Category Archives: Animali

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Torri passerere e rondonare

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passerera di villa Conti Carletti a Codogna, frazione di Grandola ed Uniti (CO)

 

Nella parte alta delle torri di alcuni castelli nel centro-nord italiano, a volte si vedono varie file sovrapposte di fori relativamente piccoli, realizzati per attirare i piccoli uccelli che in natura fanno i propri nidi nei fori degli alberi e nei paesi e città si adattano alle piccole cavità degli edifici. Le chiamano passerere o rondonare, perché spesso sono i passeri o i rondoni ad occuparle. Anche ballerine gialle, cinciallegre, codirossi, picchi muratori, storni, balestrucci, gradiscono questa soluzione per deporre e covare le uova, poi allevare i piccoli e in autunno lasciarli vuoti.

Nei giardini di certe ville si costruivano torrette passerere con l’unico scopo di attrarre i piccoli uccelli, che con la loro presenza rallegravano gli abitanti. Nei periodi ci carestia, però, i nidiacei venivano mangiati.

 

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Torre passerera in un vigneto di Villa, frazione di Gussago (BS) -
foto di Angelo Cartella da Gussago News

 

Gli ospiti più insoliti sono sempre stati i rondoni, che a forza di vivere in aria hanno quasi perso l’uso dei piedi per camminare. Per questo il nome scientifico è apus, cioè senza piedi, anche se sono molto efficaci per aggrapparsi a sporgenze verticali. Assomigliano alle rondini, ma al contrario di loro sono quasi del tutto neri e e sono parenti dei colibrì. Migrano alla fine di ogni estate verso l’Africa, per tornare a primavera da noi a fare i nidi, deporvi le uova e poi accudire i piccoli. Solo allora le loro deboli ed inefficaci zampette si posano su appigli alti, da dove possano lanciarsi, perché non potrebbero decollare da terra. Sono così veloci da non avere altri nemici che i falchi lodolai, altrettanto rapidi. Di giorno volano in alto con il becco aperto a velocità che sfiorano i duecento chilometri orari per nutrirsi di insetti o accoppiarsi e di notte restano ancora nell’aria, sfruttando le correnti calde, quando dormono con una sola metà del cervello per vigilare con l’altra, mentre salgono a grandi altezze per poi scendere lentamente, planando in grandi cerchi e ricominciare daccapo fino all’alba.

 

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rondonara del borgo vecchio di Carmagnola (TO) foto di M.Ferri

 

La passerera di villa Conti Carletti si potrà vedere in occasione di una visita ad un notevole monumento naturale qual’è il “rogolone”, quercia gigantesca di 300 anni di età. Rivolgendosi ai volontari dell’ecomuseo della Val Sanagra www.museovalsanagra.it si potrà visitare anche il museo della civiltà contadina e interessanti manufatti storici della zona.

Sul sito www.monumentivivi.it dove si possono trovare le segnalazioni di rondonare. Per gli amanti degli uccelli sarà interessante partecipare al festival dei rondoni in Italia e Svizzera www.festivaldeirondoni.info

 

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rondone – foto da brisighellaospitale.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carpe pulitrici nelle kabata giapponesi di Harie

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kabata giapponese – foto da giapponizzati.com

 

In Giappone nel Villaggio dell’Acqua Viva, (Harie, nella prefettura di Shiga), scorre un torrente d’acqua limpida di montagna fino al lago Biwa, che più a valle alimenta le risaie. Lungo il suo percorso varie sorgenti trovano uno spazio privato in ogni casa, dentro una vasca chiamata kabata, rifornita attraverso tubi e scivoli di bambù. In ciascuna nuota almeno una carpa, animale domestico molto amato dai giapponesi, nutrita con gli scarti dei vegetali e gli avanzi di cucina che le si gettano. L’acqua, però, rimane sempre limpida e pura, perché ciascun pesce mangia fino all’ultima briciola. Si potrebbe pensare che le carpe, nonostante riciclino i rifiuti, ne producano a loro volta dopo la digestione, ma quella in cui nuotano, oltre ad essere acqua corrente, mantiene sul fondo dei canali e nelle vasche le erbe che utilizzano i minerali della fanghiglia depositata e con la fotosintesi si alimentano e producono ossigeno, completando la pulizia in modo perfetto, come succede in tutti gli ecosistemi equilibrati.

