Category Archives: Arte e cultura

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La misura del tempo

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orologio astronomico rinascimentale di Clusone (BG)

 

Nei viaggi che si facevano in passato, ai disagi e ai pericoli molto superiori a quelli di oggi si aggiungeva la difficoltà nel trovare una misura di tempo comune fra uno Stato e un altro. L’inizio dell’anno in certe parti del mondo è ancora oggi diverso dal nostro e in Europa lo abbiamo cambiato di posto varie volte, passandolo da alcune date dell’inverno ad altre della primavera. Per non parlare dei dieci giorni eliminati nel 1582 dal papa Gregorio XIII, su studi di Copernico, per rimettere in pari il calendario con gli sfalsamenti tra l’anno solare e quello convenzionale, rispetto a quanto promulgato da Giulio Cesare nel 46 a.C.. Una parte dell’Europa cattolica vi si era adattata subito, mentre i Paesi anglicani, calvinisti e luterani lo hanno fatto due secoli dopo e altri ancora più tardi. La Russia per questo aveva chiamato “rivoluzione di ottobre” quella che in realtà avveniva in Novembre. Addirittura alcune chiese ortodosse non si sono aggiornate ancora adesso, che la differenza è arrivata a 13 giorni.

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orologio astronomico di Brescia

 

Anche le ore erano difficili da calcolare e in Italia ce lo testimoniano gli orologi astronomici rinascimentali ancora attivi sulle torri civiche di alcune nostre città. In Lombardia a Clusone e Brescia, in Veneto a Padova. Prima di tutto riportano ventiquattro ore invece delle dodici a cui siamo abituati. Il punto di partenza, un tempo non era a mezzanotte, ma circa mezz’ora dopo il tramonto, che nel corso dell’anno cambia continuamente. Nei quadranti di questi antichi orologi la prima ora si trovava all’inizio della metà inferiore del cerchio, ad indicare che il sole era ormai al di sotto dell’orizzonte, mentre a mezzogiorno e a mezzanotte si trovava in punti sempre diversi del quadrante, dato che il giorno dura meno in inverno e di più in estate. I tre orologi sono simili ma con particolarità diverse. Per brevità indico qui a grandi linee il funzionamento dell’orologio di Padova. L’addetto alla manutenzione spostava le lancette manualmente tre volte ogni giorno per adeguarsi ad una simile variabilità e questo tipo di tempo era detto “all’italiana”. Quello “alla francese” era suddiviso in ore uguali ed era dunque molto più pratico. Era stato adottato in Italia alla fine del settecento.

 

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orologio astronomico di Padova

 

Era ed è indicata anche la situazione della luna, che oltre ad essere importante per la gestione delle piante nella semina, nel raccolto e nella lavorazione dei loro prodotti, determinava anche certe festività. E’ rappresentata da una sfera bianca, che man mano ruota diventando nera, come avviene quando il nostro satellite è nascosto dall’ombra terrestre. Sul quadrante sono indicati gli aspetti di opposizione, sestile, trigono e quadratura nei confronti del sole, con le forme geometriche che li rappresentano. Era importante tenerne conto come favorevoli o sfavorevoli a tutte le imprese. I vari dischi ruotavano per indicare il giorno, il mese e il segno zodiacale giusto. Nell’orologio di Padova è interessante osservare che lo Scorpione occupa per intero anche lo spazio della Bilancia -che ai tempi degli antichi romani prima di Giulio Cesare non esisteva- ed è stato così indicato come per scrupolo filologico, occupandolo con le chele. I trenta gradi che sono stati poi rappresentati dall’unico oggetto, fra gli animali e gli umani, erano conosciuti come appartenenti alle Chele ed erano comunque due, come i piatti della bilancia in equilibrio.

 

 

Il Giardino Heller di Gardone Riviera (BS)

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André Heller è un artista della parola, della musica, del teatro e delle arti figurative, ma anche dei giardini perché nel suo, aperto al pubblico da Marzo ad Ottobre, ha profuso una generosità che ad ogni passo ha lasciato qualcosa di nuovo, che trascina i visitatori nei sentieri come una corrente. Nel 1988 ha preso posto a Gardone Riviera nella villa e nel giardino che erano stati fin dal 1912 di Arthur Hruska, suo conterraneo austriaco. E’ un ettaro di terreno in leggera pendenza dove scorre l’acqua che alimenta sette specchi e rinfresca l’aria, già gradevole per i tanti alberi dalle ali sempre aperte su qualche parte dello spazio bisognoso di requie dal sole estivo. Ci sono piante antichissime come la felce arborea, la cicadina, l’araucaria, l’euforbia e il ginkgo, scampate al cataclisma del cretaceo che ha sterminato persino i dinosauri, ma a cui loro sono sopravvissute e che qui sono rappresentate da giovani discendenti. Ci sono piante da tutti i continenti, comprese diverse specie di bambù, di cui ancora non si conosce la ragione della misteriosa fioritura.

