Category Archives: Italia inconsueta

Indice degli articoli: il sentiero sospeso verso l’eremo di san Romedio (TN), Lugo (RA): la rocca dei fiori di cappero, Sant’Agata Feltria (RN), paese del Natale e delle fiabe, Le fontane di Tonino Guerra, Casoni veneti: edilizia rurale di qualità, Fioriture a distesa, Chiavenna: il lavoro dell’acqua, Tabià: architettura rurale di qualità (BL), Il Monte Nuovo (NA), Isola ferdinandea (TP), L’orto botanico di Chiavenna si chiama Paradiso (SO), Villa della Torre a Fumane (VR): potenza degli elementi, Antichi caseifici, i caselli reggiani, Il bosco dei licheni, La colombaia di Crespellano (BO), Saporiti fiori d’Ottobre: i Crocus sativus da zafferano, La repubblica creata dalla sorte: Cospaia (PG), Orti dipinti a Firenze, Officina Profumo-farmaceutica di Santa Maria Novella (FI), Musei del miele in Trentino/Alto Adige, La Phytolacca dioica di Ostuni (BR), le sorprese del museo della frutticoltura di Lana (BZ), Bagni di San Filippo (SI), la casa dei bagolari di Prato (PO), il principe arancio di Pantelleria (TP), la ghiacciaia della via modenese (PT), i mirti monumentali della Kolymbetra (AG), i castelli di Cannero (VA), il cimitero di guerra di Brunico (BZ), Il museo degli orsanti della val di Taro (PR), il teatro più piccolo del mondo LU, PG, IM, il giardino della valle CO), Aria condizionata naturale VI, SO, PA

Il sentiero sospeso verso l’eremo di san Romedio (TN)

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Sotto il picco dove è cresciuto nei secoli il santuario di San Romedio, scorre il torrente a cui hanno dato lo stesso nome e che passa ai piedi del paese di Sanzeno. Nel 1863 quando la famiglia de Widmann era insediata nell’abitato e possedeva molte terre, le aveva volute rendere produttive portandovi l’acqua del torrente. Aveva allora inciso nella roccia calcarea della forra dalle pareti verticali, un canale stretto come un sentiero per farla arrivare senza fatica, in leggera pendenza. Man mano che il suo percorso procedeva verso la destinazione, cresceva la distanza dal fondovalle fino a trovarsi sospeso a cento metri di altezza. Adesso che l’acquedotto ha una diversa sistemazione, il sentiero dell’acqua è diventato quello dei visitatori dell’eremo, che vogliono arrivarci nel modo più simile a quello del santo di origine austriaca, che mille anni fa aveva scelto questo luogo come solitaria residenza. Se ci si va di buon mattino, in un giorno feriale d’estate, il silenzio e il camminare sospesi per quaranta minuti sullo strapiombo, si accorda con la bellezza selvaggia del luogo e con l’atmosfera spirituale del santuario alto su un picco, che sale ancora con i suoi muri e le sue scale, per stare come su una nuvola sopra gli alberi. E’ fatto di piccole chiese interne decorate ad affresco, di centotrenta gradini ripidi, fra muri bianchi con nicchie in cui sono allestite scene della Passione di Cristo, di sale con gli ex voto, di una balconata da cui si guarda il torrente, novanta metri più sotto.

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Nel bosco, in un recinto ben protetto, è ospite da anni un orso bruno che non poteva tornare alla vita selvatica, dopo essere stato sempre prigioniero di uomini. Del resto, una leggenda racconta di un orso che aveva ucciso il cavallo di san Romedio e che si era lasciato cavalcare al suo posto, per portarlo a Trento.

Fra gli alberi più in alto c’è il minuscolo cimitero dei religiosi che sono voluti restare qui per sempre.

Tornando a Sanzeno lungo la strada asfaltata che segue il percorso del torrente ed è aperta solo alle navette del santuario, sarà piacevole riconoscere le enormi foglie del farfaraccio, i fiori di impatiens che profumano di pesca, gli abeti rossi, i noccioli, qualche tiglio selvatico, i carpini. In alto compare ogni tanto il sentiero percorso all’andata e i tanti frassini che con le loro salde radici non hanno avuto timore di installarsi sulle pareti verticali, piene di buchi.

 

 

Lugo (RA): la rocca dei fiori di cappero

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capperi – foto da giardinaggio.net

 

I capperi sono piante sensibili, spiriti liberi che si installano dove si sentono meglio, spesso incuranti di dove li vorremmo noi. Arrivano dove il clima è mite e abbonda il sole, portate da lucertole e gechi che ne mangiano i frutti e ne disperdono i semi. A maggio cominciano a fiorire, con quattro petali bianchi che mettono in risalto il bel ciuffo al centro, fitto di lunghi stami violacei, sottili, setosi. A sera sono già appassiti ma, se qualche insetto impollinatore li ha visitati, presto compaiono piccoli frutti oblunghi. Ogni mattina si aprono nuovi fiori fino a luglio, quando le piante cominciano a riposarsi.

