Uomini e profeti

Exif_JPEG_PICTURE

 

Uomini e Profeti è un programma di Radio Tre RAI curato da Gabriella Caramore, che da molti anni va in onda il sabato e la domenica mattina dalle 9.30 alle 10.15, riascoltabile in podcast con tutto comodo. Fa intervenire studiosi e religiosi di ottimo livello, illuminando molti punti della vita interiore e dunque la psicologia, la filosofia, la religione e naturalmente la storia, che evidenzia quanto i tempi, i luoghi e le circostanze influiscano sulle credenze e cambino i valori.

Laici e religiosi che si sono interrogati per tutta la vita sui temi fondamentali dell’umanità, espongono con parole semplici ciò che è molto importante sapere sul complesso mondo della spiritualità, erroneamente creduto da molti solo come religioso. Invece ciò che riguarda il bisogno di dare un senso alla vita, l’amore per l’esistente in tutte le sue forme, l’onestà, il rispetto, la sincerità, la fiducia, la giustizia che non si aspettano ricompense da alcun dio e neppure punizioni, possono essere anche più profonde negli atei, che il bene lo fanno perché lo amano, anziché per dovere, per convenienza o per paura.

Le religioni sono comunque nate per codificare tutto questo e sorreggere anche chi è meno forte interiormente e ha bisogno di norme esplicite. I rituali e la socialità che vi sono connesse aiutano e sostengono i credenti e ogni religione ha qualcosa da offrire. Molte, se non tutte sono rappresentate nel programma Uomini e Profeti da loro ministri, praticanti e studiosi. Anche la mitologia ha una parte importante che viene fatta conoscere, perché i suoi significati sono sedimentati nel profondo del nostro animo.

Laici agnostici danno un notevole contributo, accendendo molte curiosità e voglia di conoscere.

Questo programma favorisce una visione ampia del mondo che aiuta certamente ad intraprendere qualche necessario cambiamento nella propria vita e, di conseguenza, in famiglia e nella società.

Insospettabili vite delle piante tropicali da appartamento

paraiso

ficus strangolatore su palma – Messico – acquerello di Anna Cassarino – 1993

 

Le belle piante che danno un tocco raffinato ai nostri appartamenti sono quasi sempre di origine tropicale e spesso vengono dalle foreste dove le loro parenti diventano alberi che fioriscono e danno frutti. Nelle dimensioni ridotte in cui le vediamo fra i nostri muri, quasi mai immaginiamo le vite che conducono quando sono in libertà, che vale la pena di conoscere.

Molto benvoluto è il Ficus benjamina, che si adatta benissimo ad ogni condizione perché nei Paesi dove vive normalmente, spesso si installa su altri alberi. I suoi semi inghiottiti dagli uccelli dopo essersi cibati dei fichi, a volte vengono rilasciati con le feci nell’inforcatura principale dei rami di un’altra specie dove germogliano velocemente e allungano le radichette lungo il fusto. Si accontentano dell’umidità prodotta dal fogliame di chi li ospita e delle sostanze che si depositano sulla corteccia, mentre si sviluppano contemporaneamente verso l’alto e il basso, tenendosi ben ancorati con radici che avvolgono l’altro albero come fossero braccia e gambe. Prendono così delle forme spesso molto curiose, somigliando in vari casi a degli animali. Quando la loro radice principale arriva a terra, vi si sprofonda e rifornisce molto meglio le proprie foglie, che presto avvolgono con la chioma quella dell’albero ospitante. In questo modo gli toglie la luce e dunque la possibilità di nutrirsi attraverso la fotosintesi, fino a che l’altro muore. Ecco perché il ficus benjamina è chiamato anche “lo strangolatore”.

 

a-dos

ficus strangolatore – Messico – acquerello di Anna Cassarino – 1993

 

 

Anche il Ficus elastica dalle grandi foglie lucide e carnose, di moda diversi anni fa e il Ficus altissima hanno simili abitudini.

Tutti i parenti del nostro fico, hanno la particolarità di vivere in simbiosi con un solo tipo di impollinatore, diverso per ciascuna specie. E’ una minuscola vespina che vive dentro quelli che noi crediamo frutti e che sono invece fiori raggruppati e chiusi dentro un sacchetto morbido con un foro sul fondo, che serve da passaggio per le fecondatrici. Dunque i ficus tropicali che vivono all’aperto nelle zone più calde d’Italia o in altri Paesi, rimangono sterili perché manca loro chi li fecondi.

