengono dalle femmine, pare servisse ad attrarre un gatto selvatico adesso estinto che, mangiandoli coi semi, li depositava poi per vie naturali in un terreno dove potessero germogliare.

 

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“mammelloni” di ginkgo ultracentenario a Pallanza (VCO)

 

I ginkgo ultracentenari sviluppano sul tronco dei “mammelloni come quelli della foto. Col tempo scenderanno fino a terra e sosterranno il tronco, come fa il ficus del Bengala.

Il ginkgo non risente troppo né dell’inquinamento, né delle asprezze del clima. L’unica cosa che non tollera è l’essere potato, forse perché la sua nobile natura è insofferente a ciò che gli uomini fanno in modo tanto irragionevole

 

Cantanti del ritmo – Africa e America latina

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Bonga – foto da discogs

 

Ballare è una pratica dalle notevoli virtù, perché coinvolge fortemente ogni parte del corpo, insieme alla mente. Intendo il ballare da soli, quanto in coppia o in gruppo. Il ballo può dare un tipo di appagamento simile a quello del fare bene l’amore, con abbandono, fiducia, passione e tenerezza. Ha il vantaggio di poterlo fare da soli in qualunque momento. Parlo di un ballo fatto non certo per esibirsi, ma per mettersi in sintonia con il ritmo di una musica, con il mondo, con le altre persone, dunque con se stessi, in un modo libero e gioioso. E’ energetico, rasserenante, apre la mente e il cuore.

Ci sono musiche più o meno adatte a questo scopo e io ne suggerisco alcune molto coinvolgenti che spero agiscano piacevolmente su di voi. Sono di grandi interpreti di origine extraeuropea, africani e latino-americani, molti dei quali impegnati per la libertà e i diritti umani.

Le canzoni consigliate sono tutte reperibili su youtube. Basta convertire il video in musica formato mp3. E’ facile e veloce.

Miriam Makeba: celeberrima cantante sudafricana, esiliata durante il regime dell’apartheid, ha vissuto in Inghilterra, Belgio, Stati Uniti e Guinea, fino a che Mandela dopo la sua liberazione l’ha convinta a rientrare. Canta della sua gente e delle questioni politiche in relazione con i diritti umani, spesso nella lingua franca parlata un po’ in tutta l’Africa, lo swahili o in xhosa, lingua del padre e di Mandela. E’ morta nel 2008 a Castel Volturno dopo un concerto. Canzoni consigliate: oxgam, amampondo,

Lila Downs: cantante messicana di padre californiano, interpreta spesso canzoni delle culture tradizionali centroamericane. Un grande successo è stata la sua partecipazione con diverse canzoni nel film Frida, del 2002 sulla storia di Frida Khalo. Canzoni consigliate: alcoba azul, tirinen tsitsiki.

 

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Lila Downs – foto da Block and Arts San Antonio

 

Virginia Rodriguez è brasiliana, scoperta da Caetano Velhoso quando cantava principalmente testi religiosi. La canzone Negrumen da noite è la più bella fra quelle che trattano della condizione di schiavitù dei neri. Canzoni consigliate: Negrumen da Noite e Deus do fogo e da justiça

Mercedes Sosa è stata una cantante argentina impegnata per la pace e i diritti civili contro la dittatura. Esiliata, era simbolo di lotta per la libertà. Canzoni consigliate: Vientos del alma e Como pajaros en el aire

Bonga, nato in Angola, da campione di atletica ha preferito dedicarsi alla musica, attivandosi in questo modo per la liberazione del suo paese. La canzone Mona Ki Ngi Xica, in idioma kimbundu, una delle tante presenti in Angola, dove il portoghese è la lingua ufficiale, tratta del suo esilio in Olanda per motivi politici. Canzoni consigliate: Ze Kitumba e Mona Ki Ngi Xica

Baaba Maal è un noto cantante e chitarrista senegalese e canta spesso in lingua pulaar, della minoranza etnica a cui appartiene. Ha studiato arte a Parigi. Canzoni consigliate: Kalaajo e Boujel

Salif Keita cantante maliano discendente del fondatore dell’impero del Mali e, in quanto nobile, non avrebbe dovuto dedicarsi all’arte, ritenuta adatta solo a caste inferiori. Però, essendo albino, che per molte culture africane porta alla soppressione, in quanto portatrice di sfortuna, ha trovato la sua strada in questo modo. Spesso canta nella lingua del Mali, il Bambara. Canzoni consigliate: Madan e A demain

 

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Mercedes Sosa – foto da Last.fm

 

