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La casa delle farfalle al giardino Garzoni di Collodi (PT)

accoppiamento di falene

accoppiamento di falene

 

Ormai è talmente raro vedere farfalle, che trovare quelle esotiche nella serra moderna del giardino Garzoni a Collodi sorprende doppiamente. Nel clima caldo e umido ricreato per farle sentire a loro agio, insieme alle piante tropicali del loro ambiente originario, sono in tante a volare rapidamente sopra le teste dei visitatori. Cercano un compagno o il cibo che può essere il nettare dei fiori o i liquidi dei pezzi di banane e arance in fermentazione. Vengono posti dal personale in punti strategici perché le farfalle si posino, così che noi possiamo vedere i disegni e i colori delle loro ali prima che le accostino, mostrando la pagina inferiore dai toni discreti, utili a proteggerle dalla vista dei predatori, nel loro ambiente originario. Qualche volta si assiste a un accoppiamento, che avviene curvando i corpicini come fanno le libellule e restando poi unite e immobili per un bel po’.

In una teca ci sono crisalidi vuote e altre che contengono ancora il bruco in trasformazione. Le farfalle e le falene tropicali vengono fatte viaggiare in aereo mentre sono ancora avvolte nel sottile involucro, che a volte sembra una foglia secca.

 

farfalla che succhia il nettare di un fiore

farfalla che succhia il nettare di un fiore

 

Per raggiungere le serre di tutti i Paesi del mondo, sono messe in scatole fra strati di bambagia e, quando raggiungono le loro lontane destinazioni, l’estremità con cui si erano assicurate ad un ramoscello nel Paese di origine, viene incollata con una goccia di resina ad un altro ramoscello. Terminata la metamorfosi le farfalle contraggono i muscoli, lacerano l’involucro e ne escono con ali ancora piccole, che si ingrandiscono assorbendo i liquidi dal corpicino lungo le nervature. Con un movimento del tutto simile a quello dei petali dei fiori, si distendono e si srotolano, per poi asciugarsi e infine volare. Le loro quattro ali si muovono diversamente da quelle degli uccelli, ruotando continuamente e unendosi nel punto più alto per dare maggiore forza al volo, andando su e giù come se stessero per cascare per poi rialzarsi.

Un filmato nell’anticamera della serra mostra come questi insetti si evolvono da quando escono da ovetti minuscoli a quando si alzano in volo, per una vita che può durare un giorno, ma anche un anno e più, rifugiandosi sotto le cortecce degli alberi o sotto i massi, per proteggersi dal freddo e dai nemici.

 

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Dopo la visita alla casa delle farfalle esotiche, qualcuno proverà il desiderio di vedere di nuovo quelle italiane nei prati e nei giardini. Lo potrà fare abolendo l’uso dei diserbanti, lasciando crescere anche solo le ortiche in uno spazio appartato, dove le farfalle deporranno le uova da cui far nascere belle vanesse dalle ali nere con disegni arancioni, rossi e bianchi. Le foglie di carote e finocchi, anche selvatici, saranno ideali per le macaone, dalle ali color crema con disegni neri e macchie blu. Le foglie saranno mangiate dai bruchi che, diventati farfalle, andranno a succhiare il nettare dalla buddleia, ma anche dalla salvia, dal rosmarino, dal camedrio, dalla lavanda e dalle piante aromatiche in genere.

Ci vuole poco per aiutarle, ma ci vuole la cosa giusta e aiutare in modo corretto le farfalle, contribuisce alla sostenibilità ambientale.

http://www.pinocchio.it/butterfly-house-c1/

 Per sapere altro sulle farfalle, vai al museo delle farfalle di Schio

A pochi chilometri da qui, a S.Martino in Colle, si trova una delle querce monumentali più grandi e belle, mentre favolosi giardini all’inglese si trovano nel comune di Capannori, con numerosi e notevoli alberi monumentali

 

 

 

Il museo della lana a Scanno (AQ)

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foto del museo

 

