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Race – il colore della vittoria

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Il film del 2016  di Stephen Hopkins racconta la storia vera di Jesse Owens, l’atleta afroamericano che aveva vinto 4 medaglie d’oro alle olimpiadi di Berlino del 1936 e che si ricorda anche per l’affronto subito da parte di Hitler. Il dittatore già da tempo perseguiva il progetto di eliminare le cosiddette “razze inferiori” in cui gli ebrei avevano il primo posto, seguiti da neri, altri colori, zingari, omosessuali. Aveva fatto annunciare all’America che sarebbero dovuti essere esclusi dalle olimpiadi gli atleti di quelle categorie, ma aveva ricevuto un netto rifiuto, nonostante gli USA discriminassero pesantemente chi non aveva la pelle bianca. Molto a malincuore Hitler aveva dovuto ingoiare la determinazione statunitense a non subire imposizioni del genere ma, alla vittoria del giovane campione in quattro diverse discipline, gli aveva negato le congratulazioni. In realtà pare che, pur non avendogli stretto la mano, il dittatore gli abbia fatto un cenno di saluto.

E’ appassionante seguire le vittorie di Jesse sulle varie difficoltà per affermarsi nello sport e nell’affettività, ma l’aspetto più interessante è la grande capacità di sottrarsi alle provocazioni degli insulti, prima di tutto da parte dei suoi connazionali. Riuscire a mantenere la calma quando si è gravemente offesi, soprattutto se avviene da parte di interi gruppi di persone, dimostra una forza interiore davvero elevata. E’ la prova di una capacità di affrontare e vincere i propri limiti, che sono i veri nemici della riuscita.

Per trovare molte altre recensioni di film che aiutano a comprendere l’animo umano, cliccare qui.

La città di pan di zenzero

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Libro di Jennifer Steil, 2012 E’ la storia vera di una giornalista newyorkese trentasettenne che viene assunta per riorganizzare un giornale a San’a in Yemen, durante un anno. Affascinata dall’atmosfera della città dalle bellissime case di terra cruda decorate a calce, che la fanno somigliare a pan di zenzero, accetta la sfida. Affrontare la mentalità autoritaria e teocratica di quel Paese, si rivela subito un’impresa molto difficile. Pur avendo l’incarico di capo-redattore, deve accettare che ufficialmente questo non appaia, dato che a una donna non è permesso avere un ruolo di comando. E l’uomo che ha l’incarico ufficiale, pur essendo spesso di piacevole compagnia, la ostacola in molti modi e le fa pesare continuamente la sua condizione di “intrusa” in quanto di sesso femminile. Questo, naturalmente, ricade negativamente sulla qualità del settimanale e sul lavoro degli altri giornalisti. Per tutta la durata del suo incarico, Jennifer si deve accollare anche la formazione del personale e deve superare lo sdegno per le continue vessazioni del potere maschile, a cui può ribellarsi solo in parte.

Da una parte si tengono le donne a distanza, ma al tempo stesso ci si permette di molestarle e mancar loro di rispetto, quando cercano di rendersi autonome e di fare carriera. Solo nel ruolo di madri e di casalinghe, possono esercitare a loro volta un potere su altre donne e, in una certa misura, sugli uomini.

Il potere su chi è più vulnerabile è l’ambizione suprema, la ricchezza desiderata anche dai più inetti. E’ un’arma che si riesce a spuntare solo con la pazienza e la diplomazia, oltre che con il coraggio e la conoscenza dell’animo umano, come fa la protagonista.

Questo libro fa seguire ai lettori giorno per giorno il percorso affascinante di una donna capace in un luogo incantevole, con gente molto cordiale e disponibile, ma al tempo stesso chiusa nei pregiudizi più opprimenti.

 

Questa recensione è la più recente della rubrica Libri Selezionati (menu a sinistra) che aiutano a comprendere l’animo umano.

