I miei articoli

Api capaci di tre linguaggi diversi

by 7 aprile 2021

arnie colorate in modo diverso per essere meglio riconosciute dalle api

 

Al mattino, appena il sole intiepidisce l’aria, le api esploratrici escono dall’alveare. Sono le più anziane, con l’esperienza di tutte le mansioni diverse che hanno svolto fin dal primo giorno di vita. Hanno imparato ad accudire le più piccole, a fare pulizia, a riparare i guasti, a costruire le cellette di cera, ad elaborare il miele. Hanno sentito rientrare quelle che, nel buio assoluto, fanno vibrare il corpo per segnalare con precisione il risultato delle loro ricerche di cibo. Hanno imparato a capire il linguaggio dei colori, dei movimenti, dei tremolii. Sono pronte ad uscire anche loro. Fanno un piccolo volo tutt’intorno per memorizzare ciò che serve a ritrovare la via di casa. Infine, prendono nota della posizione in cui si trova il sole, che anche quando è nascosto riescono a vedere con la sensibilità alla luce polarizzata. Finalmente iniziano a volare in cerchi sempre più larghi, allontanandosi man mano dal punto di partenza, per trovare fiori appena sbocciati, pieni di nettare e polline. È il loro profumo ed il colore insieme, a chiamarle. Entrano nel primo calice, succhiano il nettare dal fondo e lo ripongono nella borsa melaria dentro il petto. Prendono il polline, ne fanno una pallina e lo sistemano nelle tasche sulle zampe posteriori. Passano al fiore vicino, poi ad un altro fino a che il carico è completo. Allora, attente alla nuova posizione del sole, trovano la direzione verso cui tornare. Le compagne stanno aspettando di vedere la loro danza nell’aria, che descriva il luogo preciso in cui si trova il cibo. Qualcuna lo vuole assaggiare e ne riceve un po’. Le prime si avviano già verso la destinazione, intanto che altre esploratrici entrano nell’alveare e ripetono le descrizioni nel buio facendo vibrare le cellette, fino a che le bottinatrici escono sicure, verso il luogo descritto.

 

la solitaria ape legnaiola, foto da wikipedia, di Vassil

 

Le api entrano nei calici dei fiori di una stessa specie, che si trovano nelle vicinanze. I granelli di polline di cui sono impolverate cadono negli ovai, li fecondano ed inizia la trasformazione in frutti. Non si lasciano attrarre da alberi diversi finché non hanno visitato tutti i fiori dello stesso tipo. Solo così è possibile contraccambiarli per la loro generosità, perché il polline di una robinia è inutile per un sambuco.

Quando l’alveare è troppo affollato, generalmente a primavera, le operaie più giovani emettono un nuovo odore e cominciano a prepararsi alla ricerca di una nuova casa. Con la regina  e alcuni fuchi (i maschi, necessari alla sua fecondazione) si aggrappano ad un ramo d’albero o ad un altro luogo prescelto, formando un grappolo ronzante ma innocuo, mentre le esploratrici volano via in cerca di una sistemazione congrua che poi descrivono danzando nell’aria. Gli apicoltori possono offrire loro una nuova arnia, facendovi cadere dentro l’intero gruppo. La danza, le vibrazioni, gli odori sono i tre linguaggi con cui le api comunicano fra loro, ma sono anche in grado di capire i colori, usati dalle piante che hanno fiori e sempre dal colore riconoscono con maggiore rapidità la propria arnia costruita dall’uomo. Sono talmente brave nel riconoscere ciò che vedono, da distinguere anche una persona da un’altra e capaci di apprendere al punto da essere impiegate nell’individuare le mine anti-uomo dall’odore.

Tratto dal mio libro ANIMALI, FAVOLOSE STORIE VERE

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Difficoltà nella diffusione dei saperi

by 31 marzo 2021

 

L’accettazione di nuovi modi di pensare e di saperi ha sempre trovato grandi difficoltà presso tutti i popoli, anche quando ci sono state dimostrazioni lampanti della loro validità. Questo dipende dalla mente che, quando è poco abituata a prendere in considerazione le idee troppo lontane dalle proprie e del proprio gruppo di appartenenza, le respinge come se fossero sicuramente dannose. Spesso rifiuta qualsiasi verifica e nega ogni evidenza, accettando invece superstizioni che confermano le proprie impostazioni abituali e sono dunque rassicuranti. Gli esempi di questo sono innumerevoli e un buon rimedio contro un simile flagello, che provoca tanti danni è sicuramente la conoscenza, lo studio di tante materie durante tutta la vita, che favorisce l’elasticità mentale e dà una base su cui appoggiarsi. Qui di seguito riporto il caso della vaccinazione, che ha una storia lunghissima e che ha avuto un inizio favorevole in Europa grazie ad una donna di elevata classe sociale e grande reputazione: Mary Worthley Montagu. Era una colta nobildonna inglese, che all’inizio del settecento si era trovata a Costantinopoli con il marito diplomatico, venendo a conoscenza di una tecnica usata dalle contadine analfabete greche per immunizzarsi dal vaiolo.

