I miei articoli

I frutti piumosi delle piante

by 21 febbraio 2019

frutti piumosi dei pioppi femmina

 

Se i frutti cartacei e quelli legnosi delle piante sono belli, quelli piumosi sono così delicati da essere creduti fiori dalla maggior parte delle persone. Questo accade senz’altro al cotone, in grandi fiocchi trattenuti sui rami da brattee color cannella, che ci viene spedito dai Paesi tropicali per essere venduto dai fioristi.

Lo scotano, detto albero della nebbia, cresce volentieri in zone calcaree come quelle carsiche del Friuli-Venezia-Giulia. A primavera i suoi piccoli fiori non hanno niente di speciale, ma si preparano a compiere a fine estate una trasformazione in vaporosi piumini rosa a cui sono attaccati minuscoli semi. Ad ogni colpo di vento si staccano e volano via leggeri, mentre le belle foglie tondeggianti, in autunno prendono colori sgargianti di arancio, rosa e rosso.

 

frutti piumosi dello scotano – foto da scuoladisanteobaldo.org

 

Mentre stuoli di cannucce di palude innalzano i loro pennacchi color cannella, che col sole basso e radente dell’inverno sembrano torce fiammeggianti, i rampicanti e sempreverdi falsi gelsomini dai profumati fiori bianchi caratteristici dell’estate, a gennaio e febbraio aprono i pochi sottili baccelli nascosti fra il fogliame, lasciando vedere la lucente seta candidissima di piumini che fanno da paracadute a semi appuntiti.

Nello stesso periodo gli oleandri così generosi di fiori rosa, rossi, bianchi e gialli in tutti i mesi caldi, liberano una miriade di piumini color cannella.

 

frutti piumosi di vitalba

 

Intanto la rampicante e selvatica vitalba inghirlanda rami d’alberi e siepi coi suoi riccioli bianchi e vaporosi, che sembrano fiori e rimangono un bel po’ di tempo attaccati ai piccioli prima di volare via.

A marzo e aprile i salici femminili, dopo aver liberato dai cappucci vellutati le loro infiorescenze leggere, affidano ben presto al vento i fiocchetti bianchi in cui si sono trasformati.

Principi del volo solo però i batuffoli dei pioppi femmina, che ad aprile solo per un giorno trattengono le fibre bianchissime in sottili grappoli con acini che paiono boccioli di fiori. Poi si spampanano e a volte fanno sembrare i rami dell’albero coperti da ragnatele, tanto sono fitti. Infine volano via e si ammassano lungo i margini delle strade come schiuma.

Nei prati di maggio, i fiori gialli dei denti di leone diventano palloncini con i semi infilzati su un cuscinetto che abbandonano presto, attaccati al loro paracadute. Di dimensioni ben più grandi sono i soffioni dei Tragopogon pratensis, detti barbe di becco, mentre nei prati di montagna sono bellissimi gli eriofori, simili a fiocchi di cotone su steli d’erba.

 

frutti piumosi del falso gelsomino

 

Persino gli imponenti platani hanno frutti piumosi, mascherati però da una corazza che può resistere anche tutto l’inverno, quando in forma di sfere se ne stanno appesi ai rami. Ma già allora e poi a primavera la corazza si smantella, i semi ne ne volano via sui loro piumini biondi e spesso rimangono sul terreno dei pon pon morbidi, di un bel giallo ocra.

La scoperta del giardino della mente

by 19 febbraio 2019

In questo libro la neuroanatomista Jill Bolte Taylor racconta l’esperienza di essere colpita da un ictus nel 1996 a soli 37 anni e di esserne completamente guarita dopo otto anni. Ci fa seguire il percorso dell’improvvisa perdita di funzionalità dell’emisfero sinistro del cervello -che controlla la parte destra del corpo ed è sede del pensiero razionale, della parola, del calcolo, delle cose pratiche- e della “scoperta” dell’emisfero destro, creativo, espressivo, inclusivo, che fino ad allora aveva avuto scarse possibilità di farsi apprezzare. Il dramma ha in questo modo coesistito con sensazioni nuove e bellissime. Grazie alla propria competenza medica, al sostegno di amici e colleghi, alla dedizione e alla grande comprensione della madre, la dottoressa Taylor ha potuto restituire tutte le facoltà perse all’emisfero sinistro del suo cervello, decidendo però di dare molto più spazio a quello destro, che le aveva dimostrato un potenziale capace di rendere migliore la sua vita.

