Category Archives: Piante

Gli articoli che troverete qui sono in ordine cronologico. Il più recente è dunque il primo. In ogni pagina ce ne sono circa 12 e per gli altri dovrete passare alle seguenti. In fondo agli articoli delle prime 5 pagine troverete il collegamento a quella con tutti i link a quanto ho pubblicato sull’argomento PIANTE.

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Insospettabili vite delle piante tropicali da appartamento

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ficus strangolatore su palma – Messico – acquerello di Anna Cassarino – 1993

 

Le belle piante che danno un tocco raffinato ai nostri appartamenti sono quasi sempre di origine tropicale e spesso vengono dalle foreste dove le loro parenti diventano alberi che fioriscono e danno frutti. Nelle dimensioni ridotte in cui le vediamo fra i nostri muri, quasi mai immaginiamo le vite che conducono quando sono in libertà, che vale la pena di conoscere.

Molto benvoluto è il Ficus benjamina, che si adatta benissimo ad ogni condizione perché nei Paesi dove vive normalmente, spesso si installa su altri alberi. I suoi semi inghiottiti dagli uccelli dopo essersi cibati dei fichi, a volte vengono rilasciati con le feci nell’inforcatura principale dei rami di un’altra specie dove germogliano velocemente e allungano le radichette lungo il fusto. Si accontentano dell’umidità prodotta dal fogliame di chi li ospita e delle sostanze che si depositano sulla corteccia, mentre si sviluppano contemporaneamente verso l’alto e il basso, tenendosi ben ancorati con radici che avvolgono l’altro albero come fossero braccia e gambe. Prendono così delle forme spesso molto curiose, somigliando in vari casi a degli animali. Quando la loro radice principale arriva a terra, vi si sprofonda e rifornisce molto meglio le proprie foglie, che presto avvolgono con la chioma quella dell’albero ospitante. In questo modo gli toglie la luce e dunque la possibilità di nutrirsi attraverso la fotosintesi, fino a che l’altro muore. Ecco perché il ficus benjamina è chiamato anche “lo strangolatore”.

 

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ficus strangolatore – Messico – acquerello di Anna Cassarino – 1993

 

 

Anche il Ficus elastica dalle grandi foglie lucide e carnose, di moda diversi anni fa e il Ficus altissima hanno simili abitudini.

Tutti i parenti del nostro fico, hanno la particolarità di vivere in simbiosi con un solo tipo di impollinatore, diverso per ciascuna specie. E’ una minuscola vespina che vive dentro quelli che noi crediamo frutti e che sono invece fiori raggruppati e chiusi dentro un sacchetto morbido con un foro sul fondo, che serve da passaggio per le fecondatrici. Dunque i ficus tropicali che vivono all’aperto nelle zone più calde d’Italia o in altri Paesi, rimangono sterili perché manca loro chi li fecondi.

 

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Monstera deliciosa – Messico – acquerello di Anna Cassarino 1993

 

La Monstera deliciosa, dalle grandi foglie bucate, per far passare la luce a quelle sottostanti quando si trova nel proprio ambiente naturale, diventa una pianta molto voluminosa in larghezza, comportandosi spesso da rampicante e solo quando raggiunge dimensioni ragguardevoli fiorisce e produce ottimi frutti. Quando le grandi foglie si staccano lasciano cicatrici che molte volte sembrano occhi, come nell’acquerello qui sopra.

La palma Areca catechu, che si adatta a stare in vaso, in India e nei paesi asiatici è conosciuta come betel, come le noci masticate in continuazione dai nativi perché stimolanti e medicinali, ma che tingono la saliva e i denti di rosso, come fosse sangue. I suoi oli essenziali vengono impiegati anche per produrre incenso e sapone

 

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Bei fiori, bei frutti del cotone

 

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fiori gialli del cotone, frutti candidi e foglie – foto da idee green

 

I bianchissimi, grandi fiocchi di compatta lanugine, trattenuti da quello che resta delle capsule disseccate che li avevano racchiusi, sono belli come fiori e fiori sono creduti da tanti. Sono invece i frutti del cotone, che proteggono i semi con una fitta coltre, dalla puntura di insetti capaci di ucciderli. Le migliori qualità del genere Gossypium hanno corolle grandi e belle, degne di ogni giardino ma in India e in America fin dai tempi più antichi sono state coltivate per le fibre che si possono tessere senza le lunghe lavorazioni necessarie per altre piante. Anche in Europa il cotone è sempre esistito come albero e come pianta erbacea, dalle fibre rosse o gialle. Il bianco con cui tutti lo conosciamo è conseguenza del continuo lavoro di selezione che gli uomini hanno compiuto per piegare il cotone alle loro esigenze. Recente è il cotone azzurro, selezionato per fabbricare i blue jeans senza doverli tingere. Anche la coltivazione delle piante più basse per facilitare la raccolta dei fiocchi, che è comunque molto laboriosa e faticosa, dipende da un volere umano. Occorre infatti fare attenzione a non cogliere i batuffoli difettosi o immaturi e anche a non prendere con la fibra, parti secche della pianta. La natura si adatta solo fino ad un certo punto alle nostre esigenze e la qualità migliore del cotone rimane quella dei climi tropicali, in cui piove molto nei primi mesi di vita della pianta e c’è gran sole quando matura il frutto. Questo avviene in modo naturale in pochi posti e comunque può non verificarsi con regolarità. C’è dunque bisogno di enormi quantità d’acqua, oltre che di molti insetticidi, erbicidi, concimi, così che l’innocente specie coltivata troppo intensamente, diventa suo malgrado nociva per il pianeta e per chi lo lavora. Per questo si sono adottati da decenni metodi di coltivazione e specie che non hanno bisogno di molta acqua, né di tanti pesticidi, rendendo il cotone degno dell’aggettivo “biologico” (in inglese “organic). Non è esigente per il tipo di suolo, ma preferisce terreni silicei, dove in circa sei mesi appaiono le capsule che maturano in tempi diversi, rendendo la raccolta lunga e difficoltosa.

