Category Archives: Alimenti

INDICE DEGLI ARTICOLI:Alghe: cibo del futuro, Cibo a sorpresa sull’albero delle farfalle, Il cibo che viene dagli alberi, L’importanza degli alberi per le coltivazioni, Museo del parmigiano a Soragna (PR), Museo del pomodoro a Collecchio (PR), Fantascientifico amido di mais, Saporiti fiori d’Ottobre: i Crocus sativus, I benefici della fermentazione, Vitamina C, Fagioli salterini, Fagioli magici, Fenomenale cavolo, Consumare cosa? Il cibo come medicina, La ragione dei gusti, Pregiudizi alimentari,    Aiutare il fegato, Il riso e la risata, Il pulito che sporca, Buono come il sale, L’aceto tuttofare, L’indispensabile bicarbonato

Alghe: cibo del futuro

alghe da isegretidelmare.it

alga, foto da www.isegretidelmare.it

 

Quando il nostro pianeta era interamente ricoperto da un immenso oceano, i primi vegetali a vivere nell’acqua e a produrre ossigeno sono stati le alghe. E’ grazie a loro che si è formata l’atmosfera in cui è diventato possibile vivere per tutti. Ancora oggi sono loro a produrre la maggiore quantità di ossigeno, anche se sono gli alberi a svolgere la più capillare e benefica azione che regola l’esistenza sulle terre emerse.

Le alghe possono avere dimensioni tanto piccole da essere invisibili ad occhio nudo, come le diatomee o tanto grandi da formare praterie galleggianti sull’oceano, come i sargassi. Possono viaggiare fluttuando o fissarsi sul fondale, avere colore verde, rosso o marrone, ma sono tutte un alimento ricchissimo di sali minerali, vitamine e proteine, superando in questo molte altre piante terrestri. Il nutrimento delle popolazioni future si baserà sulle alghe, che hanno sapore e consistenza gradevole, si conservano bene e al loro gusto basta abituarsi. Noi italiani stiamo imparando molto dai giapponesi, che da sempre sono grandi estimatori di un simile cibo, ma a Napoli la lattuga di mare è usata da molto tempo per delle frittelle gustose, mentre in Sicilia si mangiano insalate di mauru, un’alga rossa riccia. I francesi, (soprattutto i bretoni), gli irlandesi e altri popoli che hanno l’oceano per confine, fanno grande uso delle alghe nella loro alimentazione. La raccolta lungo le spiagge, dove vengono portate dalle onde, è libera e nell’isola di Ronaldsay, nelle Orcadi, a nord della Scozia, una razza di pecore di piccole dimensioni ha come pascolo esclusivo le rive dove si accumulano questi vegetali marini.

 

pecore isola ronaldsay di Ian Caldwell, wikipedia

pecore al pascolo di mare, foto di Ian Caldwell da wikipedia

 

Ovviamente le alghe di ogni genere vengono mangiate da molti abitanti del mare, che a loro volta diventano il pasto di altri, fino ad arrivare a noi. Anche le virtù ricostituenti dell’olio di fegato di merluzzo sono dovute all’ingestione da parte del pesce delle micro-alghe diatomee

Il colore delle alghe che crescono più vicine alla luce è di un bel verde brillante, mentre quando si installano su fondali meno luminosi, il colore della clorofilla viene coperto dal rosso o dal marrone, che catturano le onde luminose più lunghe, vale a dire quelle che viaggiano più lontano, come avviene col sole al tramonto.

Alghe antichissime appena emerse dal mare si sono alleate con dei funghi generando i licheni, che abitano le rocce e gli alberi, oppure i terreni gelati dove diventano il pasto invernale delle renne. Micro-alghe rosse crescono addirittura sulla neve, facendola sembrare insanguinata. Ovunque ci sia sufficiente umidità le alghe si installano sulla terraferma.

Ma ATTENZIONE! Per gli ipertiroidei le alghe sono del tutto controindicate, dato che contengono iodio. Anche il sale con aggiunta di iodio va assolutamente evitato a chi ha questa particolarità.

 

 

Cibo a sorpresa sull’albero delle farfalle

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foglie e frutto del Mopane da www.plantzafrica.com

 

Nelle zone calde e asciutte del Sud Africa, il Colospermum mopane per proteggersi dal sole eccessivo, avvicina le foglie come fanno le farfalle con le ali e le rivolge di taglio ai raggi. Non è dunque sotto di lui che si può trovare ombra e, per la maggior parte degli animali, nemmeno nutrimento, perché le sue foglie contengono la velenosa trementina. Quando sono appena spuntate o già disseccate, però, ce n’ è poca e diventano così l’ultima risorsa di elefanti e altri animali.