Il museo antropologico di Scanno, dove sono esposti gli oggetti, i mobili, gli strumenti che servivano per lavorare la lana, ci ricorda quanto dobbiamo alle pecore, i miti animali che hanno sostentato la vita umana attraverso i secoli. Ci sono gli attrezzi di un ciabattino che usava fini pelli ovine conciate e ammorbidite per calzare i piedi dei clienti in confortevoli scarpe. Ci sono gli strumenti che servivano a trattare la lana e il latte per fare i formaggi. C’è quello che serve a ricordare la vita che, fino a cinquant’anni fa, era in parte ancora praticata. La lavorazione della lana, però, qui è stata importante solo fino all’ottocento, quando le donne se ne occupavano nei mesi invernali, mentre i mariti erano con le pecore che svernavano in pianura, sul tavoliere delle Puglie. In estate, quando tornavano al paese, le mogli li aiutavano nell’industria armamentaria, smantellata nel 1870. Da allora, il declino nella lavorazione della lana è stato costante, anche a causa della progressiva emigrazione in cerca di lavoro. Il vello era generalmente di colore scuro e serviva per realizzare il tipico mantello a ruota, le uose, i vestiti e le camicie da vendere ai mercati primaverili, che si tenevano anche in regioni lontane.

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foto del museo

 

I bambini scarmigliavano i bioccoli appena tosati, le mamme li cardavano, filavano e tessevano, utilizzando i semplici attrezzi esposti nel museo. Se il filato era bianco, lo si tingeva con sostanze naturali, utilizzando foglie, radici, cortecce. L’unica tinta che si doveva acquistare era l’indaco, pianta di origine indiana, come si deduce dal nome, che non cresce ad altitudini come quelle di Scanno, intorno ai 900 metri. Il suo blu, oltre a colorare, aumenta le proprietà isolanti dal caldo e dal freddo. Il colore verde si otteneva aggiungendo al blu il giallo ricavato dalle foglie di orniello, il frassino dai fiori bianchi e piumosi che dà anche la manna, la linfa dolce ancora usata in Sicilia in pasticceria e come blando medicinale. Le foglie dovevano essere colte entro giugno, prima che si indurissero.

Il rosso si otteneva grazie alla radice di robbia. Usando sostanze acide in aggiunta, si accentuava il colore, mentre si attenuava con quelle alcaline. Il rosso cremisi (detto anche Magenta) che tende al viola, si otteneva schiacciando le cinipi purpureee, parassiti delle piante.

Il mallo delle noci tingeva dal giallo fino all’avana, così come lo faceva la fuliggine. Aggiungendo una sostanza acida si otteneva il nero, che risultava anche dall’impiego del ferro.

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orniello fiorito

 

Nel museo si trova una valigia di pergamena, che ricorda un altro debito verso le pecore: tosata la lana, già quindici secoli prima di Cristo, a Pergamo trattavano la pelle ovina immergendola in acqua di calce e levigandola con pietra pomice fino a renderla sottile e adatta a tracciare scritti e dipinti sulla sua superficie. Robusta e flessibile, la pergamena è rimasta il materiale prediletto per copiare i preziosi codici miniati del medioevo e ancora oggi si sceglie per i documenti che si vogliono indistruttibili. Capre e vitelli sono stati sacrificati allo stesso scopo e le pelli degli animali più vecchi, per questo più resistenti, hanno rivestito i tamburi per ritmare la musica, ma anche per trasmettere messaggi col vibrare delle percussioni nell’aria e nella terra.

In ogni manufatto umano troviamo dunque l’eco di ciò che lo ha reso possibile, cioè animali e piante. Su di loro l’uomo ha proiettato anche l’immaginazione più profonda: il mito e la religione.

Il maschio della pecora -l’ariete dalle belle corna arrotolate a spirale- è simbolo di impulsività e ardimento, passione e generosità del carattere umano, riconoscibile in chi nasce all’inizio della primavera, quando tutta la natura è percorsa dall’irresistibile impulso amoroso. Nella cultura antica si è impresso il mito del vello d’oro di un ariete alato, mandato dagli dei per salvare i figli di Nefele. Dopo essere stato sacrificato, il suo mantello era diventato conquista di Giasone e degli argonauti.

Scanno si trova nella valle del Sagittario, che è il nome del fiume, oltre che del personaggio mitologico antico.

