Category Archives: Animali

INDICE DEGLI ARTICOLI: Gatti guardiani di museo, Antarctica: istinto di sopravvivenza dei cani da slitta, Ebbrezza animale, Farfalle: voli senza limite, Concerti di grilli, Il corbezzolo e la sua farfalla, Parlare come uccelli, Pulci regali, Animali coltivatori, Gli intrecci del noce del Brasile, Istinto animale, Callimorpha quadripunctaria -la falena che sembra una farfalla, Quanto ci insegna la natura, Elysia chlorotica: il massimo dell’autonomia animale, Animali, favolose storie vere, Cibo a sorpresa sull’albero delle farfalle, Gli storni che salvarono Villafranca (VR), La yucca e la farfallina, L’orso, film di Jean Jacques Annaud, Colombaia di Crespellano (BO), Piccioni: viaggiatori da medaglie, Casa delle farfalle a Montegrotto Terme (PD), Museo degli insetti di Padova, Il cane santo,:musei del miele in Trentino/Alto Adige, Psofia e kamiki, imbattibili uccelli guardiani, centro di scienze naturali di Prato, la casa delle farfalle nel parco Garzoni a Collodi (PT), coabitazione animali e umani nel Museo etnografico Maison de Cogne (AO), Museo delle culture di montagna del mondo (BZ), Una legione di rosei lavoratori: i lombrichi, Un esercito di coccinelle per salvare gli alberi, Il bottino delle api, I batteri riscaldano meglio delle batterie, Comunicazione fra piante e animali, La forza dell’istinto, Pecore d’oggi, Asino moderno, Messaggi odorosi, La tacchina e la puzzola

Gatti guardiani di museo

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gatti da sgattoshop.com

 

Nel diciottesimo secolo l’imperatrice Caterina II di Russia aveva esposto in quello che allora era “il palazzo d’inverno” a San Pietroburgo, duecentoventi quadri di artisti olandesi e fiamminghi, acquisiti grazie alla mediazione dei suoi rappresentanti a Berlino. La preziosa collezione rischiava però di essere visitata troppo liberamente dai topi, che nelle sale solitarie di quello che è stato chiamato “Hermitage” avrebbero potuto danneggiarla. Dentro il grande palazzo tutto di legno c’erano da tempo molti gatti di guardia, voluti già dall’imperatrice Elisabetta. Caterina La Grande aveva però organizzato e legalizzato la loro presenza come incaricati ufficiali nella guerra agli sfacciati roditori. Le truppe feline erano state suddivise in gruppi per gli interni e altri per il giardino, in modo che il pattugliamento fosse capillare. Per ciascuno c’era un documento di identificazione, in modo che potesse essere riconosciuto e protetto dai servitori, incaricati delle cure necessarie allo svolgimento corretto del lavoro.

 

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museo dell’Hermitage – foto da Kontrokultura

 

Il piccolo esercito si è mantenuto da allora intorno alla sessantina di membri, numero che non va superato perché nelle gerarchie gattesche il controllo viene esercitato dai più alti in grado entro questi limiti. L’unico periodo in cui al museo è mancata la loro collaborazione è stato durante l’ultima guerra mondiale, quando San Pietroburgo, che si chiamava Leningrado, sotto l’assedio tedesco era stata ridotta alla fame e i gatti erano serviti a ridurla finendo in pentola. Il risultato era stato però un’invasione di topi. Tornata la pace i felini erano stati reintegrati ma in numero eccessivo, che aveva causato una decisione drastica nei loro confronti, con le previste conseguenze sulla popolazione roditrice. Da allora non si è più commesso un simile errore e gli eleganti felini sono così popolari presso il museo, che il 28 marzo di ogni anno li si festeggia. La strada di lato allo storico edificio ha una segnaletica speciale che invita gli automobilisti a fare attenzione a loro che, purtroppo, ogni tanto sono vittime di incidenti.

