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Tempio voltiano, museo dell’elettricità

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Visitare un museo che espone gli strumenti antichi, usati da chi faceva i primi passi nella conoscenza sperimentale dei fenomeni naturali, è una possibilità impagabile per comprenderne le basi in un modo che si potrebbe definire artistico. Gli oggetti che si usavano nei secoli scorsi, fatti di vetro, legno e metallo, sono molto belli e potrebbero essere scambiati per poetiche creazioni contemporanee, come succede visitando il pianterreno del Tempio Voltiano di Como. Il grande scienziato comasco Alessandro Volta (1745-1827) che ha inventato la pila, ha costruito per i suoi studi e per le sperimentazioni, molti oggetti custoditi nelle vetrine dell’edificio che è anche il suo mausoleo.

 

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elettrometro condensatore a paglie

 

 

 

Come produrre elettricità statica lo si sapeva anche al tempo degli antichi greci, che avevano notato quanto, strofinando un pezzo d’ambra gialla con un panno di lana si creasse una forza capace di attrarre piume o altre cose leggere e far scoccare scintille. Elettricità viene infatti da électron, il termine greco per ambra. Che certi animali producessero scariche elettriche, come fa la torpedine era altrettanto noto, ma era stato Volta a ottenere lo stesso risultato mettendo in comunicazione umida due metalli diversi, come rame e zinco, così che il passaggio di elettroni dall’uno all’altro producesse energia. Vediamo così i vari tipi di pile, chiamate in questo modo perché le prime erano fatte di dischetti impilati, come si osserva anche in quella che aveva come contatto umido, del miele. Dal seicento esisteva l’apparecchio per produrre elettricità statica, con cui si caricavano le bottiglie di Leyda che erano in grado di conservarla.

 

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paragrandine

 

Era l’epoca in cui si faceva una conoscenza più approfondita con i gas infiammabili come il metano, che Volta aveva catturato dalle esalazioni paludose ed era riuscito a bruciare per primo in un recipiente chiuso con una scintilla elettrica. Lavoisier aveva identificato l’ossigeno come fondamentale nella respirazione e aveva capito che l’idrogeno, bruciando produceva acqua. Nelle teche del museo si vedono gli oggetti usati per alcuni gli esperimenti di combustione. Benjamin Franklin aveva studiato i fulmini e inventato il parafulmine. Si erano scoperti gli effetti dell’elettricità sulla formazione della grandine e possiamo vedere qui un paragrandine, fatto di una pertica da sporgere da una finestra durante un temporale, per abbassare l’elettricità nell’aria grazie alla fiamma dentro una lanterna alla sua estremità.

Con l’aiuto di una piccola guida si possono comprendere, oltre che ammirare, i begli oggetti che testimoniano gli importanti passi compiuti da Volta e dagli altri studiosi della sua epoca per portarci nella modernità. Nel loggiato superiore si seguono gli aspetti biografici dello scienziato e da lì ci si rende meglio conto anche della bellezza dell’edificio, progettato dall’arch .Federico Frigerio e terminato nel 1927, che richiama lo stile neoclassico in voga all’epoca della prima pila.

 

Il sito del museo è www.alessandrovolta.info

 

Museo dello Spluga (MUVIS) a Campodolcino (SO)

montagne a Campodolcino, verso lo Spluga

Campodolcino, verso lo Spluga

 

E’ l’aria calda dell’estate o la neve dell’inverno a spingere la gente verso le montagne, dove un tempo si saliva solo per necessità: i pastori per l’alpeggio, i cavatori per estrarre pietre con cui costruire ponti e case, o rivestire i tetti, i boscaioli per tagliare gli alberi che poi portavano a valle facendoli fluitare nei fiumi. Per escursioni e sport non ci andava nessuno o quasi, fino agli ultimi decenni del settecento, quando i primi scalatori e poi gli sciatori hanno diffuso la passione per le sfide e la contemplazione della natura. A metà ottocento si era ormai stabilito anche in Italia dall’oltralpe il gusto per la bellezza selvaggia delle montagne e dei boschi. Così, dal passo dello Spluga che collegava l’Italia alla Svizzera portando posta, merci e passeggeri, hanno transitato ben più spesso di prima i pittori, i poeti e tutti quelli che desideravano bellezza, oltre che aria buona e acque curative come quelle di Madesimo.

 

biancheria realizzata dalle donne in armadio d'epoca

biancheria realizzata dalle donne in armadio d’epoca

 

