Museo del bosco e del cervo della Mesola (FE)

mesola-castello-da-in-arte-e-cultura

castello della Mesola – foto da inartecultura.altervista.org

 

Un buon punto per iniziare a comprendere i luoghi dove il fiume Po termina il suo lungo scorrere, è il castello di Mesola, appena si entra in Emilia Romagna dopo aver lasciato il Veneto. Nelle sale del cinquecentesco castello estense, infatti, sono illustrate le trasformazioni del territorio acquitrinoso, avvenute negli ultimi quattrocento anni.

Il Duca d’Este, dopo il terribile terremoto di Ferrara nel 1570 aveva concentrato l’impegno verso la bonifica degli acquitrini con una fitta rete di canali, in modo da prosciugare i terreni e destinarli all’agricoltura. Così i tanti ferraresi che avevano abbandonato la capitale, avevano trovato in Mesola delle nuove opportunità.

Il castello, costruito quasi alla foce del fiume sul quale un tempo si svolgeva un grande traffico commerciale, oltre alle molte attività artigianali e alla pesca, aveva impensierito i veneziani che avevano mandato spie per sorvegliare le attività dei possibili concorrenti nel trasporto e nella vendita delle merci. Per tutelarsi, i veneti avevano costruito il canale chiamato Taglio di Porto Viro, sul proprio territorio, per far depositare i sedimenti del Po nel braccio di Mesola e impedire così che venisse usato a loro danno.

Era stata anche la passione per la caccia a spingere Alfonso II d’Este a farsi costruire il castello in una zona dove abbondava soprattutto il cervo, che per la sua bellezza suscitava brame venatorie anche presso la corte francese, frequentata dal ferrarese. Gli animali selvatici venivano dapprima catturati e confinati all’interno dei “barchi” (recinti) per essere liberati prima della battuta di caccia. Questa era organizzata in modo da diventare uno spettacolo per chi non partecipava all’inseguimento ma assisteva solo all’uccisione delle prede sfinite, spinte verso una radura.

 

Exif_JPEG_PICTURE

la Torre Abate, nei pressi del castello di Mesola

 

Al cervo di questa zona, diverso dagli altri presenti in Italia, è dedicato il secondo piano del castello, dove sono illustrate le sue particolarità e quelle del bosco in cui vive, oltre che la sua importanza nella storia, nella tradizione, nell’arte.

Nei filmati che si susseguono nelle sale del castello, insieme ai molti pannelli illustrativi, si possono vedere le testimonianze delle attività numerose in questa zona fino a dopo la seconda guerra mondiale come il trasporto fluviale e la pesca, a cui erano legate molte attività artigianali.

A soli quattro chilometri di distanza, a Santa Giustina, si potrà visitare la bella chiusa di Torre Abate, in mezzo all’acquitrino dedicato alla pesca sportiva, dove prospera la cannuccia di palude utilizzata nei secoli per la copertura dei tetti delle case di contadini e pescatori, (vedi articolo) l’iris giallo, depuratore delle acque insieme alle altre erbe di plaude, i pioppi e i salici. Ci sono anche i pini domestici da cui si ottengono gli squisiti pinoli e le belle tamerici che sono di casa nelle zone marittime. Nella torre sono esposte foto che illustrano le attività del delta fino agli anni cinquanta. Si potrà poi passeggiare nel Boscone della Mesola, a pochi chilometri di distanza.

 

 

 

 

Sommacco e scotano, le belle anacardiacee

anacardio-frutto

frutti di anacardio – foto da Agraria.org

 

La parola anacardi evoca in noi soprattutto i dolci semi ricurvi che l’albero tropicale anacardio Anacardium occidentalis, dalle molte virtù alimentari, medicinali, industriali, fa crescere fuori dai frutti carnosi. Alla stessa famiglia appartengono anche il mango e il pistacchio. In Italia crescono spontaneamente due generi di grandi arbusti o piccoli alberi, loro parenti davvero bellissimi, alle due estremità della nazione.

 

cotinus_coggygria-aleksander-dunkel-da-wikipedia

frutti piumosi dello scotano – foto di Aleksander Dunkel da Wikipedia

 

Nel Friuli/Venezia/Giulia, soprattutto sul Carso e verso Trieste si trova lo scotano Cotynus coccyria, detto anche albero della nebbia, mentre in Sicilia prospera il sommacco Rhus coriaria. Spesso vengono entrambi chiamati sommacco, creando una certa confusione, dato che entrambi in autunno hanno foglie che si colorano di magnifici rossi, hanno frutti dalla forma insolita, fusti sinuosi e radici robuste e profonde, adatte alla crescita sui pendii e nei luoghi dove scarseggia l’acqua. Vivono anche fino a ottocento metri di altitudine e sopportano il freddo. Lo scotano, però, ha foglie relativamente piccole e tondeggianti, fiori insignificanti, ma frutti bellissimi che molti credono fiori, perché sono rosa e piumosi, tanto da guadagnare alla pianta in soprannome di “albero della nebbia”.

