I miei articoli

I più begli alberi dei più bei parchi milanesi

by 17 ottobre 2020

Tassodio del giardino di Porta Venezia a Milano

 

Noi umani di solito abbiamo un aspetto più attraente quando siamo giovani, mentre gli alberi sono insignificanti da piccoli, piacevoli da adulti, belli dopo i cinquant’anni e magnifici dai cento in poi. Solo quelli da frutto, manipolati nei secoli per renderli adatti alle nostre esigenze alimentari, sono più fragili e molto meno longevi degli altri. Nel giardino milanese di Porta Venezia, di begli alberi ce ne sono parecchi. Primi fra tutti i tassodi (Taxodium disticum), oriundi americani la cui famiglia signoreggia nelle paludi della Florida, dove solo le mangrovie lungo le coste dell’oceano possono resistere con i piedi in acqua. Loro riescono a respirare e a non marcire grazie agli pneumatofori, i pinnacoli legnosi che spuntano dalle radici tutt’intorno al fusto, creando l’illusione di un popolo pellegrino arrivato a buon fine. La chioma di foglioline morbide è di un verde tenero dalla primavera in poi, fino a quando si arrossano di un intenso tono ruggine fiammeggiante. Solo il giallo luminoso dei cinesi Ginkgo biloba, non troppo distanti da loro, molto più giovani di età ma più antichi di stirpe, può competere in bellezza anche nei giorni di pioggia.

 

Noci del Caucaso nel parco Sempione di Milano (in alto a destra i frutti sui lunghi steli penduli)

 

L’acqua, ricchezza fra le tante della Lombardia, nel suo posto d’onore al centro del grande parco Sempione di Milano, offre l’ambiente adatto ai noci del Caucaso (Pterocarya fraxinifolia) che si rispecchiano nello stagno, inclinati e vicini. Fra le folte chiome di foglie pennate pendono i lunghissimi steli languidamente eleganti, che primavera portano i piccoli fiori, presto trasformati in frutticini con le ali. Le stesse acque rispecchiano i tassodi (Taxodium disticum), fratelli di quelli dei giardini di Porta Venezia dove ha sede il Museo di Storia Naturale, mentre qui c’è una biblioteca, graditissima in quanto tale, anche se non particolarmente impegnata in quella che potrebbe essere invece la sua specialità: diffondere la conoscenza degli alberi e di tutto ciò con cui interagiscono. Gli alberi sono fra gli esseri viventi dal maggior effetto positivo d’insieme sull’ambiente, ma la mancanza delle più basilari conoscenze su di loro da parte della popolazione e troppo spesso persino da parte di chi decide delle loro sorti a vari livelli, ne causa il danneggiamento e la distruzione, invece di favorirli. Così come un terreno dove l’acqua e i minerali sono disponibili aiuta la crescita delle piante che si desidera avere, una cittadinanza che ha dimestichezza almeno coi tratti essenziali sul funzionamento della natura, fa emergere chi sa trattarla nel modo migliore per la salute umana, attraverso quella dell’intero ambiente. Una simile conoscenza dovrebbe essere offerta dalle scuole ma anche dalle biblioteche, agli utenti di buona volontà e a tutti i dipendenti pubblici. E’ disponibile da questo sito www.ascuoladaglialberi.net, frutto di diciotto anni d’impegno, dove ogni settimana pubblico un articolo che è possibile ricevere in posta elettronica come newsletter. Iscrivetevi, ma leggete anche i tanti temi delle diverse rubriche che compongono questo progetto. Conoscere la natura è entusiasmante, oltre che molto utile e ripaga del tempo che le si dedica.