Sulla parte più bassa delle mura esposte al sole della rocca di Lugo, in Romagna, le piante di cappero prosperano già da centinaia di anni. Nonostante siano estremamente frugali, sono esigenti in fatto di confortevolezza e gli antichi castelli sono fra le loro dimore preferite, purché non si sia cercato di ringiovanirli più del necessario. Fra mattone e mattone devono esserci gli spazi sufficienti agli arbusti per installarsi e far gattonare le radichette verso l’interno, dove trovano spazio e umidità ideali e mai eccessive. Il comune di Lugo, che da sempre lascia loro la libertà di dimora, chiede in cambio un tributo in boccioli, per farne il condimento vivace di molti piatti, dagli effetti benefici sulla salute. Ci sono tracce di questo compromesso nei libri contabili dell’ottocento, quando gli abitanti del posto hanno ricevuto l’incarico per la loro raccolta e lavorazione. Così è stato per cent’anni fino a quando, nel secolo scorso, la modernità che ha portato i frigoriferi, le lavatrici e la plastica, ha fatto abbandonare ciò che si è visto come campagnolo e antiquato.

 

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la rocca di Lugo con la parte bassa rivestita di capperi e in alto il giardino pensile

 

L’Amministrazione Comunale, ufficialmente non se ne è più interessata, ma Sante, personaggio caratteristico del posto e Idana, bidella tuttofare, sono stati di parere diverso e hanno cominciato ad occuparsene per proprio conto. I boccioli messi rapidamente sotto aceto e stagionati per qualche mese, sono stati regalati spesso in vasetti di vetro agli amici e pare che Idana gratificasse di questi doni soprattutto quelli capaci di vivacizzare le sue giornate con i migliori pettegolezzi.

Negli anni ottanta, quando si è cominciato a distinguere fra la muffa di ciò che è vecchio e la patina di ciò che è antico, ovunque si è dato l’avvio al restauro di cose e usanze di valore, da tempo abbandonate. Allora l’idea del regalo è stata adottata dal Comune per offrire agli ospiti di riguardo un ricordo originale, escluso dalla vendita. Gli incaricati dall’amministrazione hanno colto i boccioli due volte a settimana, consegnandoli a funzionari che, nel tempo libero, si sono adoperati per metterli in salamoia e confezionarli. Uno di loro, ormai in pensione da vari anni, in virtù della sua esperienza ha avuto nel 2017 l’incarico di “Assessore al Cappero”, che comprende anche altri impegni in relazione col volontariato. Ha inaugurato intanto due novità, affidando la raccolta ai rifugiati stranieri ospiti in città e cambiando l’ingrediente di conservazione, dall’aceto al sale di Cervia, particolarmente gradevole perché senza tracce di cloruri amari. E dato che l’assessore, da buon romagnolo ha un salutare senso dell’umorismo, ha istituito il premio “Cappero d’Oro” per chi si distingue nella valorizzazione di Lugo.

 

 

Sant’Agata Feltria, paese del Natale e delle fiabe

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il castello di Sant’Agata (RN)

 

Nel collinoso, morbido paesaggio del Montefeltro, quando a seicento metri di altitudine si sta per raggiungere Sant’Agata Feltria (RN), si vede svettare un castello al di sopra degli alberi, come fosse sospeso nell’aria. Fatti i primi passi nel paese, si incappa in una fontana di bronzo e mosaico a forma di chiocciola gigantesca che risale una scalinata, nata dalla fantasia di Tonino Guerra (vedi articolo). E’ stato lui il più noto seminatore di immaginazione della Romagna intorno a Pennabilli dove abitava, a mezz’ora di distanza da Sant’Agata.

Bastano pochi passi, invece, per arrivare in una piazza dove nel bel palazzo seicentesco rosso, ancora con la facciata originaria di quello che era stato il municipio, da trecento anni c’è un teatro. Con le novantanove poltroncine tra platea e balconate, rivestite di un intenso blu pavone, aspetta il suo pubblico e gradisce le visite, dopo il restauro del 2002.

Ci sono altre due belle fontane con mosaici prima di arrivare alla rocca, costruita su un masso gigantesco, da cui il paesaggio tutt’intorno al paese, si vede nella sua piena bellezza. Era quasi inevitabile che ne facessero il posto delle fiabe, dove nelle sale sono state ambientate alcune delle più famose. C’è quella dedicata alle ragazze perseguitate, quella dei viaggiatori, quella del solitario castellano e quella dei fanciulli nella foresta. La Rocca Fregoso, restaurata l’ultima volta nel 2005, era stata costruita già nell’anno mille e aveva preso l’aspetto attuale nel seicento quando ne era proprietaria la famiglia che le aveva lasciato il nome.

 

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il presepe, in alto, dietro gli archetti della chiesa

 

Il gusto fiabesco di Sant’Agata si ritrova nella chiesa del convento di San Girolamo, in alto nella facciata interna,  dove è allestito un presepe permanente con l’ambientazione delle strade e delle persone di Sant’Agata com’erano nell’ottocento, con i personaggi che si muovono. Presepi di grande qualità sono anche nel Museo delle Arti Rurali, realizzato nelle molte stanze dell’ex convento dove, oltre agli oggetti abituali nei musei etnografici, sono allestite un’osteria e un’aula scolastica con arredi d’epoca e sono esposti strumenti musicali popolari, più una collezione di fumetti di molti decenni fa. Qui è possibile, soprattutto per ragazzi con handicap, conoscere e imparare gli antichi mestieri dagli artigiani del luogo: ebanisteria, recupero di mobili e di tessuti, decorazione, lavorazione di cesti, vasellame e ferro battuto. Si può imparare anche a fare la carta con prodotti naturali.

Questo è il paese delle fiabe e del Natale, dell’arte, della cultura, del paesaggio. Che sia estate o inverno, è il posto giusto.

