Category Archives: Umanità

INDICE DEGLI ARTICOLI: Cantanti del ritmo: Africa e America Latina, Il dubbio e l’informazione alleati del buon giudizio, Il comportamento collettivo, Quale libertà, Come si fa la pace: la commissione per la verità e la riconciliazione, Le parole giuste, Teatro di Natale, Perché la prepotenza è sempre in auge, Istinto animale, Di cosa ha bisogno chi è in difficoltà, Perche conoscere la natura rende migliori, L’ignoranza genera violenza, Se mancano comunicazione e coordinamento, Avere fegato, Quanto ci insegna la natura, Film che aiutano a capire l’animo umano, Gelosia e invidia, come fare?, Risolvere il problema o prevalere? Come avere più tempo, I rischi per chi va contro-corrente, Piccole azioni importanti per la pace, L’albero della conoscenza, Risvegli, Meglio il confronto del conflitto, Perché tanta aggressività? Le parole cambiano i colori, Merito e demerito, La claque, Diminuire la violenza sulle donne, Il tempo è qualità, Illusioni sensoriali, Arti fantasma, Davvero sappiamo leggere e scrivere? Cosa distorce la realtà, Interiorità ed esteriorità. Il problema, a volte non è dove sembra essere. Paura della libertà, Piace chi piace ad altri, Dipendenza e autonomia, Il funzionamento del cervello, Perché si è attratti dalle notizie di catastrofi, Per passare dal dire al fare, La tacchina e la puzzola, Intelligenza collettiva, Fantasia Vincente, Il dirigente che tutti vorremmo, Calore umano, Conflitti e gerarchie, Cosa impedisce di migliorare,   Chi sta dentro e chi sta fuori,  Il cervello della pancia,  Comportamenti disumani:ecco perché,

Cantanti del ritmo – Africa e America latina

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Bonga – foto da discogs

 

Ballare è una pratica dalle notevoli virtù, perché coinvolge fortemente ogni parte del corpo, insieme alla mente. Intendo il ballare da soli, quanto in coppia o in gruppo. Il ballo può dare un tipo di appagamento simile a quello del fare bene l’amore, con abbandono, fiducia, passione e tenerezza. Ha il vantaggio di poterlo fare da soli in qualunque momento. Parlo di un ballo fatto non certo per esibirsi, ma per mettersi in sintonia con il ritmo di una musica, con il mondo, con le altre persone, dunque con se stessi, in un modo libero e gioioso. E’ energetico, rasserenante, apre la mente e il cuore.

Ci sono musiche più o meno adatte a questo scopo e io ne suggerisco alcune molto coinvolgenti che spero agiscano piacevolmente su di voi. Sono di grandi interpreti di origine extraeuropea, africani e latino-americani, molti dei quali impegnati per la libertà e i diritti umani.

Le canzoni consigliate sono tutte reperibili su youtube. Basta convertire il video in musica formato mp3. E’ facile e veloce.

Miriam Makeba: celeberrima cantante sudafricana, esiliata durante il regime dell’apartheid, ha vissuto in Inghilterra, Belgio, Stati Uniti e Guinea, fino a che Mandela dopo la sua liberazione l’ha convinta a rientrare. Canta della sua gente e delle questioni politiche in relazione con i diritti umani, spesso nella lingua franca parlata un po’ in tutta l’Africa, lo swahili o in xhosa, lingua del padre e di Mandela. E’ morta nel 2008 a Castel Volturno dopo un concerto. Canzoni consigliate: oxgam, amampondo,

Lila Downs: cantante messicana di padre californiano, interpreta spesso canzoni delle culture tradizionali centroamericane. Un grande successo è stata la sua partecipazione con diverse canzoni nel film Frida, del 2002 sulla storia di Frida Khalo. Canzoni consigliate: alcoba azul, tirinen tsitsiki.

 

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Lila Downs – foto da Block and Arts San Antonio

 

Virginia Rodriguez è brasiliana, scoperta da Caetano Velhoso quando cantava principalmente testi religiosi. La canzone Negrumen da noite è la più bella fra quelle che trattano della condizione di schiavitù dei neri. Canzoni consigliate: Negrumen da Noite e Deus do fogo e da justiça

Mercedes Sosa è stata una cantante argentina impegnata per la pace e i diritti civili contro la dittatura. Esiliata, era simbolo di lotta per la libertà. Canzoni consigliate: Vientos del alma e Como pajaros en el aire

Bonga, nato in Angola, da campione di atletica ha preferito dedicarsi alla musica, attivandosi in questo modo per la liberazione del suo paese. La canzone Mona Ki Ngi Xica, in idioma kimbundu, una delle tante presenti in Angola, dove il portoghese è la lingua ufficiale, tratta del suo esilio in Olanda per motivi politici. Canzoni consigliate: Ze Kitumba e Mona Ki Ngi Xica

Baaba Maal è un noto cantante e chitarrista senegalese e canta spesso in lingua pulaar, della minoranza etnica a cui appartiene. Ha studiato arte a Parigi. Canzoni consigliate: Kalaajo e Boujel

Salif Keita cantante maliano discendente del fondatore dell’impero del Mali e, in quanto nobile, non avrebbe dovuto dedicarsi all’arte, ritenuta adatta solo a caste inferiori. Però, essendo albino, che per molte culture africane porta alla soppressione, in quanto portatrice di sfortuna, ha trovato la sua strada in questo modo. Spesso canta nella lingua del Mali, il Bambara. Canzoni consigliate: Madan e A demain

 

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Mercedes Sosa – foto da Last.fm

 

