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Fenomenale cavolo

cavolo romano

 

L’umile, rustico cavolo, assorbe dall’aria tutto il calore che può, da quando lo si semina all’inizio della primavera, agli ultimi tepori autunnali. Dalla terra assorbe ogni minerale disponibile per dare vigore alle foglie più resistenti dell’orto, ben serrate le une alle altre, pronte a sfidare il freddo e il tempo. Così, quando gli altri ortaggi sono spariti, i cavoli e le zucche resistono racchiudendo nelle loro forme quasi sferiche, virtù fondamentali per la nostra salute.

Alcuni sono tanto belli da sembrare grandi fiori che sfidano il gelo e il buio. Un tempo si diceva che i bambini nascessero sotto i cavoli, forse perché molti figli di contadini nascevano nei mesi della loro raccolta, dato che erano concepiti soprattutto in inverno, quando restavano più a lungo in casa. I cavoli proteggono e nutrono, disintossicano e sfiammano chi mangia le loro foglie, soprattutto nei duri mesi invernali, quando resistono a lungo nelle dispense, ancora di più se fatti fermentare nel loro succo e trasformati in crauti. Dal settecento in poi, seguendo l’esempio di Cook, i marinai hanno imparato a mangiare crauti durante le lunghe traversate marine, per non ammalarsi di scorbuto, causato dalla mancanza di vitamine.

Sono fra i cibi più salutari per prevenire il cancro e molti malanni. Le foglie pressate tra le mani per far uscire il succo sono utili da applicare sulla pelle per vari problemi che la riguardano. Hanno un sentore che non si può chiamare profumo e se sono cavolfiori bianchi, quando cuociono occorre farlo con rapidità e accortezza perché non puzzino.

Cucinare cavoli e verze usando le pentole di acciaio col fondo di 10 strati, lasciando sul fondo solo il poco d’acqua sufficiente per 20 minuti a fuoco minimo e ben coperto, lascia sapore e consistenza, oltre che tutti i minerali, dato che non resta acqua da buttare via.

Le varietà selvatiche, da cui derivano quelle che noi mangiamo oggi, si trovano ancora sui prati di montagna.

Alimentarsi con vegetali così sani e cucinati nel modo giusto, contribuisce alla qualità della vita e alla sostenibilità ambientale, perché si conserva la salute e si inquina meno. Coltivare cavoli e verdure in generale è molto meno dannoso per l’ambiente, rispetto all’allevamento di animali.

 

 

Un esercito di coccinelle per salvare gli alberi

foto da www.settemuse.it

foto da www.settemuse.it

 

I piccoli, graziosi coleotteri che sono le coccinelle rosse coi puntini neri sulla corazza, quando l’aprono e volano con le ali trasparenti verso un albero, è perché hanno visto animaletti ben più piccoli che intendono mangiare. Possono essere le cocciniglie, pestiferi parassiti dei vegetali che ne succhiano la dolce linfa. Oppure sono gli afidi, a cui il lungo percorso per arrivare sulle foglie è reso veloce dalle formiche, che li trasportano fin lì per un loro tornaconto. Li favoriscono in tutti i modi perché sanno che, dopo aver succhiato la linfa, dai loro corpicini non più grandi di un punto esce una specie di miele. Basta toccarli per averlo e le formiche ne fanno provvista. Così li trasportano sulle foglie, prendendosi una bella scorta di melata. Persino le api la vogliono e si risparmiano così di elaborare il miele.

Le uniche a soffrire sono le piante, private del cibo che si sono preparate col lavoro delle foglie. Spesso sono i tigli a farne le spese maggiori, data la dolcezza della loro linfa. che cade in minuscole goccioline sulle auto parcheggiate, imbrattandole. Così la gente che non conosce il motivo, prende in odio gli innocenti alberi che vengono brutalmente mutilati o addirittura eliminati. A loro non resta che sperare nell’arrivo delle coccinelle o delle crisope per esserne liberati. Noi possiamo aiutarli acquistandone una buona quantità nei negozi specializzati, per liberarle vicino agli alberi che ne sono vittime. Costa poco, è ecologico e gratificante.