 

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Sculture e installazioni di artisti locali e internazionali, a momenti sono appena visibili fra gli steli, le foglie, le corolle. Fra gli alti fusti dei bambù, due figure in bronzo lanciano dalla bocca getti d’acqua che a giudicare dalle loro facce potrebbero essere insulti, ma hanno l’effetto di scherzi. Sono di André Heller, il padrone di casa. Si fa notare l’opera di Rudolph Hirt che sbuca da un’impenetrabile vegetazione, l’enorme drago serpente, dio delle acque babilonesi. La casetta dei giochi, di Edgar Tezak, sospesa sopra i ciuffi d’erbe tropicali che circondano il cipresso calvo, sintonizza chi la guarda sulle avventure esotiche di fantasia. E poi ci sono i minuscoli tuffatori di Mariano Fuga in cima alle colonne e alle rocce, le figurine di Roberto Ciroli che cercano uscire dal soffione di rete, la tavola apparecchiata di piante e acqua di Sandro Bolpagni.

 

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Le sculture degli autori più celebri tengono un po’ le distanze e altre si confondono fra le forme vegetali, dove il fiore creativo della natura offre il suo nettare all’ape umana, venuta a cercarlo fin qui.

 

 

 

Uomini e profeti

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Uomini e Profeti è un programma di Radio Tre RAI curato da Gabriella Caramore, che da molti anni va in onda il sabato e la domenica mattina dalle 9.30 alle 10.15, riascoltabile in podcast con tutto comodo. Fa intervenire studiosi e religiosi di ottimo livello, illuminando molti punti della vita interiore e dunque la psicologia, la filosofia, la religione e naturalmente la storia, che evidenzia quanto i tempi, i luoghi e le circostanze influiscano sulle credenze e cambino i valori.

Laici e religiosi che si sono interrogati per tutta la vita sui temi fondamentali dell’umanità, espongono con parole semplici ciò che è molto importante sapere sul complesso mondo della spiritualità, erroneamente creduto da molti solo come religioso. Invece ciò che riguarda il bisogno di dare un senso alla vita, l’amore per l’esistente in tutte le sue forme, l’onestà, il rispetto, la sincerità, la fiducia, la giustizia che non si aspettano ricompense da alcun dio e neppure punizioni, possono essere anche più profonde negli atei, che il bene lo fanno perché lo amano, anziché per dovere, per convenienza o per paura.

Le religioni sono comunque nate per codificare tutto questo e sorreggere anche chi è meno forte interiormente e ha bisogno di norme esplicite. I rituali e la socialità che vi sono connesse aiutano e sostengono i credenti e ogni religione ha qualcosa da offrire. Molte, se non tutte sono rappresentate nel programma Uomini e Profeti da loro ministri, praticanti e studiosi. Anche la mitologia ha una parte importante che viene fatta conoscere, perché i suoi significati sono sedimentati nel profondo del nostro animo.

Laici agnostici danno un notevole contributo, accendendo molte curiosità e voglia di conoscere.

Questo programma favorisce una visione ampia del mondo che aiuta certamente ad intraprendere qualche necessario cambiamento nella propria vita e, di conseguenza, in famiglia e nella società.

Quando la natura disegna e dipinge

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pietra paesina – foto di gipierlu da Wikipedia

 

Nei dintorni di Firenze ed in qualche altra zona della Toscana, si trova un tipo di pietra sedimentaria chiamata alberese, che sembra dipinta da pittori di paesaggi. Invece, è opera della natura su calcare compatto, misto ad argilla. Le infiltrazioni d’acqua nel materiale ossidano il ferro che vi si trova, colorando delle zone in rossastro. Il magnesio viene sostituito con calcio e la calcite cola nelle fratture, creando disegni di grande bellezza.

In grigio chiaro risulta il calcare, rossastro-marrone è il colore degli ossidi di ferro, nero è quello del manganese e azzurro è quello dell’argilla.

 

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dendrite – foto di Mark A Wilson da Wikipedia

 

Stupefacente è anche ciò che avviene nelle rocce calcaree dove si insinua l’ossido di manganese, che prende forme talmente simili a felci o comunque a dei vegetali (formazioni dendritiche) da far credere che si tratti di fossili. In passato anche gli esperti sono stati tratti in inganno da simili formazioni, che si possono osservare a volte anche quando due vernici allo stato liquido si incontrano su uno stesso piano in uno strato sottile, oppure nella pittura ad acquerello, quando in una carta con il giusto grado di umidità, un colore penetra in un altro formando rami, foglie, effetti boschivi. Spettacolari effetti del genere si possono vedere sui vetri ghiacciati in inverno o nei fiocchi di neve.

Inganni vengono prodotti anche dalla marcasite, che si può disporre in cerchi concentrici del tutto simili agli anelli di crescita degli alberi.

