Category Archives: Piante

INDICE DEGLI ARTICOLI: profumi animali, radici spettacolari: il tassodio, ginkgo biloba: l’albero d’oro, Il frassino dei prodigi, Castagno: una risorsa alimentare, un’opportunità di lavoro, una sicurezza anti-frane, Ferula, l’umile pianta che ha lasciato il segno, Sommacco e scotano: belle anacardiacee, Il loto dalle tante virtù, Frane, alluvioni, desertificazione: gli alberi le contrastano, Lugo (RA): la rocca dei fiori di cappero, Ebbrezza animale, Ecomuseo delle erbe palustri a Villanova di Bagnacavallo (RA), Da orti dei semplici a giardini botanici, Fioriture a distesa,
PAGINA 2 – Farfalle: voli senza limite, Legni di colore, Legni profumati, Il glicine di Este, Alberi da seta, Le doti delle palme, Foreste sottomarine: le alghe kelp giganti, L’albero che cammina: Prosopis pallida, Animali coltivatori, Gli intrecci del noce del Brasile, I tassi della tradizione celtica, Alghe: cibo del futuro, Cortecce: la pelle degli alberi che noi utilizziamo,
PAGINA 3 – Istinto di sopravvivenza, Ortensia e Hedychium: elegantissime evase, Paulownia, Epilobio: bello, benefico e vilipeso, Bella e indipendente: la fucsia, Frutti di carta, Le sugherete, Delicato e duraturo garofano, Cipresso di Lawson: un albero per fantasticare, Le insolite preferenze dell’aspidistra, Dal terreno: profumo ai fiori e sapore ai frutti, Radici: l’importanza di ciò che non si vede,
PAGINA 4 – Vaniglia, fecondazione assistita, Leguminose: nutrono il terreno e chi ci vive sopra, Piante velenose, Fiori rossi che pochi vedono, Pellicce vegetali, Mangrovie di una storia indimenticabile, Piante emblemi di nazioni -seconda puntata-,Alberi sacri (seconda puntata), Alberi simili e diversi, Frutti e semi giganteschi, Alberi della gomma per ogni uso, :Come le piante si difendono dai nemici,
PAGINA 5 – Fiori di legno: frutti di conifere e altri, Fichi: i nidi più sorprendenti, Cerbera venenifera -albero giustiziere,Marula, l’albero a cui uomini e animali non possono rinunciare, Alberi, elaboratori di luce, L’orto botanico di Chiavenna si chiama Paradiso (SO), Acanto: maestro di trucchi, Giardino Sottovico (FI), Yukitsuri, per proteggere gli alberi dalla neve, Tutto è connesso anche quando non sembra, come il tiglio di Padula e Joe Petrosino, Cibo a sorpresa sull’albero delle farfalle, Piante che sparano,
PAGINA 6 – Il cibo che viene dagli alberi, L’importanza degli alberi per le coltivazioni, La yucca e la farfallina, Odori: il linguaggio più immediato, antico, universale, Il bosco dei licheni, Adattabilità pericolosa:la salsola, Piante che “partoriscono”, Alberi sacri oggi, Museo del pomodoro a Collecchio (PR), Fioriture invernali, Alberi che sembrano animali o persone: cedri e abeti penduli, Welwitschia, l’albero più brutto, più piccolo e più frugale, Il più grosso albero del mondo, Saporiti fiori d’Ottobre: i Crocus sativus,
PAGINA 7- Museo dei colori naturali di Lamole (PU), Museo dell’olivo di Torgiano (PG), Come dormono gli alberi, Museo del vino di Torgiano (PG), Museo del tabacco di San Giustino (PG), Museo della canapa di sant’Anatolia di Narco (PG), Museo della civiltà dell’ulivo a Trevi (PG, ) I benefici della fermentazione, Museo delle erbe a Sansepolcro (AR), Vitamina C,
PAGINA 8- Fagioli salterini, Fagioli magici, La Phytolacca dioica di Ostuni (BR), Giardini all’inglese in Italia, Centro di Scienze Naturali a Prato, Anche gli alberi portano la pelliccia, Calendario delle fioriture degli alberi nei boschi e lungo le strade, Pantelleria: il principe arancio di Donnafugata, Mirti monumentali della Kolymbetra, Museo delle rose antiche, Un esercito di coccinelle per salvare gli alberi ,
PAGINA 9 - Alberi che frenano il deserto, Alberi belli anche d’inverno, Affinità e contrasti delle piante, Piante emblemi di nazioni, La prodigiosa autonomia delle piante, La salute del territorio e dei suoi abitanti, realizzata dagli alberi, Potare gli alberi, Intelligenza vegetale, Sensazioni vegetali, Comunicazione fra piante e animali, Piante che resistono alla siccità, Piante da bucato, La mimosa e le donne, Messaggi odorosi, Alberi che impediscono le frane, Alberi frangivento, Acqua: mantenerla e farla tornare per mezzo degli alberi

PER AVERE INFORMAZIONI TECNICHE SUL RICONOSCIMENTO DEGLI ALBERI VISITATE IL SITO www.piante-e-arbusti.it

Profumi animali (prima parte)

civettictis_civetta-zibetto-da-wikipediarostov-on-don-zoo

zibetto africano Civettis civetta – foto da Wikipedia – Rostov on Don Zoo

 

Lo zibetto Civettis civetta è un mammifero africano che emette un particolare odore dalle ghiandole perianali per attirare le femmine. Da secoli questa sostanza viene utilizzata dagli umani nei profumi.

Lo zibetto asiatico delle palme Paradoxus ermaphroditus compie qualcos’altro che ha a che fare con l’aroma. Mangia bacche di caffè, di cui digerisce la polpa ma espelle i semi con le feci. Questo procedimento dà ai semi un gusto molto ricercato, che dicono simile al cacao, tanto che dopo il lavaggio e il trattamento adatto a farne una bevanda per gli umani, viene venduto a prezzi elevatissimi. Purtroppo la commercializzazione su larga scala di questa pregiata bevanda indonesiana chiamata Kopi Luwak, comporta la cattura dei poveri animali che vengono tenuti in cattività e nutriti in modo esagerato con le bacche.

