Casoni veneti: edilizia rurale di qualità

Exif_JPEG_PICTURE

Casone di via Ramei – Museo della Cultura opolare -Piove di Sacco (PD)

Le case rurali che si costruivano i contadini e i pescatori veneti vicino al fiume Brenta e al mare Adriatico, erano fatte col materiale disponibile in abbondanza sul posto: argilla, cannucce di palude, erba palustre, tronchi d’albero. Si chiamano casoni e di loro si trovano testimonianze fin dal quindicesimo secolo. Con la terra dei campi impastata insieme alla paglia si facevano i mattoni che asciugavano al sole e venivano assemblati con fango fresco, per alzare le pareti. Venivano poi rifinite con la calce mentre il pavimento, ben pressato e lisciato, restava di terra cruda. Solo i pilastri portanti di legno, poggiavano su grosse pietre per non marcire e reggevano anche le travi del tetto, dagli spioventi molto ripidi. Era ricoperto con mannelli di cannucce di palude legati all’intelaiatura di legno ed era sormontato da un colmo in erbe palustri o coppi in terracotta. La manutenzione doveva essere frequente e ogni due anni occorreva integrare le parti danneggiate dal vento, dagli insetti, dalle muffe o dal fuoco. C’erano i casoni di caccia, di forma conica, i casoni veneti, di forma rettangolare e i casoni di valle, meno caratteristici e fatti di laterizio, che i ricchi si costruivano per passare l’estate in laguna.

 

Exif_JPEG_PICTURE

Caso di via Ramei – ripostiglio/cantina e platano secolare

 

Nel territorio Piove di Sacco e di Codevigo, in provincia di Padova, rimangono alcuni casoni restaurati e visitabili, lungo i canali esterni all’abitato. In via Fiumicello 44 c’è il casone rosso, mentre in via Ramei si trova quello che è conosciuto come Museo della Cultura Popolare perché è completo di arredi e attrezzi, è circondato da un boschetto e dai campi, oltre ad una roggia di cui un tempo utilizzava l’acqua. Un platano e un giuggiolo ultracentenari gli fanno compagnia, messi a dimora ai tempi della costruzione originale, rifatta con muri e pavimento in cotto, dopo che i proprietari l’hanno ceduta al Comune alla fine degli anni settanta. All’interno si visita la cucina, rivolta a sud, per usufruire al massimo della luce e del calore del sole, completa di ciò che probabilmente vi si trovava un tempo, quando la famiglia conviveva con gli animali. Mucche, asino, galline erano ospitati in una seconda stanza rivolta a nord, più fresco e per questo più adatto a limitare cattivi odori e parassiti. Il calore dei loro grandi corpi riscaldava i locali in inverno, quando la legna si bruciava solo per cucinare nel camino della cucina. Anche qui come nella camera da letto si trovano gli arredi e nel sottotetto, un tempo adibito a fienile, sono ordinati gli attrezzi per il lavoro dei campi, tra cui la coltivazione delle barbabietole, destinate agli zuccherifici della vicina cittadina di Pontelongo. Le finestre sono piccole per ridurre il freddo d’inverno e il caldo d’estate, ma c’è un grande abbaino quadrato e inclinato sul tetto, per la ventilazione dei prodotti agricoli e l’illuminazione del sottotetto. Un casone più piccolo, accanto a quello principale, era destinato al ruolo di ripostiglio e cantina.

 

Exif_JPEG_PICTURE

Casoni a Conche di Codevigo (PD)

 

A Vallonga di Arzergrande si trova il casone azzurro e nel territorio di Conche di Codevigo, dove il paesaggio lagunare è più libero e suggestivo, spicca un casone di valle e tre casoni dal tetto altissimo. A Caorle (VE) e a Marano (UD) si trovano casoni stagionali di pescatori, più semplici e senza camino, dato che il fuoco si accendeva al centro dell’unica stanza e il fumo caldo sfuggiva attraverso la copertura del tetto, asciugandolo.

L’interno dei casoni di Piove di Sacco sono visitabili nella bella stagione solo di domenica ed è bene informarsi presso il comune per avere indicazioni precise ed eventualmente prenotare le visite.

I tetti ricoperti di cannucce di palude erano e sono comuni anche per le dimore signorili nelle campagne olandesi, inglesi e dei luoghi dove questa pianta si trova in abbondanza.

I muri in terra cruda sono stati molto diffusi in varie zone d’Italia per le case contadine fino all’epoca fascista, quando si è cercato di sostituirle con altre più consone all’idea egualitaria dell’epoca. Lo stesso è successo coi casoni. La cattiva fama di simili costruzioni era dovuta al fatto che si viveva in promiscuità e in condizioni igieniche precarie, a causa della povertà e dell’ignoranza degli abitanti.

Questi materiali sono stati usati fin dai tempi più lontani in tutto il mondo con ottimi risultati anche per le abitazioni cittadine e lo sono tuttora. Anzi, adesso sono privilegiati per le case più all’avanguardia dal punto di vista della salubrità e sostenibilità ambientale, oltre che dell’originalità delle forme. A questo riguardo potrete leggere questo articolo.

 

 

Fioriture a distesa

Exif_JPEG_PICTURE

fioritura della colza vicino a Urbana PD

 

Da Febbraio ad Ottobre, viaggiando lungo alcune strade è possibile vedere i campi colorati da fioriture spettacolari, a volte spontanee, altre volte dovute a coltivazioni.

