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Il museo della matematica di Firenze -giardino di Archimede

foto da sciencestorming.eu

foto da sciencestorming.eu

Il museo della matematica di Firenze, chiamato anche Giardino di Archimede, è quello meglio nascosto del comune. Si trova nel quartiere dell’Isolotto sopra una scuola alberghiera e per rintracciarlo bisogna fare a meno delle segnalazioni stradali. Lo si raggiunge entrando in una stradina con le indicazioni per varie scuole, nelle vicinanze del distributore Total e di un chiosco di cibo e bevande di via Simone Martini.

Il museo è conosciuto più dalle scuole che dal pubblico comune. Eppure è una visita piacevole per tutti, perché alcune delle più conosciute leggi della natura sono illustrate qui in modo affascinante, con modelli, apparecchi, pannelli esplicativi. Si può avere una visita guidata e partecipare a laboratori di vario genere durante le domeniche dedicate a simili attività.

Come avviene in altri musei scientifici, si possono fare personalmente piccole verifiche su quanto dimostrato da Archimede, Galilei e altri scienziati, utilizzando gli apparecchi messi a disposizione.

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Alcuni oggetti sono anche esteticamente belli, come quello che mostra quanto un piccolo peso possa equivalere a uno ben più grande, se sollevato su un’asta ad una distanza adeguata, come avviene con la stadera, lo strumento che serviva a pesare merci vendute al dettaglio fino ad alcuni decenni fa.

Nelle varie sale si vede come molti oggetti, che hanno semplificato e alleggerito il lavoro umano in tutti i tempi, siano state possibili grazie alle seducenti e rigorose leggi della natura, che si osservano particolarmente bene anche nella spirale di un girasole. Sono questioni che riguardano la fisica, ma si calcolano con la matematica.

Il museo è aperto la mattina dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12. Nelle domeniche da Ottobre ad Aprile, dalle 15 alle 19.

 

www.archimede.ms

 

 

La casa delle farfalle al giardino Garzoni di Collodi (PT)

accoppiamento di falene

accoppiamento di falene

 

Ormai è talmente raro vedere farfalle, che trovare quelle esotiche nella serra moderna del giardino Garzoni a Collodi sorprende doppiamente. Nel clima caldo e umido ricreato per farle sentire a loro agio, insieme alle piante tropicali del loro ambiente originario, sono in tante a volare rapidamente sopra le teste dei visitatori. Cercano un compagno o il cibo che può essere il nettare dei fiori o i liquidi dei pezzi di banane e arance in fermentazione. Vengono posti dal personale in punti strategici perché le farfalle si posino, così che noi possiamo vedere i disegni e i colori delle loro ali prima che le accostino, mostrando la pagina inferiore dai toni discreti, utili a proteggerle dalla vista dei predatori, nel loro ambiente originario. Qualche volta si assiste a un accoppiamento, che avviene curvando i corpicini come fanno le libellule e restando poi unite e immobili per un bel po’.

In una teca ci sono crisalidi vuote e altre che contengono ancora il bruco in trasformazione. Le farfalle e le falene tropicali vengono fatte viaggiare in aereo mentre sono ancora avvolte nel sottile involucro, che a volte sembra una foglia secca.

 

farfalla che succhia il nettare di un fiore

farfalla che succhia il nettare di un fiore

 

Per raggiungere le serre di tutti i Paesi del mondo, sono messe in scatole fra strati di bambagia e, quando raggiungono le loro lontane destinazioni, l’estremità con cui si erano assicurate ad un ramoscello nel Paese di origine, viene incollata con una goccia di resina ad un altro ramoscello. Terminata la metamorfosi le farfalle contraggono i muscoli, lacerano l’involucro e ne escono con ali ancora piccole, che si ingrandiscono assorbendo i liquidi dal corpicino lungo le nervature. Con un movimento del tutto simile a quello dei petali dei fiori, si distendono e si srotolano, per poi asciugarsi e infine volare. Le loro quattro ali si muovono diversamente da quelle degli uccelli, ruotando continuamente e unendosi nel punto più alto per dare maggiore forza al volo, andando su e giù come se stessero per cascare per poi rialzarsi.

Un filmato nell’anticamera della serra mostra come questi insetti si evolvono da quando escono da ovetti minuscoli a quando si alzano in volo, per una vita che può durare un giorno, ma anche un anno e più, rifugiandosi sotto le cortecce degli alberi o sotto i massi, per proteggersi dal freddo e dai nemici.

