I miei articoli

Il roccolo di Cembra (TN)

by 19 giugno 2019

veduta del roccolo di Cembra

 

Da Laghetti e da Egna, nella vallata dell’Adige guardando verso un varco fra le montagne in direzione Sud, si può indovinare la presenza del roccolo del Sauch, sopra Cembra. Faggi e abeti piantati e allevati per intrecciare rami e radici che assecondassero gli uomini nel loro disegno, ogni anno durante ben più di cent’anni sono stati potati per diventare architetture vive. Alberi che in libertà sarebbero ormai molto grandi, hanno taglie infantili e solo i rami fittissimi ne rivelano la lunga esperienza.

C’è un gran frullare d’ali nelle correnti d’aria che al mattino scendono dalle montagne, guidando i migratori nei loro lunghi viaggi iniziati nei Paesi dell’Est. Attraversano la pianura Padana e volano lungo le coste spagnole per raggiungere Gibilterra e poi l’Algeria, il Marocco, il Senegal. Lungo gli stretti come quello di Gibilterra o dei Dardanelli, le correnti d’aria aiutano gli uccelli più grossi come gli aironi o le cicogne a sostenere la fatica del lungo volo, che invece gli uccellini possono affrontare anche per altre vie.

 

dentro il roccolo di Cembra

 

Passano sopra un grande prato dove il doppio roccolo, come un giardino all’italiana tutto gallerie ed archi, nasconde gli uomini che li aspettano per un mese ogni mattina. Da sotto il fogliame già colorato di giallo e di rosso, liberano le voci degli uccelli di specie uguale a quelli che stanno volando. Sono richiami d’amore, che un tempo erano cantati da piccoli prigionieri ingannati dai cacciatori che li avevano catturati. Adesso sono solo le loro voci ad essere trattenute da mezzi con cui gli uomini riproducono le impronte della natura. Incuriositi, gli uccelli più giovani o quelli che di lì non erano ancora passati, scendono per salutare quelli che credono compagni. Sulle volte delle gallerie accuratamente potate fino ad essere compatte come muratura non trovano un buon appiglio e allora fringuelli, lucherini, ciuffolotti si posano sui rami spogli lasciati ad arte nel mezzo del prato. Allodole, verdoni o verzellini scendono fino a terra. E’ allora che gli uomini nascosti lanciano il fischio di un rapace ed agitano uno spauracchio. I nuovi arrivati fuggono verso le gallerie per nascondersi, ma restano impigliati nelle sottili e quasi invisibili reti di cotone che chiudono gli archi. Gli uomini corrono a toglierli dalla trappola e li mettono dentro sacchetti bianchi di tela, fino a che i piccoli cuori in subbuglio per il grande spavento si calmino. Poi li osservano, li studiano, mettono un anello alle loro zampine e li lasciano volare via di nuovo, verso la meta. Un tempo li avrebbero imprigionati per sempre nelle gabbie, per venderli poi nei mercati, ai cacciatori.

Qualcuno di loro passerà di nuovo, tornando a primavera, ma nessuno cercherà di ingannarli. Voleranno sopra le distese bianche dei fiori di ciliegi, di meli e peri intenti a chiamare con reale benevolenza i ben più piccoli volatori che sono api, bombi e farfalle. Sarà il tempo dell’amore.

 

Questo testo è stato pubblicato nel mio libro VIAGGIARE COME LA LUNA -per conoscere chi e cosa fa il mondo migliore

Materiali preziosi senza danno per la natura

by 10 giugno 2019

orecchini di capim dourado foto da Creativa Accessori

 

Uno dei materiali preziosi fra i più diffusi per realizzare gioielli è senz’altro l’oro, ma per estrarlo dalla terra si provocano da sempre danni ambientali notevoli. Esiste però un materiale che certo ha un valore commerciale e una durata non paragonabili all’oro, ma una lucentezza e una bellezza degne di stargli a fianco: il capim dourado. Si trova solo nella regione arida brasiliana Jalapao, si chiama Synghonantus nitens ed è un’erba che impiega un anno per raggiungere le condizioni giuste per essere tagliata. Viene poi seccata e lavorata per realizzare oggetti ma anche gioielli, difficili da distinguere da quelli in oro, fino a che non li si prende in mano, dato che sono leggerissimi. Mantengono la loro bellezza a lungo anche se un po’ maltrattati e hanno il notevole pregio di costare poco, oltre che di non inquinare, non devastare il paesaggio ma offrire un lavoro qualificato a persone del posto.

