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Sotto il picco dove è cresciuto nei secoli il santuario di San Romedio, scorre il torrente a cui hanno dato lo stesso nome e che passa ai piedi del paese di Sanzeno. Nel 1863 quando la famiglia de Widmann era insediata nell’abitato e possedeva molte terre, le aveva volute rendere produttive portandovi l’acqua del torrente. Aveva allora inciso nella roccia calcarea della forra dalle pareti verticali, un canale stretto come un sentiero per farla arrivare senza fatica, in leggera pendenza. Man mano che il suo percorso procedeva verso la destinazione, cresceva la distanza dal fondovalle fino a trovarsi sospeso a cento metri di altezza. Adesso che l’acquedotto ha una diversa sistemazione, il sentiero dell’acqua è diventato quello dei visitatori dell’eremo, che vogliono arrivarci nel modo più simile a quello del santo di origine austriaca, che mille anni fa aveva scelto questo luogo come solitaria residenza. Se ci si va di buon mattino, in un giorno feriale d’estate, il silenzio e il camminare sospesi per quaranta minuti sullo strapiombo, si accorda con la bellezza selvaggia del luogo e con l’atmosfera spirituale del santuario alto su un picco, che sale ancora con i suoi muri e le sue scale, per stare come su una nuvola sopra gli alberi. E’ fatto di piccole chiese interne decorate ad affresco, di centotrenta gradini ripidi, fra muri bianchi con nicchie in cui sono allestite scene della Passione di Cristo, di sale con gli ex voto, di una balconata da cui si guarda il torrente, novanta metri più sotto.

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Nel bosco, in un recinto ben protetto, è ospite da anni un orso bruno che non poteva tornare alla vita selvatica, dopo essere stato sempre prigioniero di uomini. Del resto, una leggenda racconta di un orso che aveva ucciso il cavallo di san Romedio e che si era lasciato cavalcare al suo posto, per portarlo a Trento.

Fra gli alberi più in alto c’è il minuscolo cimitero dei religiosi che sono voluti restare qui per sempre.

Tornando a Sanzeno lungo la strada asfaltata che segue il percorso del torrente ed è aperta solo alle navette del santuario, sarà piacevole riconoscere le enormi foglie del farfaraccio, i fiori di impatiens che profumano di pesca, gli abeti rossi, i noccioli, qualche tiglio selvatico, i carpini. In alto compare ogni tanto il sentiero percorso all’andata e i tanti frassini che con le loro salde radici non hanno avuto timore di installarsi sulle pareti verticali, piene di buchi.