 

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Dopo la visita alla casa delle farfalle esotiche, qualcuno proverà il desiderio di vedere di nuovo quelle italiane nei prati e nei giardini. Lo potrà fare abolendo l’uso dei diserbanti, lasciando crescere anche solo le ortiche in uno spazio appartato, dove le farfalle deporranno le uova da cui far nascere belle vanesse dalle ali nere con disegni arancioni, rossi e bianchi. Le foglie di carote e finocchi, anche selvatici, saranno ideali per le macaone, dalle ali color crema con disegni neri e macchie blu. Le foglie saranno mangiate dai bruchi che, diventati farfalle, andranno a succhiare il nettare dalla buddleia, ma anche dalla salvia, dal rosmarino, dal camedrio, dalla lavanda e dalle piante aromatiche in genere.

Ci vuole poco per aiutarle, ma ci vuole la cosa giusta e aiutare in modo corretto le farfalle, contribuisce alla sostenibilità ambientale.

http://www.pinocchio.it/butterfly-house-c1/

 Per sapere altro sulle farfalle, vai al museo delle farfalle di Schio

A pochi chilometri da qui, a S.Martino in Colle, si trova una delle querce monumentali più grandi e belle, mentre favolosi giardini all’inglese si trovano nel comune di Capannori, con numerosi e notevoli alberi monumentali

 

 

 

Il museo del tessuto di Prato: la natura in fabbrica

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telai e tessuti al museo – foto del museo

 

Appena si tocca qualsiasi argomento che riguarda le attività umane, chi sa guardare si accorge del ruolo fondamentale della natura. Così avviene nel museo del tessuto di Prato, la città che già nel medioevo era conosciuta per le sue fabbriche di tessuti lungo il fiume Bisenzio, la cui acqua era indispensabile per lavare la lana e lavorarla, con l’energia che a quei tempi, facendo girare le ruote dei mulini, azionava direttamente i macchinari. La vicina Firenze aveva a disposizione il più poderoso fiume Arno, oltre a forze economiche e politiche maggiori. E’ così che Prato ha cercato nel riciclo dei tessuti usati, la possibilità di una produzione alternativa più vasta ed economica.  La lavorazione della lana richiedeva molta acqua per la pulizia, la tintura e la follatura. Quest’ultima serviva a dare compattezza ai tessuti battendoli, a volte fino a renderli impermeabili, quando ancora non si conosceva la gomma e tanto meno la plastica. Per togliere il grasso e altre impurità, in questa operazione ci si aiutava anche con una particolare argilla poco plastica, detta argilla smectica, che ancora oggi si utilizza per la purificazione di oli e petroli, per la decolorazione e vari altri impieghi. Nella stanza del museo dove si segue la lavorazione della lana, si trova un pezzo di “terra da follone”. A Prato c’è ancora la via della gualchiera, (un altro nome della follatrice) e per trovare qualche fabbrica storica si può risalire il Bisenzio, in direzione di Vernio.

 

caldaia della ex cimatoria campolmi

caldaia della ex cimatoria Campolmi – foto dal sito del museo

 

Nel museo del tessuto, sistemato nei locali dell’ex fabbrica di cimatura, accanto alla principale biblioteca comunale della città, si comincia il percorso conoscendo i filati naturali e artificiali che fin dall’antichità sono stati utilizzati per dare ai nostri corpi la protezione e la possibilità di rendere pubblica la condizione sociale e i gusti con l’abbigliamento.

Agli animali abbiamo preso la lana e la seta, ma anche il bisso, che è il filamento con cui i molluschi si aggrappano alle rocce. Alle piante di lino, canapa, cotone, juta, ginestra, ortica abbiamo preso le fibre, come è avvenuto con gli alberi di tiglio e tasso. E se guardiamo i tronchi di varie palme, ci accorgiamo che sono avvolte in filamenti intrecciati con trama e ordito, come i tessuti a cui ci siamo probabilmente ispirati.

