Chiavenna: il lavoro dell’acqua

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Chiavenna e il fiume Mera

 

 

Giganteschi massi precipitati dalle montagne migliaia di anni fa dopo che i ghiacciai si erano sciolti, riposano sul fondovalle sotto i passi dello Spluga e del Maloja. La terra, i muschi, le piante, li hanno rivestiti di verde, ma aria e acqua hanno continuato a correre negli spazi fra i macigni, in cui l’alito pulito delle montagne soffia ed esce da ogni fessura verso i borghi e la cittadina, che forse anche per questo è più fresca di altre in estate e più confortevole in inverno. In tanti hanno costruito i crotti, le baite di pietra a ridosso dei varchi tra masso e masso, verso cui si lasciava aperta una stanza dove conservare cibi e bevande a temperatura sempre uguale. A Chiavenna, d’estate, quando i platani e gli ippocastani monumentali in piazza del Prato Giano dispensano buona ombra, lungo le stradelle su cui si affacciano i crotti, freme un brivido da alta quota. Nei vicoli stretti e lastricati di porfido, arriva la deliziosa freschezza dell’aria e quella dell’acqua che sgorga libera dalle tante fontanelle, mentre si cammina verso il bosco delle marmitte dei giganti. Sono tanti i sentieri per salire fra le rocce levigate durante le remote estati in cui la spessa coperta dei ghiacciai che le nascondeva al sole, lasciava filtrare dai crepacci l’acqua appena sciolta, che trascinava i sassi incontrati per via. Precipitavano per decine di metri, mulinando e incidendo il fondo fino a farne grandi catini che adesso restano sempre pieni d’acqua a cui è impossibile evaporare del tutto.

 

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marmitta dei giganti a Chiavenna

 

Forse era nata anche da qui l’idea di scavare nella pietra ollare le pentole con cui si cucina ancora da queste parti. Restano le tracce dei prelievi sulle rocce, spesso nascoste dagli alberi, di tanto in tanto separate da prati e belvedere. Ogni giorno si può seguire un sentiero diverso, in mezzo a un paesaggio sempre nuovo, dove vivono carpini che spargono semi come molliche di Pollicino, qualche ciliegio selvatico, immancabili noccioli, querce e rari castagni. Poco più avanti hanno messo radici i larici dalle chiome leggere, i pini silvestri dai rami arancione, le eleganti betulle dal tronco bianco. Il Comune ha voluto che gli artisti realizzassero opere effimere da lasciare nei punti più adatti a nutrire le suggestioni del posto: un’enorme impronta di piede umano premuta nella terra, due bambini e un cane che guardano il cielo, una sorta di spina dorsale arborea. Quando il bosco si apre in un prato, ci si trova di fronte ai versanti delle montagne che salgono ripidi e finiscono aguzzi come denti di predatori. Audaci paesini hanno approfittato di qualche pianoro per sistemarsi e crescere quando i boschi e i campi erano il posto di lavoro dei più. Sotto, a precipizio, stanno le case di Prosto e di Chiavenna, che ha l’orto botanico sollevato sopra massi titanici collegati da un ponticello. Si chiama Paradiso e ne ha diritto, tanto è bello e alto sopra la cittadina. Il fiume Mera, poco profondo e tutto scintillante fra i massi sbiancati dal sole, lo si può costeggiare a piedi a ritroso verso Prosto, in piano, raggiungendo altri crotti, dove si intravvedono porticine semi-nascoste da una vegetazione bella come quella di un giardino, dissetandosi a una fontana che pare sgorgare da un antico castagno. Sono spariti tutti gli opifici e i mulini che l’acqua del fiume muoveva in passato, tranne uno, in città, diventato museo. E a Prosto c’è lo spettacolo continuo delle grandi cascate dell’Acqua Fraggia e la villa che cinquecento anni fa era stata tutta affrescata per la famiglia Vertemate Franchi.

cascate dell'Acquafraggia a Prosto

cascate dell’Acquafraggia a Prosto

 

In direzione opposta, a Prata Comportaccio, stanno i crotti uno in fila all’altro, che hanno davanti un cortile coi tavoli e le panche di pietra, i muri resi accoglienti da nicchie, volte, scalette, porticine, ombreggiati quasi sempre da ippocastani che hanno più di cent’anni. Erano forse stati scelti per poter dare le castagne “matte” come foraggio ai cavalli, che qui sostavano certamente prima e dopo aver affrontato la salita verso la Svizzera. Ci sono da quando la valle è stata abitata e molti portano incisa nella pietra una data di cinquecento anni fa. Sono sparsi in tutta la valle, fino oltre i mille metri di altitudine, coi tetti di pietra su cui crescono abbondanti le pianticelle succulente e le scale sono ornate di felci e muschio.

