I miei articoli

Sully

by 28 novembre 2018

 

Film del 2016 di Clint Eastwood, che come sempre tratta temi importanti e profondi. E’ la storia vera di quanto successo nel gennaio del 2009 quando un aereo di linea, appena decollato aveva subito il guasto di entrambi i motori, a causa dello scontro con uccelli. Il comandante, interpretato da Tom Hanks, ritenendo impossibile atterrare all’aeroporto, aveva deciso di ammarare sul fiume Hudson, riuscendo a salvare tutti i 155 passeggeri. Acclamato come eroe dal pubblico, era stato subito sottoposto ad inchiesta dall’ente aeronautico che aveva considerato la pericolosissima scelta come irresponsabile. Le simulazioni di volo dimostravano che avrebbe potuto seguire il protocollo, anche in considerazione del fatto che uno dei motori, sempre attraverso le simulazioni, avrebbe avuto qualche autonomia. La calma e la capacità di non dare niente per scontato del comandante con quarant’anni di esperienza, si erano a questo punto rivelate anche nel chiedere che le simulazioni venissero rifatte in sua presenza, per poter capire come mai risultassero contrarie a ciò che lui aveva intuito come giusta soluzione. Questo gli aveva dato il tempo e la possibilità di comprenderne la ragione. Le simulazioni, infatti, non avevano preso in considerazione né l’imprevisto, né i sentimenti di chi si trova a dover decidere in pochi secondi su una faccenda gravissima, né il tempo necessario a fare una manovra protocollare estremamente difficile. Con questi elementi era stato possibile verificare che il comandante aveva fatto la scelta giusta, supportata anche dal fatto che, ripescato il motore dato come parzialmente efficiente dalle simulazioni al computer, era stato constatato il suo guasto completo.

Arte della natura, arte umana a Varese

by 23 novembre 2018

murale di David de la Mano a Varese

 

La città di Varese, oltre ai dieci fascinosi giardini storici sempre aperti al pubblico, ne ha molti altri privati i cui alberi si uniscono al coro vegetale, caratterizzandola come una città-giardino molto piacevole. Dove però la bellezza naturale è stata sacrificata al cemento e all’asfalto, da qualche anno si sta cercando di portare la pittura murale di qualità, per vivacizzare le zone irrecuperabili in altro modo. I migliori artisti di grandi spazi esterni, che a volte ancora vengono chiamati “graffitari” o “writers” o “pittori di strada”, ormai lavorano usando colori acrilici e pennelli, abbandonando le bombolette spray che in passato servivano a realizzare rapidamente le opere illegali sui muri o sulle fiancate esterne dei vagoni ferroviari. L’arte non più “di strada”, ma “per la strada”, viene adesso finanziata dai Comuni e curata da architetti e critici d’arte. E’ un peccato che in questo genere di opere, i colori in genere sono così forti da mettersi in conflitto con tutto il resto, invece di farci amicizia. Così, anziché invogliare il quartiere a darsi una rassettata, lo fa sentire escluso e lo immusonisce. In via Monguelfo, quasi di fronte a un ingresso al parco Mantegazza del castello di Masnago, lungo trenta metri del muro di recinzione di un giardino privato, nel 2017 è stato realizzato il murale meglio integrato con un ambiente urbano di buona qualità. David de la Mano, artista uruguaiano che si è formato in Spagna, ha dipinto in bianco e nero con un solo elemento rosso, l’opera “The boat” a cui fanno da cornice gli alberi del giardino.