Sidiki Diabaté è un giovane cantante e musicista figlio d’arte del Mali, che suona strumenti tradizionali come la kora, il piano, la chitarra ecc. Ha iniziato la carriera col rap e l’hip hop. Canzoni consigliate: Dakan e Ignanafi Debena

Gipsy King – notissimo gruppo rom francese di origine spagnola, le cui famiglie erano emigrate durante la guerra civile. Fondono la rumba flamenca col flamenco tradizionale e la musica pop, ottenendo successi in tutto il mondo. Canzoni consigliate: Viento dal Arena e Trista Pena

Juan Carlos Caceres è stato pittore e musicista argentino residente a Parigi, morto nel 2015. Ha fuso il tango con i ritmi africani. Canzoni consigliate: Barrio e Cumtango

Bezerra da Silva, è stato cantante e musicista brasiliano di umili origini, che ha cantato spesso la vita delle favelas e della malavita. Il samba è il ritmo con cui ha ottenuto i grandi successi. Canzoni consigliate: Dedo duro e Pobre aposentado

Barbatuques: gruppo di cantanti e musicisti brasiliani fondato nel 1995 da Fernando Barba, che ottengono i loro suoni percuotendo parti del loro corpo, oltre a battere mani e piedi. Canzoni consigliate: Baianà e Tum Pa sambalelé

 

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Barbatuques – foto da Rio Wiki Fandom

 

Guem: nero discendente di schiavi deportati in Algeria, è emigrato in Francia per fare il calciatore, ma ha poi intrapreso la carriera di percussionista di grandissima versatilità. Canzoni consigliate: Viagem e L’abeille

Astor Piazzolla: Musicista e compositore argentino di nonni italiani, ha innovato il tango ed è diventato uno dei più celebri musicisti del mondo. Canzoni consigliate: Milonga e Tanguera

Fatoumata Diawara: cantante maliana che vive in Francia, ha debuttato come attrice, per poi diventare cantante: Canzoni consigliate: Bissa e Sowa.

Ismael Rivera: è stato un cantante portoricano di umili origini, fondatore del celebre gruppo El gran combo de Puertorico, conosciuto ovunque per le canzoni del son, il ritmo da cui è derivata la salsa. Canzoni consigliate: Quitate de la via perico e Traigo de todo.

 

 Per altre canzoni dal ritmo molto coinvolgente, cliccate qui

 

 

Il dubbio e l’informazione, alleati del buon giudizio

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Il 26 settembre 1983 nel bunker vicino a Mosca, il sistema satellitare che sorvegliava i siti missilistici statunitensi, aveva dato l’allarme denunciando l’arrivo sull’URSS di un ordigno nucleare dagli USA. Era il periodo in cui ancora c’era la guerra fredda e il tenente colonnello Stanislav Evgrafovich Petrov avrebbe dovuto avvertire i suoi superiori entro pochi minuti, per un contrattacco. Il militare, però, non era convinto. Possibile che lanciassero un solo missile? Giusto il tempo di dubitare e l’allarme si era ripetuto per un secondo, un terzo, un quarto, un quinto avvistamento. La mezzanotte era passata da un quarto d’ora e la tensione nel bunker era altissima. Eppure Petrov esitava ancora, perché conosceva la potenza nucleare statunitense e gli sembrava improbabile che avessero sferrato un attacco insufficiente alla distruzione totale, l’unica possibile per evitare l’immediata rappresaglia.

Petrov, invece di dichiarare l’allerta per la guerra nucleare, aveva informato i suoi superiori di un malfunzionamento del computer. Al posto di un contrattacco, dunque, si erano cercati i motivi dell’errore, scoprendo che a provocarlo era stato un raro allineamento tra terra, sole e sistema satellitare.

Il colonnello Petrov aveva salvato la terra dalla distruzione.

Consapevole che tanto gli uomini migliori quanto le macchine più sofisticate possano sbagliare, invece dell’obbedienza cieca aveva innescato il ragionamento e la riflessione, applicandoli alle informazioni sull’argomento. Né la paura di un attacco americano, né quella delle critiche dei superiori avevano avuto il sopravvento nella sua mente. Eppure l’esercito non sembra essergli stato riconoscente e tempo dopo era stato mandato in pensione anticipata.

Il fatto, tenuto segreto per 10 anni, dopo la sua divulgazione era valso alcuni premi internazionali, ma solo mille euro al tenente colonnello, morto nel maggio 2017.

 

 

 

 

Il comportamento collettivo

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Comportamenti comuni come seguire una moda e ammirare le persone di successo, sono simili a quelli della maggioranza delle persone. Modi conformi a quelli altrui si hanno anche in privato, perché fanno parte di un automatismo sedimentato nella nostra memoria di specie, per evitare la fatica di prendere ogni volta una decisione. Anche quando sembra dar seguito a un pensiero autonomo, può non essere così e, soprattutto se non sembra poter avere gravi conseguenze, lo si lascia agire tranquillamente, pur essendo magari poco appropriato. Se fa parte di un comportamento comunemente seguito dalla maggioranza, però, il risultato può essere davvero pesante.

Un caso abituale di comportamento collettivo è la reazione verso ciò che è fuori dagli schemi consueti. Il diverso, che sia persona o pensiero, è faticoso e dunque sgradito, perché nel discostarsi da ciò che è abituale, mette in crisi tante piccole e grandi situazioni, obbligando a pensare e decidere, prendendosene la responsabilità. Il diverso, in peggio o in meglio, costringe a dei cambiamenti, dunque richiede tempo e impegno per essere trattato in modo adeguato. Per questo, spesso gli si riserva il comportamento usuale verso ciò che è faticoso: si cerca di allontanarlo, di dimenticarlo, di eliminarlo. Il risultato è l’emarginazione o addirittura la soppressione di chi ha il torto di essere in netta minoranza e dunque vulnerabile.

