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Sabbioneta, città ideale del Rinascimento (MN)

by 16 gennaio 2020

interno del teatro di Sabbioneta

 

All’età di venticinque anni il Duca Vespasiano Gonzaga, parente dei regnanti di Mantova, era rientrato dalla Spagna dove il futuro re Filippo II lo aveva educato alle arti e alla guerra. I risultati si sarebbero visti a Sabbioneta, un luogo che fa intuire quanto dovesse alla sabbia portata nel corso dei millenni dai vicini fiumi Oglio e Po, che poco più a sud si incontrano. Li Vespasiano Gonzaga aveva costruito la sua città ideale moderna, razionale ma anche rispettosa dei valori umani dell’arte e della filosofia. L’aveva racchiusa fra mura di mattoni con sei baluardi e altrettanti terrapieni, circondata da un fossato come si faceva allora. Entrando in città dall’ingresso principale aveva voluto il Palazzo Giardino, dedicato allo svago e allo studio, dove le pareti erano decorate ad affresco con immagini di antichi dei, leggende e uomini illustri. Quelle figure sarebbero state la testimonianza della sua cultura classica e gli avrebbero ricordato i valori a cui si sarebbe sempre ispirato. Porte e finestre si aprivano anche verso un giardino all’italiana, geometrico, con sempreverdi modellati a siepi squadrate, come segno del dominio della ragione umana sull’esuberanza della natura. Al nobile edificio era stata collegata una lunga galleria, riconoscibile facilmente sopra il loggiato di mattoni che fa pensare ad un acquedotto romano, come allusione al flusso della cultura antica rappresentata nelle sale superiori, che vi scorreva e dava vita degna alla città. Nella sala decorata con affreschi che simulavano architetture e stemmi, erano esposte opere antiche, che però da tempo sono ormai finite a Mantova o in Austria.

 

Affreschi della galleria

 

E’ però il teatro all’antica, realizzato dall’allievo di Palladio, Vincenzo Scamozzi, ad avere la decorazione più originale. Era stato costruito negli ultimi anni di vita del duca, verso la fine del secolo, dopo il ben più grande Teatro Olimpico di Vicenza. Erano entrambi una novità, perché gli spettacoli di corte si svolgevano nelle sale dei palazzi e quelli per il popolo si tenevano nelle piazze. Gli antichi teatri greci e poi romani che facevano da modelli erano costruiti all’aperto, con gradinate disposte a semicerchio per far sedere gli spettatori e una scena fissa con architetture sullo sfondo, dove recitavano gli attori. A Sabbioneta il pubblico sedeva sulle panche di legno, mentre al duca era riservata la loggia semicircolare dietro di loro, dove le statue di divinità dell’Olimpo sopra il colonnato, le figure di imperatori romani affrescati sulla parete in fondo e i busti delle nicchie, avevano il compito di avallare con la loro presenza, quella del duca.

 

Scena fissa del teatro

 

Nonostante i tanti rimaneggiamenti e danni nel tempo, i restauri hanno ridato al teatro almeno una parte della bellezza originaria e saltuariamente vi si tengono ancora spettacoli per un pubblico di novantanove spettatori, collocandolo con i teatri di Vetriano, di Montecastello di Vibio, di Pieve di Teco, fra i più piccoli del mondo.

Si arrivava infine al Palazzo Ducale, sede giudiziaria e amministrativa della città, dove i busti di imperatori romani erano nelle nicchie della facciata, a significare le capacità governative di chi vi lavorava. Le sale interne sono ormai vuote, tranne quella in cui quattro statue in legno di cavalieri in armatura, tra cui lo stesso Gonzaga, ricordano un glorioso passato.

La sinagoga è l’edificio più recente e modesto, realizzato nel 1824 e restaurato da alcuni anni dopo un lungo periodo di abbandono.