 

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figura di Chladni – foto da Focus.it

 

Del resto, anche la polvere e la sabbia su una superficie asciutta, oppure sul fondo di un recipiente con acqua pulita, si può disporre formando disegni anche molto complessi ma simmetrici, semplicemente per effetto delle vibrazioni del suono, che si espande in onde. Sono le “”figure di Chladni” dal nome di chi le ha studiate e catalogate con particolare attenzione. Nei musei di storia della scienza ci sono le piastre con cui fare le dimostrazioni, che si possono fare anche in casa, seguendo determinate istruzioni.

 

 

 

 

 

 

 

Donne del passato, cercatrici di piante

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Marianne North – foto da Wikipedia

 

Le donne più intraprendenti e coraggiose, in passato qualche volta sono riuscite a superare le innumerevoli difficoltà nella realizzazione delle proprie aspirazioni al di fuori della famiglia e hanno dato il loro contributo anche alla botanica.

La più grande protagonista della ricerca di piante sconosciute in Europa era stata nell’ottocento Marianne North, (1830-1890) figlia di un ricco deputato del parlamento inglese. Alla morte precoce della madre si era dedicata alla conduzione della casa e a tenere compagnia al padre, viaggiando molto in Europa e Nordafrica con lui. Nel frattempo si era perfezionata come pittrice e aveva visitato i giardini Chiswick e Kew, dove le molte piante esotiche l’avevano affascinata con la loro bellezza e varietà. In quell’epoca gli unici due modi per conoscere le piante rare, a parte il vederle dal vero, era la consultazione degli erbari dove foglie, fiori, radici si conservavano essiccate e appiattite tra le pagine, oppure osservarne i disegni e le pitture. Queste erano relativamente più rare, perché richiedevano abilità artistiche da parte dei naturalisti e anche tempo. Permettevano in compenso di vedere come erano i vegetali nella loro interezza, di sapere come erano i colori e di conoscere i frutti, solitamente troppo voluminosi o deperibili per essere appiattiti. La fotografia richiedeva ancora un’ingombrante attrezzatura e aveva una scarsa resa per i dettagli.

 

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Dipinto di Marianne North – frutti di Blighia sapida – immagine da artmight-com

 

Quando Marianne era ormai quarantenne, morto il padre aveva intrapreso nuovi viaggi da sola, andando sempre più lontano. Negli Stati Uniti aveva trovato una flora magnifica già nei parchi, nei giardini privati, negli orti botanici e con quella aveva iniziato la sua carriera di pittrice di piante. Poi si era fatta sempre più audace, anche perché il suo interesse per la straordinaria varietà di forme e colori dei fiori si era accresciuta, spingendola verso il Brasile, il Canada, il Giappone e la Cina. Nonostante i reumatismi la facessero soffrire, ogni volta che era rientrata in Inghilterra per riprendersi dalle fatiche, era ripartita dopo pochi mesi per destinazioni come il Borneo, Giava, Ceylon, l’India, incontrando sempre le persone più interessanti grazie alle lettere di presentazione da parte delle sue altolocate relazioni sociali. Nel 1880 i dipinti botanici realizzati, di grande interesse per gli studiosi, erano diventati tanto numerosi e ammirati da convincerla ad esporli in permanenza presso i giardini Kew di Londra, in una galleria adeguata. Possiamo immaginarci lo stupore che avevano provato i visitatori, vedendo forme e colori che per noi adesso sono abituali, ma che allora erano novità stupefacenti. Su suggerimento di Darwin, aveva deciso di completare la collezione con la flora dell’Australia e dell’Africa e vi si era recata, intraprendendo il suo secondo viaggio intorno al mondo, che includeva anche il Sudamerica di lingua spagnola. Per quanto potesse disporre di ogni comodità, compatibilmente con il luogo, le peregrinazioni erano state comunque faticose e piene di pericoli anche per il gran caldo, il freddo estremo e le malattie, contro cui ancora c’erano scarse difese. La sua vita messa a dura prova, si era così conclusa a sessant’anni, nel 1890.

 

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Margareth Mee – foto da enyonegirl

 

Nel novecento un’altra pittrice inglese aveva affrontato i disagi dei viaggi, andando in cerca di piante. Era stata Margareth Mee, nata nel 1909 e morta nel 1988. Anche lei aveva iniziato la sua carriera di artista botanica intorno ai quarant’anni, dedicandosi però solo al Brasile, dove inizialmente era andata col marito per insegnare pittura nel 1952. Quattro anni dopo si era inoltrata nella foresta amazzonica appassionandosi alla sua particolare flora, tanto da avere poi l’incarico ufficiale di pittrice dall’Istituto Botanico di Sao Paolo. Infatti, nonostante la fotografia permettesse ottimi risultati, la pittura consentiva ambientazioni e dettagli migliori. Inevitabilmente si era appassionata alla causa contro la deforestazione selvaggia e si era unita agli attivisti per attirare l’attenzione mondiale sul grave problema. Fra i suoi fiori preferiti c’erano le orchidee e le bromeliacee, di cui voleva lasciare una testimonianza prima che scomparissero. Le sue ricerche erano state premiate con la scoperta di fiori che poi avevano avuto il suo nome, di cui il più originale è quello della Heliconia chartacea var meeana. Uno dei suoi ultimi lavori era stato il ritratto di un fiore di cactus che sbocciava solo per una notte alla luce della luna (Selenicereus wittii) e che nessuno straniero prima di lei aveva ancora visto aperto. Anche le sue opere sono esposte ai giardini Kew.

