Category Archives: Piante

INDICE DEGLI ARTICOLI: Frane, alluvioni, desertificazione: gli alberi le contrastano, Lugo (RA): la rocca dei fiori di cappero, Ebbrezza animale, Ecomuseo delle erbe palustri a Villanova di Bagnacavallo (RA), Da orti dei semplici a giardini botanici, Fioriture a distesa, Farfalle: voli senza limite, Legni di colore, Legni profumati, Il glicine di Este, Alberi da seta,
PAGINA 2 – Le doti delle palme, Foreste sottomarine: le alghe kelp giganti, L’albero che cammina: Prosopis pallida, Animali coltivatori, Gli intrecci del noce del Brasile, I tassi della tradizione celtica, Alghe: cibo del futuro, Cortecce: la pelle degli alberi che noi utilizziamo, Istinto di sopravvivenza, Ortensia e Hedychium: elegantissime evase, Paulownia, Epilobio: bello, benefico e vilipeso,
PAGINA 3 – Bella e indipendente: la fucsia, Frutti di carta, Le sugherete, Delicato e duraturo garofano, Cipresso di Lawson: un albero per fantasticare, Le insolite preferenze dell’aspidistra, Dal terreno: profumo ai fiori e sapore ai frutti, Radici: l’importanza di ciò che non si vede, Vaniglia, fecondazione assistita, Leguminose: nutrono il terreno e chi ci vive sopra, Piante velenose, Fiori rossi che pochi vedono,
PAGINA 4 – Pellicce vegetali, Mangrovie di una storia indimenticabile, Piante emblemi di nazioni -seconda puntata-,Alberi sacri (seconda puntata), Alberi simili e diversi, Frutti e semi giganteschi, Alberi della gomma per ogni uso, :Come le piante si difendono dai nemici, Fiori di legno: frutti di conifere e altri, Fichi: i nidi più sorprendenti, Cerbera venenifera -albero giustiziere,Marula, l’albero a cui uomini e animali non possono rinunciare,
PAGINA 5 – Alberi, elaboratori di luce, L’orto botanico di Chiavenna si chiama Paradiso (SO), Acanto: maestro di trucchi, Giardino Sottovico (FI), Yukitsuri, per proteggere gli alberi dalla neve, Tutto è connesso anche quando non sembra, come il tiglio di Padula e Joe Petrosino, Cibo a sorpresa sull’albero delle farfalle, Piante che sparano, Il cibo che viene dagli alberi, L’importanza degli alberi per le coltivazioni, La yucca e la farfallina, Odori: il linguaggio più immediato, antico, universale,
PAGINA 6 – Il bosco dei licheni, Adattabilità pericolosa:la salsola, Piante che “partoriscono”, Alberi sacri oggi, Museo del pomodoro a Collecchio (PR), Fioriture invernali, Alberi che sembrano animali o persone: cedri e abeti penduli, Welwitschia, l’albero più brutto, più piccolo e più frugale, Il più grosso albero del mondo, Saporiti fiori d’Ottobre: i Crocus sativus, Museo dei colori naturali di Lamole (PU), Museo dell’olivo di Torgiano (PG),
PAGINA 7- Come dormono gli alberi, Museo del vino di Torgiano (PG), Museo del tabacco di San Giustino (PG), Museo della canapa di sant’Anatolia di Narco (PG), Museo della civiltà dell’ulivo a Trevi (PG, ) I benefici della fermentazione, Museo delle erbe a Sansepolcro (AR), Vitamina C, Fagioli salterini, Fagioli magici, La Phytolacca dioica di Ostuni (BR), Giardini all’inglese in Italia,
PAGINA 8- Centro di Scienze Naturali a Prato, Anche gli alberi portano la pelliccia, Calendario delle fioriture degli alberi nei boschi e lungo le strade, Pantelleria: il principe arancio di Donnafugata, Mirti monumentali della Kolymbetra, Museo delle rose antiche, Un esercito di coccinelle per salvare gli alberi , Alberi che frenano il deserto, Alberi belli anche d’inverno, Affinità e contrasti delle piante, Piante emblemi di nazioni,
PAGINA 9 - La prodigiosa autonomia delle piante, La salute del territorio e dei suoi abitanti, realizzata dagli alberi, Potare gli alberi, Intelligenza vegetale, Sensazioni vegetali, Comunicazione fra piante e animali, Piante che resistono alla siccità, Piante da bucato, La mimosa e le donne, Messaggi odorosi, Alberi che impediscono le frane, Alberi frangivento, Acqua: mantenerla e farla tornare per mezzo degli alberi

PER AVERE INFORMAZIONI TECNICHE SUL RICONOSCIMENTO DEGLI ALBERI VISITATE IL SITO www.piante-e-arbusti.it

Frane, alluvioni, desertificazione: gli alberi le contrastano

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La discrezione con cui lavorano gli alberi, sommata alla scarsa cultura in ciò che li riguarda, rende invisibile il lavoro importante che fanno di loro gli esseri viventi dall‘effetto complessivo maggiormente benefico per la terra e tutti i suoi abitanti. Eppure, cominciando dalla salute, nei luoghi dove ci sono alberi a sufficienza da risanare almeno in parte l’aria dai gas tossici e dalle polveri sottili, le malattie respiratorie sono senz’altro ridotte. La serenità di spirito, poi, aumenta quando ci si trova in un ambiente piacevole per gli occhi e le orecchie, oltre che per i polmoni. La produzione di ossigeno e l’assorbimento di anidride carbonica responsabile del riscaldamento globale sono funzioni importanti che si svolgono già solo per la presenza di alberi.

Dove ci sono alberi, in estate la temperatura scende di alcuni gradi. Basta sentire la differenza quando dalla città si va verso la campagna. Averne a ragionevole vicinanza dalle case e dai negozi, nei parcheggi e davanti ai capannoni industriali, riduce il bisogno di ricorrere al condizionamento d’aria, oltre ad essere un altro vantaggio sanitario ed estetico. Il consumo di energia e l’inquinamento, grazie a questo diminuiscono. Naturalmente occorre piantare gli alberi giusti, più che mai dove ci sono pendii ed argini di corsi d’acqua.

