Category Archives: Piante

Gli articoli che troverete qui sono in ordine cronologico. Il più recente è dunque il primo. In ogni pagina ce ne sono circa 12 e per gli altri dovrete passare alle seguenti. In fondo agli articoli delle prime 5 pagine troverete il collegamento a quella con tutti i link a quanto ho pubblicato sull’argomento PIANTE.

PER AVERE INFORMAZIONI TECNICHE SUL RICONOSCIMENTO DEGLI ALBERI VISITATE IL SITO www.piante-e-arbusti.it

Come un territorio fertile si trasforma in deserto e ritorno

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Albero di Neem – foto da Popolis.it

 

Le coltivazioni intensive, che si estendono su grandi spazi da cui si eliminano alberi e siepi, richiedono sempre più acqua per le irrigazioni, che evaporando intensamente lascia nel terreno molti sali, rendendolo sempre più sterile. Si aggiungono più concimi, pesticidi e acqua prelevata dalle falde, che si abbassano mettendo in difficoltà tutta la vegetazione anche fuori dai campi. Muoiono alberi e piante varie, insieme ai tanti piccoli animali che avevano contribuito alla buona salute dei terreni. Aumenta l’inquinamento dell’acqua e del suolo. Il terreno viene abbandonato e tutta la zona comincia la sua trasformazione in deserto.

Questo destino tocca anche i luoghi dove viene fatto un disboscamento selvaggio e dove gli erbivori sfruttano eccessivamente le poche presenze vegetali.

Con l’innalzamento della temperatura e il comportamento più estremo del clima, le condizioni peggiorano.

Anche in Italia sta succedendo, col contributo della continua cementificazione per costruzioni spesso inutili, dell’inquinamento, dei consumi superflui. Dai Paesi più poveri arrivano da noi sempre più immigrati, che fuggono dalla fame causata anche da queste condizioni.

 

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Tu’rat – foto da zic.it

 

Invertire il cammino del deserto è una buona strada per fermare i guai del mondo e da anni si sta realizzando una riforestazione chiamata Muraglia Verde nell’Africa Subsahariana, ma anche in Cina e nei tanti luoghi degradati dalla mancanza di senso della misura degli uomini.

Coinvolgendo le comunità locali e utilizzando tecniche antiche si stanno piantando alberi adatti alle condizioni più difficili, che difendono il suolo dal sole eccessivo, proteggono le colture, richiamano i piccoli animali utili alla buona salute dei terreni. Ci sono anche singole persone che da anni lavorano da sole a questo scopo. Ecco qui di seguito come.

Prima di tutto occorre scegliere gli alberi giusti, vale a dire quelli più resistenti alle condizioni estreme, come le acacie, la balanite, il giuggiolo della Mauritania, il tamarindo, il neem, la casuarina, la tamerice. Hanno radici che penetrano per decine di metri nel sottosuolo per trovare l’acqua necessaria, ma quando sono piccole hanno bisogno di aiuto.

Vanno messe a dimora all’inizio delle stagione delle piogge, ad esempio con la tecnica zai: si scavano tante buche di 25 cm di diametro e 20 di profondità, distanti 90 cm, mettendo sul fondo una manciata di compost che migliora il terreno e lo aiuta a trattenere l’umidità. Quindi si aggiunge uno o più semi. Quando piove, l’acqua riempie la buca, privilegiandola rispetto al resto del terreno e rendendo così necessaria una quantità molto inferiore rispetto ad un terreno lasciato com’è. Per aiutare il procedimento, si fanno dei cordoni con zolle di terra ricca di sedimenti, che trattengono ulteriormente l’acqua e rilasciano i nutrienti.

 

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mezzelune – foto da Cesvi.it

 

Un sistema analogo è quella della demi-lune (mezza luna). Appena prima delle piogge si ara la terra in forma di mezzaluna di circa tre metri di lunghezza e 20 centimetri di profondità e nella terra smossa si seppellisce del compost o letame maturo e le piante. Il cordone di terra rialzata, quando piove trattiene l’acqua, mentre gli insetti e i vermi favoriti dal concime scavano una serie di gallerie, disseminandolo al tempo stesso sotto terra e facendo così penetrare l’acqua in profondità.

Dove ci sono molti sassi calcarei si può costruire dei Tu’rat, mezzalune di qualche metro di lunghezza e mezzo di altezza al centro, per far condensare l’umidità notturna dell’aria fra le pietre, che poi percola nel terreno e disseta le piante, proteggendole anche dal vento, contro cui sono rivolte.

Dove ci sono più soldi, come in Arabia Saudita, si piantano alberi in uno spazio protetto da vaschette di cartone modellato in modo adatto a proteggere la pianticella, da riempire poi con acqua che filtra verso le radici. Comunque il terreno dove si è messa a dimora una piantina va sempre schermato con una pacciamatura di paglia, corteccia o altro, per evitare l’evaporazione dell’acqua e la crescita di erbe che ruberebbero il necessario all’alberello. Latecnica chiamata permacoltura è molto consigliata per rendere le piante autonome anche in condizioni difficili.

 

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ciambella biodegradabile prodotta da Land Life – foto da La Stampa

 

Un mio articolo sugli alberi contro il dissesto idrogeologico si trova qui con vari collegamenti ad altri articoli come quello sugli alberi che frenano il deserto

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Cambiare modo per cambiare mondo

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scultura di Roberto Barni
nel cortile della biblioteca di Prato (PO)

 

La mentalità autoritaria purtroppo impera ancora ovunque portando incomprensioni, discriminazioni, maltrattamenti con i suoi giudizi lapidari, la tendenza a dominare e controllare gli altri, la rigidità e l’orgoglio. Per arrivare alla mentalità progressista che si sforza di capire per migliorare, cerca soluzioni alternative, lavora per la pace, occorre cambiare il modo di guardare alle cose, ai fatti, alle persone. Ecco una parabola buddista adatta anche a questo argomento.

