La straordinaria autonomia delle piante

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opera di Sandro Bolpagni nel Giardino Heller a Gardone Riviera (BS)

 

Le piante sono gli esseri viventi a cui tutti noi umani e animali siamo maggiormente debitori mentre loro, senza il nostro intervento sanno trovare la sistemazione più opportuna perché non pesano sulle altre forme di vita, grazie ad una straordinaria autonomia.

Il primo passo nel constatarla era stato fatto nel seicento, quando il chimico e filosofo belga Jan Baptista Van Helmont, aveva messo in un grande vaso un salice, limitandosi ad annaffiarlo per cinque anni, durante i quali la pianta era aumentata di settantacinque chili di peso, mentre alla terra che la sosteneva mancavano solamente sessanta grammi. Era ormai chiaro che i vegetali, per nutrirsi non consumano affatto il suolo, come si era creduto fino ad allora ma, attraverso le foglie, ricavano dall’aria le sostanze necessarie, (principalmente anidride carbonica) che diluiscono nell’acqua succhiata dalle radici coi suoi minerali, trasformandola in dolce linfa, che corrisponde al nostro sangue.

C’erano voluti quasi altri cent’anni per scoprire che le piante rigenerano l’atmosfera, quando il britannico Joseph Priestly, dopo aver consumato l’ossigeno di una campana di vetro con la fiamma di una candela, fino allo spegnimento, vi aveva messo una pianta. Dopo qualche tempo, tolta la pianta e inserita di nuovo la candela accesa, questa aveva trovato di che ardere, con ciò che le foglie avevano appena prodotto.

 

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Quanto all’acqua, le piante sono in grado di utilizzare sempre la stessa per lungo tempo ed è stato provato dal medico inglese Nathaniel Bagshow Ward che nell’ottocento abitava a Londra, allora molto inquinata da ciminiere e fornaci. Volendo far fare in santa pace a un bruco la propria trasformazione in farfalla, senza essere avvelenato dai veleni dell’aria, aveva messo la crisalide su un po’ di terra con della muffa, per mantenere la necessaria umidità, dentro un vaso di vetro che poi aveva sigillato. Dopo giorni, aveva avuto la sorpresa di vedervi nate una piccola felce e un filo d’erba. Così si era accorto che di giorno l’umidità evaporava condensandosi sul vetro, per ricadere poi col fresco della notte. Allora aveva messo della terra leggermente umida in una cassetta coperta da vetro poi sigillata, dentro cui dei semi erano germogliati e cresciuti fino a diventare belle pianticelle, senza altre aggiunte. Il medico, che conosceva le fatiche degli esploratori botanici per far arrivare intatti con lunghi viaggi via mare, i semi e le piante trovati in paesi lontani, aveva divulgato la sua scoperta in un libro nel 1842, mettendo a disposizione di tutti i botanici uno strumento preziosissimo. Infatti, dopo tante fatiche per trovare i campioni, gli esploratori li dovevano spedire o portare con sé sul ponte di una nave dove la salsedine, il vento, la mancanza d’acqua, il freddo e il caldo eccessivi e altri accidenti, spesso li danneggiavano o distruggevano. In cassette simili potevano invece resistere per moltissimo tempo, riutilizzando continuamente la stessa acqua, emettendo l’anidride carbonica necessaria alla produzione della linfa con il loro respiro e generando l’ossigeno indispensabile alla vita con gli scarti della fotosintesi. Bastava solo che ci fosse la luce del giorno.

 

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cassetta di ward – foto da www.jackwallington.com

 

Questa straordinaria autonomia renderà possibili persino i lunghi viaggi spaziali umani, con la produzione di frutta e verdure fresche grazie alla rigenerazione dell’umidità e degli scarti. Ma intanto le piante, se fossero aiutate invece di essere ostacolate continuamente sulla nostra terra, potrebbero renderla più vivibile riducendo i tanti danni che noi facciamo e mantenendola sempre più bella.

 

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L’ecomuseo Oglio-Chiese a Canneto sullOglio (MN)

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nella piazza dove ha sede il museo,
vasca ricavata da una barca in cemento del
ponte di barche di Torre sull’Oglio

 

Nella cittadina di Canneto sull’Oglio, che ha nei dintorni il ristorante Dal Pescatore, fra i più rinomati d’Italia, c’è anche il museo civico più multi-comprensivo che ci si possa immaginare. Ha preso vita grazie a dei volontari circa trent’anni fa, che adesso sono straordinarie guide nelle numerose e sorprendenti sale su due piani, nell’edificio ottocentesco di quelle che erano state scuole. Qui si vengono a conoscere molti aspetti della vita del fiume, della terra, degli animali e delle persone lungo i fiumi Oglio e Chiese che si incontrano nei paraggi.

Un tempo a Canneto prosperava la ditta FURVA, produttrice di bambole e giocattoli e la visita inizia dunque al pianterreno con pezzi di fine ottocento fino a quelli moderni del 1993 quando la fabbrica ha chiuso.