 

caffe-frutti-da-inerboristeria-com

frutti di caffè di cui alcuni mostrano i semi – foto da inerboristeria.com

 

A parte il deprecabile maltrattamento degli animali, non stupisca l’uso dei semi passati nel loro intestino. Anche quelli di Argan (Argania spinosa), da cui in Marocco si ottiene il pregiatissimo olio, compiono lo stesso percorso attraverso le capre che salgono addirittura sui rami degli alberi di argan, simili ai nostri olivi. Pare però che adesso questa pratica sia in disuso.

Il castoreo è una sostanza oleosa che secernono i castori per impermeabilizzare la pelliccia e marcare il territorio. In profumeria ha largo impiego.

 

moschus-moschiferus-da-zoo-chat

Moschus moschiferus – foto da Zoo chat

 

Ad un daino asiatico, il Moschus moschiferus che vive in alta montagna, hanno dato il nome che ricorda il suo cibo preferito: il muschio. Lo stacca dalle rocce, dalla terra e dagli alberi utilizzando due buffe zanne. Ciò che lo ha reso celebre nel mondo, ma al tempo stesso lo ha sempre messo in pericolo, sono due ghiandole pelose che ha sulla pancia e che producono palline molto profumate. Lui le dissemina nel suo territorio per marcarlo, allontanare i rivali e attrarre le femmine. Anche gli esseri umani, però, lo trovano irresistibile e fin dai tempi antichi, una volta l’anno vanno nei boschi per raccogliere i grani da terra e usarli anche come medicinali. Già ai tempi del viaggio di Marco Polo in Kashmir, l’animale era protetto dalla caccia, troppo spesso fatta per prendergli le ghiandole. L’odore è talmente forte da passare attraverso i recipienti che servono a conservarlo. In grande quantità sembra sgradevole, ma un grano è percepito come delizioso e basta per fare una boccetta di profumo

La quantità determina la qualità e questo vale per ogni aspetto della vita.

 

 

Radici spettacolari: il tassodio

Exif_JPEG_PICTURE

tassodio nel parco della Burcina (BI) pneumatofori delle radici

 

Gli alberi spesso prendono forme espressive, più belle delle migliori sculture umane: a volte è il fusto che nei suoi contorcimenti, oppure come reazione a ferite, malattie e difficoltà di ogni genere, diventa ben più attraente per noi, di quanto lo sia uno che nelle propria vita non ha avuto difficoltà. Altre volte, invece, è nelle radici che stupiscono, come fa il tassodio.

 

Exif_JPEG_PICTURE

tassodi con pneumatofori delle terme di Boario (BS)

 

E’ detto anche cipresso calvo o cipresso delle paludi perché ha per frutti dei galbuli come quelli del cipresso, ma è vicino alla famiglia dei tassi, come dice il suo nome scientifico Taxodium disticum. Ha un fogliame leggero, morbido come un piumaggio, di un verde chiarissimo che a Novembre, prima di cadere diventa di un vivido color rosso fulvo. La regione italiana dove se se trovano maggiormente è la Lombardia, ricchissima d’acqua. Lui, però, è originario delle paludi della Florida, dove le sue radici restano spesso sommerse. Sarebbe fatale ad un altro tipo d’albero che, non potendo più respirare attraverso di loro, morirebbe. Per questo ha protuberanze che emergono  oltre lo specchio liquido e possono diventare alte un metro, portando l’ossigeno fin sotto terra. Anche quando cresce relativamente all’asciutto, però, spesso il tassodio mantiene questa particolarità e lascia emergere le protuberanze chiamate pneumatofori, che ci appaiono simili a famigliole, a gruppetti di persone in pellegrinaggio o in ascolto di una storia. Sono come presepi viventi, come viandanti che hanno raggiunto la loro meta.

 

vi-villa-rossi-a-santorso-leg

tassodio con pneumatofori a villa Rossi di Santorso (VI)

 

I tassodi dagli pneumatofori più spettacolari si trovano nel parco della Burcina, vicino a Biella e nel giardino delle terme di Boario, oltre che nel giardino Rossi a Santorso. Anche le meravigliose chiome leggere, a Novembre lasciano a bocca aperta per il loro colorerosso  fulvo, intenso, che spesso viene confuso con quello della metasequoia, che di sorprendente ha le pigne. Tassodi magnifici per questo si trovano vicino a Firenze, nel parco del Neto, dove raggiungono l’altezza di 40 metri. Nella sezione che ho dedicato agli alberi monumentali, potete controllare se vicino a casa vostra ne potete ammirare qualcuno.

 

 

 

Ginkgo biloba – l’albero d’oro

ginkgo-savigliano1leg

ginkgo biloba in autunno

Giornate di sole e aria fredda accelerano ogni autunno il ritiro della verde clorofilla dalle foglie degli alberi e il ginkgo biloba mostra l’intenso giallo che illumina i suoi dintorni per qualche settimana. Poi cadono quasi tutte insieme e formano un bel tappeto folto

Anche in Giappone il cinese ginkgo biloba è rispettato per la grande resistenza: la sua specie è fra le poche arrivate fino a noi, dopo i cataclismi alla fine dell’epoca dei dinosauri.

Lo si credeva estinto ma nel 1754 nel pieno del grande interesse per le scienze naturali, dei botanici lo avevano trovato in Cina. Ben presto uno nasceva nell’Orto Botanico di Parigi, poi in quello di Padova.

Col suo legno, che sa far fronte con efficacia agli incendi e al marciume, in Giappone si facevano altari e, seguendo la tradizione, ne avevano piantato uno davanti al tempio di Hiroshima dove, il 6 Agosto 1945, a meno di un chilometro di distanza era esplosa la bomba atomica. Il tempio, l’albero, la gente, le case, in un attimo erano diventati cenere. Ma alla terza primavera da quella data, nel punto in cui il ginkgo del tempio aveva ancora le radici, era spuntato un germoglio. L’albero stava rinascendo.