 

ojudo-leg

Monstera deliciosa – Messico – acquerello di Anna Cassarino 1993

 

La Monstera deliciosa, dalle grandi foglie bucate, per far passare la luce a quelle sottostanti quando si trova nel proprio ambiente naturale, diventa una pianta molto voluminosa in larghezza, comportandosi spesso da rampicante e solo quando raggiunge dimensioni ragguardevoli fiorisce e produce ottimi frutti. Quando le grandi foglie si staccano lasciano cicatrici che molte volte sembrano occhi, come nell’acquerello qui sopra.

La palma Areca catechu, che si adatta a stare in vaso, in India e nei paesi asiatici è conosciuta come betel, come le noci masticate in continuazione dai nativi perché stimolanti e medicinali, ma che tingono la saliva e i denti di rosso, come fosse sangue. I suoi oli essenziali vengono impiegati anche per produrre incenso e sapone

 

 Per altri articoli sull’argomento piante, cliccare qui

 

 

 

Bei fiori, bei frutti del cotone

 

cotone-fiore-da-idee-green

fiori gialli del cotone, frutti candidi e foglie – foto da idee green

 

I bianchissimi, grandi fiocchi di compatta lanugine, trattenuti da quello che resta delle capsule disseccate che li avevano racchiusi, sono belli come fiori e fiori sono creduti da tanti. Sono invece i frutti del cotone, che proteggono i semi con una fitta coltre, dalla puntura di insetti capaci di ucciderli. Le migliori qualità del genere Gossypium hanno corolle grandi e belle, degne di ogni giardino ma in India e in America fin dai tempi più antichi sono state coltivate per le fibre che si possono tessere senza le lunghe lavorazioni necessarie per altre piante. Anche in Europa il cotone è sempre esistito come albero e come pianta erbacea, dalle fibre rosse o gialle. Il bianco con cui tutti lo conosciamo è conseguenza del continuo lavoro di selezione che gli uomini hanno compiuto per piegare il cotone alle loro esigenze. Recente è il cotone azzurro, selezionato per fabbricare i blue jeans senza doverli tingere. Anche la coltivazione delle piante più basse per facilitare la raccolta dei fiocchi, che è comunque molto laboriosa e faticosa, dipende da un volere umano. Occorre infatti fare attenzione a non cogliere i batuffoli difettosi o immaturi e anche a non prendere con la fibra, parti secche della pianta. La natura si adatta solo fino ad un certo punto alle nostre esigenze e la qualità migliore del cotone rimane quella dei climi tropicali, in cui piove molto nei primi mesi di vita della pianta e c’è gran sole quando matura il frutto. Questo avviene in modo naturale in pochi posti e comunque può non verificarsi con regolarità. C’è dunque bisogno di enormi quantità d’acqua, oltre che di molti insetticidi, erbicidi, concimi, così che l’innocente specie coltivata troppo intensamente, diventa suo malgrado nociva per il pianeta e per chi lo lavora. Per questo si sono adottati da decenni metodi di coltivazione e specie che non hanno bisogno di molta acqua, né di tanti pesticidi, rendendo il cotone degno dell’aggettivo “biologico” (in inglese “organic). Non è esigente per il tipo di suolo, ma preferisce terreni silicei, dove in circa sei mesi appaiono le capsule che maturano in tempi diversi, rendendo la raccolta lunga e difficoltosa.

 

cotone-campo

campo di cotone – foto da Wikipedia

 

In Sicilia, Calabria e Spagna, fin dalla dominazione araba si è coltivato il cotone, anche se in quantità modeste, ma è stata l’India a lavorare da sempre la fibra adatta ai climi molto caldi, mentre in Cina, dove anche i più poveri si sono sempre vestiti di seta, dato che nella produzione di quella fibra erano specializzati, si dice sia arrivato solo nel tredicesimo secolo. I greci lo conoscevano come tessuto usato dai persiani e gli egiziani lo coltivavano come curiosità. Invece i nativi americani del Messico, Perù e Brasile ne facevano grande uso. Nel diciassettesimo secolo, in Virginia, gli statunitensi di origine anglosassone e francese sono diventati i primi grandi coltivatori, sfruttando gli schiavi neri o i bianchi poveri, per un lavoro massacrante soprattutto nella raccolta, cui segue l’asciugatura, la cernita e la sgranatura, vale a dire l’asportazione dei semi che già nell’ottocento veniva fatta con una macchina. Dai semi si ottiene un olio buono anche per l’alimentazione, mentre le fibre pressate e imballate vengono spedite verso le città cotoniere, di cui Liverpool era ed è fra le più importanti.

