Category Archives: Musei della natura e dell’uomo

Indice degli articoli: L’uomo selvatico nel Museo Diffuso della Valgerola, Museo del Bosco e del Cervo della Mesola, Ecomuseo delle erbe palustri a Villanova di Bagnacavallo (RA), Casoni veneti: edilizia rurale di qualità, Tempio voltiano museo dell’elettricità (CO), Museo dello Spluga MUVIS (SO), Museo del Vino di Bardolino (VR), Mulino Bottonera a Chiavenna (SO), :Museo dell’olio a Cisano di Bardolino (VR), Museo della seta di Garlate (LC), Museo della seta di Abbadia Lariana (LC), Museo del Falegname ad Almenno san Bartolomeo (BG), Giardino Sottovico (FI), Museo della carta di Fabriano (AN), Museo del parmigiano a Soragna (PR), Museo del Po a Monticelli d’Ongina (PC), Museo del pomodoro a Collecchio (PR), Museo del lino di Pescarolo (CR), Museo etnografico di San Pellegrino in Alpe (LU), Museo dei grandi fiumi a Rovigo, Museo del lavoro di Seravezza (LU), Museo dell’aria di Due Carrare (PD), Museo del pre-cinema a Padova, Museo della comunicazione di Bologna, Casa delle farfalle a Montegrotto Terme (PD), Museo degli insetti di Padova, Museo del Tamburo Parlante di Montone (PG), Museo del Castello di Alviano (TR), Museo del vetro di Piegaro (PG), Museo dei colori naturali di Lamoli (PU), Museo dell’olivo di Torgiano (PG), Museo del vino di Torgiano (PG), Museo del tabacco di San Giustino (PG), Museo della canapa di sant’Anatolia di Narco (PG), Museo della civiltà dell’ulivo (PG), Museo del minatore e cavatore di Vellano (PT), Museo delle erbe a Sansepolcro (AR), Officina Profumo-farmaceutica di Santa Maria Novella (FI), Museo dell’arte della lana a Stia (AR), Musei delle api e del miele in Trentino/Alto Adige, Centro di scienze naturali a Prato, museo della paglia e dell’intreccio di Signa (FI), museo della matematica di Firenze, la casa delle farfalle al parco Garzoni di Collodi (PT), museo del tessuto di Prato, museo della lana a Scanno (AQ), museo della frutticoltura di Lana (BZ), Casa delle farfalle a Collodi (PT) – Museo degli usi e costumi della gente trentina a San Michele all’Adige (TN), Museo sottomarino di Cancun, Museo etnografico Maison de Cogne (AO), Museo delle genti di montagna a Brunico (BZ), Museo giardino della rosa antica di Montagnana( MO), Museo dei mestieri in bicicletta a Fabriano (AN), museo dell’acqua di Siena, Museo degli orsanti a Compiano (PR), museo delle farfalle a Schio (VI), musei della natura e dell’uomo Italia Nord, musei della natura e dell’uomo Italia Centro, musei della natura e dell’uomo Sardegna e Italia Sud

L’uomo selvatico nel Museo Diffuso della Valgerola (SO)

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affresco dell’uomo selvatico a Sacco (SO)

 

Il calore dell’estate spinge verso l’alto e da Morbegno, lungo strade in moderata pendenza, porta verso la Valgerola, nel piacevole paesaggio dove sono numerosi gli edifici che testimoniano la vita e il lavoro abituali fino a cinquant’anni fa. A Sacco, a 700 metri di altitudine, nella casa di un notaio del quattrocento sono in perfetto stato le decorazioni ad affresco sulle pareti di una stanza con motivi vegetali, motti e proverbi scritti in caratteri gotici e lingua latina, che girano come le ore fino a una raffigurazione sacra della religione cattolica e a una che appartiene alle antiche credenze celtiche: l’uomo selvatico. L’om salvadegh, presente nelle culture alpine europee, ma che trova dei simili in varie parti del mondo, era un personaggio che si immaginava vivesse nei boschi e nelle zone fuori dal controllo umano. Era peloso o rivestito di pelli, armato di bastone e dispettoso, ma si diceva anche che avesse insegnato agli alpigiani come fare il formaggio. Statue e affreschi che lo rappresentano si trovano nel bergamasco, in Alto Adige, in Francia e sul duomo di Milano. In certe zone viene (o veniva) impersonato durante il carnevale, dissimulato sotto velli animali o vegetazione. Della casa-museo di Sacco si possono visitare alcune stanze, con pannelli di spiegazioni. Per la visita basta telefonare allo 0342 617028.

 

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Gerola Alta

 

Arrivati ai mille metri di Gerola Alta, in piccoli edifici sparsi che occorre farsi aprire, si hanno varie possibilità di vedere come si viveva fino a cinquant’anni fa.

Nei locali de: “La nostra storia” sono ambientate un’aula scolastica, un negozio, una cantina, la stanza dove si lavorava la lana, quella dove si trattavano i prodotti del maiale, quella dove si faceva il formaggio. Nella baita dedicata al telaio se ne vede uno grande in legno, oltre ai tessuti e agli indumenti che con quelli si realizzavano. Ci sono poi la segheria, il mulino, il centro visite “Casa del tempo” con reperti geologici, fossili e utensili, il “Centro del Bitto” . Il bitto è il formaggio tipico del posto, con una parte di latte caprino, che qui si può anche acquistare. Dietro l’edificio, visibile senza formalità c’è la ricostruzione di una casera. C’è anche il “canevel”, piccolo locale in pietra dove in estate si faceva scorrere l’acqua del torrente per mantenere bassa la temperatura e lavorare il latte per il formaggio, che altrimenti sarebbe presto andato a male. E’ libera la visita al lavatoio coperto, dove si trovano spiegazioni sui saponi e sul modo di lavare di un tempo.