Tanta forza non poteva che venire da un albero con poteri curativi importanti. La sua capacità rigeneratrice per la salute umana si manifesta più di altre nell’aiutare la memoria contro le malattie che, soprattutto nella vecchiaia, la minacciano. La medicina è nel legno, nelle foglie, nei frutti carnosi e rosati i cui semi cotti sono squisiti. Se si lasciano marcire a terra la polpa emana un cattivo odore e, per questo, si preferisce piantare gli alberi di genere maschile. La puzza di carne in putrefazione dei frutti, che vengono dalle femmine, pare servisse ad attrarre un gatto selvatico adesso estinto che, mangiandoli coi semi, li depositava poi per vie naturali in un terreno dove potessero germogliare.

 

Exif_JPEG_PICTURE

“mammelloni” di ginkgo ultracentenario a Pallanza (VCO)

 

I ginkgo ultracentenari sviluppano sul tronco dei “mammelloni come quelli della foto. Col tempo scenderanno fino a terra e sosterranno il tronco, come fa il ficus del Bengala.

Il ginkgo non risente troppo né dell’inquinamento, né delle asprezze del clima. L’unica cosa che non tollera è l’essere potato, forse perché la sua nobile natura è insofferente a ciò che gli uomini fanno in modo tanto irragionevole

 

Il frassino dei prodigi

Exif_JPEG_PICTURE

frassino su cui spiccano i mazzi di semi alati

 

Il frassino è stato uno degli alberi sacri più importanti d’Europa per molte virtù particolari, prima fra tutte la saldezza con cui si ancora al suolo con le sue profonde radici, capaci di consolidare i pendii, impedendo le frane. Nelle culture nordiche si riteneva che un enorme frassino, chiamato Ygdrasill, sorreggesse il cielo. Nei Carpazi si diceva che trafiggendo il cuore di un vampiro con un paletto di frassino, appuntito lo si facesse finalmente morire davvero. Contrariamente a tutti gli altri alberi, i suoi germogli sono neri e, se i fiori non vengono fecondati, invece di cadere si raggrinziscono e anneriscono, restando sui rami come escrescenze indurite. È bene non metterlo a dimora vicino ad altre piante, tanto meno se rampicanti, perché incompatibili. Il frassino può essere di natura maschile, femminile o ermafrodita e comincia a fiorire dopo molti anni di crescita. Le sue foglie seghettate e pennate servono in decotto per curare artriti e gotta. Il succo si diceva servisse contro i morsi delle vipere. Anche la corteccia grigia e sottile, interrotta da isolette grumose disposte in orizzontale, e i frutti oleosi sono curativi, purificanti, drenanti, lassativi, utili per liberare dall’acido urico che provoca dolori, gonfiori ed inceppa il corpo. Questi sono alcuni dei motivi per cui si attribuivano al frassino poteri magici.

 

Exif_JPEG_PICTURE

corteccia caratteristica del frassino

 

In passato era molto diffuso dalla pianura alla montagna, fino a 1700 metri di altitudine, dove può vivere fino a 400 anni anche in luoghi ventosi, purché ci sia il sole e sufficiente acqua. Allora cresce fino a 40 metri. Duro ed elastico, il suo legno era usato dai celti per i remi, gli alberi, le stecche delle navi, l’asta delle lance e, più modestamente, per i manici di attrezzi o le parti più sollecitate dei carri o gli sci. Le sue foglie sono state usate come foraggio per gli animali e, prima di cadere in autunno, si colorano di un bel giallo intenso.

Il frassino minore, chiamato orniello, cresce in collina ed in Sicilia è conosciuto come albero della manna. La sua linfa, ottenuta con incisioni fatte nel tronco in estate, si solidifica all’aria in piccole stalattiti. È nutriente e leggermente lassativa, usata anche per fare dolci. Questo albero ha una bella fioritura bianca di aspetto piumoso.

fraxinus_excelsior_jan_wesenberg02

foglie e semi alati di frassino

 

Altri alberi molto diffusi dalle foglie pennate, che gli inesperti possono confondere col Frassino, sono il Noce del Caucaso, il Noce Nero, l’Ailanto, la Sophora Japonica. Per dissipare i dubbi più immediati occorre innanzitutto cercare i frutti, che in genere rimangono sui rami anche quando sono secchi, almeno per qualche mese dopo la caduta delle foglie. Il frassino ha dei mazzi di semi alati, come da foto. L’ailanto, che ha radici profondissime ma è infestante e dunque poco gradito, ha mazzi di semi alati simili a quelli del frassino, ma foglie pennate più grandi e su un rachide ben più lungo. Il Noce del Caucaso, che si riconosce anche per le radici superficiali che si estendono fuori terra, ha come frutti dei lunghi ciondoli sottili. Il noce nero ha frutti tondi e gialli simili a palle da tennis, dal mallo profumato come la buccia del limone, che in breve diventa nero. La Sophora Japonica ha foglie dalla punta arrotondata e frutti a forma di legume sottile.

 

 

 

Castagno, una risorsa alimentare, una sicurezza anti-frane, un’opportunità di lavoro

Exif_JPEG_PICTURE

castagno monumentale a Monteu Roero (CN)

 

A giugno le grandi infiorescenze color giallo chiaro del castagno, sono come fuochi d’artificio che ronzano di api.

Fino a cinquant’anni fa, i boschi di castagno erano ancora i frutteti più utili, che davano cibo nutriente per tutto l’anno. Le castagne si mangiavano arrostite, bollite e nei tanti modi con cui si potevano cucinare dopo essere state macinate in farina. Ci volevano quaranta giorni per seccarle al fuoco lento dentro i metati, come si chiamavano gli essiccatoi che c’erano dappertutto nei paesi. Allora la gente non sapeva cosa fosse il potassio, che aiuta il corpo nello sforzo fisico, né le proteine che sviluppano e irrobustiscono, ma chi si nutriva di castagne e del miele che le api ne elaboravano, ne sentiva gli effetti più di chi mangiava altro cibo.

