Category Archives: Soluzioni naturali

INDICE DEGLI ARTICOL CHE TROVERETE ALLA FINE DI QUESTO ELENCO: I tropici nelle serre tropicali padovane…..Come un territorio fertile si trasforma in deserto e viceversa …..Torba: dalle piante per le piante e per noi……..Quando la natura disegna e dipinge ….La straordinaria autonomia delle piante…….Carpe pulitrici nelle kabata giapponesi di Harie…..Deserto bianco,….. Batteri minatori,….. Yukitsuri, per proteggere gli alberi dalla neve,….. I benefici della fermentazione, …..Orti dipinti a Firenze,….. Pantelleria: il principe arancio di Donnafugata, ……la ghiacciaia di via modenese (PT),….. Il museo dell’acqua di Siena,….. I batteri riscaldano meglio delle batterie, ….. La scoperta dell’acqua fredda (idroterapia),….. I maestri d’acqua, ….. Aria condizionata naturale, ….. Fito-depurazione, …..   Il pulito che sporca, ….. Trasporti collettivi, ….. Case di terra e tetti d’erba, …..Parcheggi verdi,….. Rifiuti organici convertiti, ….. Passi energetici. ….. Impianti fotovoltaici in multi-proprietà. ….. Orti in casa…… I colori vegetali sono ben più che colori. …..    Centrali idroelettriche senza dighe

I tropici nelle serre avveniristiche dell’Orto Botanico padovano

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loto blu dell’Egitto

 

L’orto botanico più antico d’Italia e del mondo, fondato nel 1545, dal 2015 ha affiancato al suo impianto tradizionale e sempre molto bello, uno modernissimo nell’aspetto, nel funzionamento e nella capacità di coinvolgere il pubblico. Una serra lunga cento metri e alta 18 è suddivisa in 5 parti che ospitano piante dalle varie parti del mondo, di cui si sono ricreati i climi: nel settore più grande la temperatura all’interno è alta quanto l’umidità, per quelle tropicali. E’ caldo anche il secondo, dove agli alberi esotici si sono aggiunte grandi vasche con piante acquatiche. Nel terzo settore la temperatura è mite come nel quarto dove si trova la flora mediterranea, mentre l’ultima sezione è arida per mettere a loro agio le piante più frugali. L’utilizzo ottimale della luce solare, il recupero e l’utilizzo dell’acqua piovana, la purificazione dell’aria esterna e interna per mezzo di nano-tecnologie applicate alle pareti, l’autonomia energetica con pannelli fotovoltaici, fanno del loro meglio per riprodurre il modo di vita delle piante che in libertà hanno il contributo degli animali. Parte di quello che di solito fanno i vermi, le formiche, le api, le farfalle, i colibrì, i pipistrelli e una miriade di altri, qui è opera dei giardinieri. Non ci sono zanzare né serpenti né altri pericoli, ma neppure gli impollinatori indispensabili a trasformare i fiori in frutti. E’ dunque di nuovo la mano umana che provvede a inserire il polline negli ovuli femminili. A ragione l’avveniristica serra si chiama “Giardino della Biodiversità” e l’Unesco l’ha aggiunta al già ricco patrimonio della nostra specie.

 

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Heliconia rostrata

 

I visitatori possono immergersi per un tempo scelto, nell’atmosfera entusiasmante della scoperta che devono aver provato gli appassionati botanici di qualche secolo fa in Paesi lontani, senza subirne i disagi. Ad inebriarli con qualche goccia dell’affascinante sapere della vita vegetale, qui provvedono i pannelli esplicativi e a riconoscere piante di cui hanno sentito parlare si fanno carico, anche se non sempre, i cartellini infilati nel terreno. Che meraviglia vedere l’Albero del Viaggiatore del Madagascar o il Banano selvatico nelle dimensioni originarie! Riconoscere la bellezza da uccello dell’Heliconia, i fiori profumati del Frangipane, le grandissime foglie dell’Albero del pane e quelle simili a capelli della Casuarina.

