I miei articoli

Minga chilota

by 13 febbraio 2020

minga acquatica – foto da Isla di Chiloé

 

Davanti alle coste sud del Cile, l’isola di Chiloé oppone un fronte compatto all’oceano Pacifico e sparpaglia tante isolette verso il continente, come frammenti da mettere in salvo. Viste dal cielo, le si potrebbero immaginare come case che galleggiano, trainate da un rimorchiatore verso una nuova destinazione a terra, come succede ogni tanto da quelle parti. La maggior parte delle case e anche delle chiese, a Chiloé sono fatte di legno, rivestite di scandole, dipinte a colori vivaci e con forme che ricordano illustrazioni di libri per bambini, come è facile vedere in tutta l’America latina, persino nei cimiteri. Non sono certo ricchi di denaro gli abitanti di Chiloé, ma lo sono di solidarietà e quando qualcuno deve andare a vivere in un altro punto del territorio, qui può portarsi appresso la casa, con l’aiuto dei vicini e dei parenti. Spesso è fatta di legno, in questo Paese dove i terremoti sono frequenti, così basta sollevarla di mezzo metro con cric e leve, per poi adagiarla e fissarla su lunghi pattini di legno. Li si realizzano al momento, ricavandoli da alberi di alto fusto del bosco più vicino e trascinati a volte da buoi, altre volte da trattori.

 

minga terrestre – foto da T13

 

Gli uomini si accollano il lavoro fisico più pesante, le donne cucinano e portano da mangiare per tutti. Si fa nel tempo libero da quello dei campi, che ha necessità improrogabili soggette al sole e alla pioggia. Si fa dopo aver studiato un percorso per cui certe strade sono troppo strette e occorre passare sui terreni altrui, a cui bisogna chiedere il permesso. Si tolgono le finestre, si rinforza la struttura perché qualche brusco movimento non faccia collassare tutto, ma dopo giorni di lavoro, alla fine la casa si muove e percorre dondolandosi fino a tre, quattro chilometri per raggiungere la sua nuova destinazione, a volte galleggiando sull’acqua. Sul terreno rimane una profonda traccia che presto verrà cancellata e solo nella storia del paese rimarrà il ricordo fantastico di quella che chiamano “la minga chilota”.

 

Resti del diluvio

by 6 febbraio 2020

resti si salamandra scambiati per umani – foto da strange science

 

Nel settecento, quando la scienza stava avendo un grande sviluppo, non si erano ancora scoperti i resti dei dinosauri, o per lo meno non se ne aveva notizia nel mondo conosciuto, perché solamente tra la fine del secolo e l’inizio dell’ottocento c’erano stati i primi, sorprendenti ritrovamenti ufficiali. Le credenze antiche ne erano state molto scosse, perché nessun libro religioso citava simili esseri giganteschi e mostruosi.

Conchiglie ed ossa fossili, ma anche le impronte di molti vegetali ormai dissolti, racchiuse nelle pietre, erano per il momento il solo oggetto di discussione. C’erano scienziati convinti che fossero i resti di ciò che era scomparso col diluvio universale avvenuto nel 3.574 a.C., dopo nemmeno 200 anni dalla creazione. Altri, però, avevano già capito che non poteva trattarsi di organismi seppelliti da un improvviso cataclisma, bensì di un processo molto lungo, che allontanava la data delle origini della terra, fatta risalire dalla religione ebraica a circa5800 anni fa, nel 3.761 a.C.

Chi era convinto di quanto aveva sempre affermato la religione, finiva spesso col far rientrare a forza i ritrovamenti geologici e paleontologici in quel credo. Così, quando nel l725 l’accademico, medico e naturalista svizzero J.J.Scheuchzer aveva ritrovato in Germania uno scheletro dentro una lastra di calcare, si era convinto che fossero i resti di un uomo annegato durante il diluvio. La spina dorsale e i frammenti di braccia potevano anche corrispondere ad un essere umano primitivo, ma non certo la testa, di forma troppo diversa. Scheuzer aveva risolto la questione attribuendo la deformazione del cranio allo schiacciamento. La parte inferiore del corpo non si vedeva, perché ancora nascosta nel calcare.

Cinque anni dopo, l’uomo aveva pubblicato il libro Physica Sacra, col quale sosteneva la sua teoria, prove alla mano e l’esemplare ritrovato era stato collocato nel museo Teylers di Haarlem, dove forse giace ancora. Nel 1810, quando Georges Cuvier, anatomista e fondatore della paleontologia era ministro dell’istruzione, gli era stato richiesto il permesso di rimuovere i frammenti di roccia che nascondevano i resti mancanti. Lui l’aveva dato e, quando l’intero scheletro era apparso, si era rivelato per quello di una salamandra gigantesca, come se ne trovano ancora in Giappone.