Il museo è aperto solo nella bella stagione e saperlo guardare nella sua prospettiva naturalistica, contribuisce ad accrescere le possibilità per la sostenibilità ambientale.

 www.regione.abruzzo.it/museum/museo.html

A pochi chilometri si possono trovare alberi monumentali molto belli.

 

 

Anche gli alberi portano la pelliccia

fiori femminili e foglione di platano appena uscite dai gusci

fiori femminili e foglioline di platano appena uscite dai gusci

 

A primavera, quando gli alberi si risvegliano e aprono i germogli rimasti spesso per tutto l’inverno a temprarsi sui rami, si può verificare quanto fossero ben protetti da una fitta, setosa, fine peluria. Nei giardini pubblici cittadini vale la pena di cercare i platani più giovani, sufficientemente bassi da lasciar vedere le infiorescenze maschili e femminili, mentre escono da piccoli gusci leggeri, biondi, ricoperti da una delicata pelliccia. Anche le nuove foglie, destinate a diventare grandi e coriacee, affrontano le fredde notti primaverili con una protezione vellutata.

 

gusci vuoti dei germogli

gusci vuoti dei germogli

 

Appena prima di sbocciare, però, i platani lasciano sfaldare i frutti sferici e duri, che si sono dondolati durante tutti i mesi invernali sui rami, rivelando una morbida, calda, bionda pelliccia che aveva protetto i piccoli semi fortemente serrati per vincere il gelo. Ciascuno di loro, simile a un chiodo di garofano, ai primi tepori della bella stagione si lascia portare via dal vento su un piumino e cerca di conficcarsi con la punta in un terreno favorevole.

frutto sfaldato che rilascia i piumini coi semi

frutto sfaldato che rilascia i piumini coi semi

 

I platani, maestosi, solenni giganti, che possono raggiungere i cinquanta metri di altezza, hanno semi piccolissimi, ma ancora ben grandi in confronto a quelli dei pioppi, minuti come il puntino che chiude questa frase e che già volano via nei vaporosi fiocchi bianchi come cotone.

 

semini appuntiti col piumino che li protegge e li fa volare

semini appuntiti di platano, col piumino che li protegge e li fa volare

 

Conoscere il funzionamento della natura ci permette di contribuire alla sostenibilità ambientale

 

 

 

 

Rosee legioni di lavoratori: i lombrichi

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Rosee legioni di bestioline scavano gallerie nella terra. La inghiottono, la fanno passare nel lungo corpo, la filtrano e ne prendono ciò che contiene: semi, larve, uova di insetti, parti decomposte di vegetali. Lei lascia le sue impurità e prende altre sostanze, prima di uscire in cumuli che sembrano fatti anche loro di vermicelli marroni, disseminati nei campi e nei prati. I lombrichi escono dai tunnel di notte e quando c’è umidità, perché il loro corpo inerme non può farne a meno e all’asciutto muore. Dove ce ne sono molti, è tale il loro lavoro di dissodamento della terra da far sprofondare grossi macigni che vi si trovano sopra. Non hanno occhi, ma sentono la luce con la pelle e respirano attraverso di lei, come le radici delle piante. Nel loro grande, nobile lavoro, i vegetali sono aiutati anche dagli umili lombrichi, che nella lunga vita dissodano, fertilizzano e disinfestano. Anche il letame e i liquami, i resti organici e tanta spazzatura che fa puzzare l’aria, grazie a loro si trasforma in ben più gradevole ed utile sostanza. Si dimenano per spostarsi coi loro corpi ad anelli, che si contraggono e si distendono come fisarmoniche, aiutandosi con piccole setole sulla pancia per fare presa. A volte succede che si ritrovino tagliati in due, ma spesso riescono a ricostruire la parte mancante e continuano a vivere, ad accoppiarsi con altri, a fare uova da cui escono piccoli vermicelli subito utili per la terra. Nei loro spostamenti, però, se incontrano lucertole o ramarri, tassi o talpe, uccelli o ricci, spesso finiscono nel loro stomaco e addio.