 

gli alberi del parco visti da una sala del castello

 

L’effetto è armonioso e qui l’arte umana e quella della natura si uniscono, rafforzandosi reciprocamente. Il parcheggio pochi metri più avanti, permette di fermarsi e scendere per ammirare questa pittura e magari entrare nel parco Mantegazza, poi salire fino al castello di origine medievale diventato museo di arte dall’ottocento ad oggi, dove alcune sale hanno ancora buona parte della decorazione ad affresco di epoca rinascimentale, molto suggestiva. Realizzati su intonaco fresco, in modo che i colori potessero penetrarvi e resistere a lungo, avevano richiesto rapidità di esecuzione senza possibilità di ripensamenti. In questo si accomuna l’arte urbana odierna, che va eseguita velocemente in condizioni disagevoli a causa del traffico, del meteo e degli imprevisti del lavorare lungo una strada. Peccato che per questi motivi abbiano vita breve. I più begli affreschi del museo rappresentano gli “svaghi”, le attività all’aperto dei signori, con raffigurazione di animali e piante. Le ampie finestre moderne, dall’interno incorniciano i begli alberi del parco ottocentesco, di cui qualcuno è degno di essere chiamato monumento naturale. Ce ne sono diversi di origine asiatica e americana, come era tipico dei giardini detti “all’inglese” e il più intonato all’atmosfera medievale del castello è un ancor giovane Cipresso del Kashmir, per le sue fronde pendule di un verde incline all’azzurro, che ricordano le ampie maniche, i veli e i mantelli indossati dalle dame di tanti secoli fa.

 

 

Abel, il figlio del vento

by 21 novembre 2018


Nel film di Gerardo Olivares, del 2015, si segue da vicino la vita delle aquile, ciò che avviene nel loro ambiente, i grandi pericoli e la profonda bellezza dell’alta montagna, nel loro intrecciarsi con la vita di un ragazzo e due uomini: il padre e il guardaboschi. Le sofisticate apparecchiature moderne, nelle mani di ottimi specialisti di varie discipline, sono stati indispensabili per cogliere e mostrare ciò che solo i più avventurosi avrebbero la possibilità di vedere. La cura e l’educazione che con grande pazienza una madre aquila dispensa ai figli, vengono messe in pratica da un ragazzo guidato dall’esperienza del guardaboschi. La comprensione che un padre non riesce a dare è offerta dall’uomo che fa da padre anche alle creature selvatiche, quando ne hanno bisogno.

L’inevitabile crudeltà della natura è il lato oscuro della sua bellezza, a cui questo film ci avvicina.

Meno cadute di alberi se tutti sapessero che…

by 7 novembre 2018
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fronde di cipresso del Kashmir

 

Se è impossibile evitare le bufere che distruggono gli alberi, è possibile limitarne i danni con un loro trattamento consapevole, che però molti ignorano.

1. piantare gli alberi giusti nel posto giusto, tenendo conto del tipo di terreno, del clima, della situazione delle falde acquifere che si abbassano sempre più a causa del loro sfruttamento eccessivo. Alberi che resistevano bene un tempo, possono non farcela nelle nuove condizioni. Tenere conto del tipo di radici che hanno è fondamentale. In molti boschi sono stati messi a dimora degli abeti rossi, inadatti alle nostre montagne perché hanno radici superficiali e sono dunque facilmente sradicabili dal vento. In città ci sono tanti cedri e pini troppo alti, troppi grandi alberi sempreverdi davanti alle case con giardini minuscoli: magnolie sempreverdi, cedri deodara, abeti rossi. Occorre sostituirli, anziché smozzicarli orribilmente come tanti fanno.

 

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anche il faggio ha radici superficiali

 

2. mettere a dimora alberi di diverse specie e compatibili fra loro, perché ciò che nuoce a uno può lasciare intatto un altro

3. diradare gli alberi quando sono troppo fitti, altrimenti diventeranno alti e sottili, dunque vulnerabili

4. piantarne in epoche diverse nelle stesse zone, perché anche l’età influisce sulla reazione a malattie e calamità varie

5. in città sceglierli tenendo conto della loro dimensione definitiva, prevedendo spazio adeguato all’ampiezza della chioma e delle radici. Evitare i sempreverdi che in inverno fanno ombra dove occorre il sole e che la neve può danneggiare

6. lungo i viali, nei parcheggi, nei giardini, lasciare ampio spazio anche alle radici, evitando di compattare troppo il terreno. Le radici devono poter respirare, espandersi, assorbire acqua

7. evitare le mutilazioni che gli incompetenti spacciano per potature, indebolendo gli alberi, facendoli ammalare e provocando i conseguenti guai

8. stare attenti ai decespugliatori con cui spesso viene tagliata l’erba intorno agli alberi. Spesso si avvicinano troppo ai fusti e staccano la corteccia, provocando ferite e conseguenti malattie e indebolimenti.

