I miei articoli

La macchina degli abbracci

by 21 settembre 2021

Libro di Temple Grandin pubblicato in Italia nel 2012. Osservando il comportamento degli animali l’autrice ha notato tratti comuni con quello delle persone affette dalla sua stessa malattia, l’autismo, facendole comprendere le loro percezioni e le conseguenti motivazioni. Ha rilevato quanto l’aspetto dell’ambiente visto da parte degli animali sia in certi casi molto diverso da quello che risulta alla nostra percezione e provochi delle reazioni altrettanto difformi. Gli animali si accorgono di cose che a noi sfuggono perché tendiamo ad avere una visione d’insieme, a cui mancano elementi ritenuti irrilevanti dal nostro cervello, che vuole evitare il sovraccarico. Gli animali (come gli autistici) invece colgono in gran parte dei dettagli difficili da relativizzare, che prendono a volte un significato abnorme. L’autrice ha fatto tesoro delle proprie caratteristiche percettive sviluppando studi che l’hanno portata ad una professione importante per il benessere animale, soprattutto quelli dei grandi allevamenti.

Nel libro descrive le particolarità del cervello umano e di quello animale, che evidenziano quanto sia importante imparare a “mettersi nei panni altrui” per evitare errori che provocano inutile sofferenza ad entrambe le parti. Ci fa conoscere molti episodi illuminanti sulla vita degli animali e su quanto occorra tenerne conto, anche per la nostra sicurezza. Da molto spazio a quanto la tendenza alla dominanza fra gli animali (quanto fra gli umani) sia importante nel comportamento e vada sempre considerata perché innesca un’aggressività che può essere molto pericolosa. Nel libro abbiamo la conferma di quante paure e convinzioni si radichino nelle persone e negli animali perché apprese da altri anziché per esperienza diretta e di quanta consapevolezza occorra per liberarsene, nel caso in cui siano fuorvianti.

Il titolo dell’opera si riferisce ad un dispositivo di contenimento dei bovini per poterli curare, che li rassicura e quindi li calma, come se venissero abbracciati. L’autrice, che aveva notato questo effetto quando ancora era bambina, si era costruita qualcosa di analogo anni dopo.

Un altro libro notevole sugli animali, importante anche per comprendere meglio gli umani è L’anello di re Salomone

**************

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

Museo dell’olivo di Imperia

by 14 settembre 2021

 

Nel giardino del Museo dell’olivo dimorano alcuni esemplari annosi dell’albero che rappresenta al meglio le terre mediterranee, nelle dimensioni che siamo abituati a vedere. Ma ancora oggi quando l’olivo selvatico trova spontaneamente il posto dove crescere, la sua altezza si fa due e più volte superiore a quelli coltivati, come avviene per i longevi suoi pari che vivono anche tre e quattromila anni, accrescendo oltre all’altezza la circonferenza del fusto e della chioma. A forza di selezioni e potature accurate, nei campi dove vengono messi a dimora sono stati portati alle dimensioni necessarie per la raccolta a mano dei preziosissimi frutti, scuotendo le fronde da terra o su particolari scale sottili che si infilano fra i rami.

In ogni caso le olive devono essere perfettamente integre e mai rimanere a terra, -dove vengono raccolte nelle reti-, per più di qualche ora. Altrimenti l’olio risulta acido e può essere utilizzato solo per scopi non alimentari, che in passato riguardavano in gran parte l’illuminazione, facendolo bruciare in lampade di varie dimensioni.

Chi mangia delle olive subito dopo averle colte le trova sgradevoli perché occorre un trattamento per renderle commestibili. Il procedimento più semplice è quello della salatura che ne estrae i liquidi amari, altrimenti occorre tenerle a bagno per alcune ore nella soda caustica e dopo averle risciacquate più volte si possono conservare in salamoia. Se invece si vuole ottenere l’olio è necessaria la spremitura dei frutti coi noccioli, che può avvenire solo usando un torchio.