Con una guida si può salire al borgo di Castello per visitare nella chiesa un’interessante statua in legno della madonna che si potrebbe definire ” in sottoveste”, dato che l’abito della statua è più corto e più semplice rispetto alla tradizione. Infatti in passato gli veniva sovrapposto un ricco vestito di stoffa, di cui c’è un esempio nella teca di fronte alla statua.

Davvero molto rustico è il paese dove si visita una casa contadina del settecento, con la cucina senza finestre, tutta nera di fuliggine e le stanze con finestrelle minuscole, arredate secondo la funzione a cui erano adibite. Si visita anche il vecchio forno cinquecentesco, che si usa durante le feste.

Per il sito ufficiale cliccare qui

 

 

 

 

Museo del bosco e del cervo della Mesola (FE)

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castello della Mesola – foto da inartecultura.altervista.org

 

Un buon punto per iniziare a comprendere i luoghi dove il fiume Po termina il suo lungo scorrere, è il castello di Mesola, appena si entra in Emilia Romagna dopo aver lasciato il Veneto. Nelle sale del cinquecentesco castello estense, infatti, sono illustrate le trasformazioni del territorio acquitrinoso, avvenute negli ultimi quattrocento anni.

Il Duca d’Este, dopo il terribile terremoto di Ferrara nel 1570 aveva concentrato l’impegno verso la bonifica degli acquitrini con una fitta rete di canali, in modo da prosciugare i terreni e destinarli all’agricoltura. Così i tanti ferraresi che avevano abbandonato la capitale, avevano trovato in Mesola delle nuove opportunità.

Il castello, costruito quasi alla foce del fiume sul quale un tempo si svolgeva un grande traffico commerciale, oltre alle molte attività artigianali e alla pesca, aveva impensierito i veneziani che avevano mandato spie per sorvegliare le attività dei possibili concorrenti nel trasporto e nella vendita delle merci. Per tutelarsi, i veneti avevano costruito il canale chiamato Taglio di Porto Viro, sul proprio territorio, per far depositare i sedimenti del Po nel braccio di Mesola e impedire così che venisse usato a loro danno.

Era stata anche la passione per la caccia a spingere Alfonso II d’Este a farsi costruire il castello in una zona dove abbondava soprattutto il cervo, che per la sua bellezza suscitava brame venatorie anche presso la corte francese, frequentata dal ferrarese. Gli animali selvatici venivano dapprima catturati e confinati all’interno dei “barchi” (recinti) per essere liberati prima della battuta di caccia. Questa era organizzata in modo da diventare uno spettacolo per chi non partecipava all’inseguimento ma assisteva solo all’uccisione delle prede sfinite, spinte verso una radura.

 

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la Torre Abate, nei pressi del castello di Mesola

 

Al cervo di questa zona, diverso dagli altri presenti in Italia, è dedicato il secondo piano del castello, dove sono illustrate le sue particolarità e quelle del bosco in cui vive, oltre che la sua importanza nella storia, nella tradizione, nell’arte.

Nei filmati che si susseguono nelle sale del castello, insieme ai molti pannelli illustrativi, si possono vedere le testimonianze delle attività numerose in questa zona fino a dopo la seconda guerra mondiale come il trasporto fluviale e la pesca, a cui erano legate molte attività artigianali.

A soli quattro chilometri di distanza, a Santa Giustina, si potrà visitare la bella chiusa di Torre Abate, in mezzo all’acquitrino dedicato alla pesca sportiva, dove prospera la cannuccia di palude utilizzata nei secoli per la copertura dei tetti delle case di contadini e pescatori, (vedi articolo) l’iris giallo, depuratore delle acque insieme alle altre erbe di plaude, i pioppi e i salici. Ci sono anche i pini domestici da cui si ottengono gli squisiti pinoli e le belle tamerici che sono di casa nelle zone marittime. Nella torre sono esposte foto che illustrano le attività del delta fino agli anni cinquanta. Si potrà poi passeggiare nel Boscone della Mesola, a pochi chilometri di distanza.

 

 

 

 

Ecomuseo delle Erbe Palustri a Villanova di Bagnacavallo (RA)

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vegetazione palustre

 

Al mare Adriatico romagnolo, sotto la foce del Po, arrivano le acque di fiumi minori come il Lamone, con un acquitrino che fino agli anni sessanta del novecento lambiva Villanova di Bagnacavallo, dove si andava spegnendo l’intensa attività artigianale legata alla particolarità del territorio: la lavorazione delle erbe palustri. Dove ci sono paludi e lenti corsi d’acqua prosperano le canne, le cannucce, i giunchi, le carici e le tife, che coi rizomi riescono a reggersi bene anche nel fango instabile e a portare ossigeno nell’acqua, dove altrimenti sarebbe insufficiente per la loro respirazione. Riescono così anche a renderla più salubre. Robuste, flessibili, leggere e alte fino a tre metri, (solo le carici e i giunchi pungenti sono bassi), mantengono le loro qualità per anni, anche dopo essere state tagliate. Ecco perché si prestano a innumerevoli impieghi senza bisogno di grandi attrezzature tanto che, nei cent’anni a cavallo tra otto e novecento, in questa zona la loro lavorazione è stata particolarmente intensa.

 

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alcuni fra i capanni ricostruiti nel giardino del museo

 

Il museo che ne illustra la storia, lo fa con una cura e un’ampiezza ammirevoli fin dall’esterno, dove nel giardino che lo circonda sono stati ricostruiti i diversi tipi di capanni molto diffusi in passato nelle terre umide. Hanno un’ossatura in legno e sono ricoperti di cannucce, in uno strato spesso all’incirca trenta/quaranta centimetri, capace di resistere alle intemperie per decenni e analogo a quello dei casoni veneti e dei cottage del Nord Europa.

