I miei articoli

Il bello della Val Vigezzo (VCO)

by 16 gennaio 2019

 

Dieci chilometri di strada ripida portano sull’altopiano dove Druogno, Santa Maria Maggiore, Craveggia e Malesca sorprendono con la bellezza delle loro case dagli alti comignoli, dai tetti in piote di sasso che proteggono suggestive balconate, dagli affreschi a tema religioso su una parete esterna. Sono numerose le case signorili, che si accompagnano con grazia a quelle più modeste ma sempre di gradevole aspetto. Fino dal seicento questa valle ha avuto pittori di talento, testimoniata dagli affreschi piccoli e medi su buona parte delle case, dove la Madonna è quasi sempre presente nella sua qualità di protettrice dalle malattie e dalle disgrazie. Il pittore Giovanni Maria Rossetti Valentini, tornato dalla Francia dove aveva fatto fortuna, nel 1878 aveva fondato a Santa Maria Maggiore una scuola d’arte gratuita, attiva ancora adesso per corsi estivi. A Craveggia sul muro di cinta di quella che era stata la casa originaria di G.M.Borgnis, celebre pittore emigrato in Inghilterra nel settecento, c’è una pittura murale relativamente recente che illustra un incontro davanti a casa sua.

Centro storico di Santa Maria Maggiore. Sui comignoli si vedono sagome si spazzacamini

 

Sui tetti nei tanti toni grigi delle piote di pietra locale, i comignoli alti che in passato testimoniavano la ricchezza e il prestigio delle famiglie portando il fumo più in alto che altrove prima di lasciarlo libero, ricordano che il mestiere dello spazzacamino era caratteristico di questa valle. Da qui ogni autunno partivano per le città italiane ed estere gli uomini accompagnati da uno o più ragazzini, perché per togliere le incrostazioni di fuliggine dalle canne fumarie, che si risalivano puntando i piedi su una parte e la schiena sull’altra, ci voleva un corpo minuto. Questo lavoro faticoso, pericoloso e insalubre, è documentato nel Museo dello Spazzacamino e celebrato ogni mese di Settembre con un raduno che fa incontrare quelli che nel mondo intero ancora lo esercitano o lo ricordano. La fuliggine nera e infiammabile che il legno bruciato lasciava lungo il percorso casalingo del fumo, veniva venduta per farne inchiostri o concime e aveva finito col dare ricchezza.

 

Casa di Craveggia con affresco

Ma a Santa Maria Maggiore c’è anche la Casa del Profumo, in onore del suo concittadino Giovanni Maria Farina, emigrato a Colonia nel settecento dove aveva commercializzato l’unico profumo tuttora in vendita con la stessa formula, ideata da Giovanni Paolo Feminis e chiamata in origine Aqua Mirabilis, per le sue qualità lenitive. Su una base di agrumi, è formata da una trentina di essenze vegetali diverse che in passato avevano sparso la loro fragranza anche sugli abiti tradizionali tipici della valle, esposti qui, dove vari pannelli spiegano la storia dei profumi e dei costumi.

Vari piccoli musei nelle frazioni e il santuario della Madonna a Re, le passeggiate nei boschi e le attività sportive, completano le attrattive culturali di questa valle dal bel paesaggio con le Alpi sullo sfondo, che può essere contemplato anche viaggiando con il trenino bianco e blu che da Domodossola porta a Locarno, nella confinante Svizzera.