 

Antarctica: l’istinto di sopravvivenza dei cani da slitta

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Film di Koreyoshi Kurahara del 1983 con musica di Vangelis. E’ una storia vera che inizia quando i componenti della seconda spedizione dell’Anno Geofisico Internazionale del 1957, non riescono a raggiungere la postazione appena lasciata da quelli del primo turno perché, nonostante sia ancora estate, le condizioni meteo molto negative lo impediscono. I quindici cani da slitta che hanno contribuito al successo di tante operazioni, per sicurezza sono incatenati all’esterno dagli scienziati appena partiti, senza immaginare che nessuno li può più raggiungere per liberarli, nutrirli e accudirli. Dopo molti tentativi, otto di loro riescono a togliersi il collare o rompere la catena e ad andare in cerca di cibo. L’istinto lupesco che accomuna tutti i cani, in quelli da slitta abituati ad una vita dura è riemerso per assecondare l’istinto di sopravvivenza che li guida nella caccia. Ma l’impresa è comunque difficilissima e alla fine dell’inverno solo i due fratelli Taro e Jiro, nati in Antartide, probabilmente anche grazie alla solidarietà parentale che li unisce, sono ancora vivi. Tornati alla base dove i membri della prima spedizione sono a loro volta rientrati, nella speranza che i cani si siano salvati, li hanno ritrovati con gioia. Il rimorso per averli anche se involontariamente abbandonati è stato un grande tormento, che ha spinto uno dei tre scienziati a dimettersi e poi a tornare.

 Un altro bel film su animali in rapporto con gli umani è L’orso

 Un film interessante sugli elementi naturali e l’uomo è Kon Tiki

Cento film che aiutano a capire l’animo umano sono a questa pagina

 

Ebbrezza animale

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funghi allucinogeni di Amanita muscaria – foto da zamnesia.com

 

L’ebbrezza che viene dall’alcol o dalle droghe, piace anche agli animali. Quando la frutta fermenta, i suoi succhi si trasformano in alcol e nei punti dove è ancora appesa ai rami oppure è caduta, gli animali la consumano, trovando l’esperienza così piacevole da farne un’abitudine.

Del resto, ricci e lumache sono attratti dalla birra che viene messa in piccoli recipienti aperti negli orti, come trappola.

In Italia si sa che la bella falena Charaxes jasius si nutre del succo, spesso fermentato, dei frutti di corbezzolo, l’arbusto da cui viene ospitata quando è bruco e anche dopo aver messo le ali. (vedi articolo)

Sempre in Italia pare che i semi di canapa indiana, la pianta da cui si ricava l’hashish, siano dati ai canarini, per renderli più loquaci.

La Nepeta cataria, detta anche erba gatta, da non confondere con l’erba gatta filiforme, fra gli effetti benefici sulla salute dei gatti scatena anche una certa euforia.

Il nettare di datura, la bella pianta allucinogena dai grandi fiori bianchi a forma di tromba, pare sia molto gradito dalle sfingi, un particolare tipo di falene.

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agrifoglio californiano

 

Nei paesi nordici è noto che le renne si droghino mangiando i funghi allucinogeni dal bel cappello rosso con puntini bianchi Amanita muscaria. Il nome viene dalle mosche che ne succhiano gli umori per “volare” con maggior diletto.

I pettirossi americani Turdus migratorius si inebriano invece con le bacche dell’agrifoglio californiano Heteromeles arbutifolia detto toyon, con cui i nativi americani fanno un sidro.

I colombi rosa delle isole Mauritius si ubriacano con varie bacche e diversi tipi di uccelli mangiano i semi di papavero da oppio.

L’eucalipto che è il cibo esclusivo dei koala pare abbia anche un effetto inebriante.

I semi allucinogeni dell’ipomea violacea sono invece ciò che diletta i topi.

Notissime sono le solenni ubriacature che si prendono le scimmie, gli elefanti, le giraffe e molti altri animali delle savane africane con i frutti di marula, (vedi articolo) ma anche con le noci di palma borasso e col durian.

 

 

Farfalle: voli senza limite

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Farfalla su fiori di buddleja – foto da giardinaggio.it

 

La particolarità dei bruchi, di chiudersi in bozzoli e crisalidi per trasformarsi in creature alate, è stata sfruttata da noi umani per far nascere farfalle anche in luoghi lontanissimi da quelli in cui sono state deposte le uova. Le pupe vengono adagiate su strati di bambagia dentro delle scatole e spedite ovunque nel mondo agli allevatori e ai semplici appassionati, da cui vengono messe nell’ambiente in cui poi sfarfallano.

A breve distanza è possibile anche comperare farfalle vive, custodite con le ali chiuse per alcune ore in buste che si aprono in occasione di matrimoni o altre feste, liberandole per vederle volare via.

Le farfalle Monarca, invece, viaggiano in enormi sciami per migliaia di chilometri dal Canada al Messico per svernare ogni anno.

Le Sfingi Testa di Morto risalgono in estate dall’Africa verso l’Europa, in cerca di un clima più fresco.

