SELEZIONE DI ARTICOLI PUBBLICATI DAL GIUGNO 99 AL MAGGIO 2000 SU WWW.BELLOSGUARDO.IT- WWW.FIRENZE.QUI.IT- WWW.EXIBART.COM

 

 

LA SELVA DI SOGNO

 

E’ cominciato 18 anni fa, nel dissodare i campi della nuova comunità di meditazione sannyasin, quando la terra lasciava scoprire pietre così belle che Deva Manfredo, appena arrivato da Amburgo, le metteva da parte, con un’idea che si andava formando man mano che i mucchi crescevano. Il bosco tutto intorno, fatto di querce giovani e di ginepri, sulle colline morbide così tipiche della Montagnola Senese, offriva tutto lo spazio immaginabile per sperimentare la costruzione dello slancio umano verso l’alto, da dove lo sguardo riesce a cogliere l’insieme. Manfredo ha aperto i sentieri e costruito, negli spazi più ampi, le torri, i templi, le piazze fatte di pietre irregolari che ha sovrapposto con un tale senso dell’equilibrio e dell’armonia, da renderle perfettamente stabili, senza costringerle insieme con un legante. Ciò che le tiene unite è l’essere nel posto giusto ed in rapporto equilibrato con le altre, espressione visibile di una consapevolezza che nasce dolorosamente a proprie spese.

 

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La SELVA DI SOGNO i primi di Marzo, il giorno dopo la pioggia, è illuminata da una luce radiosa e radente che mette in risalto la forma e il colore morbido, pieno di calore degli edifici irregolari ed eleganti, parenti stretti, anzi, antenati degli alberi che sono adesso ancora spogli, bellissimi nel disegno e la corteccia a scaglie argentate. La spiritualità di quell’insieme, fatta di sapienza ed esperienza, antichità ed universalità è espressa in costruzioni in miniatura che potrebbero appartenere a qualunque civiltà millenaria, ma al tempo stesso ricordano i giochi infantili. Le ossa della terra, che hanno incamerato i continui mutamenti della vita, che sono state al sole, nell’acqua, sotto il suolo, che hanno mutato stato tante volte, comprimendo in sé la vita vegetale e animale, sono diventate lo specchio dell’interiorità di un artista che, in scala umana, ha ripercorso in sé gli stessi passaggi.

 

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Gli amici, i conoscenti, gli ammiratori dell’opera di Manfredo, gli regalano le pietre che raccolgono in tutto il mondo e lui stesso torna dai suoi viaggi con carichi pesantissimi. Uova e gallette di marmo levigate dall’acqua, mattoni arrotondati dal continuo sfregare la sabbia del mare, blocchi disegnati dall’erba di millenni fa, calcare traforato dai molluschi, sfoglie di sedimenti si incontrano con le pietre riemerse dalla terra senese..La bellezza che viene dalla profondità e dal silenzio esercita il suo potere nella profondità e nel silenzio, componenti essenziali dell’insieme. Guai, a soffocarle di chiacchiere!

 

Anna Cassarino da Como 13.3.2000

 

Per visitare LA SELVA DI SOGNO, prenotare presso Deva Manfredo, la mattina, salvo il venerdi, dalle 9 alle 12, telefonando allo 0577-960124

 

 

 

 

ROBERTO BARNI – IL TEDOFORO – Zona Cavallaccio, fra via Carnia e via Monferrato

 

Uno dei quartieri periferici popolari di Firenze più ricco di verde e di spazio è l’Isolotto, costruito negli anni 60, inizialmente considerato con un certo disprezzo, ma adesso salito notevolmente di tono. Molti condomini hanno una forma accettabile ed un po’ di colore sulle facciate, hanno alberi e qualche praticello intorno, l’Arno orlato di verde su un lato e la vista delle Cascine. Da qualche anno, anche un’opera di arte contemporanea bella e ambientata nel luogo giusto per dare e ricevere significato: è IL TEDOFORO (1994), di Roberto Barni, artista di grande valore che ha realizzato in bronzo un uomo bendato mentre cammina col braccio teso in avanti e, nella mano aperta, un omino che cammina verso di lui.