Ad aprile fiorisce la colza, dai cui semi si ricava foraggio, olio alimentare o per biodiesel e i campi prendono un colore giallo limone molto carico e compatto. Lo si può vedere un po’ ovunque nelle campagne, soprattutto nel nord Italia.

E’ sempre ad aprile che nel parco del castello di Pralormo (TO) fioriscono migliaia di tulipani che fanno credere di essere in Olanda, dove sono arrivati alla fine del cinquecento dalla Turchia originaria, facendo letteralmente impazzire la gente. I tanti appassionati, attraverso le ibridazioni avevano creato innumerevoli varietà di colori e di forme. I bulbi erano venduti a prezzi sempre più alti, fino a raggiungere il valore di interi palazzi. L’inevitabile fine era stato un disastro finanziario nel 1634, ma i fiori, rimasti nel cuore degli olandesi, hanno continuato una felice permanenza.

fiori-di-lino-pietralunga

fioritura del lino – foto dal sito del comune di Pietralunga

 

A giugno sui campi di Pietralunga (PG) si vedrà galleggiare la fioritura azzurra del lino, ma solo per qualche ora al giorno, perché i fiori appassiscono rapidamente e vengono sostituiti da altri l’indomani. Questa pianta è coltivata per la fibra pregiata che se ne ottiene, fresca e assorbente, perfetta per indumenti estivi. I semi sono però altrettanto utili sia come nutrimento proteico e rinfrescante, sia per uso medicinale che industriale, artigianale e artistico dell’olio che se ne ottiene, ideale per le vernici, i colori, il legno. Le più grandi coltivazioni si trovano in Francia, Olanda, Belgio, Russia, Romania.

A giugno fioriscono anche gli americani girasoli e nella Val d’Orcia se ne vedono grandi campi. Queste gigantesche infiorescenze, composte da numerosissimi piccoli fiori disposti a spirale nel disco centrale, che nella parte più esterna terminano ciascuno con un grande petalo, producono semi dalle notevoli proprietà nutritive e medicinali, ottimi da mangiare tostati, da cui si produce anche l’olio alimentare o per biodiesel.

 

lenticchie-castelluccio-da-bellaumbria-net

lenticchie in fiore a Castelluccio PG – foto da Bellaumbria.net

 

Famosissima è la fioritura delle lenticchie nelle campagne di Castelluccio di Norcia (PG), che va da maggio a luglio. Grandi rettangoli o strisce in azzurro, rosso, giallo si possono ammirare dall’alto delle colline con tale piacere da costituire un’attrazione turistica. Le piante di legumi hanno fiori di particolare bellezza tanto nella forma che nei colori. I piselli odorosi ne sono forse il più illustre esempio, passato dall’orto al giardino. In più, oltre ad avere un alto contenuto in proteine, le leguminose nutrono i terreni su cui crescono, grazie alla trasformazione dell’azoto dell’aria in una versione adatta al nutrimento del suolo, che giova alle piante ben più della concimazione diretta a loro.

 

lavanda-da-provenzafrancia-it

lavanda in Provenza – foto da provenzafrancia.it

 

Tra fine giugno e luglio, anche in Italia si trovano campi di lavanda dal bel colore viola, che sono caratteristici della Provenza. A Venzone in Friuli, dove si celebra anche una festa in suo onore, in Liguria a Carpasio, Colle di Nava e Taggia. La lavanda, oltre ad essere ornamentale e venire utilizzata come profumo e anti-tarme, possiede ottime qualità medicinali particolarmente benefiche per la pelle e contro il mal di testa.

Ad ottobre sbocciano in gran quantità i crochi da zafferano nei campi intorno alla città dell’Aquila, ma anche nelle Marche, in Abruzzo, Sardegna, Toscana, Umbria, Basilicata. Sui crochi trovate un articolo qui. A Febbraio fioriscono quelli ornamentali, che si possono vedere su un grande prato all’interno della proprietà del FAI: la villa Bozzolo di Casalzuigno (VA)

A Marzo e inizio di Aprile, molti prati si imbiancano come per una nevicata, per effetto delle pratoline in fiore che resistono, insieme al tarassaco, a tutte le falciature e i calpestii. A Brescia 2 segnalo il prato del parco pubblico accessibile da via Lamarmora.

 

Farfalle: voli senza limite

buddleia-da-giardinaggio-it

Farfalla su fiori di buddleja – foto da giardinaggio.it

 

La particolarità dei bruchi, di chiudersi in bozzoli e crisalidi per trasformarsi in creature alate, è stata sfruttata da noi umani per far nascere farfalle anche in luoghi lontanissimi da quelli in cui sono state deposte le uova. Le pupe vengono adagiate su strati di bambagia dentro delle scatole e spedite ovunque nel mondo agli allevatori e ai semplici appassionati, da cui vengono messe nell’ambiente in cui poi sfarfallano.

A breve distanza è possibile anche comperare farfalle vive, custodite con le ali chiuse per alcune ore in buste che si aprono in occasione di matrimoni o altre feste, liberandole per vederle volare via.

Le farfalle Monarca, invece, viaggiano in enormi sciami per migliaia di chilometri dal Canada al Messico per svernare ogni anno.

Le Sfingi Testa di Morto risalgono in estate dall’Africa verso l’Europa, in cerca di un clima più fresco.

 

buddleia-davidii-da-giardinaggio-it

buddleja davidii – foto da giardinaggio.it

 

Un giardino visitato delle farfalle ha un fascino superiore a qualsiasi altro. Se non si ha la fortuna di vederle arrivare spontaneamente, occorre predisporre il necessario perché possano installarsi, ricordando che nella prima parte della loro vita sono bruchi mangiatori di foglie di determinate piante e, una volta messe le ali, ricercano il nettare di altre.