 

I lecci della torre Guinigi a Lucca

by 30 gennaio 2020

torre Guinigi – foto dal Comune di Lucca

 

Nel trecento, quando i ricchi costruivano torri di sempre più alte per mostrare a tutti il loro potere, le città ne erano piene. Alcune crollavano, altre sono state fatte abbassare per legge e un po’ alla volta sono sparite, inglobate da più ragionevoli edifici. A Lucca le quattro del potente Guinigi erano coronate da lecci perché fossero riconosciute da lontano. Adesso ne sono rimaste solo due, e sulla più famosa ci sono ancora sette querce sempreverdi di cui una ultracentenaria, ma ben più piccola di quanto sarebbe successo se fosse cresciuta libera, anche su terre magre e asciutte, dove le radici sarebbero sprofondate fino a trovare sufficiente umidità e minerali. Si sono adattate al poco spazio e alla poca terra che può stare su un tetto, a bere solo l’acqua piovana, ad avere ben poche relazioni con insetti, uccelli e altri animali che contribuiscono in mille modi ad arricchire e a smuovere il terreno. I resti dei pasti, piume e ossa, foglie e semi di altri alberi, il continuo scambio che avviene nei luoghi aperti non l’hanno mai avuto. Ma così piccoli, i lecci della torre Guinigi soli ad di sopra della città, sono come una corona verde, un emblema di nobiltà, una scintilla che innesca l’immaginazione.

 

La memoria non basta

by 26 gennaio 2020

 

E giusto ricordare e commemorare ciò che è capitato agli ebrei e a tutti gli altri perseguitati nel mondo, ma che questo basti ad evitare il ripetersi delle atrocità è ben lontano dall’essere vero. Senza portare qualche luce adatta ad illuminare l’intricata foresta che è l’animo umano, resterà il cattivo esempio e mancherà quello buono. Per evitare di commettere o anche solo lasciar compiere ad altri delle nefandezze, occorre coltivare un terreno interiore che invece rimane troppo spesso addirittura ignorato. Chiunque faccia del male alle persone, agli animali o all’ambiente, risponde a una paura e una collera profonda, più forte della coscienza. Le pulsioni, gli istinti, seguono strade molto diverse dalla ragione, che viene piegata da spinte ben più potenti perché più antiche e consolidate.

Istinto e ragione adoperano e capiscono linguaggi molto diversi fra loro. Lo si può verificare facilmente con le persone che vorrebbero smettere, senza riuscirci, di fare qualcosa di dannoso per sé e per gli altri, come drogarsi, ubriacarsi, picchiare e uccidere donne e bambini. La loro ragione può aver compreso, ma in mancanza di un collegamento amichevole con l’istinto, la collaborazione necessaria fra le due parti è impossibile. Occorre conoscere se stessi, il proprio potenziale costruttivo quanto quello distruttivo, ma non come conflitto fra bene e male, bensì come due aspetti che hanno una loro funzione nella sopravvivenza della specie ma sono pericolosi quando non li si riconoscono e quindi non li si sanno tenere a bada e guidare. La forza che c’è nell’aggressività può essere trasformata in energia creativa, capace di impegnarsi con mezzi efficaci contro le ingiustizie, che la paciosità lascia invece prosperare, ma occorre imparare con un lungo allenamento.

 

 

E’ il corretto impiego delle energie che porta equilibrio, ma per fare questo occorre una consapevolezza che oggigiorno sarebbe possibile conquistare per molti, se dedicassero tempo e mezzi a ciò che fin dall’antichità i saggi hanno messo al primo posto: conoscere se stessi. Le esortazioni sono efficaci solo per chi è già convinto nel profondo o è sul punto di esserlo. Chi trascura la conoscenza dell’animo umano può credere di avere alti principi ma nel momento in cui si presenta l’occasione, rischia di cedere a spinte ben diverse. Promuovere la conoscenza del mondo interiore nella sua complessità è ciò che andrebbe fatto in ogni giorno dell’anno e ancora di più in quello detto “della memoria”. Chi veramente lo fa, riesce a soddisfare i suoi bisogni più profondi e costruttivi e annulla le motivazioni per quel rancore senza nome che altrimenti scarica su chi c’è a portata di mano ed è più vulnerabile di lui o lei. Indirizzare la propria vita verso ciò che richiede il proprio spirito e non solo verso ciò che è materiale e ciò che pressioni esterne obbligano a fare, può essere penalizzante per l’aspetto economico, ma gratifica con il profondo rispetto di se stessi e, di conseguenza, degli altri. Pensare di poter porre freno agli abusi solo con le regole, le leggi e i divieti, ma anche solo coi moniti, è una pericolosa illusione.