Piccole come sono, le coccinelle vivono abbastanza da aver bisogno di passare l’inverno al riparo sotto le cortecce, nelle foglie accartocciate o magari dentro le case, dove sono benvenute anche per l’aspetto simpatico ma che, per i loro predatori come gli uccelli, significa pericolo. Il rosso e il giallo, soprattutto se combinati al nero, sono un avvertimento di veleno o di sapore sgradevole, come è quello che loro usano per difendersi. Così, con questo allarme si salvano dall’essere mangiate a loro volta, tranne dai distratti che si ritrovano con un pessimo boccone, perché le coccinelle nelle articolazioni hanno un liquido tossico per uccelli e lucertole.

Lasciare integri gli alberi e combattere i parassiti con i loro nemici naturali, contribuisce alla sostenibilità ambientale e alla qualità della vita..

 

Il bottino delle api

foto di Luca Mazzocchi

foto di Luca Mazzocchi

 

Al mattino, appena il sole intiepidisce l’aria, le api esploratrici escono dall’alveare. Sono le più anziane, con l’esperienza di tutte le mansioni diverse che hanno svolto fin dal primo giorno di vita. Hanno imparato ad accudire le più piccole, a fare pulizia, a riparare i guasti, a costruire le cellette di cera, ad elaborare il miele. Hanno sentito rientrare quelle che, nel buio assoluto, fanno vibrare il corpo per segnalare con precisione il risultato delle loro ricerche di cibo. Hanno imparato a capire il linguaggio dei colori, dei movimenti, dei tremolii. Sono pronte ad uscire anche loro. Fanno un piccolo volo tutt’intorno per memorizzare ciò che serve a ritrovare la via di casa. Infine, prendono nota della posizione in cui si trova il sole, che anche quando è nascosto riescono a vedere con la sensibilità alla luce polarizzata.

Finalmente iniziano a volare in cerchi sempre più larghi, allontanandosi man mano dal punto di partenza, per trovare fiori appena sbocciati, pieni di nettare e polline. È il loro profumo ed il colore insieme, a chiamarle. Entrano nel primo calice, succhiano il nettare dal fondo e lo ripongono nella borsa melaria dentro il petto. Prendono il polline, ne fanno una pallina e lo sistemano nelle tasche sulle zampe posteriori. Passano al fiore vicino, poi ad un altro fino a che il carico è completo.

Allora, attente alla nuova posizione del sole, trovano la direzione verso cui tornare. Le compagne stanno aspettando di vedere la loro danza nell’aria, che descriva il luogo preciso in cui si trova il cibo. Qualcuna lo vuole assaggiare e ne riceve un po’. Le prime si avviano già verso la destinazione, intanto che altre esploratrici entrano nell’alveare e ripetono le descrizioni facendo vibrare le cellette, fino a che le bottinatrici escono sicure, verso il luogo descritto.

Le api entrano nei calici dei fiori di una stessa specie che si trovano nelle vicinanze. I granelli di polline di cui sono impolverate cadono negli ovai, li fecondano ed inizia la trasformazione in frutti. Non si lasciano attrarre da alberi diversi finché non hanno visitato tutti i fiori di uguale genere. Solo così è possibile contraccambiarli per la loro generosità, perché il polline di una robinia è inutile per un sambuco.

Le api volano avanti e indietro dall’alba al tramonto, per giorni, fino a che non ce la fanno più e cadono nell’erba come i petali dei fiori, ormai appassiti.

LE API, INDISPENSABILI ALLA FECONDAZIONE DELLE PIANTE DA FRUTTO E DELLE VERDURE, SONO IMPORTANTISSIME PER LA SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE E LA QUALITA’ DELLA VITA.

 

Alberi che frenano il deserto

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pino nero monumentale a Gorizia

 

Per fermare la desertificazione dei terreni occorre creare una barriera con funzioni multiple: togliere forza al vento, formare umidità, richiamare animali che con le loro attività smuovano e fertilizzino il suolo. Tutto questo lo possono fare gli alberi e, per questo, nei Paesi a maggior rischio lo si sta facendo.