 

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giovane albero del pane

 

Un’alta siepe e il canale Alicorno separano le forme moderne di porgere la conoscenza da quelle tradizionali, nel giardino circolare cinquecentesco che racchiude al suo interno il quadrato, a sua volta suddiviso in quattro sezioni con aiole geometriche dove hanno dimora piante ornamentali e alimentari, curative e tintorie, che si giovano della presenza dei grandi alberi tutt’intorno per ripararsi dagli eccessi del clima. Fontane e vasche, grandi vasi e statue mantengono l’atmosfera che doveva avere in origine quello che era chiamato “Orto dei semplici” e riforniva di erbe curative gli speziali e quindi i medici. La statua che rappresenta il sapiente e saggio re Salomone, voleva essere la garanzia di un loro giusto impiego.

 

 

Come un territorio fertile si trasforma in deserto e ritorno

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Albero di Neem – foto da Popolis.it

 

Le coltivazioni intensive, che si estendono su grandi spazi da cui si eliminano alberi e siepi, richiedono sempre più acqua per le irrigazioni, che evaporando intensamente lascia nel terreno molti sali, rendendolo sempre più sterile. Si aggiungono più concimi, pesticidi e acqua prelevata dalle falde, che si abbassano mettendo in difficoltà tutta la vegetazione anche fuori dai campi. Muoiono alberi e piante varie, insieme ai tanti piccoli animali che avevano contribuito alla buona salute dei terreni. Aumenta l’inquinamento dell’acqua e del suolo. Il terreno viene abbandonato e tutta la zona comincia la sua trasformazione in deserto.

Questo destino tocca anche i luoghi dove viene fatto un disboscamento selvaggio e dove gli erbivori sfruttano eccessivamente le poche presenze vegetali.

Con l’innalzamento della temperatura e il comportamento più estremo del clima, le condizioni peggiorano.

Anche in Italia sta succedendo, col contributo della continua cementificazione per costruzioni spesso inutili, dell’inquinamento, dei consumi superflui. Dai Paesi più poveri arrivano da noi sempre più immigrati, che fuggono dalla fame causata anche da queste condizioni.

 

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Tu’rat – foto da zic.it

 

Invertire il cammino del deserto è una buona strada per fermare i guai del mondo e da anni si sta realizzando una riforestazione chiamata Muraglia Verde nell’Africa Subsahariana, ma anche in Cina e nei tanti luoghi degradati dalla mancanza di senso della misura degli uomini.

Coinvolgendo le comunità locali e utilizzando tecniche antiche si stanno piantando alberi adatti alle condizioni più difficili, che difendono il suolo dal sole eccessivo, proteggono le colture, richiamano i piccoli animali utili alla buona salute dei terreni. Ci sono anche singole persone che da anni lavorano da sole a questo scopo. Ecco qui di seguito come.

Prima di tutto occorre scegliere gli alberi giusti, vale a dire quelli più resistenti alle condizioni estreme, come le acacie, la balanite, il giuggiolo della Mauritania, il tamarindo, il neem, la casuarina, la tamerice. Hanno radici che penetrano per decine di metri nel sottosuolo per trovare l’acqua necessaria, ma quando sono piccole hanno bisogno di aiuto.

Vanno messe a dimora all’inizio delle stagione delle piogge, ad esempio con la tecnica zai: si scavano tante buche di 25 cm di diametro e 20 di profondità, distanti 90 cm, mettendo sul fondo una manciata di compost che migliora il terreno e lo aiuta a trattenere l’umidità. Quindi si aggiunge uno o più semi. Quando piove, l’acqua riempie la buca, privilegiandola rispetto al resto del terreno e rendendo così necessaria una quantità molto inferiore rispetto ad un terreno lasciato com’è. Per aiutare il procedimento, si fanno dei cordoni con zolle di terra ricca di sedimenti, che trattengono ulteriormente l’acqua e rilasciano i nutrienti.

 

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mezzelune – foto da Cesvi.it

 

Un sistema analogo è quella della demi-lune (mezza luna). Appena prima delle piogge si ara la terra in forma di mezzaluna di circa tre metri di lunghezza e 20 centimetri di profondità e nella terra smossa si seppellisce del compost o letame maturo e le piante. Il cordone di terra rialzata, quando piove trattiene l’acqua, mentre gli insetti e i vermi favoriti dal concime scavano una serie di gallerie, disseminandolo al tempo stesso sotto terra e facendo così penetrare l’acqua in profondità.