 

scotano-foglie

foglie di scotano in autunno

 

Una caratteristica dello scotano è l’alto contenuto di tannino dei frutti, usati in passato per la concia delle pelli soprattutto nel monastero di Bardolino, sul lago di Garda. Nella provincia di Pesaro-Urbino si trova il convento di Santa Maria di Scotaneto, chiamata così per la copiosa presenza di scotani nelle sue vicinanze. Un simile impiego era comune anche in Sicilia.

Il sommacco, invece, ha foglie pennate e frutti a pannocchia, usati come spezie acidule in Sicilia e nei Paesi arabi, dopo essere stati essiccati. Freschi sono velenosi. Un parente americano chiamato anche lui sommacco, il Rhus typhina, ha trovato ottima sistemazione nei nostri giardini, coi frutti vellutati, non commestibili e persistenti sui rami, ricoperti in inverno di altrettanto velluto marrone, che lo rende molto decorativo.

 

Exif_JPEG_PICTURE

foglie e frutti di sommacco in autunno

 

 

 

 

Antarctica: l’istinto di sopravvivenza dei cani da slitta

antarctica

 

Film di Koreyoshi Kurahara del 1983 con musica di Vangelis. E’ una storia vera che inizia quando i componenti della seconda spedizione dell’Anno Geofisico Internazionale del 1957, non riescono a raggiungere la postazione appena lasciata da quelli del primo turno perché, nonostante sia ancora estate, le condizioni meteo molto negative lo impediscono. I quindici cani da slitta che hanno contribuito al successo di tante operazioni, per sicurezza sono incatenati all’esterno dagli scienziati appena partiti, senza immaginare che nessuno li può più raggiungere per liberarli, nutrirli e accudirli. Dopo molti tentativi, otto di loro riescono a togliersi il collare o rompere la catena e ad andare in cerca di cibo. L’istinto lupesco che accomuna tutti i cani, in quelli da slitta abituati ad una vita dura è riemerso per assecondare l’istinto di sopravvivenza che li guida nella caccia. Ma l’impresa è comunque difficilissima e alla fine dell’inverno solo i due fratelli Taro e Jiro, nati in Antartide, probabilmente anche grazie alla solidarietà parentale che li unisce, sono ancora vivi. Tornati alla base dove i membri della prima spedizione sono a loro volta rientrati, nella speranza che i cani si siano salvati, li hanno ritrovati con gioia. Il rimorso per averli anche se involontariamente abbandonati è stato un grande tormento, che ha spinto uno dei tre scienziati a dimettersi e poi a tornare.

 Un altro bel film su animali in rapporto con gli umani è L’orso

 Un film interessante sugli elementi naturali e l’uomo è Kon Tiki

Cento film che aiutano a capire l’animo umano sono a questa pagina

 

L’ultimo imperatore

puyi-manchukuo

Pu Yi imperatore del Manchukuo – foto da Wikipedia

 

Questo libro del 1987 di Edward Behr, racconta in modo molto più particolareggiato rispetto al film di Bertolucci, la vita di Pu Yi, l’ultimo ad essere incoronato imperatore della Cina. Se già per un essere umano l’essere divinizzato, separato dal mondo e dalle persone che ci vivono, è motivo di grave squilibrio psicologico, l’esserlo all’età di tre anni come nel suo caso, è stato ben peggiore. Un simile ruolo, sostenuto dall’enorme numero di persone che da questo hanno tratto grandi vantaggi, lo ha reso al tempo stesso despota e schiavo. La sottomissione ad ogni sua necessità e capriccio da parte di tutti, gli ha impedito anche di camminare al di fuori delle sue stanze, di vestirsi, di lavarsi e di procurarsi da solo qualsiasi cosa, per non compiere azioni plebee. Queste sono state le più perfide premesse per renderlo inetto da ogni punto di vista. Ciò che forse in un passato lontanissimo era iniziato in forma molto più ridotta, come segno di rispetto per l’autorità di chi era a capo di un popolo, all’inizio del novecento aveva manifestato la degenerazione fino al ridicolo, all’assurdo. Se anche Pu Yi avesse avuto predisposizioni di carattere migliori, il trattamento a cui è stato sottoposto ne hanno fatto il personaggio ben poco nobile, che la presa di potere dei giapponesi e poi la prigionia nelle carceri comuniste cinesi, hanno fatto emergere. Forse con sincerità, forse per opportunismo, nei dieci anni di “rieducazione” comunque privilegiata sotto Mao Tse Tung, Pu Yi ha dimostrato di aver compreso molti dei propri errori e ha tentato di riparare almeno un poco. Fisicamente, però, è rimasto del tutto maldestro, essendogli mancata la possibilità di usare correttamente le proprie mani per svolgere persino le azioni più semplici.

Seguendo tutto il percorso della sua vita si vedono gli effetti dell’influsso degli altri esseri umani e delle circostanze su una persona che, privilegiata da un lato, è gravemente deprivata da un altro.