 

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arredi di una casa ed elementi fatti di erbe palustri

 

Nelle molte sale del museo, dopo un video che aiuta a comprendere le trasformazioni di questa zona e delle sue attività, si visitano le stanze allestite con gli oggetti abituali nelle case delle famiglie che un tempo erano tutte impegnate nella lavorazione delle erbe palustri. Se ne sentiva il fruscio da mattina a sera, quando adulti e bambini le maneggiavano per guadagnarsi da vivere o per giocare. Un materiale così versatile si prestava ai divertimenti semplici quanto a quelli più impegnativi, come gli aquiloni, con la struttura di cannuccia su cui si tendeva la carta oleata, qui esposti insieme ad altri giocattoli, costruiti in certi casi dagli stessi bambini.

Attraverso dei modellini, si vede com’erano le case galleggianti, i traghetti del fiume, le barche per il trasporto di grandi cumuli del prezioso e al tempo stesso modesto materiale, che a volte era il legno di due generi d’albero sempre abbondanti dove c’è acqua: pioppo e salice, con cui si costruivano gabbie per il pollame, sedie, vanghe, pertiche.

Pannelli con spiegazioni accompagnano l’esposizione degli utensili e dei tantissimi oggetti realizzati come stuoie, cordami, ceste, rivestimenti per bottiglie, accessori del vestiario che comprendevano borse e scarpe anche molto raffinate. Ma ci sono pure gli stivali fissati a dei rialzi di mezzo metro, per camminare nell’acqua.

 

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scarpe in lavorazione

 

Le cannucce si usavano anche per fare le controsoffittature, di cui si vede qui un campione. Sono un materiale isolante molto efficace che è diventato di nuovo attuale per mantenere le case moderne più calde in inverno e più fresche in estate. Le erbe palustri lasciate crescere nelle acque inquinate le purificano, così come lo fanno i pioppi, i salici e gli ontani, che vengono oggi impiegati nella fito-depurazione degli scarichi casalinghi in campagna. Consolidano gli argini dei corsi d’acqua e attenuano il potere distruttivo delle correnti, rallentandole, in caso di alluvione.

I frutti delle tife, (Typha latifolia) che somigliano a grossi sigari, sono fatti di lanugine compressa, che quando si disfa vola via portando lontano i semini. Se la si raccoglie prima, serve ottimamente per imbottire cuscini e materassi. Il rizoma, invece, è commestibile e in passato, seccandolo e macinandolo si otteneva farina per il pane, mentre i germogli erano commestibili come verdura. Con le pannocchie piumose delle cannucce di palude, (Phragmites australis) invece, si facevano scopini, mentre la pianta era apprezzata per le varie proprietà medicinali contro le malattie da raffreddamento e gli edemi. I nativi d’America ne bevevano la linfa, mangiavano i germogli come verdura e facevano farina con i rizomi. Le canne, (Arundo donax) che sono più grandi e fanno da frangivento, hanno le stesse proprietà medicinali e in più fermano la montata lattea delle madri che ne hanno bisogno. Le ance di tutti gli strumenti a fiato, pare siano ancora fatte di canna, che in passato serviva a realizzare i flauti di Pan, con 10 canne di diverse dimensioni unite fra loro. La cellulosa che contengono è utile per farne carta.

Finita la visita, su prenotazione si può anche pranzare al sacco o richiedere menu vegetariani di specialità locali nella sala aperta sul giardino, arredata come le rustiche osterie di una volta, con suppellettili d’epoca.

L’associazione che si occupa della gestione di questo museo, organizza durante tutto l’anno le attività che rendono sempre più interessanti le visite per scolaresche e gruppi adulti.

 

Il sito è www.erbepalustri.it

 

Un articolo correlato riguarda I casoni veneti .

 

 

 

Casoni veneti: edilizia rurale di qualità

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Casone di via Ramei – Museo della Cultura opolare -Piove di Sacco (PD)

Le case rurali che si costruivano i contadini e i pescatori veneti vicino al fiume Brenta e al mare Adriatico, erano fatte col materiale disponibile in abbondanza sul posto: argilla, cannucce di palude, erba palustre, tronchi d’albero. Si chiamano casoni e di loro si trovano testimonianze fin dal quindicesimo secolo. Con la terra dei campi impastata insieme alla paglia si facevano i mattoni che asciugavano al sole e venivano assemblati con fango fresco, per alzare le pareti. Venivano poi rifinite con la calce mentre il pavimento, ben pressato e lisciato, restava di terra cruda. Solo i pilastri portanti di legno, poggiavano su grosse pietre per non marcire e reggevano anche le travi del tetto, dagli spioventi molto ripidi. Era ricoperto con mannelli di cannucce di palude legati all’intelaiatura di legno ed era sormontato da un colmo in erbe palustri o coppi in terracotta. La manutenzione doveva essere frequente e ogni due anni occorreva integrare le parti danneggiate dal vento, dagli insetti, dalle muffe o dal fuoco. C’erano i casoni di caccia, di forma conica, i casoni veneti, di forma rettangolare e i casoni di valle, meno caratteristici e fatti di laterizio, che servivano da rifugio ai ricchi cacciatori quando facevano le loro battute.

 

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Caso di via Ramei – ripostiglio/cantina e platano secolare

 