 

una sala del museo dell’olivo – foto di Riviera 24

 

Percorrendo il Museo dell’Olivo di Imperia, nella Liguria che verdeggia delle sue fronde da secoli, attraverso gli oggetti ordinari per la lavorazione e il trasporto, poi quelli raffinati che ne riguardano l’impiego, possiamo conoscere parte della sua storia. Dai vari pannelli con le spiegazioni si viene a sapere che in epoca antica una persona impiegava trenta litri d’olio l’anno per la cura del corpo, venti litri per alimentarsi, tre litri per l’illuminazione e due per uso rituale o medicinale.

Gli atleti all’epoca degli antichi greci e romani si cospargevano di olio d’oliva che usavano anche per rimuovere la sporcizia dal corpo usando lo strigile, quell’attrezzo metallico ricurvo che troviamo spesso nei musei archeologici. Per lavarsi comunemente si usava un miscuglio di cenere e argilla oppure di sabbia e orzo oppure bicarbonato di sodio. Dopo aver scoperto il modo per fare il sapone (come quello di Marsiglia, di Castiglia e di Aleppo), che richiede l’impiego di grassi, in passato come oggi si può privilegiare l’olio d’oliva. L’olio era anche la base grassa in cui far macerare i petali dei fiori per ottenere il profumo e le sostanze curative delle erbe.

 

braciere scaldapiedi a sansa

 

Ci si rende conto, passando attraverso le sale ben allestite, di quanto noi mediterranei dobbiamo all’albero di olivo, che oltre ad essere utile è bello come una scultura naturale, nel suo continuo torcersi per adattarsi alle mutevoli condizioni dei terreni in cui vive per centinaia e migliaia di anni, modellando anche la nostra vita.

Altri interessanti musei dell’olivo si trovano in Umbria a Torgiano e a Trevi, in Veneto a Bardolino .

***********

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

Aristolochia dalla seducente trappola

by 7 settembre 2021

aristolochia, detta anche fiore di calicò

 

L’Aristolochia è una pianta rampicante sudamericana dai fiori il cui unico grande petalo vellutato a forma di cuore, (come le foglie) è di un viola fegatoso con crettature bianche, di cui viene il sospetto che nell’abbinamento con quel colore delittuoso vogliano far credere a una degenerazione di tessuti animali sanguinolenti a degli impollinatori involontari, fra cui le mosche. Infatti nel centro del petalo, contornato in tono scurissimo, quasi nero, si apre un calice di un giallo luminoso tappezzato di peli per attirare il curioso che vi si introduce e si trova così costretto a percorrere un sifone dalla curva molto stretta.

 

Arriva allora in una camera oblunga verde e spaziosa, in fondo alla quale ci sono gli organi riproduttivi del fiore. Visto da fuori, sul retro del petalo, quel rigonfiamento verde si direbbe un frutto ma se lo si preme con le dita ci si accorge che è vuoto. Lì dentro l’insetto rimane prigioniero ma solo fino a che, dopo essersi imbrattato di polline, il fiore appassisce e i peli che prima impedivano di risalire il sifone e uscire, si afflosciano lasciandolo libero, mentre si forma la capsula del frutto con i semi.

 

dettaglio che mostra il percorso e la “camera degli ospiti”

 

L’aspetto di quei fiori fa pensare a nobildonne di area nordica nei secoli passati, forse francesi o belghe, o a delle beghine sospettose e maligne con le vistose cuffie in testa. Il nome che deriva dal greco aristos e significa “molto buono” ha cause incerte ma pare abbia a che che vedere con qualità guaritrici dal morso dei serpenti, rafforzando la sensazione per quei fiori, di aristocrazia da brivido.