 

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fiore di lino – foto da www.agraria.org

 

Nel ventesimo secolo, dalla polpa di legno abbiamo ottenuto la viscosa, dalla caseina del latte il lanital, dal mais il pla, dai granchi il craybon. Anche con i metalli sono stati realizzati tessuti e soprattutto con la plastica, da cui si ottiene il confortevole e caldo pile. La plastica si fa col petrolio, da cui derivano il nylon, il perlon, il terital e tante altre fibre del ventesimo secolo. E il petrolio si è formato dalla decomposizione degli animali che popolavano il mare, insieme al plancton e ai vegetali in tempi antichissimi. Anche i colori, che adesso si possono produrre in laboratorio, fino all’ottocento erano tutti di origine vegetale, animale e minerale.

E’ bello accorgerci che, venendo tutti dalla natura, impariamo a ricreare applicazioni che lei aveva distribuito fra le diverse forme di vita. Da questo possiamo sentirci ispirati ad utilizzare con maggior saggezza le risorse.

Allora possiamo continuare la visita del museo, con le sue collezioni di tessuti preziosi antichi e moderni, i suoi oggetti, i suoi filmati, con l’animo appagato di chi sente di esserne parte e non solo spettatore.

 

www.museodeltessuto.it

Per chi è interessato alla natura ci sono begli alberi monumentali a Prato e dintorni, oltre al centro di scienze naturali

 

Il museo della lana a Scanno (AQ)

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foto del museo

 

Il museo antropologico di Scanno, dove sono esposti gli oggetti, i mobili, gli strumenti che servivano per lavorare la lana, ci ricorda quanto dobbiamo alle pecore, i miti animali che hanno sostentato la vita umana attraverso i secoli. Ci sono gli attrezzi di un ciabattino che usava fini pelli ovine conciate e ammorbidite per calzare i piedi dei clienti in confortevoli scarpe. Ci sono gli strumenti che servivano a trattare la lana e il latte per fare i formaggi. C’è quello che serve a ricordare la vita che, fino a cinquant’anni fa, era in parte ancora praticata. La lavorazione della lana, però, qui è stata importante solo fino all’ottocento, quando le donne se ne occupavano nei mesi invernali, mentre i mariti erano con le pecore che svernavano in pianura, sul tavoliere delle Puglie. In estate, quando tornavano al paese, le mogli li aiutavano nell’industria armamentaria, smantellata nel 1870. Da allora, il declino nella lavorazione della lana è stato costante, anche a causa della progressiva emigrazione in cerca di lavoro. Il vello era generalmente di colore scuro e serviva per realizzare il tipico mantello a ruota, le uose, i vestiti e le camicie da vendere ai mercati primaverili, che si tenevano anche in regioni lontane.

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foto del museo

 

I bambini scarmigliavano i bioccoli appena tosati, le mamme li cardavano, filavano e tessevano, utilizzando i semplici attrezzi esposti nel museo. Se il filato era bianco, lo si tingeva con sostanze naturali, utilizzando foglie, radici, cortecce. L’unica tinta che si doveva acquistare era l’indaco, pianta di origine indiana, come si deduce dal nome, che non cresce ad altitudini come quelle di Scanno, intorno ai 900 metri. Il suo blu, oltre a colorare, aumenta le proprietà isolanti dal caldo e dal freddo. Il colore verde si otteneva aggiungendo al blu il giallo ricavato dalle foglie di orniello, il frassino dai fiori bianchi e piumosi che dà anche la manna, la linfa dolce ancora usata in Sicilia in pasticceria e come blando medicinale. Le foglie dovevano essere colte entro giugno, prima che si indurissero.

Il rosso si otteneva grazie alla radice di robbia. Usando sostanze acide in aggiunta, si accentuava il colore, mentre si attenuava con quelle alcaline. Il rosso cremisi (detto anche Magenta) che tende al viola, si otteneva schiacciando le cinipi purpureee, parassiti delle piante.

Il mallo delle noci tingeva dal giallo fino all’avana, così come lo faceva la fuliggine. Aggiungendo una sostanza acida si otteneva il nero, che risultava anche dall’impiego del ferro.

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orniello fiorito

 

Nel museo si trova una valigia di pergamena, che ricorda un altro debito verso le pecore: tosata la lana, già quindici secoli prima di Cristo, a Pergamo trattavano la pelle ovina immergendola in acqua di calce e levigandola con pietra pomice fino a renderla sottile e adatta a tracciare scritti e dipinti sulla sua superficie. Robusta e flessibile, la pergamena è rimasta il materiale prediletto per copiare i preziosi codici miniati del medioevo e ancora oggi si sceglie per i documenti che si vogliono indistruttibili. Capre e vitelli sono stati sacrificati allo stesso scopo e le pelli degli animali più vecchi, per questo più resistenti, hanno rivestito i tamburi per ritmare la musica, ma anche per trasmettere messaggi col vibrare delle percussioni nell’aria e nella terra.