“Tanto tempo fa, in India, religiosi, dotti e scienziati litigavano e si offendevano ritenendo ciascuno di conoscere la verità e ciò che era giusto, mentre considerava gli altri in errore. Nessuno ascoltava quanto i colleghi avevano da dire e la situazione si faceva sempre più invivibile. Fra loro, però, ce n’era uno a cui dispiaceva che persone intelligenti e con molte qualità, creassero tanti conflitti e dispiaceri. Aveva deciso allora di raccontare loro una storia, che li aiutasse a ritrovare l’equilibrio perduto. Faceva così: “un re aveva fatto convocare nella piazza più grande della città tutti i ciechi che vi risiedevano, intorno a un elefante. Poi aveva detto loro “Questo è un elefante e desidero che ciascuno di voi lo tocchi e dica a cosa assomiglia”. A ciascuno, però, era stata fatta toccare una parte diversa dell’animale. Uno prendeva in mano la proboscide e la diceva somigliante al ramo di un albero. Per un altro le zanne erano un aratro. Per un terzo il ventre era un granaio. Chi aveva toccato le zampe le aveva trovate simili alle colonne di un tempio, chi aveva toccato la coda aveva detto che era come la fune di una barca, chi aveva messo la mano sull’orecchio l’aveva trovato uguale a un tappeto.

 

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opera di Paola Madormo

 

Poi i ciechi avevano cominciato a discutere tra loro, affermando la verità su quanto avevano effettivamente toccato e sperimentato. Si erano messi così a litigare, perché ciascuno era convinto di essere nel giusto, senza sapere che gli altri avevano fatto un’esperienza diversa, ma parziale quanto la propria. Il re, allora, aveva fatto toccare ad ognuno, una parte differente da quella di prima. Poi aveva invitato tutti a scambiarsi i pareri riguardo all’aspetto dell’elefante. In questo modo, ascoltando le descrizioni altrui e mettendole in relazione le une con le altre, i ciechi si erano fatti un’idea corretta del complesso insieme che era l’animale e avevano cessato di litigare, arrivando alla conclusione che la realtà ha tante forme e occorre conoscerne il più possibile per poterla comprendere almeno un po’.”

 

 

 

Torba: dalle piante per le piante e per noi

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casa di torba – foto da Meteo Web

 

Sulle rocce che avevano ospitato le prime forme di vita fuori dal mare si aggrappavano i muschi, poi gli equiseti, le felci e altre piante primitive, aprendo la strada alle tante altre. Molto più tardi, quando le loro discendenti venivano sommerse dall’acqua in depressioni del terreno, sprofondavano e si accumulavano senza più contatti con l’ossigeno, coperte dal fango. In climi temperati o freddi, che rallentano il metabolismo, si innescava la trasformazione che nel corso di milioni di anni le avrebbe portate a farsi carbone e, alla fine, grafite. Nei primi mille anni diventavano torba, porosa e intrisa d’acqua, che manteneva quella condizione per altri novemila, prima di farsi lignite e su cui si adagiava, strato dopo strato, un materasso di terreno asciutto. Gli alberi e le altre piante che avevano avuto la fortuna di trovare spazio proprio al di sopra, si erano giovati delle condizioni ideali per prosperare su un suolo leggero, ben drenato e fertile grazie alla presenza di tanti minerali.

Oggi la torba è molto usata nel giardinaggio, in parte come fertilizzante ma soprattutto come ammendante del terreno, che consente ai vegetali una migliore respirazione delle radici e un più efficace drenaggio dell’acqua. Purtroppo il suo impiego comporta la distruzione di ambienti fondamentali per la biodiversità e dunque è bene impiegare altri materiali.

 

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estrazione della torba in Irlanda – foto da National Geographic

 

Le coltivazioni di ortaggi e piante alimentari di ogni genere per il consumo umano, hanno sempre incontrato il luogo ideale per svilupparsi al di sopra di questi giacimenti, che in parte erano riservati all’estrazione di torba da essiccare e usare come combustibile, anche se poco calorifico. Questo avveniva soprattutto dove gli alberi scarseggiavano a causa del vento, del clima troppo rigido, delle guerre, di un impiego smodato del legno per la costruzione di navi, case, mobili e un’infinità di altri manufatti, oppure per farne pascoli. Data la tendenza a produrre molto fumo, la torba era servita e serve ancora per affumicare il pesce o il malto destinato alla birra, caratteristico della Scozia. Nei paesi nordici e principalmente in Islanda, le grandi doti isolanti della torba l’avevano fatta utilizzare in zolle sovrapposte le une alle altre, nella costruzione di casette basse (di probabile origine vichinga) con una sola porta e una finestrella in facciata, per il resto completamente rivestite di terra ed erba, proteggendo l’interno in modo eccellente dal vento e dalle rigide temperature. Un simile tipo di abitazione, adesso protetto dall’Unesco, ha ispirato una nuova interpretazione ecologica dell’edilizia, molto suggestiva e confortevole, adatta ai nostri gusti. (vedere l’articolo Case di terra e tetti d’erba).

 

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fusticino di sfagno, uno dei muschi
più frequenti nella torba -
foto da Wikipedia di Denis Barthel

 

Nelle zone umide in cui confluivano torrenti di montagna i Vichinghi cercavano il ferro per forgiare le spade, perché in ambienti di elevata acidità come quelli, una reazione chimica particolare formava noduli di ferro all’interno della torba, che veniva estratta dai giacimenti usando uno speciale coltello. Ogni vent’anni circa si poteva fare una nuova raccolta.