Nel territorio Piove di Sacco e di Codevigo, in provincia di Padova, rimangono alcuni casoni restaurati e visitabili, lungo i canali esterni all’abitato. In via Fiumicello 44 c’è il casone rosso, mentre in via Ramei si trova quello che è conosciuto come Museo della Cultura Popolare perché è completo di arredi e attrezzi, è circondato da un boschetto e dai campi, oltre ad una roggia di cui un tempo utilizzava l’acqua. Un platano e un giuggiolo ultracentenari gli fanno compagnia, messi a dimora ai tempi della costruzione originale, rifatta con muri e pavimento in cotto, dopo che i proprietari l’hanno ceduta al Comune alla fine degli anni settanta. All’interno si visita la cucina, rivolta a sud, per usufruire al massimo della luce e del calore del sole, completa di ciò che probabilmente vi si trovava un tempo, quando la famiglia conviveva con gli animali. Mucche, asino, galline erano ospitati in una seconda stanza rivolta a nord, più fresco e per questo più adatto a limitare cattivi odori e parassiti. Il calore dei loro grandi corpi riscaldava i locali in inverno, quando la legna si bruciava solo per cucinare nel camino della cucina. Anche qui come nella camera da letto si trovano gli arredi e nel sottotetto, un tempo adibito a fienile, sono ordinati gli attrezzi per il lavoro dei campi, tra cui la coltivazione delle barbabietole, destinate agli zuccherifici della vicina cittadina di Pontelongo. Le finestre sono piccole per ridurre il freddo d’inverno e il caldo d’estate, ma c’è un grande abbaino quadrato e inclinato sul tetto, per la ventilazione dei prodotti agricoli e l’illuminazione del sottotetto. Un casone più piccolo, accanto a quello principale, era destinato al ruolo di ripostiglio e cantina.

 

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Casoni a Conche di Codevigo (PD)

 

A Vallonga di Arzergrande si trova il casone azzurro e nel territorio di Conche di Codevigo, dove il paesaggio lagunare è più libero e suggestivo, spicca un casone di valle e tre casoni dal tetto altissimo. A Caorle (VE) e a Marano (UD) si trovano casoni stagionali di pescatori, più semplici e senza camino, dato che il fuoco si accendeva al centro dell’unica stanza e il fumo caldo sfuggiva attraverso la copertura del tetto, asciugandolo.

L’interno dei casoni di Piove di Sacco sono visitabili nella bella stagione solo di domenica ed è bene informarsi presso il comune per avere indicazioni precise ed eventualmente prenotare le visite.

I tetti ricoperti di cannucce di palude erano e sono comuni anche per le dimore signorili nelle campagne olandesi, inglesi e dei luoghi dove questa pianta si trova in abbondanza.

I muri in terra cruda sono stati molto diffusi in varie zone d’Italia per le case contadine fino all’epoca fascista, quando si è cercato di sostituirle con altre più consone all’idea egualitaria dell’epoca. Lo stesso è successo coi casoni. La cattiva fama di simili costruzioni era dovuta al fatto che si viveva in promiscuità e in condizioni igieniche precarie, a causa della povertà e dell’ignoranza degli abitanti.

Questi materiali sono stati usati fin dai tempi più lontani in tutto il mondo con ottimi risultati anche per le abitazioni cittadine e lo sono tuttora. Anzi, adesso sono privilegiati per le case più all’avanguardia dal punto di vista della salubrità e sostenibilità ambientale, oltre che dell’originalità delle forme. Al riguardo potrete leggere questo articolo. Sull’impiego delle canne palustri anche per i tetti, cliccate qui.

 

 

Museo dello Spluga (MUVIS) a Campodolcino (SO)

montagne a Campodolcino, verso lo Spluga

Campodolcino, verso lo Spluga

 

E’ l’aria calda dell’estate o la neve dell’inverno a spingere la gente verso le montagne, dove un tempo si saliva solo per necessità: i pastori per l’alpeggio, i cavatori per estrarre pietre con cui costruire ponti e case, o rivestire i tetti, i boscaioli per tagliare gli alberi che poi portavano a valle facendoli fluitare nei fiumi. Per escursioni e sport non ci andava nessuno o quasi, fino agli ultimi decenni del settecento, quando i primi scalatori e poi gli sciatori hanno diffuso la passione per le sfide e la contemplazione della natura. A metà ottocento si era ormai stabilito anche in Italia dall’oltralpe il gusto per la bellezza selvaggia delle montagne e dei boschi. Così, dal passo dello Spluga che collegava l’Italia alla Svizzera portando posta, merci e passeggeri, hanno transitato ben più spesso di prima i pittori, i poeti e tutti quelli che desideravano bellezza, oltre che aria buona e acque curative come quelle di Madesimo.

 

biancheria realizzata dalle donne in armadio d'epoca

biancheria realizzata dalle donne in armadio d’epoca

 

Il Museo dello Spluga MUVIS conserva nelle sue stanze gli oggetti che è stato possibile salvare dal passato di chi ha abitato queste montagne, per comprenderne un poco la natura. I cilindri per la distillazione della grappa che ci sono nel seminterrato ricordano l’attività dei tanti che la producevano, utilizzando le vinacce acquistate dai viticoltori di fondovalle. Erano grappe di ottima qualità, come lo erano le birre di Chiavenna, di cui una portava il nome Spluga, come il passo verso la Svizzera. Altri oggetti ricordano le attività dei cavatori, dei boscaioli, dei postiglioni, dei contadini. Man mano che si sale verso i piani alti, pavimentati con pietra e legno locale, si raggiungono le sale dedicate agli sport invernali, dove ci sono sci e pattini da ghiaccio, slitte e un bob a quattro in legno. Di tavole d’abete rosso sono le pareti della prima stua, la stanza interamente foderata di legno che avevano molte case di montagna per proteggere dal freddo invernale. A seconda del tipo di legname più disponibile, nelle zone alpine se ne utilizzavano di vari tipi. Nel museo il rivestimento delle stue è stato preso da case diverse, così come i mobili, gli oggetti e la biancheria ricamata dalle donne quando alla fine dell’ottocento l’edificio che adesso è museo, è stato sede di una scuola creata da san Luigi Guanella, originario della frazione Fraciscio, di Campodolcino, per insegnare loro a ricamare e a fare i pizzi al tombolo, conosciuti come pizzi di Cantù (CO).