 

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buddleja davidii – foto da giardinaggio.it

 

Un giardino visitato delle farfalle ha un fascino superiore a qualsiasi altro. Se non si ha la fortuna di vederle arrivare spontaneamente, occorre predisporre il necessario perché possano installarsi, ricordando che nella prima parte della loro vita sono bruchi mangiatori di foglie di determinate piante e, una volta messe le ali, ricercano il nettare di altre.

Senza un grande giardino dove i bruchi possano nutrirsi senza fare danni vistosi alle piante, bisognerà attirare solo le farfalle che, tutte quante, trovano irresistibile la bella e profumata buddleja, importata in Europa dall’Asia a fine ottocento come arbusto ornamentale e per consolidare i pendii delle ferrovie, impedendo le frane. Ha infatti radici profonde e robuste, resiste al freddo e alla siccità. E’ diventata infestante non solo per queste sue virtù, ma anche perché i suoi numerosissimi fiorellini riuniti in lunghe e dense pannocchie, producono una quantità enorme di minuscoli semi che si disperdono facilmente. E’ necessario dunque tenerla a bada per non lasciarle invadere il vicinato, ma le si sarà riconoscenti per la fioritura durante tutta l’estate, il delicato profumo, i bei colori e le tante farfalle che, visitando lei, rallegreranno anche noi. Un piacevole contrasto di colore lo darà il camedrio, dalle foglioline vellutate color argento e i piccoli fiori lilla, che piacciono alla grande e bella farfalla Macaone.

 

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camedrio -Teucrium fructicans- foto da actaplanctarum.it

 

Altri articoli sulle farfalle si trovano qui.

 

 

 

 

Serenate di grilli

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grillo campestre – foto da Pro Natura

 

Per la festa dell’Ascensione, all’inizio di maggio, a Firenze era tradizione celebrare la Festa del Grillo nel Parco delle Cascine, lungo il fiume Arno. Forse era stata scelta questa ricorrenza religiosa perché l’insetto, dopo aver passato l’inverno sotto terra in forma uovo e poi di larva, con l’ultima muta mette le ali e “ascende” nell’aria. Tornato poi nell’erba inizia i suoi delicati concerti, strofinando le ali per suonare come una campanella d’argento. Di giorno o di sera, lo fa per attrarre una compagna e per segnare il territorio della sua breve vita di cento giorni. Quell’antica festa fiorentina attirava tutte le famiglie e ancora di più i bambini che li stanavano con un filo d’erba, poi li mettevano in gabbiette di sughero e se li portavano a casa. Una volta non si pensava all’ingiustizia di sottrarre alla loro vita naturale tanti animali e solo negli ultimi decenni lo si è proibito per legge. Il Gryllus campestris è nero, con una grande testa tonda e lunghe antenne, innocuo per le coltivazioni, mentre il Grillotalpa grillotalpa di colore bruno è molto dannoso perché scava gallerie nel terreno e mangia le radici delle piante.

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il dannoso grillotalpa – foto di Didier Descouens da Wikipedia

 

Fin dall’antichità i cinesi hanno avuto una passione per i grilli, di cui apprezzavano anche le doti di guardiani delle case e dei palazzi nelle notti d’estate, dato che si zittivano appena qualcuno, camminando nell’erba, si avvicinava con cattive intenzioni. Alla corte imperiale erano tenuti come animali da compagnia e per dare maggiore intensità al suono, si spalmava sulle loro ali la linfa di cipresso o di un particolare pino cinese.

I grilli sono dei solitari e vivono in tane singole, così i loro nobili proprietari li alloggiavano dentro raffinati terrari di ceramica o piccole zucche lagenarie, fatte crescere dentro stampi dalle forme più diverse per dare alloggio a grilli diversi. Gli stampi erano anche finemente incisi e ogni dettaglio restava poi impresso sulla zucca così impreziosita, dopo che lo stampo era stato rotto e la zucca essiccata per sei mesi, svuotata e dipinta.

Ma se c’era e c’è chi apprezza i grilli per il loro suono, molti ne preferiscono le doti di combattenti e si appassionano ad incontri molto seguiti da tifosi e scommettitori. In autunno diventa un divertimento di massa. I proprietari li portano con sé dentro gabbiette cilindriche ma curve, per tenerseli al caldo vicino al corpo.

 

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grillo del focolare – foto di Heraxoft da Wikipedia

 

Anche i giapponesi sono sempre stati estimatori di grilli e nell’altare del tempio di Suzumushi vivono grilli della specie che porta lo stesso nome.

