Category Archives: Animali

INDICE DEGLI ARTICOLI:Profumi animali (seconda puntata), Profumi animali (prima puntata, Gatti guardiani di museo, Antarctica: istinto di sopravvivenza dei cani da slitta, Ebbrezza animale, Farfalle: voli senza limite, Concerti di grilli, Il corbezzolo e la sua farfalla, Parlare come uccelli, Pulci regali, Animali coltivatori, Gli intrecci del noce del Brasile, Istinto animale, Callimorpha quadripunctaria -la falena che sembra una farfalla, Quanto ci insegna la natura, Elysia chlorotica: il massimo dell’autonomia animale, Animali, favolose storie vere, Cibo a sorpresa sull’albero delle farfalle, Gli storni che salvarono Villafranca (VR), La yucca e la farfallina, L’orso, film di Jean Jacques Annaud, Colombaia di Crespellano (BO), Piccioni: viaggiatori da medaglie, Casa delle farfalle a Montegrotto Terme (PD), Museo degli insetti di Padova, Il cane santo,:musei del miele in Trentino/Alto Adige, Psofia e kamiki, imbattibili uccelli guardiani, centro di scienze naturali di Prato, la casa delle farfalle nel parco Garzoni a Collodi (PT), coabitazione animali e umani nel Museo etnografico Maison de Cogne (AO), Museo delle culture di montagna del mondo (BZ), Una legione di rosei lavoratori: i lombrichi, Un esercito di coccinelle per salvare gli alberi, Il bottino delle api, I batteri riscaldano meglio delle batterie, Comunicazione fra piante e animali, La forza dell’istinto, Pecore d’oggi, Asino moderno, Messaggi odorosi, La tacchina e la puzzola

Profumi animali – seconda puntata

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capodoglio – foto da aulascienze.scuola.zanichielli.it

 

Sulle coste dell’oceano Atlantico capita di vedere masse grigiastre grosse come palloni da calcio, che galleggiano e poi si arenano. Sono fatte di una sostanza cerosa e profumano di terra o di legno. Eppure, appena espulse dai capodogli che continuamente lo producono, puzzano come ovvio, essendo passate nel loro intestino per proteggerlo dalle ferite, che i becchi dei calamari giganti di cui si nutrono, potrebbero infliggere. Il sale e l’aria, però, ossidando quei resti ne cambiano a tal punto l’odore, da renderlo attraente per noi ed indispensabile nel fissare e migliorare i profumi che indossiamo. Si chiama ambra grigia ed un tempo si credeva che fosse afrodisiaca, ricostituente, utile ad allontanare da sé il contagio delle pestilenze. Ancor oggi è usata per dare un particolare sapore a liquori e cioccolato ma, rara e costosa com’è, in profumeria è spesso sostituita da un prodotto sintetico che la imita. Il nome la accomuna odorosamente all’ambra gialla, la resina fossile con cui si fanno i gioielli e che si è sempre usata anche come incenso.

Dal capodoglio viene un’altra sostanza cerosa e profumata, che col calore diventa oleosa: lo spermaceti. Nonostante si trovi nella testa, in passato lo si era creduto sperma e questo nome è rimasto. È invece una materia che pare serva a facilitare l’immersione in profondità e le eco-localizzazioni. Ha profumo gradevole ed è piacevole da toccare. Per questo è usato nei cosmetici e nei tanti impieghi possibili per una sostanza molto lubrificante, che brucia bene. Il nome del più grande mammifero marino coi denti è dovuto proprio all’olio che occupa buona parte della sua voluminosa testa. Preferisce vivere in zone calde e temperate, ma i grossi maschi passano diverso tempo anche vicino ai poli, dove l’acqua più fredda e ricca di ossigeno, offre maggior cibo.

La prima puntata di questo articolo si trova qui

 

 

 

Profumi animali (prima parte)

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zibetto africano Civettis civetta – foto da Wikipedia – Rostov on Don Zoo

 

Lo zibetto Civettis civetta è un mammifero africano che emette un particolare odore dalle ghiandole perianali per attirare le femmine. Da secoli questa sostanza viene utilizzata dagli umani nei profumi.