Il Museo dello Spluga MUVIS conserva nelle sue stanze gli oggetti che è stato possibile salvare dal passato di chi ha abitato queste montagne, per comprenderne un poco la natura. I cilindri per la distillazione della grappa che ci sono nel seminterrato ricordano l’attività dei tanti che la producevano, utilizzando le vinacce acquistate dai viticoltori di fondovalle. Erano grappe di ottima qualità, come lo erano le birre di Chiavenna, di cui una portava il nome Spluga, come il passo verso la Svizzera. Altri oggetti ricordano le attività dei cavatori, dei boscaioli, dei postiglioni, dei contadini. Man mano che si sale verso i piani alti, pavimentati con pietra e legno locale, si raggiungono le sale dedicate agli sport invernali, dove ci sono sci e pattini da ghiaccio, slitte e un bob a quattro in legno. Di tavole d’abete rosso sono le pareti della prima stua, la stanza interamente foderata di legno che avevano molte case di montagna per proteggere dal freddo invernale. A seconda del tipo di legname più disponibile, nelle zone alpine se ne utilizzavano di vari tipi. Nel museo il rivestimento delle stue è stato preso da case diverse, così come i mobili, gli oggetti e la biancheria ricamata dalle donne quando alla fine dell’ottocento l’edificio che adesso è museo, è stato sede di una scuola creata da san Luigi Guanella, originario della frazione Fraciscio, di Campodolcino, per insegnare loro a ricamare e a fare i pizzi al tombolo, conosciuti come pizzi di Cantù (CO).

 

carden settecentesco trasferito nel museo

carden settecentesco trasferito nel museo

 

 

C’è anche una sala dedicata a don Guanella, che aveva studiato le proprietà curative delle erbe, utili alle sue attività a sostegno dei più bisognosi, creando istituzioni per aiutarli, offrendo loro la possibilità di un’istruzione e una formazione professionale che li rendesse autosufficienti. E’ molto bella anche la ricostruzione della cucina in muratura, con l’acquaio di pietra. All’ultimo piano c’è una tipica baita di montagna in legno di castagno, col tetto coperto da piote (lastre di pietra): il carden, costruito incastrando i tronchi sovrapposti. E’ del settecento, rimontato per mostrare questo tipo di abile costruzione simile a quella dei Walser, popolazione di origine svizzera che si è sparsa in vari punti delle Alpi. Nel sottotetto ci sono i diorami con gli animali tipici di queste zone.

Dal museo si possono avere le indicazioni per escursioni tematiche come la via delle cascate, delle acque, dei carden, dei mestieri, delle cave e persino dei santi.

Il sito del museo è www.museoviaspluga.it

Arrivando a Campodolcino si vedrà un bellissimo acero di monte e nella provincia si potranno vedere vari alberi monumentali

Altri musei interessanti sono a Chiavenna, come il mulino Bottonera e l’orto botanico Paradiso

 

Museo del vino di Bardolino (VR)

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Non molto distante dal Museo dell’Olio si trova il Museo del Vino, dato che la provincia di Verona è celebre per il Valpolicella, originariamente dolce grazie all’interruzione della fermentazione che trasforma tutti gli zuccheri in alcol. Lasciandolo invece seguire il procedimento fino alla fine si ottiene l’Amarone, tipico della zona veronese. La Vitis vinifera, come l’Olea sativa viene dal Medio Oriente e si sa che in Mesopotamia si beveva vino più di tremila anni prima di Cristo. La pianta rampicante può vivere centinaia di anni, dando frutti sui rami vecchi, disposti in modo diverso a seconda delle zone, dei terreni, delle tradizioni.

 

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Nei vigneti, però, si tengono le stesse viti solo per circa trent’anni. In Cile, poi in Sudafrica, in America e in Australia nel corso dei secoli si è diffusa la coltivazione di questa pianta man mano che la preferenza di una bevanda come il vino ha accompagnato gli europei emigrati fin lì. La vite coltivata è più vulnerabile di quella selvatica e a metà ottocento un insetto parassita di origine americana, la fillossera, aveva attaccato le viti europee cominciando dalla Francia e minacciando tutti i vigneti d’Europa. Anche il fungo peronospora aveva fatto grandi danni. E’ stato necessario allora innestare le piante di vite delle varie località su quelle americane, abituate ai parassiti che avevano saputo vincere e che avevano quindi gli anticorpi necessari a resistere.

 

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Nel Museo del Vino ci sono pannelli che illustrano l’operazione e si può vedere ciò che veniva usato per il trattamento delle piante: con il verderame per combattere i funghi parassiti come la peronospora e con lo zolfo contro l’oidio. Ci sono poi gli oggetti per la raccolta dell’uva, la pigiatura, il trasporto, l’invecchiamento, l’imbottigliamento. Il legno era il materiale maggiormente impiegato per le varie fasi, con il supporto del ferro e del vetro. C’è anche un pezzo di corteccia di sughero, da cui si ricavavano i tappi già in epoca romana, ma poi si sono usati cavicchi di legno, argilla, gesso e anche i tutoli del mais, da sigillare con mastici, resine e pece. Pierre Perignon, il benedettino inventore dello champagne, ha riportato in uso il tappo di sughero nel seicento.

Il sito del museo è www.museodelvino.it

Nelle vicinanze del museo del vino c’è il Museo dell’Olio

Nella provincia di Verona ci sono vari Alberi Monumentali a cui fare visita

 

Il mulino Bottonera a Chiavenna (SO)

il fiume Mera a Chiavenna

il fiume Mera a Chiavenna

Nell’ottocento a Chiavenna, il fiume Mera aveva abbastanza acqua da distribuire nei tanti canali del quartiere artigianale Bottonera, per far funzionare con la sua forza i birrifici, i cotonifici, una cartiera, un maglio e vari mulini di cui uno moderno che macinava il grano per il pastificio Mori. Era un capolavoro di carpenteria su quattro piani (compreso il seminterrato), tutto fatto in legno di Pinus rigida, robusto e adatto al contatto col cereale e la farina, senza rilasciare sostanze che ne potessero compromettere il sapore e l’integrità.