Non dovrebbe essere difficile allevarli per dare ai giardini d’estate, il più bello dei suoni. Una coppia selvatica potrà essere ospitata in un vaso di terracotta come una pianta, nascondendovi gusci d’uovo dove i due possano rifugiarsi. Inumidire la terra, nutrirli con insalata e frutta potrà farli star bene e favorire l’espansione della famigliola.

I grilli del focolare Acheta domesticus, di colore bruno giallastro, vivono volentieri nei punti caldi delle case, ispirando la fantasia per le favole di ogni tempo. Ma occorre fare attenzione ai gatti, che li potrebbero mangiare.

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Il corbezzolo e la sua farfalla

fiori, frutti e foglie del corbezzolo

fiori, frutti e foglie del corbezzolo (Arbutus unedo)

 

Il miele amaro di corbezzolo sembra una crema, nel vasetto di vetro. Le api lo hanno elaborato in Dicembre, quando le piante sempreverdi sono cariche allo stesso tempo delle campanule dei fiori simili a mughetti e dei frutti tondi e rossi. Una minuscola goccia della linfa appena distillata dalle foglie alla luce del poco sole invernale, aspettava di essere bevuta nel fondo di ciascuno dei calici bianchi, per ricompensare gli insetti delle loro visite. Il sapore amarognolo del tannino che protegge i corbezzoli dai parassiti e anche dalle fiamme, si mescola alla dolcezza del trasparente sangue vegetale sotto la corteccia rossastra e liscia, a strisce, nelle vene sottili degli arbusti che in Sardegna diventano alberi, a forza di vivere.

Sui pendii ripidi o lungo le coste delle nostre regioni più calde, le radici profonde e nodose li hanno installati saldamente, così che hanno potuto proteggere il terreno e ridargli nuove possibilità, fertilizzandolo, inumidendolo ed evitando che franasse o venisse eroso dall’acqua. Resistono bene agli incendi e sono fra i primi a ricolonizzare i terreni dopo il passaggio delle fiamme. Sono parenti dell’erica e, come lei, vivono spesso in simbiosi coi funghi per scambiarsi sostanze nutrienti. La radica di entambe, cioè la parte nodosa alla base del fusto o nelle radici, a volte causata da tagli o da particolari accidenti dell’albero, è utilizzata per farne pipe. L’abbondante tannino serviva alla concia delle pelli. Le belle foglie seghettate hanno tante proprietà curative, che disinfettano e calmano le infiammazioni di chi sa farne buon uso. Coi frutti un poco insipidi ci si può fare vino, aceto o marmellata, se gli uccelli non li hanno mangiati tutti.

 

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dorso della ninfa del corbezzolo – foto Didier Descouens da Wikipedia

 

Una delle più belle farfalle italiane è la ninfa del corbezzolo Charaxes jasius, che quando è ancora bruco e ne mangia le foglie è di un bel verde e lo rimane anche quando si impupa e si appende ad un ramo per qualche settimana. Diventato farfalla dai bei colori e dalle codine caratteristiche, rimane vicino all’albero per succhiare il liquido zuccherino dai frutti che hanno la buccia tanto morbida da non essere un problema per la sua proboscide, chiamata spiritromba. Spesso, invece, le farfalle che si nutrono delle foglie di una pianta, se ne allontanano per nutrirsi del nettare di un’altra. I bruchi delle ninfe del corbezzolo nascono a maggio/giugno e diventano farfalle, mentre quelle di agosto/settembre passano l’inverno sotto le cortecce come larve, per trasformarsi in farfalle ad aprile/maggio. In quel periodo, però, sul corbezzolo non ci sono più frutti né fiori, che compaiono verso l’autunno. La farfalla si nutre dunque dei succhi di frutti marcescenti e, se la si vuole vedere, è possibile attirarla offrendole liquidi zuccherini con cui imbevere un pezzetto di tessuto posato su un piattino.

 Articoli sulle farfalle si trovano qui, qui  qui.

Corbezzoli monumentali si trovano a Seui (OT) e a Trieste

 

 

 

Parlare come uccelli

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canarino selvatico – foto di Jorg Hempel da wikipedia

 

Gli antichi pastori delle isole Canarie, che passavano la maggior parte del tempo in solitudine su pascoli molto distanti gli uni dagli altri, per entrare in contatto fra di loro avrebbero dovuto saper volare come gli uccelli. Ma da quelle affascinanti creature hanno imparato qualcosa più alla portata umana e quasi altrettanto efficace: il suono. Nelle lunghe giornate trascorse sui prati, in ascolto dei loro canti, modulando fischi sono riusciti ad elaborare un linguaggio potente, capace di farsi comprendere da molto lontano, indifferente agli ostacoli che limitano chi è senza ali.