 

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barca carica di oggetti d’uso fino a 60 anni fa,
in una sala del museo affrescata con uno sfondo adeguato

 

E’ al piano superiore, però, che si conosce il territorio, un tempo paludoso e poi bonificato. Per questo il suolo che in superficie è ricco di limo portato dal fiume, ha una base di torba dura, perché negli acquitrini le piante che muoiono affondano e si sedimentano, iniziando una trasformazione che nel corso dei secoli le porta a diventare carbone. Questa caratteristica è stata favorevole alla crescita degli alberi e degli ortaggi, trasportati poi lungo la rapida e comoda via acquatica ovunque ce ne fosse richiesta. A testimoniare il traffico fluviale fin dai tempi più lontani, nel museo c’è una delle tante piroghe ricavate da un tronco di quercia scavata col fuoco, per arrivare alle barche usate fino a cinquant’anni fa, cariche di tutti gli oggetti adatti al trasporto e alla vendita, fatti di erbe, canne palustri, vimini. La bella pittura murale che copre un’intera parete, rappresenta il paesaggio acquatico, dando un’ambientazione alle barche e agli oggetti esposti. Altrettanto suggestiva è l’atmosfera della sala riservata agli uccelli e agli altri animali tassidermizzati in posture che li mostrano in situazioni caratteristiche, spiegate con maestria dalla guida che accompagna i visitatori, perché sarebbe impossibile realizzare sufficienti pannelli esplicativi per la quantità e varietà di testimonianze della vita locale. Anche le pagine degli erbari, incorniciate e appese, offrono la bellezza delle forme vegetali di cui si vengono a sapere le particolarità e i tanti impieghi che hanno avuto nella cura di umani e animali. Nella sala dedicata agli alberi c’è un’esposizione ad arte dei numerosi innesti possibili e semi di tante forme e colori, mostrate come le perle che in effetti sono.

 

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suggestiva esposizione dei vari tipi d’innesto
di alberi e attrezzi necessari allo scopo

 

Affascinanti e rustici giocattoli fatti dagli stessi bambini di un tempo o dai loro genitori, utilizzando pezzi di legno, tappi, tutoli di mais, sono per la gioia di chi apprezza la creatività e il riciclo. C’è poi una collezione di abiti e accessori contadini, una da nobili e possidenti e una da lattanti. Le tradizioni religiose, i miti, le festività di ogni tipo sono documentate da fotografie e da oggetti, compresi quelli che in passato ornavano le tombe con una grazia e una fantasia adesso scomparse dai cimiteri, ma che si possono ritrovare raccolti nella chiesa di Santa Croce, detta dei morti, aperta il mercoledì, il sabato e la domenica mattina.

il sito del museo è http://www.ecomuseoogliochiese.it

 

Julieta

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Film di Pedro Almodovar del 2016. Una professoressa di greco ripercorre attraverso la scrittura, i momenti della propria vita dal momento in cui, un trentennio prima, aveva concepito la figlia Antia, che da dodici anni ha fatto perdere le proprie tracce. A rendere negative quelle che sarebbero potute essere vite felici, sono due tragedie in cui madre e figlia hanno avuto una parte marginale, ma che sentono come una colpa. Il peso di una tale sensazione è tale da impedire ad entrambe di parlarne, prima di tutto con le persone che amano, finendo con l’escluderle totalmente dalla propria vita. Al contrario del senso di responsabilità che fa elaborare e risanare le conseguenze degli errori, il senso di colpa opprime, distrugge e spande nuovo dolore intorno a sé, colpendo chi meno se lo merita. Nel film, solo quando le circostanze portano ad un primo chiarimento e a sperimentare la profondità della sofferenza inflitta ad altri, si aprono gli spiragli per una direzione più giusta da dare alla vita.

 

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Frutta e frutti

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composizione di frutti legnosi, cuoiosi, cartacei e piumosi

 

Tutte le piante fanno dei frutti, dentro cui ci sono i semi. E mentre con la parola frutta si indicano i frutti che noi mangiamo comunemente come le ciliegie, con la parola frutti si possono intendere i baccelli, le capsule, le pigne, le bacche e qualsiasi altra forma anche minuscola, che contiene dei semi. I fiori che si riproducono velocemente attraverso i bulbi, come le iris, se vengono fecondati e lasciati sugli steli, senza coglierli, immancabilmente producono dei frutti e dunque dei semi, dai quali nascono nuove piante in tempi più lunghi rispetto ai bulbi. I frutti possono essere legnosi, come le pigne, cuoiosi come le faggiole, cartacei come i dischetti dell’olmo, piumosi come quelli del pioppo femmina.

 

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frutti del falso gelsomino

 

La bellezza delle forme e dei colori di questi frutti è altrettanto affascinante e varia di quella dei fiori e generalmente durano molto più a lungo sulla pianta. Se li si colgono e li si conservano, si mantengono intatti anche per anni. Pur essendo a volte fragili come quelli della koelreuteria, sanno resistere per mesi alla pioggia e al vento, rilasciando i propri semi in tempi diversi, con diverse probabilità di attecchimento nel terreno. Tutti sono elaborati dalle piante per avere la massima probabilità di germogliare e mentre i semi pesanti vengono trasportati generalmente dagli animali, come succede alle ghiande, nascoste in tantissimi posti diversi da scoiattoli, ghiandaie, nocciolaie, quelli leggeri sono portati lontano dal vento. La loro vitalità può durare anche solo pochi giorni, oppure resistere per centinaia di anni, a seconda della necessità, perché la natura cerca sempre di evitare lo spreco, anche se non sempre capiamo le sue numerose modalità. Dunque gli alberi o altre piante che vivono in luoghi molto difficili danno ai propri semi una resistenza notevole, mentre quelli che hanno grandi facilitazioni dal loro ambiente, evitano di impiegare energie in sovrappiù.