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E’ una scultura molto espressiva di per sé ma, ciò che è altrettanto importante, si trova nel posto giusto. E’ nel primo terzo di una grande piazza ricavata dalla disposizione di tre condomini costruiti ad U, rivolta verso il lato aperto, con molto spazio intorno. E’ di proporzioni quasi al naturale, cammina a grandi passi decisi, in avanti, malgrado gli occhi bendati ed è capace di suscitare un senso di fiducia malgrado la vista verso il mondo esterno gli sia preclusa. Der resto, chi di noi lo vede davvero? Ciò che ci appare della cosiddetta realtà, dipende soprattutto dalle immagini mentali. Quanto alla vita che si ha davanti, è solo intuibile, e la si sente interiormente ben più che vederla. Anche il minuscolo omino che gli viene incontro e nella mano ha una torcia, è talmente energico da saper far pensare, in una piazza dove la gente si incrocia, all’immagine dell’”altro”, che sappia e voglia cercare l’incontro. La torcia è stata fatta per essere accesa e chiunque, con un po’ di petrolio o una candela potrebbe contribuire, come l’artista ha fatto con la sua opera, a completare con un elemento vivo, il contributo creativo alla piazza.

Non c’è altro posto, in città, dove un’opera contemporanea condivida con maggior significato il luogo in cui è collocata con la gente che lo frequenta. Ciò che può esaltare o mortificare le qualità di qualsiasi essere umano, quanto qualsiasi sua opera (e naturalmente questo vale per ogni forma di vita) è il rapporto fra sé ed il proprio ambiente. Comprendere e stabilire tali rapporti, come l’architetto Riccardo Roda, che ha fatto collocare qui la statua, è parte dell’arte.

Anna Cassarino da Como 18.1.2000

 

 

 

LE FONTANE  -   IL VIAGGIO DELL’ACQUA

Le persone più sensibili all’ambiente, si saranno forse chieste da dove viene e dove va l’acqua che alimenta le fontane ornamentali di Firenze e saranno sollevati nel sapere che, per quelle dalla sola funzione estetica, dato che non si può raggiungere lo zampillo per bere, in molti casi essa viene riciclata, vale a dire che viene filtrata ed emessa nuovamente nello stesso bacino, con le aggiunte che man mano sono necessarie per compensare l’evaporazione e la dispersione nell’ambiente.

La fontana del Nettuno, di piazza della Signoria, già da una decina d’anni è approvvigionata con acqua non solo filtrata da tutto ciò che la insudicia (dalle deiezioni e piume di piccione, alla spazzatura che malgrado la recinzione gli incivili vi gettano, alle monete di ogni nazionalità che vi piovono), ma anche depurata dal calcare, ferro e manganese di cui è ricca l’acqua fiorentina, che incrosterebbe ed ingiallirebbe ulteriormente le statue e la vasca.

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La maggior parte delle altre fontane, dopo essere stata liberata dalle impurità che si trattengono nei filtri, controllati giornalmente dagli addetti, riutilizza la stessa acqua, che viene raccolta in una cisterna interrata nelle vicinanze e, tramite una pompa, rimessa in circolazione.

Fontane come quella del Buontalenti di via dello Sprone, o delle Fonticine in via Nazionale, il Bacco di Borgo S. Jacopo, Giovanni delle Bande Nere in P.za S.Lorenzo, ecc., ricevono acqua potabile perché destinate a dissetare i passanti o a rifornirli d’acqua ai tempi in cui questa non arrivava fino ai rubinetti di casa. Il liquido in esubero finisce poi nelle fogne, ma in futuro si potrebbe raccogliere in cisterne ed usarle per altre funzioni, quali la pulizia delle strade o l’irrigazione.

E’ importante che i cittadini vengano sensibilizzati riguardo a ciò che si può fare per porre rimedio a tutta la violenza che si è fatta fino ad oggi all’ambiente ed il Comune otterrebbe certo un primo piccolo risultato educativo, apponendo una targhetta discreta ma ben visibile, che informi a proposito del riciclo dell’acqua, una premura che non solo comporta risparmio economico, ma soprattutto una salvaguardia del bene più prezioso per la vita.

