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La claque

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Quando era ancora nuovo dell’ambiente teatrale, in una delle sue prime esecuzioni di genere religioso, il musicista Hector Berlioz aveva avuto un successo ben più modesto di quanto ritenesse giusto. Un capo claque lo era andato a trovare e gli aveva fatto presente che era stato un errore, da parte sua, non ingaggiare lui e la sua compagnia. Berlioz gli aveva risposto che, non potendo applaudire un pezzo religioso, non vedeva di quale utilità sarebbe stata la presenza di una claque. L’uomo lo aveva guardato con compatimento, facendogli notare che c’erano ben altri modi per fare o disfare il successo di un lavoro, anche senza applausi: opportuni sospiri, donne che si asciugano gli occhi con un fazzoletto e commenti sottovoce sul potere di quella musica nell’elevare lo spirito.

Il musicista si era dunque ben presto adeguato alla necessità di suscitare sentimenti nel pubblico non solo con la composizione e l’esecuzione di un pezzo, ma con suggestioni prezzolate ed occulte.

Nel mestiere di pilota dei successi, fin dall’antichità il capo claque ha sempre fatto gesti in codice per dirigere la compagnia dei suoi artisti camuffati, di cui il pubblico non era conscio. La parte più importante la recitavano loro. Capitava che fosse un’intera famiglia a lavorare in quel settore, ingaggiata a volte dall’artista il cui nome era sul cartellone, altre volte dal direttore del teatro. In quel modo, si poteva anche dirigere verso l’insuccesso il lavoro più meritevole di un rivale, con rumoreggiamenti, commenti sfavorevoli, fischi, uscita dalla sala.

Di fronte ad una consistente disapprovazione, anche il più entusiasta degli spettatori finisce col sentirsi uno stupido e, se non segue esplicitamente i segni sgradevoli, limita o annulla quelli di consenso, che gli sarebbero stati spontanei. Resistere in una condizione di minoranza richiede molta forza d’animo e grande convinzione.

L’essere umano, pur essendo convinto di decidere autonomamente, è spesso pilotato durante tutta la vita, in parte da chi ha interesse a farlo, puntando sulla natura gregaria degli animali sociali. Buona parte del condizionamento viene, però, dalla naturale tendenza ad evitare ciò che è più faticoso. Decidere qualcosa è sempre impegnativo, anche se si tratta di dar retta a un’emozione. Lo è tanto di più, quanto meno ci si è educati a distinguere e scegliere, impiegando tempo ed energie. Così, nel momento in cui qualche sollecitazione raggiunge la parte più antica del cervello, in cui siamo uguali agli animali più primitivi, bastano uno o più segni da parte di una maggioranza o di qualcuno che abbia autorevolezza, per imitarli. Le sensazioni e poi i fatti, prendono così una direzione che sarebbe stata probabilmente diversa, senza esempi a cui adeguarsi.

Forse la claque non esiste più con le stesse modalità, ma prospera tuttora: nella pubblicità, nella politica, nei gruppi di ogni tipo e nelle famiglie. Siamo tutti a pagarla e non certo solo in denaro. Se vogliamo una migliore qualità della vita e premiare il merito, dobbiamo impegnarci tutti a renderci più autonomi rispetto ai condizionamenti sociali e personali. E’ impegnativo ma appassionante, come tutto ciò che apre nuove prospettive.

 

 

Il discorso del re

il discorso del re

Questo bel film di Tom Hooper del 2010, interpretato da Colin Firth e Geoffrey Rush aiuta a capire vari aspetti dell’animo umano, oltre a raccontare bene una storia interessante e realmente accaduta. E’ quella del futuro re d’Inghilterra, (Giorgio VI, padre dell’attuale regina Elisabetta) che appena si trovava in una situazione di turbamento anche minimo, balbettava e, addirittura, ammutoliva. A niente erano servite le varie terapie tentate da medici paludati, mentre quella di un terapeuta empirico era riuscita ad ottenere buoni risultati, attenuando un problema che per un re era quanto di più penoso potesse esserci.

