Category Archives: Soluzioni naturali

INDICE DEGLI ARTICOL CHE TROVERETE ALLA FINE DI QUESTO ELENCO: Quando la natura disegna e dipinge ….La straordinaria autonomia delle piante…….Carpe pulitrici nelle kabata giapponesi di Harie…..Deserto bianco,….. Batteri minatori,….. Yukitsuri, per proteggere gli alberi dalla neve,….. I benefici della fermentazione, …..Orti dipinti a Firenze,….. Pantelleria: il principe arancio di Donnafugata, ……la ghiacciaia di via modenese (PT),….. Il museo dell’acqua di Siena,….. I batteri riscaldano meglio delle batterie, ….. La scoperta dell’acqua fredda (idroterapia),….. I maestri d’acqua, ….. Aria condizionata naturale, ….. Fito-depurazione, …..   Il pulito che sporca, ….. Trasporti collettivi, ….. Case di terra e tetti d’erba, …..Parcheggi verdi,….. Rifiuti organici convertiti, ….. Passi energetici. ….. Impianti fotovoltaici in multi-proprietà. ….. Orti in casa…… I colori vegetali sono ben più che colori. …..    Centrali idroelettriche senza dighe

Quando la natura disegna e dipinge

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pietra paesina – foto di gipierlu da Wikipedia

 

Nei dintorni di Firenze ed in qualche altra zona della Toscana, si trova un tipo di pietra sedimentaria chiamata alberese, che sembra dipinta da pittori di paesaggi. Invece, è opera della natura su calcare compatto, misto ad argilla. Le infiltrazioni d’acqua nel materiale ossidano il ferro che vi si trova, colorando delle zone in rossastro. Il magnesio viene sostituito con calcio e la calcite cola nelle fratture, creando disegni di grande bellezza.

In grigio chiaro risulta il calcare, rossastro-marrone è il colore degli ossidi di ferro, nero è quello del manganese e azzurro è quello dell’argilla.

 

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dendrite – foto di Mark A Wilson da Wikipedia

 

Stupefacente è anche ciò che avviene nelle rocce calcaree dove si insinua l’ossido di manganese, che prende forme talmente simili a felci o comunque a dei vegetali (formazioni dendritiche) da far credere che si tratti di fossili. In passato anche gli esperti sono stati tratti in inganno da simili formazioni, che si possono osservare a volte anche quando due vernici allo stato liquido si incontrano su uno stesso piano in uno strato sottile, oppure nella pittura ad acquerello, quando in una carta con il giusto grado di umidità, un colore penetra in un altro formando rami, foglie, effetti boschivi. Spettacolari effetti del genere si possono vedere sui vetri ghiacciati in inverno o nei fiocchi di neve.

Inganni vengono prodotti anche dalla marcasite, che si può disporre in cerchi concentrici del tutto simili agli anelli di crescita degli alberi.

 

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figura di Chladni – foto da Focus.it

 

Del resto, anche la polvere e la sabbia su una superficie asciutta, oppure sul fondo di un recipiente con acqua pulita, si può disporre formando disegni anche molto complessi ma simmetrici, semplicemente per effetto delle vibrazioni del suono, che si espande in onde. Sono le “”figure di Chladni” dal nome di chi le ha studiate e catalogate con particolare attenzione. Nei musei di storia della scienza ci sono le piastre con cui fare le dimostrazioni, che si possono fare anche in casa, seguendo determinate istruzioni.

 

 

 

 

 

 

 

La straordinaria autonomia delle piante

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opera di Sandro Bolpagni nel Giardino Heller a Gardone Riviera (BS)

 

Le piante sono gli esseri viventi a cui tutti noi umani e animali siamo maggiormente debitori mentre loro, senza il nostro intervento sanno trovare la sistemazione più opportuna perché non pesano sulle altre forme di vita, grazie ad una straordinaria autonomia.