Chiavenna ha nel suo passato un episodio per noi strano, che non lo era fino a poco più di cent’anni fa: un processo, con il proclama affisso in cinque boschi, ai bruchi che avevano fatto strage delle foglie degli alberi. E’ un frammento di storia che sa di leggenda, in una cittadina antica e favolosa.

Su Chiavenna trovate anche  l’articolo sull‘Orto Botanico e sul Mulino Bottonera. Per i dintorni trovate il Museo dello Spluga, mentre per gli alberi monumentali poteve visitare la pagina dedicata.

 

 

Come si fa la pace: la commissione per la verità e la riconciliazione

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Quando Nelson Mandela era diventato presidente del Sudafrica nel 1994, aveva affrontato il difficilissimo compito di riappacificare la popolazione bianca con quella nera, dopo che si erano combattute e odiate per moltissimo tempo. C’era il forte rischio di guerra civile, perché i neri volevano rifarsi del lungo periodo di segregazione, degli abusi di ogni genere, delle violenze subite fino ad allora. I bianchi avevano paura delle vendette.

Mandela, però, era un grande conoscitore dell’animo umano e nei ventisette anni durante i quali era stato prigioniero politico, aveva riflettuto sulle soluzioni possibili per la pace, una volta che fosse stato di nuovo libero. Voleva una vita giusta per tutti e non solo per i neri. La sua sensibilità e lungimiranza gli erano state di aiuto per fare i passi fondamentali, indispensabili a questo scopo: imparare la lingua dei bianchi boeri, ovvero l’afrikaans, studiare la loro cultura, la loro storia, leggere i loro libri e giornali, cercare di capirli. Così, appena diventato capo di Stato, aveva fatto ciò che nessuno si aspettava, trattando gli ex nemici con lo stesso rispetto degli amici, cercando la loro collaborazione alla costruzione della nuova nazione “arcobaleno”. I suoi stessi famigliari, molti amici e compagni di partito, ovviamente si erano trovati in disaccordo con una simile scelta, del tutto diversa da ciò che avrebbe fatto chiunque di loro e aveva dovuto sostenere con grande coraggio il suo piano per il bene comune. Sapeva che privilegiare “i suoi” avrebbe finito col fare del male a tutti, perpetuando l’inimicizia fino alla rovina.

 

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Nelson Mandela da idainternational.org

 

Quando era stato il momento di affrontare i processi per giudicare i crimini commessi nel periodo di durata dell’apartheid dal 1960 al 1994, invece di un tribunale come quello di Norimberga dopo la seconda guerra mondiale, in collaborazione col vescovo anglicano Desmond Tutu e con chi credeva nell’uguaglianza dei diritti, Mandela aveva voluto la “Commissione per la Verità e la Riconciliazione”.

Verità e riconciliazione sono due parole ben poco presenti nell’idea di giustizia che hanno i più. Ma chiunque abbia subito torti sa che ciò che porta pace nell’animo dell’offeso quanto dell’offensore non è tanto la punizione, bensì il vedere riconosciuta la verità dei fatti, il pentimento del responsabile e il suo chiedere perdono. Ecco perché la commissione incaricata di rendere giustizia aveva deciso che chi si era macchiato di delitti per scopi politici durante l’apartheid, purché non fosse il mandante e a condizione di riconoscere la verità e pentirsi, ottenesse l’amnistia.

Di solito i colpevoli negano la verità persino a se stessi, ma in Sudafrica dal 1995 al 1998 tanto i bianchi quanto i neri hanno fatto il difficile percorso di essere sinceri, guardando nel profondo del proprio animo, affrontando il dolore e la vergogna, comprendendo e facendo comprendere cosa era davvero successo.