 

carden settecentesco trasferito nel museo

carden settecentesco trasferito nel museo

 

 

C’è anche una sala dedicata a don Guanella, che aveva studiato le proprietà curative delle erbe, utili alle sue attività a sostegno dei più bisognosi, creando istituzioni per aiutarli, offrendo loro la possibilità di un’istruzione e una formazione professionale che li rendesse autosufficienti. E’ molto bella anche la ricostruzione della cucina in muratura, con l’acquaio di pietra. All’ultimo piano c’è una tipica baita di montagna in legno di castagno, col tetto coperto da piote (lastre di pietra): il carden, costruito incastrando i tronchi sovrapposti. E’ del settecento, rimontato per mostrare questo tipo di abile costruzione simile a quella dei Walser, popolazione di origine svizzera che si è sparsa in vari punti delle Alpi. Nel sottotetto ci sono i diorami con gli animali tipici di queste zone.

Dal museo si possono avere le indicazioni per escursioni tematiche come la via delle cascate, delle acque, dei carden, dei mestieri, delle cave e persino dei santi.

Il sito del museo è www.museoviaspluga.it

Arrivando a Campodolcino si vedrà un bellissimo acero di monte e nella provincia si potranno vedere vari alberi monumentali

Altri musei interessanti sono a Chiavenna, come il mulino Bottonera e l’orto botanico Paradiso

 

Museo del vino di Bardolino (VR)

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Non molto distante dal Museo dell’Olio si trova il Museo del Vino, dato che la provincia di Verona è celebre per il Valpolicella, originariamente dolce grazie all’interruzione della fermentazione che trasforma tutti gli zuccheri in alcol. Lasciandolo invece seguire il procedimento fino alla fine si ottiene l’Amarone, tipico della zona veronese. La Vitis vinifera, come l’Olea sativa viene dal Medio Oriente e si sa che in Mesopotamia si beveva vino più di tremila anni prima di Cristo. La pianta rampicante può vivere centinaia di anni, dando frutti sui rami vecchi, disposti in modo diverso a seconda delle zone, dei terreni, delle tradizioni.

 

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Nei vigneti, però, si tengono le stesse viti solo per circa trent’anni. In Cile, poi in Sudafrica, in America e in Australia nel corso dei secoli si è diffusa la coltivazione di questa pianta man mano che la preferenza di una bevanda come il vino ha accompagnato gli europei emigrati fin lì. La vite coltivata è più vulnerabile di quella selvatica e a metà ottocento un insetto parassita di origine americana, la fillossera, aveva attaccato le viti europee cominciando dalla Francia e minacciando tutti i vigneti d’Europa. Anche il fungo peronospora aveva fatto grandi danni. E’ stato necessario allora innestare le piante di vite delle varie località su quelle americane, abituate ai parassiti che avevano saputo vincere e che avevano quindi gli anticorpi necessari a resistere.

 

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Nel Museo del Vino ci sono pannelli che illustrano l’operazione e si può vedere ciò che veniva usato per il trattamento delle piante: con il verderame per combattere i funghi parassiti come la peronospora e con lo zolfo contro l’oidio. Ci sono poi gli oggetti per la raccolta dell’uva, la pigiatura, il trasporto, l’invecchiamento, l’imbottigliamento. Il legno era il materiale maggiormente impiegato per le varie fasi, con il supporto del ferro e del vetro. C’è anche un pezzo di corteccia di sughero, da cui si ricavavano i tappi già in epoca romana, ma poi si sono usati cavicchi di legno, argilla, gesso e anche i tutoli del mais, da sigillare con mastici, resine e pece. Pierre Perignon, il benedettino inventore dello champagne, ha riportato in uso il tappo di sughero nel seicento.

Il sito del museo è www.museodelvino.it

Nelle vicinanze del museo del vino c’è il Museo dell’Olio

Nella provincia di Verona ci sono vari Alberi Monumentali a cui fare visita

 

Il mulino Bottonera a Chiavenna (SO)

il fiume Mera a Chiavenna

il fiume Mera a Chiavenna

Nell’ottocento a Chiavenna, il fiume Mera aveva abbastanza acqua da distribuire nei tanti canali del quartiere artigianale Bottonera, per far funzionare con la sua forza i birrifici, i cotonifici, una cartiera, un maglio e vari mulini di cui uno moderno che macinava il grano per il pastificio Mori. Era un capolavoro di carpenteria su quattro piani (compreso il seminterrato), tutto fatto in legno di Pinus rigida, robusto e adatto al contatto col cereale e la farina, senza rilasciare sostanze che ne potessero compromettere il sapore e l’integrità.

 

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Quando negli anni sessanta il proprietario aveva trasferito altrove la propria attività, aveva venduto il mulino al comune perché rimanesse come testimonianza di un’attività degna di essere conosciuta. Era dunque stato restaurato alla perfezione da volontari e, verso la fine del millennio era diventato museo di un mulino moderno e complesso, ma anche più affascinante di quelli antichi, per la raffinatezza del suo funzionamento e la bellezza delle sue apparecchiature in legno e tessuto, oltre che metallo.

 

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Fino all’ottocento per ottenere la farina si utilizzavano grandi macine di pietra che schiacciavano i chicchi in una sola operazione, adatta per il grano tenero, il Triticum aestivum, adatto a fare il pane o i dolci. Ma la pasta che in Italia consumiamo in gran quantità, per tenere la cottura ha bisogno del grano duro, il Triticum durum, che è più grosso e coriaceo. Era stato inventato dunque un tipo di mulino graduale per raggiungere lo scopo in più fasi, come si può vedere nel mulino di Bottonera. Prima, però, occorreva pulire bene il grano ancora asciutto e poi lavarlo per eliminare ciò che poteva danneggiare tanto la farina quanto i macchinari. Era necessario anche togliere i pezzetti di ferro, frammenti delle macchine agricole che avevano tagliato le spighe. Così, lungo il percorso di pulizia si trovano delle calamite per attrarre i pezzetti che, oltre a non essere macinabili, avrebbero potuto far scoccare scintille e provocare incendi. Bisognava eliminare anche i semi estranei, come quelli della veccia, grazie alla forza centrifuga che la loro forma tonda faceva espellere facilmente. La forza di gravità durante il lavaggio liberava, invece, dai sassolini, più pesanti dei chicchi. Operazione altrettanto importante era prevenire l’arrivo dei grandi nemici di ogni scorta alimentare umana: gli insetti, con un’accurata pulizia e con la disinfestazione periodica attraverso gas innocui per l’uomo.