In Austria, Germania, Olanda, Irlanda, Islanda ci sono vaste torbiere, ma anche in Italia nelle zone paludose dei fiumi fino a quelle del Tevere, oppure in montagna, al limite delle zone di neve perenne, si trova la torba che può essere chiara perché più giovane, acida e derivata principalmente dai muschi. Man mano che scurisce rivela una sua più avanzata decomposizione e la presenza di altri vegetali.

 

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Gigantesche o minuscole, le pigne

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Gli alberi sempreverdi (con alcune eccezioni, come il larice) che hanno per foglie degli aghi o foglioline strettissime (come l’abete bianco), spesso hanno per frutti quelle che comunemente sono chiamate pigne, anche se andrebbero chiamati coni, da cui deriva il nome conifere con cui questo genere d’alberi è conosciuto. C’è però anche un albero a latifoglie (con foglie piatte) e deciduo (perde le foglie in autunno) che ha delle pigne riunite in mazzetti: l’ontano. Dopo che le lunghe infiorescenze maschili a spighette (amenti), hanno lasciato volar via nuvole di polline, quelle femminili di solito molto più piccole, si trasformano in pigne legnose che vanno dai 5 millimetri ai 50 centimetri. Fra le scaglie trattengono piccoli semi alati che volano via nelle giornate soleggiate, quando il sole le scosta, oppure formano dei semi carnosi, come i pinoli del pino domestico o del pino cembro, che vengono diffusi dagli uccelli. In questo caso occorrono tre anni, invece di uno, per arrivare a maturazione.

 

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fiore femminile di larice

 

Le dimensioni delle pigne, però, spesso sono molto inferiori a quello che ci si aspetterebbe, da alberi molto grandi come le metasequoie, le tuie, le criptomerie, le tsughe o addirittura i cipressi di Lawson che le hanno minuscole,  anche se molto numerose. Nella foto ne ho riportate alcune. Non trovate quelle dell’abete bianco, perché non le lascia cadere come fa l’abete rosso (o peccio), concedendole in pasto ai tanti animali del bosco che contribuiscono a diffondere i piccoli semi. L’abete bianco, infatti, oltre a far crescere i propri coni sui rami più alti, a maturità lascia volar via le scaglie, oltre ai semi muniti di un’ala che sembra un petalo di rosa. Sui rami restano i perni a cui erano attaccate, che paiono candeline. Anche i cedri del Libano, i deodara e dell’Atlante lasciano volar via le scaglie, dopo aver fatto cadere intero il “cappello” simile a una camelia legnosa. (foto).

Il pino domestico, che cresce in pianura nei climi miti, dentro le sue pigne fa maturare dei pinoli e allarga le scaglie che li trattengono quando c’è il sole, liberando i semi squisiti protetti da un guscio. Molti uccelli e altri animali provvedono a diffonderli, mentre se li portano via per mangiarli.

 

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“cappello” della pigna di cedro

 

Il pino cembro, invece, grande albero dal legno profumato che cresce intorno ai duemila metri di altitudine, in quel clima difficile ha preferito fare affidamento su un unico genere di uccello. Dunque le sue scaglie le tiene ben chiuse anche se c’è il sole e solo la nocciolaia, col becco incrociato, riesce ad aprirle e a far cadere qualche pinolo fra le rocce, dove trova calore e protezione per germogliare. La nocciolaia impiega parecchio tempo per insegnare ai propri piccoli come si fa e per questo rimangono più a lungo coi genitori rispetto ad altri.

La più grossa pigna della fotografia appartiene al pino di Lambert, uno fra i pini più alti del mondo, originario di California e Oregon, ma presente anche in qualche parco italiano. E’ conosciuto anche come pino zuccherino, perché essuda una resina dolce e squisita, simile a quella dell’orniello.

 

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Insospettabili vite delle piante tropicali da appartamento

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ficus strangolatore su palma – Messico – acquerello di Anna Cassarino – 1993

 

Le belle piante che danno un tocco raffinato ai nostri appartamenti sono quasi sempre di origine tropicale e spesso vengono dalle foreste dove le loro parenti diventano alberi che fioriscono e danno frutti. Nelle dimensioni ridotte in cui le vediamo fra i nostri muri, quasi mai immaginiamo le vite che conducono quando sono in libertà, che vale la pena di conoscere.

Molto benvoluto è il Ficus benjamina, che si adatta benissimo ad ogni condizione perché nei Paesi dove vive normalmente, spesso si installa su altri alberi. I suoi semi inghiottiti dagli uccelli dopo essersi cibati dei fichi, a volte vengono rilasciati con le feci nell’inforcatura principale dei rami di un’altra specie dove germogliano velocemente e allungano le radichette lungo il fusto. Si accontentano dell’umidità prodotta dal fogliame di chi li ospita e delle sostanze che si depositano sulla corteccia, mentre si sviluppano contemporaneamente verso l’alto e il basso, tenendosi ben ancorati con radici che avvolgono l’altro albero come fossero braccia e gambe. Prendono così delle forme spesso molto curiose, somigliando in vari casi a degli animali. Quando la loro radice principale arriva a terra, vi si sprofonda e rifornisce molto meglio le proprie foglie, che presto avvolgono con la chioma quella dell’albero ospitante. In questo modo gli toglie la luce e dunque la possibilità di nutrirsi attraverso la fotosintesi, fino a che l’altro muore. Ecco perché il ficus benjamina è chiamato anche “lo strangolatore”.