Il castagno si fa alto fino a 30 metri, robusto e longevo, col suo bel tronco scanalato che si allarga nonostante con l’età, che può oltrepassare i 1000 anni, diventi cavo. Il legno più vecchio al suo interno, non resiste alle intemperie e si sbriciola diventando buon terriccio per i giardini. Vicino ai castagni nascono i funghi porcini o gli ovuli, con cui scambiano sostanze utili.

La selezione artificiale ha prodotto le piante di marroni, con frutti più grossi. I loro fiori maschili, però, non sono sufficienti ad impollinare quelli femminili ed hanno bisogno della presenza di castagni più spontanei fra di loro, per questo scopo.

 

Exif_JPEG_PICTURE

castagno monumentale di Monteombraro (MO)

 

Con la loro corte di funghi, lombrichi, insetti, uccelli e piccoli mammiferi, assicuravano una vita dignitosa a popolazioni intere finché, a metà Ottocento, si sono aperte le prime fabbriche di tannino, per conciare le pelli e tingere di nero la seta. Allora molti boschi sono stati tagliati perché dal legno venisse estratta quella sostanza, che anche le industrie farmaceutiche richiedevano per certi medicinali. Così, l’attrattiva di un guadagno immediato ha fatto perdere il sostentamento necessario ad una vita intera. La fame ha costretto allora molti contadini ad emigrare.

Quando l’Italia si è ripresa dall’ultima guerra e le città con la loro ricchezza hanno fatto abbandonare i boschi, i castagni trascurati si sono ammalati di cancro della corteccia e del mal d’inchiostro, che già avevano fatto danni fin da un secolo prima. I funghi maligni e i batteri che portano queste malattie, passando dalle ferite nel legno ma anche nel terreno abbandonato, ne hanno fatti morire a migliaia.

Eppure, i castagni crescono anche su pendii così ripidi che nessuna coltivazione di cereali sarebbe mai possibile. Non hanno bisogno di concime, di irrigazione né di falciatura. Mantengono ben saldo il terreno con le profonde e lunghe radici. Stabilizzano il clima, danno ombra d’estate e bellezza tutto l’anno. Sono i migliori alleati di ciascun vivente e agli uomini bisogna ricordarlo.

Recuperare i castagneti potrebbe dare lavoro e cibo nutriente, contrastare le frane, ridurre i danni delle alluvioni e il pericolo d’incendio. Ma occorre dare una buona formazione ai candidati per un simile lavoro, in modo che possa essere svolto nel migliore dei modi. Per conoscere le attività di promozione del castagno, un indirizzo utile è www.cittadelcastagno.it

Castagni monumentali si trovano ovunque in Italia, oltre i 300 m. di altitudine fino ai 900 circa. Segnalo, oltre a quelli delle foto nell’articolo, Bioglio (BI), Grosio (SO), Montarioso (SI), Camaldoli (AR),  Palazzuolo sul Senio (FI), Santa Lucia (RI), Grisolia (CS), Mascali e sant’Alfio (CT). Potrete trovare le indicazioni su come raggiungerli, andando su questo sito alla sezione Alberi Monumentali, al primo posto nel menu di sinistra, dove tutte le regioni hanno gli alberi di tutte le provincie, in ordine alfabetico.

 

 

 

Ferula, l’umile pianta che ha lasciato il segno

ferula_communis-wikipedia1

pianta di ferula – foto da Wikipedia

 

Nelle regioni più calde dell’Italia, dalla Sardegna in giù, in inverno verdeggia una pianta piumosa come il finocchio, che vive in simbiosi con lo squisito fungo cardoncello. Istintivamente, però, il bestiame evita di mangiarla, a causa del suo veleno ed è per questo che la Ferula communis, è chiamata finocchiaccio. In primavera fiorisce presto ma è in estate, una volta secca, che diventa importante per chi la raccoglie. I suoi lunghi fusti alti fino a tre metri, dall’interno spugnoso, leggeri e resistenti, in passato sono stati nelle mani degli imperatori come scettri, o dei vescovi come pastorali, in quelle dei tedofori come fiaccole olimpiche o dei severi e impietosi insegnanti come strumento di punizione. Nel medioevo venivano svuotati per diventare custodie di preziosi manoscritti arrotolati e, andando indietro nel tempo fino a raggiungere quello dei miti greci, se ne è trovato un segmento nelle mani di Prometeo, che vi ha nascosto le braci del fuoco celeste, da donare agli uomini. Dal tempo lontano è venuta anche la tradizione sarda di portare la ferula in processione per chiedere al diavolo (che in origine doveva essere stato il dio Pan) di far cessare la siccità.

 

ferula

ferula in fiore – foto da wikipedia

 

Nelle campagne, coi suoi fusti si sono realizzati sgabelli, piccoli mobili, stecche per ingessare e nei secoli, fino a poco tempo fa, si sono tenuti i conti fra persone diverse. Tagliato un segmento da nodo a nodo, lo si divideva nel senso della lunghezza, così che una metà fosse più corta, ma sezionata nettamente ad incastro, per poterla poi di nuovo farla coincidere alla perfezione. La parte col nodo, detta “madre” restava al negoziante e quella più corta, detta “figlia”, al cliente. Quando avveniva un acquisto si riunivano le due parti, chiamate tacche e si segnavano con una o più incisioni, a seconda del valore che si attribuiva loro, per testimoniare l’importo del credito. L’espressione “mezza tacca” che usiamo per definire ciò che vale poco, viene dal fatto che, se le due parti non coincidevano e restavano mezze, perdevano ogni validità.

