Category Archives: Piante

Gli articoli che troverete qui sono in ordine cronologico. Il più recente è dunque il primo. In ogni pagina ce ne sono circa 12 e per gli altri dovrete passare alle seguenti. In fondo agli articoli delle prime 5 pagine troverete il collegamento a quella con tutti i link a quanto ho pubblicato sull’argomento PIANTE.

PER AVERE INFORMAZIONI TECNICHE SUL RICONOSCIMENTO DEGLI ALBERI VISITATE IL SITO www.piante-e-arbusti.it

I giardini storici di Varese

 

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dacia ungherese di villa Baragiola

 

Varese è chiamata a ragione Città Giardino. Di giardini ce ne sono dappertutto, dal centro storico alla periferia, moderni o appartenuti in passato a facoltose famiglie e approdati nella gestione del Comune della Provincia o delle Associazioni, insieme alle ville attorno a cui erano stati creati. I più belli e celebri sono ben dieci, partendo da quelli maggiormente scenografici e sontuosi in pieno centro, annessi al Municipio: I Giardini Estensi e di Villa Mirabello. A ragionevole distanza c’è il giardino di Villa Recalcati, sede della Provincia e quello di villa Augusta, sede dell’ASPEM (igiene ambientale), quello di villa Panza, museo di arte contemporanea gestita dal FAI, quello delle ville Ponti, sede congressuale. Spostandosi verso Ovest in direzione di Gavirate c’è il più grande, quello di villa Mylius, poi il parco Mantegazza sotto il castello di Masnago e quello di villa Baragiola, sede del Museo tattile e di uffici comunali. Più a nord c’è invece il giardino di villa Toeplitz, sede del museo Castiglioni.

Il più elegante e scenografico è quello dei sette-ottocenteschi Giardini Estensi e Villa Mirabello, con lunghe, serpeggianti e rampicanti gallerie di carpini piantati nel settecento e guidati affinché i rami e i tanti ramoscelli secondari si intrecciassero fino a formare un riparo dal sole estivo e dagli sguardi altrui. E poi parterre, scalinate, stagni, sentieri fra alberi bellissimi di cui molti monumentali.

Il parco di villa Mylius è il più grande e vario, con molti alberi monumentali, tra cui una quinta di platani che in inverno, coi tronchi chiarissimi, è di effetto.

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faggio di villa Mylius

 

Quello di villa Baragiola ha fra i suoi alberi una sequoia gigante armoniosa e di dimensioni notevoli, oltre ad una Tsuga canadiensis, difficile da trovare altrove. Sorprendente è una dacia ungherese ottocentesca nel punto più alto del parco, tutta costruita in legno. L’ingresso al parco ha i limiti di orario imposti dal Museo Tattile con sede nell’edificio principale a livello della strada.

Il parco di villa Augusta ospita una sughera elegante e notevolmente inclinata. Dato che è un albero da climi più caldi e asciutti, in Lombardia è relativamente rara e meno attraente di questa. Qui ci sono anche due cedri enormi e ammirevoli: uno del Libano e uno dell’Himalaya. Giovani ma rare altrove sono due Parrotia persica.

 

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sughera di villa Augusta

 

Nel parco del Castello di Masnago è di particolare originalità un albero dei fazzoletti da vedere fiorito ad Aprile, che ha per frutti delle belle noci durissime scanalate, visibili dopo aver tolto il mallo.

Il parco di villa Toeplitz è molto scenografico nella sua parte centrale e ha vari begli alberi. In un piccolo padiglione ospita il museo etnografico Castiglioni.

Villa Panza, sede del museo di arte contemporanea, nel suo parco ha una galleria di carpini sicuramente bella ma diritta e ben più corta rispetto a quelle dei giardini estensi. Ha un corbezzolo e una magnolia sempreverde monumentali.

Villa Recalcati, sede della provincia, ha un giardino settecentesco con galleria di carpini e forme in topiaria.

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I signori alberi del Museo Giovio a Como

 

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Ippocastano del Museo Giovio

 

Nella bella Como vivono alberi ultracentenari che, soprattutto da Aprile a Novembre, esprimono al meglio la loro grazia. Semi-nascosti oltre il cortile del museo Giovio, in cima a via Vittorio Emanuele II, un ippocastano e un platano, ai lati opposti di una fascinosa scalinata barocca, sono i meglio custoditi. Il momento migliore per apprezzare l’ippocastano è Aprile, quando distribuisce equamente sulla chioma i suoi fiori disposti a pannocchia, coi calici bianchi che all’interno hanno una macchia color giallo brillante. Serve alle api per trovare più facilmente il nettare nel fondo e a farsi impolverare di polline. Dopo la fecondazione la macchia diventa rosa acceso, come segnale che lì tutto è già stato compiuto e sta avvenendo la trasformazione in castagne per noi immangiabili, ma buon foraggio per i cavalli, oltre che medicinali. Fino a cinquecento anni fa la specie si trovava principalmente nei Balcani, poi è stata portata da noi, come tanti altri alberi naturalizzati italiani. Il platano lo avevano importato gli antichi romani dalla Grecia, che si onora di averne uno di duemila anni. E’ fra le specie d’alberi più alta e robusta delle nostre regioni, dove Napoleone e la famiglia Savoia hanno contribuito a diffonderlo. Resiste bene all’inquinamento ma le scriteriate mutilazioni che vengono spacciate per potature, lo indeboliscono e lo fanno ammalare.