 

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frutti dell’iris

 

Intanto rallegriamoci delle bellezza di questi frutti, che ho raggruppato nella mia composizione e che potrete raccogliere in tempi diversi dell’anno durante le passeggiate nei parchi, nei giardini, lungo le strade

Vi indico i nomi, ma a collegarli alle piante provateci voi: Gelsomino, alkekengi, loto, iris, ibisco, bouganville, enagra, staphilea, cardo campestre, koelreuteria, nocciolo turco, liriodendro, salicone, frassino, acero, cryptomeria, quercia vallonea, tiglio, albero dei fazzoletti, metasequoia, platano, tsuga, liquidambar, ontano, carpine nero, olmo, tuya, calocedro.

Sui frutti legnosi trovate un articolo qui

Sui frutti cartacei trovate un articolo qui

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Carpe pulitrici nelle kabata giapponesi di Harie

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kabata giapponese – foto da giapponizzati.com

 

In Giappone nel Villaggio dell’Acqua Viva, (Harie, nella prefettura di Shiga), scorre un torrente d’acqua limpida di montagna fino al lago Biwa, che più a valle alimenta le risaie. Lungo il suo percorso varie sorgenti trovano uno spazio privato in ogni casa, dentro una vasca chiamata kabata, rifornita attraverso tubi e scivoli di bambù. In ciascuna nuota almeno una carpa, animale domestico molto amato dai giapponesi, nutrita con gli scarti dei vegetali e gli avanzi di cucina che le si gettano. L’acqua, però, rimane sempre limpida e pura, perché ciascun pesce mangia fino all’ultima briciola. Si potrebbe pensare che le carpe, nonostante riciclino i rifiuti, ne producano a loro volta dopo la digestione, ma quella in cui nuotano, oltre ad essere acqua corrente, mantiene sul fondo dei canali e nelle vasche le erbe che utilizzano i minerali della fanghiglia depositata e con la fotosintesi si alimentano e producono ossigeno, completando la pulizia in modo perfetto, come succede in tutti gli ecosistemi equilibrati.

 

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Harie – foto da jpninfo.com

L’acqua, fresca com’è, serve anche a conservare in ottimo stato il tofu, la frutta e la verdura che vi si immergono.

La particolarità di questo sistema di smaltimento dei rifiuti ha fatto del villaggio un’attrazione turistica che avvicina anche alla conoscenza delle carpe, grossi pesci con due barbigli sui lati della bocca, utili per trovare il cibo, smuovendo il fondale dei laghi dove vivono di solito. A Harie questo non avviene, perché il necessario al sostentamento arriva dall’alto, dalle mani dalle massaie. Loro parenti sono le colorate carpe koi, alloggiate nelle vasche dei giardini giapponesi, con un ruolo decorativo e affettivo.

 

 

Il museo Crespi bonsai – San Lorenzo di Parabiago (MI)

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Incurvati sopra un precipizio, piegati da un costante e forte vento, scavati dai fulmini, sinuosi per essersi fatti largo in cerca di luce fra i vicini, contorti per aver cercato molte volte un nuovo equilibrio dopo la perdita di un grande ramo. Negli alberi bonsai sono stati gli uomini e le donne a simulare con le loro manipolazioni gli effetti della tempesta, del gelo, del fuoco e dell’acqua, sapendo quanto le piante portino scolpite nella postura del fusto e dei rami, nella corteccia e nelle radici le difficoltà che hanno affrontato. Nell’espressività è la vera bellezza.

Gli umani intervengono nella natura per i propri scopi, fin da quando inizia la loro storia. Potano gli alberi per ottenere frutti più numerosi, senza dover aspettare che questo avvenga ogni tre o quattro anni. Li innestano per avere qualità più saporite, più grandi, più belle. Li selezionano, li trapiantano. Se li portano dentro casa nei vasi. Li annaffiano, li concimano, li curano, ne moltiplicano le specie. Qualche volta li trasformano in opere d’arte.

 

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In alta montagna ci sono alberi minuscoli, ma non a causa della giovane età. Lo si capisce dalle foglie molto piccole, rispetto ai loro simili. Sono bonsai naturali, creati inconsapevolmente dalle intemperie e dagli erbivori che li brucano in continuazione. In Giappone e in Cina qualcosa di simile avviene da secoli nelle case o nelle serre di chi è affamato di una particolare bellezza. Da decenni succede anche altrove.