 

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il fiore di Selenicereus wittii – foto da olimpiareisresque-blogspot.com

 

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Il calendario celtico degli alberi

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platano di Pergo (AR)

 

I celti, la cui cultura ha avuto la sua massima espansione tra il IV e il III secolo a.C, vivevano nella zona della Boemia, della Baviera, della Bretagna, del Nord dell’Italia, nella Spagna e nell’Anatolia. Avevano per gli alberi una venerazione tale da identificarsi con loro e da collocarli nel calendario come simboli del rinnovarsi del tempo ogni anno con le stagioni. I momenti culminanti degli equinozi di primavera e d’autunno, quando il giorno e la notte hanno uguale durata, o dei solstizi d’inverno e d’estate, quando il giorno è il più corto o il più lungo dell’anno, avevano un albero tutto per sé a rappresentarli. Negli altri periodi erano raggruppati più giorni sotto il patrocinio di uno stesso albero, che li rappresentava in stagioni opposte, come per esempio il tiglio, collocato dall’11 al 20 Marzo e di nuovo dal 13 al 22 Settembre. Questa che può sembrare una contraddizione, stava probabilmente a significare quanto i periodi, gli esseri viventi o i fenomeni naturali di quel tratto siano uno il polo opposto dell’altro, indispensabile all’esistenza di entrambi. Così come la notte è benefica quando succede al giorno ma cesserebbe di esserlo se dominasse le 24 ore. Inoltre, gli alberi sono signori dell’aria quanto del sottosuolo, dove le loro radici interagiscono con i batteri, i funghi, i piccoli animali, i fenomeni naturali, col risultato di produrre grandi effetti sull’intero ambiente. A ragione erano considerati sacri e per i Celti, la quercia era la più rispettata, mentre per i germani lo era il tiglio, per gli scandinavi la betulla, per i mediterranei l’olivo.

 

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roverella delle Marmore

 

Pare che questo calendario sia solo un’invenzione poetica recente. Possiamo utilizzarla per avvicinarci meglio alle qualità degli alberi, che è la cosa di cui c’è vera necessità, per favorirli nel loro importante lavoro a favore di tutti, invece di danneggiarli come troppo spesso avviene.

22 alberi comuni in Europa erano e sono ancora frassino, abete, acero, betulla, carpino, castagno, bagolaro, cipresso, corniolo, faggio, melo, nocciolo, fico, noce, olmo, pino, pioppo, quercia, salice, tiglio, tasso, olivo. I quattro considerati come cardini nel presunto calendario erano la quercia, la betulla, l’olivo e il faggio. Le persone nate nei giorni sotto gli auspici di ciascun albero, pare che ne ereditino un poco le qualità. Ecco a quali giorni dell’anno corrispondevano:

2 gennaio – 11 gennaio ABETE        12 gennaio – 24 gennaio OLMO      25 gennaio – 3 febbraio CIPRESSO

4 febbraio – 8 febbraio PIOPPO      9 febbraio – 18 febbraio BAGOLARO       19 febbraio 28/29 febbraio PINO

1° marzo – 10 marzo SALICE       11 marzo – 20 marzo TIGLIO      21 marzo QUERCIA       22 marzo – 31 marzo NOCCIOLO

1° aprile – 10 aprile CORNIOLO       11 aprile – 20 aprile ACERO        21 aprile – 30 aprile NOCE

1° maggio – 14 maggio PIOPPO        15 maggio – 24 maggio CASTAGNO       25 maggio – 3 giugno FRASSINO

4 giugno – 13 giugno CARPINO        14 giugno – 23 giugno FICO         24 giugno BETULLA        25 giugno – 4 luglio MELO

5 luglio – 14 luglio ABETE          15 luglio – 25 luglio OLMO       26 luglio – 4 agosto CIPRESSO

5 agosto – 13 agosto PIOPPO        14 agosto – 23 agosto BAGOLARO     24 agosto – 2 settembre PINO

3 settembre – 12 settembre SALICE       13 settembre – 22 settembre TIGLIO       23 settembre ULIVO

24 settembre – 3 ottobre NOCCIOLO        4 ottobre – 13 ottobre CORNIOLO        14 ottobre – 23 ottobre ACERO