 

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panorama della campagna di Sant’Agata, visto dal castello

 

 

 

Le fontane di Tonino Guerra

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La Fontana del Sale – Cervia

 

Le fontane di Tonino Guerra sono tanto belle e poetiche da meritare un itinerario che le abbia per protagoniste. Sono state accolte in piccoli centri dell’Appennino nella provincia di Rimini, di cui l’artista era originario e al mare di Cervia e Riccione.

Per Sant’Agata Feltria ha disegnato la fontana della Chiocciola, del 1994, che l’artista ravennate Marco Bravura ha rivestito di mosaico. Altre due fontane sono state nobilitate dal mosaicista con la stessa tecnica, in questo paese pieno di sorprese culturali, a seicento metri di altitudine.

La chiocciola, oltre a suscitare simpatia per il suo aspetto ed essere legata all’acqua, è anche simbolo della lentezza indispensabile alla riflessione, di cui un poeta come Tonino Guerra era amico e che gli aveva ispirato varie opere.

 

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La Fontana della Chiocciola – Sant’Agata Feltria

 

Da Sant’Agata, attraverso una strada ripida e dissestata si raggiunge Pennabilli, dove il poeta abitava e dove, nelle stradine del paese, sono disseminati molti interventi pittorici e scultorei ispirati da lui, a cui è dedicato anche un piccolo museo. Suo era il Giardino dei Frutti Dimenticati con la Fontana della Foglia e altre opere, fra alberi da frutto di varietà antiche.

A Santarcangelo di Romagna, dove Tonino era nato, ci sono tre sue fontane tra cui quella della Farfalla, seconda versione di quella realizzata per Sogliano al Rubicone. Si trova vicino ad un altro museo che ospita sculture, filmati e libri del poeta, sceneggiatore, artista.

 

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Fontana della Farfalla – versione per Santarcangelo dell’originale per Sogliano al Rubicone

 

A pochi chilometri da Santarcangelo ci si può inerpicare verso Torriana, fra rupi suggestive da cui si vede bene anche quella di San Leo. La fontana di questo paese è l’Albero dell’Acqua. Nella vicina Poggio Berni c’è invece la Fontana della Memoria

A Cervia, un tappeto di mosaico sospeso sull’acqua porta due mucchi di sale, dato che l’attività per cui la cittadina era conosciuta in passato era quella della sua produzione. Marco Bravura ha interpretato da par suo il disegno di Tonino Guerra nel 1997.

 

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Fontana Albero dell’Acqua a Torriana

 

Casoni veneti: edilizia rurale di qualità

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Casone di via Ramei – Museo della Cultura opolare -Piove di Sacco (PD)

Le case rurali che si costruivano i contadini e i pescatori veneti vicino al fiume Brenta e al mare Adriatico, erano fatte col materiale disponibile in abbondanza sul posto: argilla, cannucce di palude, erba palustre, tronchi d’albero. Si chiamano casoni e di loro si trovano testimonianze fin dal quindicesimo secolo. Con la terra dei campi impastata insieme alla paglia si facevano i mattoni che asciugavano al sole e venivano assemblati con fango fresco, per alzare le pareti. Venivano poi rifinite con la calce mentre il pavimento, ben pressato e lisciato, restava di terra cruda. Solo i pilastri portanti di legno, poggiavano su grosse pietre per non marcire e reggevano anche le travi del tetto, dagli spioventi molto ripidi. Era ricoperto con mannelli di cannucce di palude legati all’intelaiatura di legno ed era sormontato da un colmo in erbe palustri o coppi in terracotta. La manutenzione doveva essere frequente e ogni due anni occorreva integrare le parti danneggiate dal vento, dagli insetti, dalle muffe o dal fuoco. C’erano i casoni di caccia, di forma conica, i casoni veneti, di forma rettangolare e i casoni di valle, meno caratteristici e fatti di laterizio, che servivano da rifugio ai ricchi cacciatori quando facevano le loro battute.

 

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Caso di via Ramei – ripostiglio/cantina e platano secolare

 

Nel territorio Piove di Sacco e di Codevigo, in provincia di Padova, rimangono alcuni casoni restaurati e visitabili, lungo i canali esterni all’abitato. In via Fiumicello 44 c’è il casone rosso, mentre in via Ramei si trova quello che è conosciuto come Museo della Cultura Popolare perché è completo di arredi e attrezzi, è circondato da un boschetto e dai campi, oltre ad una roggia di cui un tempo utilizzava l’acqua. Un platano e un giuggiolo ultracentenari gli fanno compagnia, messi a dimora ai tempi della costruzione originale, rifatta con muri e pavimento in cotto, dopo che i proprietari l’hanno ceduta al Comune alla fine degli anni settanta. All’interno si visita la cucina, rivolta a sud, per usufruire al massimo della luce e del calore del sole, completa di ciò che probabilmente vi si trovava un tempo, quando la famiglia conviveva con gli animali. Mucche, asino, galline erano ospitati in una seconda stanza rivolta a nord, più fresco e per questo più adatto a limitare cattivi odori e parassiti. Il calore dei loro grandi corpi riscaldava i locali in inverno, quando la legna si bruciava solo per cucinare nel camino della cucina. Anche qui come nella camera da letto si trovano gli arredi e nel sottotetto, un tempo adibito a fienile, sono ordinati gli attrezzi per il lavoro dei campi, tra cui la coltivazione delle barbabietole, destinate agli zuccherifici della vicina cittadina di Pontelongo. Le finestre sono piccole per ridurre il freddo d’inverno e il caldo d’estate, ma c’è un grande abbaino quadrato e inclinato sul tetto, per la ventilazione dei prodotti agricoli e l’illuminazione del sottotetto. Un casone più piccolo, accanto a quello principale, era destinato al ruolo di ripostiglio e cantina.