Il primo passo nel constatarla era stato fatto nel seicento, quando il chimico e filosofo belga Jan Baptista Van Helmont, aveva messo in un grande vaso un salice, limitandosi ad annaffiarlo per cinque anni, durante i quali la pianta era aumentata di settantacinque chili di peso, mentre alla terra che la sosteneva mancavano solamente sessanta grammi. Era ormai chiaro che i vegetali, per nutrirsi non consumano affatto il suolo, come si era creduto fino ad allora ma, attraverso le foglie, ricavano dall’aria le sostanze necessarie, (principalmente anidride carbonica) che diluiscono nell’acqua succhiata dalle radici coi suoi minerali, trasformandola in dolce linfa, che corrisponde al nostro sangue.

C’erano voluti quasi altri cent’anni per scoprire che le piante rigenerano l’atmosfera, quando il britannico Joseph Priestly, dopo aver consumato l’ossigeno di una campana di vetro con la fiamma di una candela, fino allo spegnimento, vi aveva messo una pianta. Dopo qualche tempo, tolta la pianta e inserita di nuovo la candela accesa, questa aveva trovato di che ardere, con ciò che le foglie avevano appena prodotto.

 

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Quanto all’acqua, le piante sono in grado di utilizzare sempre la stessa per lungo tempo ed è stato provato dal medico inglese Nathaniel Bagshow Ward che nell’ottocento abitava a Londra, allora molto inquinata da ciminiere e fornaci. Volendo far fare in santa pace a un bruco la propria trasformazione in farfalla, senza essere avvelenato dai veleni dell’aria, aveva messo la crisalide su un po’ di terra con della muffa, per mantenere la necessaria umidità, dentro un vaso di vetro che poi aveva sigillato. Dopo giorni, aveva avuto la sorpresa di vedervi nate una piccola felce e un filo d’erba. Così si era accorto che di giorno l’umidità evaporava condensandosi sul vetro, per ricadere poi col fresco della notte. Allora aveva messo della terra leggermente umida in una cassetta coperta da vetro poi sigillata, dentro cui dei semi erano germogliati e cresciuti fino a diventare belle pianticelle, senza altre aggiunte. Il medico, che conosceva le fatiche degli esploratori botanici per far arrivare intatti con lunghi viaggi via mare, i semi e le piante trovati in paesi lontani, aveva divulgato la sua scoperta in un libro nel 1842, mettendo a disposizione di tutti i botanici uno strumento preziosissimo. Infatti, dopo tante fatiche per trovare i campioni, gli esploratori li dovevano spedire o portare con sé sul ponte di una nave dove la salsedine, il vento, la mancanza d’acqua, il freddo e il caldo eccessivi e altri accidenti, spesso li danneggiavano o distruggevano. In cassette simili potevano invece resistere per moltissimo tempo, riutilizzando continuamente la stessa acqua, emettendo l’anidride carbonica necessaria alla produzione della linfa con il loro respiro e generando l’ossigeno indispensabile alla vita con gli scarti della fotosintesi. Bastava solo che ci fosse la luce del giorno.

 

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cassetta di ward – foto da www.jackwallington.com

 

Questa straordinaria autonomia renderà possibili persino i lunghi viaggi spaziali umani, con la produzione di frutta e verdure fresche grazie alla rigenerazione dell’umidità e degli scarti. Ma intanto le piante, se fossero aiutate invece di essere ostacolate continuamente sulla nostra terra, potrebbero renderla più vivibile riducendo i tanti danni che noi facciamo e mantenendola sempre più bella.

 

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Carpe pulitrici nelle kabata giapponesi di Harie

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kabata giapponese – foto da giapponizzati.com

 

In Giappone nel Villaggio dell’Acqua Viva, (Harie, nella prefettura di Shiga), scorre un torrente d’acqua limpida di montagna fino al lago Biwa, che più a valle alimenta le risaie. Lungo il suo percorso varie sorgenti trovano uno spazio privato in ogni casa, dentro una vasca chiamata kabata, rifornita attraverso tubi e scivoli di bambù. In ciascuna nuota almeno una carpa, animale domestico molto amato dai giapponesi, nutrita con gli scarti dei vegetali e gli avanzi di cucina che le si gettano. L’acqua, però, rimane sempre limpida e pura, perché ciascun pesce mangia fino all’ultima briciola. Si potrebbe pensare che le carpe, nonostante riciclino i rifiuti, ne producano a loro volta dopo la digestione, ma quella in cui nuotano, oltre ad essere acqua corrente, mantiene sul fondo dei canali e nelle vasche le erbe che utilizzano i minerali della fanghiglia depositata e con la fotosintesi si alimentano e producono ossigeno, completando la pulizia in modo perfetto, come succede in tutti gli ecosistemi equilibrati.