 

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platano del Museo Giovio

 

I due alberi, oltre a rendere molto più bello il cortile, fanno da filtro all’inquinamento e al rumore del traffico che, al di là del muro di cinta, aggredisce la città. In estate, contribuiscono con gli altri alberi a mitigare anche il calore del sole e degli automezzi, riducendo la necessità di condizionatori d’aria, che raffrescano gli interni ma aumentano il calore esterno.

Quanti sanno che le piante sono esseri viventi sensibili e capaci di interagire con altre piante, con gli animali e con i fenomeni naturali?

Conoscere gli alberi permette di piantare quelli giusti nel posto giusto e trattarli adeguatamente, in modo che svolgano il loro importante lavoro al meglio. In città ce n’è tanto bisogno.

 

 

Per conoscere quali begli alberi monumentali ci sono a Como e provincia, cliccare qui

Per quelli di tutte le altre provincie italiane, cercare nel menu di sinistra la voce Alberi monumentali

Per conoscere le caratteristiche affascinanti e utili degli alberi, imparando anche a distinguerli, acquistate il mio libro ALBERI DELLA CIVITA’

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Frutti di legno, belli come fiori (seconda puntata)

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parte superiore del frutto di cedro deodara che ha già rilasciato i semi

 

In certi autunni, sotto le chiome dei cedri del Libano, dei deodara o dell’Atlante, si trovano quelle che sembrano camelie o rose di legno. Sono le parti superiori dei loro frutti (coni), che si sono spezzate e sono cadute, mentre il resto è rimasto sui rami sfaldandosi. Lasciano cadere solo le scaglie e volar via i piccoli semi alati, che erano stati custoditi in ciascuno strato. Le conifere, che pure sono alberi generalmente molto grandi, hanno semi minuscoli.

 

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frutti della Tsuga canadiensis

 

La tsuga di origine canadese, con una chioma leggera e sempreverde fino all’autunno, quando i rami più esposti alla luce prendono un colore rugginoso, la troviamo in certi parchi storici ornata di minuscole pigne lunghe due o tre centimetri. Come le altre conifere, quando ha i semi maturi allarga le scaglie col bel tempo, per lasciar volar via i semi. Con l’umidità le richiude per proteggerli.

 

 

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frutti del Cipresso di Lawson

 

I cipressi di Lawson sono spesso molto belli, con una sagoma conica sempreverde e i grandi rami che dalla base del tronco si allargano per poi alzarsi formando un cono. Ornano i parchi storici e hanno frutti minuscoli, piccole sfere di meno di un centimetro di diametro, che aprendosi sembrano roselline.

 

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frutti di nocciolo turco

 

Il Corylus colurna, nocciolo di origine turca, è relativamente difficile da trovare nei parchi ma i suoi frutti sono davvero di grande effetto, coi tentacoli lunghi, rigidi e graffianti.

 

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frutti dell’ontano

 

L’ontano, che cresce vicino ai fiumi o comunque dove abbonda l’acqua, è l’unico albero deciduo (che perde le foglie in autunno) ad avere per frutti delle pigne, che comunque sono minuscole, lunghe al massimo due centimetri, su ramoscelli fragilissimi.

 

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frutti di eucalipto

 

Anche il sempreverde eucalipto cresce dove c’è molta acqua nelle nostre regioni più calde e i suoi frutti sembrano sonaglini.

 

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frutti di quercia rossa

 

L’americana quercia rossa che in autunno dà spettacolo col suo fogliame colorato, ha per frutti delle grandi ghiande molto belle.

 

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frutti alati di tiglio

 

I tigli, dopo l’abbondante e profumata fioritura di maggio, portano ben presto minuscole sferette appese in gruppo ad un’ala che le fa volar via a volte già a giugno, ma altre volte solo a fine inverno.

 

Un precendente articolo sui bei frutti legnosi degli alberi lo trovate qui.

Uno sui frutti che sembrano di carta lo trovate qui.

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Sensibilità vegetale: le piante soffrono se vengono mangiate?