Il film mette in evidenza quanto il lato affettivo e istintivo di una persona segua percorsi irraggiungibili dalla sola ragione e quanto il corpo sia un importante comunicatore. La balbuzie, infatti, è una reazione fisica ad un disagio affettivo e la razionale buona volontà serve solo a perseverare nella ricerca di qualcosa che possa portare un po’ di sollievo, niente di più. Il miglioramento può venire solamente da un approccio che lavori su più fronti del lato affettivo, vale a dire quello che tocca sentimenti, istinti, creatività, corporeità. La comprensione di questo aspetto, negli anni ’30 in cui inizia la storia, era ancora poco diffusa, ma aveva convinto il futuro re quando era riuscito a declamare senza problemi, mentre era stata attivata la parte creativa del cervello con l’ascolto di un pezzo musicale. Il lavoro fatto con empatia da parte del terapeuta, coinvolgendo il corpo insieme alla psiche, era riuscito a far superare almeno in parte un problema che altrimenti avrebbe annichilito il protagonista. Parlare in pubblico era, infatti, il compito principale del suo ruolo di rappresentanza.

Solo qualcuno proveniente da una cultura in cui le distanze sociali erano e sono poco marcate, l’Australia, poteva avere la capacità di superare le rigide barriere inglesi e questo era stato di aiuto.

Non c’è esortazione razionale o minaccia che possa riuscire a far cambiare le persone, a meno che non siano già convinte per proprio conto e manchi una virgola al compimento del passo. I miglioramenti possono avvenire solo con grande pazienza, empatia e lavorando su più fronti, avendo come base un’opportuna conoscenza della psiche.

 

ILLUSIONI SENSORIALI

foto da Pion Unlimited (Londra)

foto da Pion Unlimited (Londra)

 

foto di Akiyoshi Kitaoka

foto di Akiyoshi Kitaoka

 

Chi è attento si è certo accorto di quanto si possa cadere facilmente nelle trappole mentali e commettere sciocchezze. I motivi sono tanti ed uno di questi sono le illusioni sensoriali. Il nostro cervello, infatti, cerca di riempire i vuoti di informazione nel modo più coerente secondo ciò che è abituato a vedere e fare. Non sempre, però, questo è corretto e a volte completa le informazioni in modo clamorosamente sbagliato. Il contesto in cui avvengono dei fatti può cambiare completamente la loro percezione ed uno degli esempi più noti è verificabile con l’esperimento che segue.

In una bacinella si metta acqua calda, in una acqua fredda ed in un’altra acqua tiepida. Si immerga la mano destra nell’acqua calda e la sinistra in quella fredda. Dopo qualche minuto, si immergano entrambe in quella tiepida. La destra la sentirà come se fosse fredda, mentre la sinistra avrà la sensazione che sia calda. Entrambe sbagliano, perché condizionate dalle opposte esperienze precedenti.

Anche gli occhi ci possono far credere cose sulle quali saremmo pronti a giurare, sbagliando. Basta guardare le due immagini riportate qui sopra. Nella prima coppia, le foto sono identiche, ma sembrano invece avere una prospettiva del tutto diversa. Nella seconda, le due sfere sembrano di colore opposto, mentre sono identiche. E’ solo lo sfondo differente a farci cadere nell’illusione. E’ buona cosa essere convinti di ciò che si fa, ma sempre consapevoli della facilità con cui ci si sbaglia. Un buon sistema per evitarlo è fare continue verifiche. Oneste, naturalmente.

GLI ARTI FANTASMA

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La mente umana ha capacità davvero straordinarie, compresa la creazione di illusioni tenaci, che spesso si possono contrastare solo con altre illusioni. Una di queste riguarda gli arti fantasma. Molte volte, infatti, le persone a cui vengono amputate mani, braccia, gambe o piedi, continuano a percepirle come se ancora le possedessero. A niente serve loro constatare coi propri occhi una realtà contraria. Spesso sentono dolori molto forti, oppure credono di fare movimenti, come il toccare oggetti e persone, percependone con chiarezza gli effetti al tatto.

Un modo efficace per guarire una simile suggestione, molte volte è stato quello di generarne un’altra con l’aiuto di uno specchio. Collocandolo opportunamente di lato all’arto esistente, il suo riflesso dà l’impressione di vedere quello mancante, al quale si possono far compiere i gesti opportuni a  cessare il dolore. Attraverso un massaggio, una medicazione, oppure il compimento di movimenti che liberino l’arto da una costrizione illusoria, si opera sulla mente il cambiamento risolutivo.