 

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ficus strangolatore – Messico – acquerello di Anna Cassarino – 1993

 

 

Anche il Ficus elastica dalle grandi foglie lucide e carnose, di moda diversi anni fa e il Ficus altissima hanno simili abitudini.

Tutti i parenti del nostro fico, hanno la particolarità di vivere in simbiosi con un solo tipo di impollinatore, diverso per ciascuna specie. E’ una minuscola vespina che vive dentro quelli che noi crediamo frutti e che sono invece fiori raggruppati e chiusi dentro un sacchetto morbido con un foro sul fondo, che serve da passaggio per le fecondatrici. Dunque i ficus tropicali che vivono all’aperto nelle zone più calde d’Italia o in altri Paesi, rimangono sterili perché manca loro chi li fecondi.

 

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Monstera deliciosa – Messico – acquerello di Anna Cassarino 1993

 

La Monstera deliciosa, dalle grandi foglie bucate, per far passare la luce a quelle sottostanti quando si trova nel proprio ambiente naturale, diventa una pianta molto voluminosa in larghezza, comportandosi spesso da rampicante e solo quando raggiunge dimensioni ragguardevoli fiorisce e produce ottimi frutti. Quando le grandi foglie si staccano lasciano cicatrici che molte volte sembrano occhi, come nell’acquerello qui sopra.

La palma Areca catechu, che si adatta a stare in vaso, in India e nei paesi asiatici è conosciuta come betel, come le noci masticate in continuazione dai nativi perché stimolanti e medicinali, ma che tingono la saliva e i denti di rosso, come fosse sangue. I suoi oli essenziali vengono impiegati anche per produrre incenso e sapone

 

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Bei fiori, bei frutti del cotone

 

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fiori gialli del cotone, frutti candidi e foglie – foto da idee green

 

I bianchissimi, grandi fiocchi di compatta lanugine, trattenuti da quello che resta delle capsule disseccate che li avevano racchiusi, sono belli come fiori e fiori sono creduti da tanti. Sono invece i frutti del cotone, che proteggono i semi con una fitta coltre, dalla puntura di insetti capaci di ucciderli. Le migliori qualità del genere Gossypium hanno corolle grandi e belle, degne di ogni giardino ma in India e in America fin dai tempi più antichi sono state coltivate per le fibre che si possono tessere senza le lunghe lavorazioni necessarie per altre piante. Anche in Europa il cotone è sempre esistito come albero e come pianta erbacea, dalle fibre rosse o gialle. Il bianco con cui tutti lo conosciamo è conseguenza del continuo lavoro di selezione che gli uomini hanno compiuto per piegare il cotone alle loro esigenze. Recente è il cotone azzurro, selezionato per fabbricare i blue jeans senza doverli tingere. Anche la coltivazione delle piante più basse per facilitare la raccolta dei fiocchi, che è comunque molto laboriosa e faticosa, dipende da un volere umano. Occorre infatti fare attenzione a non cogliere i batuffoli difettosi o immaturi e anche a non prendere con la fibra, parti secche della pianta. La natura si adatta solo fino ad un certo punto alle nostre esigenze e la qualità migliore del cotone rimane quella dei climi tropicali, in cui piove molto nei primi mesi di vita della pianta e c’è gran sole quando matura il frutto. Questo avviene in modo naturale in pochi posti e comunque può non verificarsi con regolarità. C’è dunque bisogno di enormi quantità d’acqua, oltre che di molti insetticidi, erbicidi, concimi, così che l’innocente specie coltivata troppo intensamente, diventa suo malgrado nociva per il pianeta e per chi lo lavora. Per questo si sono adottati da decenni metodi di coltivazione e specie che non hanno bisogno di molta acqua, né di tanti pesticidi, rendendo il cotone degno dell’aggettivo “biologico” (in inglese “organic). Non è esigente per il tipo di suolo, ma preferisce terreni silicei, dove in circa sei mesi appaiono le capsule che maturano in tempi diversi, rendendo la raccolta lunga e difficoltosa.

 

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campo di cotone – foto da Wikipedia

 

In Sicilia, Calabria e Spagna, fin dalla dominazione araba si è coltivato il cotone, anche se in quantità modeste, ma è stata l’India a lavorare da sempre la fibra adatta ai climi molto caldi, mentre in Cina, dove anche i più poveri si sono sempre vestiti di seta, dato che nella produzione di quella fibra erano specializzati, si dice sia arrivato solo nel tredicesimo secolo. I greci lo conoscevano come tessuto usato dai persiani e gli egiziani lo coltivavano come curiosità. Invece i nativi americani del Messico, Perù e Brasile ne facevano grande uso. Nel diciassettesimo secolo, in Virginia, gli statunitensi di origine anglosassone e francese sono diventati i primi grandi coltivatori, sfruttando gli schiavi neri o i bianchi poveri, per un lavoro massacrante soprattutto nella raccolta, cui segue l’asciugatura, la cernita e la sgranatura, vale a dire l’asportazione dei semi che già nell’ottocento veniva fatta con una macchina. Dai semi si ottiene un olio buono anche per l’alimentazione, mentre le fibre pressate e imballate vengono spedite verso le città cotoniere, di cui Liverpool era ed è fra le più importanti.

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Donne del passato, cercatrici di piante

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Marianne North – foto da Wikipedia

 

Le donne più intraprendenti e coraggiose, in passato qualche volta sono riuscite a superare le innumerevoli difficoltà nella realizzazione delle proprie aspirazioni al di fuori della famiglia e hanno dato il loro contributo anche alla botanica.