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Intanto che questo accade, siamo scontenti di molte cose che avvengono nella società e soffriamo del comportamento altrui poco responsabile e superficiale. Per non parlare degli abusi e delle negligenze di chi ha potere, che finiscono col gravare su di noi. Ci diciamo che basterebbe poco per far funzionare meglio la vita e biasimiamo chi non fa lo sforzo di volontà per evitare che le conseguenze cadano inevitabilmente su chi il potere non ce l’ha.

Occorrerebbe riflettere sul motivo per cui chi critichiamo, si astiene dal prendersi l’impegno giusto. Constateremmo allora che fa esattamente come la maggioranza delle persone, vale a dire che rifugge dall’accollarsi un peso in più, anche se piccolo, rispetto a ciò che già incombe su ogni giornata. Ci può essere anche una sua particolare disonestà, ma sicuramente una parte della sua mancanza è da attribuire a questa naturale tendenza.

Cosa si può fare? Per togliere forza alla corrente generale occorre dedicare tempo ed energia a riflettere di volta in volta su cosa sia meglio fare e poi agire secondo coscienza.

Semplice, ma quanto realizzabile? Tutto si tiene come in un cerchio e occorre rompere la forza d’inerzia che lo mantiene chiuso, cominciando per esempio col trovare il TEMPO per farlo. Gran parte delle persone afferma di non averne, ma in realtà questa carenza è dovuta di nuovo a un comportamento collettivo, che spinge a seguire le attività più facili o quelle a cui si dedica la maggior parte delle persone, influenzando le altre. Trovare il tempo per noi ci aiuta a vivere meglio e a far vivere meglio gli altri. A questo tema ho già dedicato un articolo che è utile rileggere e nella rubrica Umanità si trovano molti articoli utili che aiutano a capire almeno un po’ l’animo umano. Utile anche la rubrica Film selezionati e Libri selezionati.

 

 

 

 

Quale libertà?

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E’ libertà seguire ciò che ci si sente di fare, ma non sempre ciò che ci si sente di fare è giusto. Si può essere spinti interiormente a compiere azioni che nuocciono a noi stessi o ad altri, per i più diversi motivi. Gli impulsi che ci muovono sono generati da una forza nascosta e profonda, che è importante conoscere.

Provare impulsi e sentimenti negativi è normale ed è bene accettarlo come parte oscura di cui è fatta la vita stessa, in cui le forze opposte sono utili al suo equilibrio e servono all’autodifesa. Occorre però saperle guardare per conoscerle, in modo da usarle solo quando è necessario e non a sproposito. La paura o la vergogna del proprio lato oscuro, però, spesso spinge le persone a negarlo, a nasconderlo persino a se stesse, col risultato di renderlo pericoloso, come una mina occultata nel terreno e che esplode quando si ha la sfortuna di toccarla.

Accettare il proprio lato pericoloso è però ben diverso dal giustificarlo. Significa invece riconoscerne la funzione e dargli le giuste possibilità. Vuol dire utilizzare la propria frustrazione come energia che spinge ad agire per realizzare qualcosa che abbia valore, lavorando su se stessi.

Spesso al proprio disagio non si sa dare un nome, eppure è fondamentale che abbia quello giusto, per trattarlo nel modo giusto.

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Se viene riconosciuto può spingerci a migliorarci, a compiere imprese audaci e positive che altrimenti lasceremmo perdere. Se viene negato o non si riconosce la sua vera natura, agisce in modo subdolo e sproporzionato.

Una specie di barzelletta amara racconta di un ubriaco che di notte scruta per terra, sotto la luce di un lampione. Un passante gli chiede se stia cercando qualcosa e quello risponde che vorrebbe trovare le sue chiavi. Il passante insiste: “le ha perse qui?” e l’ubriaco risponde: “No, ma qui c’è luce”.

Sono tante le persone che cercano la libertà nel posto più facile, anziché in quello dove l’hanno persa.

Tutta la vita è un conflitto tra ciò che si vorrebbe e ciò che gli altri e le circostanze ci permettono di fare. Ci sono bambini e adulti che si ribellano alle imposizioni e trovano la libertà a caro prezzo. Altri inghiottono la frustrazione e il risentimento, adeguandosi alla volontà altrui. Non riconoscono neppure i propri legittimi sentimenti negativi, che irrancidiscono e indeboliscono la capacità di liberarsi. Invece di ribellarsi verso chi davvero li condiziona e opprime, scaricano il proprio disagio su chi è più vulnerabile. E la chiamano libertà.

 

 

Come si fa la pace: la commissione per la verità e la riconciliazione

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Quando Nelson Mandela era diventato presidente del Sudafrica nel 1994, aveva affrontato il difficilissimo compito di riappacificare la popolazione bianca con quella nera, dopo che si erano combattute e odiate per moltissimo tempo. C’era il forte rischio di guerra civile, perché i neri volevano rifarsi del lungo periodo di segregazione, degli abusi di ogni genere, delle violenze subite fino ad allora. I bianchi avevano paura delle vendette.