Questo argomento è stato trattato dal professor Ramachandran nel libro “l’uomo che credeva di essere morto”, premiato al concorso letterario Merk Serono

COSA DISTORCE (O RIEQUILIBRA) LA REALTA’

 

 

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Tutti abbiamo frustrazioni e sentimenti negativi, ma il riconoscerli come normali permette di far fronte alla sofferenza che provocano, fino a trovare un modo di usarne l’energia per cercare e trovare sbocchi positivi.

Molti, però, trascurano di dare spazio e voce a ciò che viene dal profondo, restando inconsapevoli di parecchie cose. In aggiunta a questo, censurano i propri sentimenti negativi, col risultato che agiscono come una pentola a pressione con la valvola di sfogo intasata.

Così, invece di realizzare ciò che vogliono davvero, rasserenandosi, fingono persino con sé stessi di essere contenti, mentre accumulano veleno in dosi tossiche. Possono essere anche amabili e allegri, ma ogni volta che incontrano qualcuno che incarna ciò che sotto sotto vorrebbero essere e non sono, l’invidia e la gelosia fanno sentire un doloroso pungiglione. Spesso provano sentimenti  in contraddizione fra loro: odiano ed amano allo stesso tempo. Riuscendo loro impossibile accettare un simile stato di cose, finiscono con l’agire odiosamente, in un modo che sfugge di mano. Succede spesso che per gelosia si arrivi a tormentare per anni una persona che pure si ama o si ammira e si stima, finendo magari addirittura con l’ucciderla. L’invidia acceca allo stesso modo.

Invece di agire sulle cause (vale a dire cercando di realizzare altri desideri a cui non si dà ascolto) si agisce sull’effetto (cioè sul disagio e la sofferenza provocata dalla gelosia). A tratti, dunque, si vede  chi si invidia come un mostro e si finisce col rivoltare la frittata in modo plateale. Anche se la persona odiata/amata ha dato moltissimo del suo tempo, affetto e beni, la si tratta come una sanguisuga accaparratrice, contro ogni evidenza. Niente di ciò che quella persona farà sarà visto con favore, perché si è accecati dalla propria frustrazione. E’ impossibile agire direttamente su questo, ma occorre fare un lungo percorso che collochi in un punto di vista diverso.

Ecco perché è tanto importante conoscere se stessi, ascoltare i propri desideri, concedersi di avere sentimenti contraddittori. Tutto, in natura, ha ombra e proprio dall’alternarsi continuo degli opposti deriva un equilibrio che va ricostruito in continuazione. Se fosse sempre notte tutto morirebbe nel gelo e se fosse sempre giorno ogni cosa brucerebbe. Nel continuo succedersi dell’uno e dell’altra c’è la vita.

Un modo fra i più efficaci e piacevoli per trovare equilibrio è la conoscenza del funzionamento della natura, almeno nei suoi aspetti fondamentali. L’argomento è appassionante ed il risultato ha effetti positivi su di sé e al tempo stesso su tutto ciò che si ha intorno. Vale la pena di provare.

INTERIORITA’ ED ESTERIORITA’

 

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disegno di Anna Cassarino

 

 

Molte persone cresciute  subendo un po’ troppo i modi autoritari di genitori, religiosi o insegnanti, riescono male a valutare le necessità interiori. L’obbedienza e la sottomissione, infatti, presuppongono una mortificazione del proprio giudizio, a favore di quello di chi riesce ad imporlo, giusto o sbagliato che sia. Diventa allora sempre più difficile lasciar esprimere ciò che si prova e si desidera, soprattutto se è tale da poter essere criticato, cioè quasi sempre. Infatti, i giudizi sbrigativi dell’autoritarismo evitano di attardarsi sulle sfumature, che invece determinano il valore delle cose, delle azioni, dei pensieri, dei sentimenti.

Così, anche persone fondamentalmente ben disposte, si trovano nell’impossibilità di valutare ciò che è meno definibile, come le esigenze interiori e si concentrano su quelle più facilmente quantificabili e valutabili, come quelle esteriori e materiali. Capita spesso, che simili persone siano disposte a dare aiuti economici o comunque materiali, ma si trovino in grande difficoltà se si tratta di offrire solidarietà morale, comprensione, ascolto. Non lo danno neppure a sé stessi; come potrebbero darlo ad altri?