 

incendio-londra-turner

l’incendio del parlamento di Londra dipinto da William Turner – foto da lasottilelineadombra.com

 

Dove la ferula non cresceva, si potevano impiegare bastoncini di legno morbido come quello del fico e in Germania o in Francia si usava lo stesso sistema delle tacche anche per la fedina penale. In Inghilterra servivano addirittura come buoni del tesoro, fino al 1826. E siccome in inglese, bastone si dice stock, diventa chiaro come mai la borsa valori si chiami Stock Exchange. Dopo l’abolizione di questo sistema, erano rimaste grandi quantità di bastoncini di legno in circolazione, che occorreva smaltire, Ma invece di darli ai poveri perché li bruciassero per riscaldarsi, il 16 ottobre del 1834 si era preferito sprecarli in una stufa della camera dei lord a Westminster. Il fuoco troppo nutrito aveva prodotto dei gas che, infiammandosi, avevano aggredito il rivestimento di legno della sala, passando presto alla Camera dei Comuni, in un colossale incendio durato tutta la notte: uno spettacolo che il celebre pittore William Turner ci ha tramandato nei suoi dipinti.

 

 

Sommacco e scotano, le belle anacardiacee

anacardio-frutto

frutti di anacardio – foto da Agraria.org

 

La parola anacardi evoca in noi soprattutto i dolci semi ricurvi che l’albero tropicale anacardio Anacardium occidentalis, dalle molte virtù alimentari, medicinali, industriali, fa crescere fuori dai frutti carnosi. Alla stessa famiglia appartengono anche il mango e il pistacchio. In Italia crescono spontaneamente due generi di grandi arbusti o piccoli alberi, loro parenti davvero bellissimi, alle due estremità della nazione.

 

cotinus_coggygria-aleksander-dunkel-da-wikipedia

frutti piumosi dello scotano – foto di Aleksander Dunkel da Wikipedia

 

Nel Friuli/Venezia/Giulia, soprattutto sul Carso e verso Trieste si trova lo scotano Cotynus coccyria, detto anche albero della nebbia, mentre in Sicilia prospera il sommacco Rhus coriaria. Spesso vengono entrambi chiamati sommacco, creando una certa confusione, dato che entrambi in autunno hanno foglie che si colorano di magnifici rossi, hanno frutti dalla forma insolita, fusti sinuosi e radici robuste e profonde, adatte alla crescita sui pendii e nei luoghi dove scarseggia l’acqua. Vivono anche fino a ottocento metri di altitudine e sopportano il freddo. Lo scotano, però, ha foglie relativamente piccole e tondeggianti, fiori insignificanti, ma frutti bellissimi che molti credono fiori, perché sono rosa e piumosi, tanto da guadagnare alla pianta in soprannome di “albero della nebbia”.

 

scotano-foglie

foglie di scotano in autunno

 

Una caratteristica dello scotano è l’alto contenuto di tannino dei frutti, usati in passato per la concia delle pelli soprattutto nel monastero di Bardolino, sul lago di Garda. Nella provincia di Pesaro-Urbino si trova il convento di Santa Maria di Scotaneto, chiamata così per la copiosa presenza di scotani nelle sue vicinanze. Un simile impiego era comune anche in Sicilia.

Il sommacco, invece, ha foglie pennate e frutti a pannocchia, usati come spezie acidule in Sicilia e nei Paesi arabi, dopo essere stati essiccati. Freschi sono velenosi. Un parente americano chiamato anche lui sommacco, il Rhus typhina, ha trovato ottima sistemazione nei nostri giardini, coi frutti vellutati, non commestibili e persistenti sui rami, ricoperti in inverno di altrettanto velluto marrone, che lo rende molto decorativo.

 

Exif_JPEG_PICTURE

foglie e frutti di sommacco in autunno

 

 

 

 

Il loto dalle tante virtù

loto-fiore-di-hans-dieter-warda-da-wikipedia

fiori e foglie di loto – foto di Hans-Dieter Warda da Wikipedia

 

I fiori di loto, Nelumbo nucifera, emergono immacolati e asciutti dal fondo melmoso degli stagni, come rivestiti di cera. Ciò che vi cade sopra, scivola via senza attaccarsi mai e la pioggia, invece di spandersi e bagnarli, si raccoglie su di loro in grosse gocce scintillanti come cristalli. Ecco perché rappresentano la vita del Buddha e di ogni persona illuminata dalla conoscenza e dalla saggezza profonde. Durante l’inverno le piante scompaiono sott’acqua, lasciandone libero lo specchio, ma col calore dell’estate risorgono nuove. Lo ricoprono di grandi foglie che si curvano per seguire il risplendere del sole, e fiori opulenti offerti agli insetti fecondatori. Sotto la loro ombra l’acqua che altrimenti si riscalderebbe imputridendo, rimane fresca.

La bontà della loro generosa natura comincia dai dolci rizomi, che vengono mangiati come gli steli, le foglie, i fiori, i semi con cui si fanno dolci, insalate, zuppe, ma anche medicinali calmanti. Leggere, resistenti, morbide e fresche sono le fibre dei lunghissimi steli cavi, che quando si spezzano emettono un suono simile ad un sospiro. Nel Myanmar il popolo Intha che vive sul lago Inle, lavora ancora con strumenti tradizionali il filato che ne ottengono e con cui tessono teli leggeri come seta, morbidi e scivolosi al tatto. Lo stilista Loro Piana ha favorito il mantenimento della tradizione, proponendo questo tessuto nelle proprie collezioni.

 

Exif_JPEG_PICTURE

frutti di loto

 

Quando i loti perdono i venti petali bianchi e rosa, rimane l’insolito frutto legnoso, che dai tanti fori lascia cadere i semi in acqua, per assicurarsi una discendenza. Sono semi longevi, pazienti nell’aspettare la loro occasione. Nel 1951 se ne è trovato uno che da duemila anni riposava nella terra e che, messo a dimora nel fango, è germogliato dando vita al fiore più antico del mondo.

Nel lago di Mantova si trova forse il migliore esempio di acclimatazione del loto da noi. A Lugo (RA) c’è il giardino dei loti e nel parco di villa Demidoff (FI), davanti alla suggestiva scultura dell’Appennino, c’è uno stagno che a Luglio se ne ricopre.