 

 

Si graffiavano la spalla con una punta sporca del pus di una pustola di vaiolo delle mucche, provocandosi così una forma leggera della malattia che scompariva presto, mettendole al sicuro dal contrarre la forma grave del vaiolo umano, causa a quei tempi di numerose morti o, nei casi più fortunati, della sfigurazione dei superstiti. Entusiasta della scoperta, lady Montagu l’aveva applicata al figlio e aveva diffuso la notizia dapprima scrivendo ad un’amica, poi parlandone al proprio medico che aveva adottato il rimedio coi propri pazienti. Nel 1720 se ne erano sperimentati gli effetti in Inghilterra su dei prigionieri. Tre anni dopo la vaccinazione era arrivata in America, poi in Russia, in Germania e in Austria. In Francia era stata introdotta da un medico svizzero e da lì era arrivata in Italia tramite un professore pisano. Solo trent’anni dopo, però, la pratica aveva avuto piena approvazione e diffusione tramite Eduard Jenner nel 1798. Il medico e ricercatore inglese aveva avuto modo di notare che le mungitrici, quando si infettavano col vaiolo bovino diventavano poi immuni a quello trasmesso dagli umani. Pare che fin dal 1000 a.C. In India si usasse l’inoculazione del vaiolo bovino, mentre i primi documenti ufficiali che ne attestano l’uso sono cinesi e risalgono al sedicesimo secolo. Il tasso di mortalità di questa pratica era tra lo 0,5 al 2,0 per cento, un risultato ottimo rispetto alle morti del 20 e 30 per cento che colpivano chi non aveva subito il trattamento per prevenire questa malattia diffusissima presso tutte le classi sociali.

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Calendario delle fioriture degli alberi

by 21 marzo 2021

albero di Giuda

 

A gennaio/febbraio in Sicilia fioriscono i mandorli, con le corolle rosa chiaro a cinque petali, tipici delle rosacee, mentre a fine febbraio/inizio marzo sono le mimose a farsi notare col giallo vivo dei loro fiori, piumosi come pulcini. Le sempreverdi camelie, che fioriscono anche in inverno, spesso abbondano di colori a marzo, mentre i loro frutti che sembrano meline, maturano in autunno. Subito dopo fioriscono i pruni, parenti dei mandorli e dei ciliegi, di cui quelli di colore rosa che sono solo da fiore si aprono a fine marzo. Quelli da frutto, di colore bianco fioriscono ad aprile, con i meli, i peri, i peschi, gli albicocchi, i biancospini, i sorbi, loro parenti stretti. A seconda dei casi, nelle regioni calde come la Liguria o l’Italia del sud fioriscono anche gli eucalipti, scoperchiando le curiose capsule legnose che proteggono i tanti stami bianchi. I frutti sono simili a sonaglini e si trovano in autunno. Sempre a marzo fioriscono le magnolie asiatiche, rosa o bianche, prima che spuntino le foglie, mentre i grandi bagolari con una miriade di fiorellini sembrano grandi teste bionde ricciute. Ad Aprile, intorno a Pasqua spiccano i fiori color fucsia degli alberi di Giuda, che spuntano anche sui tronchi. L’alloro maschio fa i suoi fiori gialli e la femmina bianchi, come l’agrifoglio. Nello stesso mese fioriscono i glicini, che sono rampicanti ma a volte sono più vistosi degli alberi o vi si arrampicano. Gli ippocastani coi bei fiori bianchi o rosa su coni vistosi, poi le robinie, coi i grappoli di profumati fiori bianchi sono di aprile. A maggio è il momento di sambuchi, pallon di maggio, mirti, photinie, laurocerasi, lillà, rododendri e azalee che sono tutti arbusti, ma anche dell’albero di paulonia coi suoi vistosi fiori lilla, della catalpa con calici bianchi e del liriodendro dai tulipani giallo/verde. Ci sono anche gli ornielli, ornati da spumose infiorescenze candide. Le pannocchiette color crema del sempreverde ligustro, che per l’autunno diventano frutti blu scuro, i generosi fiori rosa, bianchi, gialli o rossi degli oleandri, quelli delle ginestre e delle eriche arboree nelle zone più soleggiate e asciutte sono dello stesso periodo.