Il Bernina del treno e degli alberi

by 9 gennaio 2020

il treno passa davanti al santuario di Santa Maria delle Grazie a Tirano

 

Dicembre con la neve è il mese giusto per l’escursione di poetica bellezza col treno del Bernina che porta da Tirano a Saint Moritz. Tutti gli alberi decidui hanno perso le foglie e solo i sempreverdi, in buona parte di origine straniera, attenuano la desolazione della nudità invernale nella città della Valtellina. Giovani calocedri, cedri deodara, pini austriaci e persino una sequoia gigante della California che ha così pochi anni da non rivelare ancora nelle dimensioni la propria identità, rendono un po’ più vivace il viale che dal Santuario della Madonna apre il percorso di più di due ore verso le montagne svizzere. A Campocologno un Prunus subhirtella fiorisce proprio adesso e chi non sa che certi alberi preferiscono aprire i propri petali proprio quando fa più freddo, si chiede come sia possibile. Le corolle color rosa tenero del Prunus, simili a quelle del mandorlo, stupiscono, eppure anche i nespoli giapponesi con le loro foglie sempreverdi e coriacee si ornano di fiori in inverno e i calicanti dal profumo di paradiso spandono il loro effluvio inconfondibile da Natale in poi.

Alle 7.50 e la luce è ancora scarsa, mentre uno spicchio sottile di luna sta proprio sopra il punto in cui apparirà il sole a sudest, mentre si arriva a Brusio e, intorno ad un prato dove alcuni vecchi castagni aspettano la primavera, un viadotto elicoidale dà un tocco di elegante originalità al paese. I binari passano sotto una delle sue arcate, descrivono un cerchio, poi si alzano dolcemente, sollevati da una serie di arcate sempre più alte, che li guidano di nuovo verso il terreno pietroso, fra le case. Al di sotto, un gruppo di cupolette fatte di sassi color grigio scuro, sono le volte di piccole costruzioni interrate in cui i pastori conservavano al fresco latte e burro. E’ possibile che un tempo alcuni alberi le mantenessero in ombra, come si faceva con le “nevere” in montagna o nei giardini dei ricchi, dove tenevano il ghiaccio e i cibi.

 

le tradizionali cantine

 

La salita fino a Poschiavo è ancora leggera, poi si fa impegnativa sulla costa dove delicate, eleganti betulle col loro fusto bianco e i rami sottili, si riconoscono subito in mezzo agli altri alberi che, senza foglie, si confondono facilmente: qualche ontano dalle minuscole pigne, dei frassini dai tronchi grigioverde, aceri. Il treno sale verso Cavaglia e dalle rocce incombenti, stalattiti di ghiaccio colorate di giallo dal tannino delle foglie morte, scendono dove finiva il ghiacciaio Palù e dove adesso c’è il suo giardino, con le marmitte dei giganti e una flora particolare. Fino a duemila metri è il regno delle conifere: nei punti meno problematici sono sempreverdi pecci, che si chiamano anche abeti rossi per la tonalità ruggine delle affusolate pigne pendule, dei rametti e della corteccia. Dove è più difficile vivere resistono meglio i larici, gli unici parenti dei pini a perdere gli aghi in inverno, per non lasciarsi rompere i rami dal peso della neve.

Per qualche attimo ci si rende conto di quanto si sia saliti vedendo lontano, piccolo in fondo alla valle, il lago di Poschiavo in una cornice di montagne. Il cielo è chiaro, ma il sole basso della stagione fredda ancora non ce la fa a superarle. Il silenzio dell’inverno è appena turbato dal ronzio leggero del treno che scivola discreto oltre la stazione, fra i pecci dai rami abbassati sotto la neve. Sul manto bianco della terra, più avanti dove gli alberi diventano sempre più radi, i nitidi larici spogli sembrano disegnati, cresciuti in coppia o a gruppetti. I fratelli si aiutano.