 

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Harie – foto da jpninfo.com

L’acqua, fresca com’è, serve anche a conservare in ottimo stato il tofu, la frutta e la verdura che vi si immergono.

La particolarità di questo sistema di smaltimento dei rifiuti ha fatto del villaggio un’attrazione turistica che avvicina anche alla conoscenza delle carpe, grossi pesci con due barbigli sui lati della bocca, utili per trovare il cibo, smuovendo il fondale dei laghi dove vivono di solito. A Harie questo non avviene, perché il necessario al sostentamento arriva dall’alto, dalle mani dalle massaie. Loro parenti sono le colorate carpe koi, alloggiate nelle vasche dei giardini giapponesi, con un ruolo decorativo e affettivo.

 

 

Il deserto bianco

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deserto bianco con piante di Yucca elata – foto di David Jones da Wikipedia

 

Da diecimila anni, dune candide come neve e alte fino a venti metri, sono onde mosse dal vento nel più grande deserto bianco del mondo, ad oltre mille metri di altitudine. In New Mexico, 250 milioni di anni fa qui c’era il mare, che ne aveva impiegato altri 180 milioni per prosciugarsi, lasciando uno spesso strato di roccia gessosa. I movimenti della terra l’avevano sollevata facendone una collina vastissima, che col tempo si era sgretolata. Sono rimaste le basse catene montuose di sant’Andrés e Sacramento, mentre il vento e la neve hanno continuato a dilavare il gesso che, non trovando corsi d’acqua che lo portassero via, si è depositato nel Tularosa Basin. Solo occasionalmente l’acqua si accumula per qualche tempo in grandi pozze, poi evapora o si infiltra nel terreno. Il sole, riscaldandole favorisce la formazione di cristalli di gesso, lunghi anche un metro. Quando tutto torna asciutto, il vento che vi soffia sopra li frantuma fino a che diventano sabbia che porta via, rigenerando continuamente le dune di finissimi cristalli dalla consistenza del talco. I pochi animali del deserto bianco (leoni di montagna, coyote, roditori e avvoltoi) si sono adattati schiarendo il loro mantello per mimetizzarsi meglio.

Questo luogo bellissimo dove è stata fatta esplodere la prima bomba atomica nel 1945 è ancora in parte sfruttato dall’esercito americano per esperimenti ed esercitazioni.

 Nel mondo esistono deserti di vari colori: rosso, nero, blu, giallo.

 

 

Batteri minatori

Grand Prismatic Spring - foto di Jim Peaco da Wikipedia

Grand Prismatic Spring – foto di Jim Peaco da Wikipedia

 

Ci sono batteri che, se entrano nel nostro corpo ci fanno marcire i denti, provocano danni renali o l’ulcera. Sono gli estremofili e i termofili, che vivono bene a temperature tra i 35 ed i 55 gradi centigradi, dove c’è molta acidità. Simili preferenze, però, diventano benefiche se messi al lavoro dove possano rendersi utili: le miniere d’oro, di rame, uranio, zinco , arsenico, piombo, cobalto. Questi materiali si trovano in natura mescolati ad altri e, quando si scava in miniera, bisogna poi portare tutto quanto in contenitori dove possano essere sciolti e separati con sostanze chimiche. Da molti anni, però, invece di un tale lavoro costoso ed inquinante, si inietta nelle zone prescelte delle miniere, l’acqua che contiene i batteri adatti in grande quantità. Nel corso di molte ore, questi si nutrono del materiale e, come scarto, rilasciano i metalli desiderati, aspirati poi dall’acqua in cui sono dispersi. La tecnologia da usare è più semplice ed economica, oltre che meno inquinante. Occorre allevare batteri come se fossero bestiame, che dopo ogni fase possono essere recuperati e rimessi al lavoro. Vanno però tenuti sotto controllo, evitando che il liquido penetri nel terreno, inquinando le falde d’acqua. Infatti, nel procedimento può prodursi acido solforico.