 

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campo di cotone – foto da Wikipedia

 

In Sicilia, Calabria e Spagna, fin dalla dominazione araba si è coltivato il cotone, anche se in quantità modeste, ma è stata l’India a lavorare da sempre la fibra adatta ai climi molto caldi, mentre in Cina, dove anche i più poveri si sono sempre vestiti di seta, dato che nella produzione di quella fibra erano specializzati, si dice sia arrivato solo nel tredicesimo secolo. I greci lo conoscevano come tessuto usato dai persiani e gli egiziani lo coltivavano come curiosità. Invece i nativi americani del Messico, Perù e Brasile ne facevano grande uso. Nel diciassettesimo secolo, in Virginia, gli statunitensi di origine anglosassone e francese sono diventati i primi grandi coltivatori, sfruttando gli schiavi neri o i bianchi poveri, per un lavoro massacrante soprattutto nella raccolta, cui segue l’asciugatura, la cernita e la sgranatura, vale a dire l’asportazione dei semi che già nell’ottocento veniva fatta con una macchina. Dai semi si ottiene un olio buono anche per l’alimentazione, mentre le fibre pressate e imballate vengono spedite verso le città cotoniere, di cui Liverpool era ed è fra le più importanti.

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Donne del passato, cercatrici di piante

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Marianne North – foto da Wikipedia

 

Le donne più intraprendenti e coraggiose, in passato qualche volta sono riuscite a superare le innumerevoli difficoltà nella realizzazione delle proprie aspirazioni al di fuori della famiglia e hanno dato il loro contributo anche alla botanica.

La più grande protagonista della ricerca di piante sconosciute in Europa era stata nell’ottocento Marianne North, (1830-1890) figlia di un ricco deputato del parlamento inglese. Alla morte precoce della madre si era dedicata alla conduzione della casa e a tenere compagnia al padre, viaggiando molto in Europa e Nordafrica con lui. Nel frattempo si era perfezionata come pittrice e aveva visitato i giardini Chiswick e Kew, dove le molte piante esotiche l’avevano affascinata con la loro bellezza e varietà. In quell’epoca gli unici due modi per conoscere le piante rare, a parte il vederle dal vero, era la consultazione degli erbari dove foglie, fiori, radici si conservavano essiccate e appiattite tra le pagine, oppure osservarne i disegni e le pitture. Queste erano relativamente più rare, perché richiedevano abilità artistiche da parte dei naturalisti e anche tempo. Permettevano in compenso di vedere come erano i vegetali nella loro interezza, di sapere come erano i colori e di conoscere i frutti, solitamente troppo voluminosi o deperibili per essere appiattiti. La fotografia richiedeva ancora un’ingombrante attrezzatura e aveva una scarsa resa per i dettagli.

 

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Dipinto di Marianne North – frutti di Blighia sapida – immagine da artmight-com

 

Quando Marianne era ormai quarantenne, morto il padre aveva intrapreso nuovi viaggi da sola, andando sempre più lontano. Negli Stati Uniti aveva trovato una flora magnifica già nei parchi, nei giardini privati, negli orti botanici e con quella aveva iniziato la sua carriera di pittrice di piante. Poi si era fatta sempre più audace, anche perché il suo interesse per la straordinaria varietà di forme e colori dei fiori si era accresciuta, spingendola verso il Brasile, il Canada, il Giappone e la Cina. Nonostante i reumatismi la facessero soffrire, ogni volta che era rientrata in Inghilterra per riprendersi dalle fatiche, era ripartita dopo pochi mesi per destinazioni come il Borneo, Giava, Ceylon, l’India, incontrando sempre le persone più interessanti grazie alle lettere di presentazione da parte delle sue altolocate relazioni sociali. Nel 1880 i dipinti botanici realizzati, di grande interesse per gli studiosi, erano diventati tanto numerosi e ammirati da convincerla ad esporli in permanenza presso i giardini Kew di Londra, in una galleria adeguata. Possiamo immaginarci lo stupore che avevano provato i visitatori, vedendo forme e colori che per noi adesso sono abituali, ma che allora erano novità stupefacenti. Su suggerimento di Darwin, aveva deciso di completare la collezione con la flora dell’Australia e dell’Africa e vi si era recata, intraprendendo il suo secondo viaggio intorno al mondo, che includeva anche il Sudamerica di lingua spagnola. Per quanto potesse disporre di ogni comodità, compatibilmente con il luogo, le peregrinazioni erano state comunque faticose e piene di pericoli anche per il gran caldo, il freddo estremo e le malattie, contro cui ancora c’erano scarse difese. La sua vita messa a dura prova, si era così conclusa a sessant’anni, nel 1890.