 

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Casoni a Conche di Codevigo (PD)

 

A Vallonga di Arzergrande si trova il casone azzurro e nel territorio di Conche di Codevigo, dove il paesaggio lagunare è più libero e suggestivo, spicca un casone di valle e tre casoni dal tetto altissimo. A Caorle (VE) e a Marano (UD) si trovano casoni stagionali di pescatori, più semplici e senza camino, dato che il fuoco si accendeva al centro dell’unica stanza e il fumo caldo sfuggiva attraverso la copertura del tetto, asciugandolo.

L’interno dei casoni di Piove di Sacco sono visitabili nella bella stagione solo di domenica ed è bene informarsi presso il comune per avere indicazioni precise ed eventualmente prenotare le visite.

I tetti ricoperti di cannucce di palude erano e sono comuni anche per le dimore signorili nelle campagne olandesi, inglesi e dei luoghi dove questa pianta si trova in abbondanza.

I muri in terra cruda sono stati molto diffusi in varie zone d’Italia per le case contadine fino all’epoca fascista, quando si è cercato di sostituirle con altre più consone all’idea egualitaria dell’epoca. Lo stesso è successo coi casoni. La cattiva fama di simili costruzioni era dovuta al fatto che si viveva in promiscuità e in condizioni igieniche precarie, a causa della povertà e dell’ignoranza degli abitanti.

Questi materiali sono stati usati fin dai tempi più lontani in tutto il mondo con ottimi risultati anche per le abitazioni cittadine e lo sono tuttora. Anzi, adesso sono privilegiati per le case più all’avanguardia dal punto di vista della salubrità e sostenibilità ambientale, oltre che dell’originalità delle forme. Al riguardo potrete leggere questo articolo. Sull’impiego delle canne palustri anche per i tetti, cliccate qui.

 

 

Fioriture a distesa

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fioritura della colza vicino a Urbana PD

 

Da Febbraio ad Ottobre, viaggiando lungo alcune strade è possibile vedere i campi colorati da fioriture spettacolari, a volte spontanee, altre volte dovute a coltivazioni.

Ad aprile fiorisce la colza, dai cui semi si ricava foraggio, olio alimentare o per biodiesel e i campi prendono un colore giallo limone molto carico e compatto. Lo si può vedere un po’ ovunque nelle campagne, soprattutto nel nord Italia.

E’ sempre ad aprile che nel parco del castello di Pralormo (TO) fioriscono migliaia di tulipani che fanno credere di essere in Olanda, dove sono arrivati alla fine del cinquecento dalla Turchia originaria, facendo letteralmente impazzire la gente. I tanti appassionati, attraverso le ibridazioni avevano creato innumerevoli varietà di colori e di forme. I bulbi erano venduti a prezzi sempre più alti, fino a raggiungere il valore di interi palazzi. L’inevitabile fine era stato un disastro finanziario nel 1634, ma i fiori, rimasti nel cuore degli olandesi, hanno continuato una felice permanenza.

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fioritura del lino – foto dal sito del comune di Pietralunga

 

A giugno sui campi di Pietralunga (PG) si vedrà galleggiare la fioritura azzurra del lino, ma solo per qualche ora al giorno, perché i fiori appassiscono rapidamente e vengono sostituiti da altri l’indomani. Questa pianta è coltivata per la fibra pregiata che se ne ottiene, fresca e assorbente, perfetta per indumenti estivi. I semi sono però altrettanto utili sia come nutrimento proteico e rinfrescante, sia per uso medicinale che industriale, artigianale e artistico dell’olio che se ne ottiene, ideale per le vernici, i colori, il legno. Le più grandi coltivazioni si trovano in Francia, Olanda, Belgio, Russia, Romania.

A giugno fioriscono anche gli americani girasoli e nella Val d’Orcia se ne vedono grandi campi. Queste gigantesche infiorescenze, composte da numerosissimi piccoli fiori disposti a spirale nel disco centrale, che nella parte più esterna terminano ciascuno con un grande petalo, producono semi dalle notevoli proprietà nutritive e medicinali, ottimi da mangiare tostati, da cui si produce anche l’olio alimentare o per biodiesel.

 

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lenticchie in fiore a Castelluccio PG – foto da Bellaumbria.net

 

Famosissima è la fioritura delle lenticchie nelle campagne di Castelluccio di Norcia (PG), che va da maggio a luglio. Grandi rettangoli o strisce in azzurro, rosso, giallo si possono ammirare dall’alto delle colline con tale piacere da costituire un’attrazione turistica. Le piante di legumi hanno fiori di particolare bellezza tanto nella forma che nei colori. I piselli odorosi ne sono forse il più illustre esempio, passato dall’orto al giardino. In più, oltre ad avere un alto contenuto in proteine, le leguminose nutrono i terreni su cui crescono, grazie alla trasformazione dell’azoto dell’aria in una versione adatta al nutrimento del suolo, che giova alle piante ben più della concimazione diretta a loro.