Lo zibetto asiatico delle palme Paradoxus ermaphroditus compie qualcos’altro che ha a che fare con l’aroma. Mangia bacche di caffè, di cui digerisce la polpa ma espelle i semi con le feci. Questo procedimento dà ai semi un gusto molto ricercato, che dicono simile al cacao, tanto che dopo il lavaggio e il trattamento adatto a farne una bevanda per gli umani, viene venduto a prezzi elevatissimi. Purtroppo la commercializzazione su larga scala di questa pregiata bevanda indonesiana chiamata Kopi Luwak, comporta la cattura dei poveri animali che vengono tenuti in cattività e nutriti in modo esagerato con le bacche.

 

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frutti di caffè di cui alcuni mostrano i semi – foto da inerboristeria.com

 

A parte il deprecabile maltrattamento degli animali, non stupisca l’uso dei semi passati nel loro intestino. Anche quelli di Argan (Argania spinosa), da cui in Marocco si ottiene il pregiatissimo olio, compiono lo stesso percorso attraverso le capre che salgono addirittura sui rami degli alberi di argan, simili ai nostri olivi. Pare però che adesso questa pratica sia in disuso.

Il castoreo è una sostanza oleosa che secernono i castori per impermeabilizzare la pelliccia e marcare il territorio. In profumeria ha largo impiego.

 

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Moschus moschiferus – foto da Zoo chat

 

Ad un daino asiatico, il Moschus moschiferus che vive in alta montagna, hanno dato il nome che ricorda il suo cibo preferito: il muschio. Lo stacca dalle rocce, dalla terra e dagli alberi utilizzando due buffe zanne. Ciò che lo ha reso celebre nel mondo, ma al tempo stesso lo ha sempre messo in pericolo, sono due ghiandole pelose che ha sulla pancia e che producono palline molto profumate. Lui le dissemina nel suo territorio per marcarlo, allontanare i rivali e attrarre le femmine. Anche gli esseri umani, però, lo trovano irresistibile e fin dai tempi antichi, una volta l’anno vanno nei boschi per raccogliere i grani da terra e usarli anche come medicinali. Già ai tempi del viaggio di Marco Polo in Kashmir, l’animale era protetto dalla caccia, troppo spesso fatta per prendergli le ghiandole. L’odore è talmente forte da passare attraverso i recipienti che servono a conservarlo. In grande quantità sembra sgradevole, ma un grano è percepito come delizioso e basta per fare una boccetta di profumo

La quantità determina la qualità e questo vale per ogni aspetto della vita.

 

 

Gatti guardiani di museo

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gatti da sgattoshop.com

 

Nel diciottesimo secolo l’imperatrice Caterina II di Russia aveva esposto in quello che allora era “il palazzo d’inverno” a San Pietroburgo, duecentoventi quadri di artisti olandesi e fiamminghi, acquisiti grazie alla mediazione dei suoi rappresentanti a Berlino. La preziosa collezione rischiava però di essere visitata troppo liberamente dai topi, che nelle sale solitarie di quello che è stato chiamato “Hermitage” avrebbero potuto danneggiarla. Dentro il grande palazzo tutto di legno c’erano da tempo molti gatti di guardia, voluti già dall’imperatrice Elisabetta. Caterina La Grande aveva però organizzato e legalizzato la loro presenza come incaricati ufficiali nella guerra agli sfacciati roditori. Le truppe feline erano state suddivise in gruppi per gli interni e altri per il giardino, in modo che il pattugliamento fosse capillare. Per ciascuno c’era un documento di identificazione, in modo che potesse essere riconosciuto e protetto dai servitori, incaricati delle cure necessarie allo svolgimento corretto del lavoro.

 

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museo dell’Hermitage – foto da Kontrokultura

 

Il piccolo esercito si è mantenuto da allora intorno alla sessantina di membri, numero che non va superato perché nelle gerarchie gattesche il controllo viene esercitato dai più alti in grado entro questi limiti. L’unico periodo in cui al museo è mancata la loro collaborazione è stato durante l’ultima guerra mondiale, quando San Pietroburgo, che si chiamava Leningrado, sotto l’assedio tedesco era stata ridotta alla fame e i gatti erano serviti a ridurla finendo in pentola. Il risultato era stato però un’invasione di topi. Tornata la pace i felini erano stati reintegrati ma in numero eccessivo, che aveva causato una decisione drastica nei loro confronti, con le previste conseguenze sulla popolazione roditrice. Da allora non si è più commesso un simile errore e gli eleganti felini sono così popolari presso il museo, che il 28 marzo di ogni anno li si festeggia. La strada di lato allo storico edificio ha una segnaletica speciale che invita gli automobilisti a fare attenzione a loro che, purtroppo, ogni tanto sono vittime di incidenti.