24 ottobre – 2 novembre NOCE        3 novembre – 11 novembre TASSO      12 novembre – 21 novembre CASTAGNO      22 novembre – 1° dicembre FRASSINO     

2 dicembre – 11 dicembre CARPINO     12 dicembre – 21 dicembre FICO     22 dicembre FAGGIO      23 dicembre – 1° gennaio MELO

 

Vi potrebbe interessare l’articolo sui tassi della tradizione celtica e quello sugli alberi sacri

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A cosa serve conoscere gli alberi

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Nel conoscere gli alberi si vengono a sapere caratteristiche stupefacenti che li presentano in continua interazione con altre piante, animali e fenomeni naturali. Ci si rende conto dell’importanza di distinguerli, come avviene con le persone, per poter dare a ciascuno la possibilità di esprimersi al meglio e svolgere le sue funzioni con buoni risultati. Gli alberi e la maggior parte delle piante anche semplici sono indispensabili per la salute del pianeta e di tutti i suoi abitanti e ignorando le loro qualità succede come nel mondo umano, dove si forzano spesso le persone a svolgere lavori per cui sono negate, con pessimi risultati.

Man mano che conoscerete gli alberi, anche se non avete un terreno sentirete man mano diventare un po’ vostri i giardini altrui e quelli pubblici. Il mondo si farà più ampio, più bello, più vario, perché vedrete molte cose che prima vi erano sfuggite anche se le avevate sotto il naso. Il verde che prima era indistinto si definirà come avviene con le immagini sfocate con un obbiettivo usato correttamente.

Nel vostro giardino o sul terrazzo imparerete a piantare gli alberi che fanno ombra d’estate e a lasciano passare tanta luce in inverno verso la casa. Saranno delle dimensioni proporzionate alla loro futura crescita rispetto allo spazio disponibile, con un effetto estetico più piacevole. Questo eviterà che i poveri alberi siano accusati di fare danni, quando la responsabilità è interamente di chi ha sbagliato specie e non ha pensato agli sviluppi futuri. Con gli alberi giusti non si fanno potature inopportune ed eccessive.

 

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Con una conoscenza generale di base sulle piante e sulle loro interazioni con gli elementi naturali, si otterranno i risultati citati qui sopra anche per gli spazi pubblici o per lo meno si riuscirà a dare l’incarico al professionista più competente nella materia. Molte volte i geometri, gli ingegneri e gli architetti che li progettano o che fanno dei lavori, mancano della conoscenza sufficiente in fatto di natura e commettono errori che provocano danni anche gravi. Giardini pubblici, viali, parcheggi privati e di supermercati, zone industriali, se dotati degli alberi giusti a cui si dà un buon trattamento, riducono l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, mitigano la temperatura e i rumori, riducono gli allagamenti in caso di grandi piogge, rendono più bello e sano l’ambiente cittadino. Le città hanno bisogno di tanti alberi per diventare più vivibili in ogni senso e per distribuire su un numero maggiore di piante la fatica di dover sopportare condizioni sempre più difficili.

 

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Sarà possibile capire se ciò che fanno altri riguardo alla natura ha senso oppure no. Si eviteranno potature che sarebbe meglio chiamare mutilazioni, perché fatte come se gli alberi fossero legname inerte. Se proprio si dovranno ridurre le chiome, lo si farà nei punti in cui sarà meno dannoso per loro. Potature scriteriate, taglio o soffocamento delle radici fanno ammalare gli alberi e li indebolisce rendendoli pericolosi, mentre invece si crede di renderli più sicuri. La potatura va fatta solo in caso di necessità e da veri esperti, non da chi fa solo il lavoro al prezzo più basso.

Man mano che si conosceranno gli alberi, si incroceranno argomenti altrettanto interessanti sugli animali, sui fenomeni naturali, sull’umanità e, di conseguenza, sul cibo, oltre che sui metodi più ecologici per ridurre i consumi di energia e di acqua.

Si troverà così anche un modo migliore per rapportarsi al mondo e a tutti i suoi abitanti e si creerà un ambiente sociale adatto a portare ai ruoli di comando, persone più sensibili al bene comune e più competenti. I difetti e i pregi dei governanti di un popolo dipendono dai difetti e dai pregi della maggioranza di quel popolo. La vera democrazia è quella di chi comincia da se stesso a realizzare ciò che vorrebbe vedere negli altri.

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Cantanti del ritmo – Africa e America latina

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Bonga – foto da discogs

 

Ballare è una pratica dalle notevoli virtù, perché coinvolge fortemente ogni parte del corpo, insieme alla mente. Intendo il ballare da soli, quanto in coppia o in gruppo. Il ballo può dare un tipo di appagamento simile a quello del fare bene l’amore, con abbandono, fiducia, passione e tenerezza. Ha il vantaggio di poterlo fare da soli in qualunque momento. Parlo di un ballo fatto non certo per esibirsi, ma per mettersi in sintonia con il ritmo di una musica, con il mondo, con le altre persone, dunque con se stessi, in un modo libero e gioioso. E’ energetico, rasserenante, apre la mente e il cuore.

Ci sono musiche più o meno adatte a questo scopo e io ne suggerisco alcune molto coinvolgenti che spero agiscano piacevolmente su di voi. Sono di grandi interpreti di origine extraeuropea, africani e latino-americani, molti dei quali impegnati per la libertà e i diritti umani.

Le canzoni consigliate sono tutte reperibili su youtube. Basta convertire il video in musica formato mp3. E’ facile e veloce.

Miriam Makeba: celeberrima cantante sudafricana, esiliata durante il regime dell’apartheid, ha vissuto in Inghilterra, Belgio, Stati Uniti e Guinea, fino a che Mandela dopo la sua liberazione l’ha convinta a rientrare. Canta della sua gente e delle questioni politiche in relazione con i diritti umani, spesso nella lingua franca parlata un po’ in tutta l’Africa, lo swahili o in xhosa, lingua del padre e di Mandela. E’ morta nel 2008 a Castel Volturno dopo un concerto. Canzoni consigliate: oxgam, amampondo,

Lila Downs: cantante messicana di padre californiano, interpreta spesso canzoni delle culture tradizionali centroamericane. Un grande successo è stata la sua partecipazione con diverse canzoni nel film Frida, del 2002 sulla storia di Frida Khalo. Canzoni consigliate: alcoba azul, tirinen tsitsiki.

 

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Lila Downs – foto da Block and Arts San Antonio

 

Virginia Rodriguez è brasiliana, scoperta da Caetano Velhoso quando cantava principalmente testi religiosi. La canzone Negrumen da noite è la più bella fra quelle che trattano della condizione di schiavitù dei neri. Canzoni consigliate: Negrumen da Noite e Deus do fogo e da justiça

Mercedes Sosa è stata una cantante argentina impegnata per la pace e i diritti civili contro la dittatura. Esiliata, era simbolo di lotta per la libertà. Canzoni consigliate: Vientos del alma e Como pajaros en el aire

Bonga, nato in Angola, da campione di atletica ha preferito dedicarsi alla musica, attivandosi in questo modo per la liberazione del suo paese. La canzone Mona Ki Ngi Xica, in idioma kimbundu, una delle tante presenti in Angola, dove il portoghese è la lingua ufficiale, tratta del suo esilio in Olanda per motivi politici. Canzoni consigliate: Ze Kitumba e Mona Ki Ngi Xica

Baaba Maal è un noto cantante e chitarrista senegalese e canta spesso in lingua pulaar, della minoranza etnica a cui appartiene. Ha studiato arte a Parigi. Canzoni consigliate: Kalaajo e Boujel

Salif Keita cantante maliano discendente del fondatore dell’impero del Mali e, in quanto nobile, non avrebbe dovuto dedicarsi all’arte, ritenuta adatta solo a caste inferiori. Però, essendo albino, che per molte culture africane porta alla soppressione, in quanto portatrice di sfortuna, ha trovato la sua strada in questo modo. Spesso canta nella lingua del Mali, il Bambara. Canzoni consigliate: Madan e A demain

 

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Mercedes Sosa – foto da Last.fm

 

Sidiki Diabaté è un giovane cantante e musicista figlio d’arte del Mali, che suona strumenti tradizionali come la kora, il piano, la chitarra ecc. Ha iniziato la carriera col rap e l’hip hop. Canzoni consigliate: Dakan e Ignanafi Debena

Gipsy King – notissimo gruppo rom francese di origine spagnola, le cui famiglie erano emigrate durante la guerra civile. Fondono la rumba flamenca col flamenco tradizionale e la musica pop, ottenendo successi in tutto il mondo. Canzoni consigliate: Viento dal Arena e Trista Pena

Juan Carlos Caceres è stato pittore e musicista argentino residente a Parigi, morto nel 2015. Ha fuso il tango con i ritmi africani. Canzoni consigliate: Barrio e Cumtango

Bezerra da Silva, è stato cantante e musicista brasiliano di umili origini, che ha cantato spesso la vita delle favelas e della malavita. Il samba è il ritmo con cui ha ottenuto i grandi successi. Canzoni consigliate: Dedo duro e Pobre aposentado

Barbatuques: gruppo di cantanti e musicisti brasiliani fondato nel 1995 da Fernando Barba, che ottengono i loro suoni percuotendo parti del loro corpo, oltre a battere mani e piedi. Canzoni consigliate: Baianà e Tum Pa sambalelé

 

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Barbatuques – foto da Rio Wiki Fandom

 

Guem: nero discendente di schiavi deportati in Algeria, è emigrato in Francia per fare il calciatore, ma ha poi intrapreso la carriera di percussionista di grandissima versatilità. Canzoni consigliate: Viagem e L’abeille

Astor Piazzolla: Musicista e compositore argentino di nonni italiani, ha innovato il tango ed è diventato uno dei più celebri musicisti del mondo. Canzoni consigliate: Milonga e Tanguera

Fatoumata Diawara: cantante maliana che vive in Francia, ha debuttato come attrice, per poi diventare cantante: Canzoni consigliate: Bissa e Sowa.