Gli alberi compiono un lavoro eccezionale per ridurre tanti pericoli causati dal dissesto idrogeologico, ma è INDISPENSABILE trattarli nel modo corretto. Altrimenti possono fare danni, come succede se qualsiasi persona o animale viene costretta a operare nelle peggiori condizioni.

 

 

 

Il Museo di Storia Naturale di Trento (MUSE)

by 31 ottobre 2018
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il MUSE visto dai suoi orti

 

Il MUSE inizia la sua didattica dall’ambiente in cui è inserito, vicino al fiume Adige, con un grande prato e due orti di cui non si colgono i prodotti, per mostrare il ciclo completo della natura. Fino ad alcuni anni fa questo spazio era occupato da una fabbrica, poi dismessa e demolita, per costruire un intero quartiere all’avanguardia nella sostenibilità ambientale e nella cultura scientifica. Dall’esterno, al di là della prima vetrata si vedono grandi piante tropicali fra cui volano due Turachi, nella serra che riproduce un frammento di Tanzania. Per raggiungerla occorre scendere al piano interrato, dove è rappresentato il passato più lontano del nostro pianeta. Ci si trovano le ricostruzioni di tre fra gli alberi più antichi, gli scheletri dei dinosauri, le prove della presenza di quelli che saremmo diventati noi nel corso di milioni di anni. In alto, nello spazio libero al centro di cinque piani, sono sospesi animali tassidermizzati, nelle posizioni che riproducono i loro movimenti più vivaci, tra cui ci sono molti grandi uccelli in volo.

 

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gufo reale tassidermizzato sul corrimano della balconata

 

E nel corridoio che porta alla serra, un meraviglioso video disegna con tratti lievi le ramificazioni in cui si è espressa la vita, dal suo primo apparire e in tutto il suo sperimentare. Ed eccola dal vero in color verde smeraldo, traboccare nel clima caldissimo e umido della serra, fra gli scrosci d’acqua di una piccola cascata, sotto la volta di un fico sicomoro già molto grande e tante altre piante fra cui le papaie cariche di frutti. Dopo aver riconosciuto quelle più famose dei tropici e, con un po’ di fortuna, la coppia di turachi, si esce al pianterreno davanti allo spazio dedicato alla fisica, dove si possono fare divertenti esperienze pratiche dei suoi effetti, con le illusioni ottiche e sensoriali e la realizzazione di piccoli “prodigi”. Al primo piano animali tassidermizzati sono collocati negli stessi spazi dove si muove il pubblico, che in questo modo si immerge meglio nell’illusione di condividere il loro ambiente.

 

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riproduzione di impressionante realismo di donna preistorica

 

Sembrano reali e vivi anche una donna, un ragazzo cacciatore e un uomo mirabilmente imitati nei simulacri che rappresentano i nostri antenati preistorici. Qui è documentata la presenza umana più antica fra le montagne trentine. Salendo ancora le scale si presenta la geologia, con i cambiamenti e le evoluzioni nel corso del tempo, i pericoli e i possibili modi per ridurne le conseguenze. Un altro livello porta ad esempi di vita selvatica sulle Alpi e l’ultimo piano fa conoscere i ghiacciai, di cui è riprodotta una lingua di qualche metro in vero ghiaccio.

La costruzione dell’edificio in vetro e acciaio, dunque riciclabile, è stata realizzata con l’esposizione e l’inclinazione delle coperture che permettono di usufruire al meglio dei raggi solari. L’acqua piovana è recuperata per l’irrigazione degli orti, dei prati, della serra e dove non è necessaria quella potabile. Pannelli fotovoltaici assicurano una buona fornitura energetica. I pavimenti, i gradini e i corrimano delle scale sono in bambù, materiale dalle prestazioni eccezionali e dalla rapidissima crescita. Il museo e il quartiere con appartamenti e negozi è raggiungibile anche a piedi dal centro storico. Tutto questo ha messo il MUSE all’avanguardia della sostenibilità, anche economica, dei musei europei.