 

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Harie – foto da jpninfo.com

L’acqua, fresca com’è, serve anche a conservare in ottimo stato il tofu, la frutta e la verdura che vi si immergono.

La particolarità di questo sistema di smaltimento dei rifiuti ha fatto del villaggio un’attrazione turistica che avvicina anche alla conoscenza delle carpe, grossi pesci con due barbigli sui lati della bocca, utili per trovare il cibo, smuovendo il fondale dei laghi dove vivono di solito. A Harie questo non avviene, perché il necessario al sostentamento arriva dall’alto, dalle mani dalle massaie. Loro parenti sono le colorate carpe koi, alloggiate nelle vasche dei giardini giapponesi, con un ruolo decorativo e affettivo.

 

 

Uova di tutti i colori

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uova di storno – foto da Incredibilia

 

Fino a non molti anni fa, (a volte ancora adesso), per Pasqua si evocava la resurrezione nascondendo in giardino o in casa, per farle trovare dai bambini, uova di gallina che venivano colorate facendole bollire con parti vegetali tintorie. Le uova degli uccelli, però, hanno dimensioni, forme e colori anche più fantasiosi, che le fanno sembrare dipinte da artisti. Uno dei motivi è la necessità di mimetizzarle, in modo da renderle meno individuabili dai predatori nei rari momenti in cui le madri fanno una pausa nella cova o sono obbligate ad allontanarsi. Infatti ci sono altri uccelli, topi, bisce e animali diversi che non aspettano altro per rubarle e mangiarsele. Ma ci sono anche altri motivi. Per esempio l’azzurro serve ad evitare che l’uovo assorba troppa luce e che si surriscaldi.

Azzurre sono le uova di uno degli uccelli più comuni e numerosi, che vediamo spesso frugare tra le foglie sul terreno in cerca di insetti da mangiare: il merlo, dalle penne nere quando è maschio e marrone scuro se femmina. Il suo canto che si sente già a fine inverno è fra i migliori annunci della primavera in arrivo. Anche lo storno, che conosciamo per le spettacolari evoluzioni in gruppo sopra le città, per poi posarsi sui rami degli alberi con cinguettii in grandi corali, fa uova azzurre. Dello stesso colore le uova della passera scopaiola e, fra le galline, quella araucana.

 

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uovo di cuculo, leggermente più grande e macchiato, fra uova di un altro uccello. Foto da cam.ac.ukpg

 

Altri uccelli hanno invece uova dal guscio verde, come il pettazzurro. Ma chi fa uova dal colore che imita l’altrui è la femmina del cuculo dalla pessima fama, dato che depone un solo uovo in vari nidi di uccelli di taglia molto inferiore a lei, lasciando che lo covino e poi accudiscano il figlio fino all’età adulta. Quando l’uovo si schiude, il piccolo ancora implume scaraventa fuori dal nido i fratellastri o le uova rimaste. Lo fa perché la taglia, che diventa ben presto superiore a quella dei genitori forzatamente adottivi, renderebbe loro troppo difficile nutrirlo a sufficienza. L’uovo in cui si era sviluppato, però, generalmente era di poco più voluminoso rispetto agli altri e, soprattutto, aveva lo stesso colore. La femmina cuculo, infatti, sviluppa la capacità di imitare le uova degli uccelli di cui diventa parassita e le sue discendenti mantengono la preferenza, dunque anche la tinta.

 

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uovo di uria . foto da Focus.it

 

 

L’usignolo di fiume, invece, dal canto liquido nelle notti di primavera inoltrata, è color rosso/marrone lucido. E’ una tinta che condivide con il falco pellegrino, chiamato così perché le penne della testa sono scure e simili al cappuccio che un tempo erano indossati dai pellegrini. E’ noto per essere l’uccello più veloce al mondo.

Il guscio bianco con macchie dai lunghi filamenti, come se del colore fosse stato lasciato sgocciolare sopra, lo fa l’uria, uccello bianco e nero che vive in mare aperto tranne quando cova senza nido, direttamente sulle rocce delle scogliere

Molte grandi macchie scure su un fondo bianco o beige sono quelle delle uova del piviere, migratore che in Italia dicono faccia il suo nido solo a Livigno e sui monti della Maiella,

 

 

Super animali

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rana volante – foto da National Geografic

 

Avere delle ali, per spaziare liberi ovunque come gli uccelli è certamente un desiderio umano e l’attributo che noi immaginiamo per chi ha super poteri. Ci sono animali terrestri e acquatici che hanno qualcosa di simile alle ali, anche se ai loro congeneri mancano, come avviene per la rana volante, che ha la particolarità di vivere sugli alberi e che, per potersi muovere meglio tra l’uno e l’altro non si è accontentata della sua grande abilità nel salto. Fra le lunghe dita ha teso delle membrane in modo da poter usare le estremità come piccole ali con cui planare, se non proprio volare.

Plana anche lo scoiattolo volante, che pur essendo già rapidissimo nelle sue corse e nelle arrampicate, si è dotato di una membrana fra le zampe anteriori e quelle posteriori che spalanca quando si lancia, offrendo resistenza all’aria con quello che sembra un mantello, così da compiere lunghi tratti e atterrare morbidamente.

 

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scoiattolo volante – foto da Idee Green

 

Per sfuggire ai predatori, i pesci volanti hanno vere ali in modo che, balzando fuori dall’acqua, riescono a compiere tratti piuttosto lunghi in aria prima di tornare di nuovo dentro il mare, sempre che nel frattempo gli uccelli non li abbiano afferrati per mangiarseli. Anche le mante (manta, in spagnolo significa coperta) volano servendosi degli ampi lembi che danno loro la forma romboidale.

Ci sono però alcuni pesci che, invece, hanno preferito avere zampe per camminare e arrampicarsi, come fa il pesce arboricolo delle mangrovie, che respira con le branchie quando è in acqua e coi polmoni quando si installa su di un albero per aspettare che la marea riporti l’acqua.

Un altro pesce con le mani si trova nel mare della Tasmania e gli servono per camminare sul fondale dove troverebbe di che nutrirsi.

 

 

Profumi animali – seconda puntata

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capodoglio – foto da aulascienze.scuola.zanichielli.it

 

Sulle coste dell’oceano Atlantico capita di vedere masse grigiastre grosse come palloni da calcio, che galleggiano e poi si arenano. Sono fatte di una sostanza cerosa e profumano di terra o di legno. Eppure, appena espulse dai capodogli che continuamente lo producono, puzzano come ovvio, essendo passate nel loro intestino per proteggerlo dalle ferite, che i becchi dei calamari giganti di cui si nutrono, potrebbero infliggere. Il sale e l’aria, però, ossidando quei resti ne cambiano a tal punto l’odore, da renderlo attraente per noi ed indispensabile nel fissare e migliorare i profumi che indossiamo. Si chiama ambra grigia ed un tempo si credeva che fosse afrodisiaca, ricostituente, utile ad allontanare da sé il contagio delle pestilenze. Ancor oggi è usata per dare un particolare sapore a liquori e cioccolato ma, rara e costosa com’è, in profumeria è spesso sostituita da un prodotto sintetico che la imita. Il nome la accomuna odorosamente all’ambra gialla, la resina fossile con cui si fanno i gioielli e che si è sempre usata anche come incenso.

 

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Aromia moschata, foto da Wikipedia

 

 

Dal capodoglio viene un’altra sostanza cerosa e profumata, che col calore diventa oleosa: lo spermaceti. Nonostante si trovi nella testa, in passato lo si era creduto sperma e questo nome è rimasto. È invece una materia che pare serva a facilitare l’immersione in profondità e le eco-localizzazioni. Ha profumo gradevole ed è piacevole da toccare. Per questo era usato nei cosmetici e nei tanti impieghi possibili per una sostanza molto lubrificante, che brucia bene. Il nome del più grande mammifero marino coi denti è dovuto proprio all’olio che occupa buona parte della sua voluminosa testa. Preferisce vivere in zone calde e temperate, ma i grossi maschi passano diverso tempo anche vicino ai poli, dove l’acqua più fredda e ricca di ossigeno, offre maggior cibo.

C’è infine un coleottero dall’esoscheletro verde blu iridescente, l’Aromia moschata, che ha un odore di muschio e, quando era di moda fiutare il tabacco nei secoli scorsi, lo si alloggiava nelle tabacchiere perché le profumasse.

La prima puntata di questo articolo si trova qui

 

 

 

Profumi animali (prima parte)

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zibetto africano Civettis civetta – foto da Wikipedia – Rostov on Don Zoo

 

Lo zibetto Civettis civetta è un mammifero africano che emette un particolare odore dalle ghiandole perianali per attirare le femmine. Da secoli questa sostanza viene utilizzata dagli umani nei profumi.

Lo zibetto asiatico delle palme Paradoxus ermaphroditus compie qualcos’altro che ha a che fare con l’aroma. Mangia bacche di caffè, di cui digerisce la polpa ma espelle i semi con le feci. Questo procedimento dà ai semi un gusto molto ricercato, che dicono simile al cacao, tanto che dopo il lavaggio e il trattamento adatto a farne una bevanda per gli umani, viene venduto a prezzi elevatissimi. Purtroppo la commercializzazione su larga scala di questa pregiata bevanda indonesiana chiamata Kopi Luwak, comporta la cattura dei poveri animali che vengono tenuti in cattività e nutriti in modo esagerato con le bacche.

 

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frutti di caffè di cui alcuni mostrano i semi – foto da inerboristeria.com

 

A parte il deprecabile maltrattamento degli animali, non stupisca l’uso dei semi passati nel loro intestino. Anche quelli di Argan (Argania spinosa), da cui in Marocco si ottiene il pregiatissimo olio, compiono lo stesso percorso attraverso le capre che salgono addirittura sui rami degli alberi di argan, simili ai nostri olivi. Pare però che adesso questa pratica sia in disuso.

Il castoreo è una sostanza oleosa che secernono i castori per impermeabilizzare la pelliccia e marcare il territorio. In profumeria ha largo impiego.

 

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Moschus moschiferus – foto da Zoo chat

 

Ad un daino asiatico, il Moschus moschiferus che vive in alta montagna, hanno dato il nome che ricorda il suo cibo preferito: il muschio. Lo stacca dalle rocce, dalla terra e dagli alberi utilizzando due buffe zanne. Ciò che lo ha reso celebre nel mondo, ma al tempo stesso lo ha sempre messo in pericolo, sono due ghiandole pelose che ha sulla pancia e che producono palline molto profumate. Lui le dissemina nel suo territorio per marcarlo, allontanare i rivali e attrarre le femmine. Anche gli esseri umani, però, lo trovano irresistibile e fin dai tempi antichi, una volta l’anno vanno nei boschi per raccogliere i grani da terra e usarli anche come medicinali. Già ai tempi del viaggio di Marco Polo in Kashmir, l’animale era protetto dalla caccia, troppo spesso fatta per prendergli le ghiandole. L’odore è talmente forte da passare attraverso i recipienti che servono a conservarlo. In grande quantità sembra sgradevole, ma un grano è percepito come delizioso e basta per fare una boccetta di profumo

La quantità determina la qualità e questo vale per ogni aspetto della vita.

 

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Gatti guardiani di museo

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gatti da sgattoshop.com

 

Nel diciottesimo secolo l’imperatrice Caterina II di Russia aveva esposto in quello che allora era “il palazzo d’inverno” a San Pietroburgo, duecentoventi quadri di artisti olandesi e fiamminghi, acquisiti grazie alla mediazione dei suoi rappresentanti a Berlino. La preziosa collezione rischiava però di essere visitata troppo liberamente dai topi, che nelle sale solitarie di quello che è stato chiamato “Hermitage” avrebbero potuto danneggiarla. Dentro il grande palazzo tutto di legno c’erano da tempo molti gatti di guardia, voluti già dall’imperatrice Elisabetta. Caterina La Grande aveva però organizzato e legalizzato la loro presenza come incaricati ufficiali nella guerra agli sfacciati roditori. Le truppe feline erano state suddivise in gruppi per gli interni e altri per il giardino, in modo che il pattugliamento fosse capillare. Per ciascuno c’era un documento di identificazione, in modo che potesse essere riconosciuto e protetto dai servitori, incaricati delle cure necessarie allo svolgimento corretto del lavoro.

 

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museo dell’Hermitage – foto da Kontrokultura

 

Il piccolo esercito si è mantenuto da allora intorno alla sessantina di membri, numero che non va superato perché nelle gerarchie gattesche il controllo viene esercitato dai più alti in grado entro questi limiti. L’unico periodo in cui al museo è mancata la loro collaborazione è stato durante l’ultima guerra mondiale, quando San Pietroburgo, che si chiamava Leningrado, sotto l’assedio tedesco era stata ridotta alla fame e i gatti erano serviti a ridurla finendo in pentola. Il risultato era stato però un’invasione di topi. Tornata la pace i felini erano stati reintegrati ma in numero eccessivo, che aveva causato una decisione drastica nei loro confronti, con le previste conseguenze sulla popolazione roditrice. Da allora non si è più commesso un simile errore e gli eleganti felini sono così popolari presso il museo, che il 28 marzo di ogni anno li si festeggia. La strada di lato allo storico edificio ha una segnaletica speciale che invita gli automobilisti a fare attenzione a loro che, purtroppo, ogni tanto sono vittime di incidenti.

 

Antarctica: l’istinto di sopravvivenza dei cani da slitta

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Film di Koreyoshi Kurahara del 1983 con musica di Vangelis. E’ una storia vera che inizia quando i componenti della seconda spedizione dell’Anno Geofisico Internazionale del 1957, non riescono a raggiungere la postazione appena lasciata da quelli del primo turno perché, nonostante sia ancora estate, le condizioni meteo molto negative lo impediscono. I quindici cani da slitta che hanno contribuito al successo di tante operazioni, per sicurezza sono incatenati all’esterno dagli scienziati appena partiti, senza immaginare che nessuno li può più raggiungere per liberarli, nutrirli e accudirli. Dopo molti tentativi, otto di loro riescono a togliersi il collare o rompere la catena e ad andare in cerca di cibo. L’istinto lupesco che accomuna tutti i cani, in quelli da slitta abituati ad una vita dura è riemerso per assecondare l’istinto di sopravvivenza che li guida nella caccia. Ma l’impresa è comunque difficilissima e alla fine dell’inverno solo i due fratelli Taro e Jiro, nati in Antartide, probabilmente anche grazie alla solidarietà parentale che li unisce, sono ancora vivi. Tornati alla base dove i membri della prima spedizione sono a loro volta rientrati, nella speranza che i cani si siano salvati, li hanno ritrovati con gioia. Il rimorso per averli anche se involontariamente abbandonati è stato un grande tormento, che ha spinto uno dei tre scienziati a dimettersi e poi a tornare.

 Un altro bel film su animali in rapporto con gli umani è L’orso

 Un film interessante sugli elementi naturali e l’uomo è Kon Tiki

Cento film che aiutano a capire l’animo umano sono a questa pagina

 

Ebbrezza animale

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funghi allucinogeni di Amanita muscaria – foto da zamnesia.com

 

L’ebbrezza che viene dall’alcol o dalle droghe, piace anche agli animali. Quando la frutta fermenta, i suoi succhi si trasformano in alcol e nei punti dove è ancora appesa ai rami oppure è caduta, gli animali la consumano, trovando l’esperienza così piacevole da farne un’abitudine.

Del resto, ricci e lumache sono attratti dalla birra che viene messa in piccoli recipienti aperti negli orti, come trappola.

In Italia si sa che la bella falena Charaxes jasius si nutre del succo, spesso fermentato, dei frutti di corbezzolo, l’arbusto da cui viene ospitata quando è bruco e anche dopo aver messo le ali. (vedi articolo)

Sempre in Italia pare che i semi di canapa indiana, la pianta da cui si ricava l’hashish, siano dati ai canarini, per renderli più loquaci.

La Nepeta cataria, detta anche erba gatta, da non confondere con l’erba gatta filiforme, fra gli effetti benefici sulla salute dei gatti scatena anche una certa euforia.

Il nettare di datura, la bella pianta allucinogena dai grandi fiori bianchi a forma di tromba, pare sia molto gradito dalle sfingi, un particolare tipo di falene.

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agrifoglio californiano

 

Nei paesi nordici è noto che le renne si droghino mangiando i funghi allucinogeni dal bel cappello rosso con puntini bianchi Amanita muscaria. Il nome viene dalle mosche che ne succhiano gli umori per “volare” con maggior diletto.

I pettirossi americani Turdus migratorius si inebriano invece con le bacche dell’agrifoglio californiano Heteromeles arbutifolia detto toyon, con cui i nativi americani fanno un sidro.

I colombi rosa delle isole Mauritius si ubriacano con varie bacche e diversi tipi di uccelli mangiano i semi di papavero da oppio.

L’eucalipto che è il cibo esclusivo dei koala pare abbia anche un effetto inebriante.

I semi allucinogeni dell’ipomea violacea sono invece ciò che diletta i topi.

Notissime sono le solenni ubriacature che si prendono le scimmie, gli elefanti, le giraffe e molti altri animali delle savane africane con i frutti di marula, (vedi articolo) ma anche con le noci di palma borasso e col durian.

 

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Farfalle: voli senza limite

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Farfalla su fiori di buddleja – foto da giardinaggio.it

 

La particolarità dei bruchi, di chiudersi in bozzoli e crisalidi per trasformarsi in creature alate, è stata sfruttata da noi umani per far nascere farfalle anche in luoghi lontanissimi da quelli in cui sono state deposte le uova. Le pupe vengono adagiate su strati di bambagia dentro delle scatole e spedite ovunque nel mondo agli allevatori e ai semplici appassionati, da cui vengono messe nell’ambiente in cui poi sfarfallano.

A breve distanza è possibile anche comperare farfalle vive, custodite con le ali chiuse per alcune ore in buste che si aprono in occasione di matrimoni o altre feste, liberandole per vederle volare via.

Le farfalle Monarca, invece, viaggiano in enormi sciami per migliaia di chilometri dal Canada al Messico per svernare ogni anno.

Le Sfingi Testa di Morto risalgono in estate dall’Africa verso l’Europa, in cerca di un clima più fresco.

 

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buddleja davidii – foto da giardinaggio.it

 

Un giardino visitato delle farfalle ha un fascino superiore a qualsiasi altro. Se non si ha la fortuna di vederle arrivare spontaneamente, occorre predisporre il necessario perché possano installarsi, ricordando che nella prima parte della loro vita sono bruchi mangiatori di foglie di determinate piante e, una volta messe le ali, ricercano il nettare di altre.