Quando le formiche si alleano con gli alberi

by 9 gennaio 2019

 

cecropia, albero mirmecofilo – foto da Wikipedia.org

 

Nelle savane, dove di acqua ce n’è sempre meno, le acacie sono fra i pochi alberi a resistere, con l’avanzare della stagione asciutta. Affondano le radici a grandi profondità nel terreno, per trovare l’umidità necessaria alla sopravvivenza. Le loro foglie verdi, allora, sono tanto ricercate dagli animali tormentati da fame e sete, che i poveri alberi rischiano di esserne completamente spogliati e morire. Le lunghe spine non bastano a difendersi e certe specie, quando si sentono mordere, cercano di renderle immangiabili riempiendole di amaro tannino. L’Acacia cornigera si allea con le formiche. Sono milioni di anni che i minuscoli insetti attaccano chiunque si avvicini alle fronde delle loro protette, che siano bruchi, coleotteri o mammiferi, perché in cambio ne ricevono un’ottima ospitalità e cibo, in forma di nettare emesso vicino alle foglie proprio per loro, che fanno un buco alla base delle grosse spine  dove si rifugiano, al sicuro dai predatori. Questa simbiosi si chiama domazia.

Arriva la sera e la temperatura cala. Si alza il vento e fra le acacie si odono suoni come di flauti. Gli indigeni che per sbaglio sono ancora da quelle parti, fuggono spaventati, perché quello è un luogo tabù, dove dicono che gli spiriti si riuniscano per suonare. Solo gli stranieri rimangono, incuriositi. Si avvicinano alle acacie, dove le note lievi e diverse fra loro, sorgono qua e là. Allora capiscono. È il vento, che entrando dai fori negli alloggi delle formiche, suona la sua canzone.

 

Acacia cornigera, foto da Wikipedia di Stan Shebs

 

Nella foresta amazzonica, dove ogni sorta di pianta vive in un fitto intreccio con le specie più diverse, ci sono zone in cui è una sola a prosperare, la Duroia irsuta, mentre tutt’intorno le altre soffrono. Gli indigeni, non trovando altra spiegazione, hanno chiamato quei luoghi “giardini del diavolo”. Si tratta, invece, dell’opera di formiche della specie Myrmelachista schumanni, che vivono dentro l’albero meglio che in qualsiasi altro, proteggendolo dagli erbivori e dalle colleghe formiche taglia-foglie. Per ottenere un simile risultato, le formiche uccidono tutti gli altri alberi iniettando alla base delle foglie l’acido formico che di solito usano come antiparassitario o arma contro i nemici. Le colonie che arrivano fino a tre milioni di individui si installano, così, dentro gli steli cavi della duroia, perpetuandosi per centinaia d’anni.

 

formica da miele australiana – foto da Hellogreen.it

 

Nelle zone desertiche dove il cibo e l’acqua scarseggiano, varie formiche si sono alleate con certi tipi d’alberi per ottenerne un nettare prodotto non già dai fiori, per ricompensare api e altri impollinatori, ma dai rametti dove ci sono le foglie. Le formiche, in cambio, difendono l’albero dagli erbivori o altri insetti nocivi. In Australia le formiche myrmecocystus immagazzinano questo nettare nella pancia, gonfiandola fino alla grandezza di un acino d’uva, poi si appendono al soffitto del loro rifugio, da dove le compagne prelevano la quantità di cui hanno bisogno. Uno degli alberi che li rifornisce è l’australiana Acacia aneura, detta mulga, che ospita le formiche vicino alle proprie radici sottoterra. Gli aborigeni, però, danno loro la caccia per mangiarsele, perché sono squisite e nutrienti.

 

Questo articolo è presente nel mio libro ANIMALI -favolose storie vere

 

Come si fa a guadagnare un giorno

by 2 gennaio 2019

 

Il celebre navigatore portoghese Magellano, dopo aver navigato e sostato per tre anni nei mari del sud ed aver trovato il modo di passare con le navi dall’oceano Atlantico al Pacifico, all’estremo meridione dell’America, era finalmente tornato in Spagna il 6 Settembre del 1522. Aveva navigato intorno alla terra in direzione ovest, dissipando ormai ogni dubbio sulla sua forma sferica. Arrivato, però, alle isole di Capo Verde, davanti al Senegal, si era accorto di essere in ritardo di un giorno rispetto alla loro data. Eppure aveva fatto annotazioni quotidiane molto scrupolose sul diario di bordo. In Spagna aveva avuto la conferma di aver perso ventiquattr’ore.