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E’ noto da tempo che le piante sono molto sensibili, capaci di percepire ciò che avviene intorno a loro e di rispondervi efficacemente. Il dottor Stefano Mancuso del Centro di Neurobiologia Vegetale di Sesto Fiorentino lo ha ampiamente documentato con libri e video, nei quali spiega che le piante hanno funzioni estese in tutto il corpo, anziché concentrate in organi specifici come avviene negli animali e negli umani. Non potendo spostarsi per sottrarsi ai pericoli o alimentarsi, si sono sviluppate fin dall’inizio con possibilità adeguate, come il rigenerarsi di rami, foglie e radici tagliate che hanno capacità fondamentali e multiple. In particolare, le hanno i sottilissimi e innumerevoli apici delle radici, con funzioni simili a quelle dei nostri neuroni.

Le piante, contrariamente agli animali e agli umani, invece di nutrirsi di altri esseri viventi, trasformano l’aria in cibo, elaborandola nelle foglie con l’aggiunta dell’acqua e dei minerali portati dalle radici. Loro, però, vengono continuamente mangiate direttamente e indirettamente, perché gli animali di cui molti si alimentano, si sono cibati di piante o di chi se ne è nutrito.

Chi vuole evitare di far soffrire gli altri esseri viventi, oltre ad evitare di mangiare animali, come si deve regolare con i vegetali?

 

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Le piante si sono co-evolute con molti animali e quindi hanno messo in conto che una parte del loro fogliame venga mangiato. Se questo avviene con moderazione, dunque, è possibile che non ci sia dolore e presto nuove foglie sostituiscono quelle mancanti. Solo se la perdita diventa importante e mette in pericolo la vita della pianta, questa si difende producendo sostanze che la rendono indigesta e che, col loro odore, avvertono anche le vicine di fare altrettanto.

Ciò che certamente viene prodotto dalla pianta per essere mangiato, però, è il frutto, che contiene i semi da disperdere nell’ambiente, per poter dar origine a una nuova pianta. Questo lo fanno gli animali, che con le feci lasciano i semi inghiottiti con la polpa, su terreni dove hanno possibilità di germogliare. Noi umani di solito non facciamo così, ma recuperiamo una parte dei semi per piantarli nei nostri giardini o nei frutteti.

Dunque mangiare la frutta dolce come le mele, quella dell’orto come i pomodori, i semi dei cereali o quelli chiamati “frutta secca” come le noci, lo può fare con tranquillità anche la persona più sensibile.

 

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A cosa serve conoscere gli alberi

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Nel conoscere gli alberi si vengono a sapere caratteristiche stupefacenti che li presentano in continua interazione con altre piante, animali e fenomeni naturali. Ci si rende conto dell’importanza di distinguerli, come avviene con le persone, per poter dare a ciascuno la possibilità di esprimersi al meglio e svolgere le sue funzioni con buoni risultati. Gli alberi e la maggior parte delle piante anche semplici sono indispensabili per la salute del pianeta e di tutti i suoi abitanti e ignorando le loro qualità succede come nel mondo umano, dove si forzano spesso le persone a svolgere lavori per cui sono negate, con pessimi risultati.

Man mano che conoscerete gli alberi, anche se non avete un terreno sentirete man mano diventare un po’ vostri i giardini altrui e quelli pubblici. Il mondo si farà più ampio, più bello, più vario, perché vedrete molte cose che prima vi erano sfuggite anche se le avevate sotto il naso. Il verde che prima era indistinto si definirà come avviene con le immagini sfocate con un obbiettivo usato correttamente.

Nel vostro giardino o sul terrazzo imparerete a piantare gli alberi che fanno ombra d’estate e a lasciano passare tanta luce in inverno verso la casa. Saranno delle dimensioni proporzionate alla loro futura crescita rispetto allo spazio disponibile, con un effetto estetico più piacevole. Questo eviterà che i poveri alberi siano accusati di fare danni, quando la responsabilità è interamente di chi ha sbagliato specie e non ha pensato agli sviluppi futuri. Con gli alberi giusti non si fanno potature inopportune ed eccessive.

 

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Con una conoscenza generale di base sulle piante e sulle loro interazioni con gli elementi naturali, si otterranno i risultati citati qui sopra anche per gli spazi pubblici o per lo meno si riuscirà a dare l’incarico al professionista più competente nella materia. Molte volte i geometri, gli ingegneri e gli architetti che li progettano o che fanno dei lavori, mancano della conoscenza sufficiente in fatto di natura e commettono errori che provocano danni anche gravi. Giardini pubblici, viali, parcheggi privati e di supermercati, zone industriali, se dotati degli alberi giusti a cui si dà un buon trattamento, riducono l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, mitigano la temperatura e i rumori, riducono gli allagamenti in caso di grandi piogge, rendono più bello e sano l’ambiente cittadino. Le città hanno bisogno di tanti alberi per diventare più vivibili in ogni senso e per distribuire su un numero maggiore di piante la fatica di dover sopportare condizioni sempre più difficili.