Un altro fiore viola che intrappola temporaneamente l’impollinatore è il Dracunculus vulgaris . Candida ma coercitiva è anche la Victoria amazonica

**********

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

Sequoie, segreto violato della California

by 31 agosto 2021

Sagoma tipica di una giovane sequoia gigante Sequoiadendron giganteum a Chatillon (AO)

 

Nel 1851 l’architetto e giardiniere Joseph Paxton aveva potuto realizzare l’edificio in forma di serra più grande del mondo, per ospitare la prima Esposizione Universale che si sarebbe tenuta a Londra. Era una costruzione prefabbricata, modulare e riutilizzabile dopo lo smontaggio, che oltretutto non aveva bisogno di pilastri o muri per reggersi. Una nervatura in ferro tratteneva le lastre di vetro di quello che era stato chiamato Crystal Palace e la rapidissima costruzione dell’edificio di novantaduemila metri quadrati di superficie calpestabile era stato uno straordinario successo. Per la parte frontale della volta a botte, Joseph Paxton si era ispirato alla struttura delle gigantesche foglie della ninfea Victoria amazonica.

Nel 1852 un cacciatore sulle montagne della California del Nord, a oltre milleduecento metri di altitudine, stava inseguendo un grizzly ferito da lui nella caccia, quando si era trovato davanti un albero dalle dimensioni talmente grandi da fargli credere a un’allucinazione. Alta un’ottantina di metri, forse cento, con una circonferenza di ventotto, la prima sequoia che un uomo bianco avesse mai documentato (anche se altri prima di lui sembra le abbiano viste anni prima, senza ufficializzarlo) gli stava davanti. Il segreto della North Calavera Grove era stato violato e i suoi giganti vegetali dalla favolosa età di tremila e più anni, presto sarebbero stati conosciuti nel mondo intero.

 

la corteccia di The Mother of the Forest nel Crystal Palace – 1859 foto da Wikipedia

 

Il desiderio di possedere quelle meraviglie, di portarsele via, di esibirle, di guadagnarci dei soldi aveva colto gli uomini e in particolare i proprietari delle imprese di legname. Così avevano iniziato a farle abbattere con uno sforzo enorme, perché non esistevano ancora i mezzi adatti a questo scempio che entusiasmava i partecipanti, rendendoli orgogliosi come per l’uccisione delle balene. Uno di quegli alberi spettacolari, che era stato chiamato Madre della foresta, doveva essere portato in Europa ed esibito nel Crystal Palace. Trasportarlo per intero non sarebbe stato possibile ma la spessa corteccia leggera e spugnosa tipica delle sequoie sarebbe stata tolta fino all’altezza di trentasei metri e spedita intera via nave. Così la regina dei boschi di montagna era stata lasciata nuda ad affrontare il freddo e tutte le avversità che l’avevano fatta morire in pochi anni.

Molte sequoie plurimillenarie erano state abbattute prima che si riuscisse a tutelare le ridotte zone in cui da lunghissimo tempo erano vissute in pace e che dagli anni trenta del novecento sono parchi protetti. Dai piccoli semi i grandi alberi sono stati fatti riprodurre in tutto il mondo, ma i giganti che erano già maestosi all’epoca degli etruschi, si possono vedere solo nel loro luogo di origine, dove nel 1977 l’attivista Julia Butterfly Hill è intervenuta per evitare che ne sparissero altri, vivendo per quasi due anni su uno di loro.

 

tipica sagoma stretta della sequoia sempreverde Sequoia sempervirens a Sant’Olcese (GE)

 

Le sequoie, che sono sempreverdi, in tempi lontanissimi crescevano anche in Italia ma nella nostra epoca sono endemiche delle montagne della California, distinguibili in sequoie giganti, Sequoiadendron giganteum dalla chioma con le foglie e la sagoma vagamente simili ad ampi cipressi e quelle dette sequoie sempreverdi Sequoia sempervirens, dalla sagoma molto più sottile e foglioline che ricordano i tassi. In Italia adesso ne abbiamo di molto grandi in Trentino Alto Adige (BZ), in Veneto (BL) in Piemonte (CN) e (BI) in Lombardia (CO), in Liguria (GE) in Toscana (FI), in Emilia Romagna (MO) e altre regioni. Negli anni trenta del novecento, in Cina si sono trovate metasequoie Metasequoia glyptostroboides, credute estinte, riconoscibili dalle foglioline color verde molto chiaro, che in autunno si fanno di un rosso intenso e spettacolare prima di cadere, come avviene ai cipressi calvi Taxodium disticum coi quali vengono a volte confuse.