Mandela, però, era un grande conoscitore dell’animo umano e nei ventisette anni durante i quali era stato prigioniero politico, aveva riflettuto sulle soluzioni possibili per la pace, una volta che fosse stato di nuovo libero. Voleva una vita giusta per tutti e non solo per i neri. La sua sensibilità e lungimiranza gli erano state di aiuto per fare i passi fondamentali, indispensabili a questo scopo: imparare la lingua dei bianchi boeri, ovvero l’afrikaans, studiare la loro cultura, la loro storia, leggere i loro libri e giornali, cercare di capirli. Così, appena diventato capo di Stato, aveva fatto ciò che nessuno si aspettava, trattando gli ex nemici con lo stesso rispetto degli amici, cercando la loro collaborazione alla costruzione della nuova nazione “arcobaleno”. I suoi stessi famigliari, molti amici e compagni di partito, ovviamente si erano trovati in disaccordo con una simile scelta, del tutto diversa da ciò che avrebbe fatto chiunque di loro e aveva dovuto sostenere con grande coraggio il suo piano per il bene comune. Sapeva che privilegiare “i suoi” avrebbe finito col fare del male a tutti, perpetuando l’inimicizia fino alla rovina.

 

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Nelson Mandela da idainternational.org

 

Quando era stato il momento di affrontare i processi per giudicare i crimini commessi nel periodo di durata dell’apartheid dal 1960 al 1994, invece di un tribunale come quello di Norimberga dopo la seconda guerra mondiale, in collaborazione col vescovo anglicano Desmond Tutu e con chi credeva nell’uguaglianza dei diritti, Mandela aveva voluto la “Commissione per la Verità e la Riconciliazione”.

Verità e riconciliazione sono due parole ben poco presenti nell’idea di giustizia che hanno i più. Ma chiunque abbia subito torti sa che ciò che porta pace nell’animo dell’offeso quanto dell’offensore non è tanto la punizione, bensì il vedere riconosciuta la verità dei fatti, il pentimento del responsabile e il suo chiedere perdono. Ecco perché la commissione incaricata di rendere giustizia aveva deciso che chi si era macchiato di delitti per scopi politici durante l’apartheid, purché non fosse il mandante e a condizione di riconoscere la verità e pentirsi, ottenesse l’amnistia.

Di solito i colpevoli negano la verità persino a se stessi, ma in Sudafrica dal 1995 al 1998 tanto i bianchi quanto i neri hanno fatto il difficile percorso di essere sinceri, guardando nel profondo del proprio animo, affrontando il dolore e la vergogna, comprendendo e facendo comprendere cosa era davvero successo.

Lo straordinario tribunale aveva contribuito in modo consistente a riconciliare almeno in parte quelli che, altrimenti, non avrebbero mai finito di scontrarsi, con conseguenze che sarebbero potute essere davvero terribili.

Purtroppo, dopo che Mandela si era ritirato dal potere, ormai molto anziano e malato, era mancato chi avesse il cuore e la mente altrettanto grandi e profondi. La mentalità autoritaria domina sempre, irresistibile ancora per troppi.

 

Per capire almeno i tratti essenziali del pensiero di Mandela, l’appassionante film INVICTUS, di Clint Eastwood è un ottimo inizio. Trovate la mia recensione qui

 

 

Le parole giuste

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foto di Germano Ferrando

 

Dare il nome giusto a sentimenti, cose, situazioni, permette di distinguere e magari di capire. Senza nome o col nome sbagliato, la realtà resta oscura.

Spesso, durante i diverbi, diciamo parole improprie, eccessive, frutto dell’ira e non certo della coscienza, che impediscono di capirsi e aggravano le difficoltà. Per capire prima di tutto se stessi e allora poter capire gli altri, occorre dare un nome al ciò che ci fa agire e questo è compito della coscienza, che ha bisogno di tempo e attenzione. (Alla questione tempo ho già dedicato un articolo che suggerisco di rileggere). Ha anche bisogno di qualcosa che l’aiuti, come fa la scrittura. La memoria spesso tende a cancellare o a modificare i fatti, falsificandoli. Anche il rimuginare tra sé e sé è infruttuoso e fa perdere tempo ed energia. A questo proposito potete leggere l’articolo Illusioni sensoriali e Cosa distorce la realtà.

 

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foto di Germano Ferrando

 

Scrivere ciò che si prova o che si vorrebbe dire, invece, permette di fare progressi. L’elaborazione delle parole scritte avviene in una parte diversa del cervello, rispetto a quelle che si formano per impulso. Dopo aver scritto, riletto e corretto, occorre lasciar riposare. Trascorse diverse ore o un giorno, rileggendo si troveranno esagerazioni, idee distorte, mal espresse o poco chiare. Se così non fosse, occorre essere più sinceri con se stessi. E’ impossibile che ad un esame onesto, ciò che si è scritto in momenti critici si avvicini all’obbiettività. Occorrono giorni, settimane, mesi, a seconda del punto da cui si parte, per fare corrette valutazioni. Dopo diverse riletture e revisioni, c’è la possibilità di aver definito la questione e di sentirsi meglio, perché c’è stata un’elaborazione interiore, come un cibo che viene digerito, assimilato e che dà energia. Senza riflessione e senza l’aiuto di un mezzo giusto, molto transita nella vita restando indigesto e produce incubi per sè e per gli altri.

“Pace in terra agli uomini di buona volontà”.