 

Frane, alluvioni, desertificazione: gli alberi le contrastano

Exif_JPEG_PICTURE

 

La discrezione con cui lavorano gli alberi, sommata alla scarsa cultura in ciò che li riguarda, rende invisibile il lavoro importante che fanno di loro gli esseri viventi dall‘effetto complessivo maggiormente benefico per la terra e tutti i suoi abitanti. Eppure, cominciando dalla salute, nei luoghi dove ci sono alberi a sufficienza da risanare almeno in parte l’aria dai gas tossici e dalle polveri sottili, le malattie respiratorie sono senz’altro ridotte. La serenità di spirito, poi, aumenta quando ci si trova in un ambiente piacevole per gli occhi e le orecchie, oltre che per i polmoni. La produzione di ossigeno e l’assorbimento di anidride carbonica responsabile del riscaldamento globale sono funzioni importanti che si svolgono già solo per la presenza di alberi.

Dove ci sono alberi, in estate la temperatura scende di alcuni gradi. Basta sentire la differenza quando dalla città si va verso la campagna. Averne a ragionevole vicinanza dalle case e dai negozi, nei parcheggi e davanti ai capannoni industriali, riduce il bisogno di ricorrere al condizionamento d’aria, oltre ad essere un altro vantaggio sanitario ed estetico. Il consumo di energia e l’inquinamento, grazie a questo diminuiscono. Naturalmente occorre piantare gli alberi giusti, più che mai dove ci sono pendii ed argini di corsi d’acqua.

 

Exif_JPEG_PICTURE

 

Alberi ed arbusti dalle profonde radici a fittone e fascicolate trattengono il terreno meglio e con minor spesa di qualsiasi opera ingegneristica, senza contare il ben migliore effetto estetico. Anche le spese dovute ai danni per gli allagamenti e gli smottamenti possono essere ridotte dagli alberi, che con la chioma di foglie evitano che la pioggia colpisca violentemente la terra, facendola scivolare via ed erodendo i pendii. Se ci sono alberi, i terreni in pendenza rimangono saldi e quindi si riducono le frane, che tanto spesso causano tragedie. Inoltre, lungo le gallerie scavate dalle radici, le piogge penetrano in profondità ed alimentano le falde freatiche.

Salici, ontani e pioppi, piante tipiche delle zone umide, oltre a depurare le acque inquinate, asciugano e rassodano il suolo. Lungo i fiumi e i torrenti, gli alberi mantengono compatti gli argini e rallentano la corsa dell’acqua, che quando scorre in grande quantità ha una forza tale da travolgere e distruggere ogni cosa. I danni delle alluvioni si possono ridurre in modo significativo grazie a loro. Il clima diventato più estremo, con piogge violente e lunghe siccità, ha un grande bisogno degli alberi per mantenere l’umidità del terreno per fargli meglio assorbire le piogge torrenziali ed evitare che l’acqua scorra via, intasando le fogne e facendo debordare i fiumi. Contrastano al tempo stesso la siccità, evitando la desertificazione che sta avvenendo anche in certe zone d’Italia. Infatti, oltre a pompare continuamente acqua dalla profondità e favorire le piogge, gli alberi che fanno ombra al terreno, lo mantengono in buone condizioni perché si auto-regoli con l’aiuto di insetti e lombrichi, funghi e animali che ospita e che ne favoriscono la fertilità, rendendolo meno bisognoso di interventi di irrigazione, concimazione e altre lavorazioni.

 

Exif_JPEG_PICTURE

 

Gli alberi riducono la forza distruttiva del vento e la sua capacità di asciugare il terreno. Anche quando sono spogli in inverno, la gran quantità di rami e di tronchi di molti alberi riduce i venti freddi, mentre nelle altre stagioni ne rallenta la corsa, limitandone i danni. Occorre però sempre piantare in modo corretto ed evitare i tagli scriteriati che invece imperversano continuamente, indebolendo le loro capacità.

Il valore commestibile e medicinale di frutti, fiori e foglie è quasi del tutto dimenticato tranne per le specie più note, mentre grazie a loro si potrebbe ridurre la fame nel mondo, favorendo la presenza degli alberi di questo genere, oltre a quelli che frenano l’avanzata del deserto, causa prima di mancanza d’acqua e di cibo. Purtroppo, chi si occupa di urbanistica, di architettura e anche di ecologia, così come chi prende decisioni importanti per i territori, raramente conosce le qualità degli alberi, col risultato di sprecare enormi possibilità. Invece di favorire la loro presenza, lascia che vengano danneggiati in continuazione, partendo dalle scriteriate potature fatte in modo incompetente, come se gli alberi fossero oggetti o comunque presenze pericolose e fastidiose da relegare nei parchi. Si guarda solo al minor costo immediato, ignorando l’enorme spesa che ne sarà la conseguenza.

 

Exif_JPEG_PICTURE

 

E’ proprio nei luoghi dove si genera l’inquinamento ed il consumo energetico che vanno piantati. L’ossigeno e la bellezza dei boschi non riesce a risolvere i problemi delle città. Sempre che i boschi ci siano. Imparare a conoscere gli alberi dà un’importante carta in mano a ciascuno di noi, perché direttamente o indirettamente, tutti possiamo fare qualcosa per loro, dunque per noi. Anche chi non ha neppure un balcone o un giardino, può agire assimilando e poi diffondendo la cultura della natura, per creare un ambiente favorevole a decisioni più assennate da parte di chi interviene sul territorio. E se anche mancando l’interesse per tutti i motivi citati più sopra, il notevole risparmio energetico e una maggiore bellezza del nostro Paese dovrebbe attrarre.

ALCUNI DATI IMPORTANTI

Un faggio centenario ha 7.000 m. quadri di superficie fogliare.

In un’ora assorbe 2,5 kg di anidride carbonica e rilascia 1,5 kg di ossigeno, indispensabile alla nostra respirazione.

In un giorno, immette nell’atmosfera 400 l. di acqua e con l’evaporazione, l’ombreggiamento e la riflessione fogliare riduce la temperatura di alcuni gradi sotto la sua chioma. Come minimo 2.