Lo chiamano albero delle farfalle perché le sue foglie assomigliano alle loro ali, ma anche perché mangiate da future falene che, quando sono bruchi voraci, li spogliano interamente del verde prima di andarsene a scavare un rifugio sotto terra, profondo anche un metro. È solo li che si avvolgono nella loro prodigiosa coperta di filo, per proteggersi mentre si formano le ali, le antenne ed il corpicino minuto di farfalle notturne. Sono quelle sfuggite agli abitanti del posto, che colgono dai rami quanti più bruchi possono, per disseccarli e mangiarli come pietanza ricca e prelibata, venduta anche ai ristoranti di città.

 

mopane-worms

foto da bizarrefood.com

 

Una notte, finalmente completata la loro trasformazione, gli insetti lacerano i bozzoli. Lo spazio intorno è ben poco e le lunghe gallerie da percorrere per tornare libere all’aria sono pericolose. È ancora impossibile srotolarsi, sgranchirsi, sbocciare. Solo una piccola parte delle ali, prudentemente accostata al corpo, le rivela come falene ancora incomplete. Veloci, risalgono verso la crosta del terreno che le ha nascoste, cercano l’albero che avevano lasciato e si arrampicano sul suo tronco fino a raggiungere i rami su cui sono spuntate nuove foglie, che da rosse sono ormai diventate di nuovo verdi. Finalmente possono sfoderare per intero le ali e volare. Maschi e femmine subito si cercano per accoppiarsi quella stessa notte, in un turbinio che al mattino lascia le sue tracce nelle minuscole uova sulle foglie e in un gran tappeto di ali ormai immobili, che si sfarinano a terra, sotto il nuovo sole.

Dal mio libro ALBERI DELLA CIVILTA’ -gli alberi che difenderanno il nostro futuro

 

Il cibo che viene dagli alberi

foto da www.unadonna.it

foto da www.unadonna.it

 

In una dieta equilibrata, che per una donna adulta si può calcolare all’incirca in 2500 calorie, il 50% può essere fornito da carboidrati, il 30% da proteine e il 20 % dai grassi, anche solo di origine vegetale: legumi, cereali, semi, frutta.

Alberi dai frutti molto nutrienti possono essere fatti crescere con grande vantaggio per l’ambiente, in parziale alternativa persino alla coltivazione di cereali, dato che l’agricoltura, soprattutto se intensiva, tende ad impoverire il suolo e a lasciarlo sguarnito di difese contro il calore, la siccità, il vento, le alluvioni. Anche l’allevamento industriale degli animali nuoce non solo a loro, ma all’ambiente per l’inquinamento che genera, oltre che per per il consumo di suolo e acqua durante uno o più anni, per produrre il foraggio con cui alimentarli.

Ci sono alberi che forniscono semi squisiti, come i noccioli, i noci, i mandorli, i pistacchi e i pini domestici, dispensatori di grassi e proteine sostituibili alla carne per sostanza, senza i suoi difetti per la salute. Anzi, con i minerali che contengono e i grassi polinsaturi prevengono varie malattie. I frutti dei castagni ci danno molti carboidrati e proteine, le bacche dell’olivo oltre a dare olio, con un semplice trattamento diventano cibo di qualità, mentre la polpa dolce nei baccelli del carrubo era il nutrimento dei contadini fino a non molto tempo fa. Anche le ghiande di certe querce sono commestibili e sostanziose, tanto che in passato si faceva il pane con la loro farina.

foto da ortofruttabaldan.it

foto da ortofruttabaldan.it

 

Ci sono poi alberi dai frutti dolci quali il fico, il ciliegio, il susino, l’albicocco, il pesco, il melo, il pero, il caco, il melograno, il kiwi, l’arancio e gli altri agrumi, energetici e rinfrescanti, con molte vitamine e fibre fondamentali per la salute.

Aumentare dunque questo tipo di cibo in alternativa anche parziale a prodotti animali e cereali e cercar di piantarne gli alberi produttori nel proprio giardino o cortile, oltre a farci ottenere un vantaggio per la salute, contribuirà al benessere del pianeta e di tutti i suoi abitanti.

Per quanto riguarda i Paesi stranieri, da cui provengono molti di quelli che fuggono la fame provocata dalla siccità e dalle malattie, se ne potrà rallentare la migrazione favorendo nei loro Paesi la presenza di alberi da frutto che ombreggiano, nutrono, proteggono, rinsaldano i terreni, oltre a sfamare persone e animali.