Senza un grande giardino dove i bruchi possano nutrirsi senza fare danni vistosi alle piante, bisognerà attirare solo le farfalle che, tutte quante, trovano irresistibile la bella e profumata buddleja, importata in Europa dall’Asia a fine ottocento come arbusto ornamentale e per consolidare i pendii delle ferrovie, impedendo le frane. Ha infatti radici profonde e robuste, resiste al freddo e alla siccità. E’ diventata infestante non solo per queste sue virtù, ma anche perché i suoi numerosissimi fiorellini riuniti in lunghe e dense pannocchie, producono una quantità enorme di minuscoli semi che si disperdono facilmente. E’ necessario dunque tenerla a bada per non lasciarle invadere il vicinato, ma le si sarà riconoscenti per la fioritura durante tutta l’estate, il delicato profumo, i bei colori e le tante farfalle che, visitando lei, rallegreranno anche noi. Un piacevole contrasto di colore lo darà il camedrio, dalle foglioline vellutate color argento e i piccoli fiori lilla, che piacciono alla grande e bella farfalla Macaone.

 

teucrium-fruticans-da-acta-planctarum

camedrio -Teucrium fructicans- foto da actaplanctarum.it

 

Altri articoli sulle farfalle si trovano qui.

 

 

 

 

Serenate di grilli

grillo-campestre-da-pro-natura

grillo campestre – foto da Pro Natura

 

Per la festa dell’Ascensione, all’inizio di maggio, a Firenze era tradizione celebrare la Festa del Grillo nel Parco delle Cascine, lungo il fiume Arno. Forse era stata scelta questa ricorrenza religiosa perché l’insetto, dopo aver passato l’inverno sotto terra in forma uovo e poi di larva, con l’ultima muta mette le ali e “ascende” nell’aria. Tornato poi nell’erba inizia i suoi delicati concerti, strofinando le ali per suonare come una campanella d’argento. Di giorno o di sera, lo fa per attrarre una compagna e per segnare il territorio della sua breve vita di cento giorni. Quell’antica festa fiorentina attirava tutte le famiglie e ancora di più i bambini che li stanavano con un filo d’erba, poi li mettevano in gabbiette di sughero e se li portavano a casa. Una volta non si pensava all’ingiustizia di sottrarre alla loro vita naturale tanti animali e solo negli ultimi decenni lo si è proibito per legge. Il Gryllus campestris è nero, con una grande testa tonda e lunghe antenne, innocuo per le coltivazioni, mentre il Grillotalpa grillotalpa di colore bruno è molto dannoso perché scava gallerie nel terreno e mangia le radici delle piante.

gryllotalpa_gryllotalpa-foto-didier-descouens-wikipedia

il dannoso grillotalpa – foto di Didier Descouens da Wikipedia

 

Fin dall’antichità i cinesi hanno avuto una passione per i grilli, di cui apprezzavano anche le doti di guardiani delle case e dei palazzi nelle notti d’estate, dato che si zittivano appena qualcuno, camminando nell’erba, si avvicinava con cattive intenzioni. Alla corte imperiale erano tenuti come animali da compagnia e per dare maggiore intensità al suono, si spalmava sulle loro ali la linfa di cipresso o di un particolare pino cinese.

I grilli sono dei solitari e vivono in tane singole, così i loro nobili proprietari li alloggiavano dentro raffinati terrari di ceramica o piccole zucche lagenarie, fatte crescere dentro stampi dalle forme più diverse per dare alloggio a grilli diversi. Gli stampi erano anche finemente incisi e ogni dettaglio restava poi impresso sulla zucca così impreziosita, dopo che lo stampo era stato rotto e la zucca essiccata per sei mesi, svuotata e dipinta.

Ma se c’era e c’è chi apprezza i grilli per il loro suono, molti ne preferiscono le doti di combattenti e si appassionano ad incontri molto seguiti da tifosi e scommettitori. In autunno diventa un divertimento di massa. I proprietari li portano con sé dentro gabbiette cilindriche ma curve, per tenerseli al caldo vicino al corpo.

 

acheta_domestica_male-foto-heraxoft-da-wikipedia

grillo del focolare – foto di Heraxoft da Wikipedia

 

Anche i giapponesi sono sempre stati estimatori di grilli e nell’altare del tempio di Suzumushi vivono grilli della specie che porta lo stesso nome.

Non dovrebbe essere difficile allevarli per dare ai giardini d’estate, il più bello dei suoni. Una coppia selvatica potrà essere ospitata in un vaso di terracotta come una pianta, nascondendovi gusci d’uovo dove i due possano rifugiarsi. Inumidire la terra, nutrirli con insalata e frutta potrà farli star bene e favorire l’espansione della famigliola.

I grilli del focolare Acheta domesticus, di colore bruno giallastro, vivono volentieri nei punti caldi delle case, ispirando la fantasia per le favole di ogni tempo. Ma occorre fare attenzione ai gatti, che li potrebbero mangiare.

.

 

 

 

Il corbezzolo e la sua farfalla

fiori, frutti e foglie del corbezzolo

fiori, frutti e foglie del corbezzolo (Arbutus unedo)

 

Il miele amaro di corbezzolo sembra una crema, nel vasetto di vetro. Le api lo hanno elaborato in Dicembre, quando le piante sempreverdi sono cariche allo stesso tempo delle campanule dei fiori simili a mughetti e dei frutti tondi e rossi. Una minuscola goccia della linfa appena distillata dalle foglie alla luce del poco sole invernale, aspettava di essere bevuta nel fondo di ciascuno dei calici bianchi, per ricompensare gli insetti delle loro visite. Il sapore amarognolo del tannino che protegge i corbezzoli dai parassiti e anche dalle fiamme, si mescola alla dolcezza del trasparente sangue vegetale sotto la corteccia rossastra e liscia, a strisce, nelle vene sottili degli arbusti che in Sardegna diventano alberi, a forza di vivere.