In ogni manufatto umano troviamo dunque l’eco di ciò che lo ha reso possibile, cioè animali e piante. Su di loro l’uomo ha proiettato anche l’immaginazione più profonda: il mito e la religione.

Il maschio della pecora -l’ariete dalle belle corna arrotolate a spirale- è simbolo di impulsività e ardimento, passione e generosità del carattere umano, riconoscibile in chi nasce all’inizio della primavera, quando tutta la natura è percorsa dall’irresistibile impulso amoroso. Nella cultura antica si è impresso il mito del vello d’oro di un ariete alato, mandato dagli dei per salvare i figli di Nefele. Dopo essere stato sacrificato, il suo mantello era diventato conquista di Giasone e degli argonauti.

Scanno si trova nella valle del Sagittario, che è il nome del fiume, oltre che del personaggio mitologico antico.

Il museo è aperto solo nella bella stagione e saperlo guardare nella sua prospettiva naturalistica, contribuisce ad accrescere le possibilità per la sostenibilità ambientale.

 www.regione.abruzzo.it/museum/museo.html

A pochi chilometri si possono trovare alberi monumentali molto belli.

 

 

Il Museo di Frutticoltura a Lana (BZ)

 

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In questo piccolo Museo della Frutticoltura di campagna, nella residenza medievale Larchgut, si possono scoprire cose davvero sorprendenti per proteggere i frutteti dai vari pericoli, rese possibili grazie all’intelligente adattamento dei fenomeni naturali alle esigenze umane. Anche l’aspetto di costume, però, merita di essere conosciuto: in Alto Adige, fino ai primi anni del novecento, i guardiani dei frutteti giravano bardati con gran collane di enormi zanne di cinghiale, alte acconciature a ventaglio fatte di lunghe penne d’uccello, che finivano con code di volpe e li facevano sembrare re esotici. Erano armati di una pistola, una roncola ed un roncone per spaventare i malintenzionati che ancora non fossero fuggiti nel vedere quelle apparizioni. Solo le donne incinte o i poveri di passaggio potevano avere un frutto da mangiare sul posto. A Luglio i “saltari” si preparavano al loro lavoro di sorveglianza, costruendosi un capanno e restando fino al termine del raccolto in autunno, a badare che nessuno li depredasse

Quei personaggi fantastici, adesso si possono vedere solo in disegni e fotografie vecchie di un secolo e il loro armamentario è indossato da manichini di questo museo e da quello del vino che si trova a Caldaro e che consiglio di visitare. Anche i begli alberi di melo vengono sostituiti man mano che muoiono, da piante a spalliera, più comode per le attività umane intorno a loro, ma senza più la bellezza degli alberi originari. Neppure il sapore e la sostanza dei frutti sono paragonabili a quelli di un tempo,  venendo da piccoli alberi di scarse radici, perché sono quelli che le hanno lunghe e profonde a saper distillare meglio i profumi della terra. Sono quelli più maturi ed autonomi, che non chiedono tanta acqua e concime per dare frutti ben più saporiti, anche se meno numerosi. Le troppe irrigazioni e le forzature di ogni genere danno frutti regolari, grossi e belli da vedere, ma insipidi.

 

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In questo museo si possono conoscere i metodi per contrastare le gelate che avvengono a volte in primavera e che possono danneggiare i germogli e i fiori dei meli, compromettendo il raccolto anche per intero. Un tempo i contadini accendevano il fuoco dentro le stufette già sistemate fra gli alberi. Erano riempite con legna adatta a fare un gran fumo e in poco tempo, nel buio si vedevano le file rosse delle stufe accese, con un comignolo da cui uscivano le nuvole calde che avrebbero protetto gli alberi dall’aria gelida. Se non tirava vento, si poteva sperare di salvare il futuro raccolto, purché la temperatura non fosse scesa sotto i meno due gradi. Era un lavoraccio badare a che il fuoco soccorresse gli alberi. Ci volevano tante stufe, tanti aiutanti e tanta fortuna. C’era chi usava i ventilatori sulle torrette, azionati dai motori diesel, per smuovere l’aria e sollevare quella fredda da terra, ma quel sistema non dava grandi risultati. Finalmente, però, negli anni cinquanta del novecento, casualmente si è scoperto un metodo che ha del miracoloso e che dipende dal particolare comportamento dell’acqua. Ma questo ve lo lascio come sorpresa da scoprire sul posto, oppure da leggere nel mio libro ACQUA, ARIA, TERRA E FUOCO -energie del mondo- oppure in VIAGGIARE COME LA LUNA -per conoscere chi e cosa fa il mondo migliore-

Il sito del museo è www.obstbaumuseum.it

 Nella provincia si possono trovare alberi monumentali di grande bellezza.