Il loto dalle tante virtù

loto-fiore-di-hans-dieter-warda-da-wikipedia

fiori e foglie di loto – foto di Hans-Dieter Warda da Wikipedia

 

I fiori di loto, Nelumbo nucifera, emergono immacolati e asciutti dal fondo melmoso degli stagni, come rivestiti di cera. Ciò che vi cade sopra, scivola via senza attaccarsi mai e la pioggia, invece di spandersi e bagnarli, si raccoglie su di loro in grosse gocce scintillanti come cristalli. Ecco perché rappresentano la vita del Buddha e di ogni persona illuminata dalla conoscenza e dalla saggezza profonde. Durante l’inverno le piante scompaiono sott’acqua, lasciandone libero lo specchio, ma col calore dell’estate risorgono nuove. Lo ricoprono di grandi foglie che si curvano per seguire il risplendere del sole, e fiori opulenti offerti agli insetti fecondatori. Sotto la loro ombra l’acqua che altrimenti si riscalderebbe imputridendo, rimane fresca.

La bontà della loro generosa natura comincia dai dolci rizomi, che vengono mangiati come gli steli, le foglie, i fiori, i semi con cui si fanno dolci, insalate, zuppe, ma anche medicinali calmanti. Leggere, resistenti, morbide e fresche sono le fibre dei lunghissimi steli cavi, che quando si spezzano emettono un suono simile ad un sospiro. Nel Myanmar il popolo Intha che vive sul lago Inle, lavora ancora con strumenti tradizionali il filato che ne ottengono e con cui tessono teli leggeri come seta, morbidi e scivolosi al tatto. Lo stilista Loro Piana ha favorito il mantenimento della tradizione, proponendo questo tessuto nelle proprie collezioni.

 

Exif_JPEG_PICTURE

frutti di loto

 

Quando i loti perdono i venti petali bianchi e rosa, rimane l’insolito frutto legnoso, che dai tanti fori lascia cadere i semi in acqua, per assicurarsi una discendenza. Sono semi longevi, pazienti nell’aspettare la loro occasione. Nel 1951 se ne è trovato uno che da duemila anni riposava nella terra e che, messo a dimora nel fango, è germogliato dando vita al fiore più antico del mondo.

Nel lago di Mantova si trova forse il migliore esempio di acclimatazione del loto da noi. A Lugo (RA) c’è il giardino dei loti e nel parco di villa Demidoff (FI), davanti alla suggestiva scultura dell’Appennino, c’è uno stagno che a Luglio se ne ricopre.

 

Frane, alluvioni, desertificazione: gli alberi le contrastano

Exif_JPEG_PICTURE

 

La discrezione con cui lavorano gli alberi, sommata alla scarsa cultura in ciò che li riguarda, rende invisibile il lavoro importante che fanno di loro gli esseri viventi dall‘effetto complessivo maggiormente benefico per la terra e tutti i suoi abitanti. Eppure, cominciando dalla salute, nei luoghi dove ci sono alberi a sufficienza da risanare almeno in parte l’aria dai gas tossici e dalle polveri sottili, le malattie respiratorie sono senz’altro ridotte. La serenità di spirito, poi, aumenta quando ci si trova in un ambiente piacevole per gli occhi e le orecchie, oltre che per i polmoni. La produzione di ossigeno e l’assorbimento di anidride carbonica responsabile del riscaldamento globale sono funzioni importanti che si svolgono già solo per la presenza di alberi.

Dove ci sono alberi, in estate la temperatura scende di alcuni gradi. Basta sentire la differenza quando dalla città si va verso la campagna. Averne a ragionevole vicinanza dalle case e dai negozi, nei parcheggi e davanti ai capannoni industriali, riduce il bisogno di ricorrere al condizionamento d’aria, oltre ad essere un altro vantaggio sanitario ed estetico. Il consumo di energia e l’inquinamento, grazie a questo diminuiscono. Naturalmente occorre piantare gli alberi giusti, più che mai dove ci sono pendii ed argini di corsi d’acqua.

 

Exif_JPEG_PICTURE

 

Alberi ed arbusti dalle profonde radici a fittone e fascicolate trattengono il terreno meglio e con minor spesa di qualsiasi opera ingegneristica, senza contare il ben migliore effetto estetico. Anche le spese dovute ai danni per gli allagamenti e gli smottamenti possono essere ridotte dagli alberi, che con la chioma di foglie evitano che la pioggia colpisca violentemente la terra, facendola scivolare via ed erodendo i pendii. Se ci sono alberi, i terreni in pendenza rimangono saldi e quindi si riducono le frane, che tanto spesso causano tragedie. Inoltre, lungo le gallerie scavate dalle radici, le piogge penetrano in profondità ed alimentano le falde freatiche.