Nel Museo Crespi sono arrivati alberi in miniatura dall’Estremo Oriente, che nei nostri parchi non abbiamo ancora e che hanno già vissuto centinaia d’anni, come avviene anche in libertà a quelli più resistenti come le sempreverdi conifere o i più selvatici fra le latifoglie. Ma il vento che fa volare il polline da una pianta all’altra e le feconda, rimane fuori dai muri del museo e per loro è impossibile generare semi. Quelli più delicati, dai fiori a corolle che si fanno impollinare dalle api, hanno vite ben più brevi ma riescono a dare frutti anche stando all’interno, dove gli insetti passano attraverso le maglie larghe delle grate. Si adattano a rimanere minuscoli nel fusto, rimpicciolendo anche le foglie, però mantengono le dimensioni abituali nei fiori e nei frutti. Frutti grandi come cuculi in nidi di passeri. A primavera vengono esposti nelle sale del museo, perché se ne ammirino i petali dal dolce profumo e in autunno il loro posto viene occupato da quelli col fogliame più colorato. Altri restano fuori, nel giardino per tutto l’anno.

 

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Nella sala più interna c’è un ficus millenario, circondato da teche con oggetti preziosi e con i kikkaseki, pietre che sembrano contenere fiori fossili, ma sono invece aggregazioni spontanee dei minerali. E infine c’è il giardino esterno, con altri bonsai e alberi potati alla maniera orientale, per mantenere anche qui quell’atmosfera esotica che la famiglia Crespi ha portato per prima in Italia. Adesso possiamo chiudere gli occhi.

 L’indirizzo del sito è www.crespibonsai.com

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Piccole informazioni di grande importanza

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Succede continuamente che piccole cose producano grandi effetti e, a questo proposito, cito qui una filastrocca inglese:

 

Per la mancanza di un chiodo si perse lo zoccolo

Per la mancanza di uno zoccolo si perse il cavallo

Per la mancanza di un cavallo si perse il cavaliere

Per la mancanza di un cavaliere si perse la battaglia

Per la mancanza di una battaglia si perse il regno

E tutto per la mancanza di un chiodo per ferrare un cavallo

 

Riportando alla nostra epoca il senso di questa storiella, una piccola informazione di grande importanza, la cui mancanza ha causato grandi danni, ha riguardato la pulizia dei denti. Molti anziani fino al dopoguerra erano sdentati e più tardi, quando le condizioni economiche generali erano migliorate, una buona parte aveva potuto rimediare parzialmente, mettendosi una dentiera. Eppure tutti avrebbero potuto conservare una ragionevole integrità della bocca, se un’informazione minima fosse stata diffusa ad ogni livello sociale: lavarsi i denti dopo ogni pasto o almeno sciacquarsi bene dopo aver mangiato qualunque cosa. Invece, non solo questa semplicissima educazione igienica non veniva fatta dai dentisti verso i clienti, ma neppure dagli insegnanti a scuola verso gli alunni. La maggior parte delle persone utilizzava lo spazzolino solo alla mattina e pure in modo sommario, lasciando ai batteri nocivi tutto il tempo per fare i danni che col tempo avrebbero lasciato le gengive sguarnite. Spesso sanguinavano durante lo spazzolamento, eppure lo si considerava inevitabile, mentre non lo era affatto e ben pochi avevano immaginato che un’informazione corretta su questo argomento fosse necessaria, anzi, indispensabile.

 

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Imponenti danni e conseguenti spese per le famiglie e per l’intera società avevano avuto questa causa, oggi ridotta ma ancora presente, perché c’è chi è predisposto per via ereditaria alla parodontite, causata dai batteri nocivi, e chi no. Con una spesa infima in spazzolini e dentifrici ma un robusto sforzo di volontà si può ottenere un grande effetto positivo.

L’abitudine ci impedisce di accorgerci ci ciò che è dannoso, perché finiamo col considerarlo normale e il cattivo esempio finisce con l’essere il riferimento creduto corretto.

La cultura costa, ma la mancanza di cultura costa molto di più, era lo slogan di un certo partito politico tanti anni fa. Questa frase geniale concentrava una grande verità per tutti i settori e scegliere fra le enormi quantità di conoscenze, a quali sia bene dare i primi posti nella propria vita, pur sicuramente difficile, è questione di allenamento mentale.

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Una piccola informazione di enorme importanza per la salute del nostro territorio e, di conseguenza, la nostra, riguarda la potatura degli alberi. Continuano le mutilazioni che storpiano gli esseri viventi dall’effetto complessivo d’inseme maggiormente benefico per la terra, rendendoli invalidi, perché chi commissiona questi lavori, quanto chi li esegue, nella maggioranza dei casi non conosce neppure le più elementari nozioni che persino un bambino può imparare velocemente, riguardo alla potatura. Si spendono grandi cifre per danneggiare un patrimonio, quando basterebbe la lettura attenta di un articolo su questo tema per farsi almeno una vaga idea su perché, quando e come potare.