Con lo stesso scopo sono state fatte le recensioni a film, che trovate nella sezione Film Selezionati

Articoli che aiutano a conoscersi sono nella rubrica Umanità

 

Il dubbio e l’informazione, alleati del buon giudizio

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Il 26 settembre 1983 nel bunker vicino a Mosca, il sistema satellitare che sorvegliava i siti missilistici statunitensi, aveva dato l’allarme denunciando l’arrivo sull’URSS di un ordigno nucleare dagli USA. Era il periodo in cui ancora c’era la guerra fredda e il tenente colonnello Stanislav Evgrafovich Petrov avrebbe dovuto avvertire i suoi superiori entro pochi minuti, per un contrattacco. Il militare, però, non era convinto. Possibile che lanciassero un solo missile? Giusto il tempo di dubitare e l’allarme si era ripetuto per un secondo, un terzo, un quarto, un quinto avvistamento. La mezzanotte era passata da un quarto d’ora e la tensione nel bunker era altissima. Eppure Petrov esitava ancora, perché conosceva la potenza nucleare statunitense e gli sembrava improbabile che avessero sferrato un attacco insufficiente alla distruzione totale, l’unica possibile per evitare l’immediata rappresaglia.

Petrov, invece di dichiarare l’allerta per la guerra nucleare, aveva informato i suoi superiori di un malfunzionamento del computer. Al posto di un contrattacco, dunque, si erano cercati i motivi dell’errore, scoprendo che a provocarlo era stato un raro allineamento tra terra, sole e sistema satellitare.

Il colonnello Petrov aveva salvato la terra dalla distruzione.

Consapevole che tanto gli uomini migliori quanto le macchine più sofisticate possano sbagliare, invece dell’obbedienza cieca aveva innescato il ragionamento e la riflessione, applicandoli alle informazioni sull’argomento. Né la paura di un attacco americano, né quella delle critiche dei superiori avevano avuto il sopravvento nella sua mente. Eppure l’esercito non sembra essergli stato riconoscente e tempo dopo era stato mandato in pensione anticipata.

Il fatto, tenuto segreto per 10 anni, dopo la sua divulgazione era valso alcuni premi internazionali, ma solo mille euro al tenente colonnello, morto nel maggio 2017.

 

 

 

 

Antarctica: l’istinto di sopravvivenza dei cani da slitta

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Film di Koreyoshi Kurahara del 1983 con musica di Vangelis. E’ una storia vera che inizia quando i componenti della seconda spedizione dell’Anno Geofisico Internazionale del 1957, non riescono a raggiungere la postazione appena lasciata da quelli del primo turno perché, nonostante sia ancora estate, le condizioni meteo molto negative lo impediscono. I quindici cani da slitta che hanno contribuito al successo di tante operazioni, per sicurezza sono incatenati all’esterno dagli scienziati appena partiti, senza immaginare che nessuno li può più raggiungere per liberarli, nutrirli e accudirli. Dopo molti tentativi, otto di loro riescono a togliersi il collare o rompere la catena e ad andare in cerca di cibo. L’istinto lupesco che accomuna tutti i cani, in quelli da slitta abituati ad una vita dura è riemerso per assecondare l’istinto di sopravvivenza che li guida nella caccia. Ma l’impresa è comunque difficilissima e alla fine dell’inverno solo i due fratelli Taro e Jiro, nati in Antartide, probabilmente anche grazie alla solidarietà parentale che li unisce, sono ancora vivi. Tornati alla base dove i membri della prima spedizione sono a loro volta rientrati, nella speranza che i cani si siano salvati, li hanno ritrovati con gioia. Il rimorso per averli anche se involontariamente abbandonati è stato un grande tormento, che ha spinto uno dei tre scienziati a dimettersi e poi a tornare.

 Un altro bel film su animali in rapporto con gli umani è L’orso

 Un film interessante sugli elementi naturali e l’uomo è Kon Tiki

Cento film che aiutano a capire l’animo umano sono a questa pagina

 

KON TIKI – Fiducia, coraggio e natura, alleate in un’impresa leggendaria

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Kon tiki, film del 2012 di Joachim Roenning e Espen Sandberg, sull’impresa del biologo norvegese Thor Heyerdahl che, durante il suo lungo soggiorno con la moglie nell’isola polinesiana di Fatu Hiva, sente parlare del dio del sole Tiki venuto da Est in tempi lontani con il suo popolo, stabilendosi sulle isole fino allora disabitate. Questo gli fa intuire che i polinesiani siano originari del Perù, arrivati millecinquecento anni prima con una zattera, dato che le navi presso di loro sono ancora sconosciute. La sua teoria è considerata assurda ma lui per dieci anni insiste a cercare finanziamenti e appoggi, fino a che nel 1947, all’età di trentatré anni, li trova e il 28 Aprile parte da Callao, il porto di Lima, con cinque amici, di cui uno solo sa di navigazione. Un pappagallo li accompagna, a bordo di una zattera lunga quattordici metri larga cinque e mezzo, fatta di tronchi di balsa legati con corde di canapa, con traverse di pino su cui sono fissati un capanno di bambù e un palo di legno durissimo di mangrovia, per reggere una vela. Quello è il tipo di imbarcazione usato dai peruviani nell’epoca della loro migrazione, quando non conoscono ancora il ferro, nonostante siano molto progrediti. La balsa è il legno più leggero del mondo e, nonostante assorba l’acqua, è in grado di reggere bene per un certo tempo e a restare diritto sulle onde più impetuose.