 

albero del pane - foto da viaggiscoop.it

albero del pane – foto da viaggiscoop.it

 

Alberi tropicali dai frutti sostanziosi sono l’albero del pane Artocarpus communis, il néré Parkia biglobosa, la Moringa oleifera, la palma da cocco Cocos nucifera, la palma da dattero Phoenix Dactylifera, l’açaì Euterpe oleracea, il durian Durio kutejensis, la Manilkara zapota, il jack fruit Artocarpus heterophyllus, l’avocado Persea americana, l’akee detto anche mamoncillo Melicoccus bijugatus (il frutto si chiama Blighia sapida), la palma borasso Borassus flabelliformis, il Karité Vitellaria paradoxa, il Ginkgo biloba, i cui noccioli tostati sono comunemente mangiati in Oriente.

Alberi tropicali dai frutti dolci con particolari qualità nutritive sono Mango, Papaya, Guava, Annona, Pitaya, Carambola, Maracuja, Feijoa, Banano, Baobab e tanti altri.

C’è poi un contributo indiretto fornito dagli alberi attraverso gli insetti che ne mangiano le foglie, diventando a loro volta ottimo cibo per noi umani. Uno di questi è l’albero delle farfalle, conosciuto come mopane, a cui è dedicato  l’articolo tratto dal mio libro ALBERI DELLA CIVILTA’.

 articoli correlati: l’importanza degli alberi per le coltivazioni, alberi che frenano il deserto, la salute del territorio e dei suoi abitanti realizzata dagli alberi, piante che resistono alla siccità, alberi che impediscono le frane, alberi frangivento, acqua: mantenerla e farla tornare per mezzo degli alberi.

 

 

L’importanza degli alberi per le coltivazioni

 

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L’agricoltura intensiva e i grandi allevamenti fanno strage di alberi, che vengono visti come inutili intralci. Purtroppo, però, in questo modo i terreni oltre ad impoverirsi diventano sempre più vulnerabili, mettendo in pericolo anche il territorio circostante per moltissimi chilometri. Gli alberi, infatti, se da una parte riducono la quantità delle coltivazioni di cereali e altre piante alimentari, dall’altra ne favoriscono la qualità, oltre a mantenere in equilibrio l’ambiente nel suo insieme. Prima di tutto le coltivazioni intensive richiedono molte irrigazioni che abbassano pericolosamente le falde acquifere, già compromesse dagli abusi, gli sprechi, la cementificazione. Gli alberi, invece, fanno penetrare l’acqua in profondità nel terreno e la richiamano con le radici, mantengono l’umidità dell’aria sia con la traspirazione delle foglie che con l’ombra, riparano dal vento, dunque già solo con questo riducono la necessità di irrigazioni. Inoltre favoriscono la presenza di insetti, uccelli, piccoli mammiferi che contribuiscono a smuovere e fertilizzare il suolo, creando un ambiente favorevole a processi naturali poco vistosi ma di effetto sulla qualità dei prodotti. Importantissimo è poi l’effetto sulla sicurezza rispetto alle frane e agli allagamenti, che gli alberi giusti, nel posto giusto e trattati adeguatamente, attenuano grazie alla compattezza del suolo data dalle radici, che moderano il dilavamento, frenano la velocità e dunque la forza e pericolosità dell’acqua. Naturalmente, in tutto questo occorre sempre il senso della misura, senza il quale tutto si vanifica.

Le siepi, i filari di alberi frangivento, gli alberi lungo gli argini dei fiumi (non nel letto), la varietà di specie e di età e il loro trattamento corretto, con sufficiente distanza fra loro per crescere moderatamente in altezza, sviluppandosi in ampiezza di tronco, chioma e radici, risanano gli ambienti e tagliano i rischi causati dai fenomeni atmosferici sempre più violenti, permettendo anche una migliore qualità nelle coltivazioni.

Informazioni utili a proposito degli alberi si trovano nella sezione piante, alberi monumentali, soluzioni naturali di questo sito, mentre per imparare a conoscerli in modo più ampio, coinvolgente e approfondito potete leggere i miei libri.

 

 

Museo del parmigiano a Soragna (PR)

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Da quando nell’ottocento le grandi proprietà terriere erano passate dalle mani dei nobili e degli ecclesiastici a quelle dei ricchi borghesi, era avvenuto un certo miglioramento nella gestione delle campagne. C’era stato un maggior impegno perché le proprietà fruttassero, la qualità delle colture era stata migliorata, si era acquistato più bestiame e si era ampliata molto la produzione del parmigiano, di cui si aveva notizia già nel dodicesimo secolo. Quando verso la fine dell’ottocento il suo consumo si era fatto importante, erano stati costruiti dei caseifici molto belli, di cui restano alcuni esempi nella provincia di Reggio a Casalgrande, a Cadelbosco e ad Albinea. Anche quello dove adesso si trova il Museo del Parmigiano a Soragna è della stessa epoca, anche se è stato modificato nel novecento. Tutti e quattro potrebbero sembrare delle cappelle, visti da fuori, anche se le numerose finestre e i bei trafori nei muri non avevano la funzione di rendere suggestivi gli effetti di luce interni, ma di aerare al meglio un locale dove le operazioni richiedevano grande accortezza e una temperatura adeguata.