 

 

Museo degli usi e costumi della gente trentina

 

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casa delle api

 

Dalle cantine ai solai dell’antica Prepositura Agostiniana di San Michele all’Adige, oggetti, abiti, mobili e attrezzi che i trentini usavano fino al secolo scorso hanno adesso un posto d’onore in quello che è diventato il museo degli usi e costumi. Mostrano com’era la vita nella famiglia e nella comunità e sottintendono quanto dovessero alla natura e in particolare agli alberi, perché dal cibo alle medicine, dal fuoco alla carta, dalle case ai mobili, dalle armi agli attrezzi, dai carri alle navi, tutto è stato possibile per loro mezzo.

Alle api, su cui contavano per la trasformazione dei fiori in frutta e verdura, produttrici di miele, propoli, pappa reale e cera, è dedicata una sala con alveari, bugni e apparecchi usati dagli apicoltori.

Ai tempi dell’antica Roma, la perfetta organizzazione nel lavoro e nella vita delle api era tanto ammirata, che le arnie costruite con paglia o ramoscelli avevano uno sportello posteriore per prelevare il miele senza danneggiare gli insetti.

Nel medioevo anche l’apicoltura era decaduta, come la coltivazione della vite e dell’olivo. Chi ancora la praticava, salvo in Puglia e Sicilia, lo faceva coi bugni primitivi, di tronchi d’albero, che con la loro forma costringevano all’uccisione delle api per poterne prendere il dolce cibo. Qualche volta, come era successo a Catanzaro, i bugni erano anche stati utilizzati come difesa, buttandoli ronzanti sul nemico, dall’alto delle mura cittadine.

All’inizio dell’ottocento, sono stati diversi apicoltori a realizzare arnie coi telai mobili, per raccogliere il miele di nuovo nel modo incruento, come si continua a fare oggi .

Nelle sale del museo, solo leggendo un cartellino si comprende che due statue ottocentesche in legno dall’aspetto umano, in grandezza naturale, erano bugni che servivano ad intimorire gli orsi, notoriamente ghiotti di miele. Uno è un soldato austro-ungarico e l’altro è un gentiluomo col cilindro, che dissimula in una giuntura del vestiario, la fessura da cui entravano le api.

Nella biblioteca specializzata all’ultimo piano, si potrebbero passare giornate intere a consultare i libri che parlano delle tradizioni culturali e dei mestieri tradizionali d’Italia e del mondo.

bugno in legno a grandezza naturale

bugno in legno a grandezza naturale

 www.museosanmichele.it

 In tutta la provincia si trovano notevoli alberi monumentali che vale la pena di vedere.

 

Il Museo sottomarino di Cancun

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In un luogo come Cancun, in Messico, il turismo aveva finito col diventare una calamità, dopo essere stato una risorsa. Infatti, la bellezza del clima messicano, la natura, il mare con la sua barriera corallina hanno attirato una tale quantità di turisti da diventare insostenibile. Non solo per lo snaturamento dei luoghi, ma anche per la distruzione della barriera corallina, inquinata e sovraffollata.

C’è stato, però, chi ha avuto un’idea brillante per salvare capra e cavoli, realizzando qualcosa che avrebbe dirottato una parte dei visitatori verso qualcosa di molto attraente, distogliendoli dal sovraccaricare la natura con un’affluenza troppo massiccia.

Si tratta di Jaime Gonzales Cano, direttore del parco nazionale National Park West Coast Isla Mujeres, Roberto Diaz, ora presidente del museo sottomarino e lo scultore Jason de Caires Taylor. I tre hanno pensato di collocare sul fondale sabbioso del mare, lontano dai preziosi coralli, delle statue di cemento con PH neutro che rappresentassero varie tipologie di persone in situazioni interessanti da vedere.

Col tempo, come avviene sempre sott’acqua, piante e coralli avrebbero ricoperto le statue, dando loro forme e colori sempre nuovi, fino a creare qualcosa di totalmente diverso. Il museo è talmente suggestivo, in effetti, da aver raggiunto almeno in parte il suo scopo.

Le 500 sculture del museo MUSA sono visibili dal 2011

 

 

 

Museo etnografico Maison De Cogne, coabitazione di animali e umani

 

interno della maison de Cogne

Interno della maison de Cogne

 

Nelle campagne di pianura, fino all’ultima guerra succedeva ancora che durante le sere d’inverno le famiglie di contadini di una cascina si riunissero nelle stalle per parlare e raccontare storie, svolgendo magari anche qualche lavoretto manuale con la lana o il legno. Il calore emanato dalle mucche si sommava al ritmo pacifico del loro ruminare, conciliando una piacevole serata.

Poi, però, ciascuno tornava a casa propria, dove ovviamente non c’era alcun riscaldamento, per andare a letto dove uno scaldino dissipava il gelo delle lenzuola.

In certe zone d’Italia, però, l’asino o la mucca avevano uno spazio proprio dentro la casa. Lo si può vedere nel museo etnografico Maison de Cogne, in Val d’Aosta, l’abitazione con fienile accuratamente restaurata nell’aspetto che aveva all’inizio dell’ottocento. Gli spazi ben organizzati riservavano al grande animale una zona recintata della cucina, con un soppalco come soffitto, su cui era appoggiato un materasso per dormire, piacevolmente riscaldato tutta la notte.

Anche nei “sassi” di Matera, un’abitazione diventata museo mostra un asino di cartapesta che occupa lo spazio un tempo occupato da quello vero dentro la cucina. Il vantaggio di questa soluzione era anche di evitare il possibile furto.

Al museo delle popolazioni di montagna del mondo, a Brunico (vedi articolo), si vede una sistemazione molto raffinata degli animali in cucina. Gli svani del Caucaso circondavano il locale con pareti di legno decorato, con finestrelle dalle quali si affacciavano le capre ospitate lungo il perimetro.

Il Museo della Maison de Cogne si trova in montagna, a 1544 m. di altitudine, dove in inverno fa molto freddo e dove per la costruzione delle case si usava in buona parte il legno di larice, robusto e resistente alla pioggia. Lo si riconosce dalla tonalità rossa, che si scurisce sempre di più col tempo, dato che la luce del sole “abbronza” anche il legno. I larici sono le uniche conifere nostrane che perdono gli aghi in inverno, dopo che si sono colorati di un magnifico giallo. Si trovano sulle Alpi e non sugli Appennini.

 

www.grand-paradis.it

In tutta la provincia si possono trovare bellissimi alberi monumentali

 

 

 

Il museo dei popoli di Montagna del mondo a Brunico (BZ)

 

Interno di casa/stalla

Interno di casa/stalla

 

Il Museo dei Popoli di Montagna del Mondo, si trova al castello di Brunico (BZ). E’ uno dei cinque a cura di Messner ed è davvero attraente. Nelle sale dove sono esposti i mobili e gli oggetti si sente ancora l’odore della lana, del legno di cui sono fatti, del latte e del formaggio con cui erano stati in contatto. Ci sono anche abiti, gioielli, le yurte e le tende. E in una stanza c’è un allestimento che ben pochi si possono aspettare. Il rivestimento continuo delle pareti è fatto di legno intagliato in cui sono aperte nicchie, oltre le quali ci si aspetterebbe fossero state collocate, nei luoghi di origine, statuette od oggetti di pregio. Invece ci si accorge che da ogni apertura aveva fatto capolino una capra, una pecora e altri animali, dalla stalla che avvolgeva la cucina. Le bestie da cui gli svani del Caucaso traevano il sostentamento ed il calore, erano trattate con un riguardo diverso e superiore a quello che noi concediamo agli animali da compagnia. Forse perché da quelle bestie dipendeva la vita fisica, la ricchezza ed il potere, che per molti è davvero tutto.

www.messner-mountain-museum.it

 Sulla collina proprio di fronte al museo si trova il suggestivo cimitero di guerra, che davvero fa pensare alla pace. In tutta la provincia ci sono anche alberi monumentali di grande bellezza.