 

Anna Cassarino da Como      8.11.99

 

 

 

 

PARCO DI PRATOLINO  -  LO SPIRITO DEL LUOGO

 

Nel 1986, per la mostra “il giardino d’Europa”, gli artisti Anne e Patrick Poirier avevano creato una scena permanente, composta da un gruppo di sculture, in una vasca abbandonata nel parco di Pratolino della villa Demidoff.. Evocava un avvenimento misterioso: un mito, una storia fantastica, un sogno che possono esistere solo là dove la natura non è imbrigliata

 

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L’effetto era straordinario, per la perfetta integrazione fra creatività umana e ambiente naturale. Purtroppo, però, ben presto tutta la scena per il quale era stata creata l’opera è andata distrutta: i cespugli e i rovi, l’erba alta e i rami bassi degli alberi, che ne erano elemento essenziale, perché ne costituivano l’ambientazione, erano stati tosati, rapati e l’acqua della vasca era stata lasciata sfuggire in gran parte. Si vedevano così tutti i piedistalli che dovevano essere nascosti per creare la suggestione di un’apparizione fantastica, ridotta invece all’assurda presenza di mezze statue in un luogo senza pregio.Da qualche anno poi, queste sono addirittura state rimosse e collocate in un prato, come oggetti senza vita.

Questa sistemazione è stata motivata con la necessità di restaurare la vasca ma, per i tanti anni in cui le statue, pur rimanendo al loro posto sono state private della loro ragione di esserci, si è evidenziata una mentalità nei confronti dell’opera d’arte, che la considera solo nell’aspetto formale, nel suo essere oggetto e non “presenza”.

In un caso come questo, invece, essa è stata realizzata per un luogo specifico e da questo non può essere separata, né può essere alterato l’aspetto dell’ambiente che la circonda, per non alterare anche la sua ragione d’essere.

Perciò, nel momento in cui, restaurata la vasca, si ricollocheranno le statue al loro posto, occorrerà lasciare che la natura rivesta col suo mantello arruffato tutta la zona e che l’acqua risalga di livello, per ridare un aspetto sufficientemente selvatico da permettere il ritorno dello spirito del luogo.

Tutto questo comporterà certo un’usura più rapida delle opere, ma permetterà loro di vivere e di avere un senso.

Anna Cassarino da Como       26.8.99

 

 

 

A COSA SERVE UNA FONTANA – gli ORTI DI PARNASO di Via Trento a Firenze

 

Degli scrosci e sciaquii dell’acqua, della sua freschezza e trasparenza, della piacevolezza al tatto, capaci di rasserenare l’ansia, l’agitazione e l’irritazione in città, potremmo fruire tramite le fontane. Esse sono capaci di attrarre irresistibilmente intorno a sé come lo fanno i falò, e rendere facile la conversazione quanto la riflessione. Ci si potrebbe sostare per riposarsi e guardarsi intorno, rinfrescarsi e gioire della loro bellezza.

Ma solo a quest’ultimo si è ridotto il piacere presso le poche fontane di Firenze, cui non ci si può avvicinare a causa delle recinzioni anti-vandalo e presso le quali non ci si può sedere.

A cosa serve una fontana, se le si può dare solo un’occhiata frettolosa? Tutta la poesia che può portare alla vita quotidiana è tagliata fuori. Se è una creazione artistica, la si riduce a “decorazione” cioè a qualcosa di superfluo, anche se piacevole, mentre l’arte ha una destinazione ben più importante, necessaria a chi la fa e a chi ne fruisce, per la sua capacità di coinvolgere, attraverso i sensi, la profondità dell’animo.

Il problema dei maleducati e dei vandali può essere risolto in modo più creativo che non sequestrando quel poco che la città ancora conserva di amichevole, ad esempio con una consultazione pubblica di artisti di tutte le discipline, che potrebbero proporre soluzioni inaspettatamente interessanti.

 

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Una delle pochissime fontane accessibili, di epoca contemporanea, si trova negli “Orti di Parnaso”, sopra il Giardino dell’Orticoltura, fatta nell’86 da Marco Dezzi Bardeschi. E’ un enorme serpente con l’estremità della coda arrotolata dentro una vasca da cui zampilla l’acqua e con il corpo che si srotola nel mezzo di una scalinata, in discesa, per circa 20 metri. E’ tutto rivestito di scaglie di pietra e nella sua spina dorsale scorre l’acqua a cielo aperto, fino alla bocca, da dove si getta in una seconda vasca. E’ un’opera insolita, che mette allegria e incuriosisce.

 

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Sono belle anche le scalinate, soprattutto quella che costeggia il muro di Via Trento, decorata con mosaici di ciottoli colorati. La vista su Firenze da qui è bellissima, il giardino è frequentato da giovani, posto a sedere lungo la fontana ce n’è e il traffico non ce la fa a disturbare abbastanza. Se si vuole “vivere” una fontana, interrompendo il gran camminare in centro a Firenze, basta 1/2 ora d’incubo nel traffico e ci si arriva!