Salici, ontani e pioppi, piante tipiche delle zone umide, oltre a depurare le acque inquinate, asciugano e rassodano il suolo. Lungo i fiumi e i torrenti, gli alberi mantengono compatti gli argini e rallentano la corsa dell’acqua, che quando scorre in grande quantità ha una forza tale da travolgere e distruggere ogni cosa. I danni delle alluvioni si possono ridurre in modo significativo grazie a loro. Il clima diventato più estremo, con piogge violente e lunghe siccità, ha un grande bisogno degli alberi per mantenere l’umidità del terreno per fargli meglio assorbire le piogge torrenziali ed evitare che l’acqua scorra via, intasando le fogne e facendo debordare i fiumi. Contrastano al tempo stesso la siccità, evitando la desertificazione che sta avvenendo anche in certe zone d’Italia. Infatti, oltre a pompare continuamente acqua dalla profondità e favorire le piogge, gli alberi che fanno ombra al terreno, lo mantengono in buone condizioni perché si auto-regoli con l’aiuto di insetti e lombrichi, funghi e animali che ospita e che ne favoriscono la fertilità, rendendolo meno bisognoso di interventi di irrigazione, concimazione e altre lavorazioni.

 

Exif_JPEG_PICTURE

 

Gli alberi riducono la forza distruttiva del vento e la sua capacità di asciugare il terreno. Anche quando sono spogli in inverno, la gran quantità di rami e di tronchi di molti alberi riduce i venti freddi, mentre nelle altre stagioni ne rallenta la corsa, limitandone i danni. Occorre però sempre piantare in modo corretto ed evitare i tagli scriteriati che invece imperversano continuamente, indebolendo le loro capacità.

Il valore commestibile e medicinale di frutti, fiori e foglie è quasi del tutto dimenticato tranne per le specie più note, mentre grazie a loro si potrebbe ridurre la fame nel mondo, favorendo la presenza degli alberi di questo genere, oltre a quelli che frenano l’avanzata del deserto, causa prima di mancanza d’acqua e di cibo. Purtroppo, chi si occupa di urbanistica, di architettura e anche di ecologia, così come chi prende decisioni importanti per i territori, raramente conosce le qualità degli alberi, col risultato di sprecare enormi possibilità. Invece di favorire la loro presenza, lascia che vengano danneggiati in continuazione, partendo dalle scriteriate potature fatte in modo incompetente, come se gli alberi fossero oggetti o comunque presenze pericolose e fastidiose da relegare nei parchi. Si guarda solo al minor costo immediato, ignorando l’enorme spesa che ne sarà la conseguenza.

 

Exif_JPEG_PICTURE

 

E’ proprio nei luoghi dove si genera l’inquinamento ed il consumo energetico che vanno piantati. L’ossigeno e la bellezza dei boschi non riesce a risolvere i problemi delle città. Sempre che i boschi ci siano. Imparare a conoscere gli alberi dà un’importante carta in mano a ciascuno di noi, perché direttamente o indirettamente, tutti possiamo fare qualcosa per loro, dunque per noi. Anche chi non ha neppure un balcone o un giardino, può agire assimilando e poi diffondendo la cultura della natura, per creare un ambiente favorevole a decisioni più assennate da parte di chi interviene sul territorio. E se anche mancando l’interesse per tutti i motivi citati più sopra, il notevole risparmio energetico e una maggiore bellezza del nostro Paese dovrebbe attrarre.

ALCUNI DATI IMPORTANTI

Un faggio centenario ha 7.000 m. quadri di superficie fogliare.

In un’ora assorbe 2,5 kg di anidride carbonica e rilascia 1,5 kg di ossigeno, indispensabile alla nostra respirazione.

In un giorno, immette nell’atmosfera 400 l. di acqua e con l’evaporazione, l’ombreggiamento e la riflessione fogliare riduce la temperatura di alcuni gradi sotto la sua chioma. Come minimo 2.

Un ettaro di bosco, in un anno fissa 50 t. di polveri, contro le 5t. di un prato

ARTICOLI CORRELATI: alberi che frenano il deserto   alberi frangivento

acqua: mantenerla e farla tornare per mezzo degli alberi       alberi che impediscono le frane

potare gli alberi

case di terra e tetti d’erba       parcheggi verdi

Per imparare molto sugli alberi, consultate il mio libro ALBERI DELLA CIVILTA’ -gli alberi che difenderanno il nostro futuro

 

Lugo (RA): la rocca dei fiori di cappero

cappero-fiore-giardinaggio-net

capperi – foto da giardinaggio.net

 

I capperi sono piante sensibili, spiriti liberi che si installano dove si sentono meglio, spesso incuranti di dove li vorremmo noi. Arrivano dove il clima è mite e abbonda il sole, portate da lucertole e gechi che ne mangiano i frutti e ne disperdono i semi. A maggio cominciano a fiorire, con quattro petali bianchi che mettono in risalto il bel ciuffo al centro, fitto di lunghi stami violacei, sottili, setosi. A sera sono già appassiti ma, se qualche insetto impollinatore li ha visitati, presto compaiono piccoli frutti oblunghi. Ogni mattina si aprono nuovi fiori fino a luglio, quando le piante cominciano a riposarsi.