 

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Sarà possibile capire se ciò che fanno altri riguardo alla natura ha senso oppure no. Si eviteranno potature che sarebbe meglio chiamare mutilazioni, perché fatte come se gli alberi fossero legname inerte. Se proprio si dovranno ridurre le chiome, lo si farà nei punti in cui sarà meno dannoso per loro. Potature scriteriate, taglio o soffocamento delle radici fanno ammalare gli alberi e li indebolisce rendendoli pericolosi, mentre invece si crede di renderli più sicuri. La potatura va fatta solo in caso di necessità e da veri esperti, non da chi fa solo il lavoro al prezzo più basso.

Man mano che si conosceranno gli alberi, si incroceranno argomenti altrettanto interessanti sugli animali, sui fenomeni naturali, sull’umanità e, di conseguenza, sul cibo, oltre che sui metodi più ecologici per ridurre i consumi di energia e di acqua.

Si troverà così anche un modo migliore per rapportarsi al mondo e a tutti i suoi abitanti e si creerà un ambiente sociale adatto a portare ai ruoli di comando, persone più sensibili al bene comune e più competenti. I difetti e i pregi dei governanti di un popolo dipendono dai difetti e dai pregi della maggioranza di quel popolo. La vera democrazia è quella di chi comincia da se stesso a realizzare ciò che vorrebbe vedere negli altri.

Nelle diverse rubriche del menu di sinistra nella pagina, sono disponibili tanti articoli utili.

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Gli alberi belli in inverno

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Thuja varietà Rheingold – foto da donnadipiante.com

 

Nei mesi più bui dell’anno, i rami spogli degli alberi e il tono spento di vari sempreverdi mettono proprio tristezza. Ci sono alberi, però, che quando perdono le foglie sono addirittura più belli. E’ il caso del salice da vimini, che coi suoi ramoscelli fitti e sottili, color arancio o rosso riscalda l’umore di chi lo vede. Anche l’arbusto di corniolo della varietà Winter Flame fa lo stesso e così il corniolo bianco, il siberiano Cornus alba. Rami rosa molto belli sono quelli dell’Acer palmatum corallinum e per bordure di un rosso vivace come pochi c’è la Nandina firepower

 

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corniolo winter flame – foto da rosai e piante Meilland

 

A rompere la monotonia di certi sempreverdi, provvede la Cryptomeria japonica della varietà elegans, che in estate ha una chioma verde leggera e morbida ma col freddo prende una tinta rossa, sfumata in molti punti così da movimentare l’effetto. Cambiano colore anche le tuje: la varietà aurea nana diventa color bronzo, la danica si fa bruna e la Rheingold ha uno splendido tono dorato che in inverno diventa color bronzo. La thuja è detta anche Albero della Vita perché i suoi rametti contengono molta vitamina C e pare che il suo infuso venisse somministrato dai nativi americani ai marinai francesi che avevano lo scorbuto, dopo i lunghi viaggi compiuti senza mangiare cibi freschi. L’albero ha anche molte altre proprietà curative.

In Messico cresce l’albero che da noi viene venduto come pianta d’appartamento, soprattutto a Natale è ed la Poinsettia o Euphorbia pulcherrima, che solo quando le giornate si accorciano tinge di rosso vivo le foglie intorno ai piccoli, insignificanti fiori, per segnalarli agli insetti impollinatori. Anche i colori della bouganville sono quelli di foglie intorno a fiorellini. Il motivo per cui di solito le piante prendono colori caldi dal giallo al rosso, è la lunghezza d’onda della luce in quei toni, che nel rosso è minima e può essere assorbita con maggiore facilità quando la luminosità è scarsa.

 

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Sophora japonica pendula

 

Ci sono anche alberi che, una volta spogli, mostrano una struttura molto bella, che vale quanto il colore. Uno è un grande albero molto comune, il bagolaro. Se non viene potato e gli si lascia mantenere la sua forma naturale, espande una chioma tonda e leggera come un soffione che, in un giardino, può prendere il posto più importante. Un albero dalle forme stupefacenti ma frutto di un’anomalia, favorita dall’uomo, è la Sophora japonica pendula che in estate si ricopre di foglie fitte come scaglie di un armadillo, mentre d’inverno rivela rami contorti come serpenti, che nell’assottigliarsi prendono la forma di piccoli archi perfetti. Questo albero non diventa mai molto grande e quindi adatto ai giardini con poco spazio.

 

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Sono belle le betulle, col loro elegante fusto bianco e i ramoscelli rossi come gli amenti. Se il terreno è umido e nelle vicinanze c’è un corso d’acqua, è bellissimo anche il pioppo bianco, che però diventa presto molto grande, come la betulla e il bagolaro. Attenzione a calcolare le proporzioni.