 

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Quando negli anni sessanta il proprietario aveva trasferito altrove la propria attività, aveva venduto il mulino al comune perché rimanesse come testimonianza di un’attività degna di essere conosciuta. Era dunque stato restaurato alla perfezione da volontari e, verso la fine del millennio era diventato museo di un mulino moderno e complesso, ma anche più affascinante di quelli antichi, per la raffinatezza del suo funzionamento e la bellezza delle sue apparecchiature in legno e tessuto, oltre che metallo.

 

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Fino all’ottocento per ottenere la farina si utilizzavano grandi macine di pietra che schiacciavano i chicchi in una sola operazione, adatta per il grano tenero, il Triticum aestivum, adatto a fare il pane o i dolci. Ma la pasta che in Italia consumiamo in gran quantità, per tenere la cottura ha bisogno del grano duro, il Triticum durum, che è più grosso e coriaceo. Era stato inventato dunque un tipo di mulino graduale per raggiungere lo scopo in più fasi, come si può vedere nel mulino di Bottonera. Prima, però, occorreva pulire bene il grano ancora asciutto e poi lavarlo per eliminare ciò che poteva danneggiare tanto la farina quanto i macchinari. Era necessario anche togliere i pezzetti di ferro, frammenti delle macchine agricole che avevano tagliato le spighe. Così, lungo il percorso di pulizia si trovano delle calamite per attrarre i pezzetti che, oltre a non essere macinabili, avrebbero potuto far scoccare scintille e provocare incendi. Bisognava eliminare anche i semi estranei, come quelli della veccia, grazie alla forza centrifuga che la loro forma tonda faceva espellere facilmente. La forza di gravità durante il lavaggio liberava, invece, dai sassolini, più pesanti dei chicchi. Operazione altrettanto importante era prevenire l’arrivo dei grandi nemici di ogni scorta alimentare umana: gli insetti, con un’accurata pulizia e con la disinfestazione periodica attraverso gas innocui per l’uomo.

 

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Pulitrici, setacci, macine, tramogge, semolatrici ed elevatori, dentro i loro gusci di legno dalle belle forme e dal colore caldo, vibravano e facevano rumore giorno e notte, sorvegliate e guidate da una squadra di operai agli ordini di un capo mugnaio. Così, il grano che veniva dalla pianura padana si trasformava in farina per il pane, semola per la pasta, crusca per gli animali che venivano anche esportate nella vicina Svizzera, attraverso il passo dello Spluga.

il sito del museo è http://www.valchiavenna.com/it/cultura/Mulino-Moro-di-Bottonera.html

In questo sito c’è un articolo sull’‘Orto Botanico di Chiavenna

 

 

Museo della seta di Garlate (LC)

gelso foglie leg

foglie di gelso di forma diversa sullo stesso albero

 

Il ramo lecchese del lago di Como, dopo essersi ristretto per diventare il fiume Adda che scorre verso sud e il Po, si allarga per un tratto nel lago di Garlate. Sulle sue rive era stata costruita una filanda della seta già nel settecento, quando l’allevamento dei bachi e la lavorazione del loro filo era prospera. Molti contadini allevavano gli insetti che in un lontano passato erano stati importati dalla Cina insieme ai semi degli alberi di gelso, le cui foglie erano il loro unico cibo. Era un’attività che dava un piccolo reddito a sostegno della magra economia famigliare e, fino all’ultima guerra mondiale, ha fatto lavorare tanta gente anche nel trattamento e nel commercio del prezioso filato. Il cambiamento radicale dell’economia e degli stili di vita del dopoguerra ha fatto cessare la convenienza di questo lavoro, trasferendolo di nuovo alla Cina. Chiusa la filanda, l’ultimo proprietario, la famiglia svizzera Albegg, ha voluto conservare i macchinari e ne ha acquistati altri per farne un Museo della Seta fin dal 1953. Passato al comune, dopo una chiusura di molti anni ha di nuovo riaperto e sui due piani di cui è composto si seguono le diverse fasi della lavorazione dei bozzoli, fino al completamento del filo da rivendere poi ai tessitori e ai tintori, che dall’unità d’Italia, per un secolo sono stati soprattutto a Como, all’estremità dell’altro ramo del lago.

 

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falene di Bombix mori che hanno apena deposto le uova

 

Nelle filande si usava molta acqua calda per sciogliere una parte della sericina che rendeva compatti i bozzoli e serviva anche a mantenere insieme i 6 o 8 fili sottilissimi che si univano dopo averne trovato il capo, nella prima fase della lavorazione. Qui faticavano soprattutto bambine e donne in locali sempre molto caldi e rumorosi. I begli oggetti e le macchine esposte sono perfettamente funzionanti e molte sono fatte di legni di diverse qualità, come ad esempio il grande torcitoio circolare con la struttura di robusto larice resistente all’umidità, i rocchetti di liscio olivo per evitare ogni attrito, i denti delle ruote di durissima robinia, resistente alla rottura.