La più grande protagonista della ricerca di piante sconosciute in Europa era stata nell’ottocento Marianne North, (1830-1890) figlia di un ricco deputato del parlamento inglese. Alla morte precoce della madre si era dedicata alla conduzione della casa e a tenere compagnia al padre, viaggiando molto in Europa e Nordafrica con lui. Nel frattempo si era perfezionata come pittrice e aveva visitato i giardini Chiswick e Kew, dove le molte piante esotiche l’avevano affascinata con la loro bellezza e varietà. In quell’epoca gli unici due modi per conoscere le piante rare, a parte il vederle dal vero, era la consultazione degli erbari dove foglie, fiori, radici si conservavano essiccate e appiattite tra le pagine, oppure osservarne i disegni e le pitture. Queste erano relativamente più rare, perché richiedevano abilità artistiche da parte dei naturalisti e anche tempo. Permettevano in compenso di vedere come erano i vegetali nella loro interezza, di sapere come erano i colori e di conoscere i frutti, solitamente troppo voluminosi o deperibili per essere appiattiti. La fotografia richiedeva ancora un’ingombrante attrezzatura e aveva una scarsa resa per i dettagli.

 

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Dipinto di Marianne North – frutti di Blighia sapida – immagine da artmight-com

 

Quando Marianne era ormai quarantenne, morto il padre aveva intrapreso nuovi viaggi da sola, andando sempre più lontano. Negli Stati Uniti aveva trovato una flora magnifica già nei parchi, nei giardini privati, negli orti botanici e con quella aveva iniziato la sua carriera di pittrice di piante. Poi si era fatta sempre più audace, anche perché il suo interesse per la straordinaria varietà di forme e colori dei fiori si era accresciuta, spingendola verso il Brasile, il Canada, il Giappone e la Cina. Nonostante i reumatismi la facessero soffrire, ogni volta che era rientrata in Inghilterra per riprendersi dalle fatiche, era ripartita dopo pochi mesi per destinazioni come il Borneo, Giava, Ceylon, l’India, incontrando sempre le persone più interessanti grazie alle lettere di presentazione da parte delle sue altolocate relazioni sociali. Nel 1880 i dipinti botanici realizzati, di grande interesse per gli studiosi, erano diventati tanto numerosi e ammirati da convincerla ad esporli in permanenza presso i giardini Kew di Londra, in una galleria adeguata. Possiamo immaginarci lo stupore che avevano provato i visitatori, vedendo forme e colori che per noi adesso sono abituali, ma che allora erano novità stupefacenti. Su suggerimento di Darwin, aveva deciso di completare la collezione con la flora dell’Australia e dell’Africa e vi si era recata, intraprendendo il suo secondo viaggio intorno al mondo, che includeva anche il Sudamerica di lingua spagnola. Per quanto potesse disporre di ogni comodità, compatibilmente con il luogo, le peregrinazioni erano state comunque faticose e piene di pericoli anche per il gran caldo, il freddo estremo e le malattie, contro cui ancora c’erano scarse difese. La sua vita messa a dura prova, si era così conclusa a sessant’anni, nel 1890.

 

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Margareth Mee – foto da enyonegirl

 

Nel novecento un’altra pittrice inglese aveva affrontato i disagi dei viaggi, andando in cerca di piante. Era stata Margareth Mee, nata nel 1909 e morta nel 1988. Anche lei aveva iniziato la sua carriera di artista botanica intorno ai quarant’anni, dedicandosi però solo al Brasile, dove inizialmente era andata col marito per insegnare pittura nel 1952. Quattro anni dopo si era inoltrata nella foresta amazzonica appassionandosi alla sua particolare flora, tanto da avere poi l’incarico ufficiale di pittrice dall’Istituto Botanico di Sao Paolo. Infatti, nonostante la fotografia permettesse ottimi risultati, la pittura consentiva ambientazioni e dettagli migliori. Inevitabilmente si era appassionata alla causa contro la deforestazione selvaggia e si era unita agli attivisti per attirare l’attenzione mondiale sul grave problema. Fra i suoi fiori preferiti c’erano le orchidee e le bromeliacee, di cui voleva lasciare una testimonianza prima che scomparissero. Le sue ricerche erano state premiate con la scoperta di fiori che poi avevano avuto il suo nome, di cui il più originale è quello della Heliconia chartacea var meeana. Uno dei suoi ultimi lavori era stato il ritratto di un fiore di cactus che sbocciava solo per una notte alla luce della luna (Selenicereus wittii) e che nessuno straniero prima di lei aveva ancora visto aperto. Anche le sue opere sono esposte ai giardini Kew.

 

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il fiore di Selenicereus wittii – foto da olimpiareisresque-blogspot.com

 

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La straordinaria autonomia delle piante

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opera di Sandro Bolpagni nel Giardino Heller a Gardone Riviera (BS)

 

Le piante sono gli esseri viventi a cui tutti noi umani e animali siamo maggiormente debitori mentre loro, senza il nostro intervento sanno trovare la sistemazione più opportuna perché non pesano sulle altre forme di vita, grazie ad una straordinaria autonomia.

Il primo passo nel constatarla era stato fatto nel seicento, quando il chimico e filosofo belga Jan Baptista Van Helmont, aveva messo in un grande vaso un salice, limitandosi ad annaffiarlo per cinque anni, durante i quali la pianta era aumentata di settantacinque chili di peso, mentre alla terra che la sosteneva mancavano solamente sessanta grammi. Era ormai chiaro che i vegetali, per nutrirsi non consumano affatto il suolo, come si era creduto fino ad allora ma, attraverso le foglie, ricavano dall’aria le sostanze necessarie, (principalmente anidride carbonica) che diluiscono nell’acqua succhiata dalle radici coi suoi minerali, trasformandola in dolce linfa, che corrisponde al nostro sangue.