Sulla parte più bassa delle mura esposte al sole della rocca di Lugo, in Romagna, le piante di cappero prosperano già da centinaia di anni. Nonostante siano estremamente frugali, sono esigenti in fatto di confortevolezza e gli antichi castelli sono fra le loro dimore preferite, purché non si sia cercato di ringiovanirli più del necessario. Fra mattone e mattone devono esserci gli spazi sufficienti agli arbusti per installarsi e far gattonare le radichette verso l’interno, dove trovano spazio e umidità ideali e mai eccessive. Il comune di Lugo, che da sempre lascia loro la libertà di dimora, chiede in cambio un tributo in boccioli, per farne il condimento vivace di molti piatti, dagli effetti benefici sulla salute. Ci sono tracce di questo compromesso nei libri contabili dell’ottocento, quando gli abitanti del posto hanno ricevuto l’incarico per la loro raccolta e lavorazione. Così è stato per cent’anni fino a quando, nel secolo scorso, la modernità che ha portato i frigoriferi, le lavatrici e la plastica, ha fatto abbandonare ciò che si è visto come campagnolo e antiquato.

 

Exif_JPEG_PICTURE

la rocca di Lugo con la parte bassa rivestita di capperi e in alto il giardino pensile

 

L’Amministrazione Comunale, ufficialmente non se ne è più interessata, ma Sante, personaggio caratteristico del posto e Idana, bidella tuttofare, sono stati di parere diverso e hanno cominciato ad occuparsene per proprio conto. I boccioli messi rapidamente sotto aceto e stagionati per qualche mese, sono stati regalati spesso in vasetti di vetro agli amici e pare che Idana gratificasse di questi doni soprattutto quelli capaci di vivacizzare le sue giornate con i migliori pettegolezzi.

Negli anni ottanta, quando si è cominciato a distinguere fra la muffa di ciò che è vecchio e la patina di ciò che è antico, ovunque si è dato l’avvio al restauro di cose e usanze di valore, da tempo abbandonate. Allora l’idea del regalo è stata adottata dal Comune per offrire agli ospiti di riguardo un ricordo originale, escluso dalla vendita. Gli incaricati dall’amministrazione hanno colto i boccioli due volte a settimana, consegnandoli a funzionari che, nel tempo libero, si sono adoperati per metterli in salamoia e confezionarli. Uno di loro, ormai in pensione da vari anni, in virtù della sua esperienza ha avuto nel 2017 l’incarico di “Assessore al Cappero”, che comprende anche altri impegni in relazione col volontariato. Ha inaugurato intanto due novità, affidando la raccolta ai rifugiati stranieri ospiti in città e cambiando l’ingrediente di conservazione, dall’aceto al sale di Cervia, particolarmente gradevole perché senza tracce di cloruri amari. E dato che l’assessore, da buon romagnolo ha un salutare senso dell’umorismo, ha istituito il premio “Cappero d’Oro” per chi si distingue nella valorizzazione di Lugo.

 

 

Sant’Agata Feltria, paese del Natale e delle fiabe

Exif_JPEG_PICTURE

il castello di Sant’Agata (RN)

 

Nel collinoso, morbido paesaggio del Montefeltro, quando a seicento metri di altitudine si sta per raggiungere Sant’Agata Feltria (RN), si vede svettare un castello al di sopra degli alberi, come fosse sospeso nell’aria. Fatti i primi passi nel paese, si incappa in una fontana di bronzo e mosaico a forma di chiocciola gigantesca che risale una scalinata, nata dalla fantasia di Tonino Guerra (vedi articolo). E’ stato lui il più noto seminatore di immaginazione della Romagna intorno a Pennabilli dove abitava, a mezz’ora di distanza da Sant’Agata.

Bastano pochi passi, invece, per arrivare in una piazza dove nel bel palazzo seicentesco rosso, ancora con la facciata originaria di quello che era stato il municipio, da trecento anni c’è un teatro. Con le novantanove poltroncine tra platea e balconate, rivestite di un intenso blu pavone, aspetta il suo pubblico e gradisce le visite, dopo il restauro del 2002.

Ci sono altre due belle fontane con mosaici prima di arrivare alla rocca, costruita su un masso gigantesco, da cui il paesaggio tutt’intorno al paese, si vede nella sua piena bellezza. Era quasi inevitabile che ne facessero il posto delle fiabe, dove nelle sale sono state ambientate alcune delle più famose. C’è quella dedicata alle ragazze perseguitate, quella dei viaggiatori, quella del solitario castellano e quella dei fanciulli nella foresta. La Rocca Fregoso, restaurata l’ultima volta nel 2005, era stata costruita già nell’anno mille e aveva preso l’aspetto attuale nel seicento quando ne era proprietaria la famiglia che le aveva lasciato il nome.