 

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Profumi animali (prima parte)

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zibetto africano Civettis civetta – foto da Wikipedia – Rostov on Don Zoo

 

Lo zibetto Civettis civetta è un mammifero africano che emette un particolare odore dalle ghiandole perianali per attirare le femmine. Da secoli questa sostanza viene utilizzata dagli umani nei profumi.

Lo zibetto asiatico delle palme Paradoxus ermaphroditus compie qualcos’altro che ha a che fare con l’aroma. Mangia bacche di caffè, di cui digerisce la polpa ma espelle i semi con le feci. Questo procedimento dà ai semi un gusto molto ricercato, che dicono simile al cacao, tanto che dopo il lavaggio e il trattamento adatto a farne una bevanda per gli umani, viene venduto a prezzi elevatissimi. Purtroppo la commercializzazione su larga scala di questa pregiata bevanda indonesiana chiamata Kopi Luwak, comporta la cattura dei poveri animali che vengono tenuti in cattività e nutriti in modo esagerato con le bacche.

 

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frutti di caffè di cui alcuni mostrano i semi – foto da inerboristeria.com

 

A parte il deprecabile maltrattamento degli animali, non stupisca l’uso dei semi passati nel loro intestino. Anche quelli di Argan (Argania spinosa), da cui in Marocco si ottiene il pregiatissimo olio, compiono lo stesso percorso attraverso le capre che salgono addirittura sui rami degli alberi di argan, simili ai nostri olivi. Pare però che adesso questa pratica sia in disuso.

Il castoreo è una sostanza oleosa che secernono i castori per impermeabilizzare la pelliccia e marcare il territorio. In profumeria ha largo impiego.

 

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Moschus moschiferus – foto da Zoo chat

 

Ad un daino asiatico, il Moschus moschiferus che vive in alta montagna, hanno dato il nome che ricorda il suo cibo preferito: il muschio. Lo stacca dalle rocce, dalla terra e dagli alberi utilizzando due buffe zanne. Ciò che lo ha reso celebre nel mondo, ma al tempo stesso lo ha sempre messo in pericolo, sono due ghiandole pelose che ha sulla pancia e che producono palline molto profumate. Lui le dissemina nel suo territorio per marcarlo, allontanare i rivali e attrarre le femmine. Anche gli esseri umani, però, lo trovano irresistibile e fin dai tempi antichi, una volta l’anno vanno nei boschi per raccogliere i grani da terra e usarli anche come medicinali. Già ai tempi del viaggio di Marco Polo in Kashmir, l’animale era protetto dalla caccia, troppo spesso fatta per prendergli le ghiandole. L’odore è talmente forte da passare attraverso i recipienti che servono a conservarlo. In grande quantità sembra sgradevole, ma un grano è percepito come delizioso e basta per fare una boccetta di profumo

La quantità determina la qualità e questo vale per ogni aspetto della vita.

 

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Radici spettacolari: il tassodio

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tassodio nel parco della Burcina (BI) pneumatofori delle radici

 

Gli alberi spesso prendono forme espressive, più belle delle migliori sculture umane: a volte è il fusto che nei suoi contorcimenti, oppure come reazione a ferite, malattie e difficoltà di ogni genere, diventa ben più attraente per noi, di quanto lo sia uno che nelle propria vita non ha avuto difficoltà. Altre volte, invece, è nelle radici che stupiscono, come fa il tassodio.

 

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tassodi con pneumatofori delle terme di Boario (BS)

 

E’ detto anche cipresso calvo o cipresso delle paludi perché ha per frutti dei galbuli come quelli del cipresso, ma è vicino alla famiglia dei tassi, come dice il suo nome scientifico Taxodium disticum. Ha un fogliame leggero, morbido come un piumaggio, di un verde chiarissimo che a Novembre, prima di cadere diventa di un vivido color rosso fulvo. La regione italiana dove se se trovano maggiormente è la Lombardia, ricchissima d’acqua. Lui, però, è originario delle paludi della Florida, dove le sue radici restano spesso sommerse. Sarebbe fatale ad un altro tipo d’albero che, non potendo più respirare attraverso di loro, morirebbe. Per questo ha protuberanze che emergono  oltre lo specchio liquido e possono diventare alte un metro, portando l’ossigeno fin sotto terra. Anche quando cresce relativamente all’asciutto, però, spesso il tassodio mantiene questa particolarità e lascia emergere le protuberanze chiamate pneumatofori, che ci appaiono simili a famigliole, a gruppetti di persone in pellegrinaggio o in ascolto di una storia. Sono come presepi viventi, come viandanti che hanno raggiunto la loro meta.