 

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Il Museo della civiltà contadina a San Benedetto Po (MN)

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la bellissima scalinata che sale al museo – foto dal sito del museo

 

Mille anni fa, fra il fiume Po e il Lirone adesso scomparso, si era installata una comunità di monaci benedettini. Celebri per il motto “Ora, lege et labora”, conoscevano le leggi di natura e le applicavano per far fruttare al meglio le terre, favorite dai due fiumi. Sapevano esercitare tutte le arti e i mestieri per rendersi autosufficienti e il monastero, con la basilica, nel cinquecento era diventato tanto importante da poter essere ampliato e arricchito con l’ingegno di Giulio Romano, il celebre architetto e pittore che aveva lavorato per i Gonzaga a Mantova. La grande collezione di oggetti che riguardano le attività dei campi e del fiume, la vita quotidiana dei contadini, le loro credenze e usanze, ha trovato un posto adeguato nel piano superiore del Chiostro di San Simeone, dove un tempo c’erano l’ appartamento dell’abate e dei principi, le celle dei monaci, la biblioteca settecentesca e lo scrittorio. Ci si arriva attraverso una scalinata grandiosa e lo si percorre entrando nelle celle che hanno le porte aperte su ampi, luminosi corridoi, affacciati sui chiostri con grandi vetrate.

 

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Nelle prime stanze sono esposte le umili attrezzature per il lavoro dei campi e nelle stalle, le spiegazioni su maiali e mucche, adesso accudite dagli indiani del Punjab, che per la loro religione sono sacre. Una barca, le nasse, ciò che serviva alla pesca e alla caccia sul fiume, fa scivolare nel regno acquatico dove si diceva vivessero le gose, bestie demoniache in fondo ai pozzi e nei canali, così che i bambini se ne tenessero lontani. In altre stanze si trovano draghi-serpenti scolpiti nel legno, nascosti in passato nelle code dei carri per spaventare la malasorte, e poi diavoli, rappresentati sulle cornici dei carri che trasportavano i corredi delle spose, per ammonirle a non cadere nelle tentazioni. Galleggiando fra le leggende si incontrano le marionette e i burattini che divertivano i bambini e le loro famiglie, nei laboratori che adesso tutto l’anno riportano questo modo di raccontare vicende illustri e dispute triviali. La fantasia ha poi buon gioco fra i quadri dei pittori della bassa, fra i poeti, fra i giocattoli di una volta fatti di legno e di fil di ferro e fra gli oggetti devozionali.

 

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sala con gli oggetti dedicati agli intrattenimenti

 

Nelle nicchie fuori dalla basilica e in quelle numerose all’interno, statue in terracotta rifinita in polvere di marmo, riconducono alla natura con vegetazione e animali che accompagnano molti dei personaggi rappresentati.

Intorno al grande complesso di religione e cultura c’è il paese e poi i campi dove si coltivano le barbabietole, le zucche, i meloni e gli asparagi, che i monaci producevano già nei secoli scorsi. E c’è il Po.

Il sito del museo è www.museocivicopolironiano.it

Riguardo al fiume Po c’è l’articolo sul Museo dei grandi fiumi a Rovigo

 

Uova di tutti i colori

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uova di storno – foto da Incredibilia

 

Fino a non molti anni fa, (a volte ancora adesso), per Pasqua si evocava la resurrezione nascondendo in giardino o in casa, per farle trovare dai bambini, uova di gallina che venivano colorate facendole bollire con parti vegetali tintorie. Le uova degli uccelli, però, hanno dimensioni, forme e colori anche più fantasiosi, che le fanno sembrare dipinte da artisti. Uno dei motivi è la necessità di mimetizzarle, in modo da renderle meno individuabili dai predatori nei rari momenti in cui le madri fanno una pausa nella cova o sono obbligate ad allontanarsi. Infatti ci sono altri uccelli, topi, bisce e animali diversi che non aspettano altro per rubarle e mangiarsele. Ma ci sono anche altri motivi. Per esempio l’azzurro serve ad evitare che l’uovo assorba troppa luce e che si surriscaldi.

Azzurre sono le uova di uno degli uccelli più comuni e numerosi, che vediamo spesso frugare tra le foglie sul terreno in cerca di insetti da mangiare: il merlo, dalle penne nere quando è maschio e marrone scuro se femmina. Il suo canto che si sente già a fine inverno è fra i migliori annunci della primavera in arrivo. Anche lo storno, che conosciamo per le spettacolari evoluzioni in gruppo sopra le città, per poi posarsi sui rami degli alberi con cinguettii in grandi corali, fa uova azzurre. Dello stesso colore le uova della passera scopaiola e, fra le galline, quella araucana.

 

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uovo di cuculo, leggermente più grande e macchiato, fra uova di un altro uccello. Foto da cam.ac.ukpg

 

Altri uccelli hanno invece uova dal guscio verde, come il pettazzurro. Ma chi fa uova dal colore che imita l’altrui è la femmina del cuculo dalla pessima fama, dato che depone un solo uovo in vari nidi di uccelli di taglia molto inferiore a lei, lasciando che lo covino e poi accudiscano il figlio fino all’età adulta. Quando l’uovo si schiude, il piccolo ancora implume scaraventa fuori dal nido i fratellastri o le uova rimaste. Lo fa perché la taglia, che diventa ben presto superiore a quella dei genitori forzatamente adottivi, renderebbe loro troppo difficile nutrirlo a sufficienza. L’uovo in cui si era sviluppato, però, generalmente era di poco più voluminoso rispetto agli altri e, soprattutto, aveva lo stesso colore. La femmina cuculo, infatti, sviluppa la capacità di imitare le uova degli uccelli di cui diventa parassita e le sue discendenti mantengono la preferenza, dunque anche la tinta.