C’erano voluti quasi altri cent’anni per scoprire che le piante rigenerano l’atmosfera, quando il britannico Joseph Priestly, dopo aver consumato l’ossigeno di una campana di vetro con la fiamma di una candela, fino allo spegnimento, vi aveva messo una pianta. Dopo qualche tempo, tolta la pianta e inserita di nuovo la candela accesa, questa aveva trovato di che ardere, con ciò che le foglie avevano appena prodotto.

 

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Quanto all’acqua, le piante sono in grado di utilizzare sempre la stessa per lungo tempo ed è stato provato dal medico inglese Nathaniel Bagshow Ward che nell’ottocento abitava a Londra, allora molto inquinata da ciminiere e fornaci. Volendo far fare in santa pace a un bruco la propria trasformazione in farfalla, senza essere avvelenato dai veleni dell’aria, aveva messo la crisalide su un po’ di terra con della muffa, per mantenere la necessaria umidità, dentro un vaso di vetro che poi aveva sigillato. Dopo giorni, aveva avuto la sorpresa di vedervi nate una piccola felce e un filo d’erba. Così si era accorto che di giorno l’umidità evaporava condensandosi sul vetro, per ricadere poi col fresco della notte. Allora aveva messo della terra leggermente umida in una cassetta coperta da vetro poi sigillata, dentro cui dei semi erano germogliati e cresciuti fino a diventare belle pianticelle, senza altre aggiunte. Il medico, che conosceva le fatiche degli esploratori botanici per far arrivare intatti con lunghi viaggi via mare, i semi e le piante trovati in paesi lontani, aveva divulgato la sua scoperta in un libro nel 1842, mettendo a disposizione di tutti i botanici uno strumento preziosissimo. Infatti, dopo tante fatiche per trovare i campioni, gli esploratori li dovevano spedire o portare con sé sul ponte di una nave dove la salsedine, il vento, la mancanza d’acqua, il freddo e il caldo eccessivi e altri accidenti, spesso li danneggiavano o distruggevano. In cassette simili potevano invece resistere per moltissimo tempo, riutilizzando continuamente la stessa acqua, emettendo l’anidride carbonica necessaria alla produzione della linfa con il loro respiro e generando l’ossigeno indispensabile alla vita con gli scarti della fotosintesi. Bastava solo che ci fosse la luce del giorno.

 

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cassetta di ward – foto da www.jackwallington.com

 

Questa straordinaria autonomia renderà possibili persino i lunghi viaggi spaziali umani, con la produzione di frutta e verdure fresche grazie alla rigenerazione dell’umidità e degli scarti. Ma intanto le piante, se fossero aiutate invece di essere ostacolate continuamente sulla nostra terra, potrebbero renderla più vivibile riducendo i tanti danni che noi facciamo e mantenendola sempre più bella.

 

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Frutta e frutti

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composizione di frutti legnosi, cuoiosi, cartacei e piumosi

 

Tutte le piante fanno dei frutti, dentro cui ci sono i semi. E mentre con la parola frutta si indicano i frutti che noi mangiamo comunemente come le ciliegie, con la parola frutti si possono intendere i baccelli, le capsule, le pigne, le bacche e qualsiasi altra forma anche minuscola, che contiene dei semi. I fiori che si riproducono velocemente attraverso i bulbi, come le iris, se vengono fecondati e lasciati sugli steli, senza coglierli, immancabilmente producono dei frutti e dunque dei semi, dai quali nascono nuove piante in tempi più lunghi rispetto ai bulbi. I frutti possono essere legnosi, come le pigne, cuoiosi come le faggiole, cartacei come i dischetti dell’olmo, piumosi come quelli del pioppo femmina.

 

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frutti del falso gelsomino

 

La bellezza delle forme e dei colori di questi frutti è altrettanto affascinante e varia di quella dei fiori e generalmente durano molto più a lungo sulla pianta. Se li si colgono e li si conservano, si mantengono intatti anche per anni. Pur essendo a volte fragili come quelli della koelreuteria, sanno resistere per mesi alla pioggia e al vento, rilasciando i propri semi in tempi diversi, con diverse probabilità di attecchimento nel terreno. Tutti sono elaborati dalle piante per avere la massima probabilità di germogliare e mentre i semi pesanti vengono trasportati generalmente dagli animali, come succede alle ghiande, nascoste in tantissimi posti diversi da scoiattoli, ghiandaie, nocciolaie, quelli leggeri sono portati lontano dal vento. La loro vitalità può durare anche solo pochi giorni, oppure resistere per centinaia di anni, a seconda della necessità, perché la natura cerca sempre di evitare lo spreco, anche se non sempre capiamo le sue numerose modalità. Dunque gli alberi o altre piante che vivono in luoghi molto difficili danno ai propri semi una resistenza notevole, mentre quelli che hanno grandi facilitazioni dal loro ambiente, evitano di impiegare energie in sovrappiù.

 

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frutti dell’iris

 

Intanto rallegriamoci delle bellezza di questi frutti, che ho raggruppato nella mia composizione e che potrete raccogliere in tempi diversi dell’anno durante le passeggiate nei parchi, nei giardini, lungo le strade

Vi indico i nomi, ma a collegarli alle piante provateci voi: Gelsomino, alkekengi, loto, iris, ibisco, bouganville, enagra, staphilea, cardo campestre, koelreuteria, nocciolo turco, liriodendro, salicone, frassino, acero, cryptomeria, quercia vallonea, tiglio, albero dei fazzoletti, metasequoia, platano, tsuga, liquidambar, ontano, carpine nero, olmo, tuya, calocedro.