Uniche concessioni alla modernità sono la radio per tenersi in contatto col mondo e un canotto per fare foto della zattera da una certa distanza. Portano delle provviste ma mangiano anche i numerosi pesci che pescano facilmente. Il vento e le correnti oceaniche sono il motore che li porta a destinazione, provando la giustezza dell’intuizione di Thor, dal nome comune nei paesi scandinavi, lo stesso dell’antico dio del tuono.

Navigano per quasi ottomila chilometri e, nonostante le burrasche, la zattera chiamata Kon Tiki, nome del capo/dio migrato millecinquecento anni prima lungo la stessa rotta, non subisce rollii né beccheggi, ma sale e discende le onde. Dopo centouno giorni, il 7 agosto arrivano a una delle isole Tuamotu. La difficoltà più grande di tutto il viaggio è oltrepassare la barriera corallina che la circonda e la zattera vi si incaglia, ma tutti si salvano e riescono ad approdare in quello che appare come un vero paradiso.

Thor Heyerdahl è acclamato come eroe, insieme ai compagni che hanno avuto fiducia in lui e nell’abilità degli antichi, autori di imprese notevoli, grazie alla conoscenza della natura e all’abilità.

 

Pubblica vari libri sull’impresa e, col documentario girato, nel 952 vince l’Oscar. L’avventuroso Thor continua le sue ricerche antropologiche sulle varie isole dalla storia interessante e muore ultraottantenne. Dopo i funerali di Stato a Oslo è sepolto in Liguria a Colla Micheri, dove c’è la sua casa.

 

Il labirinto del silenzio

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Film di Giulio Ricciarelli del 2014. A Francoforte nel 1958 molti ignoravano ancora lo sterminio e le torture fatte ad Auschwitz perché tutti volevano dimenticare la guerra, a costo di fingere che niente fosse successo. Un giovane pubblico ministero, quando era venuto a sapere da un giornalista che un criminale di quel lager insegnava ancora a scuola, aveva cominciato ad indagare, scoprendo la terribile verità, negata e respinta. Aveva allora affrontato un enorme lavoro di ricerca, venendo a sapere che molti di quegli uomini erano fuggiti in Argentina e comunque conducevano vite rispettabili. Si era reso conto che molte persone del tutto normali e da cui mai ci si sarebbero aspettate atrocità, le avevano commesse quando era stato possibile, col potere conferito loro dal nazismo. Molti erano stati iscritti al partito anche senza aver commesso crimini, ma comunque non si erano ribellati a ciò che probabilmente sospettavano o sapevano.

Così, vent’anni dopo il processo di Norimberga era stato compiuto un altro processo verso molti criminali, di cui solo sei erano stati poi condannati all’ergastolo. Nessuno di loro aveva manifestato pentimento e rimorso. Il trincerarsi dietro l’aver “solo eseguito ordini superiori”, l’eccessiva deferenza verso le gerarchie, il rifiuto di ammettere la propria mostruosità, il tentativo di sottrarsi alla riprovazione sociale negando la propria responsabilità erano stati alcuni dei motivi per cui esseri umani avevano compiuto e compiono tuttora nel mondo atti tanto orribili.

 

Risvegli

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Il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1973 da Oliver Sacks, neurologo, naturalista, scrittore che ha fatto conoscere in modo affascinante e piacevole al pubblico le sue esperienze di terapeuta e di scienziato. Ci sono state varie nuove edizioni con aggiunte e nel 1990 ne è stato fatto un celebre film (vedi recensione) dal titolo omonimo “Risvegli”.

Se si ha la pazienza di superare dei punti forse un po’ troppo dettagliati del libro, si seguono con gioia più prolungata del film, le vicende del quasi miracoloso trattamento farmacologico a cui erano stati sottoposti negli anni sessanta molti malati del morbo di Parkinson e disturbi post-encefalici, in una clinica di New York. La sostanza L-dopa, somministrata a persone che da 20, 30 o 40 anni sopravvivevano nell’immobilità, nel mutismo, chiuse in una malattia che aveva tolto loro ogni autosufficienza, li aveva riportati alla vita normale in modo improvviso, salvo poi manifestare effetti negativi più o meno gravi. Era commovente la gioia di quelle persone liberate da una terribile prigionia neurologica, che riprendevano la loro vita da dove l’avevano lasciata in gioventù, ritrovandosi in un corpo del cui invecchiamento non erano stati consapevoli.

