I miei articoli

Il valore delle arti e della cultura

by 20 maggio 2020

 

Chi manca della forte attitudine necessaria a fare dell’arte e della cultura la propria attività principale, difficilmente riflette su quanto siano materie indispensabili per gli esseri umani e spesso ritiene quasi fannulloni o parassiti quelli che vi si dedicano, disdegnando professioni più redditizie e sicure. Eppure il saper accostare colori, forme, linee, volumi, luci e ombre con sapienza, usare i materiali plastici con ingegno e originalità, oltre a creare pitture, fotografie, sculture, influisce su tutto ciò che serve alla vita pratica: abiti, arredamento, automezzi, case, strade, giardini, tutto ciò che ci circonda e che sarebbe altrimenti un coacervo informe e spiacevole, come lo si vede dove è mancato l’intervento di chi sa unire la funzionalità all’estetica, dando spazio all’anima nobile dei luoghi e delle cose.

Saper scrivere in modo chiaro, con poche parole precise e belle, rende accessibili molti saperi che rimarrebbero altrimenti alla portata di pochi, come le affascinanti scienze naturali, che rivelano la poesia del mondo.

Saper leggere ad alta voce o recitare o fare una conferenza in modo espressivo, senza ripetizioni, intoppi, parole inutili, permette di apprezzare contenuti che invece vengono massacrati da chi manca di doti oratorie e rende faticoso da seguire, oltre che poco comprensibile, qualsiasi testo.

 

 

Le leggi, che sono spesso farraginose, ambigue e contraddittorie, dovrebbero passare dalle mani di bravi scrittori e comunicatori prima di prendere la loro forma ufficiale. I testi sarebbero ridotti almeno alla metà e sicuramente sarebbe molto più facile capirle e dunque rispettarle. Dovrebbero però essere ispirate da persone sensibili ed empatiche, oltre che con una buona educazione su tanti argomenti, come avviene con maggiore frequenza fra chi ha curiosità creativa. Saper pensare, immaginando situazioni diverse e immedesimandosi nelle situazioni altrui per comprenderle e fare proposte adeguate è un’arte.

E come si potrebbe vivere senza chi sa cantare, suonare, ballare e con questo allieta e insegna anche a sintonizzare gli altri sul ritmo e la melodia, fa affinare il gusto e dà la possibilità di esercitare a propria volta, sia pure da dilettanti, queste attività che aiutano a vivere meglio?

La cultura e l’arte dovrebbero avere un posto importante nella formazione di chi lavora in ogni settore ed essere in gran parte gratuite per il pubblico, ma a condizione chi le esercita sia remunerato ed abbia il giusto riconoscimento. Invece spesso chi si dedica alla cultura e all’arte meno ovvie è gravemente penalizzato in questo senso. Viene dato un valore a ciò che è materiale, mentre quanto riguarda l’immateriale, pur essendo indispensabile viene trattato come se fosse superfluo. Ma nel periodo difficile che stiamo vivendo, si è fatto più evidente che è proprio ciò che riguarda l’ingegno, la fantasia, la capacità di immaginare a darci la forza per resistere alle avversità e a evidenziare il bisogno di umanità in tutto ciò che riguarda l’ottenimento dei beni chiamati concreti.

Il primato dei salici

by 13 maggio 2020

fiori del salicone pendulo, ancora avvolti nel velluto sericeo – foto da Donna di piante

 

All’inizio della primavera, quando la maggior parte degli alberi si prepara ad accrescere la propria famiglia, ciascuna specie fiorisce con colori diversi per attirare l’attenzione degli insetti impollinatori. I tanti toni che distinguono anche le foglie e li fanno riconoscere da lontano sono come voci, richiami, canti. Poi, man mano che l’estate si avvicina, le chiome si confondono le une con le altre con l’aumentare della verde clorofilla, indispensabile a fare dell’aria il proprio cibo. Due famiglie d’alberi si riconoscono invece fra tante per il colore del fogliame che tende all’azzurro: quella degli olivi, che fanno l’uso più parsimonioso dell’acqua e quella dei salici, che più ne assorbono.