 

Antarctica: l’istinto di sopravvivenza dei cani da slitta

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Film di Koreyoshi Kurahara del 1983 con musica di Vangelis. E’ una storia vera che inizia quando i componenti della seconda spedizione dell’Anno Geofisico Internazionale del 1957, non riescono a raggiungere la postazione appena lasciata da quelli del primo turno perché, nonostante sia ancora estate, le condizioni meteo molto negative lo impediscono. I quindici cani da slitta che hanno contribuito al successo di tante operazioni, per sicurezza sono incatenati all’esterno dagli scienziati appena partiti, senza immaginare che nessuno li può più raggiungere per liberarli, nutrirli e accudirli. Dopo molti tentativi, otto di loro riescono a togliersi il collare o rompere la catena e ad andare in cerca di cibo. L’istinto lupesco che accomuna tutti i cani, in quelli da slitta abituati ad una vita dura è riemerso per assecondare l’istinto di sopravvivenza che li guida nella caccia. Ma l’impresa è comunque difficilissima e alla fine dell’inverno solo i due fratelli Taro e Jiro, nati in Antartide, probabilmente anche grazie alla solidarietà parentale che li unisce, sono ancora vivi. Tornati alla base dove i membri della prima spedizione sono a loro volta rientrati, nella speranza che i cani si siano salvati, li hanno ritrovati con gioia. Il rimorso per averli anche se involontariamente abbandonati è stato un grande tormento, che ha spinto uno dei tre scienziati a dimettersi e poi a tornare.

 Un altro bel film su animali in rapporto con gli umani è L’orso

 Un film interessante sugli elementi naturali e l’uomo è Kon Tiki

Cento film che aiutano a capire l’animo umano sono a questa pagina

 

Ebbrezza animale

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funghi allucinogeni di Amanita muscaria – foto da zamnesia.com

 

L’ebbrezza che viene dall’alcol o dalle droghe, piace anche agli animali. Quando la frutta fermenta, i suoi succhi si trasformano in alcol e nei punti dove è ancora appesa ai rami oppure è caduta, gli animali la consumano, trovando l’esperienza così piacevole da farne un’abitudine.

Del resto, ricci e lumache sono attratti dalla birra che viene messa in piccoli recipienti aperti negli orti, come trappola.

In Italia si sa che la bella falena Charaxes jasius si nutre del succo, spesso fermentato, dei frutti di corbezzolo, l’arbusto da cui viene ospitata quando è bruco e anche dopo aver messo le ali. (vedi articolo)

Sempre in Italia pare che i semi di canapa indiana, la pianta da cui si ricava l’hashish, siano dati ai canarini, per renderli più loquaci.

La Nepeta cataria, detta anche erba gatta, da non confondere con l’erba gatta filiforme, fra gli effetti benefici sulla salute dei gatti scatena anche una certa euforia.

Il nettare di datura, la bella pianta allucinogena dai grandi fiori bianchi a forma di tromba, pare sia molto gradito dalle sfingi, un particolare tipo di falene.

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agrifoglio californiano

 

Nei paesi nordici è noto che le renne si droghino mangiando i funghi allucinogeni dal bel cappello rosso con puntini bianchi Amanita muscaria. Il nome viene dalle mosche che ne succhiano gli umori per “volare” con maggior diletto.

I pettirossi americani Turdus migratorius si inebriano invece con le bacche dell’agrifoglio californiano Heteromeles arbutifolia detto toyon, con cui i nativi americani fanno un sidro.

I colombi rosa delle isole Mauritius si ubriacano con varie bacche e diversi tipi di uccelli mangiano i semi di papavero da oppio.

L’eucalipto che è il cibo esclusivo dei koala pare abbia anche un effetto inebriante.

I semi allucinogeni dell’ipomea violacea sono invece ciò che diletta i topi.

Notissime sono le solenni ubriacature che si prendono le scimmie, gli elefanti, le giraffe e molti altri animali delle savane africane con i frutti di marula, (vedi articolo) ma anche con le noci di palma borasso e col durian.