 

Fenomenale cavolo

cavolo romano

 

L’umile, rustico cavolo, assorbe dall’aria tutto il calore che può, da quando lo si semina all’inizio della primavera, agli ultimi tepori autunnali. Dalla terra assorbe ogni minerale disponibile per dare vigore alle foglie più resistenti dell’orto, ben serrate le une alle altre, pronte a sfidare il freddo e il tempo. Così, quando gli altri ortaggi sono spariti, i cavoli e le zucche resistono racchiudendo nelle loro forme quasi sferiche, virtù fondamentali per la nostra salute.

Alcuni sono tanto belli da sembrare grandi fiori che sfidano il gelo e il buio. Un tempo si diceva che i bambini nascessero sotto i cavoli, forse perché molti figli di contadini nascevano nei mesi della loro raccolta, dato che erano concepiti soprattutto in inverno, quando restavano più a lungo in casa. I cavoli proteggono e nutrono, disintossicano e sfiammano chi mangia le loro foglie, soprattutto nei duri mesi invernali, quando resistono a lungo nelle dispense, ancora di più se fatti fermentare nel loro succo e trasformati in crauti. Dal settecento in poi, seguendo l’esempio di Cook, i marinai hanno imparato a mangiare crauti durante le lunghe traversate marine, per non ammalarsi di scorbuto, causato dalla mancanza di vitamine.

Sono fra i cibi più salutari per prevenire il cancro e molti malanni. Le foglie pressate tra le mani per far uscire il succo sono utili da applicare sulla pelle per vari problemi che la riguardano. Hanno un sentore che non si può chiamare profumo e se sono cavolfiori bianchi, quando cuociono occorre farlo con rapidità e accortezza perché non puzzino.

Cucinare cavoli e verze usando le pentole di acciaio col fondo di 10 strati, lasciando sul fondo solo il poco d’acqua sufficiente per 20 minuti a fuoco minimo e ben coperto, lascia sapore e consistenza, oltre che tutti i minerali, dato che non resta acqua da buttare via.

Le varietà selvatiche, da cui derivano quelle che noi mangiamo oggi, si trovano ancora sui prati di montagna.

Alimentarsi con vegetali così sani e cucinati nel modo giusto, contribuisce alla qualità della vita e alla sostenibilità ambientale, perché si conserva la salute e si inquina meno. Coltivare cavoli e verdure in generale è molto meno dannoso per l’ambiente, rispetto all’allevamento di animali.

 

 

Un esercito di coccinelle per salvare gli alberi

foto da www.settemuse.it

foto da www.settemuse.it

 

I piccoli, graziosi coleotteri che sono le coccinelle rosse coi puntini neri sulla corazza, quando l’aprono e volano con le ali trasparenti verso un albero, è perché hanno visto animaletti ben più piccoli che intendono mangiare. Possono essere le cocciniglie, pestiferi parassiti dei vegetali che ne succhiano la dolce linfa. Oppure sono gli afidi, a cui il lungo percorso per arrivare sulle foglie è reso veloce dalle formiche, che li trasportano fin lì per un loro tornaconto. Li favoriscono in tutti i modi perché sanno che, dopo aver succhiato la linfa, dai loro corpicini non più grandi di un punto esce una specie di miele. Basta toccarli per averlo e le formiche ne fanno provvista. Così li trasportano sulle foglie, prendendosi una bella scorta di melata. Persino le api la vogliono e si risparmiano così di elaborare il miele.

Le uniche a soffrire sono le piante, private del cibo che si sono preparate col lavoro delle foglie. Spesso sono i tigli a farne le spese maggiori, data la dolcezza della loro linfa. che cade in minuscole goccioline sulle auto parcheggiate, imbrattandole. Così la gente che non conosce il motivo, prende in odio gli innocenti alberi che vengono brutalmente mutilati o addirittura eliminati. A loro non resta che sperare nell’arrivo delle coccinelle o delle crisope per esserne liberati. Noi possiamo aiutarli acquistandone una buona quantità nei negozi specializzati, per liberarle vicino agli alberi che ne sono vittime. Costa poco, è ecologico e gratificante.