All’interno del museo del parmigiano ci sono ancora gli oggetti e gli arredi necessari alla trasformazione del latte in formaggio e si è immediatamente colpiti dall’insolita forma della caldaia che serviva allo scopo. E’ una grande campana di rame, sospesa ovviamente con l’apertura verso l’alto sopra una fornace circolare.

 

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Moltissimi litri di latte vi erano versati per ottenere una forma di grana, che deve il nome alla sua pasta granulosa. Dopo averlo scremato occorreva aggiungervi il caglio, la sostanza che lo fa coagulare e che si estrae dallo stomaco dei vitelli o da certe piante. Restava come residuo il siero, ancora buono per ottenere la ricotta o per essere pasto dei maiali. Poi bisognava riscaldarlo ma con moderazione e in passato il casaro misurava la temperatura immergendovi il braccio.

Il tutto si svolgeva sotto la protezione di san Lucio, pastore e casaro di origine lombarda, che nei quadri è raffigurato mentre offre un pezzo di formaggio a un povero.

Terminata la grande forma di grana, la si doveva salare per conservarla, facendola stagionare per molti mesi.

Accanto al museo del parmigiano c’è una sezione dedicata agli oggetti che facevano parte della vita quotidiana dei contadini di un tempo.

 

il sito del museo è

www.museidelcibo.it/parmigiano.asp

Dietro la rocca di Soragna, che appartiene ancora alla famiglia Meli-Lupi ed è visitabile, dalla strada si può vedere il gigantesco noce nero di 270 anni, con una circonferenza del tronco di oltre 6 metri e un’altezza di 40. E’ il più grande d’Italia.

Nella provincia di Parma ci sono poi vari alberi monumentali da vedere.

 

 

 

Museo del pomodoro a Collecchio (PR)

fiore e frutto di pomodoro da ansa.it

foglie, fiore, frutto di pomodoro da ansa.it

 

Il pomodoro che rappresenta oggi tanto bene l’Italia, è arrivato a noi dal Nuovo Mondo con le patate, i peperoni, le melanzane, i fagioli, il mais cinquecento anni fa. Come il tabacco, le patate, i peperoni e le melanzane, appartiene a una famiglia conosciuta per le sostanze pericolose che contiene in alcune parti: quella delle solanacee. Gli steli profumati e le foglie dei pomodori, infatti, non si possono mangiare. Da noi, fino all’arrivo di queste piante dai frutti squisiti, conoscevamo i loro parenti allucinogeni che crescevano liberi nelle campagne: lo stramonio, il giusquiamo, la belladonna e la mandragora, usata come narcotico durante le operazioni chirurgiche.

Allo stesso modo delle patate, per diffidenza verso la novità e per ignoranza, il pomodoro durante ben due secoli era stato coltivato nei giardini come ornamento e solo nelle città di mare quali Genova e Nizza era apprezzato per i suoi pregi di ortaggio. In passato i vegetali erano considerati cibi per poveri, ma i pomodori inizialmente hanno avuto fortuna con i ricchi. Dove i regnanti avevano maggiori contatti con la Spagna, accentratrice di ciò che proveniva dalle Americhe, i nuovi prodotti arrivano più celermente. Nel borbonico ducato di Parma aveva avuto una diffusione estesa nell’ottocento grazie a un insegnante di materie agrarie, il prof. Carlo Rognoni e alla fine del secolo, con il contributo del prof. Antonio Bizzozzero. Era lui il direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura, attraverso la quale i docenti andavano ad istruire i contadini in fatto di nuove tecniche di coltura, nuove piante e corretti trattamenti, recandosi personalmente nei poderi.

 

Corte Giarola, sede del Parco del Taro e dei Musei del Pomodoro e della Pasta

Corte Giarola, sede del Parco del Taro, del Museo del Pomodoro e del Museo della Pasta

 

Con la produzione di pomodori su larga scala era diventato necessario conservarli in modo diverso rispetto alla tradizionale essiccazione al sole, dopo essere stati tagliati in due. Dato che le donne azteche, nell’antico Messico già facevano conserve macinando e asciugando la pasta fino a farla diventare tanto spessa da poter essere tagliata a fette, questo e altri metodi illustrati nel Museo del Pomodoro hanno portato la produzione alla popolarità che conosciamo.

