Museo dei colori naturali di Lamoli (PU)

pianta di guado - foto di Enrico Romani dal sito actaplantarum.org

pianta di guado – foto di Enrico Romani dal sito actaplantarum.org

 

I monaci benedettini fin dal sesto secolo, quando era stato costituito l’ordine monastico del santo di Norcia, edificavano chiese e monasteri nei punti strategici di passaggio dei pellegrini, offrendo ospitalità e cure mediche grazie alla conoscenza delle proprietà guaritrici delle erbe. I grandi protettori e saggi amministratori della natura erano loro, che vegliavano sulla salute dei boschi, oltre a coltivare viti, olivi, ortaggi ed erbe officinali. Nel motto “prega e lavora” era compreso lo studio e la sua traduzione in pratiche benefiche per il corpo e la mente.

In alcune sale di quello che era stato il monastero a Lamoli, a 600 m. di altitudine,  da vent’anni unito alla bella pieve c’è il Museo dei Colori Naturali, che ha preso avvio dopo il recupero di alcune grandi macine in pietra per il guado, la pianta che si usava in passato per tingere i tessuti in blu. In una vasta area intorno a Sant’Angelo in Vado (PU), la si era coltivata e lavorata come l’unica per ottenere questa tinta fino a che l’indaco, originario dell’India, dal seicento in poi è stato preferito per le sue qualità molto superiori. I documenti testimoniano che il guado di questa zona era venduto soprattutto a Prato, in Toscana, celebre per i suoi tessuti subito dopo Firenze.

 

la sala dedicata al blu

la sala dedicata al blu

 

In omaggio all’erba tintoria che ancora si trova nei prati di questa zona dell’Appennino, una stanza del museo è dedicata per intero al colore blu prodotto in Europa, in Africa, in Asia con materia vegetale per tingere i tessuti e minerale per la pittura su pergamena, legno e tela. Pannelli esplicativi con belle foto illustrano i procedimenti e la storia, ma qui come nel resto del museo ci sono anche le foglie o i fiori secchi, la polvere o le scaglie colorate, le lane tinte e tutto ciò che aiuta ad avvicinarsi ad una conoscenza antichissima.

Dall’ottocento in poi la tintura naturale è stata man mano soppiantata da quella chimica, ma oggi la necessità di recuperare il lavoro artigianale di nicchia per evitare la dispersione delle tradizioni e per ridurre l’inquinamento, sta ridando slancio alle tecniche antiche.

 

acero campestre con la pieve e l'abbazia sullo sfondo

acero campestre con la pieve e l’abbazia sullo sfondo

 

Da vegetali, animali e minerali abbiamo avuto la possibilità di gioire dei colori sui nostri vestiti e su tutti i manufatti che hanno accompagnato la civiltà. In passato sono stati simbolo di condizione sociale: il blu, raro e costoso, contraddistingueva i nobili; il rosso porpora, il più bello e intenso, altrettanto costoso, era il colore dei potenti. Il giallo era la tinta di chi si considerava fuori dal comune: il più bello per la pittura si otteneva dall’orpimento, che è solfuro di arsenico.

Il colore degli abiti dei poveri era il marrone, perché era spesso il colore naturale di certe fibre tessili.

Il bianco, per i tessuti si otteneva sbiancando le fibre con la lisciva e l’esposizione al sole, mentre nei dipinti si usava la polvere di calcite.

 

 http://www.oasisanbenedetto.it/museo-dei-colori-2/

a 23 km da Lamoli, in Umbria, c’è S.Giustino col suo Museo del Tabacco e la Repubblica di Cospaia, vicinissima a Sansepolcro, in Toscana, col suo affascinante Museo delle Erbe.

Nelle tre regioni si trovano molti alberi monumentali che vale la pena di visitare. Si può acquistare il mio libro degli alberi monumentali, di cui troverete un estratto sulla pagina dedicata.

 

 

 

 

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