Piccole come sono, le coccinelle vivono abbastanza da aver bisogno di passare l’inverno al riparo sotto le cortecce, nelle foglie accartocciate o magari dentro le case, dove sono benvenute anche per l’aspetto simpatico ma che, per i loro predatori come gli uccelli, significa pericolo. Il rosso e il giallo, soprattutto se combinati al nero, sono un avvertimento di veleno o di sapore sgradevole, come è quello che loro usano per difendersi. Così, con questo allarme si salvano dall’essere mangiate a loro volta, tranne dai distratti che si ritrovano con un pessimo boccone, perché le coccinelle nelle articolazioni hanno un liquido tossico per uccelli e lucertole.

Lasciare integri gli alberi e combattere i parassiti con i loro nemici naturali, contribuisce alla sostenibilità ambientale e alla qualità della vita..

 

Il bottino delle api

foto di Luca Mazzocchi

foto di Luca Mazzocchi

 

Al mattino, appena il sole intiepidisce l’aria, le api esploratrici escono dall’alveare. Sono le più anziane, con l’esperienza di tutte le mansioni diverse che hanno svolto fin dal primo giorno di vita. Hanno imparato ad accudire le più piccole, a fare pulizia, a riparare i guasti, a costruire le cellette di cera, ad elaborare il miele. Hanno sentito rientrare quelle che, nel buio assoluto, fanno vibrare il corpo per segnalare con precisione il risultato delle loro ricerche di cibo. Hanno imparato a capire il linguaggio dei colori, dei movimenti, dei tremolii. Sono pronte ad uscire anche loro. Fanno un piccolo volo tutt’intorno per memorizzare ciò che serve a ritrovare la via di casa. Infine, prendono nota della posizione in cui si trova il sole, che anche quando è nascosto riescono a vedere con la sensibilità alla luce polarizzata.

Finalmente iniziano a volare in cerchi sempre più larghi, allontanandosi man mano dal punto di partenza, per trovare fiori appena sbocciati, pieni di nettare e polline. È il loro profumo ed il colore insieme, a chiamarle. Entrano nel primo calice, succhiano il nettare dal fondo e lo ripongono nella borsa melaria dentro il petto. Prendono il polline, ne fanno una pallina e lo sistemano nelle tasche sulle zampe posteriori. Passano al fiore vicino, poi ad un altro fino a che il carico è completo.

Allora, attente alla nuova posizione del sole, trovano la direzione verso cui tornare. Le compagne stanno aspettando di vedere la loro danza nell’aria, che descriva il luogo preciso in cui si trova il cibo. Qualcuna lo vuole assaggiare e ne riceve un po’. Le prime si avviano già verso la destinazione, intanto che altre esploratrici entrano nell’alveare e ripetono le descrizioni facendo vibrare le cellette, fino a che le bottinatrici escono sicure, verso il luogo descritto.

Le api entrano nei calici dei fiori di una stessa specie che si trovano nelle vicinanze. I granelli di polline di cui sono impolverate cadono negli ovai, li fecondano ed inizia la trasformazione in frutti. Non si lasciano attrarre da alberi diversi finché non hanno visitato tutti i fiori di uguale genere. Solo così è possibile contraccambiarli per la loro generosità, perché il polline di una robinia è inutile per un sambuco.

Le api volano avanti e indietro dall’alba al tramonto, per giorni, fino a che non ce la fanno più e cadono nell’erba come i petali dei fiori, ormai appassiti.

LE API, INDISPENSABILI ALLA FECONDAZIONE DELLE PIANTE DA FRUTTO E DELLE VERDURE, SONO IMPORTANTISSIME PER LA SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE E LA QUALITA’ DELLA VITA.

 

Alberi che frenano il deserto

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pino nero monumentale a Gorizia

 

Per fermare la desertificazione dei terreni occorre creare una barriera con funzioni multiple: togliere forza al vento, formare umidità, richiamare animali che con le loro attività smuovano e fertilizzino il suolo. Tutto questo lo possono fare gli alberi e, per questo, nei Paesi a maggior rischio lo si sta facendo.