 

Già nel dodicesimo secolo il dotto arabo Abulfeda, che era certo a proposito della forma del globo, aveva intuito che navigando in direzione est, cioè incontro al sorgere del sole, si sarebbe arrivati al punto di partenza con un giorno di anticipo sulla data locale. Dunque, nella direzione opposta si sarebbero perse ventiquattr’ore, qualunque fosse la durata del viaggio.

Jules Verne nel suo romanzo “Il giro del mondo in ottanta giorni”, aveva fatto vivere quest’esperienza in positivo al protagonista, che credeva di aver perso la scommessa impiegando ottantun giorni secondo il suo computo ma, viaggiando in direzione est, aveva vinto.

Ecco, per ora, l’unico modo per guadagnare o perdere un giorno.

C’ è però la possibilità di guadagnare del tempo tutto l’anno, ottimizzando l’impiego delle proprie giornate, grazie alle virtù della propria mente. Per sapere come si fa, si può cominciare col leggere l’articolo COME AVERE PIU’ TEMPO.

 

Deserto bianco

by 18 dicembre 2018

deserto bianco – foto da viaggi-usa.it

 

Da diecimila anni, dune candide come neve e alte fino a venti metri, sono onde mosse dal vento nel più grande deserto bianco del mondo, ad oltre mille metri di altitudine. In New Mexico, 250 milioni di anni fa qui c’era il mare, che ne aveva impiegato altri 180 milioni per prosciugarsi, lasciando uno spesso strato di roccia gessosa. I movimenti della terra l’avevano sollevata facendone una collina vastissima, che col tempo si era sgretolata. Sono rimaste le basse catene montuose di sant’Andrés e Sacramento, mentre il vento e la neve hanno continuato a dilavare il gesso che, non trovando corsi d’acqua che lo portassero via, si è depositato nel Tularosa Basin. Solo occasionalmente l’acqua si accumula per qualche tempo in grandi pozze, poi evapora o si infiltra nel terreno. Il sole, riscaldandole favorisce la formazione di cristalli di gesso, lunghi anche un metro. Quando tutto torna asciutto, il vento che vi soffia sopra li frantuma fino a che diventano sabbia che porta via, rigenerando continuamente le dune di finissimi cristalli dalla consistenza del talco. I pochi animali del deserto bianco (leoni di montagna, coyote, roditori e avvoltoi) si sono adattati schiarendo il loro mantello per mimetizzarsi meglio.

Questo luogo bellissimo dove è stata fatta esplodere la prima bomba atomica nel 1945 è ancora in parte sfruttato dall’esercito americano per esperimenti ed esercitazioni.

Ci sono altri deserti bianchi: in Egitto il deserto è di gesso, in Bolivia è fatto di sale, in Brasile è di quarzo e non è un vero deserto dato che le piogge sono abbondanti e si trova lungo il litorale nord est. Ha il nome di Lenzuola del Maranhao, dato che le dune, fra cui si accumula l’acqua piovana, sembrano distese di lenzuola.

 

Alberi in testa: palchi e corna

by 13 dicembre 2018

alce – foto da freepick.com

 

Sulle teste dei cervidi crescono ogni anno, per poi cadere, quelli che sembrano rami d’alberi o grandi foglie, che si chiamano palchi e sono fatti d’osso. Sono diversi dalle corna, di cui sono dotati i bovidi e i caprini, che rimangono gli stessi per tutta la vita, non sono d’osso e non si rigenerano. Proprio gli erbivori, mangiatori di foglie e cortecce, portano sulla testa gli ornamenti davvero bellissimi che ricordano ciò di cui si nutrono.

I cervi maschi cambiano ogni anno i palchi a primavera. Ricrescono subito dopo aver perso quelli vecchi e aggiungono rami con l’avanzare dell’età. Sono pronti prima dell’autunno, dopo aver perso il rivestimento vellutato che li proteggono, quando i maschi lottano per confermare o cambiare la posizione sociale. Servono come difesa e come attrazione per le femmine, che scelgono per accoppiarsi chi le ha più ramificate, segno di una posizione dominante nel gruppo, dunque di maggiore forza e conseguente garanzia di salute per i figli. Probabilmente a causa di queste competizioni fra maschi, in araldica la presenza di palchi nello scudo di famiglia ha il significato di nobiltà antica e generosa.

