I miei articoli

Trasformiamo le città con gli alberi: i parcheggi

by 1 aprile 2020

parcheggio a Borgo Valsugana vicino al cimitero e al fiume

 

Proviamo ad immaginare come potrebbe essere una città o una periferia con dei parcheggi alberati: sarebbe più bella, perché gli alberi giusti, nel posto giusto e trattati bene, nobilitano anche il posto più insignificante; sarebbe più confortevole perché in estate entrando in auto non si avrebbe il trauma del calore da forno che fa male alla salute, all’umore e all’aria; sarebbe più ecologica perché dove ci sono alberi la temperatura in estate si abbassa notevolmente, riducendo la necessità di accendere i condizionatori delle auto, degli edifici commerciali, delle case. Di conseguenza si ridurrebbe anche l’inquinamento, il consumo di energia, il riscaldamento globale.

Immaginiamo dunque di realizzarlo noi stessi, per renderci conto delle cose a cui occorre fare attenzione per consentire agli alberi di trasformare le nostre città. Vorrei proporvi per qualche settimana di immaginare i cambiamenti che potrebbero avvenire per ridurre i tanti problemi ambientali, facendo lavorare le piante a favore di tutti gli esseri viventi, oltre a noi, con tanti interventi relativamente piccoli. Nella mia rubrica “soluzioni naturali” potrete rendervi conto di quanto la conoscenza della natura permetta di trovare tante piccole soluzioni ai vari problemi con costi relativamente modesti, attivando l’attenzione, la cura, l’ingegno ben più del danaro. Certo, non sarete voi direttamente a fare le modifiche nei grandi parcheggi, ma seguendo i passi necessari potrete capire cosa si potrebbe fare e potrete valutare ciò che viene fatto da altri, oltre a poter mettere in pratica su piccola scala nella vostra proprietà qualche piccolo cambiamento significativo. Tanti piccoli interventi intelligenti influenzano le altre persone, portano in una direzione sostenibile, invece di lasciarsi trascinare dalla corrente.

 

Parcheggio del Parco di Monza – grandissimo, con grandi alberi

 

Cominciamo coi grandi parcheggi dei supermercati, delle stazioni, delle ditte con molti dipendenti.

Prima di tutto andrebbe eliminato l’asfalto a favore degli autobloccanti di cemento, che lasciano penetrare l’acqua piovana nel terreno, riducendo così il pericolo di allagamento in caso di forti piogge sempre più frequenti, oltre a mantenere l’umidità necessari agli alberi da piantare. Verrebbe ridotto notevolmente il riscaldamento del suolo e, di conseguenza, dell’aria. Sono anche belli.

Prima di sistemare gli autobloccanti vanno scelti e messi a dimora gli alberi, scegliendo così:

  • decidui (che perdono le foglie in autunno) perché i sempreverdi in inverno sono controproducenti in un parcheggio o nelle vicinanze di una casa, dato che impediscono al sole di riscaldare, di asciugare, di far arrivare la poca luce a destinazione,
    – di piccole dimensioni, per evitare che prendano troppo posto e si trovino loro stessi a disagio in uno spazio ridotto
    -rapidi nella crescita, perché possano rendersi utili nel più breve tempo possibile
    – resistenti all’inquinamento, alla siccità, alle gelate invernali, problemi sempre più presenti
    – con fiori e foglie piccoli, oltre che con frutti cartacei o legnosi, in modo che non imbrattino le auto parcheggiate
    – robusti, per resistere alle dure condizioni in cui dovranno vivere
    – adatti al clima del luogo. Ciò che va bene a nord è spesso inadeguato a sud del Paese. Dove il terreno è calcareo si trovano male le piante che prediligono quello più argilloso
    – grandicelli ma ancora non adulti, perché devono poter trovare il giusto adattamento quando sono ancora molto plastici nelle abitudini.
    – con un adeguato spazio libero e protetto intorno al fusto, in modo che non venga danneggiato e che le radici sottostanti non subiscano il peso del veicolo, che rende la terra troppo compatta, impedendo all’aria e all’acqua di penetrarvi. Le radici devono avere anche sotto di loro uno spazio sufficiente per espandersi e un adeguato drenaggio dell’acqua.
    Un albero eccellente è l’acero campestre nella qualità selezionata Elsrijk, a cui manca il pregio di crescita rapida, ma ha tutti gli altri. Occorre fare attenzione a che la qualità delle piante sia buona, che siano state trattate bene in vivaio, perché se sono deboli in partenza non potranno dare buoni risultati in futuro.