 Per trovare i link a tutti gli articoli pubblicati finora nella categoria PIANTE, cliccare qui

 

 

 

Quando la natura disegna e dipinge

pietra_paesina_di-gipierlu-wikipedia

pietra paesina – foto di gipierlu da Wikipedia

 

Nei dintorni di Firenze ed in qualche altra zona della Toscana, si trova un tipo di pietra sedimentaria chiamata alberese, che sembra dipinta da pittori di paesaggi. Invece, è opera della natura su calcare compatto, misto ad argilla. Le infiltrazioni d’acqua nel materiale ossidano il ferro che vi si trova, colorando delle zone in rossastro. Il magnesio viene sostituito con calcio e la calcite cola nelle fratture, creando disegni di grande bellezza.

In grigio chiaro risulta il calcare, rossastro-marrone è il colore degli ossidi di ferro, nero è quello del manganese e azzurro è quello dell’argilla.

 

dendrites-di-mark-a-wilson-wikipedia

dendrite – foto di Mark A Wilson da Wikipedia

 

Stupefacente è anche ciò che avviene nelle rocce calcaree dove si insinua l’ossido di manganese, che prende forme talmente simili a felci o comunque a dei vegetali (formazioni dendritiche) da far credere che si tratti di fossili. In passato anche gli esperti sono stati tratti in inganno da simili formazioni, che si possono osservare a volte anche quando due vernici allo stato liquido si incontrano su uno stesso piano in uno strato sottile, oppure nella pittura ad acquerello, quando in una carta con il giusto grado di umidità, un colore penetra in un altro formando rami, foglie, effetti boschivi. Spettacolari effetti del genere si possono vedere sui vetri ghiacciati in inverno o nei fiocchi di neve.

Inganni vengono prodotti anche dalla marcasite, che si può disporre in cerchi concentrici del tutto simili agli anelli di crescita degli alberi.

 

figura-di-chladin-da-focus

figura di Chladni – foto da Focus.it

 

Del resto, anche la polvere e la sabbia su una superficie asciutta, oppure sul fondo di un recipiente con acqua pulita, si può disporre formando disegni anche molto complessi ma simmetrici, semplicemente per effetto delle vibrazioni del suono, che si espande in onde. Sono le “”figure di Chladni” dal nome di chi le ha studiate e catalogate con particolare attenzione. Nei musei di storia della scienza ci sono le piastre con cui fare le dimostrazioni, che si possono fare anche in casa, seguendo determinate istruzioni.

 

 

 

 

 

 

 

Stessa cosa ma modi diversi per diverso risultato

Exif_JPEG_PICTURE

immagine tratta dal libro La spinta gentile, di Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein

 

Chiunque guardi i due tavolini rappresentati nella figura, tratta dal libro “La spinta gentile” di Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein, può essere convinto che abbiano dimensioni diverse. Se però ne misura i lati deve constatare con stupore che sono uguali (salvo la piccola distorsione dovuta alla pagina leggermente convessa). Queste figure ci dimostrano non solo quanto siamo soggetti a illusioni che attraverso la vista e gli altri sensi sono create dal cervello, ma che una stessa cosa a cui si cambia la posizione, può apparire completamente diversa.

La forma e il contesto sono in grado di influire sul contenuto, nei fatti, nei disegni, nei pensieri quanto nelle parole. Ecco perché è importante cercare e usare le parole più appropriate per esprimere qualsiasi cosa, se si vuole avere la possibilità di comprendere e, se necessario, cambiare la realtà. In una simile ricerca occorre mettere un’intenzione sincera, se si vuole sfuggire all’ipocrisia, ma senz’altro inizialmente ci può essere anche solo curiosità. Entra in gioco, però, l’abitudine mentale e ci si accorge ben presto che l’impresa di modificarla è tutt’altro che facile. Un conto è la decisione della ragione e ben altra cosa è ciò che è inciso nella profondità del nostro animo, fino al punto da agire in modo automatico. Reprimere un impulso istintivo è controproducente, perché ciò che si cerca di soffocare, prima o poi rispunta fuori in modo imprevedibile e anche pericoloso, manifestandosi in malattie e in comportamenti distorti. Visto che abbiamo due modi distinti di percepire le cose, possiamo provare ad usare due linguaggi differenti per dialogare con noi stessi: una volta deciso ragionevolmente di fare qualcosa, occorre dare alla formula della decisione un linguaggio suggestivo e simbolico, che è quello compreso dal nostro lato istintivo. In caso contrario ogni sforzo si rivela inutile. Si può tradurre il concetto in rima, in canzone, in poesia, in racconto, in immagini disegnate, in colori, in auto-ipnosi, in rituale, in cerimonia. Per capire meglio questo suggerimento è utile leggere alcuni libri che ho recensito e che si trovano nella sezione “Libri che aiutano a capire l’animo umano”. In particolare i libri di Giorgio Nardone, Andrea Fiorenza, Alejandro Jodorowski.