Quelli dei caprioli sono piccoli, corti e con tre rami.

I daini hanno grandi palchi ricurvi, che nella seconda parte sono piatti come foglie

Anche gli alci maschi li hanno come foglie triangolari, con punte simili a quelle degli agrifogli. Cadono tutti gli inverni.

 

ariete – foto da Il Fatto Quotidiano

 

Le renne di entrambi i sessi hanno palchi sottili e ricurve con le punte sulle estremità, che perdono ogni anno.

Le gazzelle hanno corna permanenti e cave, lunghe e diritte come spade

Le antilopi ne hanno di simili.

Gli arieti, maschi delle pecore, hanno belle corna permanenti ricurve a spirale, che aggiungono annualmente un anello, così che si può conoscerne l’età. Avviene lo stesso con i mufloni loro parenti, che vivono in Sardegna.

Le capre hanno corna permanenti, sia nei maschi che nelle femmine.

Gli stambecchi sono capre alpine dalle lunghe corna leggermente ricurve. La loro crescita si ferma ogni inverno ed è a quel punto che si allarga l’anello indicatore dell’età, fino ai 16 anni. La femmina ha corna lisce e più piccole. Questi animali nell’ottocento erano quasi estinti, perché la polvere delle loro corna era ritenuta utile contro l’impotenza, mentre il sangue si considerava curativo contro i calcoli renali. Il re Vittorio Emanuele II aveva emanato una legge per proteggerli.

 

Ankola watusi – foto di Carol Beckwith e Angela Fischer

 

Nel Sudan sono celebri le mandrie di mucche della razza Ankole watusi, con corna gigantesche, lunghe un metro ciascuna, davvero bellissime. Pare siano le più grandi del mondo. Sono accudite da altrettanto bei pastori nudi, i Dinka, che indossano solo un busto di perline e, per tener d’occhio la mandria, si issano su delle pertiche. Le mucche ed i tori mantengono le stesse corna per tutta la vita.

Sully

by 28 novembre 2018

 

Film del 2016 di Clint Eastwood, che come sempre tratta temi importanti e profondi. E’ la storia vera di quanto successo nel gennaio del 2009 quando un aereo di linea, appena decollato aveva subito il guasto di entrambi i motori, a causa dello scontro con uccelli. Il comandante, interpretato da Tom Hanks, ritenendo impossibile atterrare all’aeroporto, aveva deciso di ammarare sul fiume Hudson, riuscendo a salvare tutti i 155 passeggeri. Acclamato come eroe dal pubblico, era stato subito sottoposto ad inchiesta dall’ente aeronautico che aveva considerato la pericolosissima scelta come irresponsabile. Le simulazioni di volo dimostravano che avrebbe potuto seguire il protocollo, anche in considerazione del fatto che uno dei motori, sempre attraverso le simulazioni, avrebbe avuto qualche autonomia. La calma e la capacità di non dare niente per scontato del comandante con quarant’anni di esperienza, si erano a questo punto rivelate anche nel chiedere che le simulazioni venissero rifatte in sua presenza, per poter capire come mai risultassero contrarie a ciò che lui aveva intuito come giusta soluzione. Questo gli aveva dato il tempo e la possibilità di comprenderne la ragione. Le simulazioni, infatti, non avevano preso in considerazione né l’imprevisto, né i sentimenti di chi si trova a dover decidere in pochi secondi su una faccenda gravissima, né il tempo necessario a fare una manovra protocollare estremamente difficile. Con questi elementi era stato possibile verificare che il comandante aveva fatto la scelta giusta, supportata anche dal fatto che, ripescato il motore dato come parzialmente efficiente dalle simulazioni al computer, era stato constatato il suo guasto completo.