 

Molti altri articoli che riguardano la conoscenza dell’animo umano si trovano nella rubrica UMANITA’

Sabbioneta, città ideale del Rinascimento (MN)

by 16 gennaio 2020

interno del teatro di Sabbioneta

 

All’età di venticinque anni il Duca Vespasiano Gonzaga, parente dei regnanti di Mantova, era rientrato dalla Spagna dove il futuro re Filippo II lo aveva educato alle arti e alla guerra. I risultati si sarebbero visti a Sabbioneta, un luogo che fa intuire quanto dovesse alla sabbia portata nel corso dei millenni dai vicini fiumi Oglio e Po, che poco più a sud si incontrano. Li Vespasiano Gonzaga aveva costruito la sua città ideale moderna, razionale ma anche rispettosa dei valori umani dell’arte e della filosofia. L’aveva racchiusa fra mura di mattoni con sei baluardi e altrettanti terrapieni, circondata da un fossato come si faceva allora. Entrando in città dall’ingresso principale aveva voluto il Palazzo Giardino, dedicato allo svago e allo studio, dove le pareti erano decorate ad affresco con immagini di antichi dei, leggende e uomini illustri. Quelle figure sarebbero state la testimonianza della sua cultura classica e gli avrebbero ricordato i valori a cui si sarebbe sempre ispirato. Porte e finestre si aprivano anche verso un giardino all’italiana, geometrico, con sempreverdi modellati a siepi squadrate, come segno del dominio della ragione umana sull’esuberanza della natura. Al nobile edificio era stata collegata una lunga galleria, riconoscibile facilmente sopra il loggiato di mattoni che fa pensare ad un acquedotto romano, come allusione al flusso della cultura antica rappresentata nelle sale superiori, che vi scorreva e dava vita degna alla città. Nella sala decorata con affreschi che simulavano architetture e stemmi, erano esposte opere antiche, che però da tempo sono ormai finite a Mantova o in Austria.

 

Affreschi della galleria

 

E’ però il teatro all’antica, realizzato dall’allievo di Palladio, Vincenzo Scamozzi, ad avere la decorazione più originale. Era stato costruito negli ultimi anni di vita del duca, verso la fine del secolo, dopo il ben più grande Teatro Olimpico di Vicenza. Erano entrambi una novità, perché gli spettacoli di corte si svolgevano nelle sale dei palazzi e quelli per il popolo si tenevano nelle piazze. Gli antichi teatri greci e poi romani che facevano da modelli erano costruiti all’aperto, con gradinate disposte a semicerchio per far sedere gli spettatori e una scena fissa con architetture sullo sfondo, dove recitavano gli attori. A Sabbioneta il pubblico sedeva sulle panche di legno, mentre al duca era riservata la loggia semicircolare dietro di loro, dove le statue di divinità dell’Olimpo sopra il colonnato, le figure di imperatori romani affrescati sulla parete in fondo e i busti delle nicchie, avevano il compito di avallare con la loro presenza, quella del duca.

 

Scena fissa del teatro

 

Nonostante i tanti rimaneggiamenti e danni nel tempo, i restauri hanno ridato al teatro almeno una parte della bellezza originaria e saltuariamente vi si tengono ancora spettacoli per un pubblico di novantanove spettatori, collocandolo con i teatri di Vetriano, di Montecastello di Vibio, di Pieve di Teco, fra i più piccoli del mondo.

Si arrivava infine al Palazzo Ducale, sede giudiziaria e amministrativa della città, dove i busti di imperatori romani erano nelle nicchie della facciata, a significare le capacità governative di chi vi lavorava. Le sale interne sono ormai vuote, tranne quella in cui quattro statue in legno di cavalieri in armatura, tra cui lo stesso Gonzaga, ricordano un glorioso passato.

La sinagoga è l’edificio più recente e modesto, realizzato nel 1824 e restaurato da alcuni anni dopo un lungo periodo di abbandono.

Il Bernina del treno e degli alberi

by 9 gennaio 2020

il treno passa davanti al santuario di Santa Maria delle Grazie a Tirano

 

Dicembre con la neve è il mese giusto per l’escursione di poetica bellezza col treno del Bernina che porta da Tirano a Saint Moritz. Tutti gli alberi decidui hanno perso le foglie e solo i sempreverdi, in buona parte di origine straniera, attenuano la desolazione della nudità invernale nella città della Valtellina. Giovani calocedri, cedri deodara, pini austriaci e persino una sequoia gigante della California che ha così pochi anni da non rivelare ancora nelle dimensioni la propria identità, rendono un po’ più vivace il viale che dal Santuario della Madonna apre il percorso di più di due ore verso le montagne svizzere. A Campocologno un Prunus subhirtella fiorisce proprio adesso e chi non sa che certi alberi preferiscono aprire i propri petali proprio quando fa più freddo, si chiede come sia possibile. Le corolle color rosa tenero del Prunus, simili a quelle del mandorlo, stupiscono, eppure anche i nespoli giapponesi con le loro foglie sempreverdi e coriacee si ornano di fiori in inverno e i calicanti dal profumo di paradiso spandono il loro effluvio inconfondibile da Natale in poi.