 

 

Farfalle: voli senza limite

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Farfalla su fiori di buddleja – foto da giardinaggio.it

 

La particolarità dei bruchi, di chiudersi in bozzoli e crisalidi per trasformarsi in creature alate, è stata sfruttata da noi umani per far nascere farfalle anche in luoghi lontanissimi da quelli in cui sono state deposte le uova. Le pupe vengono adagiate su strati di bambagia dentro delle scatole e spedite ovunque nel mondo agli allevatori e ai semplici appassionati, da cui vengono messe nell’ambiente in cui poi sfarfallano.

A breve distanza è possibile anche comperare farfalle vive, custodite con le ali chiuse per alcune ore in buste che si aprono in occasione di matrimoni o altre feste, liberandole per vederle volare via.

Le farfalle Monarca, invece, viaggiano in enormi sciami per migliaia di chilometri dal Canada al Messico per svernare ogni anno.

Le Sfingi Testa di Morto risalgono in estate dall’Africa verso l’Europa, in cerca di un clima più fresco.

 

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buddleja davidii – foto da giardinaggio.it

 

Un giardino visitato delle farfalle ha un fascino superiore a qualsiasi altro. Se non si ha la fortuna di vederle arrivare spontaneamente, occorre predisporre il necessario perché possano installarsi, ricordando che nella prima parte della loro vita sono bruchi mangiatori di foglie di determinate piante e, una volta messe le ali, ricercano il nettare di altre.

Senza un grande giardino dove i bruchi possano nutrirsi senza fare danni vistosi alle piante, bisognerà attirare solo le farfalle che, tutte quante, trovano irresistibile la bella e profumata buddleja, importata in Europa dall’Asia a fine ottocento come arbusto ornamentale e per consolidare i pendii delle ferrovie, impedendo le frane. Ha infatti radici profonde e robuste, resiste al freddo e alla siccità. E’ diventata infestante non solo per queste sue virtù, ma anche perché i suoi numerosissimi fiorellini riuniti in lunghe e dense pannocchie, producono una quantità enorme di minuscoli semi che si disperdono facilmente. E’ necessario dunque tenerla a bada per non lasciarle invadere il vicinato, ma le si sarà riconoscenti per la fioritura durante tutta l’estate, il delicato profumo, i bei colori e le tante farfalle che, visitando lei, rallegreranno anche noi. Un piacevole contrasto di colore lo darà il camedrio, dalle foglioline vellutate color argento e i piccoli fiori lilla, che piacciono alla grande e bella farfalla Macaone.

 

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camedrio -Teucrium fructicans- foto da actaplanctarum.it

 

Altri articoli sulle farfalle si trovano qui.

 

 

 

 

Serenate di grilli

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grillo campestre – foto da Pro Natura

 

Per la festa dell’Ascensione, all’inizio di maggio, a Firenze era tradizione celebrare la Festa del Grillo nel Parco delle Cascine, lungo il fiume Arno. Forse era stata scelta questa ricorrenza religiosa perché l’insetto, dopo aver passato l’inverno sotto terra in forma uovo e poi di larva, con l’ultima muta mette le ali e “ascende” nell’aria. Tornato poi nell’erba inizia i suoi delicati concerti, strofinando le ali per suonare come una campanella d’argento. Di giorno o di sera, lo fa per attrarre una compagna e per segnare il territorio della sua breve vita di cento giorni. Quell’antica festa fiorentina attirava tutte le famiglie e ancora di più i bambini che li stanavano con un filo d’erba, poi li mettevano in gabbiette di sughero e se li portavano a casa. Una volta non si pensava all’ingiustizia di sottrarre alla loro vita naturale tanti animali e solo negli ultimi decenni lo si è proibito per legge. Il Gryllus campestris è nero, con una grande testa tonda e lunghe antenne, innocuo per le coltivazioni, mentre il Grillotalpa grillotalpa di colore bruno è molto dannoso perché scava gallerie nel terreno e mangia le radici delle piante.

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il dannoso grillotalpa – foto di Didier Descouens da Wikipedia

 

Fin dall’antichità i cinesi hanno avuto una passione per i grilli, di cui apprezzavano anche le doti di guardiani delle case e dei palazzi nelle notti d’estate, dato che si zittivano appena qualcuno, camminando nell’erba, si avvicinava con cattive intenzioni. Alla corte imperiale erano tenuti come animali da compagnia e per dare maggiore intensità al suono, si spalmava sulle loro ali la linfa di cipresso o di un particolare pino cinese.