 

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tassodio con pneumatofori a villa Rossi di Santorso (VI)

 

I tassodi dagli pneumatofori più spettacolari si trovano nel parco della Burcina, vicino a Biella e nel giardino delle terme di Boario, oltre che nel giardino Rossi a Santorso. Anche le meravigliose chiome leggere, a Novembre lasciano a bocca aperta per il loro colorerosso  fulvo, intenso, che spesso viene confuso con quello della metasequoia, che di sorprendente ha le pigne. Tassodi magnifici per questo si trovano vicino a Firenze, nel parco del Neto, dove raggiungono l’altezza di 40 metri. Nella sezione che ho dedicato agli alberi monumentali, potete controllare se vicino a casa vostra ne potete ammirare qualcuno.

 

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Ginkgo biloba – l’albero d’oro

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ginkgo biloba in autunno

Giornate di sole e aria fredda accelerano ogni autunno il ritiro della verde clorofilla dalle foglie degli alberi e il ginkgo biloba mostra l’intenso giallo che illumina i suoi dintorni per qualche settimana. Poi cadono quasi tutte insieme e formano un bel tappeto folto

Anche in Giappone il cinese ginkgo biloba è rispettato per la grande resistenza: la sua specie è fra le poche arrivate fino a noi, dopo i cataclismi alla fine dell’epoca dei dinosauri.

Lo si credeva estinto ma nel 1754 nel pieno del grande interesse per le scienze naturali, dei botanici lo avevano trovato in Cina. Ben presto uno nasceva nell’Orto Botanico di Parigi, poi in quello di Padova.

Col suo legno, che sa far fronte con efficacia agli incendi e al marciume, in Giappone si facevano altari e, seguendo la tradizione, ne avevano piantato uno davanti al tempio di Hiroshima dove, il 6 Agosto 1945, a meno di un chilometro di distanza era esplosa la bomba atomica. Il tempio, l’albero, la gente, le case, in un attimo erano diventati cenere. Ma alla terza primavera da quella data, nel punto in cui il ginkgo del tempio aveva ancora le radici, era spuntato un germoglio. L’albero stava rinascendo.

Tanta forza non poteva che venire da un albero con poteri curativi importanti. La sua capacità rigeneratrice per la salute umana si manifesta più di altre nell’aiutare la memoria contro le malattie che, soprattutto nella vecchiaia, la minacciano. La medicina è nel legno, nelle foglie, nei frutti carnosi e rosati i cui semi cotti sono squisiti. Se si lasciano marcire a terra la polpa emana un cattivo odore e, per questo, si preferisce piantare gli alberi di genere maschile. La puzza di carne in putrefazione dei frutti, che vengono dalle femmine, pare servisse ad attrarre un gatto selvatico adesso estinto che, mangiandoli coi semi, li depositava poi per vie naturali in un terreno dove potessero germogliare.

 

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“mammelloni” di ginkgo ultracentenario a Pallanza (VCO)

 

I ginkgo ultracentenari sviluppano sul tronco dei “mammelloni come quelli della foto. Col tempo scenderanno fino a terra e sosterranno il tronco, come fa il ficus del Bengala.

Il ginkgo non risente troppo né dell’inquinamento, né delle asprezze del clima. L’unica cosa che non tollera è l’essere potato, forse perché la sua nobile natura è insofferente a ciò che gli uomini fanno in modo tanto irragionevole

 

Il frassino dei prodigi

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frassino su cui spiccano i mazzi di semi alati

 

Il frassino è stato uno degli alberi sacri più importanti d’Europa per molte virtù particolari, prima fra tutte la saldezza con cui si ancora al suolo con le sue profonde radici, capaci di consolidare i pendii, impedendo le frane. Nelle culture nordiche si riteneva che un enorme frassino, chiamato Ygdrasill, sorreggesse il cielo. Nei Carpazi si diceva che trafiggendo il cuore di un vampiro con un paletto di frassino, appuntito lo si facesse finalmente morire davvero. Contrariamente a tutti gli altri alberi, i suoi germogli sono neri e, se i fiori non vengono fecondati, invece di cadere si raggrinziscono e anneriscono, restando sui rami come escrescenze indurite. È bene non metterlo a dimora vicino ad altre piante, tanto meno se rampicanti, perché incompatibili. Il frassino può essere di natura maschile, femminile o ermafrodita e comincia a fiorire dopo molti anni di crescita. Le sue foglie seghettate e pennate servono in decotto per curare artriti e gotta. Il succo si diceva servisse contro i morsi delle vipere. Anche la corteccia grigia e sottile, interrotta da isolette grumose disposte in orizzontale, e i frutti oleosi sono curativi, purificanti, drenanti, lassativi, utili per liberare dall’acido urico che provoca dolori, gonfiori ed inceppa il corpo. Questi sono alcuni dei motivi per cui si attribuivano al frassino poteri magici.