dal mio libro ACQUA, ARIA, TERRA E FUOCO

 

 

Yukitsuri, per proteggere gli alberi dalla neve

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foto da Wikipedia

 

La religione scintoista, che ritiene la natura abitata dagli spiriti divini, è figlia e contemporaneamente madre dell’amore e del rispetto dei giapponesi per lei. Una celebre espressione del loro atteggiamento al riguardo è la festa dei ciliegi da fiore, che a primavera coinvolge tutti quanti in escursioni e picnic nelle zone dove i petali di questi alberi creano meravigliose e profumate nuvole bianco-rosate sospese fra i rami. Anche in inverno avviene però qualcosa di molto suggestivo. Fin dal seicento, nelle zone più a nord del Giappone, in particolare lo Yuki Guni, dove le nevicate sono molto abbondanti e pericolose per gli alberi, si provvede ad una protezione che unisce la bellezza all’efficacia. Si tratta dello yukitsuri, vale a dire l’ancoraggio dei rami ad una struttura di cordami che rimane in loco fino alla primavera. Sulla cima di un robusto palo di bambù, ben più alto dell’albero che si vuole proteggere, si fissano le estremità di numerose, lunghe corde di fibra di riso. Poi si issa il palo, in modo che la sommità si trovi al di sopra del centro della chioma e lo si assicura al tronco. Si tendono dunque le corde e poi si legano ai rami da sostenere, a distanza regolare. Il risultato è un cono di corde sospeso che per essere realizzato ha bisogno di vari operai altamente specializzati e capaci di lavorare in squadra alla perfezione. Certo l’operazione è lunga e costosa, ma l’effetto è talmente suggestivo da essere anche un’attrazione in più per il giardino dove viene effettuata, come i Kenroku.

 

 

I benefici della fermentazione

sculture di Anne e Patrick Poirier al parco di villa Demidoff (FI)

sculture di Anne e Patrick Poirier al parco di villa Demidoff (FI)

 

L’erba che al nostro naso risulta inodore, poco dopo essere stata tagliata emana un piacevolissimo profumo, che si trasforma ancora nel farsi fieno e si spande instancabilmente per lungo tempo.

A provocare un tale cambiamento sono batteri che scompongono le sostanze per nutrirsene e le trasformano in elementi più semplici, facendole fermentare. Se c’è il sole che asciuga bene, il fieno conserva a lungo le proprie qualità per gli erbivori, che lo mangiano in inverno.

Anche i bulbi delle iris, che freschi non hanno odore, seccando e fermentando in buone condizioni per tre anni sviluppano il persistente profumo, che era stato effimero nelle corolle dei fiori. Vengono allora polverizzati per dare ai prodotti da toilette l’aroma e le qualità benefiche per la pelle.

Il mosto d’uva sobbolle mentre gli lieviti lo fanno fermentare trasformando gli zuccheri in alcol, modificando il sapore, rendendolo adatto ad essere ben digerito da noi e a conservarsi per anni nelle cantine.

Per la birra, sono i cereali come l’orzo e il riso a fermentare, fino a che resta un lievito ricco di vitamina B, da utilizzare per fare il pane. Il lievito è formato da funghi che scompongono i carboidrati della farina, rendendo il pane più leggero e digeribile, oltre che intensamente profumato durante la cottura.

La vitamina C, indispensabile al nostro organismo per preservarlo dallo scorbuto, deperisce rapidamente nella frutta e nella verdura man mano che perdono la freschezza. La fermentazione subita dalle verze, quando vengono affettate, salate e schiacciate per diventare crauti, la conserva a lungo. E’ ciò che i navigatori del settecento nei lunghi viaggi col capitano Cook, hanno sperimentato per rimanere in salute anche senza consumare cibi freschi, mentre tanti altri marinai si ammalavano e spesso morivano.

Il latte fermentato e trasformato in yogurt da due tipi di batteri, diventa più digeribile e benefico.

La fermentazione del latte avviene anche per i formaggi stagionati che, nella maturazione, sviluppano un odore spesso sgradevole, pur avendo buon sapore e ottime proprietà.