 

macchina per il sottovuoto

macchina per il sottovuoto, che consente una migliore conservazione del prodotto

 

La Corte di Giarola, sede del museo, fin dal dodicesimo secolo era stata utilizzata per scopi agricoli e adesso ospita la sede del Parco del fiume Taro. Al pianterreno di fronte si trova il Museo del Pomodoro, dove si segue la sua storia attraverso immagini, scritti e oggetti utilizzati per la lavorazione e conservazione. Al piano superiore è stato allestito il Museo della Pasta, per seguirne l’evoluzione dal momento in cui è un cereale in grani a quando se ne diffonde il consumo nel mondo intero.

 

Il sito del museo è

www.museidelcibo.it/pomodoro.asp

Due bellissimi bagolari sono visibili proprio appena svoltato l’angolo dello storico edificio, in direzione del fiume Taro.

Altri alberi monumentali si possono trovare nella pagina relativa.

 

 

 

Fantascientifico amido di mais

foto da http://igp-group.it.shopfactory.com/contents/it/d385.html

foto da http://igp-group.it.shopfactory.com/contents/it/d385.html

 

Un giorno, una cuoca aveva fatto una pastella con la maizena, l’amido di mais che assomiglia alla farina bianca di grano e si può usare anche con gli stessi scopi. Aveva fatto le comuni proporzioni con un terzo d’acqua, e, per la fretta, aveva immerso velocemente il mestolo per prenderne una parte. Anzi, aveva cercato di immergere velocemente il mestolo, perché la durezza dell’impasto glie lo aveva impedito. Stupita, la donna aveva preso la ciotola in mano per vedere come fosse possibile che ciò che un istante prima era fluido, fosse diventato duro come pietra. Vi aveva immerso un dito e aveva constatato che era proprio morbido e arrendevole come l’aveva preparato. Era rimasta perplessa, poi aveva provato di nuovo ad immergere il mestolo, che aveva sollevato tranquillamente la pastella. Durante alcuni minuti aveva dovuto lasciare la cucina per un’altra incombenza urgente. Tornata, aveva visto che l’impasto non possedeva più il suo aspetto omogeneo e l’aveva mescolato di nuovo. Quindi, aveva ripreso il mestolo in fretta, ma di nuovo questo aveva cozzato contro una superficie dura.

A quel punto la donna si era sentita seriamente scossa. La ciotola sembrava contenere proprio un impasto morbidissimo, che ondeggiava di qua e di la, se si inclinava il suo contenitore. Tremante, aveva immerso piano piano un dito, senza trovare resistenza. Poi l’aveva fatto velocemente e aveva urtato contro un specie di gesso rappreso.

A quel punto aveva urlato di spavento. Era forse impazzita? Oppure aveva poteri da strega? Aveva buttato via tutto e mai più aveva ripreso in mano la maizena.

Non sapeva di aver soltanto avuto a che fare con una sostanza dal comportamento anomalo, perché le cellule dell’amido di mais, quando si trovano in quelle proporzioni con l’acqua, si dispongono in modo diverso a seconda che si entri in contatto con loro morbidamente o meno. Ci stupiamo tanto se questo avviene con la materia, perché siamo abituati a vederla reagire in un modo che sembra indifferente all’approccio che si ha con lei. Questo, però, non è vero.

Anche l’acqua ha un comportamento strano, ma dato che vi siamo abituati, non ci facciamo caso.

Le molecole dell’amido di mais sono simili a minutissimi granelli di sabbia, fra i quali si insinua l’acqua. Una brusca pressione l’allontana istantaneamente, facendola tornare appena si allenta.

Con l’amido di mais si fanno stoviglie, oggetti e sacchetti per la spesa biodegradabili ed il cereale ha avuto tale importanza nell’alimentazione dei popoli nativi americani, che nella loro mitologia l’uomo è stato modellato con la sua farina.

Un suo insolito comportamento, ignorato dalle popolazioni che lo hanno adottato dopo Cristoforo Colombo, ha provocato una grave e mortale malattia: la pellagra. I poveri di un tempo, che non avevano altro alimento che polenta di granoturco, dapprima erano colpiti da un ispessimento e arrossamento della pelle, poi da gravi disturbi nervosi e, infine, dalla morte. La causa era la mancanza della niacina la vitamina PP, che si pensava non ci fosse nel cereale. Nessuno si era preoccupato di verificare come mai i nativi d’America, nelle stesse condizioni non ne soffrivano. La differenza si trovava nel modo in cui il mais era preparato per la cottura: aggiungendo un po’ di calce all’acqua, così da disgregare la protezione di quella sostanza. Anche il bicarbonato e la cenere, sostanze alcaline, hanno le stesse capacità.