 

Anna Cassarino da Como    29.9.99

 

 

 

 

VIA TOSCANELLA   -   MARIO MARIOTTI E LA CITTA’

Lungo la Via Toscanella, fra le più antiche e caratteristiche stradine dell’Oltrarno, più di un portone da accesso a laboratori artigiani e 3 a quello che è stato fino a 2 anni fa, prima della morte, lo studio di Mario Mariotti, un artista che con la città e gli artigiani ha coltivato, nei suoi 60 anni di vita, un rapporto di straordinaria vivacità.

Negli anni ’80, sotto l’amministrazione Gabbugiani, e successivamente in quelli ’90, aveva reso concreto in varie forme, l’intreccio fra arte e vita, storia e contemporaneità, attraverso interventi collettivi di numerosissimi artisti da lui coordinati, fra cui chi scrive, per manifestazioni in Piazza Santo Spirito, sull’Arno e all’ex-stazione Leopolda. Dell’indimenticabile performance “Piazza della Palla” del 1981, rimane la documentazione fotografica sui muri del Caffè dei Ricchi in Piazza S.Spirito. Si era trattato della proiezione notturna, sulla facciata della chiesa di Santo Spirito, di circa 300 diapositive, su progetto di altrettanti artisti, di fantastiche possibili “facce” per quel muro dal bel profilo e dalla superficie muta.

Della sua arguzia nel relazionarsi con la città, rimane il ricordo e la fotografia di un cartello, esposto nottetempo, nel 1984, accanto allo stemma mediceo sopra via dello Sprone, per ribellarsi all’insensibilità estetica ricorrente negli interventi di tipo normativo; in questo caso era il posizionamento di un semaforo ed un cartello stradale, troppo vicini allo stemma con le “palle” e la bellissima fontana. “TU CHE LO SGUARDO A QUESTA FONTE PONI, NOTA LA DIFFERENZA FRA LE PALLE E I COGLIONI” ha provocato scrosci di risate che ben si alleano a quelli dell’acqua dal mascherone buontalentiano.

 

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Nella stessa Via Toscanella erano stati collocati i brutti e puzzolenti cassonetti della spazzatura, cui si aggiungevano troppo marcate tracce odorose di natura organica lasciate da padroni di cani e altri cittadini di sesso maschile poco padroni di sé. Mario ha lasciato, nel 1984, anche la propria traccia, di natura genuinamente umoristica, nella sculturina che ancora rallegra i passanti dalla sua nicchia sull’angolo con borgo S.Jacopo: è la “madonnina del puzzo”.

E’ raro, per le strade di Firenze, trovare segni di arte contemporanea che si confrontino con schiettezza all’attualità della città, anche perché questa possibilità richiede un enorme sforzo individuale, per niente sostenuto da Palazzo Vecchio né da una collettività alla quale non è data l’occasione di avvicinarsi al senso più profondo dell’arte. La sensibilizzazione che pochi si impegnano a favorire, nelle scuole e in qualsiasi altra forma, è fatto quasi per intero a loro spese

Anna Cassarino da Como     22.9.99

 

 

 

CHIESA di SAN LORENZO A VINCIGLIATA -

Orario visite: il giovedi e sabato, dalle 15 alle 18

 

Vincigliata è una frazione fra Fiesole e Settignano, a cui si arriva per una stradina in salita dentro un bosco di cipressi e lecci, aperto a tratti sugli uliveti nella tenera bellezza della campagna, che qui sembra lontanissima da Firenze, nascosta dalle colline. All’interno di San Lorenzo, una chiesetta poco più in alto del castello, il colore caldo della terracotta di cui sono rivestite l’abside ed una cappella laterale, rivela la forza femminile, nella casa di un Dio uomo. E’ stata infatti una donna, Amalia Ciardi Duprè, in 10 anni di lavoro, a far passare le pareti dal grigio della pietra al rosa della terracotta, modellata con storie del vecchio e nuovo testamento.

Il parroco Don Giuseppe Pesci, nel 1980, aveva avuto l’idea di lasciare alla chiesa una traccia creativa che restasse memorabile e l’artista, sostenuta dall’aiuto economico di 122 committenti della zona ma anche di paesi esteri che in qualche modo erano venuti a conoscenza di questa idea, ha iniziato a modellare le figure più importanti di storie della religione ebraico-cristiana.