In quelli tropicali come il Senegal l’acacia, la balanite, il giuggiolo della Mauritania e il tamarindo vengono piantati a ragionevole distanza gli uni dagli altri per consentire loro di aiutarsi a vicenda e non competere per la ricerca dell’acqua. Per aiutarli nei primi anni di vita si può usare una pacciamatura che rallenti l’evaporazione dell’acqua dal suolo e condensi l’umidità dell’aria, facendola poi penetrare verso le radici.

Un altro albero utile per fermare il deserto è la casuarina.

Sulle montagne del Carso, i pini neri sono stati piantati dopo la prima guerra mondiale per rinverdire quello che, a forza di disboscamenti e bombe era diventato un deserto pietroso. Si è scelto di piantare il più frugale fra i pini, quello nero, che viene dall’Austria. Si accontenta di pochissima terra e acqua, che gli si è dovuta fornire nei primi anni di vita, per farlo attecchire. Poi, però, l’azione combinata delle sue radici, la caduta di pigne, aghi, ramoscelli e frammenti di corteccia, aggiunta a resti di uccelli e altri animali che lo frequentavano e vegetali che riuscivano a trovarvi riparo, un po’ alla volta ha formato il terreno e il luogo si è rinverdito.

I pini si sarebbero poi dovuti tagliare per lasciar posto ad alberi più esigenti, ma non lo si è fatto. Così il ricambio avviene con maggior lentezza, man mano che le vecchie piante muoiono. Ecco un buon esempio di come gli alberi creino un intero sistema, coinvolgendo la collaborazione di tanti altri esseri viventi per riportando equilibrio anche nei luoghi peggiori.

In Italia abbiamo varie piante che resistono bene alla siccità ed hanno radici profonde, adatte a cercare l’acqua. Corbezzolo mirto, arancio amaro, bagolaro, leccio, tasso, agrifoglio, carrubo, lentisco, mimosa, oleandro, cipresso, pino, larice, abete, ginepro, melograno, corniolo, tamerice, olivo, giuggiolo possono essere piantati, se il clima e il terreno sono adatti, con buone probabilità di resistere senza temere le estati siccitose. Nel sud battono ogni record i fichi d’India, le agavi e tutte le piante succulente che immagazzinano l’acqua nei fusti. Da noi se la cavano benissimo i cespugli della salvia, il rosmarino, il camedrio e varie piante dalle foglie grigio-azzurre.

In questa rubrica c’è anche un articolo dedicato agli ALBERI CHE IMPEDISCONO LE FRANE e uno con GLI ALBERI  FRANGIVENTO.

Avvalersi degli alberi per impedire l’avanzata del deserto è un importante contributo per la sostenibilità ambientale e la qualità della vita..

 

Affinità e contrasti delle piante

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 Anche fra le piante, come fra tutti i viventi, ci sono attrazioni e repulsioni, dovute ad affinità e discordanze. Le più aromatiche, come la menta, la lavanda, il timo, devono essere sistemate a distanza, in modo che non si danneggino a vicenda. È bene che i garofani abbiano uno spazio autonomo, dato che il loro consumo di acqua e di calore danneggerebbe i vicini. Rose e aglio, invece, pur avendo forti aromi contrastanti, stanno volentieri insieme perché complementari nelle necessità. Inoltre, l’aglio allontana i parassiti, anche se se ne interra un solo spicchio ditro di loro.

I piselli e le fragole si trovano bene nelle vicinanze delle patate, mentre queste ultime detestano i pomodori. Da parte sua, il prezzemolo prospera vicino alle carote ed il grano si sviluppa meglio quando ha presso di sè papaveri e margherite. La centaura, invece, ama la segale. Il ribes è nemico dei lamponi, mentre la fucsia va pazza per le felci e il tagete è amico di tutti, perché con il suo odore tiene lontani i parassiti, soprattutto quelli di patate e pomodori. Dove cresce la digitale purpurea, tutte le piante intorno stanno benissimo. Le fragole sono felici vicine alla borragine, mentre salvia, timo, menta e rosmarino sono ottimi compagni dei cavoli. La ruta, invece, è nociva al basilico e alla salvia. I gladioli sono dannosissimi per le fragole, piselli e fagioli. Piantare rape, serve ad eliminare la gramigna

Fra gli alberi, c’è simpatia fra olivi e carrubi, che in Sicilia vivono sugli stessi terreni, così come il fico e la ruta, diventano più floridi se stanno vicini. C’è un fungo le cui ife sotterranee crescono in cerchio, facendo deperire l’erba. Un tempo, non comprendendo il motivo, si diceva che quello fosse il cerchio delle streghe.