 

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Margareth Mee – foto da enyonegirl

 

Nel novecento un’altra pittrice inglese aveva affrontato i disagi dei viaggi, andando in cerca di piante. Era stata Margareth Mee, nata nel 1909 e morta nel 1988. Anche lei aveva iniziato la sua carriera di artista botanica intorno ai quarant’anni, dedicandosi però solo al Brasile, dove inizialmente era andata col marito per insegnare pittura nel 1952. Quattro anni dopo si era inoltrata nella foresta amazzonica appassionandosi alla sua particolare flora, tanto da avere poi l’incarico ufficiale di pittrice dall’Istituto Botanico di Sao Paolo. Infatti, nonostante la fotografia permettesse ottimi risultati, la pittura consentiva ambientazioni e dettagli migliori. Inevitabilmente si era appassionata alla causa contro la deforestazione selvaggia e si era unita agli attivisti per attirare l’attenzione mondiale sul grave problema. Fra i suoi fiori preferiti c’erano le orchidee e le bromeliacee, di cui voleva lasciare una testimonianza prima che scomparissero. Le sue ricerche erano state premiate con la scoperta di fiori che poi avevano avuto il suo nome, di cui il più originale è quello della Heliconia chartacea var meeana. Uno dei suoi ultimi lavori era stato il ritratto di un fiore di cactus che sbocciava solo per una notte alla luce della luna (Selenicereus wittii) e che nessuno straniero prima di lei aveva ancora visto aperto. Anche le sue opere sono esposte ai giardini Kew.

 

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il fiore di Selenicereus wittii – foto da olimpiareisresque-blogspot.com

 

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La straordinaria autonomia delle piante

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opera di Sandro Bolpagni nel Giardino Heller a Gardone Riviera (BS)

 

Le piante sono gli esseri viventi a cui tutti noi umani e animali siamo maggiormente debitori mentre loro, senza il nostro intervento sanno trovare la sistemazione più opportuna perché non pesano sulle altre forme di vita, grazie ad una straordinaria autonomia.

Il primo passo nel constatarla era stato fatto nel seicento, quando il chimico e filosofo belga Jan Baptista Van Helmont, aveva messo in un grande vaso un salice, limitandosi ad annaffiarlo per cinque anni, durante i quali la pianta era aumentata di settantacinque chili di peso, mentre alla terra che la sosteneva mancavano solamente sessanta grammi. Era ormai chiaro che i vegetali, per nutrirsi non consumano affatto il suolo, come si era creduto fino ad allora ma, attraverso le foglie, ricavano dall’aria le sostanze necessarie, (principalmente anidride carbonica) che diluiscono nell’acqua succhiata dalle radici coi suoi minerali, trasformandola in dolce linfa, che corrisponde al nostro sangue.

C’erano voluti quasi altri cent’anni per scoprire che le piante rigenerano l’atmosfera, quando il britannico Joseph Priestly, dopo aver consumato l’ossigeno di una campana di vetro con la fiamma di una candela, fino allo spegnimento, vi aveva messo una pianta. Dopo qualche tempo, tolta la pianta e inserita di nuovo la candela accesa, questa aveva trovato di che ardere, con ciò che le foglie avevano appena prodotto.

 

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Quanto all’acqua, le piante sono in grado di utilizzare sempre la stessa per lungo tempo ed è stato provato dal medico inglese Nathaniel Bagshow Ward che nell’ottocento abitava a Londra, allora molto inquinata da ciminiere e fornaci. Volendo far fare in santa pace a un bruco la propria trasformazione in farfalla, senza essere avvelenato dai veleni dell’aria, aveva messo la crisalide su un po’ di terra con della muffa, per mantenere la necessaria umidità, dentro un vaso di vetro che poi aveva sigillato. Dopo giorni, aveva avuto la sorpresa di vedervi nate una piccola felce e un filo d’erba. Così si era accorto che di giorno l’umidità evaporava condensandosi sul vetro, per ricadere poi col fresco della notte. Allora aveva messo della terra leggermente umida in una cassetta coperta da vetro poi sigillata, dentro cui dei semi erano germogliati e cresciuti fino a diventare belle pianticelle, senza altre aggiunte. Il medico, che conosceva le fatiche degli esploratori botanici per far arrivare intatti con lunghi viaggi via mare, i semi e le piante trovati in paesi lontani, aveva divulgato la sua scoperta in un libro nel 1842, mettendo a disposizione di tutti i botanici uno strumento preziosissimo. Infatti, dopo tante fatiche per trovare i campioni, gli esploratori li dovevano spedire o portare con sé sul ponte di una nave dove la salsedine, il vento, la mancanza d’acqua, il freddo e il caldo eccessivi e altri accidenti, spesso li danneggiavano o distruggevano. In cassette simili potevano invece resistere per moltissimo tempo, riutilizzando continuamente la stessa acqua, emettendo l’anidride carbonica necessaria alla produzione della linfa con il loro respiro e generando l’ossigeno indispensabile alla vita con gli scarti della fotosintesi. Bastava solo che ci fosse la luce del giorno.