Lo straordinario tribunale aveva contribuito in modo consistente a riconciliare almeno in parte quelli che, altrimenti, non avrebbero mai finito di scontrarsi, con conseguenze che sarebbero potute essere davvero terribili.

Purtroppo, dopo che Mandela si era ritirato dal potere, ormai molto anziano e malato, era mancato chi avesse il cuore e la mente altrettanto grandi e profondi. La mentalità autoritaria domina sempre, irresistibile ancora per troppi.

 

Per capire almeno i tratti essenziali del pensiero di Mandela, l’appassionante film INVICTUS, di Clint Eastwood è un ottimo inizio. Trovate la mia recensione qui

 

 

Legni profumati

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cirmolo monumentale di Lerosa (BL)

 

In qualche casa o nei musei etnografici dei paesi e delle città alpine, si trovano ancora le stue, stanze di soggiorno interamente rivestite di legno di cirmolo, detto anche pino cembro, uno degli alberi dal legno più profumato, che mantiene il suo delizioso aroma per decenni. I cirmoli si arrampicano fin quasi sulla roccia, dove c’è ancora un po’ di terra, perché sono loro gli ultimi alberi della montagna, gli unici a condividere col pino mugo la resistenza al freddo dei duemilaquattrocento metri.

Nelle regioni più calde d’Italia e a quote più basse, invece, in passato gli armadi e le cassapanche dove si custodivano gli abiti erano fatti prevalentemente di cipresso il cui sentore, delizioso per noi, è particolarmente sgradito alle tarme. Il cipresso, quanto a frugalità non è da meno del cirmolo, perché sopporta la siccità e il vento, quanto lui il gelo.

Sulle montagne del Libano, del Marocco, dell’Himalaya erano i cedri ad avere il primato aromatico. Anche loro sono conifere, cioè alberi che portano i coni (detti pigne), ma si chiamano come l’agrume dal frutto giallo, perché il loro legno profuma come la sua buccia. Col legno di cedro del Libano erano state fatte le travi del tempio di Gerusalemme, ma se ne facevano anche le bare per i personaggi illustri.

L’americano calocedro è detto albero dell’incenso perché bruciandolo, l’olfatto ne è inebriato come se fossero le gocce di resina d’incenso ad ardere. Ha le fronde simili a quelle del nostro cipresso.

 

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calocedro monumentale della villa medicea di Poggio a Caiano (PO)

 

Dall’Asia Minore viene la liquidambar dal legno dolcemente profumato, che i cinesi usano per farne scatole da tè. Dato che questo albero ha foglie a forma di stella, che in autunno prendono colori vivacissimi, è facile da riconoscere. E’ piacevole stropicciandone quelle cadute per annusarle.

In Paesi tropicali come lo Sri Lanka è la cannella ad avere un aroma seducente. Nella stagione delle piogge se ne tagliano i rami per spogliarli della corteccia che viene arrotolata e venduta per aromatizzare cibi e bevande.

Fra gli alberi, esseri viventi autonomi e prodighi di benefici, ce n’è uno parassita: il sandalo. È un alberello sempreverde orientale, che si nutre della linfa rubata alle radici dei vicini, su terreni secchi e rocciosi. In compenso, il suo legno è pregiato e deliziosamente profumato per il nostro gusto, ma repellente per gli insetti. È il motivo per cui, quando verso i cinquant’anni raggiunge il suo massimo aroma, viene tagliato e lasciato a terra fino a che le termiti non si mangiano la corteccia, lasciando intatta il legno aromatico. Lo si usa tanto per costruzioni pregiate, quanto per bruciarlo nei templi o nelle case raffinate, dove spande il suo sentore. L’olio essenziale cura vari disturbi, tra cui quelli della pelle.

 Sul tema dei profumi potete leggere l’articolo Messaggi odorosi e Odori: il messaggio più immediato, antico e universale

 

Il glicine di Este

 

glicine d'este

 

Tra le due e le quattro di notte, il silenzio è quasi totale anche intorno al castello di Este. La maggior parte degli esseri umani, finalmente dorme. Se qualcuno passasse a piedi, senza fretta, sentirebbe qualcosa venirgli delicatamente incontro e commuoverlo, dall’interno di quell’enorme tronco cavo che sono le mura del castello, ancora vivo nella sua carne rosa di mattoni. L’aria, a tratti ha di nuovo in sé tracce di verde che danno un sussulto di gioia. Vengono dagli alberi cresciuti dentro il suo perimetro, che difendono come possono l’atmosfera in cui l’immaginazione può curare le sue malattie. Nel profondo della notte o sotto una gran nevicata, o isolato da una fittissima nebbia, quello è uno dei luoghi in cui le prigioni dell’animo si aprono verso un mondo magnifico e grandioso.