Sui pendii ripidi o lungo le coste delle nostre regioni più calde, le radici profonde e nodose li hanno installati saldamente, così che hanno potuto proteggere il terreno e ridargli nuove possibilità, fertilizzandolo, inumidendolo ed evitando che franasse o venisse eroso dall’acqua. Resistono bene agli incendi e sono fra i primi a ricolonizzare i terreni dopo il passaggio delle fiamme. Sono parenti dell’erica e, come lei, vivono spesso in simbiosi coi funghi per scambiarsi sostanze nutrienti. La radica di entambe, cioè la parte nodosa alla base del fusto o nelle radici, a volte causata da tagli o da particolari accidenti dell’albero, è utilizzata per farne pipe. L’abbondante tannino serviva alla concia delle pelli. Le belle foglie seghettate hanno tante proprietà curative, che disinfettano e calmano le infiammazioni di chi sa farne buon uso. Coi frutti un poco insipidi ci si può fare vino, aceto o marmellata, se gli uccelli non li hanno mangiati tutti.

 

charaxes_jasius-dorsal-foto-didier-descouens-wikipedia

dorso della ninfa del corbezzolo – foto Didier Descouens da Wikipedia

 

Una delle più belle farfalle italiane è la ninfa del corbezzolo Charaxes jasius, che quando è ancora bruco e ne mangia le foglie è di un bel verde e lo rimane anche quando si impupa e si appende ad un ramo per qualche settimana. Diventato farfalla dai bei colori e dalle codine caratteristiche, rimane vicino all’albero per succhiare il liquido zuccherino dai frutti che hanno la buccia tanto morbida da non essere un problema per la sua proboscide, chiamata spiritromba. Spesso, invece, le farfalle che si nutrono delle foglie di una pianta, se ne allontanano per nutrirsi del nettare di un’altra. I bruchi delle ninfe del corbezzolo nascono a maggio/giugno e diventano farfalle, mentre quelle di agosto/settembre passano l’inverno sotto le cortecce come larve, per trasformarsi in farfalle ad aprile/maggio. In quel periodo, però, sul corbezzolo non ci sono più frutti né fiori, che compaiono verso l’autunno. La farfalla si nutre dunque dei succhi di frutti marcescenti e, se la si vuole vedere, è possibile attirarla offrendole liquidi zuccherini con cui imbevere un pezzetto di tessuto posato su un piattino.

 Articoli sulle farfalle si trovano qui, qui  qui.

Corbezzoli monumentali si trovano a Seui (OT) e a Trieste

 

 

 

Parlare come uccelli

Serinus_canaria di Jorg Hempel - wikipedia

canarino selvatico – foto di Jorg Hempel da wikipedia

 

Gli antichi pastori delle isole Canarie, che passavano la maggior parte del tempo in solitudine su pascoli molto distanti gli uni dagli altri, per entrare in contatto fra di loro avrebbero dovuto saper volare come gli uccelli. Ma da quelle affascinanti creature hanno imparato qualcosa più alla portata umana e quasi altrettanto efficace: il suono. Nelle lunghe giornate trascorse sui prati, in ascolto dei loro canti, modulando fischi sono riusciti ad elaborare un linguaggio potente, capace di farsi comprendere da molto lontano, indifferente agli ostacoli che limitano chi è senza ali.

Mentre gli uccelli, però, utilizzano la siringe, un sistema di cartilagini che si trova all’incirca dove noi abbiamo le corde vocali, per ottenere un risultato paragonabile al loro gli uomini hanno dovuto utilizzare la lingua e le labbra. Posizionandole in modo da poter spingere fortemente l’aria attraverso un passaggio molto stretto ma anche facilmente modellabile attraverso un dito che vi introducono, sono riusciti a creare una tale varietà di suoni, da potersi parlare in modo molto articolato, come con le parole, che sono ben quattromila.

Sull’isola di Gomera e poi sulle altre dell’arcipelago si è diffusa una nuova lingua, che è stata ritrovata anche nei Pirenei ad Aas, nel Bearn francese.

 

La_Gomera_NWW

isola della Gomera in una foto della NASA da Wikipedia

 

Dato che questo linguaggio è formato da vocali e consonanti, i fischi spagnoli sono diversi da quelli francesi, anche se noi non riusciremmo neppure ad accorgercene. Il sistema delle Canarie era stato ideato dall’antico popolo dei Guanchi e adattato dagli spagnoli che hanno conquistato le isole nel quindicesimo secolo. Ai pastori francesi può essere arrivato attraverso dei marinai, dato che la zona in cui sussiste ancora si affaccia sull’oceano Atlantico, in cui sono radicate quelle isole.

Negli anni sessanta del secolo scorso la ricerca del benessere economico, con l’abbandono delle campagne ha fatto quasi scomparire questo modo di comunicare, anche perché considerato retaggio di povertà e ignoranza. E’ stato rivalutato a partire dagli anni novanta, al punto che in alcune delle zone d’origine lo si insegna a scuola e all’università, conosciuto principalmente col nome di Silbo Gomero e diventato patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, che nei paesi si usa durante i festeggiamenti religiosi.