E’ un libro interessante e utile per i consigli medici che potranno aiutare chi sarà colpito da questa frequente infermità, ma anche per sensibilizzare i lettori sulle possibilità di lasciar agire con maggiore frequenza quel lato troppo spesso soverchiato dall’altro.

Felci fatate

by 12 febbraio 2019

foglia di Woodwardia radicans – foto dal sito dell’Orto Botanico di Messina

 

Quando le terre emerse erano ancora zuppe d’acqua, fra le prime piante a prosperare con gli equiseti ed i licopodi, ci sono state le felci. Ce n’erano di tutte le dimensioni, dalle più piccole a quelle grandi come alberi, quando gli alberi ancora non c’erano. Le grandi foglie partono dai rizomi, i fusti sotterranei orizzontali che hanno piccole radici, dato che l’acqua non hanno bisogno di andarla a cercare lontano. È lì che accumulano le proprie riserve nutritive e, anche se vengono spezzati, non ne soffrono. Formano una fitta rete, per essere stabili e vegetare nuovamente, anche se al di sopra della terra ci sono condizioni difficili. Non hanno mai avuto i fiori, né frutti, né semi, nemmeno quelli più primitivi come per le conifere e, per lasciare una discendenza, allora come adesso fanno spuntare nuove piante dal rizoma o si diffondono attraverso il pulviscolo delle spore. Le custodiscono sulla pagina inferiore delle foglie fino a che sono pronte a farsi portare via dall’acqua per germinare a terra. Le nuove foglie sono arrotolate in punta, come pastorali, perché le cellule sui due opposti lati dei rachidi crescono in modo diverso, tirando da una parte e così facendola arrotolare.

 

nuovi germogli di Osmunda regalis a primavera nel Giardino Heller

 

Le grandi felci arboree hanno fusti simili a quelli delle palme e, come i loro, possono arrivare a trenta metri di altezza e terminare con un ciuffo di enormi foglie. Le più grandi sono le Dicksonia squarrosa, della Nuova Zelanda.

La Osmunda regalis felce florida, che si riconosce per le grandi foglie e la voluminosa base di radici che formano una specie di pane di torba. Questa particolarità mette in pericolo di estinzione la pianta a causa dell’uso che se ne fa per coltivare le orchidee, da parte dei floricoltori. Nella mitologia slavonica gli sporangi chiamati Fiori di Perun hanno delle proprietà magiche che scacciano i demoni, fanno realizzare i desideri, scoprono i segreti e fanno capire il linguaggio degli alberi. C’era un rituale pericoloso per coglierli e questo poteva avvenire solo nella notte di Kupala che dopo il cristianesimo è diventata la notte di Pasqua, tracciando un cerchio intorno a loro e alla pianta insieme, sopportando lo scherno e le minacce delle entità demoniache. I germogli sono comunque commestibili, come lo sono quelli di altre felci.

In Calabria, Sicilia e Campania, ci sono felci enormi e rare, che fanno pensare ai tropici: sono le Woodwardia radicans, dalle foglie lunghe anche più di tre metri.

Le felci hanno proprietà medicinali, tra cui la più nota è quella vermifuga. Contengono molto potassio, tanto che con la cenere di felci bruciate, in Irlanda si faceva la potassa per lavare i panni.

Hanno rizomi come loro anche i bambù e le canne palustri, i papiri, i banani, i corbezzoli i pungitopi, gli asparagi e i mughetti. Li ha pure la posidonia, pianta terrestre emigrata nel mare.

Hanno bulbi gli iris e i gigli, le tuberose, i ciclamini e i tulipani, le cipolle e l’aglio, le dalie, i gladioli, i narcisi ed i giacinti. Patate, topinambur e yucca hanno tuberi.