 

 

La misura del tempo

by 22 ottobre 2018
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orologio astronomico rinascimentale di Clusone (BG)

 

Nei viaggi che si facevano in passato, ai disagi e ai pericoli molto superiori a quelli di oggi si aggiungeva la difficoltà nel trovare una misura di tempo comune fra uno Stato e un altro. L’inizio dell’anno in certe parti del mondo è ancora oggi diverso dal nostro e in Europa lo abbiamo cambiato di posto varie volte, passandolo da alcune date dell’inverno ad altre della primavera. Per non parlare dei dieci giorni eliminati nel 1582 dal papa Gregorio XIII, su studi di Copernico, per rimettere in pari il calendario con gli sfalsamenti tra l’anno solare e quello convenzionale, rispetto a quanto promulgato da Giulio Cesare nel 46 a.C.. Una parte dell’Europa cattolica vi si era adattata subito, mentre i Paesi anglicani, calvinisti e luterani lo hanno fatto due secoli dopo e altri ancora più tardi. La Russia per questo aveva chiamato “rivoluzione di ottobre” quella che in realtà avveniva in Novembre. Addirittura alcune chiese ortodosse non si sono aggiornate ancora adesso, che la differenza è arrivata a 13 giorni.

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orologio astronomico di Brescia

 

Anche le ore erano difficili da calcolare e in Italia ce lo testimoniano gli orologi astronomici rinascimentali ancora attivi sulle torri civiche di alcune nostre città. In Lombardia a Clusone e Brescia, in Veneto a Padova. Prima di tutto riportano ventiquattro ore invece delle dodici a cui siamo abituati. Il punto di partenza, un tempo non era a mezzanotte, ma circa mezz’ora dopo il tramonto, che nel corso dell’anno cambia continuamente. Nei quadranti di questi antichi orologi la prima ora si trovava all’inizio della metà inferiore del cerchio, ad indicare che il sole era ormai al di sotto dell’orizzonte, mentre a mezzogiorno e a mezzanotte si trovava in punti sempre diversi del quadrante, dato che il giorno dura meno in inverno e di più in estate. I tre orologi sono simili ma con particolarità diverse. Per brevità indico qui a grandi linee il funzionamento dell’orologio di Padova. L’addetto alla manutenzione spostava le lancette manualmente tre volte ogni giorno per adeguarsi ad una simile variabilità e questo tipo di tempo era detto “all’italiana”. Quello “alla francese” era suddiviso in ore uguali ed era dunque molto più pratico. Era stato adottato in Italia alla fine del settecento.

 

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orologio astronomico di Padova

 

Era ed è indicata anche la situazione della luna, che oltre ad essere importante per la gestione delle piante nella semina, nel raccolto e nella lavorazione dei loro prodotti, determinava anche certe festività. E’ rappresentata da una sfera bianca, che man mano ruota diventando nera, come avviene quando il nostro satellite è nascosto dall’ombra terrestre. Sul quadrante sono indicati gli aspetti di opposizione, sestile, trigono e quadratura nei confronti del sole, con le forme geometriche che li rappresentano. Era importante tenerne conto come favorevoli o sfavorevoli a tutte le imprese. I vari dischi ruotavano per indicare il giorno, il mese e il segno zodiacale giusto. Nell’orologio di Padova è interessante osservare che lo Scorpione occupa per intero anche lo spazio della Bilancia -che ai tempi degli antichi romani prima di Giulio Cesare non esisteva- ed è stato così indicato come per scrupolo filologico, occupandolo con le chele. I trenta gradi che sono stati poi rappresentati dall’unico oggetto, fra gli animali e gli umani, erano conosciuti come appartenenti alle Chele ed erano comunque due, come i piatti della bilancia in equilibrio.