Il frassino, albero di tradizione magica, dai germogli neri, non va piantato vicino ad altri, tantomeno ai rampicanti. Anche il noce è poco adatto alla convivenza. La vicinanza dell’alloro, invece, pare sia utile a tutti. Un tempo si credeva che tenesse lontani i fulmini.

Tenere conto di questi aspetti, permette di coltivare meglio e contribuisce alla sostenibilità ambientale e alla qualità della vita.

 

I batteri riscaldano meglio delle batterie

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Che la fermentazione produca calore, lo sanno anche gli uccelli. I fagiani australiani, grossi come tacchini (Leipoa ocellata), mettono le loro uova in un’incubatrice realizzata da loro stessi a forza di scavi e di accumuli. I maschi lavorano per mesi a questo scopo, scavando buche larghe due metri e profonde uno, per poi ammucchiarvi dentro ramoscelli, scorze e foglie che trovano intorno. Lo fanno appena prima delle piogge, perché si impregnino d’acqua. Poi, ricoprono tutto con almeno un metro di sabbia così che, in mancanza di ossigeno, i batteri comincino ad attaccare le sostanze e a riprodursi rapidamente, provocandone la fermentazione che alza molto la temperatura. Solo dopo parecchio tempo, quando il calore è ritenuto sufficiente, scavano sul mucchio una buca attraverso cui ciascuna femmina può deporre e far scendere le uova sopra i vegetali caldi. I maschi controllano che il calore rimanga costante durante i mesi di incubazione, durante i quali occorre fare continui interventi. Il loro becco è sensibile alla temperatura come un termometro e, infilandolo nel mucchio, permette loro di capire cosa sia il caso di fare.

Questo metodo è sempre stato usato dai contadini per tenere in caldo le sementi durante l’inverno, coprendo leggermente la terra con cortecce o letame di gallina, che con la pioggia e la neve innescavano la fermentazione ed il calore. Sono sempre i batteri, che si riproducono a velocità vertiginose, a provocarla.

Sono gli stessi che arrivano a provocare incendi per auto-combustione in grandi cataste di legno umido o di fieno non ben asciutto.

Per riscaldare qualcosa che ha bisogno di calore continuo, si può accumulare un mucchio di cippato di legno, pigiarlo per impedire la circolazione dell’aria e bagnarlo ben bene, poi ricoprirlo con un telo impermeabile che impedisca il passaggio dell’ossigeno. Se all’interno sono stati collocati dei tubi a spirale dove passa l’acqua, si ottiene il suo riscaldamento come in una caldaia, che può durare mesi, a seconda della quantità. Alla fine del processo di digestione e riproduzione da parte dei batteri, tutto si raffredderà lasciando un bel mucchio di ottimo compost.

Questo metodo è formidabile per la sostenibilità ambientale.

 

La prodigiosa autonomia delle piante

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I vegetali sono gli esseri viventi più autonomi che abbiamo sulla terra, capaci di riciclare i propri rifiuti e anche quelli altrui, prendendo pochissimo dall’ambiente e dando, invece, tanto. Una prova in più di tali capacità, ci viene da un esperimento fatto in America. Nel 1960 David Latimer ha piantato alcuni semi in una damigiana, dentro cui aveva sistemato un letto di terra, dando loro acqua a sufficienza per crescere. Poi aveva sigillato tutto. Da allora le piante vivono lì dentro senza deperire, dato che producono da sole l’ossigeno per respirare e l’anidride carbonica da trasformare in linfa, con l’energia solare che le raggiunge attraverso il vetro della damigiana. L’acqua che assorbono dalle radici ed espellono come vapore dalle foglie, si condensa e ricade nel terreno, riciclandosi all’infinito. Le foglie che muoiono e cadono si decompongono in humus ed i minerali che contengono sono utilizzati di nuovo per essere integrati nella linfa prodotta dalle foglie.