L’aspetto più toccante, però, è che nonostante fosse il farmaco a riportarli alla normalità o quasi, il superamento di parte dei tic e dei vari disturbi anche gravi che sopravvenivano in diversi gradi, era dovuto allo stato psicologico. Il particolare affetto di un famigliare, la possibilità di svolgere di nuovo il lavoro che li aveva appassionati prima della malattia, lo stare nella natura, l’ascoltare musica di proprio gusto aveva avuto effetti altrettanto significativi e determinanti.

Prende qui più che mai rilievo l’importanza dell’animo umano nell’aiutare il corpo e tutti gli aspetti materiali, dato che sono entrambi la manifestazione di una stessa vita. Sacrificare l’uno o l’altro è un errore fatale.

 

La ragazza del dipinto

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Film del 2013 di Amma Asante. Ispirato ad una storia vera che si è svolta in Inghilterra a Hampstead nel settecento. Il capitano di marina sir John Lindsay, in America ha una figlia da una giovane nera che muore quando la piccola Didone ha circa 10 anni. La affida allo zio, presidente della Corte Suprema del King’s Beach, che ha già adottato allo stesso modo la cugina bianca, Elizabeth, abbandonata dal padre risposato. Le due bambine crescono felici insieme ma, arrivate in età da marito, le convenzioni sociali impongono discriminazioni per la bella mulatta, nonostante il padre ormai morto le abbia lasciato una ricca eredità. In quel periodo la schiavitù dei neri era ancora un fiorente commercio e le donne erano una proprietà a disposizione degli uomini. Il doppio pregiudizio sfavorevole, però, viene parzialmente annullato dall’attrattiva rappresentata dal denaro di cui la giovane dispone. Così una famiglia illustre, che pure disprezza il colore di Didone e la considera inferiore, è disposta ad accaparrarsela come nuora. L’acume, la sensibilità, l’intelligenza della giovane, che si innamora di uno studente di legge impegnato a favore dei diritti umani, la sostengono nel rifiutare quel matrimonio e nell’aiutare il giovane in una causa che riguarda la nave negriera Zong.

Il bel film arriva ad un esito felice senza troppi scossoni, ma una frase del giudice, verso la fine, mette in luce i pericoli che incontra chi si allontana dai pregiudizi dominanti e si impegna per un mondo migliore: “dovete imparare a proteggere le vostre emozioni, se non volete che le leggi, o l’amore, vi distruggano il cuore”.

 

 

Qualcosa di straordinario

qualcosa di straordinario

Film di Ken Kwapis del 2012 ispirato a una storia vera accaduta nel 1988. Si svolge nell’Artico, dove tre balene sono intrappolate dai ghiacci e rischiano di morire. Oltre ad essere avvincente e a mostrare gli effetti del gelo estremo su uomini, cose e animali, il film è una lezione su come ottenere scelte etiche anche da chi non ne è minimamente attratto.

Tentare di “convertire”, soprattutto in tempi brevi, è irrealizzabile. Occorre saper vedere il punto di vista altrui, per convincerlo seguendo le strade che è in grado di capire. Nel film, la vicinanza di varie persone dalla forte personalità crea circostanze favorevoli a questa ottica, effettivamente difficile.

 

 

Il discorso del re

il discorso del re

Questo bel film di Tom Hooper del 2010, interpretato da Colin Firth e Geoffrey Rush aiuta a capire vari aspetti dell’animo umano, oltre a raccontare bene una storia interessante e realmente accaduta. E’ quella del futuro re d’Inghilterra, (Giorgio VI, padre dell’attuale regina Elisabetta) che appena si trovava in una situazione di turbamento anche minimo, balbettava e, addirittura, ammutoliva. A niente erano servite le varie terapie tentate da medici paludati, mentre quella di un terapeuta empirico era riuscita ad ottenere buoni risultati, attenuando un problema che per un re era quanto di più penoso potesse esserci.