Sui frutti legnosi trovate un articolo qui

Sui frutti cartacei trovate un articolo qui

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Il museo Crespi bonsai – San Lorenzo di Parabiago (MI)

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Incurvati sopra un precipizio, piegati da un costante e forte vento, scavati dai fulmini, sinuosi per essersi fatti largo in cerca di luce fra i vicini, contorti per aver cercato molte volte un nuovo equilibrio dopo la perdita di un grande ramo. Negli alberi bonsai sono stati gli uomini e le donne a simulare con le loro manipolazioni gli effetti della tempesta, del gelo, del fuoco e dell’acqua, sapendo quanto le piante portino scolpite nella postura del fusto e dei rami, nella corteccia e nelle radici le difficoltà che hanno affrontato. Nell’espressività è la vera bellezza.

Gli umani intervengono nella natura per i propri scopi, fin da quando inizia la loro storia. Potano gli alberi per ottenere frutti più numerosi, senza dover aspettare che questo avvenga ogni tre o quattro anni. Li innestano per avere qualità più saporite, più grandi, più belle. Li selezionano, li trapiantano. Se li portano dentro casa nei vasi. Li annaffiano, li concimano, li curano, ne moltiplicano le specie. Qualche volta li trasformano in opere d’arte.

 

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In alta montagna ci sono alberi minuscoli, ma non a causa della giovane età. Lo si capisce dalle foglie molto piccole, rispetto ai loro simili. Sono bonsai naturali, creati inconsapevolmente dalle intemperie e dagli erbivori che li brucano in continuazione. In Giappone e in Cina qualcosa di simile avviene da secoli nelle case o nelle serre di chi è affamato di una particolare bellezza. Da decenni succede anche altrove.

Nel Museo Crespi sono arrivati alberi in miniatura dall’Estremo Oriente, che nei nostri parchi non abbiamo ancora e che hanno già vissuto centinaia d’anni, come avviene anche in libertà a quelli più resistenti come le sempreverdi conifere o i più selvatici fra le latifoglie. Ma il vento che fa volare il polline da una pianta all’altra e le feconda, rimane fuori dai muri del museo e per loro è impossibile generare semi. Quelli più delicati, dai fiori a corolle che si fanno impollinare dalle api, hanno vite ben più brevi ma riescono a dare frutti anche stando all’interno, dove gli insetti passano attraverso le maglie larghe delle grate. Si adattano a rimanere minuscoli nel fusto, rimpicciolendo anche le foglie, però mantengono le dimensioni abituali nei fiori e nei frutti. Frutti grandi come cuculi in nidi di passeri. A primavera vengono esposti nelle sale del museo, perché se ne ammirino i petali dal dolce profumo e in autunno il loro posto viene occupato da quelli col fogliame più colorato. Altri restano fuori, nel giardino per tutto l’anno.

 

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Nella sala più interna c’è un ficus millenario, circondato da teche con oggetti preziosi e con i kikkaseki, pietre che sembrano contenere fiori fossili, ma sono invece aggregazioni spontanee dei minerali. E infine c’è il giardino esterno, con altri bonsai e alberi potati alla maniera orientale, per mantenere anche qui quell’atmosfera esotica che la famiglia Crespi ha portato per prima in Italia. Adesso possiamo chiudere gli occhi.

 L’indirizzo del sito è www.crespibonsai.com

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Piccole informazioni di grande importanza

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Succede continuamente che piccole cose producano grandi effetti e, a questo proposito, cito qui una filastrocca inglese:

 

Per la mancanza di un chiodo si perse lo zoccolo

Per la mancanza di uno zoccolo si perse il cavallo

Per la mancanza di un cavallo si perse il cavaliere

Per la mancanza di un cavaliere si perse la battaglia

Per la mancanza di una battaglia si perse il regno

E tutto per la mancanza di un chiodo per ferrare un cavallo

 

Riportando alla nostra epoca il senso di questa storiella, una piccola informazione di grande importanza, la cui mancanza ha causato grandi danni, ha riguardato la pulizia dei denti. Molti anziani fino al dopoguerra erano sdentati e più tardi, quando le condizioni economiche generali erano migliorate, una buona parte aveva potuto rimediare parzialmente, mettendosi una dentiera. Eppure tutti avrebbero potuto conservare una ragionevole integrità della bocca, se un’informazione minima fosse stata diffusa ad ogni livello sociale: lavarsi i denti dopo ogni pasto o almeno sciacquarsi bene dopo aver mangiato qualunque cosa. Invece, non solo questa semplicissima educazione igienica non veniva fatta dai dentisti verso i clienti, ma neppure dagli insegnanti a scuola verso gli alunni. La maggior parte delle persone utilizzava lo spazzolino solo alla mattina e pure in modo sommario, lasciando ai batteri nocivi tutto il tempo per fare i danni che col tempo avrebbero lasciato le gengive sguarnite. Spesso sanguinavano durante lo spazzolamento, eppure lo si considerava inevitabile, mentre non lo era affatto e ben pochi avevano immaginato che un’informazione corretta su questo argomento fosse necessaria, anzi, indispensabile.

 

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Imponenti danni e conseguenti spese per le famiglie e per l’intera società avevano avuto questa causa, oggi ridotta ma ancora presente, perché c’è chi è predisposto per via ereditaria alla parodontite, causata dai batteri nocivi, e chi no. Con una spesa infima in spazzolini e dentifrici ma un robusto sforzo di volontà si può ottenere un grande effetto positivo.