Un articolo sulle sequoie del castello di Sammezzano è qui

***********

Il mondo interiore è importante quanto quello che abbiamo intorno. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

Museo dei profumi a Savigliano (CN)

by 22 agosto 2021

Il giardino del Museo dei profumi – foto da ideawebtv.it

 

A Savigliano, sotto i cornicioni del bellissimo palazzo Muratori Cravetta, figure umane dipinte nell’atto di guardare furtivamente da finestrelle il giardino sottostante, fanno pensare al desiderio di essere circondati dalle fragranze delle piante di cui era composto in origine, che forse erano rose e rosmarini, salvia e caprifoglio, la cui essenza si riconosce in tante acque odorose. Ma è nel vicino palazzo Taffini d’Acceglio che ha sede il Museo dei Profumi, il cui nome è Muses, dove nel giardino quelle piante ci sono adesso, intorno ad una fontana che nebulizza acqua aromatizzata.

A partire dall’ottocento nel palazzo e nel parco sabaudo di Racconigi, poco più a nord, erano state sviluppate la sperimentazione agroalimentare e la disciplina delle essenze, dei profumi e dei sapori. Un poco più vicino a Torino è ancora attiva quella che viene chiamata L’isola d’Erba, perché fin dalla metà dell’ottocento vi si coltiva in particolare la menta piperita nel suo terreno argilloso siliceo, in zone umide e fresche. A Pancalieri, -dove c’è il Museo della Menta e delle piante officinali- e in una ventina di comuni dei dintorni, l’attività si era sviluppata fino a costituire, insieme ad altri centri sparsi nella regione, il cinquanta per cento del prodotto italiano che comprende assenzio, camomilla, coriandolo, maggiorana, melissa, timo e altre erbe. Il Piemonte è uno dei maggiori coltivatori di erbe odorose e nell’università di Savigliano da venticinque anni si tiene uno dei pochi corsi di erboristeria aromatica.

 

alambicco per profumi nel museo – foto del Muses

 

Nel seicentesco Palazzo Taffini d’Acceglio si ripercorre la storia del profumo presentando gli oggetti i libri, i dipinti, i personaggi che hanno avuto una parte importante nella sua evoluzione, percorrendo le molte sale affrescate con scene mitologiche o di gloriosi momenti della vita di chi abitava o frequentava il palazzo, come la famiglia Savoia e la famiglia Taffini. Ci si può inebriare di fragranze vegetali attraverso gli “olfattori”, che sono grandi calici in vetro soffiato dalle forme studiate appositamente per annusare nel modo più favorevole quelle che vi sono contenute, o perdendo la testa dentro campane artistiche che nebulizzano gli aromi mentre proiettano disegni luminosi nell’oscurità della sala. Queste e varie altre opere che valorizzano ed esaltano il profumo sono state realizzate da artisti contemporanei da tutto il mondo, nei saloni dai muri e dai soffitti dipinti da pittori locali di altri tempi.

 

campana del percorso sensoriale – foto del Muses

 

Alla visita guidata del museo si può aggiungere la partecipazione a laboratori per approfondire la conoscenza con le essenze e sperimentare la realizzazione del profumo più adatto al proprio carattere.