 

Bellezza dei frutti di campo

by 15 ottobre 2020

frutti di Abutilon theophrastus – foto da Amigos para siempre

 

Ai margini di un campo di mais, ancora inviolato a metà ottobre, una pianticella dall’aspetto disordinato, alta non più di mezzo metro e con le foglie ormai esauste, rivolge intorno a sé i piccoli frutti neri. A guardarli bene dimostrano grazia nella piccola coppa di carta vellutata larga tre centimetri, con le piccole teche vuote dei semi che formano una stella dai tanti raggi sottili. E’ una Abutilon theophrasti, pianta cinese installata ormai ovunque sui bordi dei campi di granoturco e considerata infestante da tutti quelli che non ne mangiano i semi a forma di cuoricini o le foglie morbide, piacevolissime al tatto, e non ricavano fibre dai suoi fusti, come fanno gli asiatici. Il nome comune con cui è chiamata alla maniera toscana, cencio molle, dimostra il disprezzo con cui la allontanano dalla categoria delle piante utili o almeno belle. Eppure le sue foglie vellutate, a forma di cuore come i semi, i fiori color arancio e ancora di più i frutti, hanno una loro avvenenza. Dicono che abbia viaggiato nel mondo attaccandosi alle pale delle macchine sgranatrici del mais, con cui condivide le affinità in fatto di terreno e di clima, così da maturare i suoi numerosissimi semini nelle stesse settimane delle grandi pannocchie.

 

Amaranthus caudatus – foto da Wikipedia

 

La si può trovare vicino a qualche pianta di amaranto, che le fa compagnia come ospite casuale arrivato dall’America latina e dalle zone himalayane, destinato su questo bordo di campo ad essere ignorato o estirpato nonostante le sue alte qualità nutrizionali persino nelle foglie, oltre che negli innumerevoli semini. La parola greca amaraino del suo nome, latinizzato in amaranthus, significa “non appassisce” perché le infiorescenze rimangono immutate dopo la fecondazione e pur perdendo di vivacità il rosso rimane a lungo anche dopo averle colte. L’uso antichissimo della pianta messicana è stato represso dai conquistatori per i suoi profondi significati culturali ma è tornato in voga negli anni sessanta del novecento. Alle tante varietà che in certe specie è monoica e in altre dioica (con sessi distinti) hanno attribuito aggettivi curiosi come: “cruentus” per quella dalle infiorescenze disposte in modo da sembrare in fiotto di sangue che esce da una grave ferita; “caudatus” molto ornamentale, simile a una coda di mammifero peloso, “hypocondriacus” per il portamento che può suggerire tristezza.

Rendersi utili al mondo per essere utili a se stessi

by 3 ottobre 2020

Cipresso calvo con pneumatofori che aiutano l’albero a respirare

 

Sentirsi utili è importante per dare senso alla propria vita, agendo a favore di altri che ne hanno bisogno e sentendo così l’appartenenza ad una cerchia in cui non si viene abbandonati. Il contributo al bene comune è fra le modalità necessarie per dare a se stessi qualcosa di veramente fondamentale ad una vita soddisfacente: la solidità interiore. E’ con questa che si possono affrontare le difficoltà mantenendo il buonumore, la gentilezza, le idee chiare adatte a trovare le soluzioni che tengono sempre conto del rispetto dovuto gli altri, intendendo le persone, gli animali, le piante, l’intero ambiente.

Per compiere i passi giusti in questo senso occorre dedicare del tempo alla riflessione e alla conoscenza di se stessi, fondamentale per conoscere correttamente gli altri, ma le giornate sono piene di attività che sembrano impedire la sosta e il silenzio necessari a comprendere quanto ci si lasci distrarre da cose a volte superflue. Si resta chiusi in un cerchio che esclude chiunque altro, fosse pure chi può dare un contributo importante al miglioramento della vita di tutti. Così per tenersi UNO si perde DIECI, CENTO, MILLE.

Rimane un disagio e si vorrebbe fare qualcosa ma nella fretta di togliersi il fastidio, a volte si liquida l’altra persona con qualcosa che invece di aiutarla o farle piacere ha l’effetto di uno schiaffo. Si interpreta male la frase “basta il pensiero”, che non significa offrire una cosa qualsiasi, tanto per fare ma che, pur avendo cercato sinceramente di donare ciò di cui l’altro ha bisogno, si è dovuto ripiegare su qualcosa in cui si riconosce comunque l’impegno, anche senza aver potuto compierlo fino in fondo. Per rendersi utili occorre “mettersi nei panni altrui” cercando di capire, mentre invece spesso si cerca di mettersi in evidenza e addirittura di sopraffare l’altro con la propria opinione, anziché offrire un reale contributo. Si insiste oltre misura e ci si offende se la controparte rifiuta di adeguarsi a ciò che non le piace.