 

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Alberi ed arbusti dalle profonde radici a fittone e fascicolate trattengono il terreno meglio e con minor spesa di qualsiasi opera ingegneristica, senza contare il ben migliore effetto estetico. Anche le spese dovute ai danni per gli allagamenti e gli smottamenti possono essere ridotte dagli alberi, che con la chioma di foglie evitano che la pioggia colpisca violentemente la terra, facendola scivolare via ed erodendo i pendii. Se ci sono alberi, i terreni in pendenza rimangono saldi e quindi si riducono le frane, che tanto spesso causano tragedie. Inoltre, lungo le gallerie scavate dalle radici, le piogge penetrano in profondità ed alimentano le falde freatiche.

Salici, ontani e pioppi, piante tipiche delle zone umide, oltre a depurare le acque inquinate, asciugano e rassodano il suolo. Lungo i fiumi e i torrenti, gli alberi mantengono compatti gli argini e rallentano la corsa dell’acqua, che quando scorre in grande quantità ha una forza tale da travolgere e distruggere ogni cosa. I danni delle alluvioni si possono ridurre in modo significativo grazie a loro. Il clima diventato più estremo, con piogge violente e lunghe siccità, ha un grande bisogno degli alberi per mantenere l’umidità del terreno per fargli meglio assorbire le piogge torrenziali ed evitare che l’acqua scorra via, intasando le fogne e facendo debordare i fiumi. Contrastano al tempo stesso la siccità, evitando la desertificazione che sta avvenendo anche in certe zone d’Italia. Infatti, oltre a pompare continuamente acqua dalla profondità e favorire le piogge, gli alberi che fanno ombra al terreno, lo mantengono in buone condizioni perché si auto-regoli con l’aiuto di insetti e lombrichi, funghi e animali che ospita e che ne favoriscono la fertilità, rendendolo meno bisognoso di interventi di irrigazione, concimazione e altre lavorazioni.

 

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Gli alberi riducono la forza distruttiva del vento e la sua capacità di asciugare il terreno. Anche quando sono spogli in inverno, la gran quantità di rami e di tronchi di molti alberi riduce i venti freddi, mentre nelle altre stagioni ne rallenta la corsa, limitandone i danni. Occorre però sempre piantare in modo corretto ed evitare i tagli scriteriati che invece imperversano continuamente, indebolendo le loro capacità.

Il valore commestibile e medicinale di frutti, fiori e foglie è quasi del tutto dimenticato tranne per le specie più note, mentre grazie a loro si potrebbe ridurre la fame nel mondo, favorendo la presenza degli alberi di questo genere, oltre a quelli che frenano l’avanzata del deserto, causa prima di mancanza d’acqua e di cibo. Purtroppo, chi si occupa di urbanistica, di architettura e anche di ecologia, così come chi prende decisioni importanti per i territori, raramente conosce le qualità degli alberi, col risultato di sprecare enormi possibilità. Invece di favorire la loro presenza, lascia che vengano danneggiati in continuazione, partendo dalle scriteriate potature fatte in modo incompetente, come se gli alberi fossero oggetti o comunque presenze pericolose e fastidiose da relegare nei parchi. Si guarda solo al minor costo immediato, ignorando l’enorme spesa che ne sarà la conseguenza.

 

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E’ proprio nei luoghi dove si genera l’inquinamento ed il consumo energetico che vanno piantati. L’ossigeno e la bellezza dei boschi non riesce a risolvere i problemi delle città. Sempre che i boschi ci siano. Imparare a conoscere gli alberi dà un’importante carta in mano a ciascuno di noi, perché direttamente o indirettamente, tutti possiamo fare qualcosa per loro, dunque per noi. Anche chi non ha neppure un balcone o un giardino, può agire assimilando e poi diffondendo la cultura della natura, per creare un ambiente favorevole a decisioni più assennate da parte di chi interviene sul territorio. E se anche mancando l’interesse per tutti i motivi citati più sopra, il notevole risparmio energetico e una maggiore bellezza del nostro Paese dovrebbe attrarre.

ALCUNI DATI IMPORTANTI

Un faggio centenario ha 7.000 m. quadri di superficie fogliare.

In un’ora assorbe 2,5 kg di anidride carbonica e rilascia 1,5 kg di ossigeno, indispensabile alla nostra respirazione.

In un giorno, immette nell’atmosfera 400 l. di acqua e con l’evaporazione, l’ombreggiamento e la riflessione fogliare riduce la temperatura di alcuni gradi sotto la sua chioma. Come minimo 2.

Un ettaro di bosco, in un anno fissa 50 t. di polveri, contro le 5t. di un prato

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acqua: mantenerla e farla tornare per mezzo degli alberi       alberi che impediscono le frane

potare gli alberi

case di terra e tetti d’erba       parcheggi verdi

Per imparare molto sugli alberi, consultate il mio libro ALBERI DELLA CIVILTA’ -gli alberi che difenderanno il nostro futuro

 

Lugo (RA): la rocca dei fiori di cappero

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capperi – foto da giardinaggio.net

 

I capperi sono piante sensibili, spiriti liberi che si installano dove si sentono meglio, spesso incuranti di dove li vorremmo noi. Arrivano dove il clima è mite e abbonda il sole, portate da lucertole e gechi che ne mangiano i frutti e ne disperdono i semi. A maggio cominciano a fiorire, con quattro petali bianchi che mettono in risalto il bel ciuffo al centro, fitto di lunghi stami violacei, sottili, setosi. A sera sono già appassiti ma, se qualche insetto impollinatore li ha visitati, presto compaiono piccoli frutti oblunghi. Ogni mattina si aprono nuovi fiori fino a luglio, quando le piante cominciano a riposarsi.

Sulla parte più bassa delle mura esposte al sole della rocca di Lugo, in Romagna, le piante di cappero prosperano già da centinaia di anni. Nonostante siano estremamente frugali, sono esigenti in fatto di confortevolezza e gli antichi castelli sono fra le loro dimore preferite, purché non si sia cercato di ringiovanirli più del necessario. Fra mattone e mattone devono esserci gli spazi sufficienti agli arbusti per installarsi e far gattonare le radichette verso l’interno, dove trovano spazio e umidità ideali e mai eccessive. Il comune di Lugo, che da sempre lascia loro la libertà di dimora, chiede in cambio un tributo in boccioli, per farne il condimento vivace di molti piatti, dagli effetti benefici sulla salute. Ci sono tracce di questo compromesso nei libri contabili dell’ottocento, quando gli abitanti del posto hanno ricevuto l’incarico per la loro raccolta e lavorazione. Così è stato per cent’anni fino a quando, nel secolo scorso, la modernità che ha portato i frigoriferi, le lavatrici e la plastica, ha fatto abbandonare ciò che si è visto come campagnolo e antiquato.