 

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lavanda in Provenza – foto da provenzafrancia.it

 

Tra fine giugno e luglio, anche in Italia si trovano campi di lavanda dal bel colore viola, che sono caratteristici della Provenza. A Venzone in Friuli, dove si celebra anche una festa in suo onore, in Liguria a Carpasio, Colle di Nava e Taggia. La lavanda, oltre ad essere ornamentale e venire utilizzata come profumo e anti-tarme, possiede ottime qualità medicinali particolarmente benefiche per la pelle e contro il mal di testa.

Ad ottobre sbocciano in gran quantità i crochi da zafferano nei campi intorno alla città dell’Aquila, ma anche nelle Marche, in Abruzzo, Sardegna, Toscana, Umbria, Basilicata. Sui crochi trovate un articolo qui. A Febbraio fioriscono quelli ornamentali, che si possono vedere su un grande prato all’interno della proprietà del FAI: la villa Bozzolo di Casalzuigno (VA)

A Marzo e inizio di Aprile, molti prati si imbiancano come per una nevicata, per effetto delle pratoline in fiore che resistono, insieme al tarassaco, a tutte le falciature e i calpestii. A Brescia 2 segnalo il prato del parco pubblico accessibile da via Lamarmora.

 

Chiavenna: il lavoro dell’acqua

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Chiavenna e il fiume Mera

 

 

Giganteschi massi precipitati dalle montagne migliaia di anni fa dopo che i ghiacciai si erano sciolti, riposano sul fondovalle sotto i passi dello Spluga e del Maloja. La terra, i muschi, le piante, li hanno rivestiti di verde, ma aria e acqua hanno continuato a correre negli spazi fra i macigni, in cui l’alito pulito delle montagne soffia ed esce da ogni fessura verso i borghi e la cittadina, che forse anche per questo è più fresca di altre in estate e più confortevole in inverno. In tanti hanno costruito i crotti, le baite di pietra a ridosso dei varchi tra masso e masso, verso cui si lasciava aperta una stanza dove conservare cibi e bevande a temperatura sempre uguale. A Chiavenna, d’estate, quando i platani e gli ippocastani monumentali in piazza del Prato Giano dispensano buona ombra, lungo le stradelle su cui si affacciano i crotti, freme un brivido da alta quota. Nei vicoli stretti e lastricati di porfido, arriva la deliziosa freschezza dell’aria e quella dell’acqua che sgorga libera dalle tante fontanelle, mentre si cammina verso il bosco delle marmitte dei giganti. Sono tanti i sentieri per salire fra le rocce levigate durante le remote estati in cui la spessa coperta dei ghiacciai che le nascondeva al sole, lasciava filtrare dai crepacci l’acqua appena sciolta, che trascinava i sassi incontrati per via. Precipitavano per decine di metri, mulinando e incidendo il fondo fino a farne grandi catini che adesso restano sempre pieni d’acqua a cui è impossibile evaporare del tutto.

 

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marmitta dei giganti a Chiavenna

 

Forse era nata anche da qui l’idea di scavare nella pietra ollare le pentole con cui si cucina ancora da queste parti. Restano le tracce dei prelievi sulle rocce, spesso nascoste dagli alberi, di tanto in tanto separate da prati e belvedere. Ogni giorno si può seguire un sentiero diverso, in mezzo a un paesaggio sempre nuovo, dove vivono carpini che spargono semi come molliche di Pollicino, qualche ciliegio selvatico, immancabili noccioli, querce e rari castagni. Poco più avanti hanno messo radici i larici dalle chiome leggere, i pini silvestri dai rami arancione, le eleganti betulle dal tronco bianco.

Il Comune ha voluto che gli artisti realizzassero opere effimere da lasciare nei punti più adatti a nutrire le suggestioni del posto: un’enorme impronta di piede umano premuta nella terra, due bambini e un cane che guardano il cielo, una sorta di spina dorsale arborea. Quando il bosco si apre in un prato, ci si trova di fronte ai versanti delle montagne che salgono ripidi e finiscono aguzzi come denti di predatori. Audaci paesini hanno approfittato di qualche pianoro per sistemarsi e crescere quando i boschi e i campi erano il posto di lavoro dei più. Sotto, a precipizio, stanno le case di Prosto e di Chiavenna, che ha l’orto botanico sollevato sopra massi titanici collegati da un ponticello. Si chiama Paradiso e ne ha diritto, tanto è bello e alto sopra la cittadina. Il fiume Mera, poco profondo e tutto scintillante fra i massi sbiancati dal sole, lo si può costeggiare a piedi a ritroso verso Prosto, in piano, raggiungendo altri crotti, dove si intravvedono porticine semi-nascoste da una vegetazione bella come quella di un giardino, dissetandosi a una fontana che pare sgorgare da un antico castagno.

Sono spariti tutti gli opifici e i mulini che l’acqua del fiume muoveva in passato, tranne uno, in città, diventato museo. E a Prosto c’è lo spettacolo continuo delle grandi cascate dell’Acqua Fraggia e la villa che cinquecento anni fa era stata tutta affrescata per la famiglia Vertemate Franchi.

Bellissima e più tranquilla è la cascata del Boggia, nel vicino comune di Gordona.