Senza un grande giardino dove i bruchi possano nutrirsi senza fare danni vistosi alle piante, bisognerà attirare solo le farfalle che, tutte quante, trovano irresistibile la bella e profumata buddleja, importata in Europa dall’Asia a fine ottocento come arbusto ornamentale e per consolidare i pendii delle ferrovie, impedendo le frane. Ha infatti radici profonde e robuste, resiste al freddo e alla siccità. E’ diventata infestante non solo per queste sue virtù, ma anche perché i suoi numerosissimi fiorellini riuniti in lunghe e dense pannocchie, producono una quantità enorme di minuscoli semi che si disperdono facilmente. E’ necessario dunque tenerla a bada per non lasciarle invadere il vicinato, ma le si sarà riconoscenti per la fioritura durante tutta l’estate, il delicato profumo, i bei colori e le tante farfalle che, visitando lei, rallegreranno anche noi. Un piacevole contrasto di colore lo darà il camedrio, dalle foglioline vellutate color argento e i piccoli fiori lilla, che piacciono alla grande e bella farfalla Macaone.

 

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camedrio -Teucrium fructicans- foto da actaplanctarum.it

 

Altri articoli sulle farfalle si trovano qui.

 

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Serenate di grilli

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grillo campestre – foto da Pro Natura

 

Per la festa dell’Ascensione, all’inizio di maggio, a Firenze era tradizione celebrare la Festa del Grillo nel Parco delle Cascine, lungo il fiume Arno. Forse era stata scelta questa ricorrenza religiosa perché l’insetto, dopo aver passato l’inverno sotto terra in forma uovo e poi di larva, con l’ultima muta mette le ali e “ascende” nell’aria. Tornato poi nell’erba inizia i suoi delicati concerti, strofinando le ali per suonare come una campanella d’argento. Di giorno o di sera, lo fa per attrarre una compagna e per segnare il territorio della sua breve vita di cento giorni. Quell’antica festa fiorentina attirava tutte le famiglie e ancora di più i bambini che li stanavano con un filo d’erba, poi li mettevano in gabbiette di sughero e se li portavano a casa. Una volta non si pensava all’ingiustizia di sottrarre alla loro vita naturale tanti animali e solo negli ultimi decenni lo si è proibito per legge. Il Gryllus campestris è nero, con una grande testa tonda e lunghe antenne, innocuo per le coltivazioni, mentre il Grillotalpa grillotalpa di colore bruno è molto dannoso perché scava gallerie nel terreno e mangia le radici delle piante.

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il dannoso grillotalpa – foto di Didier Descouens da Wikipedia

 

Fin dall’antichità i cinesi hanno avuto una passione per i grilli, di cui apprezzavano anche le doti di guardiani delle case e dei palazzi nelle notti d’estate, dato che si zittivano appena qualcuno, camminando nell’erba, si avvicinava con cattive intenzioni. Alla corte imperiale erano tenuti come animali da compagnia e per dare maggiore intensità al suono, si spalmava sulle loro ali la linfa di cipresso o di un particolare pino cinese.

I grilli sono dei solitari e vivono in tane singole, così i loro nobili proprietari li alloggiavano dentro raffinati terrari di ceramica o piccole zucche lagenarie, fatte crescere dentro stampi dalle forme più diverse per dare alloggio a grilli diversi. Gli stampi erano anche finemente incisi e ogni dettaglio restava poi impresso sulla zucca così impreziosita, dopo che lo stampo era stato rotto e la zucca essiccata per sei mesi, svuotata e dipinta.

Ma se c’era e c’è chi apprezza i grilli per il loro suono, molti ne preferiscono le doti di combattenti e si appassionano ad incontri molto seguiti da tifosi e scommettitori. In autunno diventa un divertimento di massa. I proprietari li portano con sé dentro gabbiette cilindriche ma curve, per tenerseli al caldo vicino al corpo.

 

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grillo del focolare – foto di Heraxoft da Wikipedia

 

Anche i giapponesi sono sempre stati estimatori di grilli e nell’altare del tempio di Suzumushi vivono grilli della specie che porta lo stesso nome.