 

 

Teatro di Natale

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 Nella nostra tradizione religiosa, la fantasia e la teatralità rendevano indimenticabili le ricorrenze, tanto che a nessuna si sarebbe voluto mancare. A Dicembre le processioni notturne con le fiaccole colorate in onore della madonna, i canti natalizi per le strade, il suono delle campane a distesa, la musica d’organo, l’incenso che dava odore di paradiso alla chiesa. A Natale, c’era quasi sempre la neve a portare più in profondità la gioia nel festeggiare la nascita del bambino venuto per salvare il genere umano ma a cui la gente, presa dalle faccende mondane, aveva rifiutato l’ospitalità. Il significato della sua venuta come luce del mondo, avrebbe segnato un traguardo almeno una volta all’anno, invitando tutti i credenti ad essere migliori di coloro che due millenni fa non avevano saputo riconoscere la sacra famiglia. Chi si immedesimava in quell’atmosfera mistica, vi riusciva e ciò che davvero lo rendeva più felice era il saper dare il meglio di sè. Per questo curava tutti i dettagli della notte e della giornata solenne, con il piacere che dà ogni cosa ben fatta, sapendo che ciò che è bello non si improvvisa. Il profumo del muschio per il presepe e dell’abete per l’albero di Natale, cercati nel bosco, portavano in casa l’atmosfera pacificatrice della natura e quando tutta la famiglia cantava alla luce delle candele o delle lucciole elettriche dell’allestimento scenico, la commozione disponeva alla benevolenza. Nella celebrazione dei santi personaggi, la messinscena coinvolgeva persino chi mai avrebbe partecipato a uno spettacolo laico. E se il parroco era un bravo oratore, rievocando la bella storia sacra durante la messa solenne, sapeva far riflettere sul suo significato.

 

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Le religioni di tutti i tempi hanno festeggiato i giorni del solstizio, come la nascita del sole dopo che le tenebre invernali lo avevano respinto. Tutte le religioni, a cominciare da quelle chiamate “pagane”, hanno usato le arti per comunicare con la parte di sé più difficile da raggiungere, quella dei sogni, degli incubi, dei sentimenti, dell’istinto, della paura e degli slanci.

Chi non crede in un unico dio e neppure negli dei, crede nella forza grandiosa che muove l’universo, provata dalle scoperte scientifiche che ne svelano l’inesauribile creatività,. Chi è artista sa quanto il linguaggio simbolico sia potente e magnifico. Lo impiega quanto più spesso può, perché è quello che gli tiene accesa la luce dentro e a volte riesce ad accenderla negli altri.

Per questo, che siate religiosi o atei, vi auguro che questo Natale vi lasciate coinvolgere davvero in una rappresentazione che vi disponga alla comprensione e alla pace.

 

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Perché la prepotenza è sempre in auge

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La prepotenza, la maleducazione, la mancanza di rispetto sempre più diffuse, sono frutti attuali della mentalità autoritaria che impera da sempre, perché è la più facile da seguire e si basa sulla legge del più forte. Molti vorrebbero la pace, ma senza fare il lungo e faticoso lavoro che permette di realizzarla. La vera pace non è quella che viene spontanea anche ai prepotenti, ma quella che è frutto di una mentalità aperta e comprensiva, capace di mettersi nei panni altrui. Ecco a confronto i punti di vista della mentalità autoritaria, che segue soprattutto l’istinto e di quella progressista, che deriva in gran parte dall’educazione:

 A. Cerca di controllare e dominare    P. Cerca di conoscere e responsabilizzare

A. Quando qualcosa non funziona, cerca un colpevole per punirlo   P. Quando qualcosa non funziona cerca di capire per rimediare

A. E’ estremamente competitivo   P. Cerca di migliorarsi

A. Aumenta le regole e i divieti, facendoli rispettare rigidamente   P. Educa, per rendere autonomi e capaci di auto-regolarsi

A. Ha gerarchie basate sul potere   P. Ha gerarchie basate sul merito

A. Nei conflitti cerca di prevalere   P. Nei conflitti cerca di trovare soluzioni alternative

A. Ha poca simpatia per la cultura   P. E’ appassionato di cultura

A. Segue le regole alla lettera, più che nello spirito   P. Si sforza di capire il senso delle regole, per adattarle alle circostanze

A. Ha certezze irremovibili   P. Sa che ogni certezza ha dei limiti

A. E’ orgoglioso e non fa mai il primo passo verso la conciliazione   P. E’ propositivo e prende iniziative per ricomporre le rotture

A. Discrimina chi non si adatta ai suoi schemi mentali   P. E’ incuriosito e interessato alle diversità                                                           

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

Istinto animale

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Tutti noi siamo molto più simili agli animali di quanto pensiamo e negli ultimi decenni è risultato chiaro quanto anche loro ci assomiglino in aspetti che credevamo solo nostri. Intelligenza, sentimenti, coscienza, cultura, linguaggio e uso di utensili sono comuni soprattutto per le specie più evolute. I nostri raffinati strumenti hanno provato che i delfini hanno molti suoni distinti per trasmettersi informazioni e chiamarsi con “nomi” differenti per ciascuno. Le scimmie usano utensili e imparano accorgimenti nuovi per procurarsi il cibo o migliorarne il sapore. I polpi ragionano per trovare soluzioni complesse di uscita da una trappola. E non c’è bisogno di studi sofisticati per sapere che quando cani e gatti domestici commettono certi guai ne hanno coscienza e lo dimostrano con un comportamento mortificato e pieno di vergogna.

Presso gli animali ci sono gerarchie e comportamenti sociali molto rigidi e che fanno parte dell’istinto di sopravvivenza, come la lotta fra maschi per la conquista delle femmine, in modo da trasmettere le qualità del vincente ai figli che se ne potranno servire nella dura vita selvatica. Nel momento in cui si indeboliranno saranno spodestati da altri, che uccideranno tutti i loro cuccioli, perché le femmine entrino di nuovo in calore e generino figli con le fresche capacità del nuovo dominatore. Ma ci sono anche inibizioni istintive all’aggressività, innescate dall’atteggiamento sottomesso del più debole. Chi è fragile o diverso, però, spesso viene ucciso o scacciato, perché nella vita selvatica la vulnerabilità e l’essere differenti dai più, possono portare alla rovina il branco.