I grilli sono dei solitari e vivono in tane singole, così i loro nobili proprietari li alloggiavano dentro raffinati terrari di ceramica o piccole zucche lagenarie, fatte crescere dentro stampi dalle forme più diverse per dare alloggio a grilli diversi. Gli stampi erano anche finemente incisi e ogni dettaglio restava poi impresso sulla zucca così impreziosita, dopo che lo stampo era stato rotto e la zucca essiccata per sei mesi, svuotata e dipinta.

Ma se c’era e c’è chi apprezza i grilli per il loro suono, molti ne preferiscono le doti di combattenti e si appassionano ad incontri molto seguiti da tifosi e scommettitori. In autunno diventa un divertimento di massa. I proprietari li portano con sé dentro gabbiette cilindriche ma curve, per tenerseli al caldo vicino al corpo.

 

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grillo del focolare – foto di Heraxoft da Wikipedia

 

Anche i giapponesi sono sempre stati estimatori di grilli e nell’altare del tempio di Suzumushi vivono grilli della specie che porta lo stesso nome.

Non dovrebbe essere difficile allevarli per dare ai giardini d’estate, il più bello dei suoni. Una coppia selvatica potrà essere ospitata in un vaso di terracotta come una pianta, nascondendovi gusci d’uovo dove i due possano rifugiarsi. Inumidire la terra, nutrirli con insalata e frutta potrà farli star bene e favorire l’espansione della famigliola.

I grilli del focolare Acheta domesticus, di colore bruno giallastro, vivono volentieri nei punti caldi delle case, ispirando la fantasia per le favole di ogni tempo. Ma occorre fare attenzione ai gatti, che li potrebbero mangiare.

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Il corbezzolo e la sua farfalla

fiori, frutti e foglie del corbezzolo

fiori, frutti e foglie del corbezzolo (Arbutus unedo)

 

Il miele amaro di corbezzolo sembra una crema, nel vasetto di vetro. Le api lo hanno elaborato in Dicembre, quando le piante sempreverdi sono cariche allo stesso tempo delle campanule dei fiori simili a mughetti e dei frutti tondi e rossi. Una minuscola goccia della linfa appena distillata dalle foglie alla luce del poco sole invernale, aspettava di essere bevuta nel fondo di ciascuno dei calici bianchi, per ricompensare gli insetti delle loro visite. Il sapore amarognolo del tannino che protegge i corbezzoli dai parassiti e anche dalle fiamme, si mescola alla dolcezza del trasparente sangue vegetale sotto la corteccia rossastra e liscia, a strisce, nelle vene sottili degli arbusti che in Sardegna diventano alberi, a forza di vivere.

Sui pendii ripidi o lungo le coste delle nostre regioni più calde, le radici profonde e nodose li hanno installati saldamente, così che hanno potuto proteggere il terreno e ridargli nuove possibilità, fertilizzandolo, inumidendolo ed evitando che franasse o venisse eroso dall’acqua. Resistono bene agli incendi e sono fra i primi a ricolonizzare i terreni dopo il passaggio delle fiamme. Sono parenti dell’erica e, come lei, vivono spesso in simbiosi coi funghi per scambiarsi sostanze nutrienti. La radica di entambe, cioè la parte nodosa alla base del fusto o nelle radici, a volte causata da tagli o da particolari accidenti dell’albero, è utilizzata per farne pipe. L’abbondante tannino serviva alla concia delle pelli. Le belle foglie seghettate hanno tante proprietà curative, che disinfettano e calmano le infiammazioni di chi sa farne buon uso. Coi frutti un poco insipidi ci si può fare vino, aceto o marmellata, se gli uccelli non li hanno mangiati tutti.

 

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dorso della ninfa del corbezzolo – foto Didier Descouens da Wikipedia

 

Una delle più belle farfalle italiane è la ninfa del corbezzolo Charaxes jasius, che quando è ancora bruco e ne mangia le foglie è di un bel verde e lo rimane anche quando si impupa e si appende ad un ramo per qualche settimana. Diventato farfalla dai bei colori e dalle codine caratteristiche, rimane vicino all’albero per succhiare il liquido zuccherino dai frutti che hanno la buccia tanto morbida da non essere un problema per la sua proboscide, chiamata spiritromba. Spesso, invece, le farfalle che si nutrono delle foglie di una pianta, se ne allontanano per nutrirsi del nettare di un’altra. I bruchi delle ninfe del corbezzolo nascono a maggio/giugno e diventano farfalle, mentre quelle di agosto/settembre passano l’inverno sotto le cortecce come larve, per trasformarsi in farfalle ad aprile/maggio. In quel periodo, però, sul corbezzolo non ci sono più frutti né fiori, che compaiono verso l’autunno. La farfalla si nutre dunque dei succhi di frutti marcescenti e, se la si vuole vedere, è possibile attirarla offrendole liquidi zuccherini con cui imbevere un pezzetto di tessuto posato su un piattino.