Estratto dal mio libro ACQUA, ARIA, TERRA E FUOCO -energie del mondo-

 

 

Saporiti fiori d’Ottobre: i Crocus sativus da zafferano

foto da Wikipedia

foto da Wikipedia

 

Ci sono piante che riposano più a lungo delle altre, perché hanno meno bisogno di produrre giornalmente il loro cibo, per sopravvivere. Le sostanze nutritive le mettono da parte in una borsa ben nascosta sotto terra, in un tubero come la patata o in un bulbo come la cipolla, l’aglio, il croco. Sono autonome al punto da poter essere estratte dal terreno senza morire. Certi crochi fioriscono a primavera, colorando i prati con fiori gialli o lilla, ma se lo fanno in autunno, sono probabilmente i crochi da zafferano. Questa spezia era stata privilegio dell’Asia Minore, fino a che la fama delle sue qualità l’ha fatta conoscere man mano nell’antico Egitto, in Grecia, a Creta, dove veniva usata per insaporire i piatti, ma anche per tingere i tessuti e i capelli, curare la pelle e i nervi. Possiede, infatti, eccellenti qualità antiossidanti, preziose per l’organismo. Gli arabi, che ne avevano imparato il nome sahafaran dai persiani, ne hanno importato i bulbi per la coltivazione in Spagna e in Sicilia e nel tredicesimo secolo, quando è stata fondata la città dell’Aquila, i bei fiori sono arrivati in Abruzzo. Hanno trovato il terreno e il clima migliori sugli ottocento metri di altitudine, dove il suolo carsico evita qualunque ristagno d’acqua.

 

foto da Wikipedia

foto da Wikipedia

 

Aspettano la primavera nei magazzini, mentre il terreno viene concimato, ma resta vuoto fino ad Agosto, quando i bulbi sono messi a dimora nei solchi. Con le prime piogge di settembre si risvegliano, stirando le prime foglie, respirando l’aria fresca, gonfiando l’unico bocciolo che aprono ad Ottobre, con sei petali lunghi, dal bel colore viola. Al mattino presto, le donne colgono velocemente i fiori e, poco più tardi, ne estraggono tre filamenti rossi, la parte femminile e pregiata. Sono subito messi a seccare su un setaccio, al calore di braci di nocciolo, di mandorlo o di quercia roverella. Quando dopo venti minuti il loro peso si riduce ad un sesto, vengono polverizzati: per un chilo, ci vogliono duecentomila fiori. La città dell’Aquila e poi altre della regione, devono i loro più begli edifici storici alla ricchezza conquistata col commercio dello zafferano, che col tempo ha trovato nella Germania i più grandi estimatori. In quei tempi i ricchi profumavano i guanciali con la sua polvere per dormire meglio e i pittori lo usavano per dipingere, ma chi lo adulterava veniva punito con la morte. Nel ventesimo secolo è stata la rivalutazione dei prodotti locali di pregio, a ridare impulso alla coltivazione dei crochi e a dare una bellezza rara ai campi autunnali, anche in Toscana, nelle Marche e nell’Umbria.

I crochi che fioriscono a Febbraio/Marzo tappezzando i prati che si risvegliano, offrono uno spettacolo che nutre lo spirito. Al giardino di Boboli a Firenze, alla villa Bozzolo di Casalzuigno (VA) e in molti altri luoghi si possono ammirare ogni anno.

 

crochi fioriti alla villa Bozzolo di Casalzuigno (VA)

crochi fioriti alla villa Bozzolo di Casalzuigno (VA)

 

 

 

 

I benefici della fermentazione

sculture di Anne e Patrick Poirier al parco di villa Demidoff (FI)

sculture di Anne e Patrick Poirier al parco di villa Demidoff (FI)

 

L’erba che al nostro naso risulta inodore, poco dopo essere stata tagliata emana un piacevolissimo profumo, che si trasforma ancora nel farsi fieno e si spande instancabilmente per lungo tempo.

A provocare un tale cambiamento sono batteri che scompongono le sostanze per nutrirsene e le trasformano in elementi più semplici, facendole fermentare. Se c’è il sole che asciuga bene, il fieno conserva a lungo le proprie qualità per gli erbivori, che lo mangiano in inverno.

Anche i bulbi delle iris, che freschi non hanno odore, seccando e fermentando in buone condizioni per tre anni sviluppano il persistente profumo, che era stato effimero nelle corolle dei fiori. Vengono allora polverizzati per dare ai prodotti da toilette l’aroma e le qualità benefiche per la pelle.