Prima di tutto, però, occorre prendere una buona abitudine, che fa risparmiare tante perdite di tempo, tanti conflitti, tanti errori: leggere e rileggere ciò che gli altri ci scrivono e ciò che scriviamo loro.

 

Exif_JPEG_PICTURE

 

Altri articoli sulle illusioni sensoriali qui e qui

 

Torri passerere e rondonare

Exif_JPEG_PICTURE

passerera di villa Conti Carletti a Codogna, frazione di Grandola ed Uniti (CO)

 

Nella parte alta delle torri di alcuni castelli nel centro-nord italiano, a volte si vedono varie file sovrapposte di fori relativamente piccoli, realizzati per attirare i piccoli uccelli che in natura fanno i propri nidi nei fori degli alberi e nei paesi e città si adattano alle piccole cavità degli edifici. Le chiamano passerere o rondonare, perché spesso sono i passeri o i rondoni ad occuparle. Anche ballerine gialle, cinciallegre, codirossi, picchi muratori, storni, balestrucci, gradiscono questa soluzione per deporre e covare le uova, poi allevare i piccoli e in autunno lasciarli vuoti.

Nei giardini di certe ville si costruivano torrette passerere con l’unico scopo di attrarre i piccoli uccelli, che con la loro presenza rallegravano gli abitanti. Nei periodi ci carestia, però, i nidiacei venivano mangiati.

 

bs-gussago-la-terrazza-di-villa

Torre passerera in un vigneto di Villa, frazione di Gussago (BS) -
foto di Angelo Cartella da Gussago News

 

Gli ospiti più insoliti sono sempre stati i rondoni, che a forza di vivere in aria hanno quasi perso l’uso dei piedi per camminare. Per questo il nome scientifico è apus, cioè senza piedi, anche se sono molto efficaci per aggrapparsi a sporgenze verticali. Assomigliano alle rondini, ma al contrario di loro sono quasi del tutto neri e e sono parenti dei colibrì. Migrano alla fine di ogni estate verso l’Africa, per tornare a primavera da noi a fare i nidi, deporvi le uova e poi accudire i piccoli. Solo allora le loro deboli ed inefficaci zampette si posano su appigli alti, da dove possano lanciarsi, perché non potrebbero decollare da terra. Sono così veloci da non avere altri nemici che i falchi lodolai, altrettanto rapidi. Di giorno volano in alto con il becco aperto a velocità che sfiorano i duecento chilometri orari per nutrirsi di insetti o accoppiarsi e di notte restano ancora nell’aria, sfruttando le correnti calde, quando dormono con una sola metà del cervello per vigilare con l’altra, mentre salgono a grandi altezze per poi scendere lentamente, planando in grandi cerchi e ricominciare daccapo fino all’alba.

 

rondonara_del_borgo_vecchio-carmagnola

rondonara del borgo vecchio di Carmagnola (TO) foto di M.Ferri

 

La passerera di villa Conti Carletti si potrà vedere in occasione di una visita ad un notevole monumento naturale qual’è il “rogolone”, quercia gigantesca di 300 anni di età. Rivolgendosi ai volontari dell’ecomuseo della Val Sanagra www.museovalsanagra.it si potrà visitare anche il museo della civiltà contadina e interessanti manufatti storici della zona.

Sul sito www.monumentivivi.it dove si possono trovare le segnalazioni di rondonare. Per gli amanti degli uccelli sarà interessante partecipare al festival dei rondoni in Italia e Svizzera www.festivaldeirondoni.info

 

rondone-brisighellaospitale-it

rondone – foto da brisighellaospitale.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Donne del passato, cercatrici di piante

marianne_north-da-wikipedia

Marianne North – foto da Wikipedia

 

Le donne più intraprendenti e coraggiose, in passato qualche volta sono riuscite a superare le innumerevoli difficoltà nella realizzazione delle proprie aspirazioni al di fuori della famiglia e hanno dato il loro contributo anche alla botanica.

La più grande protagonista della ricerca di piante sconosciute in Europa era stata nell’ottocento Marianne North, (1830-1890) figlia di un ricco deputato del parlamento inglese. Alla morte precoce della madre si era dedicata alla conduzione della casa e a tenere compagnia al padre, viaggiando molto in Europa e Nordafrica con lui. Nel frattempo si era perfezionata come pittrice e aveva visitato i giardini Chiswick e Kew, dove le molte piante esotiche l’avevano affascinata con la loro bellezza e varietà. In quell’epoca gli unici due modi per conoscere le piante rare, a parte il vederle dal vero, era la consultazione degli erbari dove foglie, fiori, radici si conservavano essiccate e appiattite tra le pagine, oppure osservarne i disegni e le pitture. Queste erano relativamente più rare, perché richiedevano abilità artistiche da parte dei naturalisti e anche tempo. Permettevano in compenso di vedere come erano i vegetali nella loro interezza, di sapere come erano i colori e di conoscere i frutti, solitamente troppo voluminosi o deperibili per essere appiattiti. La fotografia richiedeva ancora un’ingombrante attrezzatura e aveva una scarsa resa per i dettagli.