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L’argilla, uno dei materiali più piacevoli da lavorare per la sua morbidezza, si trasforma completamente nel calore del forno a 930°, irrobustendosi e passando dal grigio iniziale a tutti i toni più belli, dal bianco crema attraverso il rosa, fino al rosso mattone. Questo la rende forse il materiale più adatto a ricordare le conseguenze della creazione dell’uomo da parte di Dio, con lo stesso materiale, che rende molto bene i toni della pelle umana, il difficilissimo passaggio ci ciascuno nella vita, le trasformazioni che subisce.

I diversi episodi citati nell’opera, sono fisicamente collegati fra loro dal materiale che dilaga sulle pareti, rivestendole in gran parte, per lasciare scoperte solo le porzioni di muro che servono a dar risalto all’insieme.

Il legame che unisce con delicatezza le scene fra loro e l’intera opera alla chiesa, sono espressione di ciò che ha unito l’artista alla comunità dei sostenitori, attraverso l’impegno vicendevole durante il lavoro e la condivisione della gioia ad ogni tappa importante raggiunta. Molti hanno infatti aiutato non solo finanziariamente, ma anche materialmente, con la loro manovalanza, la realizzazione dell’opera che Amalia Ciardi Duprè ha eseguito a titolo gratuito, dato che il sostegno finanziario era destinato alle vive spese. Il parroco, in una sorta di diario del lavoro, lo documentava per informare i sostenitori lontani. Ogni volta, poi, che una parete veniva terminata, si organizzava una festa per celebrare la soddisfazione di aver concretizzato ancora un poco di un’idea piena di significato.

Unire tante persone attraverso la passione creativa è uno dei modi più belli di fare arte, intendendo la capacità individuale di una persona come realizzazione delle potenzialità inespresse di parte della società.

 

Anna Cassarino da Como      22.4.2000

 

 

 

LA BELLEZZA DELL’ESSENZIALE

Chiesa di San Giovanni Battista – Limite (Campi Bisenzio) con accesso possibile anche dall’Autostrada del Sole, Firenze Nord – tel. 055 42 19 016 – Orario visite: tutti i giorni dalle 8 alle 12 e dalle 14.30 alle 17

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La chiesa di San Giovanni Battista, progettata e realizzata dall’architetto Giovanni Michelucci negli anni 60, è l’esempio di quanto l’architettura sappia tradurre in un linguaggio contemporaneo essenzialità ed intimità, luminosità e morbidezza, quando sia stato compreso lo spirito dell’edificio religioso. La struttura, articolata e varia come una grotta, ma ariosa come un bosco, della prima ha il materiale, la pietra fior d’oro, del secondo la forma, nei pilastri che sembrano alberi. Il laico Michelucci ha espresso, nella sua opera forse più bella, il senso del divino che è presente nella natura e che in ogni tempo ed ogni civiltà può essere ricreato da chi sappia percepirlo. Il bellissimo edificio si trova proprio nel mezzo di un crocevia di autostrade, eppure tutt’intorno ad esso c’è il silenzio dei prati e degli ulivi che lo circondano e vi si insinuano. Lo si riconosce subito dal tetto a tenda, di un bellissimo verderame e dalla pietra sfumata di rosa. Il cemento, trattato in modo da trattenere in sé tutti i disegni, i nodi, gli incavi delle tavole che l’hanno sostenuto durante la costruzione, sembra legno pietrificato. Le decorazioni, all’esterno e all’interno, sono ridotte all’essenziale: bellissime porte in bronzo, di Pericle Fazzini si chiudono sul nartece, dove gli altorilievi in bronzo di Emilio Greco e Venanzo Crocetti raffigurano i santi protettori delle città capoluogo di provincia toccate dall’autostrada (la chiesa appartiene alla Società Autostrade). L’aula della chiesa vera e propria è così movimentata e interessante da rendere intrusa ogni decorazione. Solo sopra l’altare maggiore, un’amplissima vetrata trasparente accoglie al centro l’immagine di San Giovanni Battista, di Marcello Avenali, fatta di frammenti di vetro colorato e di metallo, nello stesso spirito naturalistico della chiesa. Lo stesso architetto Michelucci ha progettato l’organo di rame. Il fonte battesimale circolare come un piccolo pozzo, nel battistero, è protetto da un coperchio in bronzo di Enrico Manfrini.