 

Parcheggio a San Michelle all’Adige – rampicanti in alternativa agli alberi

 

Occorre poi fare una corretta manutenzione, controllando se tutto procede bene, annaffiando nella giusta misura soprattutto nel primo anno, quando l’albero deve attecchire, vegliando che non ci siano parassiti e malattie, eventualmente modellando leggermente la chioma con la giusta tecnica.

Questo comporta certo un costo iniziale e tempo per realizzarlo, ma se i parcheggi dei supermercati e delle stazioni venissero trasformati con questi criteri, si avrebbero vantaggi di immagine per la città e per gli esercizi commerciali, una riduzione dell’inquinamento e della temperatura globale, delle spese sanitarie per le malattie respiratorie, di quelle energetiche grazie all’abbassamento dei consumi per l’aria condizionata.

Interventi del genere darebbero lavoro a delle persone a cui fare una formazione in un tempo ridotto, ma fatta bene. L’attenzione e la cura diventano un piacere anziché un peso, solo se si ama ciò che si fa e questo si acquisisce anche attraverso la conoscenza dell’argomento. Avvicinarsi alla straordinaria vita delle piante, degli animali e di tutto ciò che interagisce con loro e con noi è molto gratificante e instilla il desiderio di occuparsi praticamente di loro. E’ una delle attività dal maggior effetto terapeutico e formativo, addirittura per chi ha disturbi mentali e dipendenze di ogni tipo.

Creiamo l’ambiente giusto

by 25 marzo 2020

 

La pandemia Covid 19 è dovuta ad abusi a danno degli equilibri naturali, di cui è responsabile lo stile di vita troppo poco attento a ciò che riguarda l’ambiente, l’umanità, il bene comune. Dal 2002 ho messo a disposizione di tutti la scuola gratuita in rete di questo sito, strutturata per porgere in modo accessibile a moltissimi, delle conoscenze semplici ma utili sul funzionamento della natura e dell’animo umano, con vari punti di avvicinamento. L’ho fatto per dare a tutti la possibilità di farsi una cultura di base su questi due argomenti, la cui trascuratezza è sempre concausa di guai ad ogni livello. Dedicare tempo ed energia alla conoscenza di questi temi, cambierebbe la mentalità dominante e creerebbe l’ambiente adatto a far emergere chi è adeguato al compito di decidere al meglio, nelle posizioni di rappresentanza della popolazione. E’ irrealistico aspettarsi che chi ha potere prenda decisioni lungimiranti e competenti, comprensive e attente se dalla società civile gli manca la spinta a formarsi in questo senso. Il bene comune può coincidere con quello individuale. Basta pensarci un po’.

Per chi vuole rileggersi gli articoli più utili che ho pubblicato sul sito in tanti anni può iniziare con quelli che trattano le basi sulla conoscenza degli alberi, gli esseri viventi dal maggior effetto benefico d’insieme sull’ambiente e su tutti i suoi abitanti. Gli alberi giusti nel posto giusto e trattati bene sono in grado di svolgere un lavoro di grande impatto, mentre purtroppo sono bistrattati e fraintesi, dunque ostacolati anziché aiutati a svolgere attività gratuite e continue per decenni e secoli.

Dei 157 testi che ho pubblicato finora riguardo alle piante, consiglio di leggere anzitutto quelli fondamentali che elenco qui di seguito: A cosa serve conoscere gli alberi      Potare gli alberi       Alberi che impediscono le frane       Alberi frangivento    Alberi che frenano il deserto     Come un territorio fertile si trasforma in deserto      Frane, alluvioni, desertificazioni        Piante che resistono alla siccità        Acqua, mantenerla e farla tornare     Meno cadute di alberi       Per distinguere gli alberi potete consultare il sito www.piante-e-arbusti.it. Per approfondire ci sono i miei libri.

Ci sono poi le segnalazioni degli alberi monumentali di tutte le provincie italiane, nell’apposita sezione, 59 articoli sugli animali,  32 sulle soluzioni naturali,   Ho dedicato molto spazio alla conoscenza dell’animo umano, fondamentale anzitutto per capire chi siamo, cosa vogliamo, come possiamo fare per realizzare ciò che è davvero importante per noi e affrontare in modo adeguato le tante difficoltà della vita, nella sezione Umanità, con 70 articoli, a cui si aggiungono 39 recensioni di libri e 98 di film che aiutano a capirci meglio. Per finire ci sono 72 articoli di Arte e cultura e  41 nella sezione Italia inconsueta. Spero che questo possa aiutare a rendere il mondo migliore per tutti.

La forza di essere migliori

by 17 marzo 2020

Il filosofo e teologo Vito Mancuso sa andare al cuore delle questioni e le sa spiegare in un modo che può essere davvero compreso da tutti, colmando le tante lacune che rendono poco chiari molti argomenti trattati dalla filosofia quanto dalla religione. Lui invece aiuta i lettori a seguire il percorso del suo pensiero sull’argomento e per questo offre un dono di grande valore: i mezzi per raggiungere obbiettivi virtuosi che possono sembrare troppo lontani dalle possibilità di molti. In questo libro del 2019 illustra le virtù cardinali in un modo originale e comunque estremamente affascinante. Chi non potesse procurarsi il libro, può scaricare il podcast dal sito di Radio Tre RAI, dato che nel mese di Febbraio 2020 per 4 domeniche ha parlato delle virtù alla trasmissione Uomini e Profeti che ho già elogiato in un mio mio articolo.

Chi è più forte?

by 12 marzo 2020

 

Probabilmente capita a molti di subire la sopraffazione verbale o di potere, messa in atto da chi ritiene così di dimostrare la sua forza e la sua superiorità. Può avvenire per una provocazione, ma succede spesso a causa del senso di inferiorità provato soprattutto verso chi ha doti particolari o una qualsiasi situazione fortunata. C’è in ogni caso una mancanza di rispetto verso gli altri che rivela il bisogno continuo di conferme sulla propria importanza, che inconsapevolmente si sa carente. Il sopruso si manifesta interrompendo continuamente chi parla, non ascoltandone le ragioni, sminuendo o ridicolizzando, volendosi imporre a dispetto di ogni buon senso, ostacolando il lavoro e l’autonomia altrui. Per non menzionare atti più gravi. Anche quando la prepotenza viene inflitta in forma ridotta e poco evidente per chi non ne è coinvolto, è molto comune, perché nessuno vuole sentirsi in una posizione debole, come inevitabilmente avviene a tutti in varie occasioni. Chi esercita il sopruso manca proprio di quella forza vera che consiste nell’affrontare e vincere la causa del proprio impulso alla sopraffazione, a cui sono necessari consapevolezza e coraggio, ma anche la conoscenza dei mezzi per farlo.

 

 

Sovente chi subisce, a sua volta invece di tenere testa a chi commette gli abusi, contro cui si sente impotente e di cui teme le ritorsioni, ingoia e nasconde le offese nel punto più profondo di sé, cercando di ignorare i danni che queste fanno al proprio carattere e alla propria vita. E’ così che assimila la logica della mentalità autoritaria, rifacendosi in modo analogo delle frustrazioni su chi, in posizione svantaggiata, è a tiro. Invece di temere le conseguenze del guasto trascurato, che si espande contagiando altri, cerca di dimenticarlo. E’ come ignorare l’esistenza di una malattia infettiva nascondendola, invece di curarla.

Va accantonata l’idea di averla vinta perché si è nel giusto. Infatti ben raramente anche chi è davvero nel giusto trionfa per questo motivo. Vince solo se è più forte. L’autoritario usa una forza fisica, verbale o di potere, che cerca il dominio sull’altro, mentre la forza del mite consiste nel resistere alle provocazioni, dunque nell’opporsi all’impulso di rispondere sullo stesso tono, che innesca le liti e può arrivare a conseguenze irreparabili. Se si ha senso dell’umorismo si può puntare su una battuta divertente, perché una risata sincera smonta qualsiasi aggressività. In mancanza di una risposta spiritosa si può fare una qualsiasi cosa assurda e per questo sorprendente. La sorpresa blocca gli attacchi e fa riflettere. Se è difficile fare anche questo, si può pescare nella propria riserva di affetto, usando parole che lo facciano percepire. Chi aggredisce, anche cercando di sminuire gli altri nel vano tentativo di innalzarsi, sicuramente si sente meschino e poco amato, così una briciola di comprensione ha l’effetto di un balsamo e lo calma. Se al momento risulta troppo arduo anche un simile atteggiamento, occorre tenere ben chiaro l’obbiettivo di volere un rapporto pacifico, ma ben diverso da quella finta pace che consiste nel subire in silenzio. Quella non è pace ma è accumulo di esplosivo nascosto. E’ ben diverso anche dall’ipocrita falsa accondiscendenza. E’ invece la consapevolezza che tutti soffriamo, tutti abbiamo dei limiti tutti sbagliamo e per questo occorre comprensione, aiuto, gentilezza reciproca. Essere comprensivi quando ben pochi lo sono è difficile. Occorre allora fare scorta di buoni libri, buona musica, bei film e imparare il funzionamento dell’animo umano quanto della natura, così da attingere ad energia e buonumore che aiutano lo spirito creativo e la capacità di trovare soluzioni.