 

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la rocca di Lugo con la parte bassa rivestita di capperi e in alto il giardino pensile

 

L’Amministrazione Comunale, ufficialmente non se ne è più interessata, ma Sante, personaggio caratteristico del posto e Idana, bidella tuttofare, sono stati di parere diverso e hanno cominciato ad occuparsene per proprio conto. I boccioli messi rapidamente sotto aceto e stagionati per qualche mese, sono stati regalati spesso in vasetti di vetro agli amici e pare che Idana gratificasse di questi doni soprattutto quelli capaci di vivacizzare le sue giornate con i migliori pettegolezzi.

Negli anni ottanta, quando si è cominciato a distinguere fra la muffa di ciò che è vecchio e la patina di ciò che è antico, ovunque si è dato l’avvio al restauro di cose e usanze di valore, da tempo abbandonate. Allora l’idea del regalo è stata adottata dal Comune per offrire agli ospiti di riguardo un ricordo originale, escluso dalla vendita. Gli incaricati dall’amministrazione hanno colto i boccioli due volte a settimana, consegnandoli a funzionari che, nel tempo libero, si sono adoperati per metterli in salamoia e confezionarli. Uno di loro, ormai in pensione da vari anni, in virtù della sua esperienza ha avuto nel 2017 l’incarico di “Assessore al Cappero”, che comprende anche altri impegni in relazione col volontariato. Ha inaugurato intanto due novità, affidando la raccolta ai rifugiati stranieri ospiti in città e cambiando l’ingrediente di conservazione, dall’aceto al sale di Cervia, particolarmente gradevole perché senza tracce di cloruri amari. E dato che l’assessore, da buon romagnolo ha un salutare senso dell’umorismo, ha istituito il premio “Cappero d’Oro” per chi si distingue nella valorizzazione di Lugo.

 

 

Ebbrezza animale

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funghi allucinogeni di Amanita muscaria – foto da zamnesia.com

 

L’ebbrezza che viene dall’alcol o dalle droghe, piace anche agli animali. Quando la frutta fermenta, i suoi succhi si trasformano in alcol e nei punti dove è ancora appesa ai rami oppure è caduta, gli animali la consumano, trovando l’esperienza così piacevole da farne un’abitudine.

Del resto, ricci e lumache sono attratti dalla birra che viene messa in piccoli recipienti aperti negli orti, come trappola.

In Italia si sa che la bella falena Charaxes jasius si nutre del succo, spesso fermentato, dei frutti di corbezzolo, l’arbusto da cui viene ospitata quando è bruco e anche dopo aver messo le ali. (vedi articolo)

Sempre in Italia pare che i semi di canapa indiana, la pianta da cui si ricava l’hashish, siano dati ai canarini, per renderli più loquaci.

La Nepeta cataria, detta anche erba gatta, da non confondere con l’erba gatta filiforme, fra gli effetti benefici sulla salute dei gatti scatena anche una certa euforia.

Il nettare di datura, la bella pianta allucinogena dai grandi fiori bianchi a forma di tromba, pare sia molto gradito dalle sfingi, un particolare tipo di falene.

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agrifoglio californiano

 

Nei paesi nordici è noto che le renne si droghino mangiando i funghi allucinogeni dal bel cappello rosso con puntini bianchi Amanita muscaria. Il nome viene dalle mosche che ne succhiano gli umori per “volare” con maggior diletto.

I pettirossi americani Turdus migratorius si inebriano invece con le bacche dell’agrifoglio californiano Heteromeles arbutifolia detto toyon, con cui i nativi americani fanno un sidro.

I colombi rosa delle isole Mauritius si ubriacano con varie bacche e diversi tipi di uccelli mangiano i semi di papavero da oppio.

L’eucalipto che è il cibo esclusivo dei koala pare abbia anche un effetto inebriante.

I semi allucinogeni dell’ipomea violacea sono invece ciò che diletta i topi.

Notissime sono le solenni ubriacature che si prendono le scimmie, gli elefanti, le giraffe e molti altri animali delle savane africane con i frutti di marula, (vedi articolo) ma anche con le noci di palma borasso e col durian.

 

 

Ecomuseo delle Erbe Palustri a Villanova di Bagnacavallo (RA)

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vegetazione palustre

 

Al mare Adriatico romagnolo, sotto la foce del Po, arrivano le acque di fiumi minori come il Lamone, con un acquitrino che fino agli anni sessanta del novecento lambiva Villanova di Bagnacavallo, dove si andava spegnendo l’intensa attività artigianale legata alla particolarità del territorio: la lavorazione delle erbe palustri. Dove ci sono paludi e lenti corsi d’acqua prosperano le canne, le cannucce, i giunchi, le carici e le tife, che coi rizomi riescono a reggersi bene anche nel fango instabile e a portare ossigeno nell’acqua, dove altrimenti sarebbe insufficiente per la loro respirazione. Riescono così anche a renderla più salubre. Robuste, flessibili, leggere e alte fino a tre metri, (solo le carici e i giunchi pungenti sono bassi), mantengono le loro qualità per anni, anche dopo essere state tagliate. Ecco perché si prestano a innumerevoli impieghi senza bisogno di grandi attrezzature tanto che, nei cent’anni a cavallo tra otto e novecento, in questa zona la loro lavorazione è stata particolarmente intensa.

 

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alcuni fra i capanni ricostruiti nel giardino del museo

 

Il museo che ne illustra la storia, lo fa con una cura e un’ampiezza ammirevoli fin dall’esterno, dove nel giardino che lo circonda sono stati ricostruiti i diversi tipi di capanni molto diffusi in passato nelle terre umide. Hanno un’ossatura in legno e sono ricoperti di cannucce, in uno strato spesso all’incirca trenta/quaranta centimetri, capace di resistere alle intemperie per decenni e analogo a quello dei casoni veneti e dei cottage del Nord Europa.