 

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uovo di uria . foto da Focus.it

 

 

L’usignolo di fiume, invece, dal canto liquido nelle notti di primavera inoltrata, è color rosso/marrone lucido. E’ una tinta che condivide con il falco pellegrino, chiamato così perché le penne della testa sono scure e simili al cappuccio che un tempo erano indossati dai pellegrini. E’ noto per essere l’uccello più veloce al mondo.

Il guscio bianco con macchie dai lunghi filamenti, come se del colore fosse stato lasciato sgocciolare sopra, lo fa l’uria, uccello bianco e nero che vive in mare aperto tranne quando cova senza nido, direttamente sulle rocce delle scogliere

Molte grandi macchie scure su un fondo bianco o beige sono quelle delle uova del piviere, migratore che in Italia dicono faccia il suo nido solo a Livigno e sui monti della Maiella,

 

 

Il calendario celtico degli alberi

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platano di Pergo (AR)

 

I celti, la cui cultura ha avuto la sua massima espansione tra il IV e il III secolo a.C, vivevano nella zona della Boemia, della Baviera, della Bretagna, del Nord dell’Italia, nella Spagna e nell’Anatolia. Avevano per gli alberi una venerazione tale da identificarsi con loro e da collocarli nel calendario come simboli del rinnovarsi del tempo ogni anno con le stagioni. I momenti culminanti degli equinozi di primavera e d’autunno, quando il giorno e la notte hanno uguale durata, o dei solstizi d’inverno e d’estate, quando il giorno è il più corto o il più lungo dell’anno, avevano un albero tutto per sé a rappresentarli. Negli altri periodi erano raggruppati più giorni sotto il patrocinio di uno stesso albero, che li rappresentava in stagioni opposte, come per esempio il tiglio, collocato dall’11 al 20 Marzo e di nuovo dal 13 al 22 Settembre. Questa che può sembrare una contraddizione, stava probabilmente a significare quanto i periodi, gli esseri viventi o i fenomeni naturali di quel tratto siano uno il polo opposto dell’altro, indispensabile all’esistenza di entrambi. Così come la notte è benefica quando succede al giorno ma cesserebbe di esserlo se dominasse le 24 ore. Inoltre, gli alberi sono signori dell’aria quanto del sottosuolo, dove le loro radici interagiscono con i batteri, i funghi, i piccoli animali, i fenomeni naturali, col risultato di produrre grandi effetti sull’intero ambiente. A ragione erano considerati sacri e per i Celti, la quercia era la più rispettata, mentre per i germani lo era il tiglio, per gli scandinavi la betulla, per i mediterranei l’olivo.

 

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roverella delle Marmore

 

Pare che questo calendario sia solo un’invenzione poetica recente. Possiamo utilizzarla per avvicinarci meglio alle qualità degli alberi, che è la cosa di cui c’è vera necessità, per favorirli nel loro importante lavoro a favore di tutti, invece di danneggiarli come troppo spesso avviene.

22 alberi comuni in Europa erano e sono ancora frassino, abete, acero, betulla, carpino, castagno, bagolaro, cipresso, corniolo, faggio, melo, nocciolo, fico, noce, olmo, pino, pioppo, quercia, salice, tiglio, tasso, olivo. I quattro considerati come cardini nel presunto calendario erano la quercia, la betulla, l’olivo e il faggio. Le persone nate nei giorni sotto gli auspici di ciascun albero, pare che ne ereditino un poco le qualità. Ecco a quali giorni dell’anno corrispondevano:

2 gennaio – 11 gennaio ABETE        12 gennaio – 24 gennaio OLMO      25 gennaio – 3 febbraio CIPRESSO

4 febbraio – 8 febbraio PIOPPO      9 febbraio – 18 febbraio BAGOLARO       19 febbraio 28/29 febbraio PINO

1° marzo – 10 marzo SALICE       11 marzo – 20 marzo TIGLIO      21 marzo QUERCIA       22 marzo – 31 marzo NOCCIOLO

1° aprile – 10 aprile CORNIOLO       11 aprile – 20 aprile ACERO        21 aprile – 30 aprile NOCE

1° maggio – 14 maggio PIOPPO        15 maggio – 24 maggio CASTAGNO       25 maggio – 3 giugno FRASSINO

4 giugno – 13 giugno CARPINO        14 giugno – 23 giugno FICO         24 giugno BETULLA        25 giugno – 4 luglio MELO

5 luglio – 14 luglio ABETE          15 luglio – 25 luglio OLMO       26 luglio – 4 agosto CIPRESSO

5 agosto – 13 agosto PIOPPO        14 agosto – 23 agosto BAGOLARO     24 agosto – 2 settembre PINO

3 settembre – 12 settembre SALICE       13 settembre – 22 settembre TIGLIO       23 settembre ULIVO

24 settembre – 3 ottobre NOCCIOLO        4 ottobre – 13 ottobre CORNIOLO        14 ottobre – 23 ottobre ACERO