La fermentazione produce calore che può innescare incendi, ma può anche essere utilizzato per il riscaldamento. Vedi articolo dedicato

Naturalmente anche gli escrementi fermentano, producendo gas che possono essere utilmente utizzati per il riscaldamento e l’illuminazione. Durante il processo si trasformano in concime. Utilizzarli nel terreno mentre è in corso la fermentazione, però, invece di essere utile diventa dannoso, perché invece di cedere energia la prendono.  Il letame va dunque lasciato a riposo per qualche mese e solo quando sarà completamente freddo si capirà che il processo è terminato e si potrà utilizzare con profitto.

Lo stesso avviene con gli scarti vegetali messi nella compostiera. Vanno rivoltati ogni tanto e lasciati tranquilli in modo che, anziché marcire, si trasformino in terriccio dal buon odore.

 

 

Orti dipinti a Firenze

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In borgo Pinti 76,  proprio di fronte a uno degli alberghi più lussuosi di Firenze c’è l’ingresso a un piccolo giardino, ombreggiato da tanti sempreverdi, che a sua volta si apre sugli ORTI DIPINTI, inaugurati nell’ottobre 2013, dopo tre anni di impegno per trovare lo spazio, i permessi, i sostenitori e, infine, il materiale per realizzare un giardino comunitario. E’ stato Giacomo Salizzoni, architetto, a voler dare ai fiorentini che vivono nel centro storico, la soddisfazione di imparare a lavorare a un orto, dove però si coltiva anche la creatività, la cultura, la socialità più genuina.

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Questo spazio soleggiato era una pista di atletica abbandonata e dunque non si coltiva in piena terra ma in bei cassoni di legno disposti in più file, su un pavimento di asfalto rosso. Confina con l’Istituto Barberi, dove sono di casa i ragazzi a cui particolari disabilità rendono necessaria un’attenzione in più. Basta loro oltrepassare un cancelletto per trovarne anche qui, dove hanno modellato i personaggi in terracotta che occhieggiano fra ortaggi, erbe, piccoli alberi da frutto come elfi protettori. Si scopre poi che sono tappi per le piccole giare interrate, da cui trasuda l’acqua a favore delle radici che le circondano, riducendo così la necessità delle annaffiature.

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Al centro del giardino c’è un fascinoso ailanto, cresciuto spontaneamente in pochi anni fino a diventare un dispensatore d’ombra ben gradito, intorno a cui tavole e panche ricavati da pellet offrono la possibilità di riposare, chiacchierare e mangiare, quando è il momento. A separare gli Orti Dipinti dalle case sul lato sud c’è un muro rivestito interamente e spontaneamente da una magnifica vite canadese, sontuoso arazzo di foglie, che in autunno riscalda i suoi freschi toni di verde in rosso acceso, bordeaux, arancio.

Appena possibile si realizzerà una serra per rendere vivibile l’orto ai suoi frequentatori anche d’inverno e si avrà una toilette che contribuirà alla produzione di fertilizzante, già attiva coi bidoni di compostaggio.

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Bambini e adulti giocano e lavorano insieme, contenti di poter mangiare ortaggi saporiti e genuini che vedono crescere, ben poco contesi da uccelli, lumache o parassiti, grazie a una strategica bio-diversità e attenta cura. Semplice e buono.

 

www.ortidipinti.it

 

Pantelleria: il principe arancio di Donnafugata (TP)

 

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Al largo della Sicilia l’isola di Pantelleria ha al suo interno un giardino tanto piccolo e insolito da poter essere a sua volta chiamato isola. E’ il minuscolo regno esclusivo di una pianta d’arancio, circondato da un muro a secco fatto con pezzi di pietra lavica, con una piccola porta aperta nei 4 metri della sua altezza. In un luogo tanto siccitoso e costantemente sotto tiro del vento, le piante devono essere difese con mezzi estremi. Mentre le viti possono crescere a raso terra, gli aranci hanno bisogno di alzarsi e sull’isola è tradizione proteggerli con la conoscenza della natura, che sempre consente di adattarsi alle sue condizioni.