 

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corteccia caratteristica del frassino

 

In passato era molto diffuso dalla pianura alla montagna, fino a 1700 metri di altitudine, dove può vivere fino a 400 anni anche in luoghi ventosi, purché ci sia il sole e sufficiente acqua. Allora cresce fino a 40 metri. Duro ed elastico, il suo legno era usato dai celti per i remi, gli alberi, le stecche delle navi, l’asta delle lance e, più modestamente, per i manici di attrezzi o le parti più sollecitate dei carri o gli sci. Le sue foglie sono state usate come foraggio per gli animali e, prima di cadere in autunno, si colorano di un bel giallo intenso.

Il frassino minore, chiamato orniello, cresce in collina ed in Sicilia è conosciuto come albero della manna. La sua linfa, ottenuta con incisioni fatte nel tronco in estate, si solidifica all’aria in piccole stalattiti. È nutriente e leggermente lassativa, usata anche per fare dolci. Questo albero ha una bella fioritura bianca di aspetto piumoso.

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foglie e semi alati di frassino

 

Altri alberi molto diffusi dalle foglie pennate, che gli inesperti possono confondere col Frassino, sono il Noce del Caucaso, il Noce Nero, l’Ailanto, la Sophora Japonica. Per dissipare i dubbi più immediati occorre innanzitutto cercare i frutti, che in genere rimangono sui rami anche quando sono secchi, almeno per qualche mese dopo la caduta delle foglie. Il frassino ha dei mazzi di semi alati, come da foto. L’ailanto, che ha radici profondissime ma è infestante e dunque poco gradito, ha mazzi di semi alati simili a quelli del frassino, ma foglie pennate più grandi e su un rachide ben più lungo. Il Noce del Caucaso, che si riconosce anche per le radici superficiali che si estendono fuori terra, ha come frutti dei lunghi ciondoli sottili. Il noce nero ha frutti tondi e gialli simili a palle da tennis, dal mallo profumato come la buccia del limone, che in breve diventa nero. La Sophora Japonica ha foglie dalla punta arrotondata e frutti a forma di legume sottile.

 

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Castagno, una risorsa alimentare, una sicurezza anti-frane, un’opportunità di lavoro

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castagno monumentale a Monteu Roero (CN)

 

A giugno le grandi infiorescenze color giallo chiaro del castagno, sono come fuochi d’artificio che ronzano di api.

Fino a cinquant’anni fa, i boschi di castagno erano ancora i frutteti più utili, che davano cibo nutriente per tutto l’anno. Le castagne si mangiavano arrostite, bollite e nei tanti modi con cui si potevano cucinare dopo essere state macinate in farina. Ci volevano quaranta giorni per seccarle al fuoco lento dentro i metati, come si chiamavano gli essiccatoi che c’erano dappertutto nei paesi. Allora la gente non sapeva cosa fosse il potassio, che aiuta il corpo nello sforzo fisico, né le proteine che sviluppano e irrobustiscono, ma chi si nutriva di castagne e del miele che le api ne elaboravano, ne sentiva gli effetti più di chi mangiava altro cibo.

Il castagno si fa alto fino a 30 metri, robusto e longevo, col suo bel tronco scanalato che si allarga nonostante con l’età, che può oltrepassare i 1000 anni, diventi cavo. Il legno più vecchio al suo interno, non resiste alle intemperie e si sbriciola diventando buon terriccio per i giardini. Vicino ai castagni nascono i funghi porcini o gli ovuli, con cui scambiano sostanze utili.

La selezione artificiale ha prodotto le piante di marroni, con frutti più grossi. I loro fiori maschili, però, non sono sufficienti ad impollinare quelli femminili ed hanno bisogno della presenza di castagni più spontanei fra di loro, per questo scopo.

 

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castagno monumentale di Monteombraro (MO)

 

Con la loro corte di funghi, lombrichi, insetti, uccelli e piccoli mammiferi, assicuravano una vita dignitosa a popolazioni intere finché, a metà Ottocento, si sono aperte le prime fabbriche di tannino, per conciare le pelli e tingere di nero la seta. Allora molti boschi sono stati tagliati perché dal legno venisse estratta quella sostanza, che anche le industrie farmaceutiche richiedevano per certi medicinali. Così, l’attrattiva di un guadagno immediato ha fatto perdere il sostentamento necessario ad una vita intera. La fame ha costretto allora molti contadini ad emigrare.

Quando l’Italia si è ripresa dall’ultima guerra e le città con la loro ricchezza hanno fatto abbandonare i boschi, i castagni trascurati si sono ammalati di cancro della corteccia e del mal d’inchiostro, che già avevano fatto danni fin da un secolo prima. I funghi maligni e i batteri che portano queste malattie, passando dalle ferite nel legno ma anche nel terreno abbandonato, ne hanno fatti morire a migliaia.