 

Il museo della rosa antica (MO)

cinorrodi (frutti) delle rose

cinorrodi (frutti) delle rose

 

In autunno i meravigliosi colori degli alberi rendono il passaggio da Maranello verso la Toscana, passando per l’Abetone, uno spettacolo che compete solo con quello delle grandi nevicate.

Il museo all’aperto delle rose antiche gli tiene testa dignitosamente, con pochi petali ma molte bacche e cinorrodi rossi, nel giardino che si spande sul crinale di Montagnana. Nel 1997, quando la famiglia che lo ha creato era arrivata da Modena ed aveva acquistato la proprietà di tre ettari, c’erano solo prati e uno stagno artificiale in un terreno povero sopra lo spesso strato d’argilla, caratteristica della zona. Così si era pensato di lasciare che il terreno si rigenerasse da solo, durante sette anni. Col tempo, affidandosi al vento, agli uccelli e agli altri animali che passavano sopra e sotto terra, i semi di alberi diversi erano arrivati fin lì, avevano attecchito e poi erano cresciuti liberi e felici di non essere calpestati né brucati. Quelli che anche nei dintorni si trovavano maggiormente a loro agio appartenevano alla famiglia delle rosacee: pruni, ciliegi selvatici, rovi, rose canine. Allora era stato deciso che le loro pregiate parenti da giardino sarebbero state le protagoniste di un museo e quattromila piante di ottocento varietà sono state messe a dimora dal 2001, nel terreno pronto a riceverle. Per il resto, era stato deciso di non concimare, né diserbare né potare, ma lasciar fare alla natura il suo corso. Nessuno della famiglia conosceva la botanica, ma tutti erano innamorati della bellezza. Così, aiutandosi con i libri ed osservando ciò che succedeva sotto i loro occhi una stagione dopo l’altra, si sono fatti una cultura in fatto di rose. E con le rose del giardino hanno preparato anche marmellate, sciroppi, gelatine

Un libro dalle bellissime foto e dai brevi testi che ne illustrano le qualità, è stato venduto in migliaia di copie e adesso i curatori di giardini illustri chiedono la consulenza a loro per realizzare interventi di colore.

La rosa sericea pterocanta, mostra la bellezza delle sue grandi spine, sottili e larghe come vele, che ricoprono lo stelo per intero, quasi a compensare il semplice fiore che, contraddicendo la caratteristica delle rosacee sempre a cinque petali, ne ha solo quattro. Sembra una spirale rossa quando cresce nel giardino e lascia poco posto alle foglie che somigliano a quelle del sorbo.

C’è la rosa muscosa, le cui parti verdi appaiono come rivestite di muschio, che ricordano anche nel profumo. Ci sono rose semplici con cinque petali, come erano tutte, prima che gli uomini intervenissero per cambiarle e come è ancora la rosa canina, selvatica e rampicante.

 www.museoroseantiche.it

In tutta la provincia ci sono alberi monumentali che vale la pena di vedere.

 

 

Il museo dei mestieri in bicicletta

bicicletta del maestro

bicicletta del maestro

 

Adesso che la bicicletta sta ritrovando il favore popolare per il suo basso costo, l’inquinamento nullo e i suoi buoni effetti sulla salute, il Museo dei Mestieri in Bicicletta di Fabriano offre qualcosa in più, rispetto ad altri musei di veicoli a due o tre ruote: l’originalità e la dimostrazione che ridurre al minimo gli oggetti d’uso si può.

Luciano Pellegrini, appassionato di pugilato, automobilismo e meccanica, ha girato l’Italia per acquisire un’ottantina di biciclette, quasi tutte usate in passato da ambulanti di ogni genere.

Settanta mestieri, in passato sono stati esercitati spostandosi in biciclette attrezzate col necessario ad uno svolgimento corretto. L’arrotino, il disinfestatore, il falegname, il caldarrostaio e pure il medico, il pompiere, il materassaio e l’ombrellaio. Naturalmente c’era anche il cantastorie con tutta l’attrezzatura sistemata sul portapacchi anteriore e posteriore. C’era chi mostrava un presepe nel periodo di Natale e c’era il burattinaio, che avevano il minuscolo palcoscenico sulla parte posteriore della bici, dotata di una ruota in più.

C’era persino il cinema che viaggiava su due ruote con un telo di cotone arrotolato, il proiettore fissato sul portapacchi posteriore, la cassetta con le pellicole sistemata davanti.