 

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l’arancio – foto di fondoambiente.it

 

Le pietre laviche porose, ben allineate le une sulle altre in una recinzione protettiva, di giorno impediscono che il terreno si asciughi troppo e di notte catturano l’umidità dell’aria, che con la temperatura più bassa si condensa e poi percola nel terreno, per dissetare le radici dell’albero. Le piogge lo visitano ben di rado persino in inverno e non resta che affidarsi ai metodi che gli arabi conoscevano molto bene e che hanno trasmesso ai siciliani fin dall’epoca in cui regnavano sull’isola, tanti secoli fa.

Il giardino di soli undici metri di diametro esterno, dell’azienda agricola di Donnafugata, è il piccolo regno di un arancio trattato come un principe. E’ stato donato al FAI ed è adesso restaurato perché lo si possa visitare da Luglio a Settembre. Si chiama pantesco, perché quello è il nome degli abitanti di Pantelleria.

 

Per conoscere i tanti modi per catturare l’umidità dell’aria a favore delle vegetazione e degli uomini, leggi il mio libro ACQUA, ARIA, TERRA E FUOCO -energie del mondo

 

 

La ghiacciaia della via modenese (PT)

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Se i pistoiesi in inverno dovessero aspettare inutilmente che arrivi la neve ad offrire un paesaggio fiabesco per qualche ora o qualche giorno, potrebbero pazientare fino all’arrivo del freddo, che ha maggiori probabilità di farsi avanti più spesso e salire allora  per la via Modenese fino ai 700 metri di altitudine dell’Appennino, lungo la strada che porta al passo dell’Abetone, fermandosi nel borgo Le Piastre. Da lì inizia il sentiero che passa nel punto più stretto e meno visitato dal sole della valle, dove scorre il Reno che ancora non si rivela come  fiume. Anche se altrove c’è il sole, lì gli alberi e i prati al mattino sono ricoperti di brina e il velo candido si stende anche sui sassi del torrente, orla le foglie per terra e decora il bell’insieme della ghiacciaia e delle gore costruite all’inizio dell’ottocento. Fino a metà del secolo scorso si faceva arrivare l’acqua dentro un bacino circolare profondo solo mezzo metro, dove si lasciava gelare. Quando non c’erano frigoriferi, per conservare i cibi in estate si dovevano mettere in locali sempre all’ombra e mantenuti freddi dal ghiaccio. Erano le ghiacciaie, simili alle due che ancora si trovano lì. Solo una, all’ombra due abeti rossi, ha ancora il tetto di paglia e la porticina di legno. Nel bacino ai suoi piedi, doveva sempre scorrere un velo d’acqua, per evitare che il ghiaccio si attaccasse al fondo. Al momento giusto, si tagliavano i blocchi di ghiaccio per immagazzinarli nella capanna dagli spessi muri, che sembra una casetta di gnomi. Poi si lasciava riempire di nuovo il bacino e si aspettava la successiva gelata. Adesso non lasciano più che avvenga e quello spazio piatto e liscio sembra una pista da ballo, che invoglia comunque a fantasticare. Facendo ben attenzione a non scivolare, si può camminare lungo il sentiero che segue il Reno, dove ci sono ancora le piazze dei carbonai, che lì ci venivano d’estate. E nella bella stagione è sempre vicino alla ghiacciaia che si trova un po’ di fresco e di bellezza, mentre altrove si soffoca.

 

 

Museo dell’acqua di Siena

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Milioni di anni fa, dove adesso c’è Siena, i fiumi terminavano la loro corsa nel mare, lasciandogli ciò che avevano trasportato fin lì: sassi, sabbia, limo, che depositavano nell’ordine obbligato dal loro peso. Il mare e i fiumi avanzavano e arretravano nei millenni, ripetendo i depositi e comprimendo gli strati di materiali precedenti che, sotto la gran pressione, si trasformavano in conglomerato, arenaria, argilla. Infine, il mare si era ritirato un’ultima volta e i fiumi erano scomparsi. Solo qualche torrentello nasceva dalle riserve d’acqua, depositate nelle camere sotterranee, dal fondo d’argilla impermeabile. La pioggia ed il vento avevano modellato le colline poi abitate dagli uomini che, in epoca romana, avevano costruito un acquedotto per rifornire la piccola città senza fiumi.