 

north-marianne-jamaican-akee-da-artmight-com

Dipinto di Marianne North – frutti di Blighia sapida – immagine da artmight-com

 

Quando Marianne era ormai quarantenne, morto il padre aveva intrapreso nuovi viaggi da sola, andando sempre più lontano. Negli Stati Uniti aveva trovato una flora magnifica già nei parchi, nei giardini privati, negli orti botanici e con quella aveva iniziato la sua carriera di pittrice di piante. Poi si era fatta sempre più audace, anche perché il suo interesse per la straordinaria varietà di forme e colori dei fiori si era accresciuta, spingendola verso il Brasile, il Canada, il Giappone e la Cina. Nonostante i reumatismi la facessero soffrire, ogni volta che era rientrata in Inghilterra per riprendersi dalle fatiche, era ripartita dopo pochi mesi per destinazioni come il Borneo, Giava, Ceylon, l’India, incontrando sempre le persone più interessanti grazie alle lettere di presentazione da parte delle sue altolocate relazioni sociali. Nel 1880 i dipinti botanici realizzati, di grande interesse per gli studiosi, erano diventati tanto numerosi e ammirati da convincerla ad esporli in permanenza presso i giardini Kew di Londra, in una galleria adeguata. Possiamo immaginarci lo stupore che avevano provato i visitatori, vedendo forme e colori che per noi adesso sono abituali, ma che allora erano novità stupefacenti. Su suggerimento di Darwin, aveva deciso di completare la collezione con la flora dell’Australia e dell’Africa e vi si era recata, intraprendendo il suo secondo viaggio intorno al mondo, che includeva anche il Sudamerica di lingua spagnola. Per quanto potesse disporre di ogni comodità, compatibilmente con il luogo, le peregrinazioni erano state comunque faticose e piene di pericoli anche per il gran caldo, il freddo estremo e le malattie, contro cui ancora c’erano scarse difese. La sua vita messa a dura prova, si era così conclusa a sessant’anni, nel 1890.

 

margaret-mee-da-enyonegirl

Margareth Mee – foto da enyonegirl

 

Nel novecento un’altra pittrice inglese aveva affrontato i disagi dei viaggi, andando in cerca di piante. Era stata Margareth Mee, nata nel 1909 e morta nel 1988. Anche lei aveva iniziato la sua carriera di artista botanica intorno ai quarant’anni, dedicandosi però solo al Brasile, dove inizialmente era andata col marito per insegnare pittura nel 1952. Quattro anni dopo si era inoltrata nella foresta amazzonica appassionandosi alla sua particolare flora, tanto da avere poi l’incarico ufficiale di pittrice dall’Istituto Botanico di Sao Paolo. Infatti, nonostante la fotografia permettesse ottimi risultati, la pittura consentiva ambientazioni e dettagli migliori. Inevitabilmente si era appassionata alla causa contro la deforestazione selvaggia e si era unita agli attivisti per attirare l’attenzione mondiale sul grave problema. Fra i suoi fiori preferiti c’erano le orchidee e le bromeliacee, di cui voleva lasciare una testimonianza prima che scomparissero. Le sue ricerche erano state premiate con la scoperta di fiori che poi avevano avuto il suo nome, di cui il più originale è quello della Heliconia chartacea var meeana. Uno dei suoi ultimi lavori era stato il ritratto di un fiore di cactus che sbocciava solo per una notte alla luce della luna (Selenicereus wittii) e che nessuno straniero prima di lei aveva ancora visto aperto. Anche le sue opere sono esposte ai giardini Kew.

 

margaret-mee-da-olimpiareisresque-blogspot-com

il fiore di Selenicereus wittii – foto da olimpiareisresque-blogspot.com

 

 Per trovare i link a tutti gli articoli pubblicati finora nella categoria PIANTE, cliccare qui

 

La straordinaria autonomia delle piante

Exif_JPEG_PICTURE

opera di Sandro Bolpagni nel Giardino Heller a Gardone Riviera (BS)

 

Le piante sono gli esseri viventi a cui tutti noi umani e animali siamo maggiormente debitori mentre loro, senza il nostro intervento sanno trovare la sistemazione più opportuna perché non pesano sulle altre forme di vita, grazie ad una straordinaria autonomia.