 

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arredi di una casa ed elementi fatti di erbe palustri

 

Nelle molte sale del museo, dopo un video che aiuta a comprendere le trasformazioni di questa zona e delle sue attività, si visitano le stanze allestite con gli oggetti abituali nelle case delle famiglie che un tempo erano tutte impegnate nella lavorazione delle erbe palustri. Se ne sentiva il fruscio da mattina a sera, quando adulti e bambini le maneggiavano per guadagnarsi da vivere o per giocare. Un materiale così versatile si prestava ai divertimenti semplici quanto a quelli più impegnativi, come gli aquiloni, con la struttura di cannuccia su cui si tendeva la carta oleata, qui esposti insieme ad altri giocattoli, costruiti in certi casi dagli stessi bambini.

Attraverso dei modellini, si vede com’erano le case galleggianti, i traghetti del fiume, le barche per il trasporto di grandi cumuli del prezioso e al tempo stesso modesto materiale, che a volte era il legno di due generi d’albero sempre abbondanti dove c’è acqua: pioppo e salice, con cui si costruivano gabbie per il pollame, sedie, vanghe, pertiche.

Pannelli con spiegazioni accompagnano l’esposizione degli utensili e dei tantissimi oggetti realizzati come stuoie, cordami, ceste, rivestimenti per bottiglie, accessori del vestiario che comprendevano borse e scarpe anche molto raffinate. Ma ci sono pure gli stivali fissati a dei rialzi di mezzo metro, per camminare nell’acqua.

 

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scarpe in lavorazione

 

Le cannucce si usavano anche per fare le controsoffittature, di cui si vede qui un campione. Sono un materiale isolante molto efficace che è diventato di nuovo attuale per mantenere le case moderne più calde in inverno e più fresche in estate. Le erbe palustri lasciate crescere nelle acque inquinate le purificano, così come lo fanno i pioppi, i salici e gli ontani, che vengono oggi impiegati nella fito-depurazione degli scarichi casalinghi in campagna. Consolidano gli argini dei corsi d’acqua e attenuano il potere distruttivo delle correnti, rallentandole, in caso di alluvione.

I frutti delle tife, (Typha latifolia) che somigliano a grossi sigari, sono fatti di lanugine compressa, che quando si disfa vola via portando lontano i semini. Se la si raccoglie prima, serve ottimamente per imbottire cuscini e materassi. Il rizoma, invece, è commestibile e in passato, seccandolo e macinandolo si otteneva farina per il pane, mentre i germogli erano commestibili come verdura. Con le pannocchie piumose delle cannucce di palude, (Phragmites australis) invece, si facevano scopini, mentre la pianta era apprezzata per le varie proprietà medicinali contro le malattie da raffreddamento e gli edemi. I nativi d’America ne bevevano la linfa, mangiavano i germogli come verdura e facevano farina con i rizomi. Le canne, (Arundo donax) che sono più grandi e fanno da frangivento, hanno le stesse proprietà medicinali e in più fermano la montata lattea delle madri che ne hanno bisogno. Le ance di tutti gli strumenti a fiato, pare siano ancora fatte di canna, che in passato serviva a realizzare i flauti di Pan, con 10 canne di diverse dimensioni unite fra loro. La cellulosa che contengono è utile per farne carta.

Finita la visita, su prenotazione si può anche pranzare al sacco o richiedere menu vegetariani di specialità locali nella sala aperta sul giardino, arredata come le rustiche osterie di una volta, con suppellettili d’epoca.

L’associazione che si occupa della gestione di questo museo, organizza durante tutto l’anno le attività che rendono sempre più interessanti le visite per scolaresche e gruppi adulti.

 

Il sito è www.erbepalustri.it

 

Un articolo correlato riguarda I casoni veneti .

 

 

 

Da orti dei semplici a giardini botanici

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Tassodio nel giardino botanico di Lucca

 

Nei monasteri, dove i religiosi padroneggiavano l’arte di curare con le erbe, fino a tutto il quattrocento c’erano gli orti dei semplici, intendendo con “semplici” le numerose erbe curative e aromatiche come il timo, la valeriana e le tante altre che ancora conosciamo. Quelle erano le farmacie dell’epoca. Dal cinquecento in poi, con lo sviluppo delle scienze, simili orti si erano diffusi anche nei giardini dei signori, che si interessavano alla medicina o fingevano di farlo. Le università avevano fondato i loro e a Pisa, Firenze, Padova, in varie altre città italiane e straniere ne venivano realizzati di nuovi. Dopo la conquista delle Americhe avevano cominciato ad arrivare piante che suscitavano curiosità e che si affiancavano a quelle nostrane. Tra loro c’erano alberi come la robinia, che nel 1601 era stata portata dal giardiniere del re Jean Robin nel Jardin des Plantes di Parigi. Era stato, però, nel settecento, con la grande popolarità delle scoperte scientifiche che i molti alberi esotici erano stati messi a dimora nei giardini dei ricchi e negli orti dei semplici, trasformati così in giardini botanici.

 

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ginlgo biloba nel giardino botanico di Padova

 

Le piante e gli alberi che adesso sono monumenti vegetali, erano arrivati un po’ alla volta, a partire dal settecento, in forma di semi o di piantine dentro speciali cassette. A volte erano state spedite, altre erano state accompagnate dai botanici che, per trovarle, avevano affrontato viaggi lunghissimi in nave o via terra. La passione per la ricerca aveva spinto molti uomini, e persino qualche donna, nelle foreste dove il clima, gli insetti ed ogni sorta di animali, li avevano spesso tormentati fino quasi alla morte. Eppure, dopo essersi ripresi, tornavano a fare altri viaggi estenuanti, per poter conoscere ancora nuove specie, con qualità che non esaurivano mai le sorprese. Il loro bagaglio personale era ridotto al minimo, per poter trasportare quanti più semi o pianticelle fosse possibile. Li curavano e li proteggevano, perché almeno una parte di loro arrivasse a destinazione, a migliaia di chilometri di distanza, in un clima e in un terreno del tutto sconosciuti. Ma le capacità dei vegetali di rigenerarsi, sono leggendarie. Sono fra i più antichi abitanti della terra, anche se, fino al settecento, di loro si sapeva ben poco, nonostante la lunga vicinanza. Sono così antichi da essere infinitamente diversi da noi in molte cose. Solo un secolo prima, il chimico e filosofo belga Jan Baptista Van Helmont, aveva fatto una scoperta importante che li riguardava. In un grande vaso aveva messo un salice, limitandosi ad annaffiarlo per cinque anni, durante i quali la pianta era aumentata di settantacinque chili di peso, mentre alla terra che la sosteneva mancavano solamente sessanta grammi. Era ormai chiaro che i vegetali, per nutrirsi non consumano affatto il suolo, come si era creduto fino ad allora ma, attraverso le foglie, ricavano dall’aria le sostanze necessarie, (principalmente anidride carbonica) che diluiscono nell’acqua succhiata dalle radici, coi suoi minerali.

C’erano voluti quasi altri cent’anni per scoprire che le piante rigenerano l’atmosfera, quando il britannico Joseph Priestly ne aveva messa una sotto una campana di vetro, consumandone l’ossigeno con la fiamma di una candela, fino allo spegnimento. Dopo qualche tempo, inserendola di nuovo accesa, questa aveva trovato di che ardere, con ciò che le foglie avevano appena prodotto.

 

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liquidambar del giardino botanico di Bologna

 

Il successo delle piante si era fatto grande ed esemplari magnifici avevano trovato dimora nei giardini e nei parchi, dove quelle che non potevano vivere all’esterno, come gli agrumi, erano alloggiate in vaso, dentro edifici che permettessero loro di avere un clima adatto alle proprie esigenze.

È stata, però, la rivoluzione industriale con il suo nuovo modo di intendere la forma, a dare loro una sistemazione più spettacolare. L’era delle strutture metalliche di ghisa, acciaio e vetro, col nuovo gusto per la funzionalità e la leggerezza, trovava un punto di equilibrio nelle prime, grandi serre trasparenti, dove c’era posto anche per gli alberi.

Interessante riguardo alle erbe aromatiche è il Museo delle Erbe e la Farmacia di Santa Maria Novella. Per quelle tintorie è utile il Museo dei colori naturali.  Gli alberi monumentali dei giardini botanici delle varie città si trovano nella sezione Alberi Monumentali (menu a sinistra).

 

 

 

Fioriture a distesa

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fioritura della colza vicino a Urbana PD

 

Da Febbraio ad Ottobre, viaggiando lungo alcune strade è possibile vedere i campi colorati da fioriture spettacolari, a volte spontanee, altre volte dovute a coltivazioni.

Ad aprile fiorisce la colza, dai cui semi si ricava foraggio, olio alimentare o per biodiesel e i campi prendono un colore giallo limone molto carico e compatto. Lo si può vedere un po’ ovunque nelle campagne, soprattutto nel nord Italia.

E’ sempre ad aprile che nel parco del castello di Pralormo (TO) fioriscono migliaia di tulipani che fanno credere di essere in Olanda, dove sono arrivati alla fine del cinquecento dalla Turchia originaria, facendo letteralmente impazzire la gente. I tanti appassionati, attraverso le ibridazioni avevano creato innumerevoli varietà di colori e di forme. I bulbi erano venduti a prezzi sempre più alti, fino a raggiungere il valore di interi palazzi. L’inevitabile fine era stato un disastro finanziario nel 1634, ma i fiori, rimasti nel cuore degli olandesi, hanno continuato una felice permanenza.

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fioritura del lino – foto dal sito del comune di Pietralunga

 

A giugno sui campi di Pietralunga (PG) si vedrà galleggiare la fioritura azzurra del lino, ma solo per qualche ora al giorno, perché i fiori appassiscono rapidamente e vengono sostituiti da altri l’indomani. Questa pianta è coltivata per la fibra pregiata che se ne ottiene, fresca e assorbente, perfetta per indumenti estivi. I semi sono però altrettanto utili sia come nutrimento proteico e rinfrescante, sia per uso medicinale che industriale, artigianale e artistico dell’olio che se ne ottiene, ideale per le vernici, i colori, il legno. Le più grandi coltivazioni si trovano in Francia, Olanda, Belgio, Russia, Romania.

A giugno fioriscono anche gli americani girasoli e nella Val d’Orcia se ne vedono grandi campi. Queste gigantesche infiorescenze, composte da numerosissimi piccoli fiori disposti a spirale nel disco centrale, che nella parte più esterna terminano ciascuno con un grande petalo, producono semi dalle notevoli proprietà nutritive e medicinali, ottimi da mangiare tostati, da cui si produce anche l’olio alimentare o per biodiesel.

 

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lenticchie in fiore a Castelluccio PG – foto da Bellaumbria.net

 

Famosissima è la fioritura delle lenticchie nelle campagne di Castelluccio di Norcia (PG), che va da maggio a luglio. Grandi rettangoli o strisce in azzurro, rosso, giallo si possono ammirare dall’alto delle colline con tale piacere da costituire un’attrazione turistica. Le piante di legumi hanno fiori di particolare bellezza tanto nella forma che nei colori. I piselli odorosi ne sono forse il più illustre esempio, passato dall’orto al giardino. In più, oltre ad avere un alto contenuto in proteine, le leguminose nutrono i terreni su cui crescono, grazie alla trasformazione dell’azoto dell’aria in una versione adatta al nutrimento del suolo, che giova alle piante ben più della concimazione diretta a loro.

 

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lavanda in Provenza – foto da provenzafrancia.it

 

Tra fine giugno e luglio, anche in Italia si trovano campi di lavanda dal bel colore viola, che sono caratteristici della Provenza. A Venzone in Friuli, dove si celebra anche una festa in suo onore, in Liguria a Carpasio, Colle di Nava e Taggia. La lavanda, oltre ad essere ornamentale e venire utilizzata come profumo e anti-tarme, possiede ottime qualità medicinali particolarmente benefiche per la pelle e contro il mal di testa.

Ad ottobre sbocciano in gran quantità i crochi da zafferano nei campi intorno alla città dell’Aquila, ma anche nelle Marche, in Abruzzo, Sardegna, Toscana, Umbria, Basilicata. Sui crochi trovate un articolo qui. A Febbraio fioriscono quelli ornamentali, che si possono vedere su un grande prato all’interno della proprietà del FAI: la villa Bozzolo di Casalzuigno (VA)

A Marzo e inizio di Aprile, molti prati si imbiancano come per una nevicata, per effetto delle pratoline in fiore che resistono, insieme al tarassaco, a tutte le falciature e i calpestii. A Brescia 2 segnalo il prato del parco pubblico accessibile da via Lamarmora.

 

Farfalle: voli senza limite

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Farfalla su fiori di buddleja – foto da giardinaggio.it

 

La particolarità dei bruchi, di chiudersi in bozzoli e crisalidi per trasformarsi in creature alate, è stata sfruttata da noi umani per far nascere farfalle anche in luoghi lontanissimi da quelli in cui sono state deposte le uova. Le pupe vengono adagiate su strati di bambagia dentro delle scatole e spedite ovunque nel mondo agli allevatori e ai semplici appassionati, da cui vengono messe nell’ambiente in cui poi sfarfallano.

A breve distanza è possibile anche comperare farfalle vive, custodite con le ali chiuse per alcune ore in buste che si aprono in occasione di matrimoni o altre feste, liberandole per vederle volare via.

Le farfalle Monarca, invece, viaggiano in enormi sciami per migliaia di chilometri dal Canada al Messico per svernare ogni anno.

Le Sfingi Testa di Morto risalgono in estate dall’Africa verso l’Europa, in cerca di un clima più fresco.

 

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buddleja davidii – foto da giardinaggio.it

 

Un giardino visitato delle farfalle ha un fascino superiore a qualsiasi altro. Se non si ha la fortuna di vederle arrivare spontaneamente, occorre predisporre il necessario perché possano installarsi, ricordando che nella prima parte della loro vita sono bruchi mangiatori di foglie di determinate piante e, una volta messe le ali, ricercano il nettare di altre.

Senza un grande giardino dove i bruchi possano nutrirsi senza fare danni vistosi alle piante, bisognerà attirare solo le farfalle che, tutte quante, trovano irresistibile la bella e profumata buddleja, importata in Europa dall’Asia a fine ottocento come arbusto ornamentale e per consolidare i pendii delle ferrovie, impedendo le frane. Ha infatti radici profonde e robuste, resiste al freddo e alla siccità. E’ diventata infestante non solo per queste sue virtù, ma anche perché i suoi numerosissimi fiorellini riuniti in lunghe e dense pannocchie, producono una quantità enorme di minuscoli semi che si disperdono facilmente. E’ necessario dunque tenerla a bada per non lasciarle invadere il vicinato, ma le si sarà riconoscenti per la fioritura durante tutta l’estate, il delicato profumo, i bei colori e le tante farfalle che, visitando lei, rallegreranno anche noi. Un piacevole contrasto di colore lo darà il camedrio, dalle foglioline vellutate color argento e i piccoli fiori lilla, che piacciono alla grande e bella farfalla Macaone.

 

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camedrio -Teucrium fructicans- foto da actaplanctarum.it

 

Altri articoli sulle farfalle si trovano qui.

 

 

 

 

Il corbezzolo e la sua farfalla

fiori, frutti e foglie del corbezzolo

fiori, frutti e foglie del corbezzolo (Arbutus unedo)

 

Il miele amaro di corbezzolo sembra una crema, nel vasetto di vetro. Le api lo hanno elaborato in Dicembre, quando le piante sempreverdi sono cariche allo stesso tempo delle campanule dei fiori simili a mughetti e dei frutti tondi e rossi. Una minuscola goccia della linfa appena distillata dalle foglie alla luce del poco sole invernale, aspettava di essere bevuta nel fondo di ciascuno dei calici bianchi, per ricompensare gli insetti delle loro visite. Il sapore amarognolo del tannino che protegge i corbezzoli dai parassiti e anche dalle fiamme, si mescola alla dolcezza del trasparente sangue vegetale sotto la corteccia rossastra e liscia, a strisce, nelle vene sottili degli arbusti che in Sardegna diventano alberi, a forza di vivere.

Sui pendii ripidi o lungo le coste delle nostre regioni più calde, le radici profonde e nodose li hanno installati saldamente, così che hanno potuto proteggere il terreno e ridargli nuove possibilità, fertilizzandolo, inumidendolo ed evitando che franasse o venisse eroso dall’acqua. Resistono bene agli incendi e sono fra i primi a ricolonizzare i terreni dopo il passaggio delle fiamme. Sono parenti dell’erica e, come lei, vivono spesso in simbiosi coi funghi per scambiarsi sostanze nutrienti. La radica di entambe, cioè la parte nodosa alla base del fusto o nelle radici, a volte causata da tagli o da particolari accidenti dell’albero, è utilizzata per farne pipe. L’abbondante tannino serviva alla concia delle pelli. Le belle foglie seghettate hanno tante proprietà curative, che disinfettano e calmano le infiammazioni di chi sa farne buon uso. Coi frutti un poco insipidi ci si può fare vino, aceto o marmellata, se gli uccelli non li hanno mangiati tutti.

 

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dorso della ninfa del corbezzolo – foto Didier Descouens da Wikipedia

 

Una delle più belle farfalle italiane è la ninfa del corbezzolo Charaxes jasius, che quando è ancora bruco e ne mangia le foglie è di un bel verde e lo rimane anche quando si impupa e si appende ad un ramo per qualche settimana. Diventato farfalla dai bei colori e dalle codine caratteristiche, rimane vicino all’albero per succhiare il liquido zuccherino dai frutti che hanno la buccia tanto morbida da non essere un problema per la sua proboscide, chiamata spiritromba. Spesso, invece, le farfalle che si nutrono delle foglie di una pianta, se ne allontanano per nutrirsi del nettare di un’altra. I bruchi delle ninfe del corbezzolo nascono a maggio/giugno e diventano farfalle, mentre quelle di agosto/settembre passano l’inverno sotto le cortecce come larve, per trasformarsi in farfalle ad aprile/maggio. In quel periodo, però, sul corbezzolo non ci sono più frutti né fiori, che compaiono verso l’autunno. La farfalla si nutre dunque dei succhi di frutti marcescenti e, se la si vuole vedere, è possibile attirarla offrendole liquidi zuccherini con cui imbevere un pezzetto di tessuto posato su un piattino.

 Articoli sulle farfalle si trovano qui, qui  qui.

Corbezzoli monumentali si trovano a Seui (OT) e a Trieste

 

 

 

Legni di colore

pau brasil foglie e legno di Valentino Liberali -Wiki

pau brasil – foto di Valentino Liberali da Wikipedia

 

Foglie, frutti, fiori, radici di molte piante erbacee e di licheni sono stati ampiamente utilizzati fino all’ottocento per tingere i tessuti, i capelli, la pelle o dipingere quadri. Anche molti alberi sono stati sacrificati per questo scopo e dal loro nome deriva addirittura quello del Paese di cui sono originari. E’ il caso del pau brasil di cui si riconosce facilmente la provenienza e anche il colore, dato che brasa significa brace. L’albero è chiamato anche pernambuco, da cui ha preso il nome l’omonimo stato brasiliano. Il termine scientifico è però Caesalpina echinata, albero leguminoso, spinoso e con piccole foglie, come molti di questa famiglia. Ha fiori profumati con 4 petali gialli e uno rosso.

Oltre ad essere usato per realizzate oggetti, il legno in passato è stato sminuzzato per estrarne il colorante di buona qualità e minor costo rispetto agli altri, così che il taglio scriteriato degli alberi lo ha portato quasi alla completa estinzione nel giro di un secolo. Così nei suoi spazi è subentrata la produzione di canna da zucchero e di caffè. Adesso è coltivato come albero ornamentale.

 

Haematoxylon_campechianum foto kurt stueber da wikipedia

foglie di campeggio – foto di Kurt Stueber da wikipedia

 

Un’altra leguminosa colorante rossa in cui si riconosce una città è il messicano albero di campeggio, in spagnolo campeche, Aematoxylon campechianum. Anche lui è spinoso e ha fiori bianchi. I vari colori che si possono ottenere, dipendono dall’ossidazione di una sostanza incolore che tende al giallo rosso se il ph viene reso acido, mentre va verso il rosso violetto se alcalino. Con successivi bagni si arrivava al nero con sfumature blu, rosse o verdi.

Il nero si otteneva anche col tannino del legno di castagno e di quercia o con le foglie e il mallo di noce, colti a giugno e lasciati a fermentare anche per un anno. Il colore ocra, terra di Siena e verde oliva potevano essere ottenuti con gli stessi ingredienti. Il marrone si ottiene anche dall’ontano e dal salice rosso.

 

henne fiori e frutti

henné fiori, frutti e foglie – foto da natureloveyou sg

 

L’henné, conosciutissimo arbusto di origine nordafricana e indiana, che può vivere anche cent’anni diventando alto come un albero, ha il nome scientifico di Lawsonia inermis, perché il naturalista inglese John Lawson l’aveva descritto diffusamente. Ha fiori bianchi o rosa con semi blu, ma il colorante rosso si ottiene dai ramoscelli triturati. Fin dal tempo dei faraoni è documentato il suo impiego per tingere la pelle, i capelli e i tessuti, anche perché è disinfettante. In ambiente acido, (con aggiunta di aceto o sale, per esempio) il colore si fissa meglio.

 

Altri articoli sui vegetali coloranti si trovano qui

 

 

Legni profumati

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cirmolo monumentale di Lerosa (BL)

 

In qualche casa o nei musei etnografici dei paesi e delle città alpine, si trovano ancora le stue, stanze di soggiorno interamente rivestite di legno di cirmolo, detto anche pino cembro, uno degli alberi dal legno più profumato, che mantiene il suo delizioso aroma per decenni. I cirmoli si arrampicano fin quasi sulla roccia, dove c’è ancora un po’ di terra, perché sono loro gli ultimi alberi della montagna, gli unici a condividere col pino mugo la resistenza al freddo dei duemilaquattrocento metri.

Nelle regioni più calde d’Italia e a quote più basse, invece, in passato gli armadi e le cassapanche dove si custodivano gli abiti erano fatti prevalentemente di cipresso il cui sentore, delizioso per noi, è particolarmente sgradito alle tarme. Il cipresso, quanto a frugalità non è da meno del cirmolo, perché sopporta la siccità e il vento, quanto lui il gelo.

Sulle montagne del Libano, del Marocco, dell’Himalaya erano i cedri ad avere il primato aromatico. Anche loro sono conifere, cioè alberi che portano i coni (detti pigne), ma si chiamano come l’agrume dal frutto giallo, perché il loro legno profuma come la sua buccia. Col legno di cedro del Libano erano state fatte le travi del tempio di Gerusalemme, ma se ne facevano anche le bare per i personaggi illustri.

L’americano calocedro è detto albero dell’incenso perché bruciandolo, l’olfatto ne è inebriato come se fossero le gocce di resina d’incenso ad ardere. Ha le fronde simili a quelle del nostro cipresso.

 

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calocedro monumentale della villa medicea di Poggio a Caiano (PO)

 

Dall’Asia Minore viene la liquidambar dal legno dolcemente profumato, che i cinesi usano per farne scatole da tè. Dato che questo albero ha foglie a forma di stella, che in autunno prendono colori vivacissimi, è facile da riconoscere. E’ piacevole stropicciandone quelle cadute per annusarle.

In Paesi tropicali come lo Sri Lanka è la cannella ad avere un aroma seducente. Nella stagione delle piogge se ne tagliano i rami per spogliarli della corteccia che viene arrotolata e venduta per aromatizzare cibi e bevande.

Fra gli alberi, esseri viventi autonomi e prodighi di benefici, ce n’è uno parassita: il sandalo. È un alberello sempreverde orientale, che si nutre della linfa rubata alle radici dei vicini, su terreni secchi e rocciosi. In compenso, il suo legno è pregiato e deliziosamente profumato per il nostro gusto, ma repellente per gli insetti. È il motivo per cui, quando verso i cinquant’anni raggiunge il suo massimo aroma, viene tagliato e lasciato a terra fino a che le termiti non si mangiano la corteccia, lasciando intatta il legno aromatico. Lo si usa tanto per costruzioni pregiate, quanto per bruciarlo nei templi o nelle case raffinate, dove spande il suo sentore. L’olio essenziale cura vari disturbi, tra cui quelli della pelle.

 Sul tema dei profumi potete leggere l’articolo Messaggi odorosi e Odori: il messaggio più immediato, antico e universale

 

Il glicine di Este

 

glicine d'este

 

Tra le due e le quattro di notte, il silenzio è quasi totale anche intorno al castello di Este. La maggior parte degli esseri umani, finalmente dorme. Se qualcuno passasse a piedi, senza fretta, sentirebbe qualcosa venirgli delicatamente incontro e commuoverlo, dall’interno di quell’enorme tronco cavo che sono le mura del castello, ancora vivo nella sua carne rosa di mattoni. L’aria, a tratti ha di nuovo in sé tracce di verde che danno un sussulto di gioia. Vengono dagli alberi cresciuti dentro il suo perimetro, che difendono come possono l’atmosfera in cui l’immaginazione può curare le sue malattie. Nel profondo della notte o sotto una gran nevicata, o isolato da una fittissima nebbia, quello è uno dei luoghi in cui le prigioni dell’animo si aprono verso un mondo magnifico e grandioso.

Già alle quattro, però, qualcuno comincia ad avviarsi al lavoro e i primi motori di camion e di auto sporcano il silenzio con la solita, ottusa villania. Poi arrivano gli autobus, le moto, le spazzatrici stradali e aumenta il fracasso che sconcia la suggestione fino a ridurla in poltiglia. Gas e polveri puzzolenti corrodono il delicato rosa della terra cotta e dei polmoni, spingendo verso il turpiloquio i pensieri e le azioni degli uomini. Alle sette e trenta, anche chi guardi con intenzione, vede solo un’antica architettura.

Appena dietro il cancello principale d’ingresso, riparandosi come può, un drago vegetale difende con tutte le sue forze il regno di cui è rimasto il vero signore. La gran matassa di fibre legnose di un glicine bicentenario aggrappato al muro, allunga i suoi tentacoli verso la strada. Sì è arrampicato sugli spalti fino ad oltrepassarli e a slanciarsi all’esterno, forte della bellezza che la sua natura e il tempo hanno nutrito per un rosario di decenni. Certi rami del raffinato ed esotico rampicante si sono infilati nelle connessure fra i mattoni e sono spuntati dall’altra parte. Il potere silenzioso della sua seduzione non riesce ancora a vincere l’offensiva del rumore che fa affrettare il passo degli uomini. La ruota del tempo gira, però, a suo favore, facendolo crescere nelle dimensioni e nella forza che la sua esperienza accumula, trasformandolo in qualcosa che lo avvicina alla natura animale, poi a quella delle divinità antiche. Lento, silenzioso, ha già esteso la sua lunga vita oltre i secoli, calando le sue funi dentro la nostra attenzione e tirandola a sé.

 Dal mio libro ALBERI MONUMENTALI D’ITALIA

 

 

 

Alberi da seta

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gelso monumentale ad Albinea (RE)

 

Il filo lucente e tenace della seta è quello che i bruchi di molti insetti emettono per avvolgerlo intorno al proprio corpicino fino a rinchiuderlo completamente in un bozzolo. Dopo qualche settimana lo lacerano e ne escono trasformati, irriconoscibili, a volte bellissimi e alati. Comunque adulti e pronti all’incontro con l’altro sesso. Molti sono falene, le farfalle notturne. Ma a quelle di cui si vuole utilizzare il filo si interrompe la vita, per impedire che lo spezzino. Fino all’epoca bizantina la produzione della seta era stata un antico segreto cinese, che ne vendevano i tessuti anche da noi. Una volta scoperto quali fossero i bruchi che si avvolgevano in quella più pregiata e quali fossero le foglie di cui si nutrivano, il filato era stato prodotto anche in Europa. Così era comparso nel nostro territorio il gelso bianco -Morus alba- chiamato così per i suoi frutti bianchi in forma di more oblunghe, riconoscibile dalla corteccia color cannella e dalle grandi foglie di forme diverse sullo stesso albero: alcune a forma di cuore, altre a punta di alabarda. Si era diffuso man mano che l’allevamento del baco Bombyx mori aveva avuto successo nelle campagne, diventando un’attività importante. Nell’ottocento, però, gravi malattie avevano colpito i gelsi e i bachi, senza poterle sconfiggere per lungo tempo. I danni erano stati gravissimi e, intanto che si cercava il rimedio, si era provato a sperimentare le qualità di altri bachi, che si nutrivano di altre foglie.

 

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ailanto fiorito

 

L’ailanto, -Ailanthus altissima- anche lui di origine cinese e presente da noi già da qualche tempo, era uno di quelli. Il baco che se ne nutriva, però, contrariamente a quello del gelso non si era adattato al nostro clima e l’esperimento era fallito. In compenso, l’albero capace di diffondersi con una rapidità e una forza sbalorditive, aveva trovato impiego nel consolidamento delle scarpate, a vantaggio soprattutto di quelle ferroviarie. Le sue radici, infatti, sono estese, profonde e ben più dotate di risorse rispetto a molte altre. Così la bella pianta dalle foglie pennate era diventata infestante e odiata per aver preso il posto di molte specie locali.

 

maclura

frutti di maclura – foto da Agraria.org

 

Anche la maclura -Maclura pomifera- di origine americana, era diventata oggetto di esperimenti per il rimpiazzo del gelso, ma la qualità notevolmente superiore della seta originaria, dopo che finalmente i gelsi e i loro bachi si erano ripresi dal declino, aveva fatto abbandonare la sua coltivazione. La maclura, che è dioica come l’ailanto, vale a dire che ha piante di sesso maschile e femminile distinte, è molto spinosa, con foglie coriacee simili a quelle dell’arancio ed è utilizzata per fare siepi impenetrabili. Il suo grosso frutto non commestibile, che una volta maturo è di colore giallo, ha la buccia composta di tante sferette simili a quelle delle more, ma molto dure.

 

Tapia_Uapaca_bojeri_di Tylototriton - Wikipedia

foglie e frutti di tapia, foto di Tylototriton da Wikipedia

 

In altri Paesi si produce la seta grazie al lavoro di bachi e alberi di genere diverso, come per esempio in Madagascar dove quello detto tapia -Uapaca bojeri- è quello di cui i bachi di landibe -Borocera cajani- mangiano le foglie e filano la seta selvatica, usata anche nei cerimoniali funebri.