 

Piazza Prato della Valle a Padova con statue di tanti personaggi illustri del passato

 

Se si ha quella che si ritiene una buona proposta, va argomentata e discussa tenendo conto del carattere, del vissuto, delle esigenze altrui, spesso diversissime dalle proprie. Per fare questo occorre usare le parole giuste, che la fretta e le eccessive semplificazioni allontanano. Le parole definiscono la realtà e i modi. Sono preziosi strumenti che richiedono un continuo affinamento.

Rendersi utili è cosa tutt’altro che semplice: lo si può fare con beni materiali e denaro, che per chi li ha è il modo meno impegnativo, oppure condividendo dei saperi o ancora introducendo in una cerchia di persone adatte a far compiere un progresso privato o lavorativo. Cambiare cerchia è un’impresa molto difficile, perché si tende ad aggregarsi fra chi la pensa all’incirca in modo simile e far passare qualcosa o qualcuno di nuovo in un ambiente diverso richiede fantasia, costanza e fortuna, tanto più se si è avanti con l’età. Se poi si è soli, è competenza del settore miracoli.

D’altra parte ci sono persone che si adoperano per essere utili nel modo giusto ma vengono respinte o ignorate da chi, avendo poca reale autostima, sente ogni proposta altrui come una dichiarazione della propria incapacità. La vera autostima, ovvero il solido mondo interiore, è quella che deriva dall’avere realizzato le più profonde aspirazioni, che spesso hanno ben poco rapporto con quanto conviene da un punto di vista economico o sociale e con la direzione della corrente. Sono pochi quelli che riescono a resistere ai condizionamenti, affrontando la riprovazione e l’esclusione per il solo fatto di avere fatto scelte autonome e inconsuete. In tanti cedono alle pressioni ma coltivano il rancore provocato dall’insoddisfazione di avere mancato verso se stessi. La meschinità avvelena l’animo e spinge a bloccare gli slanci, le buone idee, il procedere spedito dei progetti di coloro con cui hanno a che fare.

Ci si può rendere utili dunque anche semplicemente incoraggiando chi lo merita, ricordandosi di lei o lui che sia, anche se non appartiene alla propria cerchia, perché proprio chi si distingue in meglio dagli altri è in realtà il meno accettato, perché è “meno uguale”.

 

Molti altri articoli utili sui temi che riguardano l’ Umanità  si trovano in questa rubrica e recensioni di libri e film che aiutano a capire l’animo umano si trovano in Libri selezionati e Film selezionati.

La regola dell’equilibrio

by 1 ottobre 2020

 

Romanzo di Gianrico Carofiglio del 2014. Un giudice ancora giovane, uomo intelligente, di successo e benestante si rivolge migliore e più onesto avvocato di Bari, suo ex compagno di studi, per essere assistito quando si cominciano a fare accertamenti sul suo conto, riguardo a una possibile corruzione. L’avvocato Guerrieri già nel primo dibattimento si dimostra abile come sempre e da quel momento su di lui circolano voci poco lusinghiere riguardo al suo senso morale, nonostante la difesa dei colpevoli e non solo degli innocenti sia un dovere dei legali. Ma farlo nei confronti di un giudice corrotto, che dietro lauto compenso fa scarcerare dei criminali e fa vincere loro cause per misfatti di ogni genere è davvero moralmente accettabile? Inizialmente l’avvocato Guerrieri è certo dell’irreprensibilità del giudice ma vuole capire meglio se le cose stiano proprio così. Nonostante gli sembri impossibile che con la brillante carriera aperta, il giudice possa essere così stolto da metterla in pericolo con sporche faccende, indaga a fondo. Le leggi sono spesso complesse e contraddittorie, tanto da lasciare spazio alle scappatoie attraverso i cavilli, se si conosce davvero bene l’argomento. La legalità in vari casi ha poco a che vedere con la giustizia e comunque il confine fra ciò che è giusto e ciò che non lo è, dipende spesso da sfumature e da interpretazioni. Le giustificazioni per qualunque atto si trovano sempre, se il proprio mondo interiore è meno che solido.