 

bozzoli che i bachi hanno inserito fra steli di paglia

bozzoli che i bachi hanno inserito fra steli di paglia

 

E’ possibile usufruire di visite guidate, vedere filmati e leggere i pannelli dove si spiegano i molti usi della seta al di là dell’abbigliamento. Infatti, dato che si tratta di un prodotto animale, se usato sul nostro corpo per rigenerare delle parti lese, non subisce il rigetto che invece avviene con materie vegetali. Anche i bachi stessi, oltre ad essere un cibo sano e nutriente, hanno un benefico effetto contro il diabete e addirittura i loro escrementi, che concentrano le proprietà delle foglie di gelso, in Cina sono da sempre utilizzati a questo scopo. Vari giovani alberi di gelso crescono nel giardino del Museo della Seta, mentre nelle campagne ne rimangono ancora qua e là e uno grande è ancora in salute sulla rotonda per Milano, venendo da Pescate verso Garlate, quindi relativamente vicino.

 

stufetta dove venivano messi i bozzoli per impedire la schiusa

stufetta dove venivano messi i bozzoli per impedire la schiusa

Il sito del museo è www.museosetagarlate.it

Un museo della seta complementare è quello di Abbadia Lariana

Nella provincia di Lecco ci sono bellissimi alberi monumentali

 

 

 

Museo della seta di Abbadia Lariana (LC)

falena del Bombix mori

falena del Bombix mori

 

Vale la pena di visitare il Museo della Seta di Abbadia Lariana anche solo per quella macchina spettacolare, tutta di legno che è il suo torcitoio, simile a una giostra per i fili. E’ un castello di larice e castagno alto undici metri, che occupa quattro piani ed è radicato nella cantina di quello che è stato il filatoio, dove grandi ruote dai denti di durissima robinia, girano perché lui possa girare. Mille rocchetti di legno d’olivo sono mossi dalle cinghie di cuoio, così che il filo di seta si torca avvolgendosi sui supporti dove si formano le matasse. Adesso è l’energia elettrica a muoverlo, ma nell’ottocento era direttamente l’acqua di un torrente vicino che, cadendo su una grande ruota esterna, lo faceva lavorare giorno e notte. Nelle ore buie erano piccoli lumi ad olio fissati all’impalcatura a dare quel tanto di luce che bastava a controllare il lavoro della macchina costruita nel 1818, ma seguendo un modello di cui si erano trovati i disegni esecutivi già nel trecento a Lucca.

 

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Nelle altre stanze del museo ci sono oggetti utilizzati per il lavoro di controllo, di pesatura, di misurazione e di imballaggio. Quando i bozzoli venivano portati dai contadini che li avevano allevati, si dovevano riconoscere quelli in cui c’erano falene femmine, più pesanti perché già piene di uova. Se ne preservavano alcune insieme a qualche maschio che le avrebbe fecondate immediatamente per poi finire la sua vita poco prima della femmina, dopo la deposizione delle minuscole uova tonde. Tutti gli altri bozzoli venivano messi invece in uno stanzino caldissimo, impedendo loro di nascere e rompere il filo, lungo fino a tre chilometri.

 

valigetta coi colori in polvere

valigetta coi colori in polvere

 

Fra gli oggetti più interessanti c’è anche una valigetta piena di flaconi in vetro con le polveri che servivano a tingere il filo o il tessuto, realizzata altrove. Era soprattutto a Como, sull’altro ramo del famoso lago che, dopo l’unità d’Italia e per un secolo, si tesseva e si tingeva la seta in uniti e stampati di grande qualità anche grazie alla scuola specializzata che esiste ancora. Il telaio artigianale che si trova nel Museo della Seta è solo dimostrativo di quanto una persona può fare ancora oggi. Dietro l’edificio sono ancora al loro posto le due ruote ad acqua che servivano a muovere il torcitoio. Una è stata perfettamente restaurata. Infine, per chi ancora non conoscesse l’albero di gelso le cui foglie hanno sempre nutrito i bachi da seta, ne può vedere uno nel prato vicino all’uscita.

il sito del museo è www.museoabbadia.it

Belle visite da fare nei paraggi sono l’orrido di Bellano, Fiumelatte, col fiume più corto del mondo, la Valsassina con le sue montagne suggestive e i molti alberi monumentali della provincia di Lecco

 

 

Giardino Sottovico (FI)

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Da maggio 2010 a Vico d’Elsa c’è un Orto Botanico che non ci si aspetterebbe di trovare in Toscana. E’ il Giardino Sottovico,  dedicato alle piante succulente rare come si possono vedere a Ischia, Napoli o nel principato di Monaco. Nel loro piccolo regno toscano, a primavera dai fusti alti anche cinque metri sgorgano fiori che spiazzano per quantità, bellezza e colori. Gli insetti e i pipistrelli nostrani rispondono al loro richiamo silenzioso e trasportano il polline da un calice all’altro, perché possano farsi frutti. I cactus fragola e i cactus mirtillo ne danno tanti da poterci fare le marmellate.