Ismael Rivera: è stato un cantante portoricano di umili origini, fondatore del celebre gruppo El gran combo de Puertorico, conosciuto ovunque per le canzoni del son, il ritmo da cui è derivata la salsa. Canzoni consigliate: Quitate de la via perico e Traigo de todo.

 

 Per altre canzoni dal ritmo molto coinvolgente, cliccate qui

 

 

Boscoartestenico, arte nella natura a Stenico (TN)

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Quando ci si avvicina a Stenico, la vista del castello su un cocuzzolo nel mezzo della vallata fa trasalire per la sorpresa di grande effetto. Dalle sue finestre si vede la cascata del Rio Bianco e lontano, più in alto, per chi sa dove cercarlo col cannocchiale si incrocia lo sguardo di un gigantesco obbiettivo fotografico in legno, l’opera di Boscoartestenico che collega l’espressività contemporanea all’architettura antica e alla natura. Ogni anno verso fine giugno, artisti da tutto il mondo arrivano qui per lavorare una settimana nel bosco e lasciarvi opere realizzate con materiali naturali, che si aggiungono a quelle dell’anno precedente e vi restano fino a che resistono alle intemperie e al tempo.

 

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Possono essere sculture scavate nei tronchi di larici, di tigli o di pini che per qualche altro motivo sono stati tagliati, oppure installazioni fatte con rami, cortecce, tronchi. Lungo un comodo sentiero con un dislivello leggero, che bambini e persone con handicap possono percorrere facilmente, si trovano realizzate idee spesso spiritose, qualche volta poetiche o drammatiche, quasi sempre capaci di far frizzare l’immaginazione. Nel corso dell’estate vengono realizzati incontri e concerti che convincono anche chi è meno attratto dall’arte contemporanea, ad avvicinarla. Ha così l’opportunità di conoscerne una forma gradevole e comprensibile per la maggior parte delle persone di ogni età, senza averne i difetti.

 il sito è www.boscoartestenico.eu

 

Ferula, l’umile pianta che ha lasciato il segno

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pianta di ferula – foto da Wikipedia

 

Nelle regioni più calde dell’Italia, dalla Sardegna in giù, in inverno verdeggia una pianta piumosa come il finocchio, che vive in simbiosi con lo squisito fungo cardoncello. Istintivamente, però, il bestiame evita di mangiarla, a causa del suo veleno ed è per questo che la Ferula communis, è chiamata finocchiaccio. In primavera fiorisce presto ma è in estate, una volta secca, che diventa importante per chi la raccoglie. I suoi lunghi fusti alti fino a tre metri, dall’interno spugnoso, leggeri e resistenti, in passato sono stati nelle mani degli imperatori come scettri, o dei vescovi come pastorali, in quelle dei tedofori come fiaccole olimpiche o dei severi e impietosi insegnanti come strumento di punizione. Nel medioevo venivano svuotati per diventare custodie di preziosi manoscritti arrotolati e, andando indietro nel tempo fino a raggiungere quello dei miti greci, se ne è trovato un segmento nelle mani di Prometeo, che vi ha nascosto le braci del fuoco celeste, da donare agli uomini. Dal tempo lontano è venuta anche la tradizione sarda di portare la ferula in processione per chiedere al diavolo (che in origine doveva essere stato il dio Pan) di far cessare la siccità.

 

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ferula in fiore – foto da wikipedia

 

Nelle campagne, coi suoi fusti si sono realizzati sgabelli, piccoli mobili, stecche per ingessare e nei secoli, fino a poco tempo fa, si sono tenuti i conti fra persone diverse. Tagliato un segmento da nodo a nodo, lo si divideva nel senso della lunghezza, così che una metà fosse più corta, ma sezionata nettamente ad incastro, per poterla poi di nuovo farla coincidere alla perfezione. La parte col nodo, detta “madre” restava al negoziante e quella più corta, detta “figlia”, al cliente. Quando avveniva un acquisto si riunivano le due parti, chiamate tacche e si segnavano con una o più incisioni, a seconda del valore che si attribuiva loro, per testimoniare l’importo del credito. L’espressione “mezza tacca” che usiamo per definire ciò che vale poco, viene dal fatto che, se le due parti non coincidevano e restavano mezze, perdevano ogni validità.