 

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cassetta di ward – foto da www.jackwallington.com

 

Questa straordinaria autonomia renderà possibili persino i lunghi viaggi spaziali umani, con la produzione di frutta e verdure fresche grazie alla rigenerazione dell’umidità e degli scarti. Ma intanto le piante, se fossero aiutate invece di essere ostacolate continuamente sulla nostra terra, potrebbero renderla più vivibile riducendo i tanti danni che noi facciamo e mantenendola sempre più bella.

 

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Frutta e frutti

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composizione di frutti legnosi, cuoiosi, cartacei e piumosi

 

Tutte le piante fanno dei frutti, dentro cui ci sono i semi. E mentre con la parola frutta si indicano i frutti che noi mangiamo comunemente come le ciliegie, con la parola frutti si possono intendere i baccelli, le capsule, le pigne, le bacche e qualsiasi altra forma anche minuscola, che contiene dei semi. I fiori che si riproducono velocemente attraverso i bulbi, come le iris, se vengono fecondati e lasciati sugli steli, senza coglierli, immancabilmente producono dei frutti e dunque dei semi, dai quali nascono nuove piante in tempi più lunghi rispetto ai bulbi. I frutti possono essere legnosi, come le pigne, cuoiosi come le faggiole, cartacei come i dischetti dell’olmo, piumosi come quelli del pioppo femmina.

 

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frutti del falso gelsomino

 

La bellezza delle forme e dei colori di questi frutti è altrettanto affascinante e varia di quella dei fiori e generalmente durano molto più a lungo sulla pianta. Se li si colgono e li si conservano, si mantengono intatti anche per anni. Pur essendo a volte fragili come quelli della koelreuteria, sanno resistere per mesi alla pioggia e al vento, rilasciando i propri semi in tempi diversi, con diverse probabilità di attecchimento nel terreno. Tutti sono elaborati dalle piante per avere la massima probabilità di germogliare e mentre i semi pesanti vengono trasportati generalmente dagli animali, come succede alle ghiande, nascoste in tantissimi posti diversi da scoiattoli, ghiandaie, nocciolaie, quelli leggeri sono portati lontano dal vento. La loro vitalità può durare anche solo pochi giorni, oppure resistere per centinaia di anni, a seconda della necessità, perché la natura cerca sempre di evitare lo spreco, anche se non sempre capiamo le sue numerose modalità. Dunque gli alberi o altre piante che vivono in luoghi molto difficili danno ai propri semi una resistenza notevole, mentre quelli che hanno grandi facilitazioni dal loro ambiente, evitano di impiegare energie in sovrappiù.

 

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frutti dell’iris

 

Intanto rallegriamoci delle bellezza di questi frutti, che ho raggruppato nella mia composizione e che potrete raccogliere in tempi diversi dell’anno durante le passeggiate nei parchi, nei giardini, lungo le strade

Vi indico i nomi, ma a collegarli alle piante provateci voi: Gelsomino, alkekengi, loto, iris, ibisco, bouganville, enagra, staphilea, cardo campestre, koelreuteria, nocciolo turco, liriodendro, salicone, frassino, acero, cryptomeria, quercia vallonea, tiglio, albero dei fazzoletti, metasequoia, platano, tsuga, liquidambar, ontano, carpine nero, olmo, tuya, calocedro.

Sui frutti legnosi trovate un articolo qui

Sui frutti cartacei trovate un articolo qui

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Il museo Crespi bonsai – San Lorenzo di Parabiago (MI)

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Incurvati sopra un precipizio, piegati da un costante e forte vento, scavati dai fulmini, sinuosi per essersi fatti largo in cerca di luce fra i vicini, contorti per aver cercato molte volte un nuovo equilibrio dopo la perdita di un grande ramo. Negli alberi bonsai sono stati gli uomini e le donne a simulare con le loro manipolazioni gli effetti della tempesta, del gelo, del fuoco e dell’acqua, sapendo quanto le piante portino scolpite nella postura del fusto e dei rami, nella corteccia e nelle radici le difficoltà che hanno affrontato. Nell’espressività è la vera bellezza.

Gli umani intervengono nella natura per i propri scopi, fin da quando inizia la loro storia. Potano gli alberi per ottenere frutti più numerosi, senza dover aspettare che questo avvenga ogni tre o quattro anni. Li innestano per avere qualità più saporite, più grandi, più belle. Li selezionano, li trapiantano. Se li portano dentro casa nei vasi. Li annaffiano, li concimano, li curano, ne moltiplicano le specie. Qualche volta li trasformano in opere d’arte.

 

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In alta montagna ci sono alberi minuscoli, ma non a causa della giovane età. Lo si capisce dalle foglie molto piccole, rispetto ai loro simili. Sono bonsai naturali, creati inconsapevolmente dalle intemperie e dagli erbivori che li brucano in continuazione. In Giappone e in Cina qualcosa di simile avviene da secoli nelle case o nelle serre di chi è affamato di una particolare bellezza. Da decenni succede anche altrove.

Nel Museo Crespi sono arrivati alberi in miniatura dall’Estremo Oriente, che nei nostri parchi non abbiamo ancora e che hanno già vissuto centinaia d’anni, come avviene anche in libertà a quelli più resistenti come le sempreverdi conifere o i più selvatici fra le latifoglie. Ma il vento che fa volare il polline da una pianta all’altra e le feconda, rimane fuori dai muri del museo e per loro è impossibile generare semi. Quelli più delicati, dai fiori a corolle che si fanno impollinare dalle api, hanno vite ben più brevi ma riescono a dare frutti anche stando all’interno, dove gli insetti passano attraverso le maglie larghe delle grate. Si adattano a rimanere minuscoli nel fusto, rimpicciolendo anche le foglie, però mantengono le dimensioni abituali nei fiori e nei frutti. Frutti grandi come cuculi in nidi di passeri. A primavera vengono esposti nelle sale del museo, perché se ne ammirino i petali dal dolce profumo e in autunno il loro posto viene occupato da quelli col fogliame più colorato. Altri restano fuori, nel giardino per tutto l’anno.

 

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Nella sala più interna c’è un ficus millenario, circondato da teche con oggetti preziosi e con i kikkaseki, pietre che sembrano contenere fiori fossili, ma sono invece aggregazioni spontanee dei minerali. E infine c’è il giardino esterno, con altri bonsai e alberi potati alla maniera orientale, per mantenere anche qui quell’atmosfera esotica che la famiglia Crespi ha portato per prima in Italia. Adesso possiamo chiudere gli occhi.

 L’indirizzo del sito è www.crespibonsai.com

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Piccole informazioni di grande importanza

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Succede continuamente che piccole cose producano grandi effetti e, a questo proposito, cito qui una filastrocca inglese:

 

Per la mancanza di un chiodo si perse lo zoccolo

Per la mancanza di uno zoccolo si perse il cavallo

Per la mancanza di un cavallo si perse il cavaliere

Per la mancanza di un cavaliere si perse la battaglia

Per la mancanza di una battaglia si perse il regno

E tutto per la mancanza di un chiodo per ferrare un cavallo

 

Riportando alla nostra epoca il senso di questa storiella, una piccola informazione di grande importanza, la cui mancanza ha causato grandi danni, ha riguardato la pulizia dei denti. Molti anziani fino al dopoguerra erano sdentati e più tardi, quando le condizioni economiche generali erano migliorate, una buona parte aveva potuto rimediare parzialmente, mettendosi una dentiera. Eppure tutti avrebbero potuto conservare una ragionevole integrità della bocca, se un’informazione minima fosse stata diffusa ad ogni livello sociale: lavarsi i denti dopo ogni pasto o almeno sciacquarsi bene dopo aver mangiato qualunque cosa. Invece, non solo questa semplicissima educazione igienica non veniva fatta dai dentisti verso i clienti, ma neppure dagli insegnanti a scuola verso gli alunni. La maggior parte delle persone utilizzava lo spazzolino solo alla mattina e pure in modo sommario, lasciando ai batteri nocivi tutto il tempo per fare i danni che col tempo avrebbero lasciato le gengive sguarnite. Spesso sanguinavano durante lo spazzolamento, eppure lo si considerava inevitabile, mentre non lo era affatto e ben pochi avevano immaginato che un’informazione corretta su questo argomento fosse necessaria, anzi, indispensabile.

 

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Imponenti danni e conseguenti spese per le famiglie e per l’intera società avevano avuto questa causa, oggi ridotta ma ancora presente, perché c’è chi è predisposto per via ereditaria alla parodontite, causata dai batteri nocivi, e chi no. Con una spesa infima in spazzolini e dentifrici ma un robusto sforzo di volontà si può ottenere un grande effetto positivo.

L’abitudine ci impedisce di accorgerci ci ciò che è dannoso, perché finiamo col considerarlo normale e il cattivo esempio finisce con l’essere il riferimento creduto corretto.

La cultura costa, ma la mancanza di cultura costa molto di più, era lo slogan di un certo partito politico tanti anni fa. Questa frase geniale concentrava una grande verità per tutti i settori e scegliere fra le enormi quantità di conoscenze, a quali sia bene dare i primi posti nella propria vita, pur sicuramente difficile, è questione di allenamento mentale.

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Una piccola informazione di enorme importanza per la salute del nostro territorio e, di conseguenza, la nostra, riguarda la potatura degli alberi. Continuano le mutilazioni che storpiano gli esseri viventi dall’effetto complessivo d’inseme maggiormente benefico per la terra, rendendoli invalidi, perché chi commissiona questi lavori, quanto chi li esegue, nella maggioranza dei casi non conosce neppure le più elementari nozioni che persino un bambino può imparare velocemente, riguardo alla potatura. Si spendono grandi cifre per danneggiare un patrimonio, quando basterebbe la lettura attenta di un articolo su questo tema per farsi almeno una vaga idea su perché, quando e come potare.

 

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Il calendario celtico degli alberi

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platano di Pergo (AR)

 

I celti, la cui cultura ha avuto la sua massima espansione tra il IV e il III secolo a.C, vivevano nella zona della Boemia, della Baviera, della Bretagna, del Nord dell’Italia, nella Spagna e nell’Anatolia. Avevano per gli alberi una venerazione tale da identificarsi con loro e da collocarli nel calendario come simboli del rinnovarsi del tempo ogni anno con le stagioni. I momenti culminanti degli equinozi di primavera e d’autunno, quando il giorno e la notte hanno uguale durata, o dei solstizi d’inverno e d’estate, quando il giorno è il più corto o il più lungo dell’anno, avevano un albero tutto per sé a rappresentarli. Negli altri periodi erano raggruppati più giorni sotto il patrocinio di uno stesso albero, che li rappresentava in stagioni opposte, come per esempio il tiglio, collocato dall’11 al 20 Marzo e di nuovo dal 13 al 22 Settembre. Questa che può sembrare una contraddizione, stava probabilmente a significare quanto i periodi, gli esseri viventi o i fenomeni naturali di quel tratto siano uno il polo opposto dell’altro, indispensabile all’esistenza di entrambi. Così come la notte è benefica quando succede al giorno ma cesserebbe di esserlo se dominasse le 24 ore. Inoltre, gli alberi sono signori dell’aria quanto del sottosuolo, dove le loro radici interagiscono con i batteri, i funghi, i piccoli animali, i fenomeni naturali, col risultato di produrre grandi effetti sull’intero ambiente. A ragione erano considerati sacri e per i Celti, la quercia era la più rispettata, mentre per i germani lo era il tiglio, per gli scandinavi la betulla, per i mediterranei l’olivo.

 

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roverella delle Marmore

 

Pare che questo calendario sia solo un’invenzione poetica recente. Possiamo utilizzarla per avvicinarci meglio alle qualità degli alberi, che è la cosa di cui c’è vera necessità, per favorirli nel loro importante lavoro a favore di tutti, invece di danneggiarli come troppo spesso avviene.

22 alberi comuni in Europa erano e sono ancora frassino, abete, acero, betulla, carpino, castagno, bagolaro, cipresso, corniolo, faggio, melo, nocciolo, fico, noce, olmo, pino, pioppo, quercia, salice, tiglio, tasso, olivo. I quattro considerati come cardini nel presunto calendario erano la quercia, la betulla, l’olivo e il faggio. Le persone nate nei giorni sotto gli auspici di ciascun albero, pare che ne ereditino un poco le qualità. Ecco a quali giorni dell’anno corrispondevano:

2 gennaio – 11 gennaio ABETE        12 gennaio – 24 gennaio OLMO      25 gennaio – 3 febbraio CIPRESSO

4 febbraio – 8 febbraio PIOPPO      9 febbraio – 18 febbraio BAGOLARO       19 febbraio 28/29 febbraio PINO

1° marzo – 10 marzo SALICE       11 marzo – 20 marzo TIGLIO      21 marzo QUERCIA       22 marzo – 31 marzo NOCCIOLO

1° aprile – 10 aprile CORNIOLO       11 aprile – 20 aprile ACERO        21 aprile – 30 aprile NOCE

1° maggio – 14 maggio PIOPPO        15 maggio – 24 maggio CASTAGNO       25 maggio – 3 giugno FRASSINO

4 giugno – 13 giugno CARPINO        14 giugno – 23 giugno FICO         24 giugno BETULLA        25 giugno – 4 luglio MELO

5 luglio – 14 luglio ABETE          15 luglio – 25 luglio OLMO       26 luglio – 4 agosto CIPRESSO

5 agosto – 13 agosto PIOPPO        14 agosto – 23 agosto BAGOLARO     24 agosto – 2 settembre PINO

3 settembre – 12 settembre SALICE       13 settembre – 22 settembre TIGLIO       23 settembre ULIVO

24 settembre – 3 ottobre NOCCIOLO        4 ottobre – 13 ottobre CORNIOLO        14 ottobre – 23 ottobre ACERO

24 ottobre – 2 novembre NOCE        3 novembre – 11 novembre TASSO      12 novembre – 21 novembre CASTAGNO      22 novembre – 1° dicembre FRASSINO     

2 dicembre – 11 dicembre CARPINO     12 dicembre – 21 dicembre FICO     22 dicembre FAGGIO      23 dicembre – 1° gennaio MELO

 

Vi potrebbe interessare l’articolo sui tassi della tradizione celtica e quello sugli alberi sacri

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I giardini storici di Varese

 

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dacia ungherese di villa Baragiola

 

Varese è chiamata a ragione Città Giardino. Di giardini ce ne sono dappertutto, dal centro storico alla periferia, moderni o appartenuti in passato a facoltose famiglie e approdati nella gestione del Comune della Provincia o delle Associazioni, insieme alle ville attorno a cui erano stati creati. I più belli e celebri sono ben dieci, partendo da quelli maggiormente scenografici e sontuosi in pieno centro, annessi al Municipio: I Giardini Estensi e di Villa Mirabello. A ragionevole distanza c’è il giardino di Villa Recalcati, sede della Provincia e quello di villa Augusta, sede dell’ASPEM (igiene ambientale), quello di villa Panza, museo di arte contemporanea gestita dal FAI, quello delle ville Ponti, sede congressuale. Spostandosi verso Ovest in direzione di Gavirate c’è il più grande, quello di villa Mylius, poi il parco Mantegazza sotto il castello di Masnago e quello di villa Baragiola, sede del Museo tattile e di uffici comunali. Più a nord c’è invece il giardino di villa Toeplitz, sede del museo Castiglioni.

Il più elegante e scenografico è quello dei sette-ottocenteschi Giardini Estensi e Villa Mirabello, con lunghe, serpeggianti e rampicanti gallerie di carpini piantati nel settecento e guidati affinché i rami e i tanti ramoscelli secondari si intrecciassero fino a formare un riparo dal sole estivo e dagli sguardi altrui. E poi parterre, scalinate, stagni, sentieri fra alberi bellissimi di cui molti monumentali.

Il parco di villa Mylius è il più grande e vario, con molti alberi monumentali, tra cui una quinta di platani che in inverno, coi tronchi chiarissimi, è di effetto.

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faggio di villa Mylius

 

Quello di villa Baragiola ha fra i suoi alberi una sequoia gigante armoniosa e di dimensioni notevoli, oltre ad una Tsuga canadiensis, difficile da trovare altrove. Sorprendente è una dacia ungherese ottocentesca nel punto più alto del parco, tutta costruita in legno. L’ingresso al parco ha i limiti di orario imposti dal Museo Tattile con sede nell’edificio principale a livello della strada.

Il parco di villa Augusta ospita una sughera elegante e notevolmente inclinata. Dato che è un albero da climi più caldi e asciutti, in Lombardia è relativamente rara e meno attraente di questa. Qui ci sono anche due cedri enormi e ammirevoli: uno del Libano e uno dell’Himalaya. Giovani ma rare altrove sono due Parrotia persica.

 

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sughera di villa Augusta

 

Nel parco del Castello di Masnago è di particolare originalità un albero dei fazzoletti da vedere fiorito ad Aprile, che ha per frutti delle belle noci durissime scanalate, visibili dopo aver tolto il mallo.

Il parco di villa Toeplitz è molto scenografico nella sua parte centrale e ha vari begli alberi. In un piccolo padiglione ospita il museo etnografico Castiglioni.

Villa Panza, sede del museo di arte contemporanea, nel suo parco ha una galleria di carpini sicuramente bella ma diritta e ben più corta rispetto a quelle dei giardini estensi. Ha un corbezzolo e una magnolia sempreverde monumentali. Ingresso a pagamento.

Le dirimpettaie ville Ponti, sedi di congressi, hanno in comune un grande, suggestivo parco aperto al pubblico tutti i giorni, salvo congressi esclusivi.

Villa Recalcati, sede della provincia, ha un giardino settecentesco con galleria di carpini e forme in topiaria. Meglio telefonare prima per accertarsi che sia aperto.

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I signori alberi del Museo Giovio a Como

 

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Ippocastano del Museo Giovio

 

Nella bella Como vivono alberi ultracentenari che, soprattutto da Aprile a Novembre, esprimono al meglio la loro grazia. Semi-nascosti oltre il cortile del museo Giovio, in cima a via Vittorio Emanuele II, un ippocastano e un platano, ai lati opposti di una fascinosa scalinata barocca, sono i meglio custoditi. Il momento migliore per apprezzare l’ippocastano è Aprile, quando distribuisce equamente sulla chioma i suoi fiori disposti a pannocchia, coi calici bianchi che all’interno hanno una macchia color giallo brillante. Serve alle api per trovare più facilmente il nettare nel fondo e a farsi impolverare di polline. Dopo la fecondazione la macchia diventa rosa acceso, come segnale che lì tutto è già stato compiuto e sta avvenendo la trasformazione in castagne per noi immangiabili, ma buon foraggio per i cavalli, oltre che medicinali. Fino a cinquecento anni fa la specie si trovava principalmente nei Balcani, poi è stata portata da noi, come tanti altri alberi naturalizzati italiani. Il platano lo avevano importato gli antichi romani dalla Grecia, che si onora di averne uno di duemila anni. E’ fra le specie d’alberi più alta e robusta delle nostre regioni, dove Napoleone e la famiglia Savoia hanno contribuito a diffonderlo. Resiste bene all’inquinamento ma le scriteriate mutilazioni che vengono spacciate per potature, lo indeboliscono e lo fanno ammalare.

 

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platano del Museo Giovio

 

I due alberi, oltre a rendere molto più bello il cortile, fanno da filtro all’inquinamento e al rumore del traffico che, al di là del muro di cinta, aggredisce la città. In estate, contribuiscono con gli altri alberi a mitigare anche il calore del sole e degli automezzi, riducendo la necessità di condizionatori d’aria, che raffrescano gli interni ma aumentano il calore esterno.

Quanti sanno che le piante sono esseri viventi sensibili e capaci di interagire con altre piante, con gli animali e con i fenomeni naturali?

Conoscere gli alberi permette di piantare quelli giusti nel posto giusto e trattarli adeguatamente, in modo che svolgano il loro importante lavoro al meglio. In città ce n’è tanto bisogno.

 

 

Per conoscere quali begli alberi monumentali ci sono a Como e provincia, cliccare qui

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Frutti di legno, belli come fiori (seconda puntata)

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parte superiore del frutto di cedro deodara che ha già rilasciato i semi

 

In certi autunni, sotto le chiome dei cedri del Libano, dei deodara o dell’Atlante, si trovano quelle che sembrano camelie o rose di legno. Sono le parti superiori dei loro frutti (coni), che si sono spezzate e sono cadute, mentre il resto è rimasto sui rami sfaldandosi. Lasciano cadere solo le scaglie e volar via i piccoli semi alati, che erano stati custoditi in ciascuno strato. Le conifere, che pure sono alberi generalmente molto grandi, hanno semi minuscoli.

 

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frutti della Tsuga canadiensis

 

La tsuga di origine canadese, con una chioma leggera e sempreverde fino all’autunno, quando i rami più esposti alla luce prendono un colore rugginoso, la troviamo in certi parchi storici ornata di minuscole pigne lunghe due o tre centimetri. Come le altre conifere, quando ha i semi maturi allarga le scaglie col bel tempo, per lasciar volar via i semi. Con l’umidità le richiude per proteggerli.

 

 

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frutti del Cipresso di Lawson

 

I cipressi di Lawson sono spesso molto belli, con una sagoma conica sempreverde e i grandi rami che dalla base del tronco si allargano per poi alzarsi formando un cono. Ornano i parchi storici e hanno frutti minuscoli, piccole sfere di meno di un centimetro di diametro, che aprendosi sembrano roselline.

 

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frutti di nocciolo turco

 

Il Corylus colurna, nocciolo di origine turca, è relativamente difficile da trovare nei parchi ma i suoi frutti sono davvero di grande effetto, coi tentacoli lunghi, rigidi e graffianti.

 

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frutti dell’ontano

 

L’ontano, che cresce vicino ai fiumi o comunque dove abbonda l’acqua, è l’unico albero deciduo (che perde le foglie in autunno) ad avere per frutti delle pigne, che comunque sono minuscole, lunghe al massimo due centimetri, su ramoscelli fragilissimi.

 

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frutti di eucalipto

 

Anche il sempreverde eucalipto cresce dove c’è molta acqua nelle nostre regioni più calde e i suoi frutti sembrano sonaglini.

 

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frutti di quercia rossa

 

L’americana quercia rossa che in autunno dà spettacolo col suo fogliame colorato, ha per frutti delle grandi ghiande molto belle.

 

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frutti alati di tiglio

 

I tigli, dopo l’abbondante e profumata fioritura di maggio, portano ben presto minuscole sferette appese in gruppo ad un’ala che le fa volar via a volte già a giugno, ma altre volte solo a fine inverno.

 

Un precendente articolo sui bei frutti legnosi degli alberi lo trovate qui.

Uno sui frutti che sembrano di carta lo trovate qui.

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Sensibilità vegetale: le piante soffrono se vengono mangiate?

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E’ noto da tempo che le piante sono molto sensibili, capaci di percepire ciò che avviene intorno a loro e di rispondervi efficacemente. Il dottor Stefano Mancuso del Centro di Neurobiologia Vegetale di Sesto Fiorentino lo ha ampiamente documentato con libri e video, nei quali spiega che le piante hanno funzioni estese in tutto il corpo, anziché concentrate in organi specifici come avviene negli animali e negli umani. Non potendo spostarsi per sottrarsi ai pericoli o alimentarsi, si sono sviluppate fin dall’inizio con possibilità adeguate, come il rigenerarsi di rami, foglie e radici tagliate che hanno capacità fondamentali e multiple. In particolare, le hanno i sottilissimi e innumerevoli apici delle radici, con funzioni simili a quelle dei nostri neuroni.

Le piante, contrariamente agli animali e agli umani, invece di nutrirsi di altri esseri viventi, trasformano l’aria in cibo, elaborandola nelle foglie con l’aggiunta dell’acqua e dei minerali portati dalle radici. Loro, però, vengono continuamente mangiate direttamente e indirettamente, perché gli animali di cui molti si alimentano, si sono cibati di piante o di chi se ne è nutrito.

Chi vuole evitare di far soffrire gli altri esseri viventi, oltre ad evitare di mangiare animali, come si deve regolare con i vegetali?

 

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Le piante si sono co-evolute con molti animali e quindi hanno messo in conto che una parte del loro fogliame venga mangiato. Se questo avviene con moderazione, dunque, è possibile che non ci sia dolore e presto nuove foglie sostituiscono quelle mancanti. Solo se la perdita diventa importante e mette in pericolo la vita della pianta, questa si difende producendo sostanze che la rendono indigesta e che, col loro odore, avvertono anche le vicine di fare altrettanto.

Ciò che certamente viene prodotto dalla pianta per essere mangiato, però, è il frutto, che contiene i semi da disperdere nell’ambiente, per poter dar origine a una nuova pianta. Questo lo fanno gli animali, che con le feci lasciano i semi inghiottiti con la polpa, su terreni dove hanno possibilità di germogliare. Noi umani di solito non facciamo così, ma recuperiamo una parte dei semi per piantarli nei nostri giardini o nei frutteti.

Dunque mangiare la frutta dolce come le mele, quella dell’orto come i pomodori, i semi dei cereali o quelli chiamati “frutta secca” come le noci, lo può fare con tranquillità anche la persona più sensibile.

 

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