In Lombardia si possono trovare felci arboree nel giardino di villa Carlotta a Tremezzo (CO) e nel giardino Heller di Gardone Riviera (BS).

La Musica Cosmica di Capo Verde

by 6 febbraio 2019

Bino Braco che si accompagna con il ferrinho – foto da Wikipedia di Xando

 

Ci sono tante storie vere che sembrano inventate e questa sicuramente in parte è leggenda. Nella primavera del 1968 una nave  era partita da Baltimora, negli USA, diretta a Rio de Janeiro in Brasile, per portare il suo carico di strumenti musicali all’Esposizione Mondiale del Suono Elettronico. Il giorno dopo la partenza il suo segnale era sparito dai radar e nessuno ne aveva avuto più notizia fino a qualche mese dopo, quando la nave (o era solo il container?) era stata ritrovata in un campo, a otto chilometri di distanza dalla costa, vicino al villaggio di Cachaço nell’isola di Sao Joao di Capo Verde. Come fosse arrivata lì era ed è un mistero, anche perché dell’equipaggio non era rimasta traccia. Dunque si era pensato che fosse arrivata dal cielo. Certo è che si trovava a migliaia di chilometri dalla destinazione prevista, dalla parte opposta dell’oceano. Il carico di pianoforti elettrici e sintetizzatori che avevano bisogno dell’elettricità per funzionare erano stati messi a disposizione nelle scuole, gli unici luoghi che ne erano provvisti. L’idea era stata di Amilcar Cabral, anti-colonialista, che aveva così fornito una manna ai ragazzini, felici di armeggiare con le tastiere e quelli più dotati di talento musicale avevano finito con l’integrarne i risultati ai ritmi locali.

 

Acquerello di Anna Cassarino- 1999

 

Dopo l’indipendenza delle isole capoverdiane dal Portogallo nel 1975, le musiche tradizionali come la morna, la coladeira, la tabanca, il funanà, avevano trovato nuova vita e modernità con un effetto ipnotico, degno del nome di Musica Cosmica che le era stato poi attribuito dalla casa discografica tedesca Analog Africa pubblicando Space Echo – The Mystery Behind The Cosmic Sound of Cabo Verde. Gli strumenti musicali elettronici convivono da allora con quelli tradizionali quali il ferrinho, fatto di una barra metallica grattata con una bacchetta di ferro, ottenendo un effetto ancora attualissimo nonostante il mezzo secolo di vita.

Per chi vuole averne un saggio, il collegamento su Radio Tre Rai è https://www.raiplayradio.it/programmi/lidealista/archivio/puntate

Per altri articoli sulla musica di popoli diversi vedere quiqui

Per articoli sulla musica francese vedere qui e qui

Museo di Storia Naturale a Milano

by 30 gennaio 2019

diorama della barriera corallina

 

I bassorilievi floreali di epoca Liberty dei palazzi signorili milanesi, circondano il parco romantico di Porta Venezia in cui dal 1952 si trova il Museo di Storia Naturale, ricostruito dopo l’ultima guerra.

Al primo piano, la bellezza di grandi diorami che ricreano l’atmosfera degli ambienti tropicali, con alberi, fiori, torrenti, nella penombra in cui si mimetizzano gli animali, stupisce e coinvolge. Ci si può illudere di essere arrivati via mare e di essere ancorati a prudente distanza dal frammento di barriera corallina ricostruito qui fra le tartarughe e lo scheletro di capodoglio. Ci si può credere in un mangrovieto, passando indenni fra le acque infide della costa simulata dietro la vetrina, di cui si ha il privilegio di vedere il sopra e il sotto della linea che separa il mondo dei pesci da quello degli uccelli. Fra i grandi alberi delle foreste pluviali dell’Indonesia, della Malesia, dell’Africa centrale e del Costa Rica, insetti, uccelli, mammiferi sono rappresentati in una vicinanza consentita solo dall’artificio.

Bastano pochi passi per trovarsi negli ambienti temperati, poi in quelli freddi e vedere da vicino gli animali che ben pochi riusciranno mai ad osservare dal vero, dove vivono in libertà e si nascondono.