 

oltre il finestrino

 

Oltre i duemila metri c’è Alp Gruem e poi Ospizio Bernina, davanti alla distesa del Lago Bianco, invisibile sotto la neve, che alimenta le centrali elettriche a valle per dare energia al treno. Tutto bianco adesso è anche il Lago Nero, ben più scuro dell’altro, che riversa le sue acque sul versante opposto. Su questo passo un tempo si sostava a riposare e si ripartiva per commerciare in bestiame e merci, quando non si restava bloccati dal gelo in inverno. Alla fine dell’ottocento, il desiderio di visitare località dalla bella natura aveva cominciato ad attirare verso le montagne le classi sociali più facoltose ed era stato deciso di installare la ferrovia, purché spinta dalla forza elettrica locale, generata dall’acqua.

La voce che nel treno annuncia in varie lingue le stazioni, smette qui l’italiano e passa al romancio, la lingua tradizionale dell’Engadina in cui si entra. Le pendenze, adesso in discesa, si fanno più modeste. Qui in inverno si viene a sciare e in estate a fare scalate ed escursioni. Si arriva a St. Moritz, dove il laghetto ha le onde ghiacciate e il paese abitato tutto l’anno ha ancora la sorgente termale antica che portava qui per le cure chi se lo poteva permettere. Nella zona turistica c’è l’albergo ottocentesco più antico e un campanile che ha più anni e maggiore inclinazione della torre di Pisa. Per non lasciare che lo spirito incantato del viaggio si dissolva, ci sono i quadri del museo Segantini, con le scene agresti del pittore che ha trascorso qui i suoi ultimi anni. Molto belli sono anche i dipinti nel museo Berry e nel museo dell’Engadina, in una grande casa dei primi del novecento, camminando nelle stanze arredate con mobili e oggetti antichi della regione, si ritrova il calore e la bellezza del legno degli alberi, che pur dopo essere stati ridotti in cenere, ancora danno qualcosa.

Piante carnivore e vegetariane

by 18 dicembre 2019

Nepenthes ampullaria – foto da Wikipedia di Alfindra Primaldhi

 

Le piante che vivono su terreni troppo poveri di minerali, devono provvedere in altro modo, come fanno le droseracee e le nepentacee. Nel Borneo la Nepenthes heliamphora cattura le zanzare, sciogliendo un tensioattivo nell’acqua del suo vaso, così che non possano più camminarci sopra e annegano.

La Nepenthes hemselyana attira i pipistrelli nel suo vaso dove trovano riparo, rilasciando le feci, di cui la pianta utilizza i minerali.

 

Nepenthes lowii – foto da Wikipedia di JeremihasCPs

 

La Nepenthes lowii, ha addirittura la forma di un WC con il coperchio alzato che trasuda un liquido dolce. Le tupaie, piccolissimi mammiferi simili ai topolini si accomodano sulla tazza per leccare la secrezione e rilasciano a loro volta gli scarti utili alla pianta.

La Nepenthes ampullaria cattura invece le foglie degli alberi sotto cui si installa e nel suo calice largo accoglie quelle che cadono, assimilandone il contenuto.

La bellissima e grande pianta della famiglia delle orchidee chiamata “orecchie d’elefante”, si arrampica sui fusti degli alberi disponendosi come una scala a chiocciola, dando alle sue grandi foglie un’inclinazione e un intervallo che favoriscono l’accumularsi di foglie cadute nello spazio a ridosso del fusto, dove si decompongono. Intervengono allora i funghi per rendere disponibili le sostanze utili, ottenendo in cambio parte degli zuccheri.

 

Johannesteijismannia magnifica da palmpedia.net

 

C’è un’altra pianta “vegetariana”, la Johannestejismania magnifica, dalle enormi foglie seghettate, disposte come petali di fiori. Si sistema sotto un albero di cui raccoglie le foglie che cadono al suo interno, dove si decompongono e vengono “trattate” dai funghi, che poi fanno lo scambio di sostanze con lei.