Sidiki Diabaté è un giovane cantante e musicista figlio d’arte del Mali, che suona strumenti tradizionali come la kora, il piano, la chitarra ecc. Ha iniziato la carriera col rap e l’hip hop. Canzoni consigliate: Dakan e Ignanafi Debena

Gipsy King – notissimo gruppo rom francese di origine spagnola, le cui famiglie erano emigrate durante la guerra civile. Fondono la rumba flamenca col flamenco tradizionale e la musica pop, ottenendo successi in tutto il mondo. Canzoni consigliate: Viento dal Arena e Trista Pena

Juan Carlos Caceres è stato pittore e musicista argentino residente a Parigi, morto nel 2015. Ha fuso il tango con i ritmi africani. Canzoni consigliate: Barrio e Cumtango

Bezerra da Silva, è stato cantante e musicista brasiliano di umili origini, che ha cantato spesso la vita delle favelas e della malavita. Il samba è il ritmo con cui ha ottenuto i grandi successi. Canzoni consigliate: Dedo duro e Pobre aposentado

Barbatuques: gruppo di cantanti e musicisti brasiliani fondato nel 1995 da Fernando Barba, che ottengono i loro suoni percuotendo parti del loro corpo, oltre a battere mani e piedi. Canzoni consigliate: Baianà e Tum Pa sambalelé

 

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Barbatuques – foto da Rio Wiki Fandom

 

Guem: nero discendente di schiavi deportati in Algeria, è emigrato in Francia per fare il calciatore, ma ha poi intrapreso la carriera di percussionista di grandissima versatilità. Canzoni consigliate: Viagem e L’abeille

Astor Piazzolla: Musicista e compositore argentino di nonni italiani, ha innovato il tango ed è diventato uno dei più celebri musicisti del mondo. Canzoni consigliate: Milonga e Tanguera

Fatoumata Diawara: cantante maliana che vive in Francia, ha debuttato come attrice, per poi diventare cantante: Canzoni consigliate: Bissa e Sowa.

Ismael Rivera: è stato un cantante portoricano di umili origini, fondatore del celebre gruppo El gran combo de Puertorico, conosciuto ovunque per le canzoni del son, il ritmo da cui è derivata la salsa. Canzoni consigliate: Quitate de la via perico e Traigo de todo.

 

 Per altre canzoni dal ritmo molto coinvolgente, cliccate qui

 

 

Il dubbio e l’informazione, alleati del buon giudizio

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Il 26 settembre 1983 nel bunker vicino a Mosca, il sistema satellitare che sorvegliava i siti missilistici statunitensi, aveva dato l’allarme denunciando l’arrivo sull’URSS di un ordigno nucleare dagli USA. Era il periodo in cui ancora c’era la guerra fredda e il tenente colonnello Stanislav Evgrafovich Petrov avrebbe dovuto avvertire i suoi superiori entro pochi minuti, per un contrattacco. Il militare, però, non era convinto. Possibile che lanciassero un solo missile? Giusto il tempo di dubitare e l’allarme si era ripetuto per un secondo, un terzo, un quarto, un quinto avvistamento. La mezzanotte era passata da un quarto d’ora e la tensione nel bunker era altissima. Eppure Petrov esitava ancora, perché conosceva la potenza nucleare statunitense e gli sembrava improbabile che avessero sferrato un attacco insufficiente alla distruzione totale, l’unica possibile per evitare l’immediata rappresaglia.

Petrov, invece di dichiarare l’allerta per la guerra nucleare, aveva informato i suoi superiori di un malfunzionamento del computer. Al posto di un contrattacco, dunque, si erano cercati i motivi dell’errore, scoprendo che a provocarlo era stato un raro allineamento tra terra, sole e sistema satellitare.

Il colonnello Petrov aveva salvato la terra dalla distruzione.

Consapevole che tanto gli uomini migliori quanto le macchine più sofisticate possano sbagliare, invece dell’obbedienza cieca aveva innescato il ragionamento e la riflessione, applicandoli alle informazioni sull’argomento. Né la paura di un attacco americano, né quella delle critiche dei superiori avevano avuto il sopravvento nella sua mente. Eppure l’esercito non sembra essergli stato riconoscente e tempo dopo era stato mandato in pensione anticipata.

Il fatto, tenuto segreto per 10 anni, dopo la sua divulgazione era valso alcuni premi internazionali, ma solo mille euro al tenente colonnello, morto nel maggio 2017.