Il primo passo nel constatarla era stato fatto nel seicento, quando il chimico e filosofo belga Jan Baptista Van Helmont, aveva messo in un grande vaso un salice, limitandosi ad annaffiarlo per cinque anni, durante i quali la pianta era aumentata di settantacinque chili di peso, mentre alla terra che la sosteneva mancavano solamente sessanta grammi. Era ormai chiaro che i vegetali, per nutrirsi non consumano affatto il suolo, come si era creduto fino ad allora ma, attraverso le foglie, ricavano dall’aria le sostanze necessarie, (principalmente anidride carbonica) che diluiscono nell’acqua succhiata dalle radici coi suoi minerali, trasformandola in dolce linfa, che corrisponde al nostro sangue.

C’erano voluti quasi altri cent’anni per scoprire che le piante rigenerano l’atmosfera, quando il britannico Joseph Priestly, dopo aver consumato l’ossigeno di una campana di vetro con la fiamma di una candela, fino allo spegnimento, vi aveva messo una pianta. Dopo qualche tempo, tolta la pianta e inserita di nuovo la candela accesa, questa aveva trovato di che ardere, con ciò che le foglie avevano appena prodotto.

 

Exif_JPEG_PICTURE

 

Quanto all’acqua, le piante sono in grado di utilizzare sempre la stessa per lungo tempo ed è stato provato dal medico inglese Nathaniel Bagshow Ward che nell’ottocento abitava a Londra, allora molto inquinata da ciminiere e fornaci. Volendo far fare in santa pace a un bruco la propria trasformazione in farfalla, senza essere avvelenato dai veleni dell’aria, aveva messo la crisalide su un po’ di terra con della muffa, per mantenere la necessaria umidità, dentro un vaso di vetro che poi aveva sigillato. Dopo giorni, aveva avuto la sorpresa di vedervi nate una piccola felce e un filo d’erba. Così si era accorto che di giorno l’umidità evaporava condensandosi sul vetro, per ricadere poi col fresco della notte. Allora aveva messo della terra leggermente umida in una cassetta coperta da vetro poi sigillata, dentro cui dei semi erano germogliati e cresciuti fino a diventare belle pianticelle, senza altre aggiunte. Il medico, che conosceva le fatiche degli esploratori botanici per far arrivare intatti con lunghi viaggi via mare, i semi e le piante trovati in paesi lontani, aveva divulgato la sua scoperta in un libro nel 1842, mettendo a disposizione di tutti i botanici uno strumento preziosissimo. Infatti, dopo tante fatiche per trovare i campioni, gli esploratori li dovevano spedire o portare con sé sul ponte di una nave dove la salsedine, il vento, la mancanza d’acqua, il freddo e il caldo eccessivi e altri accidenti, spesso li danneggiavano o distruggevano. In cassette simili potevano invece resistere per moltissimo tempo, riutilizzando continuamente la stessa acqua, emettendo l’anidride carbonica necessaria alla produzione della linfa con il loro respiro e generando l’ossigeno indispensabile alla vita con gli scarti della fotosintesi. Bastava solo che ci fosse la luce del giorno.

 

wardian-case-da-jackwallington-com

cassetta di ward – foto da www.jackwallington.com

 

Questa straordinaria autonomia renderà possibili persino i lunghi viaggi spaziali umani, con la produzione di frutta e verdure fresche grazie alla rigenerazione dell’umidità e degli scarti. Ma intanto le piante, se fossero aiutate invece di essere ostacolate continuamente sulla nostra terra, potrebbero renderla più vivibile riducendo i tanti danni che noi facciamo e mantenendola sempre più bella.

 

 Per trovare i link a tutti gli articoli pubblicati finora nella categoria PIANTE, cliccare qui

L’ecomuseo Oglio-Chiese a Canneto sullOglio (MN)

Exif_JPEG_PICTURE

nella piazza dove ha sede il museo,
vasca ricavata da una barca in cemento del
ponte di barche di Torre sull’Oglio

 

Nella cittadina di Canneto sull’Oglio, che ha nei dintorni il ristorante Dal Pescatore, fra i più rinomati d’Italia, c’è anche il museo civico più multi-comprensivo che ci si possa immaginare. Ha preso vita grazie a dei volontari circa trent’anni fa, che adesso sono straordinarie guide nelle numerose e sorprendenti sale su due piani, nell’edificio ottocentesco di quelle che erano state scuole. Qui si vengono a conoscere molti aspetti della vita del fiume, della terra, degli animali e delle persone lungo i fiumi Oglio e Chiese che si incontrano nei paraggi.