Del resto, il simbolo animale di quelle isole è il canarino, che sa gorgeggiare mirabilmente, mentre quello vegetale è la palma delle Canarie, su cui magari il piccolo uccello si posa per diffondere le sue note.

Su youtube potrete ascoltare delle dimostrazioni.

 

Legni di colore

pau brasil foglie e legno di Valentino Liberali -Wiki

pau brasil – foto di Valentino Liberali da Wikipedia

 

Foglie, frutti, fiori, radici di molte piante erbacee e di licheni sono stati ampiamente utilizzati fino all’ottocento per tingere i tessuti, i capelli, la pelle o dipingere quadri. Anche molti alberi sono stati sacrificati per questo scopo e dal loro nome deriva addirittura quello del Paese di cui sono originari. E’ il caso del pau brasil di cui si riconosce facilmente la provenienza e anche il colore, dato che brasa significa brace. L’albero è chiamato anche pernambuco, da cui ha preso il nome l’omonimo stato brasiliano. Il termine scientifico è però Caesalpina echinata, albero leguminoso, spinoso e con piccole foglie, come molti di questa famiglia. Ha fiori profumati con 4 petali gialli e uno rosso.

Oltre ad essere usato per realizzate oggetti, il legno in passato è stato sminuzzato per estrarne il colorante di buona qualità e minor costo rispetto agli altri, così che il taglio scriteriato degli alberi lo ha portato quasi alla completa estinzione nel giro di un secolo. Così nei suoi spazi è subentrata la produzione di canna da zucchero e di caffè. Adesso è coltivato come albero ornamentale.

 

Haematoxylon_campechianum foto kurt stueber da wikipedia

foglie di campeggio – foto di Kurt Stueber da wikipedia

 

Un’altra leguminosa colorante rossa in cui si riconosce una città è il messicano albero di campeggio, in spagnolo campeche, Aematoxylon campechianum. Anche lui è spinoso e ha fiori bianchi. I vari colori che si possono ottenere, dipendono dall’ossidazione di una sostanza incolore che tende al giallo rosso se il ph viene reso acido, mentre va verso il rosso violetto se alcalino. Con successivi bagni si arrivava al nero con sfumature blu, rosse o verdi.

Il nero si otteneva anche col tannino del legno di castagno e di quercia o con le foglie e il mallo di noce, colti a giugno e lasciati a fermentare anche per un anno. Il colore ocra, terra di Siena e verde oliva potevano essere ottenuti con gli stessi ingredienti. Il marrone si ottiene anche dall’ontano e dal salice rosso.

 

henne fiori e frutti

henné fiori, frutti e foglie – foto da natureloveyou sg

 

L’henné, conosciutissimo arbusto di origine nordafricana e indiana, che può vivere anche cent’anni diventando alto come un albero, ha il nome scientifico di Lawsonia inermis, perché il naturalista inglese John Lawson l’aveva descritto diffusamente. Ha fiori bianchi o rosa con semi blu, ma il colorante rosso si ottiene dai ramoscelli triturati. Fin dal tempo dei faraoni è documentato il suo impiego per tingere la pelle, i capelli e i tessuti, anche perché è disinfettante. In ambiente acido, (con aggiunta di aceto o sale, per esempio) il colore si fissa meglio.

 

Altri articoli sui vegetali coloranti si trovano qui

 

 

Chiavenna: il lavoro dell’acqua

Exif_JPEG_PICTURE

Chiavenna e il fiume Mera

 

 

Giganteschi massi precipitati dalle montagne migliaia di anni fa dopo che i ghiacciai si erano sciolti, riposano sul fondovalle sotto i passi dello Spluga e del Maloja. La terra, i muschi, le piante, li hanno rivestiti di verde, ma aria e acqua hanno continuato a correre negli spazi fra i macigni, in cui l’alito pulito delle montagne soffia ed esce da ogni fessura verso i borghi e la cittadina, che forse anche per questo è più fresca di altre in estate e più confortevole in inverno. In tanti hanno costruito i crotti, le baite di pietra a ridosso dei varchi tra masso e masso, verso cui si lasciava aperta una stanza dove conservare cibi e bevande a temperatura sempre uguale. A Chiavenna, d’estate, quando i platani e gli ippocastani monumentali in piazza del Prato Giano dispensano buona ombra, lungo le stradelle su cui si affacciano i crotti, freme un brivido da alta quota. Nei vicoli stretti e lastricati di porfido, arriva la deliziosa freschezza dell’aria e quella dell’acqua che sgorga libera dalle tante fontanelle, mentre si cammina verso il bosco delle marmitte dei giganti. Sono tanti i sentieri per salire fra le rocce levigate durante le remote estati in cui la spessa coperta dei ghiacciai che le nascondeva al sole, lasciava filtrare dai crepacci l’acqua appena sciolta, che trascinava i sassi incontrati per via. Precipitavano per decine di metri, mulinando e incidendo il fondo fino a farne grandi catini che adesso restano sempre pieni d’acqua a cui è impossibile evaporare del tutto.

 

Exif_JPEG_PICTURE

marmitta dei giganti a Chiavenna

 

Forse era nata anche da qui l’idea di scavare nella pietra ollare le pentole con cui si cucina ancora da queste parti. Restano le tracce dei prelievi sulle rocce, spesso nascoste dagli alberi, di tanto in tanto separate da prati e belvedere. Ogni giorno si può seguire un sentiero diverso, in mezzo a un paesaggio sempre nuovo, dove vivono carpini che spargono semi come molliche di Pollicino, qualche ciliegio selvatico, immancabili noccioli, querce e rari castagni. Poco più avanti hanno messo radici i larici dalle chiome leggere, i pini silvestri dai rami arancione, le eleganti betulle dal tronco bianco.