 Articoli sulle farfalle si trovano qui, qui  qui.

Corbezzoli monumentali si trovano a Seui (OT) e a Trieste

 

 

 

Parlare come uccelli

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canarino selvatico – foto di Jorg Hempel da wikipedia

 

Gli antichi pastori delle isole Canarie, che passavano la maggior parte del tempo in solitudine su pascoli molto distanti gli uni dagli altri, per entrare in contatto fra di loro avrebbero dovuto saper volare come gli uccelli. Ma da quelle affascinanti creature hanno imparato qualcosa più alla portata umana e quasi altrettanto efficace: il suono. Nelle lunghe giornate trascorse sui prati, in ascolto dei loro canti, modulando fischi sono riusciti ad elaborare un linguaggio potente, capace di farsi comprendere da molto lontano, indifferente agli ostacoli che limitano chi è senza ali.

Mentre gli uccelli, però, utilizzano la siringe, un sistema di cartilagini che si trova all’incirca dove noi abbiamo le corde vocali, per ottenere un risultato paragonabile al loro gli uomini hanno dovuto utilizzare la lingua e le labbra. Posizionandole in modo da poter spingere fortemente l’aria attraverso un passaggio molto stretto ma anche facilmente modellabile attraverso un dito che vi introducono, sono riusciti a creare una tale varietà di suoni, da potersi parlare in modo molto articolato, come con le parole, che sono ben quattromila.

Sull’isola di Gomera e poi sulle altre dell’arcipelago si è diffusa una nuova lingua, che è stata ritrovata anche nei Pirenei ad Aas, nel Bearn francese.

 

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isola della Gomera in una foto della NASA da Wikipedia

 

Dato che questo linguaggio è formato da vocali e consonanti, i fischi spagnoli sono diversi da quelli francesi, anche se noi non riusciremmo neppure ad accorgercene. Il sistema delle Canarie era stato ideato dall’antico popolo dei Guanchi e adattato dagli spagnoli che hanno conquistato le isole nel quindicesimo secolo. Ai pastori francesi può essere arrivato attraverso dei marinai, dato che la zona in cui sussiste ancora si affaccia sull’oceano Atlantico, in cui sono radicate quelle isole.

Negli anni sessanta del secolo scorso la ricerca del benessere economico, con l’abbandono delle campagne ha fatto quasi scomparire questo modo di comunicare, anche perché considerato retaggio di povertà e ignoranza. E’ stato rivalutato a partire dagli anni novanta, al punto che in alcune delle zone d’origine lo si insegna a scuola e all’università, conosciuto principalmente col nome di Silbo Gomero e diventato patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, che nei paesi si usa durante i festeggiamenti religiosi.

Del resto, il simbolo animale di quelle isole è il canarino, che sa gorgeggiare mirabilmente, mentre quello vegetale è la palma delle Canarie, su cui magari il piccolo uccello si posa per diffondere le sue note.

Su youtube potrete ascoltare delle dimostrazioni.

 

Pulci regali

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foto da Agricirié

 

Il 7 gennaio 1962 sul giornale L’Unità era comparso un articolo in cui si annunciava che, durante gli scavi nell’area del palazzo di Whitehall, dove aveva abitato il re Enrico VIII, erano stati trovati su resti di panno, i corpi mummificati di pidocchi e pulci il cui esoscheletro, in effetti, si mantiene bene. Sarebbe stata la prova che quanto si era detto a proposito della scarsa pulizia in quella corte, era vero. Pare anche che si utilizzassero “cani da pulci” per evitare agli ospiti di riguardo di essere molestati da quei parassiti. Si faceva dunque ai cani un buon bagno che li rendesse impeccabili, poi li si lasciavano accomodare sulle poltrone e i divani destinati ad accogliere più tardi gli illustri visitatori. I fastidiosi insetti saltavano sui cani che, dopo qualche tempo, venivano fatti sloggiare col loro pungente carico.