Faggi, colori d’autunno

by 24 settembre 2020

faggi a settembre, col terreno ricoperto di faggiole

 

Il faggio, parente del castagno e della quercia, come loro può vivere molti secoli ma ad altezze superiori, dai settecento ai millecento metri e a volte molto oltre, nella zona chiamata faggetum. Con le sue radici superficiali vive volentieri dove ci sono sassi e non ristagna l’acqua, perché umidità e freschezza le preferisce nell’aria. Lì migliora la qualità del terreno, facendogli arrivare attraverso le radici il nutrimento elaborato dalle foglie che in autunno cadono, dopo che il verde della clorofilla è scomparso e si rivela il giallo e arancio di altre sostanze. Formano dei tappeti vivaci che col tempo si decompongono e diventano humus. La loro elasticità le rendeva adatte ad imbottire ogni anno i materassi dei montanari, che del faggio utilizzavano tutto.

La legna dava il più confortevole calore e, una volta diventata cenere, era bollita in acqua per ottenerne lisciva con cui lavare i panni. Quando il legno serviva per mobili o attrezzi, i trucioli a volte erano messi nel vino per farne il migliore aceto. Quello di scarto era usato per affumicare la carne a cui dava un buon aroma e che si conservava in modo eccellente grazie al creosoto, una sostanza particolarmente disinfettante dei polmoni. E’ velenosa e va usata con intelligenza. La corteccia grigia e sottile, un tempo si impiegava per farne carta. Sembra che Gutemberg per i primi caratteri di stampa usasse il faggio.

 

faggiole, frutti dei faggi

 

L’albero in autunno mette le gemme lunghe e acuminate, rivestite di una pellicola rossa che dà una bella sfumatura di colore ai rami spogli. Così è pronto per la primavera, anche quando viene piantato in pianura, nei giardini delle ville dove il suo bell’aspetto si accorda con quello di altri alberi di pregio. Se ne vedono con foglie tanto scure da sembrare quasi nere: sono quelli della varietà purpurea, che si carica di rosso dove è esposto al sole, mentre le zone in ombra restano verdi. Il nero, in natura, se si diluisce rivela spesso di essere un rosso bordeaux molto carico.

I fiori vengono impollinati dal vento ed i frutti, le faggiole, sono numerosi nelle estati successive a quelle molto calde ed asciutte. Quando si aprono sembrano fiori di cuoio, che lasciano cadere i semi a forma di mandorle sottili, mangiate volentieri dagli animali ma anche dagli uomini. Ne facevano un surrogato del caffè, farina, olio utile anche per l’illuminazione e come ricostituente, al posto di quello di fegato di merluzzo. Gli involucri delle faggiole, se bolliti tingono i tessuti in giallo daino.

 

foglie di faggio in autunno

 

Nei boschi di faggio si trovano facilmente i funghi porcini, le cui ife sotterranee vivono in simbiosi con le radici, scambiandosi vantaggiosamente sostanze nutrienti. Il legno regge così bene le torsioni da poter essere curvato come nessun altro ed un esempio di questa capacità sono state le famose sedie Thonet, dell’ottocento, che sono ancora oggi le più vendute al mondo. E’ molto stabile e adatto alla costruzione dei telai per tessitura e ciò che deve essere robusto ed elastico. Non resiste, però, se lasciato all’aperto o comunque all’umido. Era usato per le travature delle cucine che, affumicandosi, lo rendevano molto duraturo. Per tutti questi usi il faggio era chiamato “madre del bosco”.