Alle 7.50 e la luce è ancora scarsa, mentre uno spicchio sottile di luna sta proprio sopra il punto in cui apparirà il sole a sudest, mentre si arriva a Brusio e, intorno ad un prato dove alcuni vecchi castagni aspettano la primavera, un viadotto elicoidale dà un tocco di elegante originalità al paese. I binari passano sotto una delle sue arcate, descrivono un cerchio, poi si alzano dolcemente, sollevati da una serie di arcate sempre più alte, che li guidano di nuovo verso il terreno pietroso, fra le case. Al di sotto, un gruppo di cupolette fatte di sassi color grigio scuro, sono le volte di piccole costruzioni interrate in cui i pastori conservavano al fresco latte e burro. E’ possibile che un tempo alcuni alberi le mantenessero in ombra, come si faceva con le “nevere” in montagna o nei giardini dei ricchi, dove tenevano il ghiaccio e i cibi.

 

le tradizionali cantine

 

La salita fino a Poschiavo è ancora leggera, poi si fa impegnativa sulla costa dove delicate, eleganti betulle col loro fusto bianco e i rami sottili, si riconoscono subito in mezzo agli altri alberi che, senza foglie, si confondono facilmente: qualche ontano dalle minuscole pigne, dei frassini dai tronchi grigioverde, aceri. Il treno sale verso Cavaglia e dalle rocce incombenti, stalattiti di ghiaccio colorate di giallo dal tannino delle foglie morte, scendono dove finiva il ghiacciaio Palù e dove adesso c’è il suo giardino, con le marmitte dei giganti e una flora particolare. Fino a duemila metri è il regno delle conifere: nei punti meno problematici sono sempreverdi pecci, che si chiamano anche abeti rossi per la tonalità ruggine delle affusolate pigne pendule, dei rametti e della corteccia. Dove è più difficile vivere resistono meglio i larici, gli unici parenti dei pini a perdere gli aghi in inverno, per non lasciarsi rompere i rami dal peso della neve.

Per qualche attimo ci si rende conto di quanto si sia saliti vedendo lontano, piccolo in fondo alla valle, il lago di Poschiavo in una cornice di montagne. Il cielo è chiaro, ma il sole basso della stagione fredda ancora non ce la fa a superarle. Il silenzio dell’inverno è appena turbato dal ronzio leggero del treno che scivola discreto oltre la stazione, fra i pecci dai rami abbassati sotto la neve. Sul manto bianco della terra, più avanti dove gli alberi diventano sempre più radi, i nitidi larici spogli sembrano disegnati, cresciuti in coppia o a gruppetti. I fratelli si aiutano.

 

oltre il finestrino

 

Oltre i duemila metri c’è Alp Gruem e poi Ospizio Bernina, davanti alla distesa del Lago Bianco, invisibile sotto la neve, che alimenta le centrali elettriche a valle per dare energia al treno. Tutto bianco adesso è anche il Lago Nero, ben più scuro dell’altro, che riversa le sue acque sul versante opposto. Su questo passo un tempo si sostava a riposare e si ripartiva per commerciare in bestiame e merci, quando non si restava bloccati dal gelo in inverno. Alla fine dell’ottocento, il desiderio di visitare località dalla bella natura aveva cominciato ad attirare verso le montagne le classi sociali più facoltose ed era stato deciso di installare la ferrovia, purché spinta dalla forza elettrica locale, generata dall’acqua.

La voce che nel treno annuncia in varie lingue le stazioni, smette qui l’italiano e passa al romancio, la lingua tradizionale dell’Engadina in cui si entra. Le pendenze, adesso in discesa, si fanno più modeste. Qui in inverno si viene a sciare e in estate a fare scalate ed escursioni. Si arriva a St. Moritz, dove il laghetto ha le onde ghiacciate e il paese abitato tutto l’anno ha ancora la sorgente termale antica che portava qui per le cure chi se lo poteva permettere. Nella zona turistica c’è l’albergo ottocentesco più antico e un campanile che ha più anni e maggiore inclinazione della torre di Pisa. Per non lasciare che lo spirito incantato del viaggio si dissolva, ci sono i quadri del museo Segantini, con le scene agresti del pittore che ha trascorso qui i suoi ultimi anni. Molto belli sono anche i dipinti nel museo Berry e nel museo dell’Engadina, in una grande casa dei primi del novecento, camminando nelle stanze arredate con mobili e oggetti antichi della regione, si ritrova il calore e la bellezza del legno degli alberi, che pur dopo essere stati ridotti in cenere, ancora danno qualcosa.