I miei articoli

Il villaggio dove iniziò il cambiamento (TS)

by 28 settembre 2022

uno degli edifici del parco di San Giovanni a Trieste

 

“La libertà è terapeutica” è scritto a grandi lettere sul muro esterno di uno dei padiglioni che si trovano nella parte più alta del Parco di San Giovanni a Trieste. Alla sensazione di libertà allude anche la scultura cubista di un cavallo in bronzo, con le zampe ben piantate su un prato poco più giù e disegnato anche nel logo del parco. Fin dal 1908 sul colle di Trieste erano stati messi a dimora alcuni alberi fra i numerosi edifici di quello che voleva essere un ospedale psichiatrico moderno, non più fatto di un unico blocco chiuso, ma disposto come le case di un villaggio. E’ stato però più di sessant’anni dopo, con la guida di Franco Basaglia, che quell’idea si è avvicinata alla realtà. Restituiti per quanto possibile alla vita civile quelli che ne erano stati esclusi per la malattia mentale, quegli edifici hanno cominciato a ospitare attività di studio e di lavoro educativo, oltre ad offrire accoglienza temporanea per chi aveva ed ha bisogno di assistenza psichiatrica. I muri esterni dei padiglioni sono stati tinteggiati in giallo, coi serramenti in buona parte verdi o rossi, che mettono in evidenza con la vivacità dei toni l’energia, la spinta che vi si coltiva. L’Università ha stabilito qui alcune sezioni di scienze della terra e vi hanno sede una scuola, un teatro, due musei, così come le cooperative impegnate nell’inserimento in attività d’impresa di chi si trova in una situazione disagiata.

 

Una delle querce davanti alla scuola

 

Gli alberi, che senza ricetta medica dispensano benefici al corpo e alla mente, hanno avuto sempre il ruolo importante di diffondere una tranquilla sensazione di stabilità e protezione, di essere presenze costanti e al tempo stesso accompagnare con la loro graduale, rassicurante trasformazione, quella umana. Un gruppetto di querce annose, ma anche tigli, platani, robinie, ippocastani, pini neri, e tutti quelli adesso molto più numerosi di un tempo intorno agli edifici, nel fare da filtro ai raggi troppo caldi del sole e mitigare le intemperanze del vento, danno esempio di quanto occorra rallentare e ammorbidire ciò che, lasciato all’impeto del momento, può far male. Tamerici dalla chioma vaporosa, alberi di Giuda dalle foglie rotonde e coi fiori di un acceso color magenta all’inizio della primavera, si associano con la vitalità dei colori alle tante rose in perenne fioritura fino all’autunno, sparse per tutto il parco e concentrate nella parte più alta, dove si trovano la chiesetta, il bar-ristorante, i laboratori, il centro di documentazione del parco. I triestini possono venire qui ogni volta che lo desiderano e che si svolgono attività culturali, per gioire della loro bellezza e del profumo, ma hanno anche la facoltà di consultare i libri della biblioteca di psicologia, attraverso cui conoscere la complessa, difficile e affascinante mente degli umani. Perché se con i sensi si ha un immediato piacere e sollievo, la conoscenza di quanto viene dal profondo è uno dei più importanti strumenti per affrontare gli scogli dell’esistenza, che possono portare se non alla follia, certo a sofferenze in sovrappiù. Per conoscere le tante qualità degli alberi, così che ciascuna persona sia in grado di favorirli nella risoluzione dei problemi ambientali, occorre invece rivolgersi alla biblioteca comunale in città.

Nel centro di documentazione del parco ha sede da tanti anni Radio Fragola, attenta alle questioni sociali e umane, che dà voce a chi abbia qualcosa da dire. Le fragole sono anche nel nome dell’Osteria sociale vicino al roseto più in alto, forse perché quei piccoli frutti di bosco sono piccoli, discreti ma con un sapore impagabile, come quello delle idee di chi cerca di trasformarle in realtà.