 

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Quelle che la maggior parte delle persone chiama piante grasse, erano il tesoro di due collezionisti locali, promotori del progetto per far conoscere al grande pubblico la vegetazione delle zone semi-desertiche dell’America e dell’Africa. Volevano che fosse un luogo attraente per un turismo di qualità, dedicato alla cultura e all’educazione verso la natura. Così hanno chiesto al comune l’usufrutto di un terreno abbandonato di sei ettari ridotto a discarica abusiva, per trasformarlo in un giardino che all’esterno ospita alberi e fiori italiani, ma ha come nucleo una serra di 200 metri quadrati, alta circa 6, dove dimorano le grandi piante succulente in piena terra, mentre una di 90 metri, più bassa, ospita quelle rare in vaso.

 

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Alcune di loro hanno cinquant’anni di età e potranno vivere ancora molto a lungo, soprattutto perché curate personalmente dai trenta volontari dell’associazione, di cui tre a tempo pieno. I soci del Giardino Sottovico sono ben quattrocento, orgogliosi di contribuire ad un’opera che adesso si auto-sostiene finanziariamente grazie alla vendita di piantine, ben difficili da trovare altrove. Alessandro e Andrea, i due principali donatori appassionati di piante fin dall’infanzia, con gli anni hanno accresciuto la loro collezione facendo acquisti in Inghilterra, che con Germania e Cecoslovacchia offrivano le scelte migliori. Andrea purtroppo è mancato ed è Alessandro che ogni giorno cura le piante e le annaffia, sia pure con moderazione, ogni 10 giorni da aprile a settembre. Dedica il suo tempo a molti piccoli lavori che mantengono in salute, senza l’uso di pesticidi, le piante dalle forme e dai colori tanto belli e diversi da richiedere giorni per essere viste e apprezzate tutte.

 

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Forme geometriche e arzigogolate, a tinta unita, sfumata, punteggiata o striata, con spine che in certi casi le coprono per intero e in altri sono disposte solo lungo i margini. Le piante di taglia piccola fioriscono anche già a soli due anni di età, mentre quelle grandi hanno bisogno di più tempo, ma quando è il momento giusto tutte fanno zampillare corolle magnifiche e spesso grandissime rispetto ai fusti. Quelle che abitualmente vivono in montagna, dove il sole di giorno e il freddo di notte sono più feroci, si rivestono di una folta pelliccia nei punti dove spuntano i fiori, perché siano protetti. Quelle che nei loro Paesi d’origine si offrono ai colibrì emettono tubicini colorati, adatti ai loro lunghi becchi sottili. Quelle che vivono dove ci sono solo mosche, danno ai propri calici un fetore che attira unicamente loro. Ma tutte ci mettono la bellezza che seduce anche uomini e donne, disposti ad impollinarle con le proprie mani se mancano i pronubi a cui è rivolta, perché non rimangano deluse.

 

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 il sito dell’orto botanico è www.giardinosottovico.org/

 

Il Museo della Carta di Fabriano

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lavorazione della carta nelle sue prime fasi – foto del museo

 

Il midollo della bella pianta di papiro che cresce lungo i fiumi, ridotto a sottili fogli, serviva già agli antichi egizi per farne carta su cui scrivere. I cinesi, invece, utilizzavano un impasto di paglia di riso, di bambù o stracci di canapa. Da noi, dopo l’impero romano era la robusta pergamena ricavata dalle pelli ovine, ad essere usata per i libri pregiati e scritti a mano. Sono stati gli arabi, che l’avevano imparato dai cinesi, a far conoscere a Fabriano come realizzare fogli di carta utilizzando le fibre degli stracci di lino, canapa, di cotone da cui ancora oggi si ricavano fogli di grande qualità per disegni, acquerelli, documenti legali. La lana serve invece per fare i feltri da porre tra foglio e foglio, quando sono appena stati realizzati versando l’impasto acquoso di fibre, su una sottile reticella metallica delimitata da una cornice. Le fibre degli alberi sono utilizzate altrove, per carte di uso più corrente e, in particolare, per stampare i libri.

 

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torchiatura – foto del museo

 

Nelle sale del Museo della Carta si trovano le macchine e gli oggetti di pietra, legno e metallo che servivano alla produzione, si può usufruire di una visita guidata che ne spiega la storia e illustra i vari procedimenti per la sua realizzazione ancora oggi parzialmente fatta a mano. Anche la realizzazione della filigrana, che permette di riconoscere le carte di particolare valore, come la cartamoneta, è spiegata chiaramente.