IL PROBLEMA, A VOLTE NON E’ DOVE SEMBRA

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maschera di Anna Cassarino

 

 

Nelle questioni psicologiche, come in quelle fisiche, un dolore o un disagio sembrano provocati da qualcosa, che è solo l’effetto di un problema situato altrove. Un esempio fisico può essere l’unghia incarnita di un alluce. Dato che il dolore e l’infiammazione si manifestano nel punto in cui l’unghia si inserisce nella carne, appare come un difetto dell’unghia o comunque qualcosa che la riguarda (la pressione delle scarpe, per esempio ). Spesso, invece, il problema si evidenzia lì perché è una zona delicata, ma la causa non risiede nell’unghia, bensì in un accumulo di tossine dovute per esempio, soprattutto nell’adolescenza, al funzionamento imperfetto dell’ipofisi, la ghiandola a cui corrisponde in riflessologia quel punto e che lo rendono  vulnerabile. Come è noto, mani, piedi, orecchi, occhi, hanno dei terminali in risonanza con le diverse parti del corpo e degli organi. La riflessologia si occupa proprio questo, trattando con massaggi la zona riflessa, per stimolare l’organo che vi corrisponde.

Il rimedio, dunque, va ricercato in ciò che provoca l’accumulo di tossine. Togliere l’unghia farà scomparire la manifestazione del male, che però continuerà ad esserci e potrà causare danni di cui non si saprà ritrovare la causa.

Altro esempio: una nevralgia ai denti può essere causata da una contrazione muscolare alla guancia per un colpo di freddo, magari da aria condizionata. Oppure potrà dipendere da un’infiammazione diffusa, provocata da tensione nervosa. Il dente può non essere al meglio delle sue condizioni, perché potrebbe avere la radice scoperta, ma non è quello la causa del dolore. Adoperarsi per sfiammare la guancia e l’intero corpo sarà il giusto rimedio, anziché togliere il dente!

Così il disagio o l’attrito con le persone possono venire da una causa molto diversa da quello che si crede. Cercare sinceramente di capire ciò che viene dal profondo si può fare in molti modi ed uno è la scrittura. Tralasciare del tutto il voler scrivere con correttezza formale ed esprimere invece con libertà ciò che emerge, descrivendo anche lo svolgimento dei fatti, può aiutare molto a capire quanto la realtà a volte sia in gran parte distorta dai pregiudizi e dalle apparenze ingannevoli. Occorre lasciar sedimentare ciò che si è scritto. Rileggere dopo qualche tempo, che può andare da alcune ore a giorni o mesi, aiuta a vedere le cose come sono e dunque a capire dove si trova il problema.

PAURA DELLA LIBERTA’

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acquerello di Anna Cassarino

 

 

L’essere umano desidera essere libero, ma poi della libertà ha paura. Di quella vera, naturalmente, che comporta il dover continuamente fare scelte e prendersi responsabilità. Quella per la quale è necessario saper procedere da soli a lungo, su una strada solitaria. E’ difficile, anche se bello. Molti, invece, usano quel poco di libertà che hanno per cercare di dominare gli altri, creando tutto un sistema di dipendenze che impedisce a ciascuno di fare ciò che desidera veramente. Le relazioni affettive sono spesso condizionate da forzature, che danno la sensazione di essere importanti per qualcuno. Un esempio comune è la gelosia.

Si preferisce la compagnia di chi dà l’impressione di essere forte, con le prepotenze più o meno velate che esercita col proprio carattere autoritario, a qualcuno che vuole stare su un piano di parità, ponendo di fronte a scelte piccole e grandi. Si accetta più facilmente qualcuno che dice cosa si deve fare, anche se lo si trova in parte sgradevole, perché libera dalla fatica di capire, distinguere e scegliere. Diventa un alibi. Così, quando capita un’occasione di autonomia, l’uomo commette clamorosi errori, perché non sa come agire, non è abituato al difficile ruolo e spesso scambia l’arbitrio con la libertà.

Quando capita di incontrare una persona libera, sul momento si prova attrazione e voglia di imitarla, ma inconsapevolmente se ne ha paura, perché ci si trova di fronte alla prova che si può essere indipendenti, ma non si è capaci di fare altrettanto. Si accarezza l’idea di seguire l’esempio ma ci si sente davanti ad un baratro di incognite. Si prova disagio, che viene dal profondo e che ben raramente si riconosce per quello che è. Quando nessun fatto disdicevole giustifica una simile sensazione nei confronti di una persona libera, lo sconcerto è ancora più forte. Allora ci si comporta come se si avesse a che fare con un grave pericolo, allontanando la persona con pretesti banali, senza ammettere neppure con se stessi la vera ragione: la paura e il senso di inferiorità.

Se poi quella persona libera è una donna, la si vede come una Lilith, la prima moglie di Adamo creata come sua pari, che non voleva sottometterglisi e lo aveva dunque lasciato, diventando simbolo di perdizione. Questo pezzo del mito ebraico è stato addirittura cancellato dalla religione sostituendo Lilith con Eva, la donna che, comunque, ha scelto la conoscenza e che, per questo, è stata caricata di un ruolo negativo. Volersi sottrarre all’ignoranza e alla sottomissione è bollato come colpa, perché comporta il prendersi responsabilità.

Chi è libero è una ristretta minoranza e, per di più, spesso è isolato. La maggioranza delle persone si fa forte del numero, ma se ne sente anche schiacciata, senza capire come fare per liberarsi. Così resta nel mucchio, con una sensazione di impotenza. Non sapendo ribellarsi alla rete di costrizioni che li ingabbia e con cui a loro volta cercano di ingabbiare, i più respingono ogni proposta di miglioramento, che li obbligherebbe a prendersi delle responsabilità di cui non sono capaci. Per fare le scelte giuste occorre saper distinguere con finezza, raggiungibile con un lungo allenamento alla conoscenza

PIACE CHI PIACE AD ALTRI

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In America esistono agenzie che procurano agli uomini delle ragazze, al solo scopo di farsi vedere in pubblico con loro, fingendo di esserne le fidanzate. Infatti, contrariamente alla logica, una persona sola non attira le attenzioni positive di chi voglia trovare un compagno. L’istinto suggerisce che chi è solo, probabilmente abbia gravi difetti, mentre chi è molto ricercato sia ben migliore. Certamente ha successo chi possiede pregi attraenti per molte persone, ma questo non significa che siano di buona qualità. Chi è solo può esserlo per molti motivi, fra cui un’intelligenza o una sensibilità superiori alla media, che rendono difficile trovare una compagnia adeguata.

Spesso, persone disoneste hanno molti amici, riuscendo ad avere ricchezze e potere nonostante non lo meritino affatto. Siccome, poi, raramente qualcuno è totalmente negativo, anche dei criminali possono avere affetti e amici. Certamente hanno ammiratori e seguaci, dato che la prepotenza è spesso scambiata per forza e la forza rassicura.

L’istinto porta a scegliere ciò che molti scelgono, perché ci sono buone probabilità che questo convenga. Occorre essere consapevoli che il criterio è valido solo in certi casi e non in altri. In troppi, però, non si accorgono neppure di subire un condizionamento atavico, perché oltre a non essere sufficientemente riflessivi, non hanno gli strumenti per comprendere, a causa della diffusa ignoranza sulla psiche.

Ecco perché può essere una buona idea farsi vedere con una bella ragazza, che in America si chiama wingwoman, traducibile con donna-ala, donna-appoggio o donna-specchietto per le allodole.

In Italia questo tipo di professione non ha avuto fortuna, forse perché è sentito come avvilente pagare questo servizio.

 

DIPENDENZA E AUTONOMIA

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Se non conoscete la fantastica collaborazione che c’è fra le api e in gruppi di altri animali quando è necessario,  consiglio di leggere anzitutto l’articolo che vi accenna: “L’IMPORTANZA DEL SINGOLO“, settore ANIMALI. Ogni individuo agisce senza che alcuno gli dia ordini o suggerimenti, appena si accorge della necessità del proprio intervento. Questo avviene perché si riconosce, grazie all’odore, come membro di una comunità. Per istinto, sente che il proprio interesse dipende da quello di tutti gli altri. Questo istinto c’è anche nell’uomo, che è, però, molto più complesso. E’ la ragione per cui non si comporta nello stesso modo virtuoso. Anzitutto perché la maggioranza, il gruppo, la comunità a cui appartiene agisce in modo contraddittorio, sempre a causa della complessità dell’animo umano che ha sviluppato la coscienza, vale a dire la capacità di analizzare e affrontare situazioni nuove, non ancora assimilate dall’istinto.