 

frutto della palma Phytelephas macrocarpa con i semi – foto da Savetheplanet.com

 

Simile all’oro è anche il filo di seta prodotto dal bruco della Antheraea yamamai, splendida falena che vive in poche zone dell’India, nutrendosi delle foglie di varie piante. La produzione è molto limitata perché non si ottengono gli stessi risultati se si porta la falena in un ambiente diverso da quello originario, anche nutrendola con lo stesso tipo di foglie. La terra, l’acqua, le condizioni atmosferiche non si possono riprodurre esattamente come avvengono nei luoghi in cui piante e animali si sono installati spontaneamente e hanno usufruito di condizioni particolari nel corso dei millenni.

 

delicata opera fatta con avorio vegetale – foto da architetturaecosostenibile.it

 

Per quanto riguarda l’avorio, ottenuto da sempre dalle zanne degli elefanti, sottoposti per questo a stragi criminali, si può ottenere dalla Phytelephas macrocarpa, una palma detta tagua che cresce nella foresta pluviale del Sudamerica. I suoi grossi frutti hanno semi grandi come uova di piccione chiamati corozo che, una volta seccati hanno l’aspetto e la consistenza dell’avorio animale. Anche l’africana palma doum, la Hyphaene thebaica ha noccioli che una volta seccati servono allo stesso scopo.

 

Artigli vegetali

by 5 giugno 2019

Proboscidea louisianica – foto di Plants and Animals of Northeast Colorado

 

Ci sono due piante esotiche che si assomigliano e, a causa della forma dei rispettivi frutti, sono conosciute come Artiglio del diavolo. Una è la Proboscidea luisianica che dal nome lascia intendere la sua origine americana, nello stato della Louisiana. Dalle foglie e dal portamento la si può confondere con una zucca, ma i fiori dal forte aroma che dicono sia simile all’incenso, la fanno riconoscere. Quando si trasformano in frutti dai due lunghi uncini e pieni di semi, si capisce il motivo del suo nome popolare. E’ una protocarnivora, vale a dire che si nutre di insetti, ma invece di secernere una sostanza che li discioglie, dopo che sono rimasti intrappolati fra i suoi peli appiccicosi da cui è interamente ricoperta, aspetta che si decompongano spontaneamente per assorbirne i liquidi. Dovrebbe essere utile in giardino o nell’orto per contrastare i parassiti.

 

frutto della Proboscidea louisianica – foto da Earth.com

 

Harpagophytum procumbens è il nome scientifico di un’altra pianta strisciante originaria del Sudafrica e del deserto Kalahari, da sempre popolare in Africa come potente antinfiammatorio contro reumatismi, dolori articolari e altri, che da oltre un secolo è molto usato anche da noi. I fiori si trasformano in frutti pieni di lunghi uncini, pericolosi per i piccoli mammiferi alla cui pelliccia si aggrappano. Le proprietà medicinali si trovano però nei tuberi delle loro radici.

 

fiore e frutto di Harpagophytum procumbens – foto da dillinger.it

 

Una terza pianta esotica, la Martynia annua, originaria del Messico e altre zone caraibiche, è medicinale e il suo frutto porta una punta curva che lo ha fatto conoscere come Artiglio di gatto. E’ usato per farne ornamenti.

 

frutti di Martynia annua – foto da Wikipedia di Marco Schmidt

 

Le canzoni di Jacques Brel in italiano

by 26 maggio 2019

 

 

l’isola di Hiva Hoa in Polinesia, dove Jacques Brel ha passato gli utimi anni della sua vita ed è sepolto, facendo compagnia a Paul Gauguin – foto di Rita Willaert su dxnews.com

Forse i più giovani non conoscono quello straordinario cantautore di lingua francese e origini belghe Jacques Brel che, parallelamente a Georges Brassens, dagli anni cinquanta ai settanta ha scritto e interpretato canzoni di insuperabile poesia su temi originali e profondi. I nostri migliori cantanti vi si sono ispirati per le proprie creazioni e hanno cantato la versione italiana delle più celebri. Fabrizio de André deve molto ai due artisti, anche se ha cantato solo Brassens. Invece Gino Paoli, Franco Battiato, Herbert Pagani, Giorgio Gaber, Bruno Lauzi, Ornella Vanoni, Patty Pravo e altri hanno alcuni dei pezzi più significativi di Jacques Brel, nel loro repertorio. Nel programma “L’idealista” di Radio Tre sono state recentemente proposte le interpretazioni dei primi cinque artisti citati più sopra, che hanno ottenuto risultati ragguardevoli, permettendo a chi non conosce l’opera di Brel, di comprenderne lo spirito anche quando i testi non sono fedeli nella lettera. E’ il caso di Herbert Pagani che al posto di “Le plat Pays” (il Paese piatto) ha cantato “Lombardia”, che a noi italiani, nella Pianura Padana in inverno può ricordare il Belgio di Brel, celebrato magnificamente. Ci ha dato così una canzone che parla di una nostra regione in modo ben diverso da quello più folclorico a cui di solito appartiene questo genere.