Col tempo, se si trattano le persone opprimenti con grazia e leggerezza, le si portano a comportarsi allo stesso modo. La vera forza è questa.

Alcuni degli articoli per approfondire l’argomento, fra i tanti che ho pubblicato negli ultimi 15 anni nella ruberica Umanità sono: Gerarchie e conflitti, Parole che curano, Risolvere il problema o prevalere? Il rispetto, Cosa impedisce di correggere gli errori, Disinnescare lo scontroGelosia e invidia, Il problema a volte non è dove sembra, Cambiare modo per cambiare mondo, Chi sta dentro e chi sta fuori, Come si fa la pace,

Alcuni film su chi ha avuto l’atteggiamento più efficace per risolvere i conflitti e convincere chi è difficile da trattare, recensiti da me nella sezione Film selezionati: Invictus di Clint Eastwood, Race di Stephen Hopkins, The imitation game di Marten Tyldum, Una notte per salvare Parigi di Volker Schlondorff, Royal affair di Nicolaj Arcel, Qualcosa di straordinario di Ken Kwapis, Diverso da chi? Di Umberto Carteni, La joueuse, di Caroline Bottaro, The great debaters di Denzel Washington

Un film che dimostra quanto l’autoritarismo affascini chi ha troppo bisogno di certezze e quanto sia facile ricadere in ciò che si pensava non potesse più ricapitare: L’onda di Dennis Gansel

Il raccolto delle nuvole

by 5 marzo 2020

scultura di Mario Irarrazabal nel deserto di Atacama – foto da Marcopolo tv

 

Ci sono montagne da cui non sgorgano sorgenti, dove non scorre neppure un torrentello e dove anche la pioggia arriva ben di rado. Ogni giorno, però, sono coperte da una fitta nebbia che parte dal mare come vento umido, ma quando raggiunge i pendii, col freddo si appesantisce, rallenta e perde la forza per andare oltre. L’acqua che la inzuppa, in minutissime particelle, riesce a rapprendersi solo se trova almeno un pulviscolo, qualche filo d’erba, qualche pianta a cui aderire per riunirsi in gocce, prima che il sole diventi abbastanza caldo da farla risalire, di nuovo invisibile, verso il cielo. A diventare pioggia, non ce la fa mai.

Su alcune di quelle montagne ci sono alberi, che con la chioma offrono alla nebbia una superficie tanto vasta su cui adagiarsi, da raccogliere acqua a sufficienza per le loro necessità. Le foglie piene di ondulazioni e nervature sono l’ideale perché l’umidità possa formare gocce, scivolare lungo le punte e precipitare al suolo. Litri e litri del prezioso liquido penetrano nel terreno e sciolgono i minerali utili alle piante e agli animali, poi una parte risale attraverso le radici fino alle foglie, che se ne servono per farne linfa, con le sostanze prese dall’aria e dalla terra.

Sopra certe alture, quasi duemila anni fa, gli uomini che avevano osservato gli alberi e le rocce catturare l’acqua dall’aria umida, li avevano imitati per poter rifornire i loro villaggi a valle, dove non arrivavano ruscelli e non c’erano sorgenti. Avevano impilato alti mucchi di pietre calcaree, tanto accidentate che il velo con cui la nebbia le rivestiva, si rompeva facilmente in gocce, colava a terra e si infilava in tubature che la portavano fino alle fontane vicino alle case. Uno dei villaggi bizantini diventato per questo città, era Teodosia.

Dove manca l’acqua in Perù, in Cile, in Sudafrica, adesso gli uomini in cima alle alture la raccolgono dalla nebbia con grandi reti di plastica tese in verticale, come un recinto per una porzione di cielo. L’umidità si attacca alle maglie, si rapprende in gocce, scivola nelle grondaie e scende nei tubi, per rifornire i paesi. Il raccolto delle nuvole, lo chiamano loro.

Lungo le coste della Namibia, l’oceano Atlantico è raffreddato dalla corrente del Benguela, che arriva dal Polo Sud ed offre sollievo alle coste africane. Ogni notte, il vento marino che si spinge verso il deserto, ne incontra l’aria ancora calda e si condensa in nebbia. L’aspettano tutti i suoi abitanti e i coleotteri che la condensano su di sé, dove le gocce scivolano verso la bocca, lungo il corpo ruvido e inclinato. Anche la welvitschia, unico e stranissimo albero nano del deserto, con le sue due sole foglie ottiene ogni giorno da quell’aria greve di umidità, di che vivere per duemila anni.