 

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cascate dell’Acquafraggia a Prosto

 

In direzione opposta, a Prata Comportaccio, stanno i crotti uno in fila all’altro, che hanno davanti un cortile coi tavoli e le panche di pietra, i muri resi accoglienti da nicchie, volte, scalette, porticine, ombreggiati quasi sempre da ippocastani che hanno più di cent’anni. Erano forse stati scelti per poter dare le castagne “matte” come foraggio ai cavalli, che qui sostavano certamente prima e dopo aver affrontato la salita verso la Svizzera. Ci sono da quando la valle è stata abitata e molti portano incisa nella pietra una data di cinquecento anni fa. Sono sparsi in tutta la valle, fino oltre i mille metri di altitudine, coi tetti di pietra su cui crescono abbondanti le pianticelle succulente e le scale sono ornate di felci e muschio.

Chiavenna ha nel suo passato un episodio per noi strano, che non lo era fino a poco più di cent’anni fa: un processo, con il proclama affisso in cinque boschi, ai bruchi che avevano fatto strage delle foglie degli alberi. E’ un frammento di storia che sa di leggenda, in una cittadina antica e favolosa.

Su Chiavenna trovate anche  l’articolo sull‘Orto Botanico e sul Mulino Bottonera. Per i dintorni trovate il Museo dello Spluga, mentre per gli alberi monumentali poteve visitare la pagina dedicata.

 

 

I tabià: architettura rurale di qualità

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tabià a Zoldo Alto (BL)

 

Nella zona bellunese del Cadore, i fienili tradizionali in legno, detti tabià, sono di tale bellezza da poter servire come modello di proporzioni e felice relazione col paesaggio. A Zoldo, Lozzo e vicinanze, alcuni sono rimasti interamente rustici, mentre altri sono stati restaurati e adattati ad abitazioni contemporanee. Fino a cinquant’anni fa, quando ancora l’Italia era in gran parte contadina, nei tabià di montagna si immagazzinava sul posto il miglior fieno per il bestiame, tagliato e seccato in estate, per poi essere trasportato nei paesi in inverno, man mano che ce n’era necessità. Era un lavoro che si faceva in gruppo con grandi slitte, così come a volte si metteva nello stesso riparo il fieno di diversi contadini o si costruiva sul terreno altrui, se in posizione più agevole. Nei centri abitati i fienili facevano parte della casa in pietra, con stalla annessa. Erano costruiti interamente in legno di larice, tagliato in luna calante di Agosto, per evitare che si annerisse e si tarlasse. Infatti con la luna crescente i vegetali pare che tendano a produrre più linfa, che poi condiziona il legno e lo rende meno adatto agli scopi utilitaristici umani. Il larice, bellissimo albero di alta montagna, è uno dei più resistenti in vita e quindi anche quando se ne utilizza il legno, che sa far fronte validamente all’acqua. Proprio per questo se ne facevano anche le scandole, le tegoline dei tetti che durano per decenni, sovrapposte come scaglie di pesce e coperte per due terzi le une dalle altre. I tabià avevano anche una parte dove mettere ad asciugare il fieno non completamente secco, evitando così l’auto-combustione causata dai batteri che si riproducono a tale velocità da generare un gran calore e conseguenti incendi.

 

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adattamento contemporaneo di Tabià a Zoldo Alto (BL)

 

I raggi ultravioletti del sole scuriscono il legno come fanno con la nostra pelle e la pioggia gli dà una sfumatura argentata. E’ con questi toni che si vede impiegato con fantasia nella struttura e nella decorazione realizzata dalle famiglie artigiane, che si tramandavano il mestiere attraverso le generazioni.

 

 

Il Monte Nuovo (NA)

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il monte nuovo col lago Lucrino a sinistra e l’Averno a destra – foto da quicampania.it

 

La porta del regno infero, gli antichi credevano si trovasse presso il lago d’Averno nei Campi Flegrei, pieni di piccoli vulcani e scossi da continui terremoti. L’impressione di accesso alle viscere della terra era rafforzata dall’odore nauseabondo dello zolfo quando brucia e che si sente nel basso vulcano chiamato solfatara, dall’accesso fin troppo facile. Lì il terreno caldo si alza e si abbassa di metri anche in pochi giorni e denuncia così il magma nascosto che fa bollire l’acqua e schizzare fango bollente, vapore e fumo dalle aperture nel suolo grigio. Fino a cinque secoli fa, non era uscito altro

Il 28 settembre del 1538, però, il terreno si era alzato di oltre sette metri e per questo il mare davanti Pozzuoli si era improvvisamente ritirato lontano, lasciando a secco enormi quantità di pesci, raccolti a carrettate dagli abitanti. Il lago Lucrino in quel periodo era parte del mare e il giorno dopo, davanti alla sua baia, il terreno di una valletta si era dapprima depresso, poi aveva cominciato a lievitare e infine era esploso con grandi boati, mentre fuoco, fumo, pietre, cenere e fango erano stati lanciati tutt’intorno. Il putiferio era continuato per tutta la notte e la gente, impaurita, aveva in gran parte cercato scampo verso Napoli, mentre il villaggio di Tripergole terminava la sua storia sotto la lava, insieme alle terme e ai resti della villa di Cicerone. Il viceré Don Pedro di Toledo, invece, era arrivato dalla capitale con il suo seguito per assistere al fenomeno. Anche una processione con reliquie di san Gennaro si era messa in cammino per scongiurare le peggiori conseguenze di quell’affascinante ma tragico spettacolo. Il frastuono e le eruzioni, nascoste in parte dal fumo, erano durate per le quarantott’ore necessarie al formarsi del vulcano. Poi la calma era sembrata ristabilirsi e il viceré con alcuni studiosi vi era salito per guardare nella caldera. Avevano avuto la fortuna di poter tornare alla loro postazione sicura, prima che ci fossero altre esplosioni, terremoti e fumo, durante la settimana in cui si erano alternate le turbolenze alla calma e tutti aspettavano con ansia la fine. Quando era sembrato che il disastro si fosse concluso, un altro gruppo di persone era salito sul pendio, imitando il viceré. Ma un’ultima improvvisa e terribile sfuriata del vulcano ne aveva uccise ventiquattro.