24 ottobre – 2 novembre NOCE        3 novembre – 11 novembre TASSO      12 novembre – 21 novembre CASTAGNO      22 novembre – 1° dicembre FRASSINO     

2 dicembre – 11 dicembre CARPINO     12 dicembre – 21 dicembre FICO     22 dicembre FAGGIO      23 dicembre – 1° gennaio MELO

 

Vi potrebbe interessare l’articolo sui tassi della tradizione celtica e quello sugli alberi sacri

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Proposte di escursioni in Lombardia

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Chiavenna – i crotti di piazza Pratogiano

 

Nei viaggi che presento verrete trasportati nel mondo fantastico che si trova dietro le apparenze imperturbabili delle piante. Scoprirete i diversi linguaggi che usano per comunicare fra di loro e con gli animali, le strategie che impiegano per ingrandire le proprie famiglie, le innumerevoli collaborazioni che intrecciano con altre forme di vita. L’inventiva umana si confronta qui con quella della natura e se ne nutre.

 

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dettaglio dellambiente naturale dei crotti lungo il fiume Mera a Chiavenna

 

CHIAVENNA – LA NATURA CHE SORPRENDE

Chiavenna è piena di sorprese. Faremo la conoscenza prima di tutto coi crotti, tipiche baite costruite a ridosso dei massi ciclopici caduti dalle montagne in epoca glaciale, dentro cui filtra tutto l’anno l’aria delle grotte a dieci gradi centigradi, che risulta freschissima in estate e tiepida in inverno. Nei crotti si sono sempre conservati i cibi, che si mangiavano poi con la famiglia o gli amici, soprattutto in estate. Vedremo da fuori quelli di Prata di Camportaccio, quelli del centro di Chiavenna e quelli lungo il fiume Mera, nella frazione di Prosto. Sarà come entrare in villaggi di elfi, pieni di alberi, di felci, di muschi. Alcuni sono stati adattati a ristoranti e in uno di loro pranzeremo, dopo aver visitato centro storico, attraversato dal fiume Mera.

Visiteremo quindi l’orto botanico più scenografico d’Italia, che svetta al di sopra della città, su massi ciclopici. Qui avvicineremo piante originarie di tanti Paesi stranieri e le celebri “marmitte dei giganti”, bacini scavati dall’acqua quando ancora la zona era coperta dai ghiacciai. Infine visiteremo le vicine cascate dell’Acquafraggia, dove l’acqua che precipita a valle scorre verso il fiume Mera dopo essersi raccolta in vasche in cui fare un bagno rinfrescante.

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SULLE TRACCE DEI CERCATORI DI PIANTE NELLA CITTA’ GIARDINO

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giardino di villa Toepliz

 

 

Varese ospita ben 10 giardini storici aperti al pubblico, con alberi che arrivano ai duecento anni di età e di cui la maggior parte viene dall’America e dall’Asia. Alcuni di loro sono tuttora sacri nei Paesi di provenienza, altri lo erano in Europa e sarà possibile sapere quali straordinarie virtù li hanno resi tali.

Si visiterà quello di villa Mylius, con molti alberi ultrasecolari originari dell’oltremare, poi quello di villa Baragiola che ospita una sequoia gigante e dove un secolo e mezzo fa è stata costruita dai proprietari di allora una dacia ungherese in legno, ancora ben conservata. Pausa pranzo libero e infine si passeggerà nel più spettacolare, il Giardino Estense, con le settecentesche gallerie di carpini e, nella continuazione della villa Mirabello, un incomparabile cedro del Libano fra molti altri giganti vegetali.

 

LA FIORITURA DEL LOTO SUL LAGO DI MANTOVA

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Un’escursione poetica per navigare in mezzo ai grandi fiori e foglie che ogni anno si aprono, emergendo dalle acque poco profonde che il fiume Mincio ha formato intorno a Mantova. Prima della navigazione in battello si visiterà il santuario della Beata Vergine Maria delle Grazie, che ha un coccodrillo tassidermizzato sospeso sotto il soffitto. Alla fine dell’escursione fluviale si potrà visitare la Mantova serale e cenare prima del rientro. Spiegazioni e narrazioni sull’affascinante vita dei fiori di loto, delle piante e degli animali acquatici, compresi i coccodrilli che venivano appesi nelle antiche farmacie o, come qui, nel santuario della Madonna.

 

GIARDINI HELLER DI GARDONE RIVIERA

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Quando alla bellezza delle piante si allea quella delle opere umane, la sensazione che si prova nel vederle e starci in mezzo è di vera beatitudine. Con questo scopo André Heller, artista austriaco che, come molti suoi conterranei ha un debole per l’Italia e in particolare per il Lago di Garda, si è preso cura dal 1989 di un giardino del genere davanti alla sua villa a Gardone Riviera, dove fra piante da tante parti del mondo hanno un posto ideale le opere di artisti altrettanto vari. Gardone Riviera è la piacevolissima città con un centro storico ben conservato e dove i giardini pubblici e privati ispirano il desiderio di pace. Molto interessante è anche la visita al Vittoriale, con la casa e il parco di Gabriele d’Annunzio.