Un tempo a Canneto prosperava la ditta FURVA, produttrice di bambole e giocattoli e la visita inizia dunque al pianterreno con pezzi di fine ottocento fino a quelli moderni del 1993 quando la fabbrica ha chiuso.

 

Exif_JPEG_PICTURE

barca carica di oggetti d’uso fino a 60 anni fa,
in una sala del museo affrescata con uno sfondo adeguato

 

E’ al piano superiore, però, che si conosce il territorio, un tempo paludoso e poi bonificato. Per questo il suolo che in superficie è ricco di limo portato dal fiume, ha una base di torba dura, perché negli acquitrini le piante che muoiono affondano e si sedimentano, iniziando una trasformazione che nel corso dei secoli le porta a diventare carbone. Questa caratteristica è stata favorevole alla crescita degli alberi e degli ortaggi, trasportati poi lungo la rapida e comoda via acquatica ovunque ce ne fosse richiesta. A testimoniare il traffico fluviale fin dai tempi più lontani, nel museo c’è una delle tante piroghe ricavate da un tronco di quercia scavata col fuoco, per arrivare alle barche usate fino a cinquant’anni fa, cariche di tutti gli oggetti adatti al trasporto e alla vendita, fatti di erbe, canne palustri, vimini. La bella pittura murale che copre un’intera parete, rappresenta il paesaggio acquatico, dando un’ambientazione alle barche e agli oggetti esposti. Altrettanto suggestiva è l’atmosfera della sala riservata agli uccelli e agli altri animali tassidermizzati in posture che li mostrano in situazioni caratteristiche, spiegate con maestria dalla guida che accompagna i visitatori, perché sarebbe impossibile realizzare sufficienti pannelli esplicativi per la quantità e varietà di testimonianze della vita locale. Anche le pagine degli erbari, incorniciate e appese, offrono la bellezza delle forme vegetali di cui si vengono a sapere le particolarità e i tanti impieghi che hanno avuto nella cura di umani e animali. Nella sala dedicata agli alberi c’è un’esposizione ad arte dei numerosi innesti possibili e semi di tante forme e colori, mostrate come le perle che in effetti sono.

 

Exif_JPEG_PICTURE

suggestiva esposizione dei vari tipi d’innesto
di alberi e attrezzi necessari allo scopo

 

Affascinanti e rustici giocattoli fatti dagli stessi bambini di un tempo o dai loro genitori, utilizzando pezzi di legno, tappi, tutoli di mais, sono per la gioia di chi apprezza la creatività e il riciclo. C’è poi una collezione di abiti e accessori contadini, una da nobili e possidenti e una da lattanti. Le tradizioni religiose, i miti, le festività di ogni tipo sono documentate da fotografie e da oggetti, compresi quelli che in passato ornavano le tombe con una grazia e una fantasia adesso scomparse dai cimiteri, ma che si possono ritrovare raccolti nella chiesa di Santa Croce, detta dei morti, aperta il mercoledì, il sabato e la domenica mattina.

il sito del museo è http://www.ecomuseoogliochiese.it

 

Julieta

julieta

 

Film di Pedro Almodovar del 2016. Una professoressa di greco ripercorre attraverso la scrittura, i momenti della propria vita dal momento in cui, un trentennio prima, aveva concepito la figlia Antia, che da dodici anni ha fatto perdere le proprie tracce. A rendere negative quelle che sarebbero potute essere vite felici, sono due tragedie in cui madre e figlia hanno avuto una parte marginale, ma che sentono come una colpa. Il peso di una tale sensazione è tale da impedire ad entrambe di parlarne, prima di tutto con le persone che amano, finendo con l’escluderle totalmente dalla propria vita. Al contrario del senso di responsabilità che fa elaborare e risanare le conseguenze degli errori, il senso di colpa opprime, distrugge e spande nuovo dolore intorno a sé, colpendo chi meno se lo merita. Nel film, solo quando le circostanze portano ad un primo chiarimento e a sperimentare la profondità della sofferenza inflitta ad altri, si aprono gli spiragli per una direzione più giusta da dare alla vita.

 

Per molte altre recensioni di film che aiutano a comprendere l’animo umano, cliccare qui

Frutta e frutti

Exif_JPEG_PICTURE

composizione di frutti legnosi, cuoiosi, cartacei e piumosi

 

Tutte le piante fanno dei frutti, dentro cui ci sono i semi. E mentre con la parola frutta si indicano i frutti che noi mangiamo comunemente come le ciliegie, con la parola frutti si possono intendere i baccelli, le capsule, le pigne, le bacche e qualsiasi altra forma anche minuscola, che contiene dei semi. I fiori che si riproducono velocemente attraverso i bulbi, come le iris, se vengono fecondati e lasciati sugli steli, senza coglierli, immancabilmente producono dei frutti e dunque dei semi, dai quali nascono nuove piante in tempi più lunghi rispetto ai bulbi. I frutti possono essere legnosi, come le pigne, cuoiosi come le faggiole, cartacei come i dischetti dell’olmo, piumosi come quelli del pioppo femmina.