Mentre gli uccelli, però, utilizzano la siringe, un sistema di cartilagini che si trova all’incirca dove noi abbiamo le corde vocali, per ottenere un risultato paragonabile al loro gli uomini hanno dovuto utilizzare la lingua e le labbra. Posizionandole in modo da poter spingere fortemente l’aria attraverso un passaggio molto stretto ma anche facilmente modellabile attraverso un dito che vi introducono, sono riusciti a creare una tale varietà di suoni, da potersi parlare in modo molto articolato, come con le parole, che sono ben quattromila.

Sull’isola di Gomera e poi sulle altre dell’arcipelago si è diffusa una nuova lingua, che è stata ritrovata anche nei Pirenei ad Aas, nel Bearn francese.

 

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isola della Gomera in una foto della NASA da Wikipedia

 

Dato che questo linguaggio è formato da vocali e consonanti, i fischi spagnoli sono diversi da quelli francesi, anche se noi non riusciremmo neppure ad accorgercene. Il sistema delle Canarie era stato ideato dall’antico popolo dei Guanchi e adattato dagli spagnoli che hanno conquistato le isole nel quindicesimo secolo. Ai pastori francesi può essere arrivato attraverso dei marinai, dato che la zona in cui sussiste ancora si affaccia sull’oceano Atlantico, in cui sono radicate quelle isole.

Negli anni sessanta del secolo scorso la ricerca del benessere economico, con l’abbandono delle campagne ha fatto quasi scomparire questo modo di comunicare, anche perché considerato retaggio di povertà e ignoranza. E’ stato rivalutato a partire dagli anni novanta, al punto che in alcune delle zone d’origine lo si insegna a scuola e all’università, conosciuto principalmente col nome di Silbo Gomero e diventato patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, che nei paesi si usa durante i festeggiamenti religiosi.

Del resto, il simbolo animale di quelle isole è il canarino, che sa gorgeggiare mirabilmente, mentre quello vegetale è la palma delle Canarie, su cui magari il piccolo uccello si posa per diffondere le sue note.

Su youtube potrete ascoltare delle dimostrazioni.

 

Pulci regali

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foto da Agricirié

 

Il 7 gennaio 1962 sul giornale L’Unità era comparso un articolo in cui si annunciava che, durante gli scavi nell’area del palazzo di Whitehall, dove aveva abitato il re Enrico VIII, erano stati trovati su resti di panno, i corpi mummificati di pidocchi e pulci il cui esoscheletro, in effetti, si mantiene bene. Sarebbe stata la prova che quanto si era detto a proposito della scarsa pulizia in quella corte, era vero. Pare anche che si utilizzassero “cani da pulci” per evitare agli ospiti di riguardo di essere molestati da quei parassiti. Si faceva dunque ai cani un buon bagno che li rendesse impeccabili, poi li si lasciavano accomodare sulle poltrone e i divani destinati ad accogliere più tardi gli illustri visitatori. I fastidiosi insetti saltavano sui cani che, dopo qualche tempo, venivano fatti sloggiare col loro pungente carico.

Un metodo più crudele pare fosse in uso nell’antico Egitto, dove cospargevano uno schiavo di latte d’asina e lo mettevano al centro di una stanza infestata dai parassiti che si affrettavano a saltare su di lui.

dal mio libro ANIMALI, FAVOLOSE STORIE VERE

Animali coltivatori

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Solanum lycocarpum – foto da pinterest-arvores.brasil.nom.br

 

Che una specie tropicale di formiche dette “tagliafoglie” fosse coltivatrice di funghi per il proprio consumo, non è una novità per chi conosce gli animali. Ma queste stesse formiche, in Brasile collaborano anche con un lupo per la coltivazione di una pianta. Il crisocione, discendente di antichi canidi, nel comportamento e nell’alimentazione ha poco in comune coi lupi più moderni, perché oltre a nutrirsi di carne, mangia una specie di grosso pomodoro, indispensabile alla sua buona salute. Non per niente la pianta è chiamata “lobeira”, che all’incirca significa “lupesca”, mentre il suo nome scientifico è Solanum lycocarpum, cioè “solanacea dai frutti del lupo”. Così come succede spesso in natura, si è creata una catena di collaborazioni fra animali e pianta per la sua coltivazione, che giova a tutti.