Il Comune ha voluto che gli artisti realizzassero opere effimere da lasciare nei punti più adatti a nutrire le suggestioni del posto: un’enorme impronta di piede umano premuta nella terra, due bambini e un cane che guardano il cielo, una sorta di spina dorsale arborea. Quando il bosco si apre in un prato, ci si trova di fronte ai versanti delle montagne che salgono ripidi e finiscono aguzzi come denti di predatori. Audaci paesini hanno approfittato di qualche pianoro per sistemarsi e crescere quando i boschi e i campi erano il posto di lavoro dei più. Sotto, a precipizio, stanno le case di Prosto e di Chiavenna, che ha l’orto botanico sollevato sopra massi titanici collegati da un ponticello. Si chiama Paradiso e ne ha diritto, tanto è bello e alto sopra la cittadina. Il fiume Mera, poco profondo e tutto scintillante fra i massi sbiancati dal sole, lo si può costeggiare a piedi a ritroso verso Prosto, in piano, raggiungendo altri crotti, dove si intravvedono porticine semi-nascoste da una vegetazione bella come quella di un giardino, dissetandosi a una fontana che pare sgorgare da un antico castagno.

Sono spariti tutti gli opifici e i mulini che l’acqua del fiume muoveva in passato, tranne uno, in città, diventato museo. E a Prosto c’è lo spettacolo continuo delle grandi cascate dell’Acqua Fraggia e la villa che cinquecento anni fa era stata tutta affrescata per la famiglia Vertemate Franchi.

Bellissima e più tranquilla è la cascata del Boggia, nel vicino comune di Gordona.

 

cascate dell'Acquafraggia a Prosto

cascate dell’Acquafraggia a Prosto

 

In direzione opposta, a Prata Comportaccio, stanno i crotti uno in fila all’altro, che hanno davanti un cortile coi tavoli e le panche di pietra, i muri resi accoglienti da nicchie, volte, scalette, porticine, ombreggiati quasi sempre da ippocastani che hanno più di cent’anni. Erano forse stati scelti per poter dare le castagne “matte” come foraggio ai cavalli, che qui sostavano certamente prima e dopo aver affrontato la salita verso la Svizzera. Ci sono da quando la valle è stata abitata e molti portano incisa nella pietra una data di cinquecento anni fa. Sono sparsi in tutta la valle, fino oltre i mille metri di altitudine, coi tetti di pietra su cui crescono abbondanti le pianticelle succulente e le scale sono ornate di felci e muschio.

Chiavenna ha nel suo passato un episodio per noi strano, che non lo era fino a poco più di cent’anni fa: un processo, con il proclama affisso in cinque boschi, ai bruchi che avevano fatto strage delle foglie degli alberi. E’ un frammento di storia che sa di leggenda, in una cittadina antica e favolosa.

Su Chiavenna trovate anche  l’articolo sull‘Orto Botanico e sul Mulino Bottonera. Per i dintorni trovate il Museo dello Spluga, mentre per gli alberi monumentali poteve visitare la pagina dedicata.

 

 

Come si fa la pace: la commissione per la verità e la riconciliazione

Exif_JPEG_PICTURE

 

Quando Nelson Mandela era diventato presidente del Sudafrica nel 1994, aveva affrontato il difficilissimo compito di riappacificare la popolazione bianca con quella nera, dopo che si erano combattute e odiate per moltissimo tempo. C’era il forte rischio di guerra civile, perché i neri volevano rifarsi del lungo periodo di segregazione, degli abusi di ogni genere, delle violenze subite fino ad allora. I bianchi avevano paura delle vendette.

Mandela, però, era un grande conoscitore dell’animo umano e nei ventisette anni durante i quali era stato prigioniero politico, aveva riflettuto sulle soluzioni possibili per la pace, una volta che fosse stato di nuovo libero. Voleva una vita giusta per tutti e non solo per i neri. La sua sensibilità e lungimiranza gli erano state di aiuto per fare i passi fondamentali, indispensabili a questo scopo: imparare la lingua dei bianchi boeri, ovvero l’afrikaans, studiare la loro cultura, la loro storia, leggere i loro libri e giornali, cercare di capirli. Così, appena diventato capo di Stato, aveva fatto ciò che nessuno si aspettava, trattando gli ex nemici con lo stesso rispetto degli amici, cercando la loro collaborazione alla costruzione della nuova nazione “arcobaleno”. I suoi stessi famigliari, molti amici e compagni di partito, ovviamente si erano trovati in disaccordo con una simile scelta, del tutto diversa da ciò che avrebbe fatto chiunque di loro e aveva dovuto sostenere con grande coraggio il suo piano per il bene comune. Sapeva che privilegiare “i suoi” avrebbe finito col fare del male a tutti, perpetuando l’inimicizia fino alla rovina.

 

Nelson-Mandela

Nelson Mandela da idainternational.org

 

Quando era stato il momento di affrontare i processi per giudicare i crimini commessi nel periodo di durata dell’apartheid dal 1960 al 1994, invece di un tribunale come quello di Norimberga dopo la seconda guerra mondiale, in collaborazione col vescovo anglicano Desmond Tutu e con chi credeva nell’uguaglianza dei diritti, Mandela aveva voluto la “Commissione per la Verità e la Riconciliazione”.