 

 

 

 

Il frassino dei prodigi

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frassino su cui spiccano i mazzi di semi alati

 

Il frassino è stato uno degli alberi sacri più importanti d’Europa per molte virtù particolari, prima fra tutte la saldezza con cui si ancora al suolo con le sue profonde radici, capaci di consolidare i pendii, impedendo le frane. Nelle culture nordiche si riteneva che un enorme frassino, chiamato Ygdrasill, sorreggesse il cielo. Nei Carpazi si diceva che trafiggendo il cuore di un vampiro con un paletto di frassino, appuntito lo si facesse finalmente morire davvero. Contrariamente a tutti gli altri alberi, i suoi germogli sono neri e, se i fiori non vengono fecondati, invece di cadere si raggrinziscono e anneriscono, restando sui rami come escrescenze indurite. È bene non metterlo a dimora vicino ad altre piante, tanto meno se rampicanti, perché incompatibili. Il frassino può essere di natura maschile, femminile o ermafrodita e comincia a fiorire dopo molti anni di crescita. Le sue foglie seghettate e pennate servono in decotto per curare artriti e gotta. Il succo si diceva servisse contro i morsi delle vipere. Anche la corteccia grigia e sottile, interrotta da isolette grumose disposte in orizzontale, e i frutti oleosi sono curativi, purificanti, drenanti, lassativi, utili per liberare dall’acido urico che provoca dolori, gonfiori ed inceppa il corpo. Questi sono alcuni dei motivi per cui si attribuivano al frassino poteri magici.

 

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corteccia caratteristica del frassino

 

In passato era molto diffuso dalla pianura alla montagna, fino a 1700 metri di altitudine, dove può vivere fino a 400 anni anche in luoghi ventosi, purché ci sia il sole e sufficiente acqua. Allora cresce fino a 40 metri. Duro ed elastico, il suo legno era usato dai celti per i remi, gli alberi, le stecche delle navi, l’asta delle lance e, più modestamente, per i manici di attrezzi o le parti più sollecitate dei carri o gli sci. Le sue foglie sono state usate come foraggio per gli animali e, prima di cadere in autunno, si colorano di un bel giallo intenso.

Il frassino minore, chiamato orniello, cresce in collina ed in Sicilia è conosciuto come albero della manna. La sua linfa, ottenuta con incisioni fatte nel tronco in estate, si solidifica all’aria in piccole stalattiti. È nutriente e leggermente lassativa, usata anche per fare dolci. Questo albero ha una bella fioritura bianca di aspetto piumoso.

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foglie e semi alati di frassino

 

Altri alberi molto diffusi dalle foglie pennate, che gli inesperti possono confondere col Frassino, sono il Noce del Caucaso, il Noce Nero, l’Ailanto, la Sophora Japonica. Per dissipare i dubbi più immediati occorre innanzitutto cercare i frutti, che in genere rimangono sui rami anche quando sono secchi, almeno per qualche mese dopo la caduta delle foglie. Il frassino ha dei mazzi di semi alati, come da foto. L’ailanto, che ha radici profondissime ma è infestante e dunque poco gradito, ha mazzi di semi alati simili a quelli del frassino, ma foglie pennate più grandi e su un rachide ben più lungo. Il Noce del Caucaso, che si riconosce anche per le radici superficiali che si estendono fuori terra, ha come frutti dei lunghi ciondoli sottili. Il noce nero ha frutti tondi e gialli simili a palle da tennis, dal mallo profumato come la buccia del limone, che in breve diventa nero. La Sophora Japonica ha foglie dalla punta arrotondata e frutti a forma di legume sottile.

 

 

 

Il museo farmaceutico a Pieve di Ledro (TN)

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Ancora nell’ottocento, epoca in cui il laboratorio farmaceutico Foletto era stato aperto, ogni farmacista, che allora si chiamava speziale, conosceva molto bene il potere curativo delle piante e dei minerali ed era lui stesso che preparava i rimedi per i malati. Allora, nelle stanze del museo, doveva esserci stato un profumo intenso di erbe, fiori, foglie e radici disseccate, che adesso si può solo immaginare, vedendo gli erbari con piante raccolte tanto tempo fa da Angelo Foletto, di cui alcune adesso non si trovano più. Lui stesso si è rappresentato su un’etichetta a colori mentre osserva dei fiori curativi, con l’attrezzatura necessaria al loro prelievo dal terreno. In quell’epoca i camici indossati dai farmacisti erano neri, per evitare di apparire subito sporchi, per il gran maneggiare polveri, coloranti e carboni, per l’armeggiare con i primi macchinari che servivano a fabbricare pastiglie e unguenti.