 

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Chrysocyon brachyurus – foto di Spencer Wright da Wikipedia.org

 

Fin dai tempi più lontani, dopo aver mangiato i frutti il lupo rilascia i suoi escrementi pieni di semi, sopra gli unici punti leggermente rialzati nella piatta prateria dall’erba alta: i nidi delle formiche tagliafoglie. Le formiche prendono i semi e li portano nei loro vivai sotterranei, come fanno con le foglie tagliate, per alimentare i funghi che coltivano. Una parte dei semi, però, invece di essere sminuzzata viene lasciata intatta e allontanata. Così la pianta può crescere e produrre frutti, di cui si nutre il lupo, che provvede poi a favorirne una nuova generazione nel modo consueto.

 

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formiche tagliafoglie – foto da Paperblog

 

 

Gli intrecci del noce del Brasile

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fiori del noce del Brasile – foto da L’angolo dell’amicizia

Nel folto delle foreste pluviali dei tropici, dove una perenne estate asseconda la foga della natura, la raffinata vita amorosa di certe api si intreccia a quella di alberi giganteschi, che con la loro chioma sovrastano gli altri, come principi. Sono i noci del Brasile, (Bertholletia excelsa) che si distinguono da lontano e rendono così più facile il percorso agli unici insetti da cui lasciano fecondare i propri fiori una volta all’anno. Il nettare e il polline dei calici color crema riuniti in gruppi, sono nascosti da un petalo a forma di cupola così ben chiuso da poter essere sollevato solo dalle api Euglosse femmine, più robuste delle api comuni. Nell’aspetto somigliano alle api comuni ma le Euglosse, oltre ad avere più forza fisica hanno compagni maschi bellissimi, dai colori vivaci e iridescenti, con cui si uniscono solo se all’avvenenza aggiungono un profumo adeguato. Per procurarselo frequentano un gran numero di orchidee, dalle quali prendono gli oli odorosi raspandoli dai petali con le zampe che terminano a spazzola. Intanto vengono impolverati di polline dai fiori, fecondati durante le peregrinazioni dei begli insetti.

 

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Euglossa maschio, detto ape orchidea, foto da Pixabay

 

Intanto, sul grande albero si formano i frutti, grossi e duri come noci di cocco, che dopo un anno sono maturi e cadono a terra. Lì solo le termiti o i roditori dai denti durissimi, gli aguti, riescono ad aprire il guscio legnoso e a toglierne le gustose noci che seppelliscono in vari nascondigli, per mangiarle quando ne sentono il bisogno. Naturalmente ne dimenticano sempre qualcuna, che può germogliare e trasformarsi in albero. In quel periodo, che è anche quello più piovoso, intere famiglie umane si trasferiscono nelle foreste per raccogliere le noci, commercializzate poi in tutto il mondo. Questo, però, ormai non avviene più senza danno, perché le esigenze della raccolta umana disturbano e alterano una natura che ha intrecciato nel tempo un’intricata rete di alleanze e reciproca dipendenza fra le varie forme di vita. Per adesso l’albero è protetto dalla legge, ma se il suo complesso sistema venisse troppo compromesso, sarebbe condannato alla sterilità e all’estinzione.

 

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frutti del noce del Brasile, foto da L’angolo dell’amicizia forumfree

 

 

Istinto animale

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Tutti noi siamo molto più simili agli animali di quanto pensiamo e negli ultimi decenni è risultato chiaro quanto anche loro ci assomiglino in aspetti che credevamo solo nostri. Intelligenza, sentimenti, coscienza, cultura, linguaggio e uso di utensili sono comuni soprattutto per le specie più evolute. I nostri raffinati strumenti hanno provato che i delfini hanno molti suoni distinti per trasmettersi informazioni e chiamarsi con “nomi” differenti per ciascuno. Le scimmie usano utensili e imparano accorgimenti nuovi per procurarsi il cibo o migliorarne il sapore. I polpi ragionano per trovare soluzioni complesse di uscita da una trappola. E non c’è bisogno di studi sofisticati per sapere che quando cani e gatti domestici commettono certi guai ne hanno coscienza e lo dimostrano con un comportamento mortificato e pieno di vergogna.

Presso gli animali ci sono gerarchie e comportamenti sociali molto rigidi e che fanno parte dell’istinto di sopravvivenza, come la lotta fra maschi per la conquista delle femmine, in modo da trasmettere le qualità del vincente ai figli che se ne potranno servire nella dura vita selvatica. Nel momento in cui si indeboliranno saranno spodestati da altri, che uccideranno tutti i loro cuccioli, perché le femmine entrino di nuovo in calore e generino figli con le fresche capacità del nuovo dominatore. Ma ci sono anche inibizioni istintive all’aggressività, innescate dall’atteggiamento sottomesso del più debole. Chi è fragile o diverso, però, spesso viene ucciso o scacciato, perché nella vita selvatica la vulnerabilità e l’essere differenti dai più, possono portare alla rovina il branco.