 

il minuscolo salice erbaceo – foto da Wikipedia

 

I salici sono parenti dei pioppi, che come loro crescono in fretta vicino ai fiumi, ai laghi, ai fossati. Entrambe le specie hanno sessi distinti e le femmine portano come frutti acini cotonosi dai fiocchi su cui volano lontano i minuscoli semi, non più grandi di un puntino. La famiglia dei salici ha nel mondo il primato di contare fra i suoi l’albero più piccolo che esista, alto solo un paio di centimetri pur rimanendo albero, perché ha un fusto legnoso che si sviluppa alla maniera di quelli grandi. E’ il Salix herbacea, che cresce in alta montagna dove il clima gelido rende quasi impossibile la vita vegetale, a meno di starsene quasi del tutto sotto terra e stretti gli uni agli altri per resistere meglio. Le sue foglioline sono larghe ma ben più piccole di quelle di forma simile del grande salicone, il Salix caprea che vive volentieri in collina e montagna, dove è bellissimo durante i pochi giorni in cui a marzo i suoi fiori maschili chiamati gattini, sono protetti da un velluto argentato, tanto che sui rami luccicano come grosse perle. Poi si aprono e allora diventano simili a pulcini gialli per il polline delle numerosissime antere destinato ai fiori femminili, più piccoli. Anche gli altri salici hanno i fiori nel velluto, ma meno grandi. Tutti possono essere fecondati dal vento, eppure offrono nettare agli insetti perché compiano anche loro l’impollinazione.

 

chiome luminose dei salici da vimini in inverno

 

Vivendo vicino all’acqua da cui a volte vengono in parte sommersi, i salici sanno come evitare di esserne danneggiati. Per questo con il loro legno i contadini si sono sempre costruiti zoccoli che non assorbono l’acqua. Le lunghe radici necessarie per resistere su terreni instabili, li rende utili nel consolidare i terreni e gli argini dei fiumi. La capacità di tenere a bada i malanni dell’umidità, ha fatto elaborare loro l’acido salicilico da cui deriva l’Aspirina, utilizzato da sempre come antireumatico e antinfiammatorio. Chi fa le conserve di verdure o frutta ne conosce le qualità antisettiche, adatte a mantenerle a lungo.

E’ facile trovare il salice bianco Salix alba, riconoscibile dalle lunghe foglie strette, di consistenza setosa e di un verde tendente all’azzurro su un lato, con la pagina inferiore che sembra argentata. Il salice da vimini, Salix viminalis è più piccolo ed ha i rami più giovani rossi o arancioni, che lo rendono molto bello anche quando è spoglio. Sono flessibili, dunque adatti alla realizzazione di ceste e legacci robusti. Lungo i fiumi si trova facilmente il piccolo salice ripaiolo Salix eleagnos, dalle corte foglie strette e i rametti sottilissimi. Molto elegante è il salice piangente Salix babilonica di origine asiatica, dai rami gialli, lunghi e fini, belli anche in inverno e con foglie lanceolate.

La fontana dell’infinito

by 6 maggio 2020

fontana Ardea Purpurea a Ravenna – opera di Marco Bravura – foto di Rete Comuni Italiani

 

Quando si arriva nella Ravenna dei favolosi mosaici bizantini, al parcheggio di piazza della Resistenza si è accolti da un’opera che con le belle forme e le grandi dimensioni persuade ad avvicinarsi. Sembra una coppia che danzi avvicinando le teste. E’ la fontana chiamata Ardea Purpurea dall’autore Marco Bravura una ventina d’anni fa, dopo averne realizzata una simile più piccola per Beirut, per significare la rinascita della città dopo la guerra. Ardea Purpurea è il nome della mitica Araba Fenice, l’airone che con alcune varianti nelle leggende di vari popoli, si rigenera dalle proprie ceneri.

Il senso di unione che comincia con le due onde, o ali, o spirali danzanti, continua con la tecnica del mosaico, in tanti tasselli di smalti e ceramiche dai colori diversi, che si compongono in figure d’oriente come la croce fiammata, celtiche con le spirali, vichinghe coi triangoli intersecati. Ci sono i nodi che evocano l’infinito, c’è il caduceo della medicina. Ci sono la croce ansata e lo scarabeo degli egizi, il loto, il T’ai Chi Tu, la ruota vedica degli asiatici, l’ape venerata da tutti i popoli e gli animali, i vegetali, gli elementi riconoscibili nei simboli ancestrali di tante parti del mondo, come le scritte in sanscrito, aramaico, giapponese e greco antico.