Dove ci sono molti sassi calcarei si può costruire dei Tu’rat, mezzalune di qualche metro di lunghezza e mezzo di altezza al centro, per far condensare l’umidità notturna dell’aria fra le pietre, che poi percola nel terreno e disseta le piante, proteggendole anche dal vento, contro cui sono rivolte.

Dove ci sono più soldi, come in Arabia Saudita, si piantano alberi in uno spazio protetto da vaschette di cartone modellato in modo adatto a proteggere la pianticella, da riempire poi con acqua che filtra verso le radici. Comunque il terreno dove si è messa a dimora una piantina va sempre schermato con una pacciamatura di paglia, corteccia o altro, per evitare l’evaporazione dell’acqua e la crescita di erbe che ruberebbero il necessario all’alberello. Latecnica chiamata permacoltura è molto consigliata per rendere le piante autonome anche in condizioni difficili.

 

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ciambella biodegradabile prodotta da Land Life – foto da La Stampa

 

Un mio articolo sugli alberi contro il dissesto idrogeologico si trova qui con vari collegamenti ad altri articoli come quello sugli alberi che frenano il deserto

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Torba: dalle piante per le piante e per noi

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casa di torba – foto da Meteo Web

 

Sulle rocce che avevano ospitato le prime forme di vita fuori dal mare si aggrappavano i muschi, poi gli equiseti, le felci e altre piante primitive, aprendo la strada alle tante altre. Molto più tardi, quando le loro discendenti venivano sommerse dall’acqua in depressioni del terreno, sprofondavano e si accumulavano senza più contatti con l’ossigeno, coperte dal fango. In climi temperati o freddi, che rallentano il metabolismo, si innescava la trasformazione che nel corso di milioni di anni le avrebbe portate a farsi carbone e, alla fine, grafite. Nei primi mille anni diventavano torba, porosa e intrisa d’acqua, che manteneva quella condizione per altri novemila, prima di farsi lignite e su cui si adagiava, strato dopo strato, un materasso di terreno asciutto. Gli alberi e le altre piante che avevano avuto la fortuna di trovare spazio proprio al di sopra, si erano giovati delle condizioni ideali per prosperare su un suolo leggero, ben drenato e fertile grazie alla presenza di tanti minerali.

Oggi la torba è molto usata nel giardinaggio, in parte come fertilizzante ma soprattutto come ammendante del terreno, che consente ai vegetali una migliore respirazione delle radici e un più efficace drenaggio dell’acqua. Purtroppo il suo impiego comporta la distruzione di ambienti fondamentali per la biodiversità e dunque è bene impiegare altri materiali.

 

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estrazione della torba in Irlanda – foto da National Geographic

 

Le coltivazioni di ortaggi e piante alimentari di ogni genere per il consumo umano, hanno sempre incontrato il luogo ideale per svilupparsi al di sopra di questi giacimenti, che in parte erano riservati all’estrazione di torba da essiccare e usare come combustibile, anche se poco calorifico. Questo avveniva soprattutto dove gli alberi scarseggiavano a causa del vento, del clima troppo rigido, delle guerre, di un impiego smodato del legno per la costruzione di navi, case, mobili e un’infinità di altri manufatti, oppure per farne pascoli. Data la tendenza a produrre molto fumo, la torba era servita e serve ancora per affumicare il pesce o il malto destinato alla birra, caratteristico della Scozia. Nei paesi nordici e principalmente in Islanda, le grandi doti isolanti della torba l’avevano fatta utilizzare in zolle sovrapposte le une alle altre, nella costruzione di casette basse (di probabile origine vichinga) con una sola porta e una finestrella in facciata, per il resto completamente rivestite di terra ed erba, proteggendo l’interno in modo eccellente dal vento e dalle rigide temperature. Un simile tipo di abitazione, adesso protetto dall’Unesco, ha ispirato una nuova interpretazione ecologica dell’edilizia, molto suggestiva e confortevole, adatta ai nostri gusti. (vedere l’articolo Case di terra e tetti d’erba).

 

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fusticino di sfagno, uno dei muschi
più frequenti nella torba -
foto da Wikipedia di Denis Barthel

 

Nelle zone umide in cui confluivano torrenti di montagna i Vichinghi cercavano il ferro per forgiare le spade, perché in ambienti di elevata acidità come quelli, una reazione chimica particolare formava noduli di ferro all’interno della torba, che veniva estratta dai giacimenti usando uno speciale coltello. Ogni vent’anni circa si poteva fare una nuova raccolta.