Il mosto d’uva sobbolle mentre gli lieviti lo fanno fermentare trasformando gli zuccheri in alcol, modificando il sapore, rendendolo adatto ad essere ben digerito da noi e a conservarsi per anni nelle cantine.

Per la birra, sono i cereali come l’orzo e il riso a fermentare, fino a che resta un lievito ricco di vitamina B, da utilizzare per fare il pane. Il lievito è formato da funghi che scompongono i carboidrati della farina, rendendo il pane più leggero e digeribile, oltre che intensamente profumato durante la cottura.

La vitamina C, indispensabile al nostro organismo per preservarlo dallo scorbuto, deperisce rapidamente nella frutta e nella verdura man mano che perdono la freschezza. La fermentazione subita dalle verze, quando vengono affettate, salate e schiacciate per diventare crauti, la conserva a lungo. E’ ciò che i navigatori del settecento nei lunghi viaggi col capitano Cook, hanno sperimentato per rimanere in salute anche senza consumare cibi freschi, mentre tanti altri marinai si ammalavano e spesso morivano.

Il latte fermentato e trasformato in yogurt da due tipi di batteri, diventa più digeribile e benefico.

La fermentazione del latte avviene anche per i formaggi stagionati che, nella maturazione, sviluppano un odore spesso sgradevole, pur avendo buon sapore e ottime proprietà.

La fermentazione produce calore che può innescare incendi, ma può anche essere utilizzato per il riscaldamento. Vedi articolo dedicato

Naturalmente anche gli escrementi fermentano, producendo gas che possono essere utilmente utizzati per il riscaldamento e l’illuminazione. Durante il processo si trasformano in concime. Utilizzarli nel terreno mentre è in corso la fermentazione, però, invece di essere utile diventa dannoso, perché invece di cedere energia la prendono.  Il letame va dunque lasciato a riposo per qualche mese e solo quando sarà completamente freddo si capirà che il processo è terminato e si potrà utilizzare con profitto.

Lo stesso avviene con gli scarti vegetali messi nella compostiera. Vanno rivoltati ogni tanto e lasciati tranquilli in modo che, anziché marcire, si trasformino in terriccio dal buon odore.

 

 

la vita nella C

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foto da windoweb.it

 

Da quando erano iniziati i grandi viaggi via mare verso le Americhe, la malattia dello scorbuto aveva ucciso un gran numero di marinai. Dolori, gengive gonfie, perdita dei denti, emorragie precedevano la morte degli uomini già dopo aver passato più di un mese sulle navi, dove il cibo diventava sempre meno vario e non c’era più niente di fresco. Molti attribuivano la causa della malattia alla carne guasta, ma pochi cercavano quale fosse davvero. Nel 1750 James Lind aveva scritto un trattato in cui spiegava che il succo di agrumi freschi avrebbe evitato la malattia. Non si conoscevano ancora le vitamine, ed in particolare la C, che si trova in grandi quantità nelle arance e tutti i loro parenti, nel prezzemolo e nello zenzero che i cinesi, già nel quinto secolo, coltivavano in vaso sulle navi per quello scopo. Eppure, tutti continuavano a non seguire i fondamentali consigli, nonostante i viaggi, a causa delle numerosissime morti di marinai e la debolezza di quelli che resistevano, diventassero precari e pericolosi. Anche quando arrivavano in un porto, quasi tutti preferivano nutrirsi di carne e non di frutta e verdura, considerata roba da animali. Gli ufficiali, di classe sociale superiore e dunque abituati ad una dieta più varia, si ammalavano meno.

Il matematico ed astronomo, diventato famoso come grande viaggiatore James Cook, nel suo viaggio del 1776 aveva reso obbligatorio il consumo di limetta (limone verde tropicale) e di crauti, ricchissimi di vitamina C  nonostante si conservino a lungo, grazie alla fermentazione che subiscono. Pare che, per invogliare i marinai, inizialmente Cook avesse ostentatamente prescritto solo agli ufficiali, quel cibo che i sottoposti trovano certo poco virile. Sapendolo, però, consumato dai più alti in grado, si erano convinti che fosse utile e l’avevano voluto anche loro.

Varie regole igieniche importanti avevano determinato un grande successo nei viaggi di Cook, completamente liberi dalla malattia. Eppure, la considerazione in cui era tenuto non era bastata a convincere la marina britannica, che aveva aspettato ben 42 anni, fino al 1795, prima di renderle obbligatorie.

La maggior parte degli animali non soffre di scorbuto perché sintetizza la vitamina C da sola. Oggigiorno è un malattia che colpisce chi mangia molto male e gli anziani, oltre ai grandi fumatori e gli alcolisti, che distruggono con fumo e alcol la vitamina assunta.