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L’essenzialità della chiesa, che le da tanta bellezza, è frutto di un lungo e paziente lavoro di selezione, di prove, di scelte, dirette dall’amore per la qualità. Giovanni Michelucci aveva esitato molto, prima di accettare l’incarico, consapevole della responsabilità, ma in essa si è impegnato come architetto, come artista, come capo-cantiere, seguendo personalmente tutte le fasi del lavoro per essere sicuro che il risultato corrispondesse alle sue ed altrui aspettative. Ma dal sentimento che la chiesa emana si riconosce, prima di tutti, il suo impegno di uomo.

 

Anna Cassarino da Como       31.3.2000

 

 

 

VIA DEI PEPI – UN TERRENO DA COLTIVARE

In via dei Pepi, all’angolo con la via dei Pilastri, c’è un’edicola d’altare dove, invece dell’affresco con una Madonna antica, si vede un cavaliere alle prese con un drago, di evidente fattura contemporanea. Nel 1984 era stato dipinto da Mario Scalini e Carlo Bencini, su richiesta di Rocco Iacopini, che dal 1977 ha aperto, proprio li accanto, la propria sala da tè MAGO MERLINO. Rocco, stanco dello squallore in cui si trovava la strada, ed in particolare l’edicola il cui affresco originario, danneggiato dall’alluvione del 66 era stato staccato e non più ricollocato, ha voluto riportare un po’ di vivacità all’angolo, sistemando a sue spese il dipinto e curandone la manutenzione.C’è stato, naturalmente, chi l’ha denunciato, forse anche perché l’antico, non importa se modesto o addirittura mediocre, è considerato spesso migliore del moderno; fortunatamente l’Ordine Costituito ha dovuto riconoscere che ciò che era stato fatto, aveva del buono.

 

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Capita spesso che l’iniziativa di chi, da persona libera va al di là del ristretto ambito del proprio territorio individuale per contribuire con un’idea all’ambiente comune, sia considerato allo stesso modo di chi, da prepotente, si appropria del territorio altrui per esclusivo tornaconto. Nella comprensione della differenza fra i due si trova la soluzione a tanti problemi di gestione di una casa, di un quartiere, di una città, di una Nazione. In questo spazio si trova la Cultura, figlia della Coltura di un terreno difficile e prezioso, che ha bisogno di tempo e d’amore, dentro ciascuno di noi

 

Anna Cassarino da Como     29.10.1999

 

 

 

IL QUARTIERE DI SAN NICCOLO’ – IDEE DA RIVA SINISTRA

 

La riva sinistra dell’Arno, a Firenze, come quella della Senna, a Parigi, è più popolare e più ribelle, anche più creativa. Passeggiare nella zona di San Niccolò poi, è pure più piacevole per la tranquillità da altri tempi delle sue strade. Questo permette di guardarsi meglio intorno e di scoprire ad esempio, che lungo pochi metri all’inizio di via dell’erta canina, sulle pareti delle case si vedono interventi artistici intriganti. All’ultimo piano del n. 1, ad esempio, lungo la facciata sono inseriti dei busti, forse antichi, sistemati con sottile senso umoristico, oltre che estetico.

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Più avanti, al si sopra di un bandone del n. 36, sono allineati dei bassorilievi di gesso, opera del 1975 dell’artista Mario Mariotti, raffiguranti cinque profili del banchiere e mecenate Spinelli, che nel ’400 aveva commissionato un portale per Santa Croce a Michelozzo e si era poi fatto ritrarre abbigliato da antico romano. Un modo col quale, nel passato, ci si dava lustro e su cui Mario Mariotti ha ironizzato, rappresentando Spinelli come fosse un imperatore, in 5 varianti.Proprio li accanto, su di un muro, c’è una lapide di marmo, posta dall’artista Salvo, con una brevissima e acuta favola di Esopo.

In via de’Bardi, nello sperone del muro all’incrocio con costa Scarpuccia, è stato ricavato uno spazio poco più grande di una garitta, posto nel bel mezzo di una biforcazione in cui una strada sale e l’altra, dopo una lieve salita, scende: è una galleria d’arte (la più piccola del mondo, probabilmente), pensata con un tale lampo d’immaginazione da essere essa stessa opera d’arte. Si chiama “l’Artiere”

 

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Lo spirito sottile di questi piccoli interventi sulla città (vedi anche Via Toscanella) dà piacere allo stesso modo in cui gratifica il trovarsi fra persone sensibili, intelligenti e argute, che sanno di cosa parlano e lo fanno con coerenza. Ma quanto è raro!

 

Anna Cassarino da Como     22.9.1999