 

Exif_JPEG_PICTURE

frutti del falso gelsomino

 

La bellezza delle forme e dei colori di questi frutti è altrettanto affascinante e varia di quella dei fiori e generalmente durano molto più a lungo sulla pianta. Se li si colgono e li si conservano, si mantengono intatti anche per anni. Pur essendo a volte fragili come quelli della koelreuteria, sanno resistere per mesi alla pioggia e al vento, rilasciando i propri semi in tempi diversi, con diverse probabilità di attecchimento nel terreno. Tutti sono elaborati dalle piante per avere la massima probabilità di germogliare e mentre i semi pesanti vengono trasportati generalmente dagli animali, come succede alle ghiande, nascoste in tantissimi posti diversi da scoiattoli, ghiandaie, nocciolaie, quelli leggeri sono portati lontano dal vento. La loro vitalità può durare anche solo pochi giorni, oppure resistere per centinaia di anni, a seconda della necessità, perché la natura cerca sempre di evitare lo spreco, anche se non sempre capiamo le sue numerose modalità. Dunque gli alberi o altre piante che vivono in luoghi molto difficili danno ai propri semi una resistenza notevole, mentre quelli che hanno grandi facilitazioni dal loro ambiente, evitano di impiegare energie in sovrappiù.

 

Exif_JPEG_PICTURE

frutti dell’iris

 

Intanto rallegriamoci delle bellezza di questi frutti, che ho raggruppato nella mia composizione e che potrete raccogliere in tempi diversi dell’anno durante le passeggiate nei parchi, nei giardini, lungo le strade

Vi indico i nomi, ma a collegarli alle piante provateci voi: Gelsomino, alkekengi, loto, iris, ibisco, bouganville, enagra, staphilea, cardo campestre, koelreuteria, nocciolo turco, liriodendro, salicone, frassino, acero, cryptomeria, quercia vallonea, tiglio, albero dei fazzoletti, metasequoia, platano, tsuga, liquidambar, ontano, carpine nero, olmo, tuya, calocedro.

Sui frutti legnosi trovate un articolo qui

Sui frutti cartacei trovate un articolo qui

 Per trovare i link a tutti gli articoli pubblicati finora nella categoria PIANTE, cliccare qui

 

 

Carpe pulitrici nelle kabata giapponesi di Harie

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

kabata giapponese – foto da giapponizzati.com

 

In Giappone nel Villaggio dell’Acqua Viva, (Harie, nella prefettura di Shiga), scorre un torrente d’acqua limpida di montagna fino al lago Biwa, che più a valle alimenta le risaie. Lungo il suo percorso varie sorgenti trovano uno spazio privato in ogni casa, dentro una vasca chiamata kabata, rifornita attraverso tubi e scivoli di bambù. In ciascuna nuota almeno una carpa, animale domestico molto amato dai giapponesi, nutrita con gli scarti dei vegetali e gli avanzi di cucina che le si gettano. L’acqua, però, rimane sempre limpida e pura, perché ciascun pesce mangia fino all’ultima briciola. Si potrebbe pensare che le carpe, nonostante riciclino i rifiuti, ne producano a loro volta dopo la digestione, ma quella in cui nuotano, oltre ad essere acqua corrente, mantiene sul fondo dei canali e nelle vasche le erbe che utilizzano i minerali della fanghiglia depositata e con la fotosintesi si alimentano e producono ossigeno, completando la pulizia in modo perfetto, come succede in tutti gli ecosistemi equilibrati.

 

kabata-harie-da-jpninfo-com

Harie – foto da jpninfo.com

L’acqua, fresca com’è, serve anche a conservare in ottimo stato il tofu, la frutta e la verdura che vi si immergono.

La particolarità di questo sistema di smaltimento dei rifiuti ha fatto del villaggio un’attrazione turistica che avvicina anche alla conoscenza delle carpe, grossi pesci con due barbigli sui lati della bocca, utili per trovare il cibo, smuovendo il fondale dei laghi dove vivono di solito. A Harie questo non avviene, perché il necessario al sostentamento arriva dall’alto, dalle mani dalle massaie. Loro parenti sono le colorate carpe koi, alloggiate nelle vasche dei giardini giapponesi, con un ruolo decorativo e affettivo.