 

albizzia

 

I noci del Caucaso aprono i fiori su un lungo rachide pendente, che presto si trasformano in semi alati, ben saldi sul loro supporto e molto decorativi. Gli aranci e i limoni coi loro fiori cerosi e i cachi fanno altrettanto. Ci sono poi i profumati, numerosi fiorellini dei tigli verso fine maggio, mentre a giugno sono i castagni, dalle infiorescenze gialle e deliziosamente odorose ad avere spazio. L’albizzia, parente della mimosa, coi delicati, abbondanti, vistosi fiori piumosi color rosa allarga all’inizio dell’estate il suo ombrello leggero. L’arbusto dello scotano, che prospera nei luoghi calcarei ha una fioritura modesta a maggio, ma diventa davvero bello a giugno/luglio quando si vedono i suoi frutti, una piumosità rosa, su cui i piccoli semi volano via verso l’autunno, mentre le foglie si colorano di spettacolari tonalità di arancio, rosa e giallo. La magnolia sempreverde inizia a maggio e fino a settembre apre le sue grandi e fragranti corolle bianche, al cui centro si intuisce la forma dei futuri frutti vellutati da cui spunteranno semi lucidi e scarlatti come corallo ad ottobre. Il melograno offre a giugno fiori rossi, siamili alle gonne delle danzatrici di flamenco, che si trasformano dapprima in una sorta di piccole anfore, poi nei frutti tondi dalla buccia cuoiosa sormontata da quella coroncina che aveva trattenuto i petali. Nello stesso mese è l’albero dei fazzoletti, con il corniolo giapponese a fiorire in bianco, ma anche il clerodendro dai fiori simili al falso lillà, i cui frutti sembrano a loro volta fiori color fucsia con una bacca blu al centro.

 

clerodendro

 

La tamerice dai fiorellini rosa e la sophora japonica, con la miriade di fiorellini bianco crema che cadono continuamente formando un tappeto al di sotto, sono di Luglio come la koelreuteria, dalla bella fioritura gialla, che le è valso il soprannome di “pioggia d’oro”. A settembre offre la sorpresa di frutti cartacei chiamati anche “lanterne cinesi”, con due semi tondi neri ben fissati a ciascuna delle tre parti dell’involucro, che il vento fa volar via come su un tappeto volante e, se cadono in acqua, navigano come barchette. E’ di luglio anche la fioritura rosa della lagerstroemia, alberello giapponese dal fusto che sembra nudo e dalle foglioline che in autunno diventano belle e colorate come i fiori. L’arbusto della phytolacca, dallo splendido fusto lucido color amaranto fiorisce su grappolini la cui parte legnosa ha lo stesso colore vivace, per poi maturare acini neri e tossici. Per questo la pianta, detta anche “uva turca” è detestata, dato che se dei bambini mangiano i suoi frutti, possono subire malesseri.

A settembre l’osmanto sempreverde spande lontano il dolcissimo profumo dei suoi fiorellini bianchi per qualche settimana. Verso l’inverno fiorisce con campanule bianche e strette il sempreverde corbezzolo, proprio mentre i suoi frutti tondi e rossi, delle dimensioni di ciliege sono pronti a farsi mangiare. A dicembre fiorisce il calicanto, che di solito emana profumo di paradiso dai suoi fiori giallini che sembrano di cera e sono rivolti verso il basso, dato che fiorisce anche con la neve. Anche gli insoliti fiori dai profumati petali lunghi e stretti di colore giallo dell’amamelide, di origine cinese, affrontano coraggiosamente il gelo. A sorpresa fiorisce il Prunus subhirtella con le sue corolle rosa e continua a farlo fino a primavera, quando gli altri parenti delle rose, suoi pari entrano nel loro periodo glorioso.

Per conoscere altre fioriture vedere Calendario delle fioriture nei boschi e lungo le strade, Calendario delle fioriture a distesa, Calendario delle fioriture invernali, Grasse, capitale dei profumi

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Carpine, scultura per vocazione

by 16 marzo 2021

carpine ultracentenario ad Ivrea, lungo la Dora Baltea

Il fusto del carpine, soprattutto quello bianco Carpinus betulus sembra un fascio di muscoli sotto una pelle scura ed è inconfondibile, con molta personalità. È resistente, frugale e quasi stoico nel sopportare le potature, con le foglie piccole e seghettate che d’autunno prendono un bel colore giallo dorato, prima di seccarsi. Per questo, nei giardini ne hanno fatto siepi frangivento e gallerie ombrose in cui camminare al fresco d’estate. Se ne trovano a Varese, nei Giardini Estensi, in quelli di villa Panza e del giardino Recalcati, a Lainate in quello di villa Litta. Le sue infiorescenze a forma di spighette, ad aprile si gonfiano e si allungano diventando decorative come ciondoli, trasformandosi presto in frutti dall’aspetto di eleganti fiori di carta già a primavera. Il carpine bianco Carpinus betulus non si vede più spesso come nel passato, quando ce n’erano interi boschi che dalle pianure salivano verso i monti, insieme alle querce. Non è affatto bianco, ma soltanto di legno più chiaro rispetto al suo parente, il carpine nero Ostrya carpinifolia, in realtà, rossiccio, dai frutti che sembrano grosse spighe rovesciate, simili a quelli del luppolo.

 

foglie e frutto di carpine nero

 

Non è molto longevo, ma il suo nome deriva da un popolo antico: i celti. Col suo legno facevano i gioghi dei buoi e gli attrezzi agricoli, per la sua resistenza all’usura. Gli piacciono i terreni sassosi e cresce accidentato come loro. Quello nero sopporta meglio l’aridità e si installa bene sui pendii, mentre quello bianco è più esigente ed è a suo agio anche in pianura. I rami fitti ed il fogliame che spesso resta sull’albero anche quando è secco, lo hanno fatto scegliere spesso come frangivento, lungo i confini dei campi. Lungo le strade e in molti spazi pubblici ormai si trova spesso la varietà fastigiata, a forma di goccia, perché occupa meno spazio ma sotto cui non c’è la possibilità di mettersi all’ombra, che si ha solo in proiezione. I carpini nella loro forma naturale sono molto belli, crescono senza indugiare troppo e con la loro vocazione al farsi sculture possono prendere posture molto espressive.

 

frutto di carpine bianco

Nel parco Cavour di Santena, vicino a Moncalieri, ci sono attraenti carpini bianchi. Vicino a Feltre, a Cart ce n’è un viale intero. Uno nero molto bello è a Calvene (VI) uno a Murà (BS), uno a Ivrea (TO)

Tratto dal mio libro ALBERI DELLA CIVILTA

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Corniolo, piccolo, bello, robusto

by 10 marzo 2021

corniolo ultracentenario a Travale (GR)

 

All’inizio della primavera, nei boschi si vede presto il giallo vivace dei fiorellini di corniolo, che cresce spontaneamente e lentamente sui terreni calcarei, dal mare alla montagna. Lo si vede da lontano, insieme al nocciolo con quel colore nel bigio dei boschi ancora spogli di foglie, su cui spiccano più tardi le nuvole di corolle candide di rovi, biancospini, sorbi, ciliegi selvatici. Vive anche trecent’anni, con radici profonde, che lo rendono ben saldo e resistente alla siccità, come arbusto che emette molti polloni intorno al tronco principale, così da diventare un gran cespuglio. In condizioni adatte diventa un alberello dal legno tanto duro, che se ne sono sempre fatti i raggi delle ruote, i giavellotti e tutto ciò che doveva resistere a lungo all’usura. Per questo, il suo nome scientifico è Cornus mas (maschio) opposto a quello morbido del suo simile, la sanguinella, Cornus sanguinea arbusto dai rami di un bel rosso, che d’inverno rallegra i toni spenti del resto della vegetazione in letargo. Anche il Cornus winter flame contribuisce a rallegrare l’inverno col suo caldo colore.

 

fiori di corniolo

 

In autunno le piccole bacche oblunghe che sono i suoi frutti, diventano rosse e asprigne, astringenti e ricche di vitamina C. Sono così scure che si distinguono a stento fra le foglie, come quelle del biancospino, mentre i sorbi, gli agrifogli e i tassi femmina le hanno di un tono squillante e festoso. Se le prendono gli uccelli per fare una provvista di energie prima di partire verso terre più calde o prepararsi a svernare qui. Oppure le possiamo cogliere noi per mangiarle fresche, farne salse e marmellate, liquori e gelatine, conservate in alcol o salamoia, o come medicinale contro le malattie della pelle, dei dolori articolari e dei disturbi del metabolismo. Radici, corteccia e germogli venivano impiegati per curare la febbre con azione simile al legno di china e l’abbondante tannino della corteccia lo rendeva utile alla concia delle pelli.

 

foglie e frutti di corniolo

 

Le pecore mangiano ben volentieri le sue foglie, con cui si può fare anche un buon tè e che in autunno, prima di cadere, diventano di colore arancio e rosso. Il corniolo si rivolge un’ultima volta agli animali con le sue tinte, prima di addormentarsi per far passare l’inverno. Sembra sia un avvertimento per i parassiti, perché cerchino altrove un albero dove deporre le uova, perché lui è così forte da non offrire loro nessuna possibilità di successo.

Tratto dal mio libro Alberi della Civiltà

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Sammezzano: castello nel bosco di sequoie

by 2 marzo 2021

Il castello di Sammezzano (FI)

 

Fuori dall’abitato di Reggello (FI) nel territorio di Leccio, in cima a una collina tutta verde di grandi alberi, spunta l’ultimo piano di quello che chiamano il castello di Sammezzano, fantasia ottocentesca del marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona. Fiorentino, era ricchissimo di danaro e di fantasia, architetto e ingegnere, botanico e bibliofilo ma anche politico, che pur non essendo mai stato in Oriente, era tanto affascinato dal suo stile da sceglierlo per il palazzo in cui trascorrere ore di pace in mezzo a un bosco. In quell’epoca l’orientalismo era di moda, ma forse nel gusto del marchese c’era anche l’eco di un’epoca in cui gli spagnoli Ximenes d’Aragona, suoi antenati e proprietari della tenuta, erano arrivati al seguito di Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I dei Medici, signori di Firenze nel Rinascimento. La Spagna aveva cacciato allora da poco gli arabi dal regno di Granada, dalle favolose architetture di cui c’era certo una nostalgia, magari mai confessata. Durante quarant’anni, dal 1843 al 1889, Ferdinando Panciatichi aveva progettato e realizzato sul posto tutto ciò che gli era servito per rimodellare l’antica dimora con un carattere fiabesco dai tratti orientali. Per il bosco aveva voluto, insieme agli alberi caratteristici della zona, le straordinarie sequoie che solo nell’ottocento erano state viste per la prima volta dagli stupefatti europei arrivati in California, dove i giganteschi alberi plurimillenari svettavano con i loro ultimi rami fino a cento metri di altezza. Il marchese era stato fra i primi a metterle a dimora in Italia e nonostante molte non abbiano resistito ai danneggiamenti per le più diverse cause, durante il restauro del bosco ne sono state piantate di nuove. Lungo la strada sterrata che sale verso il castello, da decenni in attesa di una nuova destinazione, alcune sottili sequoie sempreverdi dalle foglioline scure, hanno fusti che arrivano a sei metri di circonferenza e un’altezza intorno ai quaranta.

 

Sequoie gemelle del parco

Grandi lecci, tigli ma anche cedri del Libano si mescolano ad altri alberi boschivi e in un grande prato vivono in armonia le tre specie di cupressacee di origine americana più diffuse nei parchi italiani: un cipresso di Lawson, un libocedro, una sequoia gigante. Si assomigliano vagamente nelle foglie simili a quelle dei nostri cipressi, ma i loro frutti legnosi sono molto diversi e il cipresso di Lawson ha quelli più piccoli, numerosissimi ma con un diametro che spesso è inferiore al centimetro. Nella parte bassa del parco una coppia di sequoie sempreverdi sono unite alla base per circa due metri, per poi dividersi, raggiungendo il cielo a cinquanta metri di altezza. In totale ce ne sarebbero circa duecentocinquanta. Queste sono le glorie arboree di un bosco che favorisce le fantasticherie e prepara ad immedesimarsi nello spirito di quel palazzo dove i saloni riprendono nella struttura e negli ornamenti i motivi vegetali cari alle architetture arabe e indiane, trasportando come su tappeti volanti verso la meraviglia. Sono rare le occasioni in cui il pubblico è ammesso alle visite guidate, utilizzando quella specie di lampada di Aladino che è il telefono intelligente dove di quando in quando appaiono gli avvisi di date e orari in cui assicurarsi una prenotazione. Per qualche tempo nel ventesimo secolo il castello di Sammezzano era stato albergo di lusso, ma senza quella fortuna che avrebbe meritato. Così era passato in altre mani e il suo destino è ancora oggi incerto.

Sequoie e altri alberi notevoli di tutte le provincie italiane sono nella sezione Alberi Monumentali di questo sito

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