In Austria, Germania, Olanda, Irlanda, Islanda ci sono vaste torbiere, ma anche in Italia nelle zone paludose dei fiumi fino a quelle del Tevere, oppure in montagna, al limite delle zone di neve perenne, si trova la torba che può essere chiara perché più giovane, acida e derivata principalmente dai muschi. Man mano che scurisce rivela una sua più avanzata decomposizione e la presenza di altri vegetali.

 

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Quando la natura disegna e dipinge

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pietra paesina – foto di gipierlu da Wikipedia

 

Nei dintorni di Firenze ed in qualche altra zona della Toscana, si trova un tipo di pietra sedimentaria chiamata alberese, che sembra dipinta da pittori di paesaggi. Invece, è opera della natura su calcare compatto, misto ad argilla. Le infiltrazioni d’acqua nel materiale ossidano il ferro che vi si trova, colorando delle zone in rossastro. Il magnesio viene sostituito con calcio e la calcite cola nelle fratture, creando disegni di grande bellezza.

In grigio chiaro risulta il calcare, rossastro-marrone è il colore degli ossidi di ferro, nero è quello del manganese e azzurro è quello dell’argilla.

 

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dendrite – foto di Mark A Wilson da Wikipedia

 

Stupefacente è anche ciò che avviene nelle rocce calcaree dove si insinua l’ossido di manganese, che prende forme talmente simili a felci o comunque a dei vegetali (formazioni dendritiche) da far credere che si tratti di fossili. In passato anche gli esperti sono stati tratti in inganno da simili formazioni, che si possono osservare a volte anche quando due vernici allo stato liquido si incontrano su uno stesso piano in uno strato sottile, oppure nella pittura ad acquerello, quando in una carta con il giusto grado di umidità, un colore penetra in un altro formando rami, foglie, effetti boschivi. Spettacolari effetti del genere si possono vedere sui vetri ghiacciati in inverno o nei fiocchi di neve.

Inganni vengono prodotti anche dalla marcasite, che si può disporre in cerchi concentrici del tutto simili agli anelli di crescita degli alberi.

 

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figura di Chladni – foto da Focus.it

 

Del resto, anche la polvere e la sabbia su una superficie asciutta, oppure sul fondo di un recipiente con acqua pulita, si può disporre formando disegni anche molto complessi ma simmetrici, semplicemente per effetto delle vibrazioni del suono, che si espande in onde. Sono le “”figure di Chladni” dal nome di chi le ha studiate e catalogate con particolare attenzione. Nei musei di storia della scienza ci sono le piastre con cui fare le dimostrazioni, che si possono fare anche in casa, seguendo determinate istruzioni.

 

 

 

 

 

 

 

La straordinaria autonomia delle piante

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opera di Sandro Bolpagni nel Giardino Heller a Gardone Riviera (BS)

 

Le piante sono gli esseri viventi a cui tutti noi umani e animali siamo maggiormente debitori mentre loro, senza il nostro intervento sanno trovare la sistemazione più opportuna perché non pesano sulle altre forme di vita, grazie ad una straordinaria autonomia.

Il primo passo nel constatarla era stato fatto nel seicento, quando il chimico e filosofo belga Jan Baptista Van Helmont, aveva messo in un grande vaso un salice, limitandosi ad annaffiarlo per cinque anni, durante i quali la pianta era aumentata di settantacinque chili di peso, mentre alla terra che la sosteneva mancavano solamente sessanta grammi. Era ormai chiaro che i vegetali, per nutrirsi non consumano affatto il suolo, come si era creduto fino ad allora ma, attraverso le foglie, ricavano dall’aria le sostanze necessarie, (principalmente anidride carbonica) che diluiscono nell’acqua succhiata dalle radici coi suoi minerali, trasformandola in dolce linfa, che corrisponde al nostro sangue.

C’erano voluti quasi altri cent’anni per scoprire che le piante rigenerano l’atmosfera, quando il britannico Joseph Priestly, dopo aver consumato l’ossigeno di una campana di vetro con la fiamma di una candela, fino allo spegnimento, vi aveva messo una pianta. Dopo qualche tempo, tolta la pianta e inserita di nuovo la candela accesa, questa aveva trovato di che ardere, con ciò che le foglie avevano appena prodotto.