Un metodo più crudele pare fosse in uso nell’antico Egitto, dove cospargevano uno schiavo di latte d’asina e lo mettevano al centro di una stanza infestata dai parassiti che si affrettavano a saltare su di lui.

dal mio libro ANIMALI, FAVOLOSE STORIE VERE

Animali coltivatori

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Solanum lycocarpum – foto da pinterest-arvores.brasil.nom.br

 

Che una specie tropicale di formiche dette “tagliafoglie” fosse coltivatrice di funghi per il proprio consumo, non è una novità per chi conosce gli animali. Ma queste stesse formiche, in Brasile collaborano anche con un lupo per la coltivazione di una pianta. Il crisocione, discendente di antichi canidi, nel comportamento e nell’alimentazione ha poco in comune coi lupi più moderni, perché oltre a nutrirsi di carne, mangia una specie di grosso pomodoro, indispensabile alla sua buona salute. Non per niente la pianta è chiamata “lobeira”, che all’incirca significa “lupesca”, mentre il suo nome scientifico è Solanum lycocarpum, cioè “solanacea dai frutti del lupo”. Così come succede spesso in natura, si è creata una catena di collaborazioni fra animali e pianta per la sua coltivazione, che giova a tutti.

 

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Chrysocyon brachyurus – foto di Spencer Wright da Wikipedia.org

 

Fin dai tempi più lontani, dopo aver mangiato i frutti il lupo rilascia i suoi escrementi pieni di semi, sopra gli unici punti leggermente rialzati nella piatta prateria dall’erba alta: i nidi delle formiche tagliafoglie. Le formiche prendono i semi e li portano nei loro vivai sotterranei, come fanno con le foglie tagliate, per alimentare i funghi che coltivano. Una parte dei semi, però, invece di essere sminuzzata viene lasciata intatta e allontanata. Così la pianta può crescere e produrre frutti, di cui si nutre il lupo, che provvede poi a favorirne una nuova generazione nel modo consueto.

 

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formiche tagliafoglie – foto da Paperblog

 

 

Gli intrecci del noce del Brasile

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fiori del noce del Brasile – foto da L’angolo dell’amicizia

Nel folto delle foreste pluviali dei tropici, dove una perenne estate asseconda la foga della natura, la raffinata vita amorosa di certe api si intreccia a quella di alberi giganteschi, che con la loro chioma sovrastano gli altri, come principi. Sono i noci del Brasile, (Bertholletia excelsa) che si distinguono da lontano e rendono così più facile il percorso agli unici insetti da cui lasciano fecondare i propri fiori una volta all’anno. Il nettare e il polline dei calici color crema riuniti in gruppi, sono nascosti da un petalo a forma di cupola così ben chiuso da poter essere sollevato solo dalle api Euglosse femmine, più robuste delle api comuni. Nell’aspetto somigliano alle api comuni ma le Euglosse, oltre ad avere più forza fisica hanno compagni maschi bellissimi, dai colori vivaci e iridescenti, con cui si uniscono solo se all’avvenenza aggiungono un profumo adeguato. Per procurarselo frequentano un gran numero di orchidee, dalle quali prendono gli oli odorosi raspandoli dai petali con le zampe che terminano a spazzola. Intanto vengono impolverati di polline dai fiori, fecondati durante le peregrinazioni dei begli insetti.

 

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Euglossa maschio, detto ape orchidea, foto da Pixabay

 

Intanto, sul grande albero si formano i frutti, grossi e duri come noci di cocco, che dopo un anno sono maturi e cadono a terra. Lì solo le termiti o i roditori dai denti durissimi, gli aguti, riescono ad aprire il guscio legnoso e a toglierne le gustose noci che seppelliscono in vari nascondigli, per mangiarle quando ne sentono il bisogno. Naturalmente ne dimenticano sempre qualcuna, che può germogliare e trasformarsi in albero. In quel periodo, che è anche quello più piovoso, intere famiglie umane si trasferiscono nelle foreste per raccogliere le noci, commercializzate poi in tutto il mondo. Questo, però, ormai non avviene più senza danno, perché le esigenze della raccolta umana disturbano e alterano una natura che ha intrecciato nel tempo un’intricata rete di alleanze e reciproca dipendenza fra le varie forme di vita. Per adesso l’albero è protetto dalla legge, ma se il suo complesso sistema venisse troppo compromesso, sarebbe condannato alla sterilità e all’estinzione.

 

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frutti del noce del Brasile, foto da L’angolo dell’amicizia forumfree