 

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fogli di carta fatta a mano, stesi ad asciugare

 

A Fabriano nel tredicesimo secolo non risultava ancora la presenza dei cartai, ma ci sono buone possibilità che a quest’arte nuova si dedicassero i lanaioli, dato che alcune attrezzature erano condivise dai due tipi di lavorazione. Inizialmente come collante per dare saldezza ai fogli si usava la colla di frumento, che però aveva l’inconveniente di far appiccicare più fogli. Per questo si era poi preferita la colla animale, ricavata dagli scarti di conceria. Già allora si usavano lettere e poi simboli in filigrana per dimostrare l’origine del prodotto di cui, fino al rinascimento, era proibito divulgare il metodo di fabbricazione fuori dalla città, punendo i trasgressori con gravi sanzioni. Col tempo, a forza di tasse e divieti, la produzione della carta aveva perso competitività ed erano francesi, tedeschi, olandesi e inglesi a vendere in Italia quella di migliore qualità e prezzo. Solo alla fine del settecento la situazione aveva ripreso a migliorare e oggi Fabriano è conosciuta nel mondo intero per la sua carta pregiata e bella. Il Museo della Carta ce la fa conoscere molto bene.

il sito del museo è  http://www.museodellacarta.com/

La visita al museo può essere abbinata a quella degli alberi monumentali, nella stessa Fabriano e dintorni

 

 

Museo del pomodoro a Collecchio (PR)

fiore e frutto di pomodoro da ansa.it

foglie, fiore, frutto di pomodoro da ansa.it

 

Il pomodoro che rappresenta oggi tanto bene l’Italia, è arrivato a noi dal Nuovo Mondo con le patate, i peperoni, le melanzane, i fagioli, il mais cinquecento anni fa. Come il tabacco, le patate, i peperoni e le melanzane, appartiene a una famiglia conosciuta per le sostanze pericolose che contiene in alcune parti: quella delle solanacee. Gli steli profumati e le foglie dei pomodori, infatti, non si possono mangiare. Da noi, fino all’arrivo di queste piante dai frutti squisiti, conoscevamo i loro parenti allucinogeni che crescevano liberi nelle campagne: lo stramonio, il giusquiamo, la belladonna e la mandragora, usata come narcotico durante le operazioni chirurgiche.

Allo stesso modo delle patate, per diffidenza verso la novità e per ignoranza, il pomodoro durante ben due secoli era stato coltivato nei giardini come ornamento e solo nelle città di mare quali Genova e Nizza era apprezzato per i suoi pregi di ortaggio. In passato i vegetali erano considerati cibi per poveri, ma i pomodori inizialmente hanno avuto fortuna con i ricchi. Dove i regnanti avevano maggiori contatti con la Spagna, accentratrice di ciò che proveniva dalle Americhe, i nuovi prodotti arrivano più celermente. Nel borbonico ducato di Parma aveva avuto una diffusione estesa nell’ottocento grazie a un insegnante di materie agrarie, il prof. Carlo Rognoni e alla fine del secolo, con il contributo del prof. Antonio Bizzozzero. Era lui il direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura, attraverso la quale i docenti andavano ad istruire i contadini in fatto di nuove tecniche di coltura, nuove piante e corretti trattamenti, recandosi personalmente nei poderi.

 

Corte Giarola, sede del Parco del Taro e dei Musei del Pomodoro e della Pasta

Corte Giarola, sede del Parco del Taro, del Museo del Pomodoro e del Museo della Pasta

 

Con la produzione di pomodori su larga scala era diventato necessario conservarli in modo diverso rispetto alla tradizionale essiccazione al sole, dopo essere stati tagliati in due. Dato che le donne azteche, nell’antico Messico già facevano conserve macinando e asciugando la pasta fino a farla diventare tanto spessa da poter essere tagliata a fette, questo e altri metodi illustrati nel Museo del Pomodoro hanno portato la produzione alla popolarità che conosciamo.

 

macchina per il sottovuoto

macchina per il sottovuoto, che consente una migliore conservazione del prodotto

 

La Corte di Giarola, sede del museo, fin dal dodicesimo secolo era stata utilizzata per scopi agricoli e adesso ospita la sede del Parco del fiume Taro. Al pianterreno di fronte si trova il Museo del Pomodoro, dove si segue la sua storia attraverso immagini, scritti e oggetti utilizzati per la lavorazione e conservazione. Al piano superiore è stato allestito il Museo della Pasta, per seguirne l’evoluzione dal momento in cui è un cereale in grani a quando se ne diffonde il consumo nel mondo intero.

 

Il sito del museo è

www.museidelcibo.it/pomodoro.asp

Due bellissimi bagolari sono visibili proprio appena svoltato l’angolo dello storico edificio, in direzione del fiume Taro.

Altri alberi monumentali si possono trovare nella pagina relativa.

 

 

 

Museo del lino di Pescarolo (CR)

foto da konstantin-kirsch.de

foto da konstantin-kirsch.de

 

In passato i campi fioriti d’azzurro a maggio erano lo spettacolo che offriva la campagna intorno a Pescarolo, dove il lino era coltivato e lavorato. L’aspetto esile della pianta ne rivela il carattere timido e non competitivo, che soccombe a quelle più rustiche e vigorose. Ecco perché occorre seminarla alternandola ogni anno con la coltivazione dell’erba medica o del trifoglio, che impediscono alle infestanti di installarsi, mentre nutrono il terreno quando sono a dimora e il bestiame quando vengono tagliate.