 

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Quanto all’acqua, le piante sono in grado di utilizzare sempre la stessa per lungo tempo ed è stato provato dal medico inglese Nathaniel Bagshow Ward che nell’ottocento abitava a Londra, allora molto inquinata da ciminiere e fornaci. Volendo far fare in santa pace a un bruco la propria trasformazione in farfalla, senza essere avvelenato dai veleni dell’aria, aveva messo la crisalide su un po’ di terra con della muffa, per mantenere la necessaria umidità, dentro un vaso di vetro che poi aveva sigillato. Dopo giorni, aveva avuto la sorpresa di vedervi nate una piccola felce e un filo d’erba. Così si era accorto che di giorno l’umidità evaporava condensandosi sul vetro, per ricadere poi col fresco della notte. Allora aveva messo della terra leggermente umida in una cassetta coperta da vetro poi sigillata, dentro cui dei semi erano germogliati e cresciuti fino a diventare belle pianticelle, senza altre aggiunte. Il medico, che conosceva le fatiche degli esploratori botanici per far arrivare intatti con lunghi viaggi via mare, i semi e le piante trovati in paesi lontani, aveva divulgato la sua scoperta in un libro nel 1842, mettendo a disposizione di tutti i botanici uno strumento preziosissimo. Infatti, dopo tante fatiche per trovare i campioni, gli esploratori li dovevano spedire o portare con sé sul ponte di una nave dove la salsedine, il vento, la mancanza d’acqua, il freddo e il caldo eccessivi e altri accidenti, spesso li danneggiavano o distruggevano. In cassette simili potevano invece resistere per moltissimo tempo, riutilizzando continuamente la stessa acqua, emettendo l’anidride carbonica necessaria alla produzione della linfa con il loro respiro e generando l’ossigeno indispensabile alla vita con gli scarti della fotosintesi. Bastava solo che ci fosse la luce del giorno.

 

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cassetta di ward – foto da www.jackwallington.com

 

Questa straordinaria autonomia renderà possibili persino i lunghi viaggi spaziali umani, con la produzione di frutta e verdure fresche grazie alla rigenerazione dell’umidità e degli scarti. Ma intanto le piante, se fossero aiutate invece di essere ostacolate continuamente sulla nostra terra, potrebbero renderla più vivibile riducendo i tanti danni che noi facciamo e mantenendola sempre più bella.

 

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Carpe pulitrici nelle kabata giapponesi di Harie

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kabata giapponese – foto da giapponizzati.com

 

In Giappone nel Villaggio dell’Acqua Viva, (Harie, nella prefettura di Shiga), scorre un torrente d’acqua limpida di montagna fino al lago Biwa, che più a valle alimenta le risaie. Lungo il suo percorso varie sorgenti trovano uno spazio privato in ogni casa, dentro una vasca chiamata kabata, rifornita attraverso tubi e scivoli di bambù. In ciascuna nuota almeno una carpa, animale domestico molto amato dai giapponesi, nutrita con gli scarti dei vegetali e gli avanzi di cucina che le si gettano. L’acqua, però, rimane sempre limpida e pura, perché ciascun pesce mangia fino all’ultima briciola. Si potrebbe pensare che le carpe, nonostante riciclino i rifiuti, ne producano a loro volta dopo la digestione, ma quella in cui nuotano, oltre ad essere acqua corrente, mantiene sul fondo dei canali e nelle vasche le erbe che utilizzano i minerali della fanghiglia depositata e con la fotosintesi si alimentano e producono ossigeno, completando la pulizia in modo perfetto, come succede in tutti gli ecosistemi equilibrati.

 

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Harie – foto da jpninfo.com

L’acqua, fresca com’è, serve anche a conservare in ottimo stato il tofu, la frutta e la verdura che vi si immergono.

La particolarità di questo sistema di smaltimento dei rifiuti ha fatto del villaggio un’attrazione turistica che avvicina anche alla conoscenza delle carpe, grossi pesci con due barbigli sui lati della bocca, utili per trovare il cibo, smuovendo il fondale dei laghi dove vivono di solito. A Harie questo non avviene, perché il necessario al sostentamento arriva dall’alto, dalle mani dalle massaie. Loro parenti sono le colorate carpe koi, alloggiate nelle vasche dei giardini giapponesi, con un ruolo decorativo e affettivo.