 

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Un simile istinto, adatto alle condizioni in cui la vita è in pericolo, era adeguato anche per noi umani in tempi in cui il mero sopravvivere era una priorità. Con il miglioramento delle condizioni dell’esistenza, però, si sono man mano sviluppati comportamenti più adeguati al vivere civile. Si sono create gerarchie molto lontane da quelle della vita selvatica, grazie allo sviluppo della ragione, che fa esaminare di volta in volta le situazioni nuove per far prendere una decisione e un conseguente comportamento migliore. L’umanità che si reputa degna di questo nome, sa che chi è diverso dalla maggioranza può avere sensibilità, idee e modi di vivere innovativi, che danno un contributo importante alla società. Infatti, solo chi non è allineato con i più, può pensare e agire in modo meno conformista e scontato, offrendo prospettive inaspettate.

Ecco perché le comunità, nei periodi di maggior progresso civile e umanitario, hanno cercato di diffondere il rispetto, il riconoscimento e l’apprezzamento proprio di chi vive fuori dagli schemi ed è vulnerabile. Questa mentalità progressista, però, fatica molto ad essere accettata dalla maggioranza, perché richiede un’educazione a valori opposti a quelli più radicati e istintivi. Ragione e istinto possiedono linguaggi estremamente differenti fra loro, che difficilmente sanno comunicare, a meno di avvicinarli con la maggior frequenza possibile, educandosi. Ma questo richiede prima di tutto una certa consapevolezza, che spinga ad impiegare tempo e attenzione alla conoscenza dell’animo umano: il proprio e l’altrui. Senza questa educazione diventa molto difficile aggiornare gli istinti primordiali, che continuano a scontrarsi con i valori professati, peraltro, in parte anche da alcune religioni. Ecco perché spesso le persone che dichiarano certe idee aperte, le contraddicono nei fatti. Ecco perché tanti hanno grande difficoltà nel mantenere gli impegni presi, pure con se stessi. Ecco perché si può essere servizievoli ed educati con la maggior parte delle persone, ma ostili verso altri, senza alcuna apparente ragione.

 

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Il bersaglio di simili vessazioni è con tutta probabilità qualcuno che si trova in una condizione di minoranza e dunque di diversità, rispetto agli altri: celibe, (nubile) vedovo-a omosessuale, artista, originale, straniero-a, donna, giovane, anziano-a. Questo avviene anche in certe società animali, dove al vertice della gerarchia, dunque ben trattato, rispettato e imitato, sta chi ha una posizione di potere, come il maschio e la femmina dominanti. Subiscono invece una discriminazione negativa i giovani adulti, le femmine di grado inferiore, chi ha il colore del manto che si differenzia da quello del branco e via dicendo. Questi individui devono accontentarsi degli avanzi altrui o vengono maltrattati, scacciati o anche uccisi, a meno che manifestino sottomissione. Nel mondo animale ha ancora un senso, mentre in quello umano, no. Eppure, ancora oggi le minoranze etniche sono oggetto di pregiudizi e persecuzioni, come lo sono sempre state le donne, soprattutto se non sposate e senza figli, oppure le persone dalle idee, dalle scelte di vita, dal comportamento e dall’abbigliamento dissimile dagli altri. E questo a dispetto delle qualità che a parole vengono apprezzate, come l’intelligenza, la bellezza, il buon carattere, la generosità o altre qualità morali. Inoltre è meglio tollerato chi è diverso in negativo, perché fa sentire superiori, mentre il diverso in positivo suscita sempre almeno un po’ di invidia. Il disagio che provoca con la sua sola esistenza, chi non è allineato con la maggioranza, viene giustificato con l’attribuzione di “colpe” inesistenti, che possono sfociare nella persecuzione. Quante donne sono state bruciate come streghe, mentre erano magari solo ottime guaritrici, quanti uomini sono stati condannati per colpe mai commesse, solo perché pensavano con la loro testa, quante minoranze etniche sono state perseguitate e distrutte, con l’accusa di aver danneggiato le etnie più forti.

L’istinto è un ottimo alleato in certe situazioni e un nemico in altre e capire quando sia il caso di lasciarlo agire e quando occorra disciplinarlo è questione di conoscenza di sé e di continua pratica.