Un ettaro di bosco, in un anno fissa 50 t. di polveri, contro le 5t. di un prato

ARTICOLI CORRELATI: alberi che frenano il deserto   alberi frangivento

acqua: mantenerla e farla tornare per mezzo degli alberi       alberi che impediscono le frane

potare gli alberi

case di terra e tetti d’erba       parcheggi verdi

Per imparare molto sugli alberi, consultate il mio libro ALBERI DELLA CIVILTA’ -gli alberi che difenderanno il nostro futuro

 

Lugo (RA): la rocca dei fiori di cappero

cappero-fiore-giardinaggio-net

capperi – foto da giardinaggio.net

 

I capperi sono piante sensibili, spiriti liberi che si installano dove si sentono meglio, spesso incuranti di dove li vorremmo noi. Arrivano dove il clima è mite e abbonda il sole, portate da lucertole e gechi che ne mangiano i frutti e ne disperdono i semi. A maggio cominciano a fiorire, con quattro petali bianchi che mettono in risalto il bel ciuffo al centro, fitto di lunghi stami violacei, sottili, setosi. A sera sono già appassiti ma, se qualche insetto impollinatore li ha visitati, presto compaiono piccoli frutti oblunghi. Ogni mattina si aprono nuovi fiori fino a luglio, quando le piante cominciano a riposarsi.

Sulla parte più bassa delle mura esposte al sole della rocca di Lugo, in Romagna, le piante di cappero prosperano già da centinaia di anni. Nonostante siano estremamente frugali, sono esigenti in fatto di confortevolezza e gli antichi castelli sono fra le loro dimore preferite, purché non si sia cercato di ringiovanirli più del necessario. Fra mattone e mattone devono esserci gli spazi sufficienti agli arbusti per installarsi e far gattonare le radichette verso l’interno, dove trovano spazio e umidità ideali e mai eccessive. Il comune di Lugo, che da sempre lascia loro la libertà di dimora, chiede in cambio un tributo in boccioli, per farne il condimento vivace di molti piatti, dagli effetti benefici sulla salute. Ci sono tracce di questo compromesso nei libri contabili dell’ottocento, quando gli abitanti del posto hanno ricevuto l’incarico per la loro raccolta e lavorazione. Così è stato per cent’anni fino a quando, nel secolo scorso, la modernità che ha portato i frigoriferi, le lavatrici e la plastica, ha fatto abbandonare ciò che si è visto come campagnolo e antiquato.

 

Exif_JPEG_PICTURE

la rocca di Lugo con la parte bassa rivestita di capperi e in alto il giardino pensile

 

L’Amministrazione Comunale, ufficialmente non se ne è più interessata, ma Sante, personaggio caratteristico del posto e Idana, bidella tuttofare, sono stati di parere diverso e hanno cominciato ad occuparsene per proprio conto. I boccioli messi rapidamente sotto aceto e stagionati per qualche mese, sono stati regalati spesso in vasetti di vetro agli amici e pare che Idana gratificasse di questi doni soprattutto quelli capaci di vivacizzare le sue giornate con i migliori pettegolezzi.

Negli anni ottanta, quando si è cominciato a distinguere fra la muffa di ciò che è vecchio e la patina di ciò che è antico, ovunque si è dato l’avvio al restauro di cose e usanze di valore, da tempo abbandonate. Allora l’idea del regalo è stata adottata dal Comune per offrire agli ospiti di riguardo un ricordo originale, escluso dalla vendita. Gli incaricati dall’amministrazione hanno colto i boccioli due volte a settimana, consegnandoli a funzionari che, nel tempo libero, si sono adoperati per metterli in salamoia e confezionarli. Uno di loro, ormai in pensione da vari anni, in virtù della sua esperienza ha avuto nel 2017 l’incarico di “Assessore al Cappero”, che comprende anche altri impegni in relazione col volontariato. Ha inaugurato intanto due novità, affidando la raccolta ai rifugiati stranieri ospiti in città e cambiando l’ingrediente di conservazione, dall’aceto al sale di Cervia, particolarmente gradevole perché senza tracce di cloruri amari. E dato che l’assessore, da buon romagnolo ha un salutare senso dell’umorismo, ha istituito il premio “Cappero d’Oro” per chi si distingue nella valorizzazione di Lugo.

 

 

Ebbrezza animale

amanita-muscaria

funghi allucinogeni di Amanita muscaria – foto da zamnesia.com

 

L’ebbrezza che viene dall’alcol o dalle droghe, piace anche agli animali. Quando la frutta fermenta, i suoi succhi si trasformano in alcol e nei punti dove è ancora appesa ai rami oppure è caduta, gli animali la consumano, trovando l’esperienza così piacevole da farne un’abitudine.

Del resto, ricci e lumache sono attratti dalla birra che viene messa in piccoli recipienti aperti negli orti, come trappola.

In Italia si sa che la bella falena Charaxes jasius si nutre del succo, spesso fermentato, dei frutti di corbezzolo, l’arbusto da cui viene ospitata quando è bruco e anche dopo aver messo le ali. (vedi articolo)

Sempre in Italia pare che i semi di canapa indiana, la pianta da cui si ricava l’hashish, siano dati ai canarini, per renderli più loquaci.

La Nepeta cataria, detta anche erba gatta, da non confondere con l’erba gatta filiforme, fra gli effetti benefici sulla salute dei gatti scatena anche una certa euforia.

Il nettare di datura, la bella pianta allucinogena dai grandi fiori bianchi a forma di tromba, pare sia molto gradito dalle sfingi, un particolare tipo di falene.

heteromeles_arbutifolia_900_13

agrifoglio californiano

 

Nei paesi nordici è noto che le renne si droghino mangiando i funghi allucinogeni dal bel cappello rosso con puntini bianchi Amanita muscaria. Il nome viene dalle mosche che ne succhiano gli umori per “volare” con maggior diletto.

I pettirossi americani Turdus migratorius si inebriano invece con le bacche dell’agrifoglio californiano Heteromeles arbutifolia detto toyon, con cui i nativi americani fanno un sidro.

I colombi rosa delle isole Mauritius si ubriacano con varie bacche e diversi tipi di uccelli mangiano i semi di papavero da oppio.