Verità e riconciliazione sono due parole ben poco presenti nell’idea di giustizia che hanno i più. Ma chiunque abbia subito torti sa che ciò che porta pace nell’animo dell’offeso quanto dell’offensore non è tanto la punizione, bensì il vedere riconosciuta la verità dei fatti, il pentimento del responsabile e il suo chiedere perdono. Ecco perché la commissione incaricata di rendere giustizia aveva deciso che chi si era macchiato di delitti per scopi politici durante l’apartheid, purché non fosse il mandante e a condizione di riconoscere la verità e pentirsi, ottenesse l’amnistia.

Di solito i colpevoli negano la verità persino a se stessi, ma in Sudafrica dal 1995 al 1998 tanto i bianchi quanto i neri hanno fatto il difficile percorso di essere sinceri, guardando nel profondo del proprio animo, affrontando il dolore e la vergogna, comprendendo e facendo comprendere cosa era davvero successo.

Lo straordinario tribunale aveva contribuito in modo consistente a riconciliare almeno in parte quelli che, altrimenti, non avrebbero mai finito di scontrarsi, con conseguenze che sarebbero potute essere davvero terribili.

Purtroppo, dopo che Mandela si era ritirato dal potere, ormai molto anziano e malato, era mancato chi avesse il cuore e la mente altrettanto grandi e profondi. La mentalità autoritaria domina sempre, irresistibile ancora per troppi.

 

Per capire almeno i tratti essenziali del pensiero di Mandela, l’appassionante film INVICTUS, di Clint Eastwood è un ottimo inizio. Trovate la mia recensione qui

 

 

Legni profumati

BL cortina (20)lerosa leg

cirmolo monumentale di Lerosa (BL)

 

In qualche casa o nei musei etnografici dei paesi e delle città alpine, si trovano ancora le stue, stanze di soggiorno interamente rivestite di legno di cirmolo, detto anche pino cembro, uno degli alberi dal legno più profumato, che mantiene il suo delizioso aroma per decenni. I cirmoli si arrampicano fin quasi sulla roccia, dove c’è ancora un po’ di terra, perché sono loro gli ultimi alberi della montagna, gli unici a condividere col pino mugo la resistenza al freddo dei duemilaquattrocento metri.

Nelle regioni più calde d’Italia e a quote più basse, invece, in passato gli armadi e le cassapanche dove si custodivano gli abiti erano fatti prevalentemente di cipresso il cui sentore, delizioso per noi, è particolarmente sgradito alle tarme. Il cipresso, quanto a frugalità non è da meno del cirmolo, perché sopporta la siccità e il vento, quanto lui il gelo.

Sulle montagne del Libano, del Marocco, dell’Himalaya erano i cedri ad avere il primato aromatico. Anche loro sono conifere, cioè alberi che portano i coni (detti pigne), ma si chiamano come l’agrume dal frutto giallo, perché il loro legno profuma come la sua buccia. Col legno di cedro del Libano erano state fatte le travi del tempio di Gerusalemme, ma se ne facevano anche le bare per i personaggi illustri.

L’americano calocedro è detto albero dell’incenso perché bruciandolo, l’olfatto ne è inebriato come se fossero le gocce di resina d’incenso ad ardere. Ha le fronde simili a quelle del nostro cipresso.

 

PO poggio a Caiano 1leg (8)

calocedro monumentale della villa medicea di Poggio a Caiano (PO)

 

Dall’Asia Minore viene la liquidambar dal legno dolcemente profumato, che i cinesi usano per farne scatole da tè. Dato che questo albero ha foglie a forma di stella, che in autunno prendono colori vivacissimi, è facile da riconoscere. E’ piacevole stropicciandone quelle cadute per annusarle.

In Paesi tropicali come lo Sri Lanka è la cannella ad avere un aroma seducente. Nella stagione delle piogge se ne tagliano i rami per spogliarli della corteccia che viene arrotolata e venduta per aromatizzare cibi e bevande.

Fra gli alberi, esseri viventi autonomi e prodighi di benefici, ce n’è uno parassita: il sandalo. È un alberello sempreverde orientale, che si nutre della linfa rubata alle radici dei vicini, su terreni secchi e rocciosi. In compenso, il suo legno è pregiato e deliziosamente profumato per il nostro gusto, ma repellente per gli insetti. È il motivo per cui, quando verso i cinquant’anni raggiunge il suo massimo aroma, viene tagliato e lasciato a terra fino a che le termiti non si mangiano la corteccia, lasciando intatta il legno aromatico. Lo si usa tanto per costruzioni pregiate, quanto per bruciarlo nei templi o nelle case raffinate, dove spande il suo sentore. L’olio essenziale cura vari disturbi, tra cui quelli della pelle.

 Sul tema dei profumi potete leggere l’articolo Messaggi odorosi e Odori: il messaggio più immediato, antico e universale

 

Il glicine di Este

 

glicine d'este

 

Tra le due e le quattro di notte, il silenzio è quasi totale anche intorno al castello di Este. La maggior parte degli esseri umani, finalmente dorme. Se qualcuno passasse a piedi, senza fretta, sentirebbe qualcosa venirgli delicatamente incontro e commuoverlo, dall’interno di quell’enorme tronco cavo che sono le mura del castello, ancora vivo nella sua carne rosa di mattoni. L’aria, a tratti ha di nuovo in sé tracce di verde che danno un sussulto di gioia. Vengono dagli alberi cresciuti dentro il suo perimetro, che difendono come possono l’atmosfera in cui l’immaginazione può curare le sue malattie. Nel profondo della notte o sotto una gran nevicata, o isolato da una fittissima nebbia, quello è uno dei luoghi in cui le prigioni dell’animo si aprono verso un mondo magnifico e grandioso.