***********

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

Cicogne d’Italia

by 21 settembre 2022

cicogne dell’Oasi naturalistica di Fagagna (UD)

 

Alla fine dell’estate molti uccelli migrano in stormi verso i Paesi caldi, ritrovandosi prima della partenza fra gli alberi, che risuonano a lungo delle loro voci e del frullare delle loro ali. Se ne vanno non tanto per sfuggire al freddo ma perché durante l’inverno nelle zone temperate viene a mancare il cibo di cui si nutrono. In Italia nel dopoguerra, con l’espandersi a dismisura delle città, delle industrie, delle strade e dell’inquinamento, le condizioni per fermarsi di nuovo a primavera a fare il nido erano scoraggianti per molti uccelli che era bello vedere, come le cicogne. Preferivano altri luoghi più moderati e tranquilli. Per questo sono state create delle riserve dove potessero ritrovare la calma e il cibo indispensabili a convincerle che sono benvenute a tal punto da procurare loro nutrimento e riparo anche in inverno. Così ormai in più punti nelle campagne italiane le possiamo vedere sui pali e sui comignoli anche quando fa freddo.

Le cicogne non cantano né gridano, ma qualche volta sibilano e fanno un suono di nacchere col becco, rovesciando il collo all’indietro per salutare il compagno di tutta una vita, che per quelle migranti arriva primo dal lungo viaggio di ritorno in Europa. A primavera le grandi cicogne bianche rientrano dall’Africa dove hanno passato l’inverno, aiutate dall’aria tiepida della terra che si sta riscaldando di nuovo e sale verso l’alto, sostenendole nella lunga traversata. Sopra il mare ancora freddo, passano solo agli stretti di Gibilterra o dei Dardanelli, dove si interrompe per poco la corrente di aria riscaldata che allevia la fatica delle ali. Sono accolte con benevolenza, come simbolo di buona fortuna, anche perché mangiano i serpenti.

 

cicogne e ibis eremiti, residenti nell’Oasi di Fagagna UD – pittura murale sulla cabina dell’Enel, di Maurizio Forestan

 

In passato si diceva che fossero loro a portare i bambini ai genitori perché nelle case dove un figlio era appena nato si riscaldavano le stanze che ancora non avevano assorbito abbastanza sole ed era sopra quei comignoli caldi che le cicogne preferivano posarsi e poi fare il nido.

In quei tempi si diceva anche che i bambini nascevano sotto i cavoli perché i matrimoni in campagna si celebravano in inverno, quando i contadini avevano più tempo libero e molti concepimenti avvenivano nei primi mesi dell’anno, con nascite autunnali, quando si raccoglievano i cavoli, che, come i bambini, ci mettono nove mesi a svilupparsi. Questa verdura dalle notevolissime virtù, era l’unica a poter essere consumata nella stagione fredda, perché si raccoglie a Novembre e si conserva bene. La cura dell’orto era affidato alle donne che a Marzo, con un punteruolo facevano un buco nel terreno per mettervi il seme di cavolo. Levatrici erano chiamate quelle che recidevano il suo cordone ombelicale con la terra.

*************

Il mondo interiore è altrettanto importante di quello che ci circonda.Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

Fontanelle di Nino Patrizi a Tolentino (MC)

by 14 settembre 2022

Le fontanelle che si trovano lungo le strade cittadine, oltre ad essere utili per dissetarsi e rinfrescarsi un po’ nelle giornate troppo calde, possono sollecitare l’attenzione come opere di scultura fantasiose .

 

E’ una fortuna quando se ne trova più d’una e questo avviene a Tolentino, in Provincia di Macerata, dove ce ne sono ben quattro, che vi presento qui, di cui tre sono degli anni cinquanta ad opera di Nino Patrizi, collocate in viale Cesare Battisti.

 

Una, di cui non è stato possibile conoscere l’autore, si trova invece in via Bezzi.

 

 

Questa volta ci sono solo le foto, ma per chi apprezzi le fontane si trovano in questa sezione gli articoli su quelle di Tonino Guerra, di Marco Bravura, di Corrado Cagli, oltre alle fontane dei rioni di Roma.