Già alle quattro, però, qualcuno comincia ad avviarsi al lavoro e i primi motori di camion e di auto sporcano il silenzio con la solita, ottusa villania. Poi arrivano gli autobus, le moto, le spazzatrici stradali e aumenta il fracasso che sconcia la suggestione fino a ridurla in poltiglia. Gas e polveri puzzolenti corrodono il delicato rosa della terra cotta e dei polmoni, spingendo verso il turpiloquio i pensieri e le azioni degli uomini. Alle sette e trenta, anche chi guardi con intenzione, vede solo un’antica architettura.

Appena dietro il cancello principale d’ingresso, riparandosi come può, un drago vegetale difende con tutte le sue forze il regno di cui è rimasto il vero signore. La gran matassa di fibre legnose di un glicine bicentenario aggrappato al muro, allunga i suoi tentacoli verso la strada. Sì è arrampicato sugli spalti fino ad oltrepassarli e a slanciarsi all’esterno, forte della bellezza che la sua natura e il tempo hanno nutrito per un rosario di decenni. Certi rami del raffinato ed esotico rampicante si sono infilati nelle connessure fra i mattoni e sono spuntati dall’altra parte. Il potere silenzioso della sua seduzione non riesce ancora a vincere l’offensiva del rumore che fa affrettare il passo degli uomini. La ruota del tempo gira, però, a suo favore, facendolo crescere nelle dimensioni e nella forza che la sua esperienza accumula, trasformandolo in qualcosa che lo avvicina alla natura animale, poi a quella delle divinità antiche. Lento, silenzioso, ha già esteso la sua lunga vita oltre i secoli, calando le sue funi dentro la nostra attenzione e tirandola a sé.

 Dal mio libro ALBERI MONUMENTALI D’ITALIA

 

 

 

Alberi da seta

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gelso monumentale ad Albinea (RE)

 

Il filo lucente e tenace della seta è quello che i bruchi di molti insetti emettono per avvolgerlo intorno al proprio corpicino fino a rinchiuderlo completamente in un bozzolo. Dopo qualche settimana lo lacerano e ne escono trasformati, irriconoscibili, a volte bellissimi e alati. Comunque adulti e pronti all’incontro con l’altro sesso. Molti sono falene, le farfalle notturne. Ma a quelle di cui si vuole utilizzare il filo si interrompe la vita, per impedire che lo spezzino. Fino all’epoca bizantina la produzione della seta era stata un antico segreto cinese, che ne vendevano i tessuti anche da noi. Una volta scoperto quali fossero i bruchi che si avvolgevano in quella più pregiata e quali fossero le foglie di cui si nutrivano, il filato era stato prodotto anche in Europa. Così era comparso nel nostro territorio il gelso bianco -Morus alba- chiamato così per i suoi frutti bianchi in forma di more oblunghe, riconoscibile dalla corteccia color cannella e dalle grandi foglie di forme diverse sullo stesso albero: alcune a forma di cuore, altre a punta di alabarda. Si era diffuso man mano che l’allevamento del baco Bombyx mori aveva avuto successo nelle campagne, diventando un’attività importante. Nell’ottocento, però, gravi malattie avevano colpito i gelsi e i bachi, senza poterle sconfiggere per lungo tempo. I danni erano stati gravissimi e, intanto che si cercava il rimedio, si era provato a sperimentare le qualità di altri bachi, che si nutrivano di altre foglie.

 

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ailanto fiorito

 

L’ailanto, -Ailanthus altissima- anche lui di origine cinese e presente da noi già da qualche tempo, era uno di quelli. Il baco che se ne nutriva, però, contrariamente a quello del gelso non si era adattato al nostro clima e l’esperimento era fallito. In compenso, l’albero capace di diffondersi con una rapidità e una forza sbalorditive, aveva trovato impiego nel consolidamento delle scarpate, a vantaggio soprattutto di quelle ferroviarie. Le sue radici, infatti, sono estese, profonde e ben più dotate di risorse rispetto a molte altre. Così la bella pianta dalle foglie pennate era diventata infestante e odiata per aver preso il posto di molte specie locali.