 

Diorama della foresta

 

Al piano terreno gli scheletri dei dinosauri davanti a sfondi dipinti di una flora che forse li circondava quando erano in vita, si direbbe che passeggino. Poi si conosce il mondo umano e i tanti modi con cui ha saputo trarre vantaggio dalle risorse naturali, ne ha imitate le geniali invenzioni, le ha distrutte o coltivate.

Vale la pena di tornare più volte nel museo, per apprezzare con sufficiente attenzione la grande quantità e bellezza di quanto è esposto, oppure attrezzarsi per passare alcune ore senza che l’interesse per ciò che qui si può imparare, cali per stanchezza.

Dai finestroni lo sguardo si immerge nel parco dedicato a Indro Montanelli, con alberi messi a dimora in gran parte nella seconda metà dell’ottocento, quando lo stile romantico detto “all’inglese” aveva sostituito quello geometrico dei giardini. Il movimento, il colore, il mistero delle foreste incantate si poteva ottenere al meglio dagli alberi originari soprattutto dall’Asia e dall’America, dove molti botanici, esploratori e colonizzatori dei secoli scorsi avevano viaggiato. Fra i giganti stranieri, quelli che si impongono anche per la morbida bellezza del loro fogliame piumoso sono i Taxodium disticum, detti Cipressi di palude, tassodi, o cipressi calvi. La loro chioma vaporosa, di un verde chiarissimo fino all’autunno, quando prendono un colore rosso fulvo molto intenso, la loro grande altezza, gli pneumatofori delle radici, li rendono inconfondibili. Sempre vicini all’acqua, che è l’elemento caratteristico delle paludi della Florida da cui provengono, per far respirare le radici ed evitare che marciscano, elevano tanti pinnacoli legnosi, alti qui fino a mezzo metro, che li fanno sembrare piccole folle di nani intorno ai giganti. Il museo continua qui, dove l’artificio umano c’è, ma si vede meno.

Sarà interessante fare il confronto fra questo straordinario museo tradizionale e l’impostazione all’avanguardia di quello di Trento

Strade imprevedibili della mente

by 23 gennaio 2019

 

Che il nostro cervello sia estremamente complesso e pieno di risorse, oltre che di trappole, lo sappiamo ma è attraverso esempi concreti che ne prendiamo veramente coscienza. Un caso stupefacente che ce lo dimostra è avvenuto all’inizio del novecento, quando un professore di greco e latino viennese, dopo una ferita alla testa durante la prima guerra mondiale, aveva perso la capacità di parlare, leggere e scrivere, pur avendo chiari come sempre i concetti e le sensazioni che voleva esprimere. Questa afasia lo aveva provato duramente non solo per l’impossibilità di lavorare, ma anche per il grave ostacolo nei contatti sociali. Dopo qualche tempo, però, aveva scoperto di sapere ancora leggere le due lingue antiche imparate a scuola, che erano state registrate in una parte del suo cervello diverso da quella in cui era sedimentata la lingua assimilata da piccolo. Così aveva cominciato a pensare in latino, traducendo man mano le parole in tedesco con il procedimento inverso a quello con cui aveva appreso le due lingue mediterranee. Aveva così ritrovato quella materna e ne aveva ripreso l’uso, anche se con delle imperfezioni.

 

 

Conoscere più lingue e più argomenti, soprattutto se imparati in modi e periodi differenti della vita, aumenta le capacità cognitive e offre possibilità sorprendenti, anche quando si è colpiti da afasia, un’infermità di cui soffrono molte persone.

Le vie inconsuete spesso vengono trascurate perché le abitudini mentali impediscono di accorgersene o di considerarle valide. Conoscere molti esempi di soluzioni impreviste e imprevedibili, come quelle della natura, libera da qualche limite mentale e fa trovare vie nuove.

Alcuni articoli sulle sorprese che ci riserva la mente sono: illusioni sensoriali, gli arti fantasma, le parole cambiano i colori, comportamenti disumani

Un film su come attenuare un handicap espressivo è: Il discorso del re

Libri sugli inconsueti percorsi mentali sono: Cervello, istruzioni per l’uso  – Bambini e ragazzi difficiliPsicosoluzioniLa danza della realtà