 

 

Il deserto bianco

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deserto bianco con piante di Yucca elata – foto di David Jones da Wikipedia

 

Da diecimila anni, dune candide come neve e alte fino a venti metri, sono onde mosse dal vento nel più grande deserto bianco del mondo, ad oltre mille metri di altitudine. In New Mexico, 250 milioni di anni fa qui c’era il mare, che ne aveva impiegato altri 180 milioni per prosciugarsi, lasciando uno spesso strato di roccia gessosa. I movimenti della terra l’avevano sollevata facendone una collina vastissima, che col tempo si era sgretolata. Sono rimaste le basse catene montuose di sant’Andrés e Sacramento, mentre il vento e la neve hanno continuato a dilavare il gesso che, non trovando corsi d’acqua che lo portassero via, si è depositato nel Tularosa Basin. Solo occasionalmente l’acqua si accumula per qualche tempo in grandi pozze, poi evapora o si infiltra nel terreno. Il sole, riscaldandole favorisce la formazione di cristalli di gesso, lunghi anche un metro. Quando tutto torna asciutto, il vento che vi soffia sopra li frantuma fino a che diventano sabbia che porta via, rigenerando continuamente le dune di finissimi cristalli dalla consistenza del talco. I pochi animali del deserto bianco (leoni di montagna, coyote, roditori e avvoltoi) si sono adattati schiarendo il loro mantello per mimetizzarsi meglio.

Questo luogo bellissimo dove è stata fatta esplodere la prima bomba atomica nel 1945 è ancora in parte sfruttato dall’esercito americano per esperimenti ed esercitazioni.

 Nel mondo esistono deserti di vari colori: rosso, nero, blu, giallo.

 

 

Batteri minatori

Grand Prismatic Spring - foto di Jim Peaco da Wikipedia

Grand Prismatic Spring – foto di Jim Peaco da Wikipedia

 

Ci sono batteri che, se entrano nel nostro corpo ci fanno marcire i denti, provocano danni renali o l’ulcera. Sono gli estremofili e i termofili, che vivono bene a temperature tra i 35 ed i 55 gradi centigradi, dove c’è molta acidità. Simili preferenze, però, diventano benefiche se messi al lavoro dove possano rendersi utili: le miniere d’oro, di rame, uranio, zinco , arsenico, piombo, cobalto. Questi materiali si trovano in natura mescolati ad altri e, quando si scava in miniera, bisogna poi portare tutto quanto in contenitori dove possano essere sciolti e separati con sostanze chimiche. Da molti anni, però, invece di un tale lavoro costoso ed inquinante, si inietta nelle zone prescelte delle miniere, l’acqua che contiene i batteri adatti in grande quantità. Nel corso di molte ore, questi si nutrono del materiale e, come scarto, rilasciano i metalli desiderati, aspirati poi dall’acqua in cui sono dispersi. La tecnologia da usare è più semplice ed economica, oltre che meno inquinante. Occorre allevare batteri come se fossero bestiame, che dopo ogni fase possono essere recuperati e rimessi al lavoro. Vanno però tenuti sotto controllo, evitando che il liquido penetri nel terreno, inquinando le falde d’acqua. Infatti, nel procedimento può prodursi acido solforico.

dal mio libro ACQUA, ARIA, TERRA E FUOCO

 

 

Yukitsuri, per proteggere gli alberi dalla neve

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foto da Wikipedia

 