In quelli tropicali come il Senegal l’acacia, la balanite, il giuggiolo della Mauritania e il tamarindo vengono piantati a ragionevole distanza gli uni dagli altri per consentire loro di aiutarsi a vicenda e non competere per la ricerca dell’acqua. Per aiutarli nei primi anni di vita si può usare una pacciamatura che rallenti l’evaporazione dell’acqua dal suolo e condensi l’umidità dell’aria, facendola poi penetrare verso le radici.

Un altro albero utile per fermare il deserto è la casuarina.

Sulle montagne del Carso, i pini neri sono stati piantati dopo la prima guerra mondiale per rinverdire quello che, a forza di disboscamenti e bombe era diventato un deserto pietroso. Si è scelto di piantare il più frugale fra i pini, quello nero, che viene dall’Austria. Si accontenta di pochissima terra e acqua, che gli si è dovuta fornire nei primi anni di vita, per farlo attecchire. Poi, però, l’azione combinata delle sue radici, la caduta di pigne, aghi, ramoscelli e frammenti di corteccia, aggiunta a resti di uccelli e altri animali che lo frequentavano e vegetali che riuscivano a trovarvi riparo, un po’ alla volta ha formato il terreno e il luogo si è rinverdito.

I pini si sarebbero poi dovuti tagliare per lasciar posto ad alberi più esigenti, ma non lo si è fatto. Così il ricambio avviene con maggior lentezza, man mano che le vecchie piante muoiono. Ecco un buon esempio di come gli alberi creino un intero sistema, coinvolgendo la collaborazione di tanti altri esseri viventi per riportando equilibrio anche nei luoghi peggiori.

In Italia abbiamo varie piante che resistono bene alla siccità ed hanno radici profonde, adatte a cercare l’acqua. Corbezzolo mirto, arancio amaro, bagolaro, leccio, tasso, agrifoglio, carrubo, lentisco, mimosa, oleandro, cipresso, pino, larice, abete, ginepro, melograno, corniolo, tamerice, olivo, giuggiolo possono essere piantati, se il clima e il terreno sono adatti, con buone probabilità di resistere senza temere le estati siccitose. Nel sud battono ogni record i fichi d’India, le agavi e tutte le piante succulente che immagazzinano l’acqua nei fusti. Da noi se la cavano benissimo i cespugli della salvia, il rosmarino, il camedrio e varie piante dalle foglie grigio-azzurre.

In questa rubrica c’è anche un articolo dedicato agli ALBERI CHE IMPEDISCONO LE FRANE e uno con GLI ALBERI  FRANGIVENTO.

Avvalersi degli alberi per impedire l’avanzata del deserto è un importante contributo per la sostenibilità ambientale e la qualità della vita..

 

Affinità e contrasti delle piante

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 Anche fra le piante, come fra tutti i viventi, ci sono attrazioni e repulsioni, dovute ad affinità e discordanze. Le più aromatiche, come la menta, la lavanda, il timo, devono essere sistemate a distanza, in modo che non si danneggino a vicenda. È bene che i garofani abbiano uno spazio autonomo, dato che il loro consumo di acqua e di calore danneggerebbe i vicini. Rose e aglio, invece, pur avendo forti aromi contrastanti, stanno volentieri insieme perché complementari nelle necessità. Inoltre, l’aglio allontana i parassiti, anche se se ne interra un solo spicchio ditro di loro.

I piselli e le fragole si trovano bene nelle vicinanze delle patate, mentre queste ultime detestano i pomodori. Da parte sua, il prezzemolo prospera vicino alle carote ed il grano si sviluppa meglio quando ha presso di sè papaveri e margherite. La centaura, invece, ama la segale. Il ribes è nemico dei lamponi, mentre la fucsia va pazza per le felci e il tagete è amico di tutti, perché con il suo odore tiene lontani i parassiti, soprattutto quelli di patate e pomodori. Dove cresce la digitale purpurea, tutte le piante intorno stanno benissimo. Le fragole sono felici vicine alla borragine, mentre salvia, timo, menta e rosmarino sono ottimi compagni dei cavoli. La ruta, invece, è nociva al basilico e alla salvia. I gladioli sono dannosissimi per le fragole, piselli e fagioli. Piantare rape, serve ad eliminare la gramigna

Fra gli alberi, c’è simpatia fra olivi e carrubi, che in Sicilia vivono sugli stessi terreni, così come il fico e la ruta, diventano più floridi se stanno vicini. C’è un fungo le cui ife sotterranee crescono in cerchio, facendo deperire l’erba. Un tempo, non comprendendo il motivo, si diceva che quello fosse il cerchio delle streghe.