Già alle quattro, però, qualcuno comincia ad avviarsi al lavoro e i primi motori di camion e di auto sporcano il silenzio con la solita, ottusa villania. Poi arrivano gli autobus, le moto, le spazzatrici stradali e aumenta il fracasso che sconcia la suggestione fino a ridurla in poltiglia. Gas e polveri puzzolenti corrodono il delicato rosa della terra cotta e dei polmoni, spingendo verso il turpiloquio i pensieri e le azioni degli uomini. Alle sette e trenta, anche chi guardi con intenzione, vede solo un’antica architettura.

Appena dietro il cancello principale d’ingresso, riparandosi come può, un drago vegetale difende con tutte le sue forze il regno di cui è rimasto il vero signore. La gran matassa di fibre legnose di un glicine bicentenario aggrappato al muro, allunga i suoi tentacoli verso la strada. Sì è arrampicato sugli spalti fino ad oltrepassarli e a slanciarsi all’esterno, forte della bellezza che la sua natura e il tempo hanno nutrito per un rosario di decenni. Certi rami del raffinato ed esotico rampicante si sono infilati nelle connessure fra i mattoni e sono spuntati dall’altra parte. Il potere silenzioso della sua seduzione non riesce ancora a vincere l’offensiva del rumore che fa affrettare il passo degli uomini. La ruota del tempo gira, però, a suo favore, facendolo crescere nelle dimensioni e nella forza che la sua esperienza accumula, trasformandolo in qualcosa che lo avvicina alla natura animale, poi a quella delle divinità antiche. Lento, silenzioso, ha già esteso la sua lunga vita oltre i secoli, calando le sue funi dentro la nostra attenzione e tirandola a sé.

 Dal mio libro ALBERI MONUMENTALI D’ITALIA

 

 

 

Alberi da seta

Exif_JPEG_PICTURE

gelso monumentale ad Albinea (RE)

 

Il filo lucente e tenace della seta è quello che i bruchi di molti insetti emettono per avvolgerlo intorno al proprio corpicino fino a rinchiuderlo completamente in un bozzolo. Dopo qualche settimana lo lacerano e ne escono trasformati, irriconoscibili, a volte bellissimi e alati. Comunque adulti e pronti all’incontro con l’altro sesso. Molti sono falene, le farfalle notturne. Ma a quelle di cui si vuole utilizzare il filo si interrompe la vita, per impedire che lo spezzino. Fino all’epoca bizantina la produzione della seta era stata un antico segreto cinese, che ne vendevano i tessuti anche da noi. Una volta scoperto quali fossero i bruchi che si avvolgevano in quella più pregiata e quali fossero le foglie di cui si nutrivano, il filato era stato prodotto anche in Europa. Così era comparso nel nostro territorio il gelso bianco -Morus alba- chiamato così per i suoi frutti bianchi in forma di more oblunghe, riconoscibile dalla corteccia color cannella e dalle grandi foglie di forme diverse sullo stesso albero: alcune a forma di cuore, altre a punta di alabarda. Si era diffuso man mano che l’allevamento del baco Bombyx mori aveva avuto successo nelle campagne, diventando un’attività importante. Nell’ottocento, però, gravi malattie avevano colpito i gelsi e i bachi, senza poterle sconfiggere per lungo tempo. I danni erano stati gravissimi e, intanto che si cercava il rimedio, si era provato a sperimentare le qualità di altri bachi, che si nutrivano di altre foglie.

 

Exif_JPEG_PICTURE

ailanto fiorito

 

L’ailanto, -Ailanthus altissima- anche lui di origine cinese e presente da noi già da qualche tempo, era uno di quelli. Il baco che se ne nutriva, però, contrariamente a quello del gelso non si era adattato al nostro clima e l’esperimento era fallito. In compenso, l’albero capace di diffondersi con una rapidità e una forza sbalorditive, aveva trovato impiego nel consolidamento delle scarpate, a vantaggio soprattutto di quelle ferroviarie. Le sue radici, infatti, sono estese, profonde e ben più dotate di risorse rispetto a molte altre. Così la bella pianta dalle foglie pennate era diventata infestante e odiata per aver preso il posto di molte specie locali.

 

maclura

frutti di maclura – foto da Agraria.org

 

Anche la maclura -Maclura pomifera- di origine americana, era diventata oggetto di esperimenti per il rimpiazzo del gelso, ma la qualità notevolmente superiore della seta originaria, dopo che finalmente i gelsi e i loro bachi si erano ripresi dal declino, aveva fatto abbandonare la sua coltivazione. La maclura, che è dioica come l’ailanto, vale a dire che ha piante di sesso maschile e femminile distinte, è molto spinosa, con foglie coriacee simili a quelle dell’arancio ed è utilizzata per fare siepi impenetrabili. Il suo grosso frutto non commestibile, che una volta maturo è di colore giallo, ha la buccia composta di tante sferette simili a quelle delle more, ma molto dure.

 

Tapia_Uapaca_bojeri_di Tylototriton - Wikipedia

foglie e frutti di tapia, foto di Tylototriton da Wikipedia

 

In altri Paesi si produce la seta grazie al lavoro di bachi e alberi di genere diverso, come per esempio in Madagascar dove quello detto tapia -Uapaca bojeri- è quello di cui i bachi di landibe -Borocera cajani- mangiano le foglie e filano la seta selvatica, usata anche nei cerimoniali funebri.