 

solfatara da wikipedia

Solfatara, Capi Flegrei, da wikipedia

 

Pozzuoli era sepolta sotto un lenzuolo di cenere spesso trenta centimetri, che si assottigliava nell’avvicinarsi a Napoli. Una parte aveva raggiunto la Puglia e la Calabria, portata dal vento. Allora era iniziata la quiete sulla nuova collina, che nel suo punto più alto raggiunge solo i 133 metri e nel fondo del cratere è quasi a livello del mare. Ma l’hanno chiamata monte, forse per fare onore alla novità di essersi mostrato mentre si formava, per la prima volta nella storia locale.

 

 

 

Isola ferdinandea

immagine da tonycospan21.wordpress.com

immagine da tonycospan21.wordpress.com

 

Era la fine di Giugno del 1831, quando nel sud-ovest della Sicilia, un gran terremoto si era fatto sentire. I pescatori del canale marino tra Sciacca e Pantelleria, nei giorni che erano seguiti avevano visto l’acqua ribollire ed alzare vapori in un punto intorno al quale galleggiavano pesci morti. Le navi e le barche che si trovavano da quelle parti, aspettavano quello che ci si poteva immaginare da fondali che avevano fatto emergere l’Etna, Stromboli, Vulcano. Nei primi giorni di Luglio, si erano proiettati in aria tanto fumo, lapilli e cenere, che il 7 avevano già formato uno spazio solido fra le onde. Infine, nella notte fra il 10 e l’11, con un gran boato, una colonna d’acqua e di fuoco alta mezzo chilometro aveva portato, da chissà quali profondità, tanta roccia da formare un’isola alta 60 metri e con la circonferenza di quattro chilometri, che aveva nel mezzo un laghetto di acque bollenti ed acide. Le eruzioni erano durate pochi giorni e ben presto erano finite. L’isola sembrava non poter fare di più.

Il professor Karl Hoffman, dell’Università di Berlino, si trovava in quei giorni in Sicilia ed era presto accorso per documentare e studiare l’evento. La notizia si era diffusa velocemente fra gli studiosi e, immancabilmente, fra i militari di stati stranieri che navigavano nei paraggi. Già si immaginavano la possibilità di possedere un futuro approdo strategico per le loro navi. Così, il 24 Agosto i britannici l’avevano battezzata “isola di Graham”, sperando di mettere le basi per qualche diritto su di lei. I francesi, che erano arrivati portando un geologo per dei rilevamenti, alla fine di Settembre le avevano dato il nome di Julia, ispirato dal mese in cui era nata. Allora il re Ferdinando di Borbone, in Ottobre aveva voluto che si chiamasse di “isola Ferdinandea”, perché era sorta in acque siciliane ed il naturale legittimo proprietario era lui. Cominciavano le rivalità fra i diversi governi che rivendicavano la precedenza nella scoperta. L’isola, però, che fin dalle guerre puniche aveva dato segni di vita e nel diciassettesimo secolo aveva fatto capolino, era di materiale troppo fragile per resistere alla forza delle onde. Erano bastate le loro prime sfuriate invernali per sgretolarla. All’inizio di Dicembre, era già scomparsa.

Delusi, ma anche sollevati, i militari l’avevano aggiunta alle carte nautiche come “banco di Graham”, che poteva rappresentare un pericolo, perché arrivava a pochi metri sotto il pelo dell’acqua e dunque richiedeva attenzione.

L’isola nel 1846 e poi nel ’63 si era affacciata di nuovo, ma da allora nessuno l’ha più vista, tranne l’aviazione statunitense che, individuata dall’alto la sagoma, l’aveva presa per un sottomarino libico e le aveva lanciato addosso un missile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’orto botanico di Chiavenna si chiama Paradiso

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orto botanico di Chiavenna visto dal basso

 

Già cinquecento anni fa uno dei due massi titanici su cui sta sospeso l’orto botanico di Chiavenna si chiamava Paradiso. Un nome ancora più perfetto, adesso che quel giardino ospita piante da tante parti del mondo così ben assortite. Si deve conquistare il premio di questo luogo incantato salendo scale e scalette, ma non si fa fatica perché continuamente ci si ferma, attratti da qualcosa di nuovo. Dapprima è la pavimentazione coi dischi piatti e bucati nel mezzo, scarti di lavorazioni delle pentole di pietra ollare, i laveggi, che un tempo si scavavano anche qui, nella profonda fessura che separa i due macigni un tempo ricoperti dai ghiacciai, come prova una grande “marmitta dei giganti”. L’aveva incisa migliaia di estati fa l’acqua sciolta in superficie che precipitava nei crepacci per decine di metri, con sassi che poi roteavano e molavano la roccia compatta, lisciandola in cavità dove adesso l’acqua non riesce mai ad evaporare del tutto e si fa scura del tannino di foglie e cortecce annegate.