 

Exif_JPEG_PICTURE

il presepe, in alto, dietro gli archetti della chiesa

 

Il gusto fiabesco di Sant’Agata si ritrova nella chiesa del convento di San Girolamo, in alto nella facciata interna,  dove è allestito un presepe permanente con l’ambientazione delle strade e delle persone di Sant’Agata com’erano nell’ottocento, con i personaggi che si muovono. Presepi di grande qualità sono anche nel Museo delle Arti Rurali, realizzato nelle molte stanze dell’ex convento dove, oltre agli oggetti abituali nei musei etnografici, sono allestite un’osteria e un’aula scolastica con arredi d’epoca e sono esposti strumenti musicali popolari, più una collezione di fumetti di molti decenni fa. Qui è possibile, soprattutto per ragazzi con handicap, conoscere e imparare gli antichi mestieri dagli artigiani del luogo: ebanisteria, recupero di mobili e di tessuti, decorazione, lavorazione di cesti, vasellame e ferro battuto. Si può imparare anche a fare la carta con prodotti naturali.

Questo è il paese delle fiabe e del Natale, dell’arte, della cultura, del paesaggio. Che sia estate o inverno, è il posto giusto.

 

Exif_JPEG_PICTURE

panorama della campagna di Sant’Agata, visto dal castello

 

 

 

Quale libertà?

 Exif_JPEG_PICTURE

 

E’ libertà seguire ciò che ci si sente di fare, ma non sempre ciò che ci si sente di fare è giusto. Si può essere spinti interiormente a compiere azioni che nuocciono a noi stessi o ad altri, per i più diversi motivi. Gli impulsi che ci muovono sono generati da una forza nascosta e profonda, che è importante conoscere.

Provare impulsi e sentimenti negativi è normale ed è bene accettarlo come parte oscura di cui è fatta la vita stessa, in cui le forze opposte sono utili al suo equilibrio e servono all’autodifesa. Occorre però saperle guardare per conoscerle, in modo da usarle solo quando è necessario e non a sproposito. La paura o la vergogna del proprio lato oscuro, però, spesso spinge le persone a negarlo, a nasconderlo persino a se stesse, col risultato di renderlo pericoloso, come una mina occultata nel terreno e che esplode quando si ha la sfortuna di toccarla.

Accettare il proprio lato pericoloso è però ben diverso dal giustificarlo. Significa invece riconoscerne la funzione e dargli le giuste possibilità. Vuol dire utilizzare la propria frustrazione come energia che spinge ad agire per realizzare qualcosa che abbia valore, lavorando su se stessi.

Spesso al proprio disagio non si sa dare un nome, eppure è fondamentale che abbia quello giusto, per trattarlo nel modo giusto.

 Exif_JPEG_PICTURE

 

Se viene riconosciuto può spingerci a migliorarci, a compiere imprese audaci e positive che altrimenti lasceremmo perdere. Se viene negato o non si riconosce la sua vera natura, agisce in modo subdolo e sproporzionato.

Una specie di barzelletta amara racconta di un ubriaco che di notte scruta per terra, sotto la luce di un lampione. Un passante gli chiede se stia cercando qualcosa e quello risponde che vorrebbe trovare le sue chiavi. Il passante insiste: “le ha perse qui?” e l’ubriaco risponde: “No, ma qui c’è luce”.

Sono tante le persone che cercano la libertà nel posto più facile, anziché in quello dove l’hanno persa.

Tutta la vita è un conflitto tra ciò che si vorrebbe e ciò che gli altri e le circostanze ci permettono di fare. Ci sono bambini e adulti che si ribellano alle imposizioni e trovano la libertà a caro prezzo. Altri inghiottono la frustrazione e il risentimento, adeguandosi alla volontà altrui. Non riconoscono neppure i propri legittimi sentimenti negativi, che irrancidiscono e indeboliscono la capacità di liberarsi. Invece di ribellarsi verso chi davvero li condiziona e opprime, scaricano il proprio disagio su chi è più vulnerabile. E la chiamano libertà.

 

 

Ebbrezza animale

amanita-muscaria

funghi allucinogeni di Amanita muscaria – foto da zamnesia.com

 

L’ebbrezza che viene dall’alcol o dalle droghe, piace anche agli animali. Quando la frutta fermenta, i suoi succhi si trasformano in alcol e nei punti dove è ancora appesa ai rami oppure è caduta, gli animali la consumano, trovando l’esperienza così piacevole da farne un’abitudine.

Del resto, ricci e lumache sono attratti dalla birra che viene messa in piccoli recipienti aperti negli orti, come trappola.

In Italia si sa che la bella falena Charaxes jasius si nutre del succo, spesso fermentato, dei frutti di corbezzolo, l’arbusto da cui viene ospitata quando è bruco e anche dopo aver messo le ali. (vedi articolo)

Sempre in Italia pare che i semi di canapa indiana, la pianta da cui si ricava l’hashish, siano dati ai canarini, per renderli più loquaci.

La Nepeta cataria, detta anche erba gatta, da non confondere con l’erba gatta filiforme, fra gli effetti benefici sulla salute dei gatti scatena anche una certa euforia.