La religione scintoista, che ritiene la natura abitata dagli spiriti divini, è figlia e contemporaneamente madre dell’amore e del rispetto dei giapponesi per lei. Una celebre espressione del loro atteggiamento al riguardo è la festa dei ciliegi da fiore, che a primavera coinvolge tutti quanti in escursioni e picnic nelle zone dove i petali di questi alberi creano meravigliose e profumate nuvole bianco-rosate sospese fra i rami. Anche in inverno avviene però qualcosa di molto suggestivo. Fin dal seicento, nelle zone più a nord del Giappone, in particolare lo Yuki Guni, dove le nevicate sono molto abbondanti e pericolose per gli alberi, si provvede ad una protezione che unisce la bellezza all’efficacia. Si tratta dello yukitsuri, vale a dire l’ancoraggio dei rami ad una struttura di cordami che rimane in loco fino alla primavera. Sulla cima di un robusto palo di bambù, ben più alto dell’albero che si vuole proteggere, si fissano le estremità di numerose, lunghe corde di fibra di riso. Poi si issa il palo, in modo che la sommità si trovi al di sopra del centro della chioma e lo si assicura al tronco. Si tendono dunque le corde e poi si legano ai rami da sostenere, a distanza regolare. Il risultato è un cono di corde sospeso che per essere realizzato ha bisogno di vari operai altamente specializzati e capaci di lavorare in squadra alla perfezione. Certo l’operazione è lunga e costosa, ma l’effetto è talmente suggestivo da essere anche un’attrazione in più per il giardino dove viene effettuata, come i Kenroku.

 

 

I benefici della fermentazione

sculture di Anne e Patrick Poirier al parco di villa Demidoff (FI)

sculture di Anne e Patrick Poirier al parco di villa Demidoff (FI)

 

L’erba che al nostro naso risulta inodore, poco dopo essere stata tagliata emana un piacevolissimo profumo, che si trasforma ancora nel farsi fieno e si spande instancabilmente per lungo tempo.

A provocare un tale cambiamento sono batteri che scompongono le sostanze per nutrirsene e le trasformano in elementi più semplici, facendole fermentare. Se c’è il sole che asciuga bene, il fieno conserva a lungo le proprie qualità per gli erbivori, che lo mangiano in inverno.

Anche i bulbi delle iris, che freschi non hanno odore, seccando e fermentando in buone condizioni per tre anni sviluppano il persistente profumo, che era stato effimero nelle corolle dei fiori. Vengono allora polverizzati per dare ai prodotti da toilette l’aroma e le qualità benefiche per la pelle.

Il mosto d’uva sobbolle mentre gli lieviti lo fanno fermentare trasformando gli zuccheri in alcol, modificando il sapore, rendendolo adatto ad essere ben digerito da noi e a conservarsi per anni nelle cantine.

Per la birra, sono i cereali come l’orzo e il riso a fermentare, fino a che resta un lievito ricco di vitamina B, da utilizzare per fare il pane. Il lievito è formato da funghi che scompongono i carboidrati della farina, rendendo il pane più leggero e digeribile, oltre che intensamente profumato durante la cottura.

La vitamina C, indispensabile al nostro organismo per preservarlo dallo scorbuto, deperisce rapidamente nella frutta e nella verdura man mano che perdono la freschezza. La fermentazione subita dalle verze, quando vengono affettate, salate e schiacciate per diventare crauti, la conserva a lungo. E’ ciò che i navigatori del settecento nei lunghi viaggi col capitano Cook, hanno sperimentato per rimanere in salute anche senza consumare cibi freschi, mentre tanti altri marinai si ammalavano e spesso morivano.

Il latte fermentato e trasformato in yogurt da due tipi di batteri, diventa più digeribile e benefico.

La fermentazione del latte avviene anche per i formaggi stagionati che, nella maturazione, sviluppano un odore spesso sgradevole, pur avendo buon sapore e ottime proprietà.

La fermentazione produce calore che può innescare incendi, ma può anche essere utilizzato per il riscaldamento. Vedi articolo dedicato

Naturalmente anche gli escrementi fermentano, producendo gas che possono essere utilmente utizzati per il riscaldamento e l’illuminazione. Durante il processo si trasformano in concime. Utilizzarli nel terreno mentre è in corso la fermentazione, però, invece di essere utile diventa dannoso, perché invece di cedere energia la prendono.  Il letame va dunque lasciato a riposo per qualche mese e solo quando sarà completamente freddo si capirà che il processo è terminato e si potrà utilizzare con profitto.

Lo stesso avviene con gli scarti vegetali messi nella compostiera. Vanno rivoltati ogni tanto e lasciati tranquilli in modo che, anziché marcire, si trasformino in terriccio dal buon odore.