Una cecità che si può guarire

by 8 settembre 2022

fontana di Diana – villa d’Este – Tivoli

 

Innumerevoli volte si trovano piante in vaso moribonde o già morte di sete all’interno di locali pubblici come biblioteche, librerie, ville storiche aperte alle visite. Quando lo si fa notare con rammarico a chi lavora in quei locali si vede sui loro visi un’espressione stupita, come se lo stato di appassimento evidente fosse rimasto fino a quel momento invisibile. Rispondono “ma io cosa c’entro?” perché l’attenzione e il rispetto verso le piante sembra non far parte del senso civico. Se si suggerisce di soccorrerle annaffiandole, ci si sente rispondere “non tocca a me”. Se infine si dice “le sembra giusto lasciar morire delle piante sotto ai suoi occhi, unicamente perché non è l’incaricato ufficiale?” qualcosa comincia a cambiare nell’espressione dell’interlocutore, che però ancora resiste. Solo facendosi dare dei recipienti per l’acqua e procedendo in proprio all’annaffiatura mentre l’altro rimane perplesso, si può sperare di salvare quelle che sono prima di tutto degli esseri viventi, oltre ad un bene di tutti che, purtroppo nelle mentalità corrente, è sentito come se implicasse la responsabilità di nessuno. Anche solo considerando l’aspetto pratico, vengono sprecati tanti soldi provenienti dalle tasse per piante che si lasciano morire, spesso nei giardini pubblici, perché dopo averle messe a dimora vengono abbandonate. Succede addirittura che i privati le acquistino come oggetti decorativi e poi, presi da mille cose non sempre degne di attenzione, le trascurano e le lasciano seccare. Questo è solo una piccola parte di una questione molto ampia da considerare se vogliamo un mondo migliore.

Troppe persone, anche quelle gentili ed educate, spesso sembrano inconsapevoli di ciò che sta al di fuori della loro cerchia personale e sono cieche alla sofferenza e ai diritti di altri esseri viventi, che siano piante, animali o persone. Si lamentano di quanto il mondo sia pieno di brutture, senza rendersi conto che quella condizione può essere cambiata solo se ciascuno si prende la responsabilità almeno di ciò che c’è a portata di mano, di occhi e di orecchie. Se chi ha il dovere di occuparsi del bene comune non lo fa, è necessario che provvedano quelli che ne vengono a conoscenza. Per questo è necessario intervenire, sempre con modi educati e possibilmente gentili, affinché si riduca la cecità che si può guarire: quella dell’attenzione e della responsabilità, senza le quali si lascia posto alle ingiustizie, fino alle peggiori.

************

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

L’albero monumentale del deserto

by 30 agosto 2022

Prosopis juliflora, albero solitario nel deserto del Bahrein – foto da Wikipedia

Anche nel deserto c’è l’acqua, ma si trova a grandi profondità e arriva da lontano, per vie in parte naturali e in parte create dall’uomo, come le oasi. Ma nel deserto del Barhein, solo andando lontano anche nel tempo si può capire come possa vivere da oltre cinquecento anni quello che è chiamato “Albero della vita” per la tenacia che dimostra nel resistere al terribile calore, alla mancanza di pioggia e alla solitudine. Nessuno sa come sia arrivata sull’isola del Golfo Persico quella pianta originaria delle zone semi desertiche del Messico e del Perù: la Prosopis juliflora. Appartiene alla famiglia delle fabacee che comprende le acacie, stoici e spinosi alberi della savana con la chioma a ombrello, dalle radici a fittone profondissime, capaci di trovare l’acqua dove nessun altro arriva. Le prosopis sanno fare anche di più, perché possono spostarsi di qualche metro se è necessario, adagiando un ramo al suolo per fargli mettere radici in un punto più propizio, per poi svilupparsi lì, lasciando morire la parte più vecchia. Forse erano stati i portoghesi, arrivati nel Nuovo mondo dopo gli spagnoli e poi per qualche tempo signori nel Barhein, a mettere a dimora quell’albero nella vicinanza del un pozzo di un antico villaggio, poi sepolto dalla sabbia. Ed è forse nel buio di quell’antico pozzo che l’albero trova l’acqua. La meraviglia che suscita la sua presenza attira i visitatori e alimenta la fantasia, come il florido commercio delle perle prese al mare che circonda l’arcipelago. Ed è ancora dalla profondità che arriva la ricchezza maggiore di queste isole: il petrolio.