Il frassino, albero di tradizione magica, dai germogli neri, non va piantato vicino ad altri, tantomeno ai rampicanti. Anche il noce è poco adatto alla convivenza. La vicinanza dell’alloro, invece, pare sia utile a tutti. Un tempo si credeva che tenesse lontani i fulmini.

Tenere conto di questi aspetti, permette di coltivare meglio e contribuisce alla sostenibilità ambientale e alla qualità della vita.

 

La prodigiosa autonomia delle piante

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I vegetali sono gli esseri viventi più autonomi che abbiamo sulla terra, capaci di riciclare i propri rifiuti e anche quelli altrui, prendendo pochissimo dall’ambiente e dando, invece, tanto. Una prova in più di tali capacità, ci viene da un esperimento fatto in America. Nel 1960 David Latimer ha piantato alcuni semi in una damigiana, dentro cui aveva sistemato un letto di terra, dando loro acqua a sufficienza per crescere. Poi aveva sigillato tutto. Da allora le piante vivono lì dentro senza deperire, dato che producono da sole l’ossigeno per respirare e l’anidride carbonica da trasformare in linfa, con l’energia solare che le raggiunge attraverso il vetro della damigiana. L’acqua che assorbono dalle radici ed espellono come vapore dalle foglie, si condensa e ricade nel terreno, riciclandosi all’infinito. Le foglie che muoiono e cadono si decompongono in humus ed i minerali che contengono sono utilizzati di nuovo per essere integrati nella linfa prodotta dalle foglie.

La NASA progetta da tempo la possibilità di far crescere piante nello spazio, sfruttando le straordinarie doti che possiedono, per la sopravvivenza dell’uomo del futuro.

Gli alberi, ben più grandi e spesso longevi, moltiplicano queste doti, offrendo cibo, protezione ed ospitalità ad un gran numero di altri vegetali e animali indispensabili anche alle catene alimentari, oltre che alla salute e alla bellezza del mondo. Le loro radici, poi, mantengono il suolo compatto, impedendogli di franare e incanalando lungo i loro percorsi, l’acqua piovana verso le falde freatiche.

Se buona parte dell’umanità facesse lo sforzo di conoscere e comprendere quanto le piante siano meravigliose, dando loro la possibilità di vivere meglio, avremmo un mondo infinitamente più bello, più sano, più felice, contribuendo alla sostenibilità ambientale e alla qualità della vita.

 

Merito e demerito

maschera azteca

maschera azteca

 

Buona parte dei problemi del mondo dipendono dal fatto che chi ha posti di prestigio o di responsabilità, in molti casi non è affatto la persona più adatta al compito, ma quella che ha saputo meglio accattivarsi la simpatia,  il consenso o sfruttare privilegi. La popolazione se ne lamenta, tutti ne parlano male, ma ben pochi si rendono conto che l’approvazione degli immeritevoli è avvenuta con gli identici criteri di scelta seguiti da chi li deplora. Questo perché istintivamente la gente preferisce fare la cosa più facile e seguire chi ha amicizie che contano, invece di chi sa fare cose che contano. Sceglie qualcosa che non impegna, anziché prendersi delle responsabilità. Crede alle promesse che lusingano, invece dei fatti che incidono. Questo anche perché si tende a fare la minor fatica possibile. E’ un buon criterio in linea di massima, ma fa commettere molti errori. Chi non è allenato a valutare e distinguere di volta in volta cosa sia meglio fare, perché si lascia distrarre da troppe cose e non ha l’abitudine di approfondire, rischia di cadere in questa trappola e di influenzare gli altri nello stesso senso.

E’ un condizionamento sociale fortissimo che si può vincere solo facendo lo sforzo mentale di chiedersi le vere ragioni delle proprie azioni e chiarendosi gli scopi, invece di auto-ingannarsi e ingannare con scuse banali. Eppure è partendo da qui che si può cominciare a premiare il merito e a cambiare una situazione che danneggia tutti.