Tillandsia landbekii

 

In Perù e in Cile, nel deserto di Atacama, è la Tillandsia landbeckii a vivere di nebbia. Appartiene alla specie delle bromeliacee, abituate a vivere senza radici tranne pochi filamenti per reggersi su altre piante e addirittura sui cavi elettrici che ancora costeggiano o attraversano le strade. La landbeckii forma dei grossi cuscini che a volte sembrano goffi animali in gregge, che pascolano l’umidità dell’aria dalle piccole squame di cui sono rivestite le foglie simili a ramoscelli grigi fitti fitti. Alla sua struttura si sono ispirati gli umani per creare teli molto più efficaci di quelli usati finora nel trasformare in acqua potabile l’abbondante nebbia.

Accenno alla musica di Mali e Senegal

by 27 febbraio 2020

Fatoumata Diawara – foto da Canzoni contro la guerra

 

In Mali e Senegal si può trovare una musica incantatrice, anche perché suonata con strumenti tradizionali dalla melodia dolce, come quello della kora e del balafon e ritmata da quello profondo del djembé, del sabar, del doundoum, del gongoma, del tama.

Un cantante senegalese di fama internazionale dalla voce potente, che canta spesso nella lingua pulaar della regione da cui proviene e che trasmette una profonda spiritualità è Baaba Maal. Chitarrista e percussionista, ha studiato musica all’università di Dakar e belle arti a Parigi, poi di ritorno in Africa ha fatto parte di alcuni gruppi ed ha cantato in molti Paesi del mondo. Qualche titolo: Kalaaio, Still, Bouyel, Dunya Salam

Maliano e molto più giovane è Sidiki Diabaté, musicista di kora, piano, chitarra, compositore, cantante e rapper, è anche produttore. E’ detto “Piccolo Principe della Kora”. Canzoni :Dakan Tigui, Ignanafi Debena

La cantante maliana Rokia Traoré, che usa spesso la sua lingua nativa in testi di profondo significato, seduce con la dolcezza e l’eleganza. Canzoni: Sabali, Munneissa, Sarama, Yere Uolo

Di nazionalità maliana anche se residente in Francia è Fatoumata Diawara, cantante e attrice famosa nel mondo. Canzoni: Bissa, Sowa,

Del Mali è anche Boubakar Traoré, con melodiose canzoni accompagnate dalla chitarra, simbolo del suo paese che negli anni sessanta del novecento era diventato da poco indipendente. Un titolo: Congo magni

Altro maliano è Salif Keita, discendente diretto del primo imperatore e fondatore del Mali, Sundjata Keita, nel 1235. La sua condizione di nobile e al tempo stesso quella di albino, che in Mali è considerato segno di sfortuna e condanna all’emarginazione, hanno caratterizzato il suo stile, in cui gli strumenti musicali tradizionali e i sintetizzatori lavorano in sintonia. Canzoni: Madan, Melynga

 

kora – foto da Wikipedia

 

Gli strumenti musicali tradizionali sono realizzati con il legno, le fibre e i frutti di diverse piante, le pelli di diversi animali.

La kora è un’arpa liuto tradizionale della cultura mandinka (del Mali). La cassa di risonanza è fatta con metà di una particolare zucca che cresce sull’albero calebassier, ricoperta con pelle di mucca o di antilope e 21 corde di cuoio degli stessi animali, tese su un lungo manico di legno.

Il balafon è uno xilofono che ha casse di risonanza di varie grandezze e disposte orizzontalmente fatte con metà delle stesse zucche di calebassier. Le più grandi producono un suono più grave, le più piccole lo hanno più acuto. Sopra di loro sono disposte tavolette di legno o di bambù con dimensioni adeguate alle casse di risonanza. Si suona percuotendole con bacchette.

I sabar sono tamburi a calice ricavati da un solo tronco su sui viene tesa una pelle di capra. Si suonano con la mano e un bastoncino.

 

tamburo parlante – foto da wikipedia

 

Lo djembé ha la forma del mortaio per cereali e spesso gli aggiungono appendici di metallo dette orecchie, che evidenziano meglio il ritmo

Il doumdoum è cilindrico e si suona con le bacchette.

La gongoma è uno strumento semplice fatto con lamelle flessibili di legno o ferro fissate su una scatola o una zucca. Si pizzicano le lamelle.

Il tama è un tamburo dalle origini antichissime a due pelli dalla forma a clessidra, conosciuto come tamburo parlante perché se ne ottengono tonalità comprensibili come parole.

Il krin è un piccolo tronco cilindrico in cui sono scavate longitudinalmente due fessure che si percuotono con delle bacchette. Riproduce i suoni della foresta.