Se vogliamo che le guerre e le ingiustizie diminuiscano, è importante che la società si faccia più consapevole del potenziale positivo quanto di quello negativo che c’è in ciascuno. E dato che una società è fatta di individui, ognuno ha il suo peso nel farla tendere da una parte o da un’altra.

 

Su questo argomento è utile leggere la storia vera La tacchina e la puzzola, i rischi di chi va controcorrente, conflitti e gerarchie, diminuire la violenza sulle donne

 

 

 

Callimorpha (o Euplagia) quadripunctaria, la falena che sembra una farfalla

_Euplagia_quadripunctaria- Jean Pol Grandmont -Wikipedia.org

Callimorpha (o Euplagia) quadripunctaria – foto di Pol Grandmont – da Wikipedia.org

 

Quando gli antichi egizi, aprendo un bozzolo di falena avevano visto il corpicino dell’insetto che stava prendendo una forma del tutto nuova, avevano pensato di riprodurre quel procedimento per gli illustri personaggi, dopo la loro morte. Così è nata forse l’idea delle mummie, tutte avvolte nelle bende e coricate nei sarcofagi, tanto simili ad enormi bozzoli. Come i bruchi che strisciano diventano farfalle e falene che volano, si immaginavano le mummie capaci di trasformarsi in esseri degni di un altrove dove vivere in ben più felici condizioni, rispetto a quelle umane.

Nei caldi giorni di sole i cespugli di rovo, i lunghi steli delle ombrellifere, l’erba secca diventano piante meravigliose, che mettono in scena un ingresso trionfale nell’estate. Succede quando nel camminare sui sentieri assolati fra prati incolti, messe in allarme dal movimento, si involano improvvisamente le farfalle che se ne stavano, quasi invisibili con le loro ali chiuse, a far provvista di sole.

Fra di loro c’è la falena Callimorpha quadripunctaria, uscita dal suo bozzolo in un bel giorno di Luglio. Ha srotolato le ali per asciugarle e stirarle e in un’ora è stata pronta. Della farfalla notturna ha il modo di ripiegare le ali quando sta posata su un tronco d’albero, perché invece di unirle come le palme delle mani, le sovrappone sopra il corpo formando uno scudo a forma di triangolo. Allora si vedono solo quelle superiori, color marrone scuro, attraversato da linee bianche che sembrano ramoscelli, così da mimetizzarsi con gli alberi. Se però è su un fiore, lascia lo scudo semi-aperto, per mostrare il bell’arancione con macchie nere delle due ali inferiori. In quel modo si direbbe che abbia un mantello sopra un sontuoso abito. Se vede arrivare un predatore le apre di colpo, sorprendendolo con il lampo del rosso. Quel colore segnala il vero o presunto veleno che dovrebbe scoraggiare gli uccelli dal farne preda. È una falena, eppure è colorata come una farfalla e se ne va volentieri in giro anche di giorno. Non dovendo proteggersi troppo dal freddo della notte, non è impellicciata come le compagne che non escono mai al sole.

callimorpha - da pyrgus.de

Callimorpha quadripunctaria con le ali chiuse. foto da Pyrgus.de

 

Già quand’era bruco gli piaceva cambiare. Mentre altre specie mangiavano le foglie solo di uno o due tipi di vegetale, lui gradiva quelle dei rovi quanto delle robinie, delle viti quanto dei gelsi e persino dei platani. Dopo essere uscito dal minuscolo uovo che la madre aveva deposto a Settembre sotto le scaglie delle cortecce, ne aveva mangiato un po’ e poi si era addormentato per passare l’inverno. Dopo il suo risveglio a primavera, man mano che cresceva aveva cambiato pelle cinque volte prima di avvolgersi col lunghissimo filo di seta uscito dalla sua bocca, nel bozzolo dentro cui cambiarsi in fiore volante. Aveva filato e avvolto per cinque giorni, poi per un mese era rimasto nascosto in una lettiera di foglie.

Il suo corpo di bruco, ormai ridotto ad un niente per il gran farsi seta, si era disgregato e ricomposto in quello di falena. A Luglio era volata via, con la lunga spiritromba arrotolata, che avrebbe poi disteso per succhiare il nettare dei fiori e fecondarli.

A Rodi, da Giugno a Settembre, le falene di Euplagia arrivano in massa nella valle Petaloudes, per stare più fresche e succhiare la linfa delle liquidambar, che trasuda dai tronchi. Sono tanto numerose da rivestirli, confondendosi con la corteccia.

Tratto dal mio libro ANIMALI -favolose storie vere.