Potrete ascoltare in streaming o scaricandone il podcast a questo indirizzo https://www.raiplayradio.it/programmi/lidealista/archivio/puntate le cinque belle interpretazioni che spero vi diano il desiderio di conoscerle in originale. Per saperne di più su Jacques Brel e su Georges Brassens, il primo pieno di passione e il secondo, maestro di sottigliezza, potete leggere rispettivamente l’articolo Jacques Brel, l’intensità e Georges Brassens alle donne e alla natura.

 

Nomi e storie che aiutano a capire

by 15 maggio 2019

acanto fiori e foglie

 

I nomi di persone, animali, piante sono ormai astratti, lontani dalle loro origini che aiutavano a capirne il significato attraverso la conoscenza dei miti di religioni passate o ancora attuali, al loro riguardo. Ci possono piacere oppure no, ma le sensazioni e le emozioni, che pure sono fra i percorsi per avvicinarci a qualcosa o qualcuno, sono di scarsa utilità per quanto riguarda la comprensione. Comprendere guida il comportarsi, fa parte di quell’amore che si costruisce, alla fine dell’ebbrezza dell’innamoramento. E’ qualcosa di consapevole, di maturo, di evoluto, che ha bisogno della conoscenza per farsi.

Pochi di noi conoscono il latino o il greco antico, da cui derivano molte parole e nomi con cui sono indicate le piante e che ci danno su di loro informazioni fondamentali. Occorre quindi sapere le storie che gli antichi hanno inventato per spiegarne le caratteristiche.

L’acanto, da Akanthòs, spina, è una pianta che fiorisce a maggio, nota per le sue bellissime, grandi foglie dalle punte acuminate, prese a modello decorativo per i capitelli corinzi delle colonne, era una ninfa amata da Apollo, dio del sole, che non era corrisposto e aveva allora cercato di rapirla. Lei si era difesa graffiandolo e lui l’aveva trasformata in un fiore dalle foglie puntute, che rifugge il sole diretto, privilegiando luoghi ombreggiati e freschi.

Alla corte di Chloris, dea della primavera e dei fiori che noi conosciamo come Flora, viveva una ninfa di cui si erano innamorati i venti Zefiro e Tramontana. La dea, gelosa, aveva allora trasformato la bella nell’anemone, che inizia la sua fioritura nel mese tradizionalmente ventoso di Marzo. Il suo nome era Anemòs, che significa vento.

 

Narcissus poeticus – foto da Wikipedia di Daniel Pandelea

 

Figlio della ninfa Lirio e del dio fluviale Cefiso, il bellissimo Narciso di cui tutti si innamoravano senza mai essere corrisposti, era così insensibile da provocare la disperazione e la morte. Eros, dio dell’amore, per punirlo l’aveva condannato ad innamorarsi a sua volta di chi non l’avrebbe mai contraccambiato, cioè della sua immagine riflessa nell’acqua. A sua volta si era dunque ucciso per il dolore, annegandosi. Il suo nome Narkao, significa che produce stordimento, perché fiori di certi narcisi hanno un profumo forte e stordente, come l’innamoramento. I bulbi e le foglie sono velenose e mortifere.

La centaurea ha preso preso il nome dal centauro (in greco kéntavros) Chirone, mezzo uomo e mezzo cavallo, profeta, sapiente ed esperto guaritore che, colpito al piede da una freccia avvelenata, si era curato col succo della pianta.

 

frutti di edera

 

Al dio Dioniso, rappresentato a volte con corone d’edera in testa, erano dedicati culti in cui l’ebbrezza portava ai comportamenti più sfrenati e pericolosi. Temendo che l’amico Kissòs (che significa edera) si uccidesse nelle sue spericolate acrobazie durante i riti, l’aveva trasformato nella pianta simbolo di attaccamento e fedeltà e da sempre ritenuta efficace contro l’ebbrezza. E’ velenosa, seppure terapeutica per vari disturbi.