Ormai il lino che non sia per uso personale si coltiva più a Nord: in Belgio, in Francia, in Irlanda, oppure nell’Est Europeo, ma testimonianze delle sue origini antichissime sono state ritrovate, oltre che in Svizzera, in Medio Oriente e in Egitto. Lo si coltiva da millenni per avere le fibre fresche e resistenti da tessere e, in una varietà diversa, per i semi scuri e nutrienti da mangiare aggiunti ai cibi o in forma di pane, come avviene ancora oltralpe. L’impacco di semi di lino riscaldati, messi dentro un sacchetto di tela che si adagia sul petto, era ancora usato da noi fino a qualche decennio fa per curare la tosse. L’olio che se ne spreme è buono per condire e consente di ottenere le più delicate sfumature dai colori per dipingere quadri, perché quando secca rimane elastico e non si rompe. E’ il motivo per cui viene impiegato per rivestire strade e ponti proteggendoli dall’usura o, mescolato al sughero, diventa il linoleum che copre i pavimenti delle case. In passato se ne impregnavano i tessuti così da renderli impermeabili e adatti ai tettucci di calessi e carri. Prima dell’elettricità serviva per illuminare, bruciando in lampade di ogni misura.

 

strumenti per le prime fasi di lavorazione

strumenti per le prime fasi di lavorazione

 

Il Museo del lino di Pescarolo, però, è dedicato soprattutto al suo impiego tessile. Si segue dunque la vita della pianta attraverso gli oggetti serviti alla semina, al raccolto, alla liberazione delle fibre dalle parti legnose e da quelle deperibili, alla trasformazione in filati e poi in tele di varia finezza. Sono oggetti di legno, che in certi casi nelle forme fanno pensare a giocattoli o sculture. Ce ne sono di curiosi e belli, come la stadera nella sua custodia, o di molto comuni, come il mastello e l’asse per lavare, utilizzando la lisciva ottenuta dalla cenere di legna. A seconda che si volesse lavare o sbiancare i tessuti, si faceva bollire la cenere in acqua da due a cinque ore, poi si filtrava più volte e infine si versava sui panni sistemati nel mastello. La si recuperava quando usciva dal foro sul fondo, per poi ripetere ancora e ancora l’operazione. I panni venivano infine sciacquati e stesi la notte sull’erba perché si impregnassero di rugiada, che dicono perfezionasse il loro candore e si facevano asciugare all’aria.

 

stadera nella sua custodia

stadera nella sua custodia

 

In stanze dove l’umidità è tenuta sotto controllo ci sono poi esposti molti capi di vestiario di lino e moltissimi altri sono custoditi in cassettiere e mostrati solo ai veri estimatori.

Il Museo del lino dedica una parte anche alla seta, con alcuni oggetti che servivano alla sua lavorazione.

 

http://www1.popolis.it/museodellino/

In provincia di Cremona ci sono interessanti alberi monumentali a cui fare visita

A Pochi chilometri da Cremona, in provincia di Piacenza, a Monticelli, c’è il Museo del Po nei sotterranei della rocca.

 

 

Museo etnografico di San Pellegrino in Alpe (LU)

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Il borgo alla maggiore altitudine dell’Appennino, a quota 1525, possiede una delle collezioni di oggetti d’uso dei contadini di una volta, più suggestivi della Toscana: il Museo etnografico di San Pellegrino in Alpe. Chi si trova in vacanza all’Abetone può fare un’esplorazione del passato, ma anche della natura che si trova nell’aura di ogni oggetto umano, dentro le stanze costruite per accogliere i viandanti che dalla zona di Modena scendevano verso Lucca e il mare. Il leggendario san Pellegrino stesso, che viveva in solitudine da queste parti, riposa da secoli accanto a san Bianco in un’urna della chiesa, sotto il tempietto di marmo di Matteo Civitali. Pellegrini era il cognome di don Luigi, il parroco che ha salvato dalla distruzione i tanti oggetti e i mobili di cui i contadini volevano disfarsi negli anni sessanta del novecento e che adesso, nei 14 locali del museo, ci aiutano a vedere come si viveva un tempo. Pellegrini veri ce ne saranno pochissimi, ma possiamo immedesimarci facilmente nel ruolo, in un luogo così isolato e tranquillo, facendo attenzione a quanto la natura sia presente anche dove sembra più lontana.

 

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La si trova già nel seminterrato dell’antico edificio in pietra, più fresco e adatto a conservare cibi e bevande come il vino e la grappa. C’è il necessario per produrre e mantenere entrambi con contenitori di rame, -estratto dalle miniere non troppo lontane- e di vetro, ottenuto fondendo sabbia, soda, potassa e calce nelle fornaci di argilla refrattaria, tenuti accesi costantemente con la legna degli alberi. Torchi, bigonce e botti sono fatti col legno dei castagni, tanto diffusi soprattutto in passato in queste zone, coltivati con attenzione perché producessero buoni frutti da mangiare bolliti, arrostiti o trasformati in farina per nutrienti pietanze. Cesti che hanno contenuto frutta, erbe, prodotti dei campi e degli orti, devono ai rametti di salice l’intreccio flessibile, robusto e leggero, che avvolge anche le damigiane e i fiaschi, che in altri luoghi hanno rivestito di foglie di carice. Strisce intrecciate di robusto legno di castagno servivano addirittura a realizzare la conca di ammollo delle lenzuola, da lavare con la potassa ottenuta mescolando nell’acqua bollente la cenere di faggi bruciati per scaldare la casa e cuocere il cibo. I loro frutti, le faggiole, erano state foraggio per gli animali o spremute per estrarne olio e con le foglie si potevano imbottire i materassi. Il letto matrimoniale della stanza da letto del museo, però, ne ha uno pieno di quelle di mais, seccate dopo che i semi del cereale americano erano diventati farina per la polenta e i torsoli avevano sfamato i maiali.