Ad esempio, molti rimandano a “quando avrò più tempo” la lettura di libri, la visione di film e di qualsiasi altra cosa dai contenuti che richiedono attenzione, senza rendersi conto di eliminarli, di fatto, perché “più tempo” si ha se ci si impegna per averlo, eliminando ciò che è meno importante. Ciascuno ritiene che sia cosa da poco il proprio comportamento negligente, senza rendersi conto che è lo stesso di milioni di persone, portate dalla stessa corrente mentale.

Se ognuno facesse lo sforzo di coltivare la propria consapevolezza, contribuirebbe a creare una società attenta alla qualità, anziché all’apparenza che nasconde il nulla o addirittura il guasto. Come si può pretendere che chi ha potere se ne occupi, se la popolazione non lo spinge dimostrando davvero di avere criteri diversi? E come si può pensare di incidere sulla società, se ognuno aspetta che sia qualcun altro a cominciare?

 

 

La claque

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Quando era ancora nuovo dell’ambiente teatrale, in una delle sue prime esecuzioni di genere religioso, il musicista Hector Berlioz aveva avuto un successo ben più modesto di quanto ritenesse giusto. Un capo claque lo era andato a trovare e gli aveva fatto presente che era stato un errore, da parte sua, non ingaggiare lui e la sua compagnia. Berlioz gli aveva risposto che, non potendo applaudire un pezzo religioso, non vedeva di quale utilità sarebbe stata la presenza di una claque. L’uomo lo aveva guardato con compatimento, facendogli notare che c’erano ben altri modi per fare o disfare il successo di un lavoro, anche senza applausi: opportuni sospiri, donne che si asciugano gli occhi con un fazzoletto e commenti sottovoce sul potere di quella musica nell’elevare lo spirito.

Il musicista si era dunque ben presto adeguato alla necessità di suscitare sentimenti nel pubblico non solo con la composizione e l’esecuzione di un pezzo, ma con suggestioni prezzolate ed occulte.

Nel mestiere di pilota dei successi, fin dall’antichità il capo claque ha sempre fatto gesti in codice per dirigere la compagnia dei suoi artisti camuffati, di cui il pubblico non era conscio. La parte più importante la recitavano loro. Capitava che fosse un’intera famiglia a lavorare in quel settore, ingaggiata a volte dall’artista il cui nome era sul cartellone, altre volte dal direttore del teatro. In quel modo, si poteva anche dirigere verso l’insuccesso il lavoro più meritevole di un rivale, con rumoreggiamenti, commenti sfavorevoli, fischi, uscita dalla sala.

Di fronte ad una consistente disapprovazione, anche il più entusiasta degli spettatori finisce col sentirsi uno stupido e, se non segue esplicitamente i segni sgradevoli, limita o annulla quelli di consenso, che gli sarebbero stati spontanei. Resistere in una condizione di minoranza richiede molta forza d’animo e grande convinzione.

L’essere umano, pur essendo convinto di decidere autonomamente, è spesso pilotato durante tutta la vita, in parte da chi ha interesse a farlo, puntando sulla natura gregaria degli animali sociali. Buona parte del condizionamento viene, però, dalla naturale tendenza ad evitare ciò che è più faticoso. Decidere qualcosa è sempre impegnativo, anche se si tratta di dar retta a un’emozione. Lo è tanto di più, quanto meno ci si è educati a distinguere e scegliere, impiegando tempo ed energie. Così, nel momento in cui qualche sollecitazione raggiunge la parte più antica del cervello, in cui siamo uguali agli animali più primitivi, bastano uno o più segni da parte di una maggioranza o di qualcuno che abbia autorevolezza, per imitarli. Le sensazioni e poi i fatti, prendono così una direzione che sarebbe stata probabilmente diversa, senza esempi a cui adeguarsi.

Forse la claque non esiste più con le stesse modalità, ma prospera tuttora: nella pubblicità, nella politica, nei gruppi di ogni tipo e nelle famiglie. Siamo tutti a pagarla e non certo solo in denaro. Se vogliamo una migliore qualità della vita e premiare il merito, dobbiamo impegnarci tutti a renderci più autonomi rispetto ai condizionamenti sociali e personali. E’ impegnativo ma appassionante, come tutto ciò che apre nuove prospettive.