Impollinatori misconosciuti

by 7 maggio 2019

ape legnaiola – foto da Wikipedia di Vassil

Api, bombi e farfalle sono solo i più celebri impollinatori di piante, ma tanti altri insetti fanno la stessa cosa, senza essere conosciuti. Prima di tutto ci sono le api solitarie come le legnaiole, di colore nero e piuttosto grandi, che hanno rapporti privilegiati con certe piante come l’acanto. Noto per le sue belle foglie, che hanno ispirato la decorazione dei capitelli corinzi sulle antiche colonne greche, non gradisce le api domestiche e le scoraggia mettendo all’ingresso del suo calice una finta ape fatta con le antere disposte strategicamente. Bellissime api selvatiche iridescenti chiamate Euglosse sono le uniche ad avere la forza di sollevare il coperchio con cui il noce del Brasile chiude i suoi fiori. Hanno la particolarità di accoppiarsi solo coi maschi che si profumano raschiando gli oli aromatici di certe orchidee.

La minuscola vespa Blastophaga psenes feconda in esclusiva i fiori del fico, dentro quelli che in molti credono essere i frutti e sono invece gruppi di fiori maschili e femminili racchiusi all’interno di un sacchetto verde o viola. Anche gli altri tipi di ficus nel mondo hanno impollinatori esclusivi che alloggiano nei siconi.

 

minuscole Blastophaga psenes dentro un fico – foto da Bladmineerders.nl

 

Esclusivo è anche l’insetto che feconda le orchidee della vaniglia e vive solo nel Messico di cui è endemico.

In America latina vari fiori attraggono i colibrì, come avviene con l’Heliconia tortuosa, che rende più attivo il proprio polline quando riconosce la vicinanza dei colibrì dal becco ricurvo, meglio attrezzati per la fecondazione.

In Sudafrica i fiori del genere melastoma hanno finte antere per gli impollinatori indesiderati che se ne devono andare senza aver avuto alcunché. Solo quando le piante riconoscono le vibrazioni specifiche di un certo tipo di ape, aprono l’accesso al proprio calice. La strelizia, elegantissimo fiore dell’Africa australe che sembra lui stesso un uccello, è visitato dalla nettarina,  simile al colibrì. I coleotteri impollinano i fiori molto grandi e a coppa, come quelli della Magnolia grandiflora, del liriodendro, della ninfea, del loto.

 

sirfide

 

Tanti fiori sono visitati dai sirfidi, insetti innocui di cui una parte somiglia alle api per far credere di avere il pungiglione e sfuggire ai predatori, ma noi possiamo riconoscerle per i grandi occhi simili a quelli delle mosche, mentre le api li hanno più piccoli e laterali. Hanno anche due sole ali invece di quattro, sanno restare sospesi in aria, spostarsi lateralmente o i semicerchio prima di posarsi sui fiori. Sono insetti da apprezzare anche perché quando hanno ancora la forma di larve, mangiano gli afidi che infestano le piante.

Le vespe e i calabroni sono impollinatori occasionali e le mosche lo sono senza volerlo, per fiori puzzolenti come il gigaro, perché quando il suo spadice è pronto, spande il pessimo odore aumentando la propria temperatura. Così fa credere a mosche e mosconi di poter deporre le uova su una sostanza putrescente con cui nutrirsi alla nascita. In Indonesia il fiore gigantesco dell’Amorphophallus titanus e quello della Rafllesia arnoldii, entrambi bellissimi, attirano con lo stesso metodo gli estimatori di ripugnanti puzze. In Sudafrica lo fa la bella Staphelia gigantea.

 

Macgravia evenia, con le foglie sopra i fiori incavate per fungere da parabole – foto da National Geographic

 

Nelle zone più secche dell’Africa, gli effimeri fiori con la testa all’ingiù del baobab e di altre piante che aprono le corolle di notte per evitare la veemenza del sole, devono la trasformazione in frutti ai pipistrelli. Per vari cactus vale la stessa cosa. Ci sono poi piante che aiutano i pipistrelli a trovare i loro fiori, come è il caso della pianta cubana Marcgravia evenia, che dà alle foglie vicino ai fiori una curvatura come quella delle parabole, in modo che gli ultrasuoni con cui i pipistrelli si orientano nel buio vi rimbalzino meglio e indichino con precisione il punto da raggiungere.

Ci sono poi piccoli roditori, scimmie, lemuri, opossum, scoiattoli, lucertole e persino chiocciole che avviano la trasformazione dei fiori in frutti. Il sistema biodiverso, complesso, con effetti a catena su tutte le specie, di cui poco ci accorgiamo, è indispensabile al mantenimento di ciò che dà qualità all’esistenza. Impariamo ad essere delicati e attenti alla complessità.