Quando nel trecento Siena aveva cominciato a svilupparsi, si era iniziato a scavare una rete sotterranea di piccoli canali, per convogliare verso l’abitato l’acqua di piccole falde. Ce n’era bisogno per le attività artigianali, per la vita quotidiana, ma anche per spegnere i frequenti incendi. Là dove l’impermeabile argilla tratteneva le infiltrazioni della pioggia, dalla collina più alta avevano fatto partire una vena d’acqua, a cui una lievissima pendenza permetteva di scorrere costantemente senza traboccare e senza perdersi, per l’intero anno. Lungo il percorso ne incontrava altre, si ampliava in vasche dove le impurità e l’abbondante calcare affondavano, infine proseguiva verso le aperture delle fonti pubbliche. Ogni canaletto, largo quanto una mano aperta, era stato scavato nel pavimento di gallerie rivestite di mattoni dalla volta a botte, per questo chiamati bottini, dove camminavano gli addetti alla continua manutenzione. Anche le infiltrazioni attraverso i muri, davano il loro contributo goccia a goccia, lungo i venticinque chilometri che dall’ottocento avevano rilasciato acqua a pagamento anche nei pozzi privati.

A forza di pulitura e riparazione del suo percorso, è arrivata fino ad oggi, nonostante solo una minoranza di case continui a riceverla, mentre le fonti ne sono ancora alimentate. È dal monte Amiata, invece, che l’acquedotto raggiunge tutti gli altri utenti.

Dopo il restauro, il percorso dei bottini unico in Europa, le fonti ed il museo dell’acqua sono visitabili, con una complicata procedura burocratica, ma a cura di volontari.

 

dal mio libro Acqua, aria, terra e fuoco -energie del mondo

www.ladianasiena.it

In provincia di Siena ci sono molti alberi monumentali di grande bellezza che vale la pena di vedere.

 

 

I batteri riscaldano meglio delle batterie

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Che la fermentazione produca calore, lo sanno anche gli uccelli. I fagiani australiani, grossi come tacchini (Leipoa ocellata), mettono le loro uova in un’incubatrice realizzata da loro stessi a forza di scavi e di accumuli. I maschi lavorano per mesi a questo scopo, scavando buche larghe due metri e profonde uno, per poi ammucchiarvi dentro ramoscelli, scorze e foglie che trovano intorno. Lo fanno appena prima delle piogge, perché si impregnino d’acqua. Poi, ricoprono tutto con almeno un metro di sabbia così che, in mancanza di ossigeno, i batteri comincino ad attaccare le sostanze e a riprodursi rapidamente, provocandone la fermentazione che alza molto la temperatura. Solo dopo parecchio tempo, quando il calore è ritenuto sufficiente, scavano sul mucchio una buca attraverso cui ciascuna femmina può deporre e far scendere le uova sopra i vegetali caldi. I maschi controllano che il calore rimanga costante durante i mesi di incubazione, durante i quali occorre fare continui interventi. Il loro becco è sensibile alla temperatura come un termometro e, infilandolo nel mucchio, permette loro di capire cosa sia il caso di fare.

Questo metodo è sempre stato usato dai contadini per tenere in caldo le sementi durante l’inverno, coprendo leggermente la terra con cortecce o letame di gallina, che con la pioggia e la neve innescavano la fermentazione ed il calore. Sono sempre i batteri, che si riproducono a velocità vertiginose, a provocarla.

Sono gli stessi che arrivano a provocare incendi per auto-combustione in grandi cataste di legno umido o di fieno non ben asciutto.

Per riscaldare qualcosa che ha bisogno di calore continuo, si può accumulare un mucchio di cippato di legno, pigiarlo per impedire la circolazione dell’aria e bagnarlo ben bene, poi ricoprirlo con un telo impermeabile che impedisca il passaggio dell’ossigeno. Se all’interno sono stati collocati dei tubi a spirale dove passa l’acqua, si ottiene il suo riscaldamento come in una caldaia, che può durare mesi, a seconda della quantità. Alla fine del processo di digestione e riproduzione da parte dei batteri, tutto si raffredderà lasciando un bel mucchio di ottimo compost.

Questo metodo è formidabile per la sostenibilità ambientale.