La nazione delle piante

by 11 dicembre 2019

 

La Nazione delle Piante, pubblicato da Stefano Mancuso nel 2019 in occasione dell’omonima grande mostra alla Triennale di Milano, spiega quanto possiamo imparare dal modo di vivere vegetale. Non si tratta solo di sostenibilità ambientale ma di cambiamento della cultura autoritaria e poco attenta alle altre specie perché gerarchica, responsabile anche del forte disagio dei sottoposti e di chi si trova su un gradino più basso nella scala sociale, oltre che dell’inefficienza ben nota. Le piante da cui dipende ogni altra forma di vita hanno strutture modulari in cui le funzioni sono distribuite un po’ in tutto il corpo, dando loro la possibilità di affrontare i problemi con un’efficacia ben maggiore rispetto agli umani la cui struttura fisica ha organi specializzati in un’unica collocazione. E’ un punto su cui vale la pena di riflettere, dopo aver preso nota dei risultati di studi scientifici che l’autore presenta. Molto istruttivi sono anche gli esempi dei disastri ambientali che cita, provocati dalla maldestra interferenza umana negli equilibri naturali, per mancanza di conoscenza di quanto ogni forma di vita sia interdipendente dalle altre. Il rispetto di ciascuna nasce dalla consapevolezza di essere un insieme di diversi, legati da lunghi fili difficili da vedere perché sottili e delicati, ma reali.

L’ipotetica costituzione che potrebbe essere scritta dalle piante se usassero il nostro sistema di comunicazione, merita di essere presa come ispirazione.

Materiale, immateriale, bene comune

by 4 dicembre 2019

 

Ciò che è materiale e si può vedere, magari pesare e misurare, può essere valutato, gli si può attribuire un valore e un prezzo, anche se a volte può essere difficile. Ci sono possibilità di capire se funziona o meno, se è di buona qualità e a che cosa serve. Tutto diventa più difficile quando si ha a che fare con un bene immateriale, come le idee, la cultura, i talenti, l’educazione. Per attribuire un valore ai beni immateriali occorre un tipo di capacità molto più rara rispetto all’altra, perché richiede il saper vedere oltre l’apparenza e le abitudini mentali. Per sviluppare una simile dote bisogna dedicare tempo ed energia a ciò che riguarda il mondo interiore, sfuggente e multiforme. Ecco uno dei motivi per cui ciò che i sensi mancano di cogliere è spesso trascurato e sottovalutato, fino ad essere considerato irrilevante. Accade come nella favola della volpe che non riesce a raggiungere l’uva e per questo la denigra.

Tutto ciò che è vita è fatto di opposti complementari, indispensabili l’uno all’altro in una dinamica continua. Anche il lavoro più umile e fisico, come può essere quello di uno spaccapietre richiede attenzione, abilità, volontà, che sono aspetti immateriali. A maggior ragione sono necessarie qualità immateriali per attività più complesse, come allevare i figli, svolgere un’attività soddisfacente, far crescere una società equa, mantenere la democrazia, rispettare l’ambiente. In teoria molti possono essere d’accordo, ma in pratica ben pochi affinano a sufficienza gli aspetti interiori della loro vita e neppure riconoscono adeguatamente il valore di coloro che vi si dedicano. Ne risulta per questo uno squilibrio a danno di tutti.

 

Un esempio di bene immateriale dai molti effetti materiali è il bene comune, vale a dire il rispetto e il benessere che coinvolgono la società, le nazioni, il pianeta e l’intero universo, a cui ciascuno dovrebbe contribuire perché riguarda ogni individuo, in sovrappiù a quanto gli compete in senso stretto. Vivere fra gente educata, in una città ben gestita e via di questo passo, va a vantaggio delle persone di ogni ceto sociale e condizione, così come il contrario nuoce a tutti, anche ai più abbienti che probabilmente vi si possono sottrarre da un punto di vista materiale, ma a danno di quello morale.