Potrete conoscere altri musei dei profumi leggendo l’articolo sull’Officina Profumofarmaceutica di Santa Maria Novella a Firenze e sul Museo delle Erbe a Sansepolcro . Una menzione ai profumi si trova anche nell’articolo Il bello della Val Vigezzo

************

Il mondo interiore è altrettanto importante di quello che abbiamo intorno. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

Fiori di campo, irriducibile avvenenza

by 28 luglio 2021

fiore di carota selvatica

 

A dispetto dell’accanimento che i manutentori del verde impiegano per tosare l’erba, nei prati, nei campi e lungo i bordi delle strade, ogni estate ci sono fiori che si innalzano al di sopra del verde con la loro bellezza e ci risarciscono di tante brutture. Spesso sono le progenitrici delle piante che abbiamo trasformato secondo i nostri gusti per mangiarle, così che negli orti ormai abbiamo quelle dall’aspetto modificato al punto da non riconoscere la parentela con le altre. Loro, rimaste libere dalla domesticazione, che mettono ogni energia nel ricamare fiori vistosi per essere notate dagli insetti fecondatori. E se ogni anno, anche più volte ricrescono nonostante vengano trattate senza riguardi, è perché le sostanze di cui hanno bisogno per riprendersi subito dai tagli le immagazzinano nelle radici a rizoma, quelle grosse e spesse, al riparo sotto terra dal troppo ardore del sole o del fuoco in estate quanto dal gelo in inverno. Così i profani di botanica non immaginerebbero mai che quei fiori bianchi a ombrella e dalle foglioline delicate siano carote e altri dalle ombrelle ancora più grandi siano sedano, quelli lilla a raggiera appartengano alla cicoria e per quelli viola carico si tratti di salvia.

 

fiori di cicoria selvatica

 

Da luglio a settembre quelli della cicoria selvatica si aprono al mattino presto e prima di sera sono già esauste, quando non addirittura prima, se piove. Ma non importa, perché al mattino seguente sui duri, pelosi e zigzaganti steli senza foglie se ne aprono altri e il giorno dopo altri ancora. E’ solo nel secondo anno di vita che la cicoria è pronta per riprodursi con i semi e si fa bella di fiori per attrarre le api o qualsiasi impollinatore volenteroso. Così appena arriva la primavera accumula energie con la rosetta di foglie a raso terra e le mette al sicuro nella grossa radice amara, per poi lasciarle seccare entro luglio e innalzare i suoi fiori sul fusto nudo, forte del suo sostegno sotterraneo. E’ da lei che derivano tutte le insalate un po’ amarognole ed era la sua grossa radice a fittone quella che nei periodi di guerra e di povertà si seccava e si tostava per fingere che fosse caffè. Quella sua amabile austerità l’ha sempre resa amica della digestione di chi la mangiava e la si riconosce nei fusti che ne portano ala luce i fiori, capaci di resistere alle rudezze del sole o degli acquazzoni d’estate, agli animali e agli umani poco riguardosi nel passarle accanto. Ma quel tono delicato di lilla è tenero, è dolce e costringe a guardarlo e ad essergli grato.

 

fiori di salvia dei prati

 

Ad ottobre si vedono fluttuare in cima a steli di legno biondo e sottile, certi nidi leggeri, quasi gabbiette delicate che trattengono dal volarsene via i semi ancora immaturi ovali e piatti, pigiati come minuscole uova ritagliate in un cartoncino scuro.

Molti fusticini inalberano raggiere che culminano in altre più piccole e fitte, come piccole stelle. Sono i nidi ormai vuoti, le gabbiette aperte che adesso solo gli sguardi umani possono apprezzare. Per tutta l’estate avevano spalancato verso il sole una luce di minuscoli fiorellini bianchi tanto fitti da formare un’ombrella che al centro ne aveva uno viola scuro, per guidare gli insetti. Sono carote selvatiche, dal fittone un po’ legnoso sotto terra, per niente simile a quelle che siamo abituati a mangiare. Ma noi umani ci nutriamo anche di bellezza.

***********

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi