Category Archives: Arte e cultura

Indice degli articoli: Kon Tiki: fiducia, coraggio e natura alleate in un’impresa leggendaria, da Orti dei semplici a giardini botanici, Le fontane di Tonino Guerra, Parlare come uccelli, come si fa la pace: la commissione per la verità e la riconciliazione, Il ritmo del diverso sentire, Cosa si può fare con un filo, Perché conoscere la natura rende migliori, L’ignoranza genera violenza, Delicato e duraturo garofano, Sculture sott’acqua: arte per la natura, Diamante e grafite: uguali e diversi, Film che aiutano a capire l’animo umano, alberi, elaboratori di luce, villa della Torre a Fumane: potenza degli elementi, antichi caseifici, i caselli reggiani, Yukitsuri, per proteggere gli alberi dalla neve, Museo della Carta di Fabriano (AN), Museo del lino di Pescarolo (CR), Jacques Brel: l’intensità, Georges Brassens: alle donne, e alla natura con humor, eleganza e rispetto, L’albero della conoscenza, Museo etnografico di San Pellegrino in Alpe (LU), Museo dei grandi fiumi a Rovigo, I miei programmi radio, Museo dell’aria a Due Carrare (PD), Museo del pre-cinema a Padova, Museo della comunicazione di Bologna, Museo del tamburo parlante di Montone (PG), Museo del castello di Alviano (TR), Museo del vetro a Piegaro (PG), Museo dei colori naturali di Lamole (PU), Museo dell’olivo di Torgiano (PG), Museo del vino di Torgiano (PG), Museo del tabacco di san Giustino (PG), Museo della canapa di sant’Anatolia di Narco (PG), La repubblica creata dalla sorte: Cospaia (PG), Museo della civiltà dell’ulivo a Trevi (PG), Museo delle erbe a Sansepolcro (AR), Museo dell’arte della lana a Stia (AR), Musei delle api e del miele in Trentino Alto/Adige, Il museo della paglia e dell’intreccio di Signa (FI), Il museo della matematica di Firenze, Il parco di Pinocchio a Collodi (PT), Il museo del tessuto di Prato: la natura in fabbrica, Il museo della lana di Scanno (AQ), Le sorprese del museo della frutticoltura di Lana (BZ), Il futuro è sugli alberi -programma radiofonico-, Andarsene in allegria in una bara colorata del Ghana, I Momix, La musica degli alberi, le sculture di Folon a Firenze, I castelli di Cannero,Stomp: il motore della creatività, Il museo sottomarino di Cancun, François Lelong e gli alberi-animali, museo etnografico Maison de Cogne, museo delle culture di montagna del mondo ,museo della rosa antica, museo dei mestieri in bicicletta, museo dell’acqua di siena, museo degli orsanti, l’arte sottile di Callesen, Giuseppe Penone, artista degli alberi, Il teatro più piccolo del mondo, Banksy, la pittura murale che dà senso ai luoghi, Una radio per la cultura, Arte vicina alla natura, Mario Mariotti, utopia possibile Turismo intelligente, Il giardino della valle, Il museo delle farfalle, Musei della natura Italia Nord, Musei della natura Italia centro, Musei della natura Italia sud

KON TIKI – Fiducia, coraggio e natura, alleate in un’impresa leggendaria

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Kon tiki, film del 2012 di Joachim Roenning e Espen Sandberg, sull’impresa del biologo norvegese Thor Heyerdahl che, durante il suo lungo soggiorno con la moglie nell’isola polinesiana di Fatu Hiva, sente parlare del dio del sole Tiki venuto da Est in tempi lontani con il suo popolo, stabilendosi sulle isole fino allora disabitate. Questo gli fa intuire che i polinesiani siano originari del Perù, arrivati millecinquecento anni prima con una zattera, dato che le navi presso di loro sono ancora sconosciute. La sua teoria è considerata assurda ma lui per dieci anni insiste a cercare finanziamenti e appoggi, fino a che nel 1947, all’età di trentatré anni, li trova e il 28 Aprile parte da Callao, il porto di Lima, con cinque amici, di cui uno solo sa di navigazione. Un pappagallo li accompagna, a bordo di una zattera lunga quattordici metri larga cinque e mezzo, fatta di tronchi di balsa legati con corde di canapa, con traverse di pino su cui sono fissati un capanno di bambù e un palo di legno durissimo di mangrovia, per reggere una vela. Quello è il tipo di imbarcazione usato dai peruviani nell’epoca della loro migrazione, quando non conoscono ancora il ferro, nonostante siano molto progrediti. La balsa è il legno più leggero del mondo e, nonostante assorba l’acqua, è in grado di reggere bene per un certo tempo e a restare diritto sulle onde più impetuose.

Uniche concessioni alla modernità sono la radio per tenersi in contatto col mondo e un canotto per fare foto della zattera da una certa distanza. Portano delle provviste ma mangiano anche i numerosi pesci che pescano facilmente. Il vento e le correnti oceaniche sono il motore che li porta a destinazione, provando la giustezza dell’intuizione di Thor, dal nome comune nei paesi scandinavi, lo stesso dell’antico dio del tuono.

Navigano per quasi ottomila chilometri e, nonostante le burrasche, la zattera chiamata Kon Tiki, nome del capo/dio migrato millecinquecento anni prima lungo la stessa rotta, non subisce rollii né beccheggi, ma sale e discende le onde. Dopo centouno giorni, il 7 agosto arrivano a una delle isole Tuamotu. La difficoltà più grande di tutto il viaggio è oltrepassare la barriera corallina che la circonda e la zattera vi si incaglia, ma tutti si salvano e riescono ad approdare in quello che appare come un vero paradiso.

Thor Heyerdahl è acclamato come eroe, insieme ai compagni che hanno avuto fiducia in lui e nell’abilità degli antichi, autori di imprese notevoli, grazie alla conoscenza della natura e all’abilità.

 

Pubblica vari libri sull’impresa e, col documentario girato, nel 952 vince l’Oscar. L’avventuroso Thor continua le sue ricerche antropologiche sulle varie isole dalla storia interessante e muore ultraottantenne. Dopo i funerali di Stato a Oslo è sepolto in Liguria a Colla Micheri, dove c’è la sua casa.

 

Da orti dei semplici a giardini botanici

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Tassodio nel giardino botanico di Lucca

 

Nei monasteri, dove i religiosi padroneggiavano l’arte di curare con le erbe, fino a tutto il quattrocento c’erano gli orti dei semplici, intendendo con “semplici” le numerose erbe curative e aromatiche come il timo, la valeriana e le tante altre che ancora conosciamo. Quelle erano le farmacie dell’epoca. Dal cinquecento in poi, con lo sviluppo delle scienze, simili orti si erano diffusi anche nei giardini dei signori, che si interessavano alla medicina o fingevano di farlo. Le università avevano fondato i loro e a Pisa, Firenze, Padova, in varie altre città italiane e straniere ne venivano realizzati di nuovi. Dopo la conquista delle Americhe avevano cominciato ad arrivare piante che suscitavano curiosità e che si affiancavano a quelle nostrane. Tra loro c’erano alberi come la robinia, che nel 1601 era stata portata dal giardiniere del re Jean Robin nel Jardin des Plantes di Parigi. Era stato, però, nel settecento, con la grande popolarità delle scoperte scientifiche che i molti alberi esotici erano stati messi a dimora nei giardini dei ricchi e negli orti dei semplici, trasformati così in giardini botanici.

 

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ginlgo biloba nel giardino botanico di Padova

 

Le piante e gli alberi che adesso sono monumenti vegetali, erano arrivati un po’ alla volta, a partire dal settecento, in forma di semi o di piantine dentro speciali cassette. A volte erano state spedite, altre erano state accompagnate dai botanici che, per trovarle, avevano affrontato viaggi lunghissimi in nave o via terra. La passione per la ricerca aveva spinto molti uomini, e persino qualche donna, nelle foreste dove il clima, gli insetti ed ogni sorta di animali, li avevano spesso tormentati fino quasi alla morte. Eppure, dopo essersi ripresi, tornavano a fare altri viaggi estenuanti, per poter conoscere ancora nuove specie, con qualità che non esaurivano mai le sorprese. Il loro bagaglio personale era ridotto al minimo, per poter trasportare quanti più semi o pianticelle fosse possibile. Li curavano e li proteggevano, perché almeno una parte di loro arrivasse a destinazione, a migliaia di chilometri di distanza, in un clima e in un terreno del tutto sconosciuti. Ma le capacità dei vegetali di rigenerarsi, sono leggendarie. Sono fra i più antichi abitanti della terra, anche se, fino al settecento, di loro si sapeva ben poco, nonostante la lunga vicinanza. Sono così antichi da essere infinitamente diversi da noi in molte cose. Solo un secolo prima, il chimico e filosofo belga Jan Baptista Van Helmont, aveva fatto una scoperta importante che li riguardava. In un grande vaso aveva messo un salice, limitandosi ad annaffiarlo per cinque anni, durante i quali la pianta era aumentata di settantacinque chili di peso, mentre alla terra che la sosteneva mancavano solamente sessanta grammi. Era ormai chiaro che i vegetali, per nutrirsi non consumano affatto il suolo, come si era creduto fino ad allora ma, attraverso le foglie, ricavano dall’aria le sostanze necessarie, (principalmente anidride carbonica) che diluiscono nell’acqua succhiata dalle radici, coi suoi minerali.

C’erano voluti quasi altri cent’anni per scoprire che le piante rigenerano l’atmosfera, quando il britannico Joseph Priestly ne aveva messa una sotto una campana di vetro, consumandone l’ossigeno con la fiamma di una candela, fino allo spegnimento. Dopo qualche tempo, inserendola di nuovo accesa, questa aveva trovato di che ardere, con ciò che le foglie avevano appena prodotto.

 

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liquidambar del giardino botanico di Bologna

 

Il successo delle piante si era fatto grande ed esemplari magnifici avevano trovato dimora nei giardini e nei parchi, dove quelle che non potevano vivere all’esterno, come gli agrumi, erano alloggiate in vaso, dentro edifici che permettessero loro di avere un clima adatto alle proprie esigenze.

È stata, però, la rivoluzione industriale con il suo nuovo modo di intendere la forma, a dare loro una sistemazione più spettacolare. L’era delle strutture metalliche di ghisa, acciaio e vetro, col nuovo gusto per la funzionalità e la leggerezza, trovava un punto di equilibrio nelle prime, grandi serre trasparenti, dove c’era posto anche per gli alberi.

Interessante riguardo alle erbe aromatiche è il Museo delle Erbe e la Farmacia di Santa Maria Novella. Per quelle tintorie è utile il Museo dei colori naturali.  Gli alberi monumentali dei giardini botanici delle varie città si trovano nella sezione Alberi Monumentali (menu a sinistra).

 

 

 

Le fontane di Tonino Guerra

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La Fontana del Sale – Cervia

 

Le fontane di Tonino Guerra sono tanto belle e poetiche da meritare un itinerario che le abbia per protagoniste. Sono state accolte in piccoli centri dell’Appennino nella provincia di Rimini, di cui l’artista era originario e al mare di Cervia e Riccione.

Per Sant’Agata Feltria ha disegnato la fontana della Chiocciola, del 1994, che l’artista ravennate Marco Bravura ha rivestito di mosaico. Altre due fontane sono state nobilitate dal mosaicista con la stessa tecnica, in questo paese pieno di sorprese culturali, a seicento metri di altitudine.

La chiocciola, oltre a suscitare simpatia per il suo aspetto ed essere legata all’acqua, è anche simbolo della lentezza indispensabile alla riflessione, di cui un poeta come Tonino Guerra era amico e che gli aveva ispirato varie opere.

 

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La Fontana della Chiocciola – Sant’Agata Feltria

 

Da Sant’Agata, attraverso una strada ripida e dissestata si raggiunge Pennabilli, dove il poeta abitava e dove, nelle stradine del paese, sono disseminati molti interventi pittorici e scultorei ispirati da lui, a cui è dedicato anche un piccolo museo. Suo era il Giardino dei Frutti Dimenticati con la Fontana della Foglia e altre opere, fra alberi da frutto di varietà antiche.

A Santarcangelo di Romagna, dove Tonino era nato, ci sono tre sue fontane tra cui quella della Farfalla, seconda versione di quella realizzata per Sogliano al Rubicone. Si trova vicino ad un altro museo che ospita sculture, filmati e libri del poeta, sceneggiatore, artista.

 

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Fontana della Farfalla – versione per Santarcangelo dell’originale per Sogliano al Rubicone

 

A pochi chilometri da Santarcangelo ci si può inerpicare verso Torriana, fra rupi suggestive da cui si vede bene anche quella di San Leo. La fontana di questo paese è l’Albero dell’Acqua. Nella vicina Poggio Berni c’è invece la Fontana della Memoria

A Cervia, un tappeto di mosaico sospeso sull’acqua porta due mucchi di sale, dato che l’attività per cui la cittadina era conosciuta in passato era quella della sua produzione. Marco Bravura ha interpretato da par suo il disegno di Tonino Guerra nel 1997.

 

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Fontana Albero dell’Acqua a Torriana

 

Parlare come uccelli

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canarino selvatico – foto di Jorg Hempel da wikipedia

 

Gli antichi pastori delle isole Canarie, che passavano la maggior parte del tempo in solitudine su pascoli molto distanti gli uni dagli altri, per entrare in contatto fra di loro avrebbero dovuto saper volare come gli uccelli. Ma da quelle affascinanti creature hanno imparato qualcosa più alla portata umana e quasi altrettanto efficace: il suono. Nelle lunghe giornate trascorse sui prati, in ascolto dei loro canti, modulando fischi sono riusciti ad elaborare un linguaggio potente, capace di farsi comprendere da molto lontano, indifferente agli ostacoli che limitano chi è senza ali.

Mentre gli uccelli, però, utilizzano la siringe, un sistema di cartilagini che si trova all’incirca dove noi abbiamo le corde vocali, per ottenere un risultato paragonabile al loro gli uomini hanno dovuto utilizzare la lingua e le labbra. Posizionandole in modo da poter spingere fortemente l’aria attraverso un passaggio molto stretto ma anche facilmente modellabile attraverso un dito che vi introducono, sono riusciti a creare una tale varietà di suoni, da potersi parlare in modo molto articolato, come con le parole, che sono ben quattromila.

Sull’isola di Gomera e poi sulle altre dell’arcipelago si è diffusa una nuova lingua, che è stata ritrovata anche nei Pirenei ad Aas, nel Bearn francese.

 

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isola della Gomera in una foto della NASA da Wikipedia

 

Dato che questo linguaggio è formato da vocali e consonanti, i fischi spagnoli sono diversi da quelli francesi, anche se noi non riusciremmo neppure ad accorgercene. Il sistema delle Canarie era stato ideato dall’antico popolo dei Guanchi e adattato dagli spagnoli che hanno conquistato le isole nel quindicesimo secolo. Ai pastori francesi può essere arrivato attraverso dei marinai, dato che la zona in cui sussiste ancora si affaccia sull’oceano Atlantico, in cui sono radicate quelle isole.

Negli anni sessanta del secolo scorso la ricerca del benessere economico, con l’abbandono delle campagne ha fatto quasi scomparire questo modo di comunicare, anche perché considerato retaggio di povertà e ignoranza. E’ stato rivalutato a partire dagli anni novanta, al punto che in alcune delle zone d’origine lo si insegna a scuola e all’università, conosciuto principalmente col nome di Silbo Gomero e diventato patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, che nei paesi si usa durante i festeggiamenti religiosi.

Del resto, il simbolo animale di quelle isole è il canarino, che sa gorgeggiare mirabilmente, mentre quello vegetale è la palma delle Canarie, su cui magari il piccolo uccello si posa per diffondere le sue note.

Su youtube potrete ascoltare delle dimostrazioni.

 

Come si fa la pace: la commissione per la verità e la riconciliazione

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Quando Nelson Mandela era diventato presidente del Sudafrica nel 1994, aveva affrontato il difficilissimo compito di riappacificare la popolazione bianca con quella nera, dopo che si erano combattute e odiate per moltissimo tempo. C’era il forte rischio di guerra civile, perché i neri volevano rifarsi del lungo periodo di segregazione, degli abusi di ogni genere, delle violenze subite fino ad allora. I bianchi avevano paura delle vendette.

Mandela, però, era un grande conoscitore dell’animo umano e nei ventisette anni durante i quali era stato prigioniero politico, aveva riflettuto sulle soluzioni possibili per la pace, una volta che fosse stato di nuovo libero. Voleva una vita giusta per tutti e non solo per i neri. La sua sensibilità e lungimiranza gli erano state di aiuto per fare i passi fondamentali, indispensabili a questo scopo: imparare la lingua dei bianchi boeri, ovvero l’afrikaans, studiare la loro cultura, la loro storia, leggere i loro libri e giornali, cercare di capirli. Così, appena diventato capo di Stato, aveva fatto ciò che nessuno si aspettava, trattando gli ex nemici con lo stesso rispetto degli amici, cercando la loro collaborazione alla costruzione della nuova nazione “arcobaleno”. I suoi stessi famigliari, molti amici e compagni di partito, ovviamente si erano trovati in disaccordo con una simile scelta, del tutto diversa da ciò che avrebbe fatto chiunque di loro e aveva dovuto sostenere con grande coraggio il suo piano per il bene comune. Sapeva che privilegiare “i suoi” avrebbe finito col fare del male a tutti, perpetuando l’inimicizia fino alla rovina.

 

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Nelson Mandela da idainternational.org

 

Quando era stato il momento di affrontare i processi per giudicare i crimini commessi nel periodo di durata dell’apartheid dal 1960 al 1994, invece di un tribunale come quello di Norimberga dopo la seconda guerra mondiale, in collaborazione col vescovo anglicano Desmond Tutu e con chi credeva nell’uguaglianza dei diritti, Mandela aveva voluto la “Commissione per la Verità e la Riconciliazione”.

Verità e riconciliazione sono due parole ben poco presenti nell’idea di giustizia che hanno i più. Ma chiunque abbia subito torti sa che ciò che porta pace nell’animo dell’offeso quanto dell’offensore non è tanto la punizione, bensì il vedere riconosciuta la verità dei fatti, il pentimento del responsabile e il suo chiedere perdono. Ecco perché la commissione incaricata di rendere giustizia aveva deciso che chi si era macchiato di delitti per scopi politici durante l’apartheid, purché non fosse il mandante e a condizione di riconoscere la verità e pentirsi, ottenesse l’amnistia.

Di solito i colpevoli negano la verità persino a se stessi, ma in Sudafrica dal 1995 al 1998 tanto i bianchi quanto i neri hanno fatto il difficile percorso di essere sinceri, guardando nel profondo del proprio animo, affrontando il dolore e la vergogna, comprendendo e facendo comprendere cosa era davvero successo.

Lo straordinario tribunale aveva contribuito in modo consistente a riconciliare almeno in parte quelli che, altrimenti, non avrebbero mai finito di scontrarsi, con conseguenze che sarebbero potute essere davvero terribili.

Purtroppo, dopo che Mandela si era ritirato dal potere, ormai molto anziano e malato, era mancato chi avesse il cuore e la mente altrettanto grandi e profondi. La mentalità autoritaria domina sempre, irresistibile ancora per troppi.

 

Per capire almeno i tratti essenziali del pensiero di Mandela, l’appassionante film INVICTUS, di Clint Eastwood è un ottimo inizio. Trovate la mia recensione qui

 

 

Il ritmo del diverso sentire

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Loie Fuller, foto da Dance Heritage Coalition

 

Se ascoltare buona musica eleva la qualità della vita e dei pensieri, ballare porta quella linfa fino alle più trascurate cellule del corpo. Se una bella melodia e un ritmo vivificante sono tutt’uno con parole che valgono davvero qualcosa, si accendono ancora molte luci dentro di noi. E se quei testi sono in una lingua straniera che riusciamo a comprendere, facciamo un tuffo nell’oceano del diverso sentire.

Quando ci prende il bisogno di frizzare dalla testa ai piedi, balliamo da soli o in compagnia al ritmo delle canzoni che ricordo qui sotto e che dopo tanti anni mantengono bellezza e potere, anche perché sono contro la guerra e le discriminazioni.

Si trovano tutte su youtube. Basta trasformare il video in mp3, utilizzando il software all’indirizzo http://convert2mp3.net/en/index.php?url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DK11bfsf_C8g e poi salvare la canzone sul computer.

 

Agli indirizzi web che do più sotto per ciascuna canzone, si trovano i testi originali in inglese, le traduzioni (a volte molto approssimative), informazioni utili per capire l senso e il contesto.

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Asimbonanga, di Jonny Clegg e Savuka, (1987 album Third World Child) Testo, traduzione e informazioni all’indirizzo http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=6352

 

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Biko, di Peter Gabriel. (1980 album Peter Gabriel III) Testo, traduzione e informazioni all’indirizzo https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=1684

Games without frontiers, di Peter Gabriel (1980 Album Peter Gabriel III). Testo, traduzione e informazioni all’indirizzo https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=523

 

Sting_The_Dream_of_the_Blue_Turtles_CD_cover

Russians di Sting (1985 album The dream of the blue turtles) https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=688

 

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Forbidden colors di Ryuichi Sakamoto e David Sylvian (1983 colonna sonora del film Furyo) https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=51385

 

ApocalypseNow

The end dei Doors (1967 Album The Doors, colonna sonora del film Apocalypse now) https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3946&lang=it

 

 

Cosa si può fare con un filo

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l’opera di Cécile Dachary – foto dal sito ceciledachary.com

 

Nonostante una gran quantità di opere d’arte contemporanea lascino perplessi, la libertà espressiva di questa nostra epoca permette di dar forma a lavori che fertilizzano l’immaginazione di chi le vede, ben più che in passato. La creatività sa utilizzare qualsiasi materiale, anche il più umile come la carta, le foglie, il filo e allontanarsi dal semplice artigianato per farsi arte.

 

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E’ il caso dell’opera di Cécile Dachary che ha sospeso nell’aria una cittadina fantastica, bianca e leggera come una nuvola. La trattengono i fili lasciati liberi dall’uncinetto con cui case e torri sono state elaborate, con muri e tetti di ragnatela.

 

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opera di Gabriel Dawe – foto dal sito gabrieldawe.com

 

 

Al contrario, il colore dei fili tesi sono stati il mezzo con cui Gabriel Dawe ha realizzato opere che sembrano fatte di luce come gli arcobaleni, e che invece la luce la utilizzano per mettere in atto la loro suggestione.

Nel giorno più buio dell’anno, ecco due fiammelle d’ingegno che ci fanno compagnia.

 

Perché conoscere la natura rende migliori

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La conoscenza della natura e dell’animo umano è quasi del tutto esclusa dalla nostra istruzione ed educazione e i risultati si vedono. Nati in questa condizione, non ci accorgiamo neppure di una simile mancanza, come un nato cieco ignora che gli manca la vista. Eppure ogni istante della nostra esistenza dipende dalla natura, anche se abitiamo in un condominio senza neppure un balcone. Mangiamo, beviamo, respiriamo, sentiamo, abitiamo, ci spostiamo, consumiamo produciamo rifiuti e se pure sono altri ad occuparsi parzialmente delle nostre necessità, tutto viene e torna alla natura. Anche volendo tralasciare le enormi conseguenze negative sull’ambiente, provocate da una simile mancanza, quelle sull’animo umano non sono da meno. La natura, per chi non la conosce è una scenografia, un accessorio di cui può far piacere usufruire, come si fa con un arredo. Il mondo resta confinato all’uomo e alle sue opere, che spesso ci pesano addosso, ci limitano, tanto più che la maggior parte delle persone conosce soprattutto ciò che appartiene alla fisicità e all’immediato e sfugge quanto riguarda la psiche e richiede tempi lunghi. Come stupirsi che ci si senta soffocati, oppressi, frustrati? C’è chi si obbliga a fingere che non sia così e chi reagisce presto con violenza. In entrambi i casi, da qualche parte l’amarezza fa danni, diretti o indiretti su noi stessi, sugli altri, sull’ambiente.

 

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Eppure in ogni forma di vita avvengono cose sorprendenti, che suscitano meraviglia e curiosità, che ad ogni aprirsi di porta conducono verso altre porte sempre più numerose. In ogni aspetto si può riconoscere qualcosa che ci somiglia, a volte in una piccola parte, altre volte in larga misura. La creatività della natura appare illimitata: le trasformazioni che continuamente avvengono nell’aria, nell’acqua, nel fuoco e nella terra, le strategie di sopravvivenza di piante e animali, la capacità di adattamento che porta la vita anche nei luoghi più inospitali, la bellezza delle forme e dei colori, la bontà che delizia la bocca e il naso, la varietà dei suoni. Le possibilità sono infinite. Mano a mano che si conoscono, si trovano punti di contatto, di somiglianza, di parentela con animali, vegetali e persino minerali, ci si sente parte di un grande organismo in cui scorre la stessa linfa. Ci si accorge che, se pure il dolore non risparmia niente e nessuno, lo si vive in un modo molto meno opprimente e di minore durata.

 

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La possibilità di amare e di essere amati, che spesso ci viene negata dai nostri simili, trova soddisfazione con le altre forme di vita, perché a loro possiamo dedicare le nostre cure e da loro veniamo ricompensati con una presenza che non viene mai meno. I boschi, le montagne, i mari sono sempre lì, in ogni stagione, ad ogni ora. Ci calmano, ci entusiasmano, magari ci spaventano, ma non ci respingono. Certi animali diventano persino veri e fedeli amici, e se pure in altro modo lo diventano le piante. Se ci impegniamo a conoscere il carattere e le esigenze delle diverse forme di vita, possiamo anche fare qualcosa per ricambiare ciò che ci danno. Il nostro diventa un amore più maturo e consapevole, che aiuta anche a incontrare la profondità di noi stessi e di coloro di cui condividiamo la specie. Da qui in poi il cammino diventa più difficile, ma la natura è sempre lì, per ispirarci.

 

Articoli sull’argomento Umanità si trovano a questo link e a quello di film selezionati e libri selezionati

 

 

L’ignoranza genera violenza

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L’ignoranza è la più forte alleata di ogni male. Se riguarda la natura, da cui dipendiamo tutti in ogni momento e se riguarda la vita interiore dell’essere umano, che governa ogni pensiero e azione, l’ignoranza è certamente fra le prime cause di sofferenza e distruzione, di mancanza di rispetto per se stessi e per gli altri. Eppure proprio questi due argomenti sono in gran parte esclusi dalla nostra istruzione ed educazione. Allora domina l’istinto, anche se si è convinti di usare la ragione.

L’istinto è un ottimo sostegno alla vita, dalla più semplice alla più complessa, e si è formato nel corso di milioni di anni. E’ immediato e non richiede riflessione prima di agire. E’ dunque utilissimo anzitutto nelle emergenze, ma anche in molti casi in cui è necessario semplicemente lasciarsi andare. E’ però anche ciò che spinge alla sopraffazione e alla violenza attive e passive. Tende a dominare quanto a lasciarsi dominare, a seconda del carattere e di ciò che si è vissuto. Presiede alla paura, utile per evitare i pericoli, ma trascina anche alla viltà delle azioni più meschine. Accende l’amore ma tormenta con la gelosia, suscita l’ammirazione ma avvelena con l’invidia. Rimugina ma non ragiona e come via d’uscita trova la prevaricazione.

 

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L’essere umano, però, si è evoluto e ha creato cose meravigliose andando oltre l’istinto, imparando cose nuove, spesso in contraddizione con la spinta più primitiva. Le ha chiamate cultura e educazione. Grazie a loro è diventato possibile costituire una società dove le sfumature del pensiero e del comportamento hanno mitigato le tinte estreme e contrapposte, incompatibili con le qualità più elevate, degne della parola “umanità”. Il pensiero che ha dato origine alla scienza, alle arti e all’incivilimento, deriva dal combinarsi di istinto ed educazione. Lo svantaggio di questa conquista è la lentezza e la fatica con cui si acquisisce, soprattutto se mancano buoni insegnanti e buoni libri. Una volta trovati, però, vale la pena di fare uno sforzo, perché è largamente ripagato.

Nell’Agosto del 2002 ho dato ufficialmente avvio ad un progetto culturale che permettesse a tutti di superare almeno in piccola parte questo ostacolo. E’ stato un gesto quasi disperato, perché dopo quasi mezzo secolo di vita ho sentito che non avrei più potuto sopportare le inconsistenti, risibili giustificazioni dietro cui si nascondono in troppi, per evitare le proprie responsabilità. Volevo dare un concreto aiuto e dimostrare che anche con poco si può fare molto, se si possiedono volontà, capacità e desiderio sincero di conoscenza. In tanti anni di ricerca e sperimentazione avevo capito che se nel mondo le cose vanno male, dipende da tutti. Se ci infuriamo per le ingiustizie e noi stessi ci lasciamo andare a commetterne, se ci indigna il potere del denaro e finiamo col dare troppo spesso priorità al denaro, se vogliamo la fine delle guerre ma facciamo ben poco per mettere fine ai rancori e alle ripicche famigliari o di vicinato, manteniamo il terreno adatto al prosperare di ciò che diciamo di detestare.

 

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Il mio progetto tratta dunque di natura e di umanità, col nome A SCUOLA DAGLI ALBERI anzitutto perché gli alberi sono fra gli esseri viventi dall’effetto complessivo più benefico per ogni forma di vita e per il territorio. Ma un’altra buona ragione per questo titolo è che gli alberi, pur avendo una grande autonomia sanno ottenere ciò che comunque è loro necessario da parte di altri esseri viventi, creando le condizioni perché avvenga senza forzature. Sul mio sito si trovano rubriche e articoli dedicati alla conoscenza dell’animo umano, oltre che degli animali, delle piante e dei fenomeni naturali che interagiscono. Chiunque può iniziare un percorso davvero interessante e utile in qualsiasi momento e senza spesa. Per gli approfondimenti ci sono i miei libri. Ne ho pubblicati 7, dando una forma narrativa a tante scintille di conoscenza che dovrebbero essere patrimonio di tutti per poter ampliare le proprie prospettive e liberarsi dalla tirannia di un istinto lasciato incolto.

Gli articoli che riguardano l’animo umano si trovano nella sezione UMANITA’, FIML SELEZIONATI, LIBRI SELEZIONATI

 

 

 

 

Delicato e duraturo garofano

 

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Abbiamo visto i garofani troppo spesso per riuscire ad apprezzarli come meriterebbero, nonostante la loro bellezza e il profumo delicato. Da duemila anni vengono coltivati e, anche grazie alla resistenza che li distingue, sono stati scelti per esprimere ciò che dura a lungo, come il ricordo affettuoso di qualcuno. Ecco perché li si trova come omaggio ai defunti nei funerali, soprattutto nel meridione d’Italia e in Francia. Ecco perché significano anche sfortuna. Al contrario, in Giappone sono di buon augurio per una guarigione o una sorte favorevole. In America Anna Jarvis, ideatrice della tradizionale festa della mamma, aveva scelto il garofano come simbolo, perché era stato il fiore preferito dalla propria. Era di colore bianco, come la purezza dell’amore materno. Ammirazione, amore e gratitudine è ciò che in Corea si esprime con i garofani offerti ai genitori e agli insegnanti.

In Italia, in Austria e nella ex Jugoslavia questo fiore è stato scelto per rappresentare la festa del lavoro e si può immaginare che sia stata una delle ragioni per farne l’emblema del partito socialista, fin dal 1973. Il 25 Aprile 1974, in Portogallo è avvenuta la rivoluzione dei garofani, un colpo di stato incruento che ha provocato la fine della dittatura di Salazar. (Interessante la coincidenza del nostro 25 aprile, ma del 1945, con la liberazione dal regime nazifascista). Il nome di questo avvenimento deriva dal gesto di una fioraia di Lisbona che aveva offerto quei fiori ai militari e da loro erano stati infilati nelle canne dei fucili, mostrando così di non volerli usare.

 

garofano selvatico

garofano selvatico

 

Dato che resiste più di altri quando è reciso e fuori dall’acqua, è un fiore che gli uomini portavano all’occhiello della giacca in occasioni speciali, come banchetti e matrimoni. Sembra che quest’usanza risalga all’ottocento, in occasione del matrimonio della regina Vittoria d’Inghilterra col principe Alberto.  La sposa gli aveva offerto un mazzolino di fiori e lui, molto signorilmente, aveva fatto un piccolo taglio al risvolto della giacca per inserirvelo.  Dopo di allora aveva voluto che tutte le sue giacche avessero un occhiello a cui non corrispondesse alcun bottone, per quello scopo. Ancora oggi in quelle di sartoria, sul rovescio c’è un filo per trattenere il gambo.

Il garofano è il fiore nazionale della Spagna, dove lo si lancia ai ballerini di flamenco e ai tori che si difendono bene durante la corrida. E’ il fiore della Slovenia, quello provinciale della comunità autonoma delle isole Baleari e dell’Ohio, in onore del presidente William McKinley, assassinato, che ne portava sempre uno all’occhiello.

Nella letteratura greca il garofano è citato come Dianthus, che significa “fiore divino”, perché sacro a Giove, da cui deriva il suo nome scientifico Dianthus caryophyllus. E’ frutto dell’elaborazione umana del garofano selvatico che ancora troviamo nei prati.