L’abitudine ci impedisce di accorgerci ci ciò che è dannoso, perché finiamo col considerarlo normale e il cattivo esempio finisce con l’essere il riferimento creduto corretto.

La cultura costa, ma la mancanza di cultura costa molto di più, era lo slogan di un certo partito politico tanti anni fa. Questa frase geniale concentrava una grande verità per tutti i settori e scegliere fra le enormi quantità di conoscenze, a quali sia bene dare i primi posti nella propria vita, pur sicuramente difficile, è questione di allenamento mentale.

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Una piccola informazione di enorme importanza per la salute del nostro territorio e, di conseguenza, la nostra, riguarda la potatura degli alberi. Continuano le mutilazioni che storpiano gli esseri viventi dall’effetto complessivo d’inseme maggiormente benefico per la terra, rendendoli invalidi, perché chi commissiona questi lavori, quanto chi li esegue, nella maggioranza dei casi non conosce neppure le più elementari nozioni che persino un bambino può imparare velocemente, riguardo alla potatura. Si spendono grandi cifre per danneggiare un patrimonio, quando basterebbe la lettura attenta di un articolo su questo tema per farsi almeno una vaga idea su perché, quando e come potare.

 

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Il calendario celtico degli alberi

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platano di Pergo (AR)

 

I celti, la cui cultura ha avuto la sua massima espansione tra il IV e il III secolo a.C, vivevano nella zona della Boemia, della Baviera, della Bretagna, del Nord dell’Italia, nella Spagna e nell’Anatolia. Avevano per gli alberi una venerazione tale da identificarsi con loro e da collocarli nel calendario come simboli del rinnovarsi del tempo ogni anno con le stagioni. I momenti culminanti degli equinozi di primavera e d’autunno, quando il giorno e la notte hanno uguale durata, o dei solstizi d’inverno e d’estate, quando il giorno è il più corto o il più lungo dell’anno, avevano un albero tutto per sé a rappresentarli. Negli altri periodi erano raggruppati più giorni sotto il patrocinio di uno stesso albero, che li rappresentava in stagioni opposte, come per esempio il tiglio, collocato dall’11 al 20 Marzo e di nuovo dal 13 al 22 Settembre. Questa che può sembrare una contraddizione, stava probabilmente a significare quanto i periodi, gli esseri viventi o i fenomeni naturali di quel tratto siano uno il polo opposto dell’altro, indispensabile all’esistenza di entrambi. Così come la notte è benefica quando succede al giorno ma cesserebbe di esserlo se dominasse le 24 ore. Inoltre, gli alberi sono signori dell’aria quanto del sottosuolo, dove le loro radici interagiscono con i batteri, i funghi, i piccoli animali, i fenomeni naturali, col risultato di produrre grandi effetti sull’intero ambiente. A ragione erano considerati sacri e per i Celti, la quercia era la più rispettata, mentre per i germani lo era il tiglio, per gli scandinavi la betulla, per i mediterranei l’olivo.

 

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roverella delle Marmore

 

Pare che questo calendario sia solo un’invenzione poetica recente. Possiamo utilizzarla per avvicinarci meglio alle qualità degli alberi, che è la cosa di cui c’è vera necessità, per favorirli nel loro importante lavoro a favore di tutti, invece di danneggiarli come troppo spesso avviene.

22 alberi comuni in Europa erano e sono ancora frassino, abete, acero, betulla, carpino, castagno, bagolaro, cipresso, corniolo, faggio, melo, nocciolo, fico, noce, olmo, pino, pioppo, quercia, salice, tiglio, tasso, olivo. I quattro considerati come cardini nel presunto calendario erano la quercia, la betulla, l’olivo e il faggio. Le persone nate nei giorni sotto gli auspici di ciascun albero, pare che ne ereditino un poco le qualità. Ecco a quali giorni dell’anno corrispondevano:

2 gennaio – 11 gennaio ABETE        12 gennaio – 24 gennaio OLMO      25 gennaio – 3 febbraio CIPRESSO

4 febbraio – 8 febbraio PIOPPO      9 febbraio – 18 febbraio BAGOLARO       19 febbraio 28/29 febbraio PINO

1° marzo – 10 marzo SALICE       11 marzo – 20 marzo TIGLIO      21 marzo QUERCIA       22 marzo – 31 marzo NOCCIOLO

1° aprile – 10 aprile CORNIOLO       11 aprile – 20 aprile ACERO        21 aprile – 30 aprile NOCE

1° maggio – 14 maggio PIOPPO        15 maggio – 24 maggio CASTAGNO       25 maggio – 3 giugno FRASSINO

4 giugno – 13 giugno CARPINO        14 giugno – 23 giugno FICO         24 giugno BETULLA        25 giugno – 4 luglio MELO

5 luglio – 14 luglio ABETE          15 luglio – 25 luglio OLMO       26 luglio – 4 agosto CIPRESSO

5 agosto – 13 agosto PIOPPO        14 agosto – 23 agosto BAGOLARO     24 agosto – 2 settembre PINO

3 settembre – 12 settembre SALICE       13 settembre – 22 settembre TIGLIO       23 settembre ULIVO

24 settembre – 3 ottobre NOCCIOLO        4 ottobre – 13 ottobre CORNIOLO        14 ottobre – 23 ottobre ACERO

24 ottobre – 2 novembre NOCE        3 novembre – 11 novembre TASSO      12 novembre – 21 novembre CASTAGNO      22 novembre – 1° dicembre FRASSINO     

2 dicembre – 11 dicembre CARPINO     12 dicembre – 21 dicembre FICO     22 dicembre FAGGIO      23 dicembre – 1° gennaio MELO

 

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