 

NATURA E GENIO DAL PARCO DI MONZA AL TRAGHETTO DI IMBERSAGO

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l’ottocentesco ponte in ferro di Paderno (BG)

 

Il parco pubblico più esteso e ricco della regione è quello della villa reale di Monza, voluta da Napoleone Bonaparte per il figlio adottivo, Eugenio di Beauharnais. Vedremo il grande roseto multicolore davanti al palazzo per poi andare nel parco con laghetti e ruscelli, a conoscere l’albero delle lanterne e quello dei ventagli, quello della vita e quello della morte, fra i tanti altri che hanno trascorso qui già quasi due secoli e di cui molti vengono da Paesi lontani.

Andremo poi per una ventina di chilometri verso il fiume Adda, che porta l’acqua del lago di Como verso Milano e il Po, dove il bellissimo ponte in ferro ottocentesco sul fiume si innalza come un arcobaleno a 80 metri di altezza, sopra i navigli progettati da Leonardo da Vinci nel cinquecento. Con un altro piccolo spostamento vedremo infine il traghetto di Imbersago, costruito secondo il sistema ideato dallo stesso artista ingegnere che molto ha lavorato nella regione.

 

 

ALBERI MONUMENTALI LUNGO LA VIA REGINA

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il rogolone – foto da streghe cattive del nord

 

Partendo da Como e viaggiando in pullman lungo la via Regina, la strada panoramica che costeggia la sponda occidentale del Lago di Como, conosceremo splendidi alberi monumentali: il cedro del Libano e l’ippocastano di villa Olmo, la magnolia sempreverde a Mezzegra, il canforo, i calocedri e cedri deodara all’interno del Parco pubblico Olivelli-Meier di Tremezzo, due imponenti platani antistanti la Villa Carlotta, e più avanti un glicine notevole. Sono tutti alberi ormai familiari, ma originari dell’Asia e dell’America, messi a dimora nel parchi signorili in gran parte nell’ottocento per la loro bellezza. Ciascuno di loro, però, possiede molte virtù benefiche per noi umani, per gli animali e per le altre piante, che vi sorprenderanno. Pranzo in tipico ristorante con cucina di lago e nel pomeriggio passeggiata da Grandola per ammirare il Rogolone, monumentale quercia di varie centinaia d’anni, che signoreggia in una radura, ricordando col suo portamento e la sua mole, che in Europa le querce sono state sacre.

 

 

 

IL PARCO DEL SEMPIONE

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7 Ottobre

Parigi è collegata idealmente a Milano attraverso il Parco del Sempione, che prende il nome dal passo alpino verso cui è rivolto e alla strada che dal Duomo, attraverso l’Arco della Pace, si dirige verso la Svizzera e raggiunge la capitale francese. Altro collegamento fra le due città è Leonardo da Vinci, che ha lavorato a Milano per gli Sforza e successivamente per il re di Francia Francesco I. Leonardo era appassionato di musica e nel Castello Sforzesco aveva suonato per Ludovico il Moro una lira in argento. Nel castello c’è il museo degli strumenti musicali antichi provenienti da varie parti del mondo, così come lo sono gli alberi del parco, di cui molti hanno superato il secolo di età. Nel fare la loro conoscenza, condivideremo l’entusiasmo degli architetti che già dai primi anni dell’ottocento hanno progettato  giardini romantici come questo, cercando di ricreare l’atmosfera delle foreste esotiche di cui erano originari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ponti di barche e traghetti fluviali

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ponte di barche a Commessaggio sul Navarolo (MN)

Fin dal più lontano passato, quando era necessario disporre rapidamente di un ponte su un fiume di modesta portata, lo si improvvisava con una fila di barche disposte in parallelo e ben assicurate da funi robuste alle rive, adagiando e fissando poi sopra di loro una passerella di grosse assi. I militari sono stati forse quelli che più spesso se ne sono serviti, ma sono stati adottati anche per uso civile e tutt’oggi si possono realizzare per impieghi provvisori, smontandoli dopo l’uso.

Quando il fiume è in piena, il ponte si alza e, se il passaggio in quelle condizioni non è consigliabile, per lo meno resiste. Va da sé che solo i veicoli relativamente leggeri, come le auto, possono passare, altrimenti il peso lo farebbe sprofondare.

 

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ponte di barche a Torre sull’Oglio (MN)

 

Un tempo le barche erano in legno ma nel novecento si sono sostituite con quelle in cemento, più robuste. Sul fiume Ticino a Bereguardo, sull’Oglio a Torre d’Oglio e a Commessaggio sul Navarolo, sono ancora attivi e danno un tocco di antichità ai luoghi.

In passato, dove non c’erano i soldi per costruire un ponte in legno, mattoni o pietra, c’erano le barche o le chiatte dei traghettatori. Sul fiume Adda, a Imbersago, c’è ancora un traghetto che porta le persone da una sponda all’altra con il sistema ideato da Leonardo, sfruttando le leggi di natura. E’ fissato ad un cavo teso tra le rive opposte e per attraversare occorre solo ruotare il timone nella direzione di una bisettrice dell’angolo retto alla corrente dell’acqua.

 

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Traghetto leonardesco a Imbersago (LC)