 

 

Sculture sott’acqua: arte per la natura

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“the rising tide” di Jason de Caires Taylor – da designboom.com

Nel letto del Tamigi sono state collocate da poco alcune sculture che vengono sommerse due volte al giorno, al salire della marea, simulando le conseguenze dello scioglimento dei ghiacci polari, con l’innalzamento della temperatura oltre i due gradi rispetto ad ora. Per questo, i cavalli in groppa a cui si trovano i personaggi, hanno al posto della testa una pompa da petrolio, che estrae l’idrocarburo responsabile, nel bruciare, della maggiore emissione di anidride carbonica. L’effetto è davvero suggestivo, oltre ad avere un significato importante.

L’autore è il britannico Jason de Caires Taylor, che negli ultimi anni ha realizzato nell’oceano installazioni subacquee permanenti di grande effetto per ciò che rappresentano, per la loro quantità, per il luogo, ma anche per la trasformazione che inevitabilmente subiranno da parte degli organismi marini. Coralli, spugne e piante approfittano infatti del supporto per installarsi, cambiandone così l’aspetto in modo cospicuo. Tutto è iniziato al largo di Cancun, la celebre località turistica messicana, che dal 2011 ha offerto il primo museo sottomarino per dirottare i troppi turisti dalla barriera corallina in grande sofferenza a causa loro  (vedi articolo). Al tempo stesso le opere, realizzate in cemento dal PH neutro, hanno cominciato a servire da ancoraggio per nuova vita subacquea. Rappresentano uomini e donne a grandezza naturale e con abbigliamento contemporaneo, in varie situazioni, in parte solitari e in parte raggruppati, per un totale di cinquecento.

 

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una delle opere dell’artista Jason de Caires Taylor nell’oceano Atlantico, a Lanzarote

 

Visto il successo dell’opera, a Lanzarote, nelle Canarie, all’inizio del 2016 sono state installate le prime opere che rappresentano i migranti, come riflessione sulla loro drammatica condizione.

 

 

 

Diamante e Grafite, uguali e diversi

diamante grezzo - immagine da camminidiluce.net

diamante grezzo – immagine da camminidiluce.net

 

gratite - immagine da wikipedia

grafite – immagine da wikipedia

 

Diamanti e grafiti hanno una storia che, ai più attenti, certo suggerirà interessanti analogie con il percorso di vita umano. Ecco perché:

Quando la terra si stava ancora formando, tre miliardi di anni fa, a duecento chilometri sotto la superficie le rocce fondevano, per l’immensa pressione di un simile peso. Quelle più leggere, finivano con l’essere spinte verso l’alto e si raffreddavano, cristallizzando il carbonio puro in solide, durissime strutture a forma di cubo: così sono nati i diamanti.

Molto più tardi, quattrocento milioni di anni fa, sulle terre emerse ancora paludose, i muschi e le felci gigantesche, dopo la morte sprofondavano nell’acqua e si sovrapponevano in strati sempre più spessi. I cumuli degli antichi vegetali ricoperti di fango, si trasformavano in torba, con l’azione dei batteri che ne consumavano l’idrogeno, l’azoto, l’ossigeno. Man mano che erano spinti verso il centro della terra, la pressione ed il calore aumentavano, asciugando la torba e rendendola compatta, trasformandola in lignite, poi in litantrace ed infine in antracite, il carbone dal maggior potere calorico. Se tutto continuava, restava il carbonio puro, con una struttura ad esagono, che non brucia, : la grafite.

Ogni cosa ed ogni vivente ha in sé del carbonio e questo ne fa la sostanza più diffusa sul pianeta. Diamanti e grafite, però, pur avendo lo stesso, unico componente ed essendo fratelli, non potrebbero essere più diversi: il primo è il minerale più duro al mondo ed il secondo il più morbido. Avevano un valore commerciale altrettanto lontano uno dall’altro ma, nel ventesimo secolo, le circostanze li hanno portati gradualmente alla pari. La scivolosa grafite, che conduce bene l’elettricità ed il calore, è usata per fare elettrodi, refrattari, lubrificanti e vernici, oltre alle mine delle matite. Si può ridurre in fogli sottili quanto un atomo, sfruttando le sue straordinarie capacità per far funzionare i sofisticati apparecchi elettronici di cui abbiamo sempre più bisogno. Così, nella gran quantità, è preziosa per noi quanto il diamante con cui si fanno gioielli o con cui si taglia ciò che non si può altrimenti.

Ancora una volta, le qualità più eccelse si possono trovare in ciò che inizialmente ne sembra del tutto sprovvisto. Basta cercare e aspettare il momento giusto.

Nel 1985 è stato scoperto un altro elemento allotropo del carbonio: il fullerene, composto da 60 atomi riuniti in struttura sferica, che consente applicazioni fantastiche.

 Tratto al mio libro ACQUA, ARIA, TERRA E FUOCO