 

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Un simile istinto, adatto alle condizioni in cui la vita è in pericolo, era adeguato anche per noi umani in tempi in cui il mero sopravvivere era una priorità. Con il miglioramento delle condizioni dell’esistenza, però, si sono man mano sviluppati comportamenti più adeguati al vivere civile. Si sono create gerarchie molto lontane da quelle della vita selvatica, grazie allo sviluppo della ragione, che fa esaminare di volta in volta le situazioni nuove per far prendere una decisione e un conseguente comportamento migliore. L’umanità che si reputa degna di questo nome, sa che chi è diverso dalla maggioranza può avere sensibilità, idee e modi di vivere innovativi, che danno un contributo importante alla società. Infatti, solo chi non è allineato con i più, può pensare e agire in modo meno conformista e scontato, offrendo prospettive inaspettate.

Ecco perché le comunità, nei periodi di maggior progresso civile e umanitario, hanno cercato di diffondere il rispetto, il riconoscimento e l’apprezzamento proprio di chi vive fuori dagli schemi ed è vulnerabile. Questa mentalità progressista, però, fatica molto ad essere accettata dalla maggioranza, perché richiede un’educazione a valori opposti a quelli più radicati e istintivi. Ragione e istinto possiedono linguaggi estremamente differenti fra loro, che difficilmente sanno comunicare, a meno di avvicinarli con la maggior frequenza possibile, educandosi. Ma questo richiede prima di tutto una certa consapevolezza, che spinga ad impiegare tempo e attenzione alla conoscenza dell’animo umano: il proprio e l’altrui. Senza questa educazione diventa molto difficile aggiornare gli istinti primordiali, che continuano a scontrarsi con i valori professati, peraltro, in parte anche da alcune religioni. Ecco perché spesso le persone che dichiarano certe idee aperte, le contraddicono nei fatti. Ecco perché tanti hanno grande difficoltà nel mantenere gli impegni presi, pure con se stessi. Ecco perché si può essere servizievoli ed educati con la maggior parte delle persone, ma ostili verso altri, senza alcuna apparente ragione.

 

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Il bersaglio di simili vessazioni è con tutta probabilità qualcuno che si trova in una condizione di minoranza e dunque di diversità, rispetto agli altri: celibe, (nubile) vedovo-a omosessuale, artista, originale, straniero-a, donna, giovane, anziano-a. Questo avviene anche in certe società animali, dove al vertice della gerarchia, dunque ben trattato, rispettato e imitato, sta chi ha una posizione di potere, come il maschio e la femmina dominanti. Subiscono invece una discriminazione negativa i giovani adulti, le femmine di grado inferiore, chi ha il colore del manto che si differenzia da quello del branco e via dicendo. Questi individui devono accontentarsi degli avanzi altrui o vengono maltrattati, scacciati o anche uccisi, a meno che manifestino sottomissione. Nel mondo animale ha ancora un senso, mentre in quello umano, no. Eppure, ancora oggi le minoranze etniche sono oggetto di pregiudizi e persecuzioni, come lo sono sempre state le donne, soprattutto se non sposate e senza figli, oppure le persone dalle idee, dalle scelte di vita, dal comportamento e dall’abbigliamento dissimile dagli altri. E questo a dispetto delle qualità che a parole vengono apprezzate, come l’intelligenza, la bellezza, il buon carattere, la generosità o altre qualità morali. Inoltre è meglio tollerato chi è diverso in negativo, perché fa sentire superiori, mentre il diverso in positivo suscita sempre almeno un po’ di invidia. Il disagio che provoca con la sua sola esistenza, chi non è allineato con la maggioranza, viene giustificato con l’attribuzione di “colpe” inesistenti, che possono sfociare nella persecuzione. Quante donne sono state bruciate come streghe, mentre erano magari solo ottime guaritrici, quanti uomini sono stati condannati per colpe mai commesse, solo perché pensavano con la loro testa, quante minoranze etniche sono state perseguitate e distrutte, con l’accusa di aver danneggiato le etnie più forti.

L’istinto è un ottimo alleato in certe situazioni e un nemico in altre e capire quando sia il caso di lasciarlo agire e quando occorra disciplinarlo è questione di conoscenza di sé e di continua pratica.

Se vogliamo che le guerre e le ingiustizie diminuiscano, è importante che la società si faccia più consapevole del potenziale positivo quanto di quello negativo che c’è in ciascuno. E dato che una società è fatta di individui, ognuno ha il suo peso nel farla tendere da una parte o da un’altra.

 

Su questo argomento è utile leggere la storia vera La tacchina e la puzzola, i rischi di chi va controcorrente, conflitti e gerarchie, diminuire la violenza sulle donne

 

 

 

Di cosa ha bisogno chi è in difficoltà

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Quando una persona fisicamente sana ha difficoltà interiori, o economiche, o affettive, ciò di cui ha bisogno è anzitutto di ESSERE ASCOLTATA. L’interlocutore, però, quasi sempre crede che gli sia chiesto di RISOLVERE IN SUA VECE i problemi e può reagire sottraendosi, oppure dando consigli non richiesti, a casaccio.