 

maclura

frutti di maclura – foto da Agraria.org

 

Anche la maclura -Maclura pomifera- di origine americana, era diventata oggetto di esperimenti per il rimpiazzo del gelso, ma la qualità notevolmente superiore della seta originaria, dopo che finalmente i gelsi e i loro bachi si erano ripresi dal declino, aveva fatto abbandonare la sua coltivazione. La maclura, che è dioica come l’ailanto, vale a dire che ha piante di sesso maschile e femminile distinte, è molto spinosa, con foglie coriacee simili a quelle dell’arancio ed è utilizzata per fare siepi impenetrabili. Il suo grosso frutto non commestibile, che una volta maturo è di colore giallo, ha la buccia composta di tante sferette simili a quelle delle more, ma molto dure.

 

Tapia_Uapaca_bojeri_di Tylototriton - Wikipedia

foglie e frutti di tapia, foto di Tylototriton da Wikipedia

 

In altri Paesi si produce la seta grazie al lavoro di bachi e alberi di genere diverso, come per esempio in Madagascar dove quello detto tapia -Uapaca bojeri- è quello di cui i bachi di landibe -Borocera cajani- mangiano le foglie e filano la seta selvatica, usata anche nei cerimoniali funebri.

 

Pulci regali

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foto da Agricirié

 

Il 7 gennaio 1962 sul giornale L’Unità era comparso un articolo in cui si annunciava che, durante gli scavi nell’area del palazzo di Whitehall, dove aveva abitato il re Enrico VIII, erano stati trovati su resti di panno, i corpi mummificati di pidocchi e pulci il cui esoscheletro, in effetti, si mantiene bene. Sarebbe stata la prova che quanto si era detto a proposito della scarsa pulizia in quella corte, era vero. Pare anche che si utilizzassero “cani da pulci” per evitare agli ospiti di riguardo di essere molestati da quei parassiti. Si faceva dunque ai cani un buon bagno che li rendesse impeccabili, poi li si lasciavano accomodare sulle poltrone e i divani destinati ad accogliere più tardi gli illustri visitatori. I fastidiosi insetti saltavano sui cani che, dopo qualche tempo, venivano fatti sloggiare col loro pungente carico.

Un metodo più crudele pare fosse in uso nell’antico Egitto, dove cospargevano uno schiavo di latte d’asina e lo mettevano al centro di una stanza infestata dai parassiti che si affrettavano a saltare su di lui.

dal mio libro ANIMALI, FAVOLOSE STORIE VERE

Le doti delle palme

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palma da cera – foto da B & T world seeds

 

Le palme, pur diventando molto grandi e con un fusto legnoso, non sono alberi, ma piante erbacee. Gli alberi, infatti, hanno i canalicoli che portano l’acqua e i minerali dalle radici alle foglie e viceversa, nella parte più esterna del tronco, sotto la corteccia. Ogni anno se ne formano di nuovi e quelli vecchi si chiudono, dando origine agli anelli che ne denunciano l’età. Le piante erbacee, invece, hanno i vasi capillari distribuiti in tutta l’area del tronco e dunque non ci sono anelli di accrescimento, anche perché il fusto rimane all’incirca sempre della stessa circonferenza.  Il loro legno estremamente robusto serve per ogni tipo di costruzione e le foglie sono spesso utilizzate per fare da tetto alle case. Di solito associamo l’idea delle palme a località calde ma non è così. Ce ne sono che vivono in montagna e da noi, in Italia, abbiamo una palma nana autoctona, la palma di san Pietro, la Chamaerops humilis

Come gli alberi le palme fanno fiori e frutti di ogni genere, importanti per uomini e animali. Svolgono anche quasi tutte le loro numerose funzioni benefiche per l’ambiente. Ecco qui di seguito le doti di alcune delle tante specie diffuse nel mondo.

PALMA DA CERA La Copernicia cerifera, palma comune in Brasile, protegge i germogli delle sue foglie con una guaina di cera, che viene poi sfruttata dall’uomo per numerosi impieghi, dato che è di ottima qualità.

 

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frutti della palma da avorio – foto da Palmpedia

 

PALMA DA AVORIO La Phytelephas macrocarpa, che cresce nella foresta pluviale del Sudamerica fa un grosso frutto con semi grandi come uova di piccione chiamati corozo che, una volta seccati hanno l’aspetto e la consistenza dell’avorio animale.

PALME DA FIBRA, DA CIBO E BEVANDE Ottime fibre si ricavano invece dalla palma da cocco Cocos nucifera, che avvolge le noci in una spessa protezione fibrosa grazie a cui galleggiano e possono viaggiare per mare senza guastarsi e riprodursi su terre nuove. La polpa della noce di cocco, poi, è squisita e prima che completi la sua formazione è particolarmente ricca di acqua dolce, di buon sapore.

La palma da dattero Phoenix dactylifera, la palma del Cile Jubaea chiliensis, la palma borasso Borassus flebellifer e molte altre danno frutti nutrienti e di ottimo sapore.

Da varie palme si ottiene anche un vino, facendo fermentare la linfa trasparente. Il sapore è molto diverso dal nostro vino e le palme a cui si sottrae la linfa, naturalmente ne soffrono, mentre questo non avviene per la vite, dato che le si tolgono solo i frutti, che lei destina comunque agli animali, perché mangiandola ne disperdano i semi.

PALMA DA ZUCCHERO La Arenga pinnata, comune in Asia, ha una linfa particolarmente zuccherina, che viene prelevata per dolcificare o per farla fermentare e ottenerne vino di palma.

PALMA DA OLIO Elaei guineensis, famigerata a causa delle enormi coltivazioni in monocoltura, fatte distruggendo la foresta nativa e produrre olio alimentare per lauti profitti. Questo procedimento provoca grandi danni all’ambiente prima di tutto perché porta strade, case, fabbriche, automezzi che inquinano e alterano il delicato equilibrio naturale. Poi perché toglie l’habitat a insediamenti indigeni umani e ad animali, oltre a ridurre enormemente la biodiversità. Più questa si riduce, più i territori diventano vulnerabili perché eventi naturali o artificiali violenti, stroncano molto più facilmente ciò che ha una minore varietà di difese da opporre.

 

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frutti della palma dei cappelli di Panama, foto di Hans Hillewaert da Wikipedia.org

 

PALMA DEI CAPPELLI DI PANAMA Quando gli spagnoli durante la conquista dell’America Latina sono arrivati in Ecuador, hanno notato cappelli che coprivano anche le orecchie e il collo ed erano tanto leggeri da sembrare veli (toques).

La fibra di cui sono fatti è quella delle foglie di palma Carludovica palmata, che si conosce comunemente come palma toquilla e cresce in Ecuador dove viene lavorata. Non è una vera palma, perché è piuttosto piccola e non ha fusto legnoso. E’ una specie di pandano. Il nome “panama” dei cappelli deriva dal fatto che quando Theodore Roosvelt aveva inaugurato il canale di Panama nel 1914, glie ne era stato offerto uno di quel tipo, senza che lui ne conoscesse la provenienza.

Le foglie devono essere cotte e poi fatte seccare. Solo allora le fini e robuste fibre possono essere intrecciate, con un lavoro che dura un paio di settimane.

 

 

 

Il ritmo del diverso sentire

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Loie Fuller, foto da Dance Heritage Coalition

 

Se ascoltare buona musica eleva la qualità della vita e dei pensieri, ballare porta quella linfa fino alle più trascurate cellule del corpo. Se una bella melodia e un ritmo vivificante sono tutt’uno con parole che valgono davvero qualcosa, si accendono ancora molte luci dentro di noi. E se quei testi sono in una lingua straniera che riusciamo a comprendere, facciamo un tuffo nell’oceano del diverso sentire.

Quando ci prende il bisogno di frizzare dalla testa ai piedi, balliamo da soli o in compagnia al ritmo delle canzoni che ricordo qui sotto e che dopo tanti anni mantengono bellezza e potere, anche perché sono contro la guerra e le discriminazioni.

Si trovano tutte su youtube. Basta trasformare il video in mp3, utilizzando il software all’indirizzo http://convert2mp3.net/en/index.php?url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DK11bfsf_C8g e poi salvare la canzone sul computer.

 

Agli indirizzi web che do più sotto per ciascuna canzone, si trovano i testi originali in inglese, le traduzioni (a volte molto approssimative), informazioni utili per capire l senso e il contesto.

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Asimbonanga, di Jonny Clegg e Savuka, (1987 album Third World Child) Testo, traduzione e informazioni all’indirizzo http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=6352

 

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Biko, di Peter Gabriel. (1980 album Peter Gabriel III) Testo, traduzione e informazioni all’indirizzo https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=1684

Games without frontiers, di Peter Gabriel (1980 Album Peter Gabriel III). Testo, traduzione e informazioni all’indirizzo https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=523

 

Sting_The_Dream_of_the_Blue_Turtles_CD_cover

Russians di Sting (1985 album The dream of the blue turtles) https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=688

 

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Forbidden colors di Ryuichi Sakamoto e David Sylvian (1983 colonna sonora del film Furyo) https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=51385

 

ApocalypseNow

The end dei Doors (1967 Album The Doors, colonna sonora del film Apocalypse now) https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3946&lang=it

 

 

Il deserto bianco

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deserto bianco con piante di Yucca elata – foto di David Jones da Wikipedia

 

Da diecimila anni, dune candide come neve e alte fino a venti metri, sono onde mosse dal vento nel più grande deserto bianco del mondo, ad oltre mille metri di altitudine. In New Mexico, 250 milioni di anni fa qui c’era il mare, che ne aveva impiegato altri 180 milioni per prosciugarsi, lasciando uno spesso strato di roccia gessosa. I movimenti della terra l’avevano sollevata facendone una collina vastissima, che col tempo si era sgretolata. Sono rimaste le basse catene montuose di sant’Andrés e Sacramento, mentre il vento e la neve hanno continuato a dilavare il gesso che, non trovando corsi d’acqua che lo portassero via, si è depositato nel Tularosa Basin. Solo occasionalmente l’acqua si accumula per qualche tempo in grandi pozze, poi evapora o si infiltra nel terreno. Il sole, riscaldandole favorisce la formazione di cristalli di gesso, lunghi anche un metro. Quando tutto torna asciutto, il vento che vi soffia sopra li frantuma fino a che diventano sabbia che porta via, rigenerando continuamente le dune di finissimi cristalli dalla consistenza del talco. I pochi animali del deserto bianco (leoni di montagna, coyote, roditori e avvoltoi) si sono adattati schiarendo il loro mantello per mimetizzarsi meglio.

Questo luogo bellissimo dove è stata fatta esplodere la prima bomba atomica nel 1945 è ancora in parte sfruttato dall’esercito americano per esperimenti ed esercitazioni.

 Nel mondo esistono deserti di vari colori: rosso, nero, blu, giallo.

 

 

Cosa si può fare con un filo

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l’opera di Cécile Dachary – foto dal sito ceciledachary.com

 

Nonostante una gran quantità di opere d’arte contemporanea lascino perplessi, la libertà espressiva di questa nostra epoca permette di dar forma a lavori che fertilizzano l’immaginazione di chi le vede, ben più che in passato. La creatività sa utilizzare qualsiasi materiale, anche il più umile come la carta, le foglie, il filo e allontanarsi dal semplice artigianato per farsi arte.

 

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E’ il caso dell’opera di Cécile Dachary che ha sospeso nell’aria una cittadina fantastica, bianca e leggera come una nuvola. La trattengono i fili lasciati liberi dall’uncinetto con cui case e torri sono state elaborate, con muri e tetti di ragnatela.

 

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opera di Gabriel Dawe – foto dal sito gabrieldawe.com

 

 

Al contrario, il colore dei fili tesi sono stati il mezzo con cui Gabriel Dawe ha realizzato opere che sembrano fatte di luce come gli arcobaleni, e che invece la luce la utilizzano per mettere in atto la loro suggestione.

Nel giorno più buio dell’anno, ecco due fiammelle d’ingegno che ci fanno compagnia.

 

Le parole giuste

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foto di Germano Ferrando

 

Dare il nome giusto a sentimenti, cose, situazioni, permette di distinguere e magari di capire. Senza nome o col nome sbagliato, la realtà resta oscura.