Eppure, i castagni crescono anche su pendii così ripidi che nessuna coltivazione di cereali sarebbe mai possibile. Non hanno bisogno di concime, di irrigazione né di falciatura. Mantengono ben saldo il terreno con le profonde e lunghe radici. Stabilizzano il clima, danno ombra d’estate e bellezza tutto l’anno. Sono i migliori alleati di ciascun vivente e agli uomini bisogna ricordarlo.

Recuperare i castagneti potrebbe dare lavoro e cibo nutriente, contrastare le frane, ridurre i danni delle alluvioni e il pericolo d’incendio. Ma occorre dare una buona formazione ai candidati per un simile lavoro, in modo che possa essere svolto nel migliore dei modi. Per conoscere le attività di promozione del castagno, un indirizzo utile è www.cittadelcastagno.it

Castagni monumentali si trovano ovunque in Italia, oltre i 300 m. di altitudine fino ai 900 circa. Segnalo, oltre a quelli delle foto nell’articolo, Bioglio (BI), Grosio (SO), Montarioso (SI), Camaldoli (AR),  Palazzuolo sul Senio (FI), Santa Lucia (RI), Grisolia (CS), Mascali e sant’Alfio (CT). Potrete trovare le indicazioni su come raggiungerli, andando su questo sito alla sezione Alberi Monumentali, al primo posto nel menu di sinistra, dove tutte le regioni hanno gli alberi di tutte le provincie, in ordine alfabetico.

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Ferula, l’umile pianta che ha lasciato il segno

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pianta di ferula – foto da Wikipedia

 

Nelle regioni più calde dell’Italia, dalla Sardegna in giù, in inverno verdeggia una pianta piumosa come il finocchio, che vive in simbiosi con lo squisito fungo cardoncello. Istintivamente, però, il bestiame evita di mangiarla, a causa del suo veleno ed è per questo che la Ferula communis, è chiamata finocchiaccio. In primavera fiorisce presto ma è in estate, una volta secca, che diventa importante per chi la raccoglie. I suoi lunghi fusti alti fino a tre metri, dall’interno spugnoso, leggeri e resistenti, in passato sono stati nelle mani degli imperatori come scettri, o dei vescovi come pastorali, in quelle dei tedofori come fiaccole olimpiche o dei severi e impietosi insegnanti come strumento di punizione. Nel medioevo venivano svuotati per diventare custodie di preziosi manoscritti arrotolati e, andando indietro nel tempo fino a raggiungere quello dei miti greci, se ne è trovato un segmento nelle mani di Prometeo, che vi ha nascosto le braci del fuoco celeste, da donare agli uomini. Dal tempo lontano è venuta anche la tradizione sarda di portare la ferula in processione per chiedere al diavolo (che in origine doveva essere stato il dio Pan) di far cessare la siccità.

 

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ferula in fiore – foto da wikipedia

 

Nelle campagne, coi suoi fusti si sono realizzati sgabelli, piccoli mobili, stecche per ingessare e nei secoli, fino a poco tempo fa, si sono tenuti i conti fra persone diverse. Tagliato un segmento da nodo a nodo, lo si divideva nel senso della lunghezza, così che una metà fosse più corta, ma sezionata nettamente ad incastro, per poterla poi di nuovo farla coincidere alla perfezione. La parte col nodo, detta “madre” restava al negoziante e quella più corta, detta “figlia”, al cliente. Quando avveniva un acquisto si riunivano le due parti, chiamate tacche e si segnavano con una o più incisioni, a seconda del valore che si attribuiva loro, per testimoniare l’importo del credito. L’espressione “mezza tacca” che usiamo per definire ciò che vale poco, viene dal fatto che, se le due parti non coincidevano e restavano mezze, perdevano ogni validità.

 

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l’incendio del parlamento di Londra dipinto da William Turner – foto da lasottilelineadombra.com

 

Dove la ferula non cresceva, si potevano impiegare bastoncini di legno morbido come quello del fico e in Germania o in Francia si usava lo stesso sistema delle tacche anche per la fedina penale. In Inghilterra servivano addirittura come buoni del tesoro, fino al 1826. E siccome in inglese, bastone si dice stock, diventa chiaro come mai la borsa valori si chiami Stock Exchange. Dopo l’abolizione di questo sistema, erano rimaste grandi quantità di bastoncini di legno in circolazione, che occorreva smaltire, Ma invece di darli ai poveri perché li bruciassero per riscaldarsi, il 16 ottobre del 1834 si era preferito sprecarli in una stufa della camera dei lord a Westminster. Il fuoco troppo nutrito aveva prodotto dei gas che, infiammandosi, avevano aggredito il rivestimento di legno della sala, passando presto alla Camera dei Comuni, in un colossale incendio durato tutta la notte: uno spettacolo che il celebre pittore William Turner ci ha tramandato nei suoi dipinti.

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