 

 

Diminuire la violenza sulle donne

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La violenza è l’arma primitiva di un istinto non educato. Gelosia, invidia, desiderio di possesso e di dominio che ricorrono alla violenza sono istintivi, così come lo sono la paura, l’odio e l’amore. Sull’istinto è difficile agire direttamente, a meno di usare il suo stesso linguaggio: la suggestione. Affrontarlo con la ragione è tempo perso. Ci si può arrivare con l’educazione, esercitata con pazienza e perseveranza, oltre che con modalità capaci di impressionare.

La funzione antichissima dell’istinto, radicata negli esseri viventi in cui si è formata con l’esperienza del mondo fin dalle sue lontane origini, permette di rispondere istantaneamente agli stimoli. In molti casi è utile e addirittura indispensabile. L’essere umano, però, ha sviluppato la coscienza per “aggiornare” l’istinto e permettergli di affrontare in modo più adeguato situazioni nuove. L’antico ed il moderno usano linguaggi diversi, dunque comprendono in modo diverso ed in modo diverso reagiscono.

Gli odori, i sapori, i gesti, la vista, il tatto, la mimica, i suoni, le suggestioni parlano prima di tutto agli istinti. Per questo il teatro, la musica, le canzoni, l’arte, i sentimenti in tutte le manifestazioni piacciono e toccano profondamente. Le spiegazioni, le misure, il calcolo, le classificazioni, i dettagli, i giudizi sono, invece, la specialità della ragione.

Possono dialogare, però, imparando l’uno dall’altro. Si educano reciprocamente, per poter rispondere al meglio ad ogni aspetto della vita, che è impegnativa e difficile in ogni epoca ed in ogni luogo.

Imparare, però, è cosa che prende tempo e richiede dedizione.

Quando si fanno ragionamenti sensati ad una persona momentaneamente non dominata dagli istinti, questa si può trovare d’accordo e promettere sinceramente di emendarsi. Se, però, c’è scarso dialogo fra ragione e istinto, i buoni propositi non passano dall’una all’altro e, alla prima occasione, verranno disattesi. Per questo è indispensabile tanto per i violenti quanto per chi li subisce, prendere maggiore consapevolezza di sé per evitare di cadere nelle reciproche trappole.

Conoscere se stessi attraverso la natura è un buon modo per arrivare con dolcezza e gradualità ad attenuare la propria perdita di controllo. Ci si può arrivare per molte strade, purché siano riconoscibili dalla parte più profonda e antica di noi, quella che ci spinge alle azioni. Solo chi è già molto consapevole sa far arrivare le argomentazioni della ragione fino all’istinto, facendogli assimilare nuovi modi di agire.

Anche nella difesa immediata in caso di aggressione occorre saper usare i modi giusti per deviarla. Si può riuscire con comportamenti che sorprendono e dunque disarmano momentaneamente il violento. C’è chi lo sa fare per carattere, ma la maggior parte delle persone lo deve imparare.

I libri di Milton Erikson sono utili. Ancora di più lo sono quelli di Giorgio Nardone e dei suoi colleghi che utilizzano la psicologia strategica. Alejandro Jodorowski con la sua psico-magia è altrettanto interessante, così come lo è Augusto Boal col suo teatro dell’oppresso. Parlo di loro nella sezione arte e cultura.

Imparare a gestire la propria debolezza aiuta ad elevare la qualità della vita.

 Sull’argomento vedi anche L’albero della conoscenza

 

Il giardino della valle (CO)

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Vedere un bel posto profanato dalle immondizie suscita ira e tristezza. Eppure, questo stato d’animo  nella maggior parte dei casi non è abbastanza forte da provocare un’azione contraria. Anzi, addirittura molte persone finiscono con l’accrescere l’offesa, ritenendo ciò che altri hanno iniziato, una giustificazione  alla passività o al proprio contributo negativo. Se ribellarsi è faticoso, farlo in positivo è doppiamente difficile. Una sola persona su tantissime sa trarre dalla frustrazione una forza capace di sovvertire le cose e portare qualità della vita dove c’era il contrario.