 

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Nelle diverse sale si vedono i mobili con le vetrine in cui sono ancora alloggiati i recipienti in vetro di ogni dimensione, che contenevano polveri e liquidi preparati con alambicchi e mortai, e dosati con bilance di grande precisione. Quelle che servivano a pesare i veleni avevano i piattini in osso, dato che il metallo li avrebbe potuti alterare ed erano utilizzate dentro delle teche, per evitare che le correnti d’aria o qualsiasi altro disturbo compromettesse la loro esattezza.

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Il mercoledì vengono organizzati dei laboratori durante i quali i visitatori del museo, dopo aver colto erbe e frutti nell’orto della farmacia, ne fanno degli sciroppi o altri preparati che ancora si vendono nel negozio. E il liquore nocino si deve ai frutti del bellissimo noce che espande la sua chioma sopra il prato di casa oltre lo steccato, piantato da Angelo Foletto quando gli è nato Achille nel 1915. In Trentino Alto Adige è tradizione che quando viene al mondo un figlio o una figlia, si pianti un noce, perché diventi parte della sua dote col legno pregiato e coi frutti.

Il sito del museo è www.museofoletto.it

 

Il museo delle palafitte di Ledro (TN)

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capanna dello sciamano

 

Sulle sponde del lago di Ledro dalle acque turchesi, quasi cent’anni fa sono stati ritrovati i resti di un villaggio su palafitte abitato nella preistoria, durante l’età del bronzo, intorno a quattromila anni fa. Da molti anni è possibile vedere come si viveva allora, attraverso gli oggetti esposti nel museo e, soprattutto, visitando diversi tipi di palafitte, ricostruiti sulla riva del lago. All’interno sono stati messi gli oggetti usati di volta in volta da sciamani, artigiani, capi villaggio e pastori, coltivatori, pescatori e cacciatori.

La struttura in legno, i muri di terra cruda e paglia, i tetti in cannuccia di palude delle palafitte sono stati usati comunemente ancora fino a qualche decennio fa non solo dalle classi più umili in Italia (vedi articolo) e nel resto d’Europa, ma lo sono ancora per interi popoli del mondo, magari non sempre su palafitte, che in passato servivano anche per isolarsi da animali pericolosi.

 

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capanne dei pescatori, cacciatori e artigiani

 

Elaborando ed arricchendo questo modello di base, si sono costruite nel passato le grandi case cittadine delle classi abbienti europee, tuttora abitate e un’interpretazione ecologica moderna le ripropone come soluzione sostenibile ma anche esteticamente originale (vedi articolo). La terra cruda impastata con paglia è un’eccellente materiale da costruzione, ottimo isolante dal caldo, dal freddo e dal rumore, oltre che ecologicamente perfetto.

Così, in questo museo piacevole anche per i bambini, ci si potrà rendere conto di quanto le antiche tecniche siano ancora sempre attuali, nelle tante varianti e modernizzazioni che le rendono adatte al nostro genere di civiltà.

 Il sito è www.palafitteledro.it

 

 

 

Castagno, una risorsa alimentare, una sicurezza anti-frane, un’opportunità di lavoro

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castagno monumentale a Monteu Roero (CN)

 

A giugno le grandi infiorescenze color giallo chiaro del castagno, sono come fuochi d’artificio che ronzano di api.

Fino a cinquant’anni fa, i boschi di castagno erano ancora i frutteti più utili, che davano cibo nutriente per tutto l’anno. Le castagne si mangiavano arrostite, bollite e nei tanti modi con cui si potevano cucinare dopo essere state macinate in farina. Ci volevano quaranta giorni per seccarle al fuoco lento dentro i metati, come si chiamavano gli essiccatoi che c’erano dappertutto nei paesi. Allora la gente non sapeva cosa fosse il potassio, che aiuta il corpo nello sforzo fisico, né le proteine che sviluppano e irrobustiscono, ma chi si nutriva di castagne e del miele che le api ne elaboravano, ne sentiva gli effetti più di chi mangiava altro cibo.

Il castagno si fa alto fino a 30 metri, robusto e longevo, col suo bel tronco scanalato che si allarga nonostante con l’età, che può oltrepassare i 1000 anni, diventi cavo. Il legno più vecchio al suo interno, non resiste alle intemperie e si sbriciola diventando buon terriccio per i giardini. Vicino ai castagni nascono i funghi porcini o gli ovuli, con cui scambiano sostanze utili.

La selezione artificiale ha prodotto le piante di marroni, con frutti più grossi. I loro fiori maschili, però, non sono sufficienti ad impollinare quelli femminili ed hanno bisogno della presenza di castagni più spontanei fra di loro, per questo scopo.