 

Estratto dal mio libro ALBERI DELLA CIVILTA’

Processo alle locuste tartare

by 15 settembre 2020

locusta – foto da wikipedia Tiermotive.de

 

Il 24 Agosto del 1339, sui tetti delle case di campagna tutt’intorno a Bolzano, si era sentito un rumore come se avessero cominciato a cadere chicchi di grandine. Ma la terribile nuvola nera che stava arrivando da Est ed aveva devastato già la Polonia, non portava un temporale. Con orrore, i contadini avevano visto una moltitudine infernale di grosse locuste scure precipitarsi sui campi, ben più dure e più grosse dei pur temuti chicchi ghiacciati. Un gran rumore di masticazione veniva dai frutteti, dai campi, dagli orti coperti da una brulicante, disgustosa massa bruna di insetti. Qualcuno aveva cercato di scacciarli, ma la maggior parte della gente rimaneva inorridita a guardare gli steli dei cereali, le verdure, le vigne i rami degli alberi restare completamente spogli man mano che quelle bestie li lasciavano dopo essersi rimpinzate di ogni foglia, chicco, bacca, frutto. La campagna veniva scorticata proprio nel giorno che commemora san Bartolomeo, martirizzato con la scuoiatura!

Forse era un castigo di Dio per qualche grave peccato. Non si era forse vendicato degli ebrei e anche degli egiziani, nell’antichità, per mezzo delle cavallette? Appena si erano ripresi dallo stupore, i preti avevano radunato i fedeli per pregare, far penitenza e processioni, chiedere la clemenza divina, promettere di emendarsi.Tutto, però, era stato inutile. Si era tentato di ucciderle, ma si riproducevano con tale rapidità che la moltitudine non ne era intaccata. Ciò che era stato lasciato da uno sciame veniva mangiato da quello nuovo e ben presto non sarebbe rimasto più niente. La gente sarebbe morta di fame.

Di peccati tanto terribili da meritare un simile flagello non sembrava ce ne fossero stati. Allora doveva essere opera del demonio. Tante morivano e restavano per terra, mostrando ali e zampe ben più lunghe di quanto non fossero mai state viste, corpi più grossi e scuri di quelle che vivevano nei prati. Da cavallette si erano trasformate in locuste, giustamente così definite in latino “loca usta”, luoghi bruciati, perché così appariva la vegetazione dopo il loro passaggio. Quella mutazione avveniva quando loro stesse, a causa di qualche malanno che le aveva private del cibo, dovevano migrare dai luoghi dove avevano vissuto in origine. Venivano da lontano, da oltre l’Ungheria, dalla patria dei tartari.

 

Panorama di Caldaro e del suo piccolo lago – foto da Wikipedia di Hubert Berberich

 

Il tribunale ecclesiastico di Caldaro, già a quei tempi conosciuto per le sue buone vigne, si era riunito per prendere provvedimenti. Avevano certo portato in aula una rappresentanza di quelle bestie, a cui era stato concesso conformemente alla legge, un avvocato difensore. Tutti ne avevano diritto. Il legale le aveva difese affermando che, in quanto animali privi di ragione, non potevano essere ritenuti criminali e che Dio aveva concesso loro la facoltà di nutrirsi di vegetali, anche se questo avesse dovuto danneggiare gli uomini. Era stato replicato che, più che una punizione per un reato, il processo aveva lo scopo di evitare altri danni e che era legittimo difendersi, anche contro chi non fosse in grado di intendere e di volere. La sentenza, dunque, intimava alle locuste di andarsene entro pochi giorni, o sarebbero state maledette. Oltre che su di una notifica scritta, la decisione era stata diffusa dai pulpiti delle chiese, così che in ogni parrocchia le condannate fossero avvertite. I pestiferi insetti, però, non avevano ubbidito ed erano stati colpiti dal minacciato anatema. Così, anche se neppure questo aveva avuto l’immediato effetto di allontanare il flagello, perché il popolo aveva ritardato nel pagare le decime e meritava d’essere punito, alla fine se ne erano andate. Non restava che mettersi di nuovo con pazienza, al lavoro dei campi.

estratto dal mio libro Animali, favolose storie vere