A Cernobbio, raffinata, elegante e piccola città sul lago di Como, un torrente che si era ritrovato a far da confine fra il parco di uno dei più begli alberghi d’Italia e il centro abitato, era stato ridotto ad una discarica. Negli anni ’80, Pupa Frati, vedendolo tutti i giorni nell’andare a casa, se ne sentiva tanto indignata da chiedere l’autorizzazione al Comune per ripulire a sue spese quella piccola valle. Voleva trasformarla nel giardino di cui intuiva la vocazione, nascosta sotto i rovi e la spazzatura.

Altre donne si sono unite poi a lei per aiutarla e, un po’ alla volta, una pianta dopo l’altra, il giardino si è formato, con sentieri e passaggi fra gli alberi che sono cresciuti in fretta, chiudendo piccole stanze verdi intorno alle radure. Quando si entra dal minuscolo cancello a monte, ci si trova subito circondati dallo spirito libero del verde su cui il controllo è ridotto all’essenziale. Il suono dell’acqua che scorre sulle pietre del torrente, l’umidità profumata del fogliame fitto sopra, sotto e intorno al sentiero appena accennato, danno il senso di intimità che si può trovare ben raramente in un giardino aperto al pubblico.

C’è qualche panchina, per sedersi con calma a contemplare la volta disegnata dalle foglie. Si scende più a valle, sfiorati alle gambe dalla lonicera nitida, alle braccia dal calicanto. Il solco scavato dall’acqua, quando ancora certo era abbondante, ha lasciato una forma adatta ad accogliere. Bisogna fermarsi presto, perché pochi passi portano fuori dall’abbraccio verde; le piante si diradano, gli alberi si fanno più piccoli, l’acqua sparisce. Le pietre del torrente sono asciutte e non ci si può immaginare che solo venti metri più su, canti ancora. Si vedono i muri di confine, si sentono i rumori degli automezzi. Si esce sulla strada secondaria e insignificante. La vegetazione diventa scarsa, trascurata. Qualche lattina, qualche sacchetto di plastica, l’asfalto. Si vede il parco dell’albergo, tutte le recinzioni, i cancelli, i divieti. Il dominio dell’uomo, insomma.

 

Nel parco di Villa Olmo a Como, in quello del grand Hotel di Villa d’Este a Cernobbio e in molti altri luoghi della provincia ci sono alberi monumentali molto belli da vedere.

 

 

JAIME LERNER e la buona strada di Curitiba

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Jaime Lerner è stato sindaco di Curitiba per ben tre volte, fra il 1971 ed il 1992. Questo ha fatto diventare la città brasiliana, che ha quasi due milioni di abitanti, un esempio di efficienza, vivibilità, rispetto delle persone e dell’ambiente. L’architetto trentatreenne Lerner, dopo un anno dal suo insediamento aveva dato avvio alle sue iniziative sorprendenti, trasformando la città. Voleva fare del centro la prima isola pedonale al mondo, ma aveva trovato grandi resistenze nei commercianti e negli automobilisti. Così, un venerdì sera, alla chiusura degli uffici pubblici, ha fatto entrare in azione uno stuolo di giardinieri ed operai che, lavorando giorno e notte, hanno installato per le strade tutto il necessario, compresa una gran quantità di piante e fiori. Oltre alle proteste, in moltissimi si erano presi i fiori per portarseli a casa propria. Sono stati sostituiti man mano che sparivano, fino a che li hanno lasciati stare. Nel frattempo, i quartieri diventati improvvisamente piacevoli da percorrere a piedi, hanno attirato più compratori di quanto ce ne fossero prima, ed i negozianti sono stati ben felici. I ragazzi che continuavano a strappare le piante all’orto botanico, invece di essere puniti sono stati assunti come giardinieri, con ottimi risultati.