 

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tronco di araucaria che “mostra la lingua”

 

 

Sistemate con grazia fra le piante si trovano piccole e antiche fontane di pietra, dettagli decorativi di palazzi che non ci sono più e, in due angoli, garitte di quando su quell’altura c’era una fortezza difensiva. Gli alberi nostrani ed esotici non sono molto grandi, perché il giardino è stato realizzato nel 1955, ma è impossibile non accorgersi della sagoma esotica dell’Araucaria araucana, una conifera cilena che si vede con una certa frequenza ormai anche nei giardini italiani di queste latitudini Se si fa attenzione alla corteccia del tronco, in quella residente qui si vede una bocca sorridente, che mostra la lingua. Uno scultore non avrebbe potuto fare meglio della natura, che col tempo modificherà un tale effetto e forse ne realizzerà un altro. L’araucaria era sacra presso gli araucani anche perché le femmine, come questa, fanno frutti enormi che in Cile possono arrivare ai dieci chili e che contengono molti semi buoni e nutrienti. Quelli di Chiavenna sono ben più piccoli ma visibili, di forma sferica, sui rami più alti dove le foglie spinose ed embricate rendono impossibile agli uccelli posarsi e ad altri animali scalarli.

 

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sughera che imita il glicine all’orto botanico di Chiavenna

 

Ad un certo punto, percorrendo un vialetto coperto da un bel glicine, lo si vede attraversato in alto da quello che si immagina il grosso tronco del rampicante. Quando si arriva più vicini, però, ci si accorge che la scorza è sugherosa, con una righina arancione tra un rilievo e l’altro. Il glicine ha la scorza sottile e relativamente liscia, che sembra fatta di fibre. Solo seguendo con gli occhi fino al breve tronco i due rami sinuosi come pitoni, ci si accorge che si tratta di una sughera. Questo genere di quercia sempreverde vive di solito in climi caldi e secchi, dalla Sardegna in giù e qui, trovando condizioni molto diverse da quelle a cui è abituata, invece di espandere i rami a cupola intorno a sé, ha preferito associarsi al vicino glicine e approfittare con lui degli appoggi artificiali.

 

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scultura in bronzo all’orto botanico di Chiavenna

 

I bei crotti (caratteristiche baite di pietra a ridosso dei massi ciclopici) che si vedono fra gli alberi della cittadina, il parco delle Marmitte dei Giganti, le montagne, il fiume, appaiono come se si sorvolassero in elicottero e se si passa sull’etereo ponticello che unisce le gigantesche rocce su cui cresce il giardino, bisogna non soffrire di vertigini. L’atmosfera del “Paradiso” cambia continuamente, man mano che si cambia versante e altitudine, con una vegetazione che in certi punti molto esposti al sole è quella delle zone semi-desertiche e dopo poche decine di metri offre l’ombra riposante di alberi nostrani, poi si addensa di palme giapponesi. Lo straordinario fascino di questo luogo è nella sua struttura, nelle innumerevoli sorprese dei punti panoramici e di quelli nascosti, nel felicissimo combinarsi delle piante con manufatti umani, come la piccola antilope in bronzo che guarda le montagne da una roccia fuori portata, dal colore verde-azzurro come quello delle agavi.

Un piccolo melo è carico di frutti e quasi spoglio di foglie. Forse sta morendo e ha voluto compiere comunque la missione verso cui tende implacabilmente la vita e a cui le piante si dedicano con la più grande generosità: far di tutto perché continui.

 

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 Leggete anche l’articolo sul Mulino Bottonera di Chiavenna.

 

 

Villa della Torre a Fumane (VR): potenza degli elementi

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Nelle sale al piano terreno della cinquecentesca villa Della Torre a Fumane, la potenza degli elementi è celebrata da quattro camini fantastici. Sono enormi bocche spalancate di personaggi che hanno tratti umani e animali insieme, scolpite in marmo nel cinquecento da un artista amico di Giulio Romano: Giovan Battista Scultori. Uno ha fattezze leonine a rappresentare la terra, un altro ha una capigliatura come di alghe, riferendosi all’elemento acqua, uno ha degli angioletti che suggeriscono l’idea dell’aria e un altro si dice sia il demonio, simbolo del fuoco.

 

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Quando ardono le fiamme nelle grandi fauci, il senso della potenza del quattro elementi si fa più vivo. C’è un’altra enorme bocca che si apre sul prato sotto la villa, ma è più dissimulata e, al suo interno, ci sono nicchie di cui non si conosce l’uso. Purtroppo lo storico edificio è stato occupato dall’esercito tedesco durante l’ultima guerra, che l’ha spogliata di tutto, comprese le statue, rendendo più difficile la comprensione delle diverse funzioni.

 

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La villa era stata costruita per volontà della colta famiglia Della Torre, di cui l’illustre umanista Giulio era il più noto. Le residenze di campagna erano luoghi di ricreazione e di cultura, dunque tutto era progettato in modo da favorirle. Il peristilio, che ricorda quello delle ville romane antiche, è un aggancio con la classicità a cui sempre ci si riferiva e, quando si entra dal cortile principale, il susseguirsi di portali e di cortili che guidano la vista verso la campagna di fronte, si ha davvero l’impressione di guardare attraverso diverse tappe del percorso mentale, che approda ad un’ideale libertà.

 

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La proprietà è adesso della famiglia Allegretti e si trova ai piedi delle colline dove le vigne danno un’ottima uva per una produzione di vino Valpolicella, vincitore di molti premi. La si può visitare per fare degustazioni e per soggiornarvi.