Fuggire è male, ma anche dare consigli non richiesti è un grave errore, prima di tutto perché molto spesso chi li dà, raramente conosce davvero la situazione e suggerisce qualcosa che potrebbe andar bene forse per il proprio carattere e la propria esperienza, ma quasi mai è adatto all’altro. Inoltre, molto spesso si consigliano cose di un’ovvietà offensiva, come se l’interlocutore potesse non averci mai pensato. A meno che non ci si abbia a che fare con un vero sprovveduto, una persona intelligente ha certamente già fatto e sperimentato le cose elementari che di solito gli vengono suggerite. Si sente così trattata da stupida e dunque si irrita.

Invece, ASCOLTARE ciò che viene detto da chi è in difficoltà, gli permette di chiarire meglio anche a se stesso la situazione e magari può avviarsi autonomamente proprio per questo verso un miglioramento. Inoltre permette a chi ascolta di capire un po’ meglio il tema.

 

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Nel caso in cui chi ascolta sia una persona davvero competente sull’argomento di cui chi è in difficoltà parla, dare informazioni e trasmettere conoscenze interessanti che aprano delle possibilità, è stimolante e positivo. TRASMETTERE CONOSCENZA E’ BEN DIVERSO DAL CONSIGLIARE , che spesso è un suggerire banalità o voler forzare verso cose del tutto inadatte alla persona e alla situazione. SE NON SI HA NIENTE DI VERAMENTE ADEGUATO DA DIRE, MEGLIO STARE ZITTI.

Un altro aspetto importante è tener conto di chi è la persona con cui si sta parlando. Rivolgersi allo stesso modo a qualcuno dalla mentalità rigida e a chi ha idee molto aperte è un punto di partenza sbagliato che compromette l’intesa, così come è errato trattare allo stesso modo un ignorante e una persona colta.

Anche fare valutazioni senza considerare il contesto fa prendere cantonate. Ciò che c’è stato prima, durante e dopo un fatto, può cambiarne completamente il significato. Qualsiasi fatto staccato da ciò che l’ha generato può essere inteso in modo completamente errato.

In ogni caso, cercare di capire bene la situazione ascoltando e chiedendo chiarimenti è la cosa migliore sempre. In questo modo, se anche non si saprà dare alcuna informazione, si sarà data attenzione, che è ciò di cui tutti abbiamo bisogno. Fare insieme cose piacevoli è uno dei migliori incoraggiamenti che si possano dare.

Sentirsi trascurati, ignorati e fraintesi. avvilisce, indebolisce e irrita tutti. Per ridurre un simile disagio ci vuole TEMPO E ATTENZIONE. Fare poche cose, ma farle bene è fondamentale. La fretta fa travisare e distorcere le cose e compiere di conseguenza moltissimi errori che fanno perdere tempo ed energia. In molti obbiettano di non avere tempo, senza capire che stanno nascondendo dietro l’accumulo di impegni, la paura e l’incapacità di affrontare i problemi.  Se facessero bene le cose più importanti, le farebbero meglio ed eviterebbero il grande spreco di risorse che comporta il prendere fischi per fiaschi e lucciole per lanterne.

 

Articoli che riguardano l’animo umano si trovano nella rubrica UMANITA‘, LIBRI SELEZIONATI E FILM SELEZIONATI

 

 

Perché conoscere la natura rende migliori

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La conoscenza della natura e dell’animo umano è quasi del tutto esclusa dalla nostra istruzione ed educazione e i risultati si vedono. Nati in questa condizione, non ci accorgiamo neppure di una simile mancanza, come un nato cieco ignora che gli manca la vista. Eppure ogni istante della nostra esistenza dipende dalla natura, anche se abitiamo in un condominio senza neppure un balcone. Mangiamo, beviamo, respiriamo, sentiamo, abitiamo, ci spostiamo, consumiamo produciamo rifiuti e se pure sono altri ad occuparsi parzialmente delle nostre necessità, tutto viene e torna alla natura. Anche volendo tralasciare le enormi conseguenze negative sull’ambiente, provocate da una simile mancanza, quelle sull’animo umano non sono da meno. La natura, per chi non la conosce è una scenografia, un accessorio di cui può far piacere usufruire, come si fa con un arredo. Il mondo resta confinato all’uomo e alle sue opere, che spesso ci pesano addosso, ci limitano, tanto più che la maggior parte delle persone conosce soprattutto ciò che appartiene alla fisicità e all’immediato e sfugge quanto riguarda la psiche e richiede tempi lunghi. Come stupirsi che ci si senta soffocati, oppressi, frustrati? C’è chi si obbliga a fingere che non sia così e chi reagisce presto con violenza. In entrambi i casi, da qualche parte l’amarezza fa danni, diretti o indiretti su noi stessi, sugli altri, sull’ambiente.

 

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Eppure in ogni forma di vita avvengono cose sorprendenti, che suscitano meraviglia e curiosità, che ad ogni aprirsi di porta conducono verso altre porte sempre più numerose. In ogni aspetto si può riconoscere qualcosa che ci somiglia, a volte in una piccola parte, altre volte in larga misura. La creatività della natura appare illimitata: le trasformazioni che continuamente avvengono nell’aria, nell’acqua, nel fuoco e nella terra, le strategie di sopravvivenza di piante e animali, la capacità di adattamento che porta la vita anche nei luoghi più inospitali, la bellezza delle forme e dei colori, la bontà che delizia la bocca e il naso, la varietà dei suoni. Le possibilità sono infinite. Mano a mano che si conoscono, si trovano punti di contatto, di somiglianza, di parentela con animali, vegetali e persino minerali, ci si sente parte di un grande organismo in cui scorre la stessa linfa. Ci si accorge che, se pure il dolore non risparmia niente e nessuno, lo si vive in un modo molto meno opprimente e di minore durata.