La coscienza ha bisogno di tempo ed attenzione per capire cosa sia bene fare di volta in volta. E’ difficile e faticoso, perciò la sua educazione viene spesso trascurata. Per questo è molto spesso impreparata ed è poco capace di discernere, scegliere e mettere in pratica ciò che richiede sottigliezza di giudizio. Finisce col piegarsi a ciò che fa la maggioranza o il gruppo, o comunque chi ha un qualsiasi potere, (con un comportamento istintivo) anche quando non sia affatto la cosa migliore né per sé né per la comunità. L’istinto è eccellente in certi casi e non in altri. Purtroppo, poche persone si rendono conto di seguire condizionamenti atavici anziché la ragione e lo si constata ogni giorno anche solo nei comportamenti contradditori: si fanno molto spesso promesse che non si mantengono e si agisce in modo contrario a quanto si professa. Per non parlare dei comportamenti violenti e spropositati.

 

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Essere autonomi dipende dal saper distinguere di volta in volta se sia o meno il caso di seguire un comportamento codificato, come quello di adeguarsi al gruppo o chi ha un forte ascendente, oppure trovare una propria soluzione ed avere il coraggio e la forza di seguirla. I metodi per raggiungere una simile consapevolezza sono tanti, ma quello che preferisco perché a disposizione di tutti è: la conoscenza della natura. Sapere almeno le cose più semplici che la riguardano, fa scoprire l’impulso creativo del mondo, di cui tutti facciamo parte e in cui tutti abbiamo un ruolo importante, anche se non sembra. E’ vero che il coraggio e la virtù di una sola persona, cambia poco intorno a sé. Perseverando grazie alla consapevolezza di essere parte di un insieme davvero straordinario, però, può arrivare ad affinare le proprie capacità ed influenzare positivamente individui che lo possono a loro volta trasmettere ad altri, fino a diventare una vera forza. Conoscendo la natura si vede che funziona così, sempre che la si guardi da una prospettiva positiva. Altrimenti non si nota che sopraffazione.

Chi è davvero autonomo ha anche uno spiccato senso di responsabilità e agisce in modo da soddisfare le proprie esigenze senza danneggiare gli altri. Trova il proprio spazio senza rubare quello altrui. Viene spesso disapprovato e contrastato, ma solo perché agisce in modo inconsueto, difficile da capire da parte di chi manca della stessa sua autonomia e consapevolezza.

Coltivare la propria forza interiore e al tempo stesso il senso di appartenenza al mondo nel suo insieme, più che ad un gruppo ristretto, rende capaci di sottrarsi alle imposizioni della maggioranza, quando sono irragionevoli o anche solo inutili. Senza sviluppare una simile autonomia, ci si corrompe facilmente appena si presenti l’occasione. Questo è successo a molti popoli, impreparati ad affrontare le influenze negative di altri. Succede anche ad animali virtuosi come le api. Infatti, i laboriosi e cooperativi insetti, se subiscono tali interferenze nelle loro abitudini da accorgersi che possono procurarsi il miele saccheggiando altri alveari, invece di produrlo da sole con fatica, aggrediscono e rubano.

Educando ed allargando il proprio mondo interiore, anche attraverso un vero avvicinamento alla natura, rende più autonomi nei confronti delle persone e capaci di trattare la televisione, il computer o qualsiasi altro strumento, cibo o sostanza, come mezzi che si possono utilizzare per ciò che offrono di buono, lasciando ciò che non lo è.

IL FUNZIONAMENTO DEL CERVELLO

 

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Una delle cause dei conflitti fra esseri umani e del fallimento di molti buoni progetti è l’ignoranza sul funzionamento del cervello e dunque della psiche. Conoscerli almeno a grandi linee è un primo passo verso la consapevolezza, dunque verso la comunicazione fra forze opposte e complementari. Senza comunicazione restano solo opposte e si intralciano a vicenda. Come un architetto ed un muratore che non si parlino.