Tutti vorrebbero veder rispettare i propri diritti, vivere in un ambiente sano, avere prospettive per il futuro, ma quanti si danno da fare in questo senso, anche a dispetto di un trattamento del tutto inadeguato da parte della comunità o comunque da parte di altre persone? Essere corretti e gentili con chi lo è verso di noi è relativamente facile. Molto più difficile è continuare ad esserlo quando manca la reciprocità. Ma è proprio in questo punto che sta il nocciolo. Chi vuole che gli altri, la società, il mondo migliorino, necessariamente occorre che migliori prima se stesso, ovvero riesca a superare i limiti che gli impediscono di resistere alle provocazioni, continuando ad essere propositivo. E’ molto difficile e non si può farlo per obbligo. La strada per arrivarci è il sentirsi parte del bene comune, il saper accettare i propri limiti, il riconoscere i propri errori e appunto per questo continuare a credere in se stessi come esseri che contribuiscono positivamente alla propria e all’altrui vita, anziché rifarsi delle proprie frustrazioni facendole pagare con mancanze verso gli altri.

Siccome però gli stimoli che ci vengono dalla società sono spesso negativi o comunque poveri, li si possono vedere meglio assortiti nelle altre forme di vita, che ci aiutano a conoscere meglio la nostra. Sapere almeno a grandi linee come funziona la natura è sorprendente ed entusiasmante.

 

 

Man mano che ci si avvicina e se ne vedono le connessioni, ci si sente sempre più parte di una comunità in cui ciascuno ha delle possibilità ben più numerose rispetto a quella che sembra esistano in quella umana, quando se ne ignorano le risorse. Troppo sollecitati sul piano materiale e delegando quello spirituale solo alla religione, il quadro appare fosco. Quando invece si conosce ciò che è altro da noi, accade che mentre prima si percepivano solo delle forme generiche, man mano emergono dettagli e colori, come se la “vista” intesa in senso lato, diventasse molto più sensibile. Si finisce inevitabilmente con l’amare un simile ambiente e col percepirlo come parte di sé nel senso migliore, vale a dire che si desidera il suo bene quanto il proprio. Ecco un buon modo per sviluppare il desiderio del bene comune. Questo non significa che si risolvano le proprie contraddizioni, ma solo che insieme alle inevitabili sofferenze ci sia un consistente benessere interiore che le controbilancia.

L’aspetto immateriale è ciò che dà il profumo, l’anima all’aspetto materiale e chi vi si dedica dovrebbe essere adeguatamente ricompensato dalla comunità che ne beneficia, ma che fatica a riconoscerlo.

Canapa, una storia incredibile

by 26 novembre 2019

 

Il libro è stato scritto nel 2019 dal giornalista Matteo Gracis che ha difeso la verità sulla straordinaria ingiustizia sferrata fin dall’inizio degli anni trenta dello scorso secolo, verso una delle piante più utili. Fondatore e direttore della rivista Dolce Vita, che tratta argomenti delicati e per questo poco seguiti da altri editori, in queste pagine Matteo Gracis ripercorre prima di tutto i fatti che hanno distrutto un’economia florida e versatile, privato di medicinali particolarmente benefici tanti malati e perseguitato milioni di persone. Sono vicende note ormai da molti anni ma poco diffuse a causa dell’ottusità di molti e dell’egoismo di altri, che approfittando della calunnia accettata come verità da chi era disinformato, hanno perseguito il proprio interesse a scapito dell’intera umanità. Nel libro vengono ovviamente descritte le tante qualità pratiche di questa pianta che fino a cent’anni fa era fra le più coltivate nel mondo e vengono illustrate le virtù terapeutiche che finalmente hanno cominciato ad essere riconosciute anche dai proibizionisti e hanno portato alla liberalizzazione dell’uso medicinale. Per ora è solo l’inizio di un cammino che si spera rilanci una pianta tanto utile anche come materia prima per gli innumerevoli usi che, sentiti come pericolosa concorrenza da parte dei petrolieri americani, era stata diffamata prendendo come pretesto le qualità dei suoi fiori trasformati in marijuana o hashish. Il libro fa capire quanto la calunnia diffusa da persone ricche e potenti possa infettare il mondo intero, contando sulla disinformazione e diseducazione che è purtroppo è ancora una grande piaga.