 

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Pulitrici, setacci, macine, tramogge, semolatrici ed elevatori, dentro i loro gusci di legno dalle belle forme e dal colore caldo, vibravano e facevano rumore giorno e notte, sorvegliate e guidate da una squadra di operai agli ordini di un capo mugnaio. Così, il grano che veniva dalla pianura padana si trasformava in farina per il pane, semola per la pasta, crusca per gli animali che venivano anche esportate nella vicina Svizzera, attraverso il passo dello Spluga.

il sito del museo è http://www.valchiavenna.com/it/cultura/Mulino-Moro-di-Bottonera.html

In questo sito c’è un articolo sull’‘Orto Botanico di Chiavenna

 

 

Museo dell’olio a Cisano di Bardolino (VR)

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L’albero di olivo, originario dell’antico Libano, era arrivato in Grecia con le navi di quelli che allora si chiamavano fenici, forse già duemila anni prima di Cristo. I suoi frutti autunnali e l’olio che se ne ricavava erano tanto apprezzati per i più diversi usi, da far espandere la sua coltivazione lungo tutte le coste del Mediterraneo. Nelle zone interne dell’Italia a nord il clima è troppo freddo per questa pianta, ma l’acqua del lago di Garda in inverno restituisce alla terra un po’ del calore accumulato nella bella stagione e permette all’olivo di vivere anche in questa zona, la più a Nord di tutte. Ecco perché un buon olio si produce anche qui, dove è stato realizzato il Museo dell’Olio, in cui sono esposte le attrezzature usate nel passato per la raccolta delle olive direttamente dai rami, utilizzando le lunghe scale a pertica che un tempo erano di legno e oggi sono di metallo.

 

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Ci sono i torchi, le macine, le presse per la spremitura, le grandi giare per la conservazione. Ci sono anche antichi lumi alimentati con l’olio un po’ inacidito, che si otteneva dalle olive cadute a terra e non raccolte subito. Era comunque il combustibile più puro e dunque più adatto ad illuminare i luoghi sacri. Un video racconta la storia dell’albero simbolo di pace e di onore, dato che gli antichi mettevano una coroncina fatta coi suoi rametti sulle teste degli ambasciatori e dei vincitori.

 

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L’olivo è uno degli alberi più longevi del Mediterraneo e può vivere tremila anni, sviluppando tronchi con circonferenze di tredici metri, mentre l’altezza è ridotta dalle continue potature per facilitare la raccolta dei frutti. Lungo il Garda hanno longevità e dimensioni ben più ridotte, dato che il clima è comunque non ideale. Nel Museo dell’Olio di Bardolino si possono fare degustazioni e acquisiti di olio locale.

Il sito del museo è www.museum.it

Nelle vicinanze si trova il museo del vino

In provincia di Verona si possono vedere vari alberi monumentali

 

 

 

Museo della seta di Garlate (LC)

gelso foglie leg

foglie di gelso di forma diversa sullo stesso albero

 

Il ramo lecchese del lago di Como, dopo essersi ristretto per diventare il fiume Adda che scorre verso sud e il Po, si allarga per un tratto nel lago di Garlate. Sulle sue rive era stata costruita una filanda della seta già nel settecento, quando l’allevamento dei bachi e la lavorazione del loro filo era prospera. Molti contadini allevavano gli insetti che in un lontano passato erano stati importati dalla Cina insieme ai semi degli alberi di gelso, le cui foglie erano il loro unico cibo. Era un’attività che dava un piccolo reddito a sostegno della magra economia famigliare e, fino all’ultima guerra mondiale, ha fatto lavorare tanta gente anche nel trattamento e nel commercio del prezioso filato. Il cambiamento radicale dell’economia e degli stili di vita del dopoguerra ha fatto cessare la convenienza di questo lavoro, trasferendolo di nuovo alla Cina. Chiusa la filanda, l’ultimo proprietario, la famiglia svizzera Albegg, ha voluto conservare i macchinari e ne ha acquistati altri per farne un Museo della Seta fin dal 1953. Passato al comune, dopo una chiusura di molti anni ha di nuovo riaperto e sui due piani di cui è composto si seguono le diverse fasi della lavorazione dei bozzoli, fino al completamento del filo da rivendere poi ai tessitori e ai tintori, che dall’unità d’Italia, per un secolo sono stati soprattutto a Como, all’estremità dell’altro ramo del lago.

 

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falene di Bombix mori che hanno apena deposto le uova

 

Nelle filande si usava molta acqua calda per sciogliere una parte della sericina che rendeva compatti i bozzoli e serviva anche a mantenere insieme i 6 o 8 fili sottilissimi che si univano dopo averne trovato il capo, nella prima fase della lavorazione. Qui faticavano soprattutto bambine e donne in locali sempre molto caldi e rumorosi. I begli oggetti e le macchine esposte sono perfettamente funzionanti e molte sono fatte di legni di diverse qualità, come ad esempio il grande torcitoio circolare con la struttura di robusto larice resistente all’umidità, i rocchetti di liscio olivo per evitare ogni attrito, i denti delle ruote di durissima robinia, resistente alla rottura.

 

bozzoli che i bachi hanno inserito fra steli di paglia

bozzoli che i bachi hanno inserito fra steli di paglia

 

E’ possibile usufruire di visite guidate, vedere filmati e leggere i pannelli dove si spiegano i molti usi della seta al di là dell’abbigliamento. Infatti, dato che si tratta di un prodotto animale, se usato sul nostro corpo per rigenerare delle parti lese, non subisce il rigetto che invece avviene con materie vegetali. Anche i bachi stessi, oltre ad essere un cibo sano e nutriente, hanno un benefico effetto contro il diabete e addirittura i loro escrementi, che concentrano le proprietà delle foglie di gelso, in Cina sono da sempre utilizzati a questo scopo. Vari giovani alberi di gelso crescono nel giardino del Museo della Seta, mentre nelle campagne ne rimangono ancora qua e là e uno grande è ancora in salute sulla rotonda per Milano, venendo da Pescate verso Garlate, quindi relativamente vicino.