 

 dal mio libro ACQUA, ARIA, TERRA E FUOCO – energie del mondo

 

 

Fagioli salterini

 

fagioli salterini

foto da bizzarrobazar.com

 

 

Nel Messico centrale cresce un arbusto di fagioli che chiamano “palo flechado” ovvero “albero delle frecce”, perché gli indigeni usavano immergere le frecce nella sua corteccia, ritenendo che la linfa desse la capacità di raggiungere sempre il bersaglio. Nel fugace periodo delle piogge, l’arbusto fiorisce e la falena Cydia deshaisiana depone sulle sue foglie le proprie uova. Quando si schiudono, i bruchi entrano nei baccelli dei fagioli che si stanno formando e che, appena maturi, cadono e si dividono in tre parti, alcune delle quali contengono un bruchino.

Dato che non sopportano il calore eccessivo come la luce diretta del sole, che li disidraterebbe facendoli morire, si muovono per spostarsi in cerca d’ombra. Così se si mettono i fagioli su un piano, sentendo il calore della nostra mano o di una lampada che li illumina, li si vedono muovere con molta vivacità. L’effetto sorprendente dei loro piccoli salti li ha resi popolari come regalo per bambini. Intanto i bruchi ne mangiano la polpa e i fagioli si assottigliano man mano che loro ingrossano. Dopo mesi, quando inizia la trasformazione in falene, durante un un periodo che va dai 20 ai 60 giorni, i fagioli restano fermi, fino a che le bestiole ormai alate rompono le sottilissime pareti per uscirne, accoppiarsi e deporre le uova a loro volta.

 

Fagioli magici

foto da cibimbo

foto da cibimbo – Cicerchia tuberosa – spontanea nei campi argillosi e lungo le strade

 

C’è una fiaba, diffusa in molti Paesi, che attribuisce ai fagioli poteri magici, forse perché alcuni di loro contengono una sostanza capace di risvegliare dalla paralisi mentale e fisica i malati prigionieri della catalessi del morbo di Parkinson. E’ stata usata fin dall’antichità mangiando direttamente i fagioli o le fave, ma nel 1969 ne avevano fatto uso come farmaco in una clinica di New York con risultati tanto rapidi e spettacolari, da essere conosciuti nel mondo intero. Il libro (vedi recensione del libro) e il film che ne erano stati tratti avevano il titolo di “risvegli” (vedi recensione del film). Sembra magico anche in negativo, l’effetto delle fave su persone che ne sono allergiche e che anche solo sentendone l’odore possono subirne le conseguenze negative (favismo).

 Molte piante di fagiolo sono rampicanti e, se trovano un sostegno, si avvolgono con i loro viticci e salgono sempre più in alto, come se volessero arrivare in cielo, come nella celebre favola di Jack e i fagioli magici.

 L’umile pianta di fagiolo appartiene a una famiglia fra le più grandi e benefiche per la terra, dalle radici profonde che trovano l’acqua e la portano in superficie, mentre con l’aiuto dei batteri che ospitano, immagazzinano nel terreno l’azoto catturato dalle foglie, che diventa così più fertile e accogliente per altre piante. Dai grandi alberi di sophora e di acacia, a piante come la ginestra o erbe come quella medica, hanno fiori gialli, rosa, bianchi, blu o lilla a cinque petali, di cui due aperti e tre avvolti su se stessi, così da ricordare vagamente la forma delle farfalle. Per questo la loro famiglia è detta “papilionacee” da “papillon” che in francese significa farfalla. Sono chiamate anche fabacee, da fava, una delle leguminose coltivate da più tempo nel mondo, per nutrire le popolazioni con i suoi semi sostanziosi, dentro i baccelli chiamati legumi.

 Molte qualità di fagioli sono state importate dall’America, perché da noi esisteva solo una qualità, la “vigna”. Piselli, fagioli, ceci, fave, soia hanno tanto valore per il sostentamento umano, quanto ne hanno le perle per l’ornamento, a cui assomigliano nella forma tonda. Sono ricche di proteine, oltre che di carboidrati: possono dunque sostituire la carne e chi lo fa nella propria alimentazione, contribuisce a migliorare la sostenibilità ambientale in molti sensi. A parte il rispetto verso la vita animale, assente in molti allevamenti che hanno come fase finale il macello, ci vuole molta meno acqua per far crescere fagioli, che per un animale da macellare. Anche l’inquinamento si riduce notevolmente, tenendo conto oltre che dell’energia e dello spazio necessario alle stalle, anche della fase di conservazione e trasporto, ben più onerosa per la carne che per i semi di legume.

“Magici” appaiono anche i fagiooli salterini, a cui è dedicato un altro articolo.