 

Fontana Ardea Purpurea – dettaglio – foto di Emanuela Morelli

 

A terra, nel punto in cui le due ali si uniscono, zampilla l’acqua al centro di un labirinto. E’ un’opera per i nostri tempi, in cui la consapevolezza di quanto sia importante sentirsi uniti nel rispetto delle differenze, deciderà il nostro futuro.

Lo scultore Marco Bravura nato a Ravenna e che da anni risiede in Russia, ha realizzato anche le belle fontane di Tonino Guerra a cui ho dedicato già un articolo. Ha dato al mosaico una vitalità moderna, mantenendo le suggestioni di quello che in passato apparteneva soprattutto alla religione e oggi al sentimento dell’infinito.

 

Gli alberi della libertà

by 29 aprile 2020

il platano monumentale di Breno (BS) – albero della libertà

 

A partire dalla rivoluzione francese, gli alberi detti “della libertà” venivano piantati ovunque arrivassero le libertà repubblicane del passato. Anche in Italia erano stati messi a dimora in molte città e poi sradicati dagli avversari politici, dall’incuria, dal maltempo. E’ naturale attribuire agli alberi la sensazione di libertà perché nonostante rimangano fissi nello stesso luogo si innalzano molto al di sopra del terreno come guardando lontano, accolgono e proteggono gli altri esseri viventi e affrontano le avversità, riprendendosi da tanti attacchi e continuando ad irradiare speranza con le foglie, i fiori, i frutti che immancabilmente rinnovano. Dei tanti che abbiamo avuto ne sopravvivono alcuni di cui uno a Montepaone, in provincia di Catanzaro, dove nel 1799 aveva rappresentato la fine del dominio borbonico. Lo stesso anno era stato messo a dimora quello di Campodimele, in provincia di Latina che nonostante sia stato molto ridotto nelle dimensioni, è ancora vivo e sembra un albero delle favole. Anche a Putignano, in provincia di Bari resiste un altro glorioso esemplare. Tutti e tre sono olmi, un genere diffusissimo in passato in tutt’Europa e poi quasi completamente sterminato dalla malattia della grafiosi. Un tiglio nello stesso anno era stato piantato a Montanera in provincia di Cuneo, dove si spera rappresenti ancora a lungo la libertà. A Breno, in provincia di Brescia c’è ancora ben vivo un grande platano che ha avuto questa funzione, da quando nel 1797, Napoleone è arrivato in val Camonica. I platani, molto amati dagli antichi romani per la loro maestosità, longevità e resistenza, erano prediletti anche da Napoleone.

 

Olmo monumentale a Campodimele (LT) – albero della libertà

 

In Francia come alberi della libertà erano stati scelti inizialmente i pioppi, perché il loro nome in francese -peuplier- deriva da -peuple- che significa popolo, come il termine latino del nome scientifico che è -populus-. I pioppi però sono inadatti alle città perché hanno bisogno di molta acqua, sono poco longevi e poco robusti, come succede a quelli che crescono in fretta quanto loro. In compenso diventano molto alti.

Prima dei veri alberi, quelli chiamati alberi della libertà durante la rivoluzione francese erano pali che portavano in cima il berretto frigio e delle bandiere. Il berretto frigio dal VI al II secolo a.C. era stato dapprima il copricapo dei sacerdoti del sole (il dio Mitra), poi dei soldati persiani, attraverso i quali era arrivato a Roma. Qui veniva donato agli schiavi dai padroni che restituivano loro i diritti sulla propria vita e da allora è diventato emblema di libertà. Dalla rivoluzione francese in poi è stato usato e rappresentato con questo significato e compare tuttora in molti stemmi importanti del mondo intero.

 

attis col berretto frigio – foto da wikipedia

 

L’albero è da sempre simbolo di vita e speranza, espresse ampiamente negli antichi riti pagani e presenti nella tradizione natalizia. Torna ad essere festeggiato a maggio, quando ogni ramo è carico di foglie e si pianta il cosiddetto albero della cuccagna, rappresentato da un palo con ogni sorta di generi alimentari sulla cima, da conquistare arrampicandosi. Si drizzava nelle piazze principali dei paesi per il calendimaggio, la festa che durava dal 29 aprile al 1 maggio, mentre da anni si evita di farla coincidere con quella dei lavoratori. Gli alberi della cuccagna compaiono in diversi periodi dell’anno per le più diverse occasioni e come manifestazioni sportive.

 

Diffondere la passione per le piante

by 22 aprile 2020

 

Oltre venti anni fa, quando i computer erano ancora poco diffusi, molti si chiedevano perché mai dovessero imparare ad usarli, dato che se ne poteva farne benissimo a meno. Poi si è diffusa la conoscenza su quanto fossero utili e chi ha imparato a servirsene almeno per gli usi principali, ha avuto grandi soddisfazioni, quando lo ha fatto con giudizio. Lo stesso era avvenuto molto tempo prima con il leggere e scrivere, abilità trascurate per secoli, che però una volta apprese hanno permesso grandi passi nel migliorare la condizione umana. Oggi ancora in tanti ritengono superfluo imparare almeno a riconoscere e distinguere le funzioni della natura, mentre questo sapere permetterebbe di evitare tanti danni e di generare benefici, oltre ad essere un piacere. Anche chi è già sensibile ai temi ambientali, non sempre sa per ciò che riguarda l’inquinamento e il riscaldamento globale, che sono le alghe e le micro alghe degli oceani a svolgere gran parte dell’assorbimento di anidride carbonica e dell’emissione di ossigeno, mentre gli alberi e altre piante sono invece indispensabili e insostituibili per numerose funzioni nei punti in cui si generano i problemi, vale a dire nelle città e dintorni.

 

Capannoni industriali resi belli e confortevoli con le piante

 

E’ certo importantissimo preservare le foreste ma da lontano, a parte le petizioni, possiamo fare poco. Possiamo invece intervenire su ciò che abbiamo vicino, ma per convincere i governi a sostenere tanti piccoli cambiamenti a favore dell’ambiente, come avviene Oltralpe e Oltreoceano, occorre che nei luoghi di cultura, cominciando dalle biblioteche e dalle associazioni, si dia spazio a chi può trasmettere ai cittadini la passione per le scienze naturali, soprattutto nelle forme che possono essere messe in pratica in tempi ragionevoli da tutti, in particolare riguardo agli alberi. Questo può avvenire promuovendo molti interventi durante l’anno e in forme diverse: conferenze, laboratori, visite botaniche ai giardini pubblici, mostre didattiche. Gli utenti delle biblioteche dovrebbero richiedere questo servizio, che ancora è molto raro perché spesso i bibliotecari e i dirigenti degli uffici cultura dei comuni sono specializzati in storia, letteratura o comunque materie senza contatto con quelle ambientali, dunque per loro è difficile apprezzarle come sarebbe necessario e valutare le competenze di chi fa proposte. Ogni comune dovrebbe anzitutto dare la parola alle piante dei giardini pubblici, realizzando targhe che permettano davvero di capirne la vita e le particolarità, evitando di mettere loro davanti dei semplici cartellini con i nomi, oppure aride schede tecniche, che comunicano poco e subito si dimenticano.

 

parcheggio multipiano a Lecco, abbellito e reso più sano dalle piante

 

Finché si darà importanza solo ai manufatti umani sarà impossibile far nascere la passione per le piante e ottenere il giusto trattamento nei loro confronti. La sensibilizzazione su questo tema ha bisogno di tanti esempi a brevi intervalli di tempo, o sarà inutile. La messa a dimora di arbusti e alberi e la loro manutenzione darà lavoro a molte persone e molte spenderanno per qualcosa che oltre ad essere bello e utile per se stesse lo sarà anche per la comunità in cui vivono.

Il reale interessamento del pubblico sarebbe una spinta per gli imprenditori quanto per i governanti a prendere decisioni lungimiranti in fatto di ambiente, cominciando dalle potature degli alberi, fatte troppo spesso in modo scriteriato che li rende handicappati (vedere l’articolo dedicato).

Questo e altri scempi avvengono anche perché molti sentono una grande distanza tra sé e ciò che è altro da sé, tra il proprio spazio privato e l’ambiente comune, ritenuto ancora troppo spesso come se fosse di nessuno, anziché di tutti. Basta vedere quanti rifiuti vengono ancora gettati per terra ovunque persino nei boschi, sulle montagne, per strada, sotto casa. Quando potremo riprendere le attività dopo le chiusure forzate per il Covid 19, sarà all’educazione in fatto di natura e di umanità che dovremo dare il primo posto, perché ci aiuterà a riprenderci molto meglio. Il senso civico di cui ci sarà più che mai bisogno cresce dove è coltivato e gli occorre tempo per dare risultati. Va fatto con la persuasione tramite la conoscenza dei due argomenti fra i più trascurati ancora oggi: conoscere se stessi e la natura.

Fili di Vetro tra Venezia e il mondo

by 15 aprile 2020

vassoio ricamato con perline di vetro, nel Metmuseum- I reali del Portogallo circondati dai 4 continenti, prima della scoperta dell’Australia. Foto dal sito del museo

 

C’è un filo antico teso dagli olandesi, dai portoghesi, poi dalle altre marine, che collega Venezia al resto del mondo: è un filo di vetro. La bellezza dei colori e la luminosità di questo materiale, con le perline da cucire sui tessuti o sulle pelli, oppure infilate per realizzare monili e oggetti, ha sempre affascinato i popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’America che se ne sono adornati in passato e continuano a farlo. Le etnie degli Xhosa e degli Ndebele che vivono nell’estremità sud del continente africano ne hanno aumentato l’uso a partire dalla metà del diciannovesimo secolo, ma le perle di vetro arrivavano già da secoli dallo Sri Lanka, dall’India del sud e dal Golfo persico per mezzo dei commercianti arabi e swahili. La facilità di trasporto e conservazione di questo materiale lo aveva fatto impiegare anche come moneta allo stesso modo delle conchiglie ed era comunque oggetto di scambio di merci, dato che non esistevano valute accettate comunemente.

Le perline di corallo venivano acquistate in grande quantità già nel tardo quindicesimo secolo dall’imperatore del Benin, in quella che è l’attuale Nigeria, i cui abiti di gala e accessori ne erano interamente ricoperti. Anche il Camerun era un importante acquirente.

perle di vetro millefiori

 

Dal sedicesimo secolo principalmente gli olandesi e i portoghesi avevano portato ovunque le perline di vetro da Venezia, scambiandole con oro, rame, tabacco, avorio, gusci di tartaruga. Venezia, che era conosciuta all’inizio del secondo millennio per le sue vetrerie, nel tredicesimo secolo le aveva spostate sull’isola di Murano a causa del pericolo rappresentato dai fuochi delle fornaci necessarie alla fusione del vetro. Le perline, però, si realizzano tagliando in tanti minuscoli cilindri delle cannucce già pronte,  smussandoli poi al calore di fuochi molto piccoli e dunque non pericolosi. Per questo sono state prodotte sempre in città.

Già nel quattordicesimo secolo Venezia vendeva le sue perline in Europa e lungo il Mediterraneo, ma quando nel sedicesimo secolo si sono intrapresi viaggi negli oceani, sono arrivate nei luoghi più lontani. In alcuni, come il Ghana, è derivata una produzione locale molto raffinata.

 

Corsetto in perline di vetro indossato da una ragazza Dinka di buona famiglia – foto da African Ceremonies

 

E’ stato a partire dalla metà del diciannovesimo secolo che in Sudafrica si sono sostituiti i materiali tradizionali per gli ornamenti, che erano stati pelli, piume, semi, conchiglie e metalli, con le perline di vetro in diversi colori e fogge per marcare le differenze sociali e di condizione. Nel periodo dell’apartheid l’abbigliamento e i monili di perline sono stati simbolo di tradizione e dunque di indipendenza dei neri. Angola, Mozambico, Ghana ne hanno fatto grande uso, i Masai del Kenya e della Tanzania e i Dinka del Sud Sudan indossano tuttora ornamenti fatti di perline colorate, realizzati dalle donne in diversi colori che hanno un significato facile da condividere anche per noi: nero potere e protezione, blu lealtà e verità, marrone terra e stabilità, verde abbondanza e fertilità, arancio coraggio e vitalità, rosa cura e amore, viola regalità, spiritualità e saggezza, rosso fiducia e vitalità, turchese comunicazione e consapevolezza , bianco luce e purezza, giallo energia e gioia. Ogni popolo ha le sue preferenze e ciò che piace agli uni è indifferente ad altri, ma la bellezza e la versatilità di questo materiale si presta anche per la realizzazione di oggetti rituali e magici, oltre che per identificare le diverse etnie, la condizione sociale, i momenti salienti della vita. Nel corso dei secoli sono stati realizzati pezzi di straordinaria bellezza e ancora oggi è possibile trovare monili e accessori che si possono definire oggetti d’arte oltre che di alto artigianato.

 

collari tipici sudafricani – foto da pngfuel