Si può guardare al cervello come ad un frutto, nel modo estremamente semplificato che ho usato per la mia illustrazione. Lo stelo che lo sorregge è la parte più antica ed indispensabile alla sopravvivenza, il midollo spinale, che presiede ai movimenti indipendenti dalla volontà come il battito cardiaco. Poi viene il cervelletto, che lo aiuta. Nella parte più interna e profonda ci sono il talamo e l’amigdala, antichissimi, dove convergono le sensazioni, comuni a tutti i viventi e le emozioni, che sono la spinta primaria per l’azione. La parte più recente e superficiale del cervello è la corteccia, molto sviluppata negli esseri umani e che presiede alle attività più raffinate. Si può dire che sia il centro dell’intelligenza o della qualità della vita, perché lì arrivano gli stimoli da ogni parte del corpo e da quelle più antiche del cervello. Lì avvengono le distinzioni e le scelte. Solo gli esseri umani l’hanno tanto sviluppata da aver assunto tutte quelle pieghe. Gli animali l’hanno relativamente liscia.

La corteccia cerebrale è divisa in due metà che presiedono anche a ciò che avviene nelle delle due metà opposte del corpo ed ha funzioni complementari. Le distinzioni non sono nette: sottigliezze, sfumature e scambi di ruolo sono numerosi ma, in una divisione sia pur approssimativa, possiamo riconoscere una metà con funzioni di sintesi ed una con funzioni di analisi. Dato che nel valutare qualsiasi cosa c’è bisogno che entrambe collaborino, se questo non succede si commettono molti errori. Perché avvenga il coordinamento e la collaborazione occorre scioltezza ed allenamento. Ogni rigidità, da qualsiasi parte venga, è un ostacolo.

Un passo importante per il coordinamento è la conoscenza: per qualsiasi attività umana, conoscere l’argomento è di indubbio aiuto, anche se non è risolutivo. Sapere che la corteccia cerebrale, quella che si occupa della qualità della vita, è più recente e dunque meno potente ed esperta delle parti più antiche ed efficienti, legati alle sensazioni ed emozioni, è un aiuto per iniziare una migliore gestione della vita. In caso contrario, anzitutto ci sono le comunissime contraddizioni fra ciò che si dice e ciò che si fa, poi il lasciarsi trascinare dagli istinti e dalle emozioni anche nei casi in cui occorrerebbe usare la ragione. Sensazioni, sentimenti ed istinti sono utilissimi ma spesso sono male informati. La loro esperienza è fondamentale nei casi standard ma, nelle innumerevoli situazioni nuove che si presentano, hanno bisogno di essere educati e guidati, in modo che prendano la strada giusta.

Nell’articolo che riguarda i due emisferi, ci sono più dettagli

 

 

PER PASSARE DAL DIRE AL FARE

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Dove si parla di cultura per uno sviluppo innovativo e sostenibile, un posto importante spetterebbe alla difficile psicologia  dell’umanità, perché cultura e sviluppo sono nelle sue mani. Anche le migliori idee non possono avere successo se non trovano condivisione e le minacce di catastrofi incombenti non sono di grande aiuto per slegarsi da un modo di vivere inadeguato, da cui è difficile liberarsi con la sola buona volontà. Si ribadisce l’importanza del dialogo ma, come si faccia a realizzarlo, è spesso un enigma per chi non sia naturalmente dotato in questo senso. Si parla di tolleranza e rispetto senza sfiorare l’argomento su come favorirli con metodi non violenti e laici.

La comunicazione fra esseri umani è una delle imprese più difficili della vita, anche a causa della quasi totale ignoranza sul suo funzionamento. Appena si tocca un argomento che abbia un poco di complessità, nella maggior parte delle persone si trova resistenza non solo a capirlo, ma addirittura a volerlo conoscere. Si alzano barriere di difesa che vengono dalla parte più antica del cervello: quella degli istinti che diffidano di ogni novità in quanto possibile pericolo. Solo nella misura in cui c’è consapevolezza, coraggio e libertà avviene il contrario: la diversità e la complessità vengono allora percepite come maggiore possibilità di successo. La consapevolezza dipende dalla predisposizione quanto da un lungo allenamento all’ascolto e all’osservazione, all’autonomia e alla generosità. Presuppone la conoscenza di sé e degli altri, nel sapere riconoscere e distinguere. Raramente la gente si rende conto di agire in modo istintivo, anziché razionale e di rispondere a dinamiche di gruppo, invece di fare scelte individuali. E’ grazie a questo che si diventa vittime di truffe e inganni di ogni tipo, si commettono ingiustizie e violenze anche senza averne l’intenzione.