Il film mette in evidenza quanto il lato affettivo e istintivo di una persona segua percorsi irraggiungibili dalla sola ragione e quanto il corpo sia un importante comunicatore. La balbuzie, infatti, è una reazione fisica ad un disagio affettivo e la razionale buona volontà serve solo a perseverare nella ricerca di qualcosa che possa portare un po’ di sollievo, niente di più. Il miglioramento può venire solamente da un approccio che lavori su più fronti del lato affettivo, vale a dire quello che tocca sentimenti, istinti, creatività, corporeità. La comprensione di questo aspetto, negli anni ’30 in cui inizia la storia, era ancora poco diffusa, ma aveva convinto il futuro re quando era riuscito a declamare senza problemi, mentre era stata attivata la parte creativa del cervello con l’ascolto di un pezzo musicale. Il lavoro fatto con empatia da parte del terapeuta, coinvolgendo il corpo insieme alla psiche, era riuscito a far superare almeno in parte un problema che altrimenti avrebbe annichilito il protagonista. Parlare in pubblico era, infatti, il compito principale del suo ruolo di rappresentanza.

Solo qualcuno proveniente da una cultura in cui le distanze sociali erano e sono poco marcate, l’Australia, poteva avere la capacità di superare le rigide barriere inglesi e questo era stato di aiuto.

Non c’è esortazione razionale o minaccia che possa riuscire a far cambiare le persone, a meno che non siano già convinte per proprio conto e manchi una virgola al compimento del passo. I miglioramenti possono avvenire solo con grande pazienza, empatia e lavorando su più fronti, avendo come base un’opportuna conoscenza della psiche.

 

INVICTUS

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Film del 2009 di Clint Eastwood, che ha dimostrato come regista una grande comprensione dell’animo umano. Fa conoscere un episodio significativo della vita di Nelson Mandela, che nella lotta all’apartheid in Sud Africa ha capito quanto la violenza produca solo altra violenza e quanto sia importante la consapevolezza di sé e degli altri per ridurre i conflitti. E’ stato capace di assimilare tanto a fondo questa realtà che, una volta diventato presidente della sua nazione, ha cercato giustizia nel modo più evoluto che si possa immaginare, con i tribunali per la verità e la riconciliazione.

Nel film la neo-eletta guida del Sud Africa, interpretata da Morgan Freeman, applica la sua lungimirante visione su come favorire una convivenza pacifica fra bianchi e neri, in un settore nel quale la gente trova facilmente la coesione: lo sport (Matt Damon). Correndo il rischio di alienarsi subito il suo stesso elettorato, infatti, si oppone all’umano desiderio di rivalsa, che comincerebbe col cambiare nome e divisa alla squadra dei giocatori di rugby in crisi. Spiega che un simile gesto avrebbe offeso irrimediabilmente la popolazione bianca che si identifica in loro, creando una nuova occasione di scontro. Si impegna a fondo nell’incoraggiare concretamente la fiducia dei giocatori bianchi e del loro capitano, facendoli avvicinare anche al pubblico dei neri. Inoltre, vuole persino fra i collaboratori più stretti nel governo, tanto i suoi alleati di sempre quanto gli antichi avversari.

Il risultato è triplice: la vittoria ai mondiali di rugby della squadra sudafricana, un’attenuazione dei conflitti fra bianchi e neri, un grande lustro per l’immagine del Sud Africa.

L’ONDA

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Il film di Dennis Gansel del 2008 è l’ambientazione in Germania di un fatto realmente accaduto in California nel 1967. L’insegnante Ron Jones, voleva dimostrare ai suoi studenti che una dittatura come quella nazista non è affatto impossibile da replicare, come molti ingenuamente credono. Ha fatto sperimentare loro, durante una settimana, come si arriva facilmente a far degenerare una situazione apparentemente innocente. Per dimostrare i potenti effetti dei comportamenti di gruppo, ne ha creato uno in classe con i vari elementi che caratterizzano i più spinti: le regole imposte da un capo, l’adozione di un nome, di un simbolo, di un saluto specifico, di un abbigliamento uguale per tutti. La solidarietà che si era creata e che compensava alcuni partecipanti delle mancanze affettive e sociali, aveva generato subito grande attaccamento e azioni audaci, in positivo ed in negativo, fino a che la situazione era sfuggita completamente dal controllo ed era avvenuto il peggio.

L’illusione di sapersi fermare quando si adottano comportamenti pericolosi ha dimostrato molto spesso la sua debolezza. I confini fra bene e male sono, come sempre, variabili e labili. Per questo occorre molta forza interiore e grande consapevolezza per evitare di trascendere.