 

stufetta dove venivano messi i bozzoli per impedire la schiusa

stufetta dove venivano messi i bozzoli per impedire la schiusa

Il sito del museo è www.museosetagarlate.it

Un museo della seta complementare è quello di Abbadia Lariana

Nella provincia di Lecco ci sono bellissimi alberi monumentali

 

 

 

Museo della seta di Abbadia Lariana (LC)

falena del Bombix mori

falena del Bombix mori

 

Vale la pena di visitare il Museo della Seta di Abbadia Lariana anche solo per quella macchina spettacolare, tutta di legno che è il suo torcitoio, simile a una giostra per i fili. E’ un castello di larice e castagno alto undici metri, che occupa quattro piani ed è radicato nella cantina di quello che è stato il filatoio, dove grandi ruote dai denti di durissima robinia, girano perché lui possa girare. Mille rocchetti di legno d’olivo sono mossi dalle cinghie di cuoio, così che il filo di seta si torca avvolgendosi sui supporti dove si formano le matasse. Adesso è l’energia elettrica a muoverlo, ma nell’ottocento era direttamente l’acqua di un torrente vicino che, cadendo su una grande ruota esterna, lo faceva lavorare giorno e notte. Nelle ore buie erano piccoli lumi ad olio fissati all’impalcatura a dare quel tanto di luce che bastava a controllare il lavoro della macchina costruita nel 1818, ma seguendo un modello di cui si erano trovati i disegni esecutivi già nel trecento a Lucca.

 

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Nelle altre stanze del museo ci sono oggetti utilizzati per il lavoro di controllo, di pesatura, di misurazione e di imballaggio. Quando i bozzoli venivano portati dai contadini che li avevano allevati, si dovevano riconoscere quelli in cui c’erano falene femmine, più pesanti perché già piene di uova. Se ne preservavano alcune insieme a qualche maschio che le avrebbe fecondate immediatamente per poi finire la sua vita poco prima della femmina, dopo la deposizione delle minuscole uova tonde. Tutti gli altri bozzoli venivano messi invece in uno stanzino caldissimo, impedendo loro di nascere e rompere il filo, lungo fino a tre chilometri.

 

valigetta coi colori in polvere

valigetta coi colori in polvere

 

Fra gli oggetti più interessanti c’è anche una valigetta piena di flaconi in vetro con le polveri che servivano a tingere il filo o il tessuto, realizzata altrove. Era soprattutto a Como, sull’altro ramo del famoso lago che, dopo l’unità d’Italia e per un secolo, si tesseva e si tingeva la seta in uniti e stampati di grande qualità anche grazie alla scuola specializzata che esiste ancora. Il telaio artigianale che si trova nel Museo della Seta è solo dimostrativo di quanto una persona può fare ancora oggi. Dietro l’edificio sono ancora al loro posto le due ruote ad acqua che servivano a muovere il torcitoio. Una è stata perfettamente restaurata. Infine, per chi ancora non conoscesse l’albero di gelso le cui foglie hanno sempre nutrito i bachi da seta, ne può vedere uno nel prato vicino all’uscita.

il sito del museo è www.museoabbadia.it

Belle visite da fare nei paraggi sono l’orrido di Bellano, Fiumelatte, col fiume più corto del mondo, la Valsassina con le sue montagne suggestive e i molti alberi monumentali della provincia di Lecco

 

 

Museo del Falegname di Almenno san Bartolomeo (BG)

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Il grande Museo del Falegname Tino Sana è una collezione di utensili, macchine, attrezzature di varie epoche, di oggetti fatti prevalentemente di legno e spesso disposti in una ricostruzione degli ambienti dove si lavorava o si viveva nel passato. Sono il frutto della ricerca di chi è stato falegname e nelle prime sale si vede dunque ciò che serviva a svolgere il lavoro e il risultato dell’opera. Le attrezzature venivano realizzate dai falegnami stessi, da una parte perché in passato erano ben poche le cose che si trovavano già fatte, dall’altra perché ciascuno voleva avere attrezzi che fossero in un certo senso una continuazione del proprio corpo e della propria mente. L’artigiano era un fine conoscitore del carattere del legno, della sua capacità di sopportare uno sforzo, di essere abbastanza elastico, leggero oppure pesante, a seconda del risultato da raggiungere.

 

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sega a nastro con motore a scoppio. Fine 800

 

Certo bisognava tener conto del tipo di albero disponibile in zona, da cui ricavare la materia prima. Anche il modo e la direzione con cui si tagliava lo stesso pezzo di legno determinava il risultato finale. Ecco dunque che una visita al piano inferiore del Museo del Falegname è utile per vedere più chiaramente quali sono le caratteristiche di ciascun legno. Ci sono tronchetti sezionati per mostrare il colore, la tessitura, la differenza fra la parte più esterna e quella più interna di un tronco. Si può sperimentare la diversa tempra attraverso il suono che dà ciascuno di loro quando lo si percuote con una bacchetta, come avviene con gli strumenti musicali. Questo è il laboratorio dove si può sentire maggiormente il desiderio di conoscere gli alberi da vivi, che conservano molti aspetti del loro carattere anche quando sono ormai solo usati come materiale da costruzione.