Non dovrebbe essere difficile allevarli per dare ai giardini d’estate, il più bello dei suoni. Una coppia selvatica potrà essere ospitata in un vaso di terracotta come una pianta, nascondendovi gusci d’uovo dove i due possano rifugiarsi. Inumidire la terra, nutrirli con insalata e frutta potrà farli star bene e favorire l’espansione della famigliola.

I grilli del focolare Acheta domesticus, di colore bruno giallastro, vivono volentieri nei punti caldi delle case, ispirando la fantasia per le favole di ogni tempo. Ma occorre fare attenzione ai gatti, che li potrebbero mangiare.

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Il corbezzolo e la sua farfalla

fiori, frutti e foglie del corbezzolo

fiori, frutti e foglie del corbezzolo (Arbutus unedo)

 

Il miele amaro di corbezzolo sembra una crema, nel vasetto di vetro. Le api lo hanno elaborato in Dicembre, quando le piante sempreverdi sono cariche allo stesso tempo delle campanule dei fiori simili a mughetti e dei frutti tondi e rossi. Una minuscola goccia della linfa appena distillata dalle foglie alla luce del poco sole invernale, aspettava di essere bevuta nel fondo di ciascuno dei calici bianchi, per ricompensare gli insetti delle loro visite. Il sapore amarognolo del tannino che protegge i corbezzoli dai parassiti e anche dalle fiamme, si mescola alla dolcezza del trasparente sangue vegetale sotto la corteccia rossastra e liscia, a strisce, nelle vene sottili degli arbusti che in Sardegna diventano alberi, a forza di vivere.

Sui pendii ripidi o lungo le coste delle nostre regioni più calde, le radici profonde e nodose li hanno installati saldamente, così che hanno potuto proteggere il terreno e ridargli nuove possibilità, fertilizzandolo, inumidendolo ed evitando che franasse o venisse eroso dall’acqua. Resistono bene agli incendi e sono fra i primi a ricolonizzare i terreni dopo il passaggio delle fiamme. Sono parenti dell’erica e, come lei, vivono spesso in simbiosi coi funghi per scambiarsi sostanze nutrienti. La radica di entambe, cioè la parte nodosa alla base del fusto o nelle radici, a volte causata da tagli o da particolari accidenti dell’albero, è utilizzata per farne pipe. L’abbondante tannino serviva alla concia delle pelli. Le belle foglie seghettate hanno tante proprietà curative, che disinfettano e calmano le infiammazioni di chi sa farne buon uso. Coi frutti un poco insipidi ci si può fare vino, aceto o marmellata, se gli uccelli non li hanno mangiati tutti.

 

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dorso della ninfa del corbezzolo – foto Didier Descouens da Wikipedia

 

Una delle più belle farfalle italiane è la ninfa del corbezzolo Charaxes jasius, che quando è ancora bruco e ne mangia le foglie è di un bel verde e lo rimane anche quando si impupa e si appende ad un ramo per qualche settimana. Diventato farfalla dai bei colori e dalle codine caratteristiche, rimane vicino all’albero per succhiare il liquido zuccherino dai frutti che hanno la buccia tanto morbida da non essere un problema per la sua proboscide, chiamata spiritromba. Spesso, invece, le farfalle che si nutrono delle foglie di una pianta, se ne allontanano per nutrirsi del nettare di un’altra. I bruchi delle ninfe del corbezzolo nascono a maggio/giugno e diventano farfalle, mentre quelle di agosto/settembre passano l’inverno sotto le cortecce come larve, per trasformarsi in farfalle ad aprile/maggio. In quel periodo, però, sul corbezzolo non ci sono più frutti né fiori, che compaiono verso l’autunno. La farfalla si nutre dunque dei succhi di frutti marcescenti e, se la si vuole vedere, è possibile attirarla offrendole liquidi zuccherini con cui imbevere un pezzetto di tessuto posato su un piattino.

 Articoli sulle farfalle si trovano qui, qui  qui.

Corbezzoli monumentali si trovano a Seui (OT) e a Trieste

 

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