 

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castagno monumentale di Monteombraro (MO)

 

Con la loro corte di funghi, lombrichi, insetti, uccelli e piccoli mammiferi, assicuravano una vita dignitosa a popolazioni intere finché, a metà Ottocento, si sono aperte le prime fabbriche di tannino, per conciare le pelli e tingere di nero la seta. Allora molti boschi sono stati tagliati perché dal legno venisse estratta quella sostanza, che anche le industrie farmaceutiche richiedevano per certi medicinali. Così, l’attrattiva di un guadagno immediato ha fatto perdere il sostentamento necessario ad una vita intera. La fame ha costretto allora molti contadini ad emigrare.

Quando l’Italia si è ripresa dall’ultima guerra e le città con la loro ricchezza hanno fatto abbandonare i boschi, i castagni trascurati si sono ammalati di cancro della corteccia e del mal d’inchiostro, che già avevano fatto danni fin da un secolo prima. I funghi maligni e i batteri che portano queste malattie, passando dalle ferite nel legno ma anche nel terreno abbandonato, ne hanno fatti morire a migliaia.

Eppure, i castagni crescono anche su pendii così ripidi che nessuna coltivazione di cereali sarebbe mai possibile. Non hanno bisogno di concime, di irrigazione né di falciatura. Mantengono ben saldo il terreno con le profonde e lunghe radici. Stabilizzano il clima, danno ombra d’estate e bellezza tutto l’anno. Sono i migliori alleati di ciascun vivente e agli uomini bisogna ricordarlo.

Recuperare i castagneti potrebbe dare lavoro e cibo nutriente, contrastare le frane, ridurre i danni delle alluvioni e il pericolo d’incendio. Ma occorre dare una buona formazione ai candidati per un simile lavoro, in modo che possa essere svolto nel migliore dei modi. Per conoscere le attività di promozione del castagno, un indirizzo utile è www.cittadelcastagno.it

Castagni monumentali si trovano ovunque in Italia, oltre i 300 m. di altitudine fino ai 900 circa. Segnalo, oltre a quelli delle foto nell’articolo, Bioglio (BI), Grosio (SO), Montarioso (SI), Camaldoli (AR),  Palazzuolo sul Senio (FI), Santa Lucia (RI), Grisolia (CS), Mascali e sant’Alfio (CT). Potrete trovare le indicazioni su come raggiungerli, andando su questo sito alla sezione Alberi Monumentali, al primo posto nel menu di sinistra, dove tutte le regioni hanno gli alberi di tutte le provincie, in ordine alfabetico.

 

 

 

The imitation game

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Film del 2015 di Morten Tyldum. E’ la storia vera di Alan Turing (Benedict Cumberbatch), il geniale matematico che durante l’ultima guerra mondiale era stato ingaggiato con altre grandi menti, tra cui una donna, la crittoanalista Joan Clarke (Kera Knightley) per decodificare i messaggi con cui l’esercito tedesco comandava i diversi attacchi tramite un sistema fino ad allora indecifrabile e chiamato Enigma.

I modi irritanti di Turing lo avevano reso talmente antipatico da trovare ostilità in tutti, ad eccezione della giovane Joan Clarke, la cui vicinanza ne aveva ammorbidito le maniere, così che i colleghi avevano finito col collaborare al suo progetto. Si trattava di una macchina capace di fare un lavoro impossibile agli uomini. Con moltissime difficoltà era riuscito nell’impresa ma a quel punto si era posto un problema notevole: sventare gli attacchi tedeschi avrebbe fatto presto capire loro che il sistema era stato smascherato e li avrebbe indotti a cambiarlo, vanificando tanto sforzo. Era iniziata la presa di coscienza di quanto le azioni dovessero essere calibrate in modo magistrale, per mantenere gli equilibri necessari alla massima riduzione dei danni, senza essere scoperti. Era stato fondamentale mantenere il segreto assoluto anche con l’esercito, lasciando che un certo numero di attacchi venisse compiuto e molti morissero, pur di riuscire gradualmente a sconfiggere il terribile nemico. La sincerità e la trasparenza verso le istituzioni e il pubblico, in quel caso sarebbero state armi letali contro gli Alleati e avrebbe fatto loro perdere la guerra. Era invece fondamentale che fosse mantenuta fra i pochi che stavano operando su questa delicatissima questione. Il comportamento emotivo aveva avuto una grandissima importanza già nel far trovare il giusto procedimento per la macchina inventata da Turing, antenata del computer. Nonostante il grandissimo merito dello scienziato, però, i pregiudizi dell’epoca lo avevano costretto alla castrazione chimica per la sua omosessualità.

Questo è il film in cui meglio si comprende quanto la conoscenza dell’animo umano e l’uso di una strategia del comportamento adeguata ad esso, sia di capitale importanza in ogni ambito.