 

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lavatrice ottocentesca in legno

 

 

Per la straordinaria resistenza che li caratterizza, i frassini erano sacri ai celti, i quali ritenevano che fosse uno di loro a sostenere il cielo. Ma i frassini reggono anche la terra, perché hanno radici diramate e profonde che la mantengono salda e impediscono che frani. Le betulle di cui ci sono boschi per noi difficili da immaginare, nei Paesi dell’Est e del Nord dai temibili inverni, nonostante la corteccia candida e l’aspetto etereo conservano nel legno la stessa resistenza che le rendono capaci di affrontare le avversità del clima nordico. Querce, castagni e faggi, che sono parenti fra loro, hanno dimostrato sempre una robustezza tale da sopportare condizioni ben difficili sui terreni nostrani, come ciò che è stato fatto utilizzandone il legno.

 

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tipica barca del lago di Como chiamata “Lucia”, che prevede una copertura con telone

 

Nel corso della visita al Museo del Falegname si vedono persino due barche: una del lago d’Iseo, fatta di larice che resiste all’acqua come nessuno. L’altra del lago di Como, a cui la verniciatura impedisce di svelare il suo legno, salvo il pavimento di pino. Poi si trovano le carrozze e salendo al primo piano, sorprendono le varie biciclette ottocentesche, ma anche quelle autarchiche del periodo fascista, fatte di frassino e castagno, e una moderna di gran lusso creata dallo stesso Tino Sana con multistrato di betulla. Bici di ferro sono invece attrezzate di tutto punto per i vari mestieri ambulanti di un tempo, fra cui quella del barbiere, davvero raffinata. E se un tempo si usavano i mastelli di legno per fare il bucato, avendo come detergente la lisciva ottenuta dalla cenere di legna, anche per le prime lavatrici a manovella lo si era usato e qui ce n’è un bellissimo esempio. Occorre prevedere parecchio tempo per esaminare tutte le cose sorprendenti di questo museo, che ha persino una collezione di burattini di legno antichi e moderni, oltre ad un teatro dove li si può vedere all’opera.

C’è addirittura un aereo di inizio novecento usato da D’Annunzio, un’auto coetanea, una vespa sidecar e quella usata da Cary Grant nel film Vacanze romane. Sono di metallo, naturalmente, come le moto di cui c’è una piccola collezione.

 

In provincia di Bergamo ci sono molti alberi monumentali da vedere. Nei paraggi del museo si trovano nel parco di villa Serena

Per chi è interessato alle biciclette dei mestieri ambulanti, il Museo dei Mestieri in Bicicletta di Fabriano sarà un piacevole complemento.

 

Giardino Sottovico (FI)

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Da maggio 2010 a Vico d’Elsa c’è un Orto Botanico che non ci si aspetterebbe di trovare in Toscana. E’ il Giardino Sottovico,  dedicato alle piante succulente rare come si possono vedere a Ischia, Napoli o nel principato di Monaco. Nel loro piccolo regno toscano, a primavera dai fusti alti anche cinque metri sgorgano fiori che spiazzano per quantità, bellezza e colori. Gli insetti e i pipistrelli nostrani rispondono al loro richiamo silenzioso e trasportano il polline da un calice all’altro, perché possano farsi frutti. I cactus fragola e i cactus mirtillo ne danno tanti da poterci fare le marmellate.

 

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Quelle che la maggior parte delle persone chiama piante grasse, erano il tesoro di due collezionisti locali, promotori del progetto per far conoscere al grande pubblico la vegetazione delle zone semi-desertiche dell’America e dell’Africa. Volevano che fosse un luogo attraente per un turismo di qualità, dedicato alla cultura e all’educazione verso la natura. Così hanno chiesto al comune l’usufrutto di un terreno abbandonato di sei ettari ridotto a discarica abusiva, per trasformarlo in un giardino che all’esterno ospita alberi e fiori italiani, ma ha come nucleo una serra di 200 metri quadrati, alta circa 6, dove dimorano le grandi piante succulente in piena terra, mentre una di 90 metri, più bassa, ospita quelle rare in vaso.

 

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Alcune di loro hanno cinquant’anni di età e potranno vivere ancora molto a lungo, soprattutto perché curate personalmente dai trenta volontari dell’associazione, di cui tre a tempo pieno. I soci del Giardino Sottovico sono ben quattrocento, orgogliosi di contribuire ad un’opera che adesso si auto-sostiene finanziariamente grazie alla vendita di piantine, ben difficili da trovare altrove. Alessandro e Andrea, i due principali donatori appassionati di piante fin dall’infanzia, con gli anni hanno accresciuto la loro collezione facendo acquisti in Inghilterra, che con Germania e Cecoslovacchia offrivano le scelte migliori. Andrea purtroppo è mancato ed è Alessandro che ogni giorno cura le piante e le annaffia, sia pure con moderazione, ogni 10 giorni da aprile a settembre. Dedica il suo tempo a molti piccoli lavori che mantengono in salute, senza l’uso di pesticidi, le piante dalle forme e dai colori tanto belli e diversi da richiedere giorni per essere viste e apprezzate tutte.

 

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Forme geometriche e arzigogolate, a tinta unita, sfumata, punteggiata o striata, con spine che in certi casi le coprono per intero e in altri sono disposte solo lungo i margini. Le piante di taglia piccola fioriscono anche già a soli due anni di età, mentre quelle grandi hanno bisogno di più tempo, ma quando è il momento giusto tutte fanno zampillare corolle magnifiche e spesso grandissime rispetto ai fusti. Quelle che abitualmente vivono in montagna, dove il sole di giorno e il freddo di notte sono più feroci, si rivestono di una folta pelliccia nei punti dove spuntano i fiori, perché siano protetti. Quelle che nei loro Paesi d’origine si offrono ai colibrì emettono tubicini colorati, adatti ai loro lunghi becchi sottili. Quelle che vivono dove ci sono solo mosche, danno ai propri calici un fetore che attira unicamente loro. Ma tutte ci mettono la bellezza che seduce anche uomini e donne, disposti ad impollinarle con le proprie mani se mancano i pronubi a cui è rivolta, perché non rimangano deluse.

 

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 il sito dell’orto botanico è www.giardinosottovico.org/