 

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l’incendio del parlamento di Londra dipinto da William Turner – foto da lasottilelineadombra.com

 

Dove la ferula non cresceva, si potevano impiegare bastoncini di legno morbido come quello del fico e in Germania o in Francia si usava lo stesso sistema delle tacche anche per la fedina penale. In Inghilterra servivano addirittura come buoni del tesoro, fino al 1826. E siccome in inglese, bastone si dice stock, diventa chiaro come mai la borsa valori si chiami Stock Exchange. Dopo l’abolizione di questo sistema, erano rimaste grandi quantità di bastoncini di legno in circolazione, che occorreva smaltire, Ma invece di darli ai poveri perché li bruciassero per riscaldarsi, il 16 ottobre del 1834 si era preferito sprecarli in una stufa della camera dei lord a Westminster. Il fuoco troppo nutrito aveva prodotto dei gas che, infiammandosi, avevano aggredito il rivestimento di legno della sala, passando presto alla Camera dei Comuni, in un colossale incendio durato tutta la notte: uno spettacolo che il celebre pittore William Turner ci ha tramandato nei suoi dipinti.

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Gatti guardiani di museo

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gatti da sgattoshop.com

 

Nel diciottesimo secolo l’imperatrice Caterina II di Russia aveva esposto in quello che allora era “il palazzo d’inverno” a San Pietroburgo, duecentoventi quadri di artisti olandesi e fiamminghi, acquisiti grazie alla mediazione dei suoi rappresentanti a Berlino. La preziosa collezione rischiava però di essere visitata troppo liberamente dai topi, che nelle sale solitarie di quello che è stato chiamato “Hermitage” avrebbero potuto danneggiarla. Dentro il grande palazzo tutto di legno c’erano da tempo molti gatti di guardia, voluti già dall’imperatrice Elisabetta. Caterina La Grande aveva però organizzato e legalizzato la loro presenza come incaricati ufficiali nella guerra agli sfacciati roditori. Le truppe feline erano state suddivise in gruppi per gli interni e altri per il giardino, in modo che il pattugliamento fosse capillare. Per ciascuno c’era un documento di identificazione, in modo che potesse essere riconosciuto e protetto dai servitori, incaricati delle cure necessarie allo svolgimento corretto del lavoro.

 

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museo dell’Hermitage – foto da Kontrokultura

 

Il piccolo esercito si è mantenuto da allora intorno alla sessantina di membri, numero che non va superato perché nelle gerarchie gattesche il controllo viene esercitato dai più alti in grado entro questi limiti. L’unico periodo in cui al museo è mancata la loro collaborazione è stato durante l’ultima guerra mondiale, quando San Pietroburgo, che si chiamava Leningrado, sotto l’assedio tedesco era stata ridotta alla fame e i gatti erano serviti a ridurla finendo in pentola. Il risultato era stato però un’invasione di topi. Tornata la pace i felini erano stati reintegrati ma in numero eccessivo, che aveva causato una decisione drastica nei loro confronti, con le previste conseguenze sulla popolazione roditrice. Da allora non si è più commesso un simile errore e gli eleganti felini sono così popolari presso il museo, che il 28 marzo di ogni anno li si festeggia. La strada di lato allo storico edificio ha una segnaletica speciale che invita gli automobilisti a fare attenzione a loro che, purtroppo, ogni tanto sono vittime di incidenti.

 

Antarctica: l’istinto di sopravvivenza dei cani da slitta

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Film di Koreyoshi Kurahara del 1983 con musica di Vangelis. E’ una storia vera che inizia quando i componenti della seconda spedizione dell’Anno Geofisico Internazionale del 1957, non riescono a raggiungere la postazione appena lasciata da quelli del primo turno perché, nonostante sia ancora estate, le condizioni meteo molto negative lo impediscono. I quindici cani da slitta che hanno contribuito al successo di tante operazioni, per sicurezza sono incatenati all’esterno dagli scienziati appena partiti, senza immaginare che nessuno li può più raggiungere per liberarli, nutrirli e accudirli. Dopo molti tentativi, otto di loro riescono a togliersi il collare o rompere la catena e ad andare in cerca di cibo. L’istinto lupesco che accomuna tutti i cani, in quelli da slitta abituati ad una vita dura è riemerso per assecondare l’istinto di sopravvivenza che li guida nella caccia. Ma l’impresa è comunque difficilissima e alla fine dell’inverno solo i due fratelli Taro e Jiro, nati in Antartide, probabilmente anche grazie alla solidarietà parentale che li unisce, sono ancora vivi. Tornati alla base dove i membri della prima spedizione sono a loro volta rientrati, nella speranza che i cani si siano salvati, li hanno ritrovati con gioia. Il rimorso per averli anche se involontariamente abbandonati è stato un grande tormento, che ha spinto uno dei tre scienziati a dimettersi e poi a tornare.

 Un altro bel film su animali in rapporto con gli umani è L’orso

 Un film interessante sugli elementi naturali e l’uomo è Kon Tiki

Cento film che aiutano a capire l’animo umano sono a questa pagina