Il nettare di datura, la bella pianta allucinogena dai grandi fiori bianchi a forma di tromba, pare sia molto gradito dalle sfingi, un particolare tipo di falene.

heteromeles_arbutifolia_900_13

agrifoglio californiano

 

Nei paesi nordici è noto che le renne si droghino mangiando i funghi allucinogeni dal bel cappello rosso con puntini bianchi Amanita muscaria. Il nome viene dalle mosche che ne succhiano gli umori per “volare” con maggior diletto.

I pettirossi americani Turdus migratorius si inebriano invece con le bacche dell’agrifoglio californiano Heteromeles arbutifolia detto toyon, con cui i nativi americani fanno un sidro.

I colombi rosa delle isole Mauritius si ubriacano con varie bacche e diversi tipi di uccelli mangiano i semi di papavero da oppio.

L’eucalipto che è il cibo esclusivo dei koala pare abbia anche un effetto inebriante.

I semi allucinogeni dell’ipomea violacea sono invece ciò che diletta i topi.

Notissime sono le solenni ubriacature che si prendono le scimmie, gli elefanti, le giraffe e molti altri animali delle savane africane con i frutti di marula, (vedi articolo) ma anche con le noci di palma borasso e col durian.

 

 

KON TIKI – Fiducia, coraggio e natura, alleate in un’impresa leggendaria

kon-tiki

 

Kon tiki, film del 2012 di Joachim Roenning e Espen Sandberg, sull’impresa del biologo norvegese Thor Heyerdahl che, durante il suo lungo soggiorno con la moglie nell’isola polinesiana di Fatu Hiva, sente parlare del dio del sole Tiki venuto da Est in tempi lontani con il suo popolo, stabilendosi sulle isole fino allora disabitate. Questo gli fa intuire che i polinesiani siano originari del Perù, arrivati millecinquecento anni prima con una zattera, dato che le navi presso di loro sono ancora sconosciute. La sua teoria è considerata assurda ma lui per dieci anni insiste a cercare finanziamenti e appoggi, fino a che nel 1947, all’età di trentatré anni, li trova e il 28 Aprile parte da Callao, il porto di Lima, con cinque amici, di cui uno solo sa di navigazione. Un pappagallo li accompagna, a bordo di una zattera lunga quattordici metri larga cinque e mezzo, fatta di tronchi di balsa legati con corde di canapa, con traverse di pino su cui sono fissati un capanno di bambù e un palo di legno durissimo di mangrovia, per reggere una vela. Quello è il tipo di imbarcazione usato dai peruviani nell’epoca della loro migrazione, quando non conoscono ancora il ferro, nonostante siano molto progrediti. La balsa è il legno più leggero del mondo e, nonostante assorba l’acqua, è in grado di reggere bene per un certo tempo e a restare diritto sulle onde più impetuose.

Uniche concessioni alla modernità sono la radio per tenersi in contatto col mondo e un canotto per fare foto della zattera da una certa distanza. Portano delle provviste ma mangiano anche i numerosi pesci che pescano facilmente. Il vento e le correnti oceaniche sono il motore che li porta a destinazione, provando la giustezza dell’intuizione di Thor, dal nome comune nei paesi scandinavi, lo stesso dell’antico dio del tuono.

Navigano per quasi ottomila chilometri e, nonostante le burrasche, la zattera chiamata Kon Tiki, nome del capo/dio migrato millecinquecento anni prima lungo la stessa rotta, non subisce rollii né beccheggi, ma sale e discende le onde. Dopo centouno giorni, il 7 agosto arrivano a una delle isole Tuamotu. La difficoltà più grande di tutto il viaggio è oltrepassare la barriera corallina che la circonda e la zattera vi si incaglia, ma tutti si salvano e riescono ad approdare in quello che appare come un vero paradiso.

Thor Heyerdahl è acclamato come eroe, insieme ai compagni che hanno avuto fiducia in lui e nell’abilità degli antichi, autori di imprese notevoli, grazie alla conoscenza della natura e all’abilità.

 

Pubblica vari libri sull’impresa e, col documentario girato, nel 952 vince l’Oscar. L’avventuroso Thor continua le sue ricerche antropologiche sulle varie isole dalla storia interessante e muore ultraottantenne. Dopo i funerali di Stato a Oslo è sepolto in Liguria a Colla Micheri, dove c’è la sua casa.

 

Ecomuseo delle Erbe Palustri a Villanova di Bagnacavallo (RA)

Exif_JPEG_PICTURE

vegetazione palustre

 

Al mare Adriatico romagnolo, sotto la foce del Po, arrivano le acque di fiumi minori come il Lamone, con un acquitrino che fino agli anni sessanta del novecento lambiva Villanova di Bagnacavallo, dove si andava spegnendo l’intensa attività artigianale legata alla particolarità del territorio: la lavorazione delle erbe palustri. Dove ci sono paludi e lenti corsi d’acqua prosperano le canne, le cannucce, i giunchi, le carici e le tife, che coi rizomi riescono a reggersi bene anche nel fango instabile e a portare ossigeno nell’acqua, dove altrimenti sarebbe insufficiente per la loro respirazione. Riescono così anche a renderla più salubre. Robuste, flessibili, leggere e alte fino a tre metri, (solo le carici e i giunchi pungenti sono bassi), mantengono le loro qualità per anni, anche dopo essere state tagliate. Ecco perché si prestano a innumerevoli impieghi senza bisogno di grandi attrezzature tanto che, nei cent’anni a cavallo tra otto e novecento, in questa zona la loro lavorazione è stata particolarmente intensa.