 

fiori e foglie di Prosopis – foto da Wikipedia

 

Il legno delle prosopis è durissimo, perciò nei loro luoghi d’origine è ricercato per farne dei parquet e siccome brucia in modo ideale per il barbecue, se ne fa anche molta carbonella. Tanta forza rende questi alberi resistenti ai tentativi di liberarsene quando occupano i terreni che si vogliono destinare ad altri, ma simili doti li rendono straordinari nel fermare l’avanzata dei deserti ed è in questa impresa che andrebbero favoriti, come già in parte succede.

Gli unici alberi che possono crescere nel deserto della Namibia sono le welwitschie, di cui trovate l’articolo qui.

Un articlo sulla prosopis nel suo Paese d’origine lo trovate qui. 

Un articolo sugli alberi che resistono meglio alla siccità lo trovate qui

Un articolo su come fermare la desertificazione con gli alberi si trova qui

**************

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

Gli alberi notevoli di Pellizzano (TN)

by 23 agosto 2022

noce monumentale di Pellizzano vicino al ponte pedonale sopra il fiume Noce

 

L’aspetto attraente e forse anche il nome insolito dell’albergo Arcangelo, lungo la strada della val di Sole, appena prima di biforcarsi verso il passo del Tonale e Pejo, fanno desiderare di fermarsi a Pellizzano. Si attraversa il torrente in parallelo a un ponte pedonale di legno con un magnifico albero di noce ultracentenario alla sua estremità e subito ci si ferma nel piccolo parcheggio ai margini di un parco pubblico di meli secolari, di specie ormai rare. L’antico “brolo dei Bragheti”porta adesso il nome di Sama, che in trentino significa “vai piano” ma che in lingua araba e persiana vuol dire “ascolto”, anche nel significato di ascesa spirituale e di amore per la natura. E a fargli fede c’è un capanno di legno dalla porta sempre aperta, con la targa che lo qualifica come Piccola Libreria Libera, dedicata al medico e cultore della storia di Pellizzano, Franco Ambrosi. All’interno, su scaffali di fortuna sono in attesa molti libri portati da volontari che li mettono a disposizione dei lettori di passaggio, disposti anche a scambiarli coi propri che hanno già letto. Da anni ormai questa piacevole nuova abitudine importata dagli Stati Uniti permette ciò che le pur meravigliose biblioteche non possono concedere. Il capanno, che all’incirca ha l’età degli alberi intorno, era stato deposito degli attrezzi, pollaio, riparo per il guardiano del frutteto, come si usava un tempo. Due pannelli danno informazioni sulle varietà di mele che maturano sugli alberi, identificabili dal numero apposto su ciascuno, così che si possa riconoscerli e avere qualche nozione al riguardo.

 

Il parco coi meli centenari di Pellizzano e la piccola libreria libera nel capanno che era stato del guardino del frutteto

 

Il parco ha come vicino un asilo nido che dimostra all’esterno l’attitudine creativa che lo distingue e, appena oltre, in un giardino privato un grande amareno regge fra i rami una casetta di legno per avventure infantili. “Paese dei bambini” si definisce Pellizzano, dove nella vicina piazza della Casa di Riposo una raffinata fontana di stile contemporaneo disegna nell’aria il profilo delle montagne, da cui all’estremità più bassa sgorga l’acqua in un grande vaso di pietra. La chiesa intitolata alla Natività di Maria, coi suoi affreschi e gli originali arredi rinascimentali, è attraente per chiunque cerchi la grazia e la bellezza e le case del borgo con tante parti in legno, fedeli allo stile della regione senza cedere alle leziosità, fanno privilegiare Pellizzano come base per visitare quanto di bello c’è da vedere in questa valle.

*************

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.