Jaime Lerner , sindaco di Curitiba

Intanto, i mezzi di trasporto pubblici sono stati potenziati e resi efficientissimi, con pensiline confortevoli per la pur breve attesa, oltre che per un agevole accesso agli autobus. Ben presto, il traffico automobilistico si è ridotto notevolmente, perché la gente ha cominciato a preferire il trasporto pubblico. Sono stati soppressi i controllori ed i bigliettai, fiduciosi che i cittadini avrebbero pagato volentieri per un trasporto ben organizzato. E’ avvenuto proprio così e le spese sostenute sono state ripagate. Alberi in gran quantità sono stati messi a dimora ovunque, le biblioteche sono proliferate e sono state rese visibili da lontano, le scuole hanno offerto anche corsi serali.

Sono state costruite case popolari molto belle ed agli indigenti è stata offerta la possibilità di lavorare per la raccolta differenziata della spazzatura, ormai efficientissima, grazie al fatto che vengono ricompensati con buoni pasto, trasporto e studio, in cambio di ciò che portano ai centri di smistamento.

Curitiba è la città più verde al mondo e pare un vero miracolo, pur essendo vera, perché ha puntato sulla valorizzazione dell’uomo e dei luoghi, anziché sulla repressione e lo sfruttamento. Ci hanno guadagnato tutti, in un’operazione intelligente come quella di Jaime Lerner e ciascuno di noi può dare una mano nello stesso senso, anche solo diffondendo informazioni come questa. Capire l’animo umano permette di valorizzarlo e di toccare il tasto giusto per farlo progredire. Questo vale per tutti, che possiamo così contribuire alla qualità della vita: la nostra quanto quella degli altri.

 

PECORE D’OGGI

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Pochi usano la lana delle pecore italiane per farci le maglie o i tessuti: è troppo dura, troppo rustica per la nostra pelle ormai abituata alle raffinatezze. E’ quella delle straniere ad essere filata per rivestirci in inverno. Adesso che neppure i materassi si fanno più con questa fibra, quella delle poche pecore rimaste in Italia può diventare un cappotto per i muri delle case. Il mantello ovino appena tosato, viene trasformato in pannelli per impedire che i muri lascino entrare il freddo o sfuggire il calore dalle stanze, facendole però respirare con agio. E’ diventato importante risparmiare il combustibile per riscaldarle in inverno, o l’elettricità per il condizionamento estivo, a causa dell’inquinamento che la produzione di energia costa all’ambiente.

La modernità, che per qualche decennio sembrava dover scacciare i materiali e i metodi naturali, per fortuna è costretta a ricredersi e le pecore cominciano a trovare anche un altro impiego: quello di falciatrici d’erba che, al tempo stesso, rendono compatto il terreno, calpestandolo e lo concimano. Per di più, il loro carburante è l’erba stessa; quale macchina potrebbe fare altrettanto ed essere anche silenziosa e simpatica?

In Trentino/Alto Adige brucano sui prati abbandonati e che, senza di loro, potrebbero perdere la bellezza. In una regione che vive in buona parte di turismo, grazie alla sua natura, i prati ripidi hanno bisogno di un trattamento delicato e competente. Alle pecore, però, serve qualcuno che le curi e le porti agli indirizzi giusti. E’ a questo punto che si trova la sorpresa più grande: una pastora diplomata! La professione che fino a cinquant’anni fa era per uomini semplici, adesso può essere affidata a donne con studi di scuola media superiore. In Francia a Germania ci si specializza in tre anni, imparando applicazioni nuove per un lavoro antichissimo. Una pastora non si occupa solo di pecore ma di osservare la natura, dove può fare interventi competenti quando necessario. La sera può occuparsi della mungitura per poi fare un buon formaggio. Può realizzare piccoli oggetti di artigianato o dare informazioni ai visitatori. Ecco trasformato e modernizzato un lavoro che sarà certo impegnativo, ma di maggior soddisfazione di quanto non si sarebbe mai potuto immaginare!

La modernità delle pecore è stata provata anche a Torino, dove pare che si sia stipulato un contratto con un pastore per lo sfalcio dei prati fatto dai loro denti. Il vantaggio è di tutti: il pastore non deve spendere per far mangiare le sue bestie, il comune non deve spendere per tagliare i prati e le pecore, si spera che vengano viste con maggior riguardo per il loro lavoro.

 Ecco un modo intelligente per alzare la qualità della vita e la sostenibilità ambientale.