 

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Sui muri del museo etnografico di San Pellegrino in Alpe sono appesi pannelli che spiegano l’uso degli oggetti esposti e lo stile di vita in un’epoca in cui ancora in pochi sapevano leggere e scrivere e la carta era fatta con le fibre degli stracci, invece di quelle del legno, utilizzate da quando la produzione di libri e fogli è cresciuta enormemente.

Fibre di canapa sono invece quelle della bella coperta colorata e del lenzuolo. Un tempo canapa e lino si coltivavano dappertutto e le donne li filavano e tessevano su telai di legno, tingendo poi con colori ricavati da erbe, terre, sostanze animali o minerali.

Tronchi di castagno regolari come colonne svuotate, sono serviti a fare un armadio e una cassapanca fra i più originali. Le travi dei soffitti come gli infissi e le imposte devono al legno dei grandi alberi la loro solidità, così come le pendici dei monti si mantengono compatte con l’intreccio delle radici vive che cuciono la terra alla pietra.

L’ingegno umano e il gusto del bello che ci appagano nel vedere i semplici e funzionali reperti di un passato diventato improvvisamente lontano nel secolo scorso, hanno un’anima vegetale, minerale, animale. Persino le candele, di cui si vedono qui le tappe di lavorazione, dovevano la cera alle api, quando erano destinate ai riti religiosi o a case benestanti. Erano invece di sego, fatto con grasso di bovini, quelle più correnti e dall’olezzo grossolano. Le api qui vivevano selvatiche, perché la troppo breve estate sarebbe stata insufficiente a far produrre miele per le persone.

L’acqua e il fuoco, la terra e l’aria, che ogni giorno ancora sono indispensabili alla nostra vita, sono anche qui ad ogni passo, in ogni cosa, anche se non ce ne accorgiamo, perché siamo tutt’uno con loro, tutt’uno con una natura piena di risorse e creatività, di difficoltà e di soluzioni.

 

www.sanpellegrinoinalpe.it/museo-etnografico-san-pellegrino.html

in provincia di Lucca ci sono molti alberi monumentali interessanti a cui fare visita

Museo dei grandi fiumi a Rovigo

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Al primo piano dell’ex monastero olivetano di Rovigo seguiamo i passi dell’umanità che i due grandi fiumi del nord Italia, il Po e l’Adige, hanno reso prospera. Ci si lascia ipnotizzare dall’evocazione dell’acqua con onde di creta e trasparenze di vetri, da animali di terra e d’acqua modellati in argilla e come in attesa di un nome che dia loro la vita. Si cammina nella preistoria immersi nella penombra, dove le prime tracce di perizia umana emergono negli oggetti d’uso, semplici e belli. Si rivivono riti lontani, miti che nel nostro intimo danno ancora forma alla realtà.

Nel Museo dei Grandi Fiumi ci si muove senza far rumore, senza parlare, per non distruggere l’atmosfera che ci avvolge, testimoniando un passato in cui l’uomo ha fatto di tutto per emanciparsi da Madre Natura.

La ricostruzione di una casa romana, di un ponte, il lavoro degli agrimensori ne sono le prime, grandi prove di forza. Nelle teche gli oggetti della vita quotidiana riportano a necessità più materiali e la natura appare solo in una decorazione elegante a bassorilievo sul marmo. I due fiumi diventano vie d’acqua di cui si serve il commercio e lo scambio di genti.

 

il lavoro degli agrimensori - foto proprietà del museo

il lavoro degli agrimensori – foto proprietà del museo

 

Si arriva al medioevo, ai cavalli bardati, ai misteriosi mantelli, agli strumenti musicali, ai campanili che indicano la casa di Dio ai cittadini e ai pellegrini, chiamando l’umanità con lo squillare di campane, come i grandi alberi chiamano insetti e uccelli col fruscio delle foglie, col profumo dei fiori.

Ci si risveglia nei nuovi spazi dedicati al Rinascimento con le sue pianificazioni, con le linee rette, con le bonifiche dei terreni alluvionali intorno ai fiumi.

Dalle finestre del Museo dei Grandi Fiumi entra la luce del sole, non più filtrata dalle tende.

Adesso possiamo fare buon uso della conoscenza che il lungo cammino della civiltà ci ha portato, per rendere giustizia alla Natura che ci è madre.

 

www.museograndifiumi.it

in provincia di Rovigo ci sono alberi monumentali interessanti da vedere