La NASA progetta da tempo la possibilità di far crescere piante nello spazio, sfruttando le straordinarie doti che possiedono, per la sopravvivenza dell’uomo del futuro.

Gli alberi, ben più grandi e spesso longevi, moltiplicano queste doti, offrendo cibo, protezione ed ospitalità ad un gran numero di altri vegetali e animali indispensabili anche alle catene alimentari, oltre che alla salute e alla bellezza del mondo. Le loro radici, poi, mantengono il suolo compatto, impedendogli di franare e incanalando lungo i loro percorsi, l’acqua piovana verso le falde freatiche.

Se buona parte dell’umanità facesse lo sforzo di conoscere e comprendere quanto le piante siano meravigliose, dando loro la possibilità di vivere meglio, avremmo un mondo infinitamente più bello, più sano, più felice, contribuendo alla sostenibilità ambientale e alla qualità della vita.

 

JAIME LERNER e la buona strada di Curitiba

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Jaime Lerner è stato sindaco di Curitiba per ben tre volte, fra il 1971 ed il 1992. Questo ha fatto diventare la città brasiliana, che ha quasi due milioni di abitanti, un esempio di efficienza, vivibilità, rispetto delle persone e dell’ambiente. L’architetto trentatreenne Lerner, dopo un anno dal suo insediamento aveva dato avvio alle sue iniziative sorprendenti, trasformando la città. Voleva fare del centro la prima isola pedonale al mondo, ma aveva trovato grandi resistenze nei commercianti e negli automobilisti. Così, un venerdì sera, alla chiusura degli uffici pubblici, ha fatto entrare in azione uno stuolo di giardinieri ed operai che, lavorando giorno e notte, hanno installato per le strade tutto il necessario, compresa una gran quantità di piante e fiori. Oltre alle proteste, in moltissimi si erano presi i fiori per portarseli a casa propria. Sono stati sostituiti man mano che sparivano, fino a che li hanno lasciati stare. Nel frattempo, i quartieri diventati improvvisamente piacevoli da percorrere a piedi, hanno attirato più compratori di quanto ce ne fossero prima, ed i negozianti sono stati ben felici. I ragazzi che continuavano a strappare le piante all’orto botanico, invece di essere puniti sono stati assunti come giardinieri, con ottimi risultati.

Jaime Lerner , sindaco di Curitiba

Intanto, i mezzi di trasporto pubblici sono stati potenziati e resi efficientissimi, con pensiline confortevoli per la pur breve attesa, oltre che per un agevole accesso agli autobus. Ben presto, il traffico automobilistico si è ridotto notevolmente, perché la gente ha cominciato a preferire il trasporto pubblico. Sono stati soppressi i controllori ed i bigliettai, fiduciosi che i cittadini avrebbero pagato volentieri per un trasporto ben organizzato. E’ avvenuto proprio così e le spese sostenute sono state ripagate. Alberi in gran quantità sono stati messi a dimora ovunque, le biblioteche sono proliferate e sono state rese visibili da lontano, le scuole hanno offerto anche corsi serali.

Sono state costruite case popolari molto belle ed agli indigenti è stata offerta la possibilità di lavorare per la raccolta differenziata della spazzatura, ormai efficientissima, grazie al fatto che vengono ricompensati con buoni pasto, trasporto e studio, in cambio di ciò che portano ai centri di smistamento.

Curitiba è la città più verde al mondo e pare un vero miracolo, pur essendo vera, perché ha puntato sulla valorizzazione dell’uomo e dei luoghi, anziché sulla repressione e lo sfruttamento. Ci hanno guadagnato tutti, in un’operazione intelligente come quella di Jaime Lerner e ciascuno di noi può dare una mano nello stesso senso, anche solo diffondendo informazioni come questa. Capire l’animo umano permette di valorizzarlo e di toccare il tasto giusto per farlo progredire. Questo vale per tutti, che possiamo così contribuire alla qualità della vita: la nostra quanto quella degli altri.