 

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La possibilità di amare e di essere amati, che spesso ci viene negata dai nostri simili, trova soddisfazione con le altre forme di vita, perché a loro possiamo dedicare le nostre cure e da loro veniamo ricompensati con una presenza che non viene mai meno. I boschi, le montagne, i mari sono sempre lì, in ogni stagione, ad ogni ora. Ci calmano, ci entusiasmano, magari ci spaventano, ma non ci respingono. Certi animali diventano persino veri e fedeli amici, e se pure in altro modo lo diventano le piante. Se ci impegniamo a conoscere il carattere e le esigenze delle diverse forme di vita, possiamo anche fare qualcosa per ricambiare ciò che ci danno. Il nostro diventa un amore più maturo e consapevole, che aiuta anche a incontrare la profondità di noi stessi e di coloro di cui condividiamo la specie. Da qui in poi il cammino diventa più difficile, ma la natura è sempre lì, per ispirarci.

 

Articoli sull’argomento Umanità si trovano a questo link e a quello di film selezionati e libri selezionati

 

 

L’ignoranza genera violenza

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L’ignoranza è la più forte alleata di ogni male. Se riguarda la natura, da cui dipendiamo tutti in ogni momento e se riguarda la vita interiore dell’essere umano, che governa ogni pensiero e azione, l’ignoranza è certamente fra le prime cause di sofferenza e distruzione, di mancanza di rispetto per se stessi e per gli altri. Eppure proprio questi due argomenti sono in gran parte esclusi dalla nostra istruzione ed educazione. Allora domina l’istinto, anche se si è convinti di usare la ragione.

L’istinto è un ottimo sostegno alla vita, dalla più semplice alla più complessa, e si è formato nel corso di milioni di anni. E’ immediato e non richiede riflessione prima di agire. E’ dunque utilissimo anzitutto nelle emergenze, ma anche in molti casi in cui è necessario semplicemente lasciarsi andare. E’ però anche ciò che spinge alla sopraffazione e alla violenza attive e passive. Tende a dominare quanto a lasciarsi dominare, a seconda del carattere e di ciò che si è vissuto. Presiede alla paura, utile per evitare i pericoli, ma trascina anche alla viltà delle azioni più meschine. Accende l’amore ma tormenta con la gelosia, suscita l’ammirazione ma avvelena con l’invidia. Rimugina ma non ragiona e come via d’uscita trova la prevaricazione.

 

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L’essere umano, però, si è evoluto e ha creato cose meravigliose andando oltre l’istinto, imparando cose nuove, spesso in contraddizione con la spinta più primitiva. Le ha chiamate cultura e educazione. Grazie a loro è diventato possibile costituire una società dove le sfumature del pensiero e del comportamento hanno mitigato le tinte estreme e contrapposte, incompatibili con le qualità più elevate, degne della parola “umanità”. Il pensiero che ha dato origine alla scienza, alle arti e all’incivilimento, deriva dal combinarsi di istinto ed educazione. Lo svantaggio di questa conquista è la lentezza e la fatica con cui si acquisisce, soprattutto se mancano buoni insegnanti e buoni libri. Una volta trovati, però, vale la pena di fare uno sforzo, perché è largamente ripagato.

Nell’Agosto del 2002 ho dato ufficialmente avvio ad un progetto culturale che permettesse a tutti di superare almeno in piccola parte questo ostacolo. E’ stato un gesto quasi disperato, perché dopo quasi mezzo secolo di vita ho sentito che non avrei più potuto sopportare le inconsistenti, risibili giustificazioni dietro cui si nascondono in troppi, per evitare le proprie responsabilità. Volevo dare un concreto aiuto e dimostrare che anche con poco si può fare molto, se si possiedono volontà, capacità e desiderio sincero di conoscenza. In tanti anni di ricerca e sperimentazione avevo capito che se nel mondo le cose vanno male, dipende da tutti. Se ci infuriamo per le ingiustizie e noi stessi ci lasciamo andare a commetterne, se ci indigna il potere del denaro e finiamo col dare troppo spesso priorità al denaro, se vogliamo la fine delle guerre ma facciamo ben poco per mettere fine ai rancori e alle ripicche famigliari o di vicinato, manteniamo il terreno adatto al prosperare di ciò che diciamo di detestare.

 

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Il mio progetto tratta dunque di natura e di umanità, col nome A SCUOLA DAGLI ALBERI anzitutto perché gli alberi sono fra gli esseri viventi dall’effetto complessivo più benefico per ogni forma di vita e per il territorio. Ma un’altra buona ragione per questo titolo è che gli alberi, pur avendo una grande autonomia sanno ottenere ciò che comunque è loro necessario da parte di altri esseri viventi, creando le condizioni perché avvenga senza forzature. Sul mio sito si trovano rubriche e articoli dedicati alla conoscenza dell’animo umano, oltre che degli animali, delle piante e dei fenomeni naturali che interagiscono. Chiunque può iniziare un percorso davvero interessante e utile in qualsiasi momento e senza spesa. Per gli approfondimenti ci sono i miei libri. Ne ho pubblicati 7, dando una forma narrativa a tante scintille di conoscenza che dovrebbero essere patrimonio di tutti per poter ampliare le proprie prospettive e liberarsi dalla tirannia di un istinto lasciato incolto.

Gli articoli che riguardano l’animo umano si trovano nella sezione UMANITA’, FIML SELEZIONATI, LIBRI SELEZIONATI