 

Exif_JPEG_PICTURE

alcuni fra i capanni ricostruiti nel giardino del museo

 

Il museo che ne illustra la storia, lo fa con una cura e un’ampiezza ammirevoli fin dall’esterno, dove nel giardino che lo circonda sono stati ricostruiti i diversi tipi di capanni molto diffusi in passato nelle terre umide. Hanno un’ossatura in legno e sono ricoperti di cannucce, in uno strato spesso all’incirca trenta/quaranta centimetri, capace di resistere alle intemperie per decenni e analogo a quello dei casoni veneti e dei cottage del Nord Europa.

 

Exif_JPEG_PICTURE

arredi di una casa ed elementi fatti di erbe palustri

 

Nelle molte sale del museo, dopo un video che aiuta a comprendere le trasformazioni di questa zona e delle sue attività, si visitano le stanze allestite con gli oggetti abituali nelle case delle famiglie che un tempo erano tutte impegnate nella lavorazione delle erbe palustri. Se ne sentiva il fruscio da mattina a sera, quando adulti e bambini le maneggiavano per guadagnarsi da vivere o per giocare. Un materiale così versatile si prestava ai divertimenti semplici quanto a quelli più impegnativi, come gli aquiloni, con la struttura di cannuccia su cui si tendeva la carta oleata, qui esposti insieme ad altri giocattoli, costruiti in certi casi dagli stessi bambini.

Attraverso dei modellini, si vede com’erano le case galleggianti, i traghetti del fiume, le barche per il trasporto di grandi cumuli del prezioso e al tempo stesso modesto materiale, che a volte era il legno di due generi d’albero sempre abbondanti dove c’è acqua: pioppo e salice, con cui si costruivano gabbie per il pollame, sedie, vanghe, pertiche.

Pannelli con spiegazioni accompagnano l’esposizione degli utensili e dei tantissimi oggetti realizzati come stuoie, cordami, ceste, rivestimenti per bottiglie, accessori del vestiario che comprendevano borse e scarpe anche molto raffinate. Ma ci sono pure gli stivali fissati a dei rialzi di mezzo metro, per camminare nell’acqua.

 

Exif_JPEG_PICTURE

scarpe in lavorazione

 

Le cannucce si usavano anche per fare le controsoffittature, di cui si vede qui un campione. Sono un materiale isolante molto efficace che è diventato di nuovo attuale per mantenere le case moderne più calde in inverno e più fresche in estate. Le erbe palustri lasciate crescere nelle acque inquinate le purificano, così come lo fanno i pioppi, i salici e gli ontani, che vengono oggi impiegati nella fito-depurazione degli scarichi casalinghi in campagna. Consolidano gli argini dei corsi d’acqua e attenuano il potere distruttivo delle correnti, rallentandole, in caso di alluvione.

I frutti delle tife, (Typha latifolia) che somigliano a grossi sigari, sono fatti di lanugine compressa, che quando si disfa vola via portando lontano i semini. Se la si raccoglie prima, serve ottimamente per imbottire cuscini e materassi. Il rizoma, invece, è commestibile e in passato, seccandolo e macinandolo si otteneva farina per il pane, mentre i germogli erano commestibili come verdura. Con le pannocchie piumose delle cannucce di palude, (Phragmites australis) invece, si facevano scopini, mentre la pianta era apprezzata per le varie proprietà medicinali contro le malattie da raffreddamento e gli edemi. I nativi d’America ne bevevano la linfa, mangiavano i germogli come verdura e facevano farina con i rizomi. Le canne, (Arundo donax) che sono più grandi e fanno da frangivento, hanno le stesse proprietà medicinali e in più fermano la montata lattea delle madri che ne hanno bisogno. Le ance di tutti gli strumenti a fiato, pare siano ancora fatte di canna, che in passato serviva a realizzare i flauti di Pan, con 10 canne di diverse dimensioni unite fra loro. La cellulosa che contengono è utile per farne carta.

Finita la visita, su prenotazione si può anche pranzare al sacco o richiedere menu vegetariani di specialità locali nella sala aperta sul giardino, arredata come le rustiche osterie di una volta, con suppellettili d’epoca.

L’associazione che si occupa della gestione di questo museo, organizza durante tutto l’anno le attività che rendono sempre più interessanti le visite per scolaresche e gruppi adulti.

 

Il sito è www.erbepalustri.it

 

Un articolo correlato riguarda I casoni veneti .