Forse quella che più suscita tenerezza è la bicicletta del maestro, che si portava appresso i libri insieme alla lavagna e al pallottoliere per offrire la cosa più immateriale e al tempo stesso più preziosa: l’istruzione.

 

attrezzatura del maestro

attrezzatura del maestro

 

Fino a cinquant’anni fa, chi non poteva permettersi lo studio, l’officina o il negozio, girava di paese in paese annunciandosi dalla strada ad alta voce alle massaie, che uscivano dalle case per fare acquisti o avere riparazioni veloci di ombrelli e oggetti vari che non venivano buttati se non quando l’usura li aveva ridotti alla totale impotenza.

Col diffondersi degli automezzi a tutte le classi sociali, sono stati i furgoncini a soppiantare le biciclette. Poi, con l’arrivo dei supermercati, sono quasi spariti del tutto anche gli ambulanti.

Certe professioni oggi sarebbero difficilmente riproponibili con le modalità itineranti, anche perché è ormai difficile trovare qualcuno in casa durante il giorno, che si affacci alla finestra e raggiunga per la strada l’ambulante. Solo il caldarrostaio resiste negli ultimi mesi dell’anno, anche se con una postazione fissa.

Il Museo dei Mestieri in Bicicletta, oltre a suscitare meraviglia, ha il pregio di essere una sorgente di ispirazione per le persone creative, disposte a riciclare e rielaborare vecchie cose, ripresentandole con applicazioni nuove.

Anche questo contribuisce alla sostenibilità ambientale.

 

www.mestieriinbicicletta.it

Anche a Fabriano e provincia ci sono begli alberi monumentali che vale la pena di vedere.

 

 

 

Museo dell’acqua di Siena

museoacquasiena
 

Milioni di anni fa, dove adesso c’è Siena, i fiumi terminavano la loro corsa nel mare, lasciandogli ciò che avevano trasportato fin lì: sassi, sabbia, limo, che depositavano nell’ordine obbligato dal loro peso. Il mare e i fiumi avanzavano e arretravano nei millenni, ripetendo i depositi e comprimendo gli strati di materiali precedenti che, sotto la gran pressione, si trasformavano in conglomerato, arenaria, argilla. Infine, il mare si era ritirato un’ultima volta e i fiumi erano scomparsi. Solo qualche torrentello nasceva dalle riserve d’acqua, depositate nelle camere sotterranee, dal fondo d’argilla impermeabile. La pioggia ed il vento avevano modellato le colline poi abitate dagli uomini che, in epoca romana, avevano costruito un acquedotto per rifornire la piccola città senza fiumi.

Quando nel trecento Siena aveva cominciato a svilupparsi, si era iniziato a scavare una rete sotterranea di piccoli canali, per convogliare verso l’abitato l’acqua di piccole falde. Ce n’era bisogno per le attività artigianali, per la vita quotidiana, ma anche per spegnere i frequenti incendi. Là dove l’impermeabile argilla tratteneva le infiltrazioni della pioggia, dalla collina più alta avevano fatto partire una vena d’acqua, a cui una lievissima pendenza permetteva di scorrere costantemente senza traboccare e senza perdersi, per l’intero anno. Lungo il percorso ne incontrava altre, si ampliava in vasche dove le impurità e l’abbondante calcare affondavano, infine proseguiva verso le aperture delle fonti pubbliche. Ogni canaletto, largo quanto una mano aperta, era stato scavato nel pavimento di gallerie rivestite di mattoni dalla volta a botte, per questo chiamati bottini, dove camminavano gli addetti alla continua manutenzione. Anche le infiltrazioni attraverso i muri, davano il loro contributo goccia a goccia, lungo i venticinque chilometri che dall’ottocento avevano rilasciato acqua a pagamento anche nei pozzi privati.

A forza di pulitura e riparazione del suo percorso, è arrivata fino ad oggi, nonostante solo una minoranza di case continui a riceverla, mentre le fonti ne sono ancora alimentate. È dal monte Amiata, invece, che l’acquedotto raggiunge tutti gli altri utenti.

Dopo il restauro, il percorso dei bottini unico in Europa, le fonti ed il museo dell’acqua sono visitabili, con una complicata procedura burocratica, ma a cura di volontari.

 

dal mio libro Acqua, aria, terra e fuoco -energie del mondo

www.ladianasiena.it

In provincia di Siena ci sono molti alberi monumentali di grande bellezza che vale la pena di vedere.