 

 

Orti dipinti a Firenze

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In borgo Pinti 76,  proprio di fronte a uno degli alberghi più lussuosi di Firenze c’è l’ingresso a un piccolo giardino, ombreggiato da tanti sempreverdi, che a sua volta si apre sugli ORTI DIPINTI, inaugurati nell’ottobre 2013, dopo tre anni di impegno per trovare lo spazio, i permessi, i sostenitori e, infine, il materiale per realizzare un giardino comunitario. E’ stato Giacomo Salizzoni, architetto, a voler dare ai fiorentini che vivono nel centro storico, la soddisfazione di imparare a lavorare a un orto, dove però si coltiva anche la creatività, la cultura, la socialità più genuina.

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Questo spazio soleggiato era una pista di atletica abbandonata e dunque non si coltiva in piena terra ma in bei cassoni di legno disposti in più file, su un pavimento di asfalto rosso. Confina con l’Istituto Barberi, dove sono di casa i ragazzi a cui particolari disabilità rendono necessaria un’attenzione in più. Basta loro oltrepassare un cancelletto per trovarne anche qui, dove hanno modellato i personaggi in terracotta che occhieggiano fra ortaggi, erbe, piccoli alberi da frutto come elfi protettori. Si scopre poi che sono tappi per le piccole giare interrate, da cui trasuda l’acqua a favore delle radici che le circondano, riducendo così la necessità delle annaffiature.

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Al centro del giardino c’è un fascinoso ailanto, cresciuto spontaneamente in pochi anni fino a diventare un dispensatore d’ombra ben gradito, intorno a cui tavole e panche ricavati da pellet offrono la possibilità di riposare, chiacchierare e mangiare, quando è il momento. A separare gli Orti Dipinti dalle case sul lato sud c’è un muro rivestito interamente e spontaneamente da una magnifica vite canadese, sontuoso arazzo di foglie, che in autunno riscalda i suoi freschi toni di verde in rosso acceso, bordeaux, arancio.

Appena possibile si realizzerà una serra per rendere vivibile l’orto ai suoi frequentatori anche d’inverno e si avrà una toilette che contribuirà alla produzione di fertilizzante, già attiva coi bidoni di compostaggio.

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Bambini e adulti giocano e lavorano insieme, contenti di poter mangiare ortaggi saporiti e genuini che vedono crescere, ben poco contesi da uccelli, lumache o parassiti, grazie a una strategica bio-diversità e attenta cura. Semplice e buono.

 

www.ortidipinti.it

 

Pantelleria: il principe arancio di Donnafugata (TP)

 

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Al largo della Sicilia l’isola di Pantelleria ha al suo interno un giardino tanto piccolo e insolito da poter essere a sua volta chiamato isola. E’ il minuscolo regno esclusivo di una pianta d’arancio, circondato da un muro a secco fatto con pezzi di pietra lavica, con una piccola porta aperta nei 4 metri della sua altezza. In un luogo tanto siccitoso e costantemente sotto tiro del vento, le piante devono essere difese con mezzi estremi. Mentre le viti possono crescere a raso terra, gli aranci hanno bisogno di alzarsi e sull’isola è tradizione proteggerli con la conoscenza della natura, che sempre consente di adattarsi alle sue condizioni.

 

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l’arancio – foto di fondoambiente.it

 

Le pietre laviche porose, ben allineate le une sulle altre in una recinzione protettiva, di giorno impediscono che il terreno si asciughi troppo e di notte catturano l’umidità dell’aria, che con la temperatura più bassa si condensa e poi percola nel terreno, per dissetare le radici dell’albero. Le piogge lo visitano ben di rado persino in inverno e non resta che affidarsi ai metodi che gli arabi conoscevano molto bene e che hanno trasmesso ai siciliani fin dall’epoca in cui regnavano sull’isola, tanti secoli fa.

Il giardino di soli undici metri di diametro esterno, dell’azienda agricola di Donnafugata, è il piccolo regno di un arancio trattato come un principe. E’ stato donato al FAI ed è adesso restaurato perché lo si possa visitare da Luglio a Settembre. Si chiama pantesco, perché quello è il nome degli abitanti di Pantelleria.

 

Per conoscere i tanti modi per catturare l’umidità dell’aria a favore delle vegetazione e degli uomini, leggi il mio libro ACQUA, ARIA, TERRA E FUOCO -energie del mondo