 

SOLUZIONI CREATIVE

Un modo tra i più creativi per ottenere buoni risultati, soprattutto dove la violenza privata e pubblica era molto forte, è stato sviluppato dal direttore di teatro Augusto Boal in Brasile, circa 40 anni fa con il Teatro dell’Oppresso, arrivato poi anche in Europa. Attento meno all’aspetto artistico che a quello sociale, prevede per il pubblico la possibilità di intervenire nell’azione scenica. Infatti attraverso la “prova” di come risolvere i problemi causati dai propri lati oscuri, si arriva più facilmente a sperimentare come farlo nella realtà. Dalla violenza fisica a quella psicologica, l’oppresso e l’oppressore possono così riuscire ad indebolire l’invisibile catena che li tiene legati.

Alejandro Jodorowsky, scrittore, attore e regista di origine russa e nato in Cile ha dato forma, invece, alla “psicomagia”, espediente molto efficace e teatrale per intervenire positivamente nei drammi su cui la ragione non ha potere. Anche in questo caso la finzione, pur riconosciuta come tale, agisce sulla realtà interiore più di qualsiasi “oggettività”. Attraverso l’esercizio di azioni adatte a comunicare con quel lato di noi stessi che è come si trovasse al di là di un vetro, si arriva ad una maggiore serenità e ad un conseguente miglior rapporto con il mondo.

C’è poi è la terapia strategica per cui Giorgio Nardone e Paul Watzlawick hanno creato ad Arezzo il centro omonimo. Dalla rapida terapia per i casi acuti si passa al dialogo strategico per tutti, semplice nei principi ma che richiede parecchio esercizio nell’applicazione della tecnica. Il merito di Giorgio Nardone è di aver spiegato il metodo con chiarezza nei suoi libri. Si basa su un principio all’opposto di quello con cui si viene allevati e da cui siamo continuamente circondati e bersagliati; inizialmente sembra impossibile riuscirci. Tuttavia, se si vuole trovare un’intesa con l’interlocutore, occorre saperlo dapprima seguire nella sua logica, (qualunque sia) per arrivare insieme a conclusioni soddisfacenti per entrambi. Senza un vincitore ed un perdente, dunque, e di conseguenza senza la quasi inevitabile ritorsione, magari inconsapevole. Il prof. Nardone, fa conoscere diverse varianti per le più diverse applicazioni, ma il principio è quello usato fino dall’antichità ed in tutte le culture ai fini della persuasione.

L’approfondimento dell’aspetto empatico del metodo, che ha analogie con il dialogo strategico e la programmazione neo-linguistica, lo presenta il prof. Marshall B. Rosenberg, direttore dei servizi educativi del Center for Nonviolent Communication. Nei suoi libri insegna come trasformare la conflittualità provocata dai giudizi, (in cui siamo immersi) in espressione di sentimenti, bisogni e richieste.. La trasformazione delle parole trascina quella dei pensieri e dei sentimenti, intervenendo gradualmente sullo stile di vita.

Senza bisogno di anni di analisi, di costosi e complicati sistemi, si può usare con profitto la creatività, verbale o di qualsiasi altro genere, gratuita, non inquinante e presente in tutti, sia pure in misura diversa.  Anche quando sia riconosciuta come grande risorsa, pochi ne comprendono i meccanismi e, di conseguenza, non le vengono concessi i mezzi necessari al suo sviluppo: tempo, anzitutto. Proprio la cosa che manca di più nei paesi ricchi, dove invece avrebbe i mezzi per essere messo a frutto. Attenzione e concentrazione, altro bene che si dilegua nel correre dietro a cose di cui si potrebbe fare a meno.

Ma da qualche parte bisogna pur cominciare…