Spesso, durante i diverbi, diciamo parole improprie, eccessive, frutto dell’ira e non certo della coscienza, che impediscono di capirsi e aggravano le difficoltà. Per capire prima di tutto se stessi e allora poter capire gli altri, occorre dare un nome al ciò che ci fa agire e questo è compito della coscienza, che ha bisogno di tempo e attenzione. (Alla questione tempo ho già dedicato un articolo che suggerisco di rileggere). Ha anche bisogno di qualcosa che l’aiuti, come fa la scrittura. La memoria spesso tende a cancellare o a modificare i fatti, falsificandoli. Anche il rimuginare tra sé e sé è infruttuoso e fa perdere tempo ed energia. A questo proposito potete leggere l’articolo Illusioni sensoriali e Cosa distorce la realtà.

 

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foto di Germano Ferrando

 

Scrivere ciò che si prova o che si vorrebbe dire, invece, permette di fare progressi. L’elaborazione delle parole scritte avviene in una parte diversa del cervello, rispetto a quelle che si formano per impulso. Dopo aver scritto, riletto e corretto, occorre lasciar riposare. Trascorse diverse ore o un giorno, rileggendo si troveranno esagerazioni, idee distorte, mal espresse o poco chiare. Se così non fosse, occorre essere più sinceri con se stessi. E’ impossibile che ad un esame onesto, ciò che si è scritto in momenti critici si avvicini all’obbiettività. Occorrono giorni, settimane, mesi, a seconda del punto da cui si parte, per fare corrette valutazioni. Dopo diverse riletture e revisioni, c’è la possibilità di aver definito la questione e di sentirsi meglio, perché c’è stata un’elaborazione interiore, come un cibo che viene digerito, assimilato e che dà energia. Senza riflessione e senza l’aiuto di un mezzo giusto, molto transita nella vita restando indigesto e produce incubi per sè e per gli altri.

“Pace in terra agli uomini di buona volontà”.

 

 

I tabià: architettura rurale di qualità

BL zoldo alto (2leg)

tabià a Zoldo Alto (BL)

 

Nella zona bellunese del Cadore, i fienili tradizionali in legno, detti tabià, sono di tale bellezza da poter servire come modello di proporzioni e felice relazione col paesaggio. A Zoldo, Lozzo e vicinanze, alcuni sono rimasti interamente rustici, mentre altri sono stati restaurati e adattati ad abitazioni contemporanee. Fino a cinquant’anni fa, quando ancora l’Italia era in gran parte contadina, nei tabià di montagna si immagazzinava sul posto il miglior fieno per il bestiame, tagliato e seccato in estate, per poi essere trasportato nei paesi in inverno, man mano che ce n’era necessità. Era un lavoro che si faceva in gruppo con grandi slitte, così come a volte si metteva nello stesso riparo il fieno di diversi contadini o si costruiva sul terreno altrui, se in posizione più agevole. Nei centri abitati i fienili facevano parte della casa in pietra, con stalla annessa. Erano costruiti interamente in legno di larice, tagliato in luna calante di Agosto, per evitare che si annerisse e si tarlasse. Infatti con la luna crescente i vegetali pare che tendano a produrre più linfa, che poi condiziona il legno e lo rende meno adatto agli scopi utilitaristici umani. Il larice, bellissimo albero di alta montagna, è uno dei più resistenti in vita e quindi anche quando se ne utilizza il legno, che sa far fronte validamente all’acqua. Proprio per questo se ne facevano anche le scandole, le tegoline dei tetti che durano per decenni, sovrapposte come scaglie di pesce e coperte per due terzi le une dalle altre. I tabià avevano anche una parte dove mettere ad asciugare il fieno non completamente secco, evitando così l’auto-combustione causata dai batteri che si riproducono a tale velocità da generare un gran calore e conseguenti incendi.

 

BL zoldo alto (6leg)

adattamento contemporaneo di Tabià a Zoldo Alto (BL)

 

I raggi ultravioletti del sole scuriscono il legno come fanno con la nostra pelle e la pioggia gli dà una sfumatura argentata. E’ con questi toni che si vede impiegato con fantasia nella struttura e nella decorazione realizzata dalle famiglie artigiane, che si tramandavano il mestiere attraverso le generazioni.