I miei articoli

Faggi, colori d’autunno

by 24 settembre 2020

faggi a settembre, col terreno ricoperto di faggiole

 

Il faggio, parente del castagno e della quercia, come loro può vivere molti secoli ma ad altezze superiori, dai settecento ai millecento metri e a volte molto oltre, nella zona chiamata faggetum. Con le sue radici superficiali vive volentieri dove ci sono sassi e non ristagna l’acqua, perché umidità e freschezza le preferisce nell’aria. Lì migliora la qualità del terreno, facendogli arrivare attraverso le radici il nutrimento elaborato dalle foglie che in autunno cadono, dopo che il verde della clorofilla è