L’eucalipto che è il cibo esclusivo dei koala pare abbia anche un effetto inebriante.

I semi allucinogeni dell’ipomea violacea sono invece ciò che diletta i topi.

Notissime sono le solenni ubriacature che si prendono le scimmie, gli elefanti, le giraffe e molti altri animali delle savane africane con i frutti di marula, (vedi articolo) ma anche con le noci di palma borasso e col durian.

 

 

Ecomuseo delle Erbe Palustri a Villanova di Bagnacavallo (RA)

Exif_JPEG_PICTURE

vegetazione palustre

 

Al mare Adriatico romagnolo, sotto la foce del Po, arrivano le acque di fiumi minori come il Lamone, con un acquitrino che fino agli anni sessanta del novecento lambiva Villanova di Bagnacavallo, dove si andava spegnendo l’intensa attività artigianale legata alla particolarità del territorio: la lavorazione delle erbe palustri. Dove ci sono paludi e lenti corsi d’acqua prosperano le canne, le cannucce, i giunchi, le carici e le tife, che coi rizomi riescono a reggersi bene anche nel fango instabile e a portare ossigeno nell’acqua, dove altrimenti sarebbe insufficiente per la loro respirazione. Riescono così anche a renderla più salubre. Robuste, flessibili, leggere e alte fino a tre metri, (solo le carici e i giunchi pungenti sono bassi), mantengono le loro qualità per anni, anche dopo essere state tagliate. Ecco perché si prestano a innumerevoli impieghi senza bisogno di grandi attrezzature tanto che, nei cent’anni a cavallo tra otto e novecento, in questa zona la loro lavorazione è stata particolarmente intensa.

 

Exif_JPEG_PICTURE

alcuni fra i capanni ricostruiti nel giardino del museo

 

Il museo che ne illustra la storia, lo fa con una cura e un’ampiezza ammirevoli fin dall’esterno, dove nel giardino che lo circonda sono stati ricostruiti i diversi tipi di capanni molto diffusi in passato nelle terre umide. Hanno un’ossatura in legno e sono ricoperti di cannucce, in uno strato spesso all’incirca trenta/quaranta centimetri, capace di resistere alle intemperie per decenni e analogo a quello dei casoni veneti e dei cottage del Nord Europa.

 

Exif_JPEG_PICTURE

arredi di una casa ed elementi fatti di erbe palustri

 

Nelle molte sale del museo, dopo un video che aiuta a comprendere le trasformazioni di questa zona e delle sue attività, si visitano le stanze allestite con gli oggetti abituali nelle case delle famiglie che un tempo erano tutte impegnate nella lavorazione delle erbe palustri. Se ne sentiva il fruscio da mattina a sera, quando adulti e bambini le maneggiavano per guadagnarsi da vivere o per giocare. Un materiale così versatile si prestava ai divertimenti semplici quanto a quelli più impegnativi, come gli aquiloni, con la struttura di cannuccia su cui si tendeva la carta oleata, qui esposti insieme ad altri giocattoli, costruiti in certi casi dagli stessi bambini.

Attraverso dei modellini, si vede com’erano le case galleggianti, i traghetti del fiume, le barche per il trasporto di grandi cumuli del prezioso e al tempo stesso modesto materiale, che a volte era il legno di due generi d’albero sempre abbondanti dove c’è acqua: pioppo e salice, con cui si costruivano gabbie per il pollame, sedie, vanghe, pertiche.

Pannelli con spiegazioni accompagnano l’esposizione degli utensili e dei tantissimi oggetti realizzati come stuoie, cordami, ceste, rivestimenti per bottiglie, accessori del vestiario che comprendevano borse e scarpe anche molto raffinate. Ma ci sono pure gli stivali fissati a dei rialzi di mezzo metro, per camminare nell’acqua.

 

Exif_JPEG_PICTURE

scarpe in lavorazione

 

Le cannucce si usavano anche per fare le controsoffittature, di cui si vede qui un campione. Sono un materiale isolante molto efficace che è diventato di nuovo attuale per mantenere le case moderne più calde in inverno e più fresche in estate. Le erbe palustri lasciate crescere nelle acque inquinate le purificano, così come lo fanno i pioppi, i salici e gli ontani, che vengono oggi impiegati nella fito-depurazione degli scarichi casalinghi in campagna. Consolidano gli argini dei corsi d’acqua e attenuano il potere distruttivo delle correnti, rallentandole, in caso di alluvione.

I frutti delle tife, (Typha latifolia) che somigliano a grossi sigari, sono fatti di lanugine compressa, che quando si disfa vola via portando lontano i semini. Se la si raccoglie prima, serve ottimamente per imbottire cuscini e materassi. Il rizoma, invece, è commestibile e in passato, seccandolo e macinandolo si otteneva farina per il pane, mentre i germogli erano commestibili come verdura. Con le pannocchie piumose delle cannucce di palude, (Phragmites australis) invece, si facevano scopini, mentre la pianta era apprezzata per le varie proprietà medicinali contro le malattie da raffreddamento e gli edemi. I nativi d’America ne bevevano la linfa, mangiavano i germogli come verdura e facevano farina con i rizomi. Le canne, (Arundo donax) che sono più grandi e fanno da frangivento, hanno le stesse proprietà medicinali e in più fermano la montata lattea delle madri che ne hanno bisogno. Le ance di tutti gli strumenti a fiato, pare siano ancora fatte di canna, che in passato serviva a realizzare i flauti di Pan, con 10 canne di diverse dimensioni unite fra loro. La cellulosa che contengono è utile per farne carta.

Finita la visita, su prenotazione si può anche pranzare al sacco o richiedere menu vegetariani di specialità locali nella sala aperta sul giardino, arredata come le rustiche osterie di una volta, con suppellettili d’epoca.

L’associazione che si occupa della gestione di questo museo, organizza durante tutto l’anno le attività che rendono sempre più interessanti le visite per scolaresche e gruppi adulti.

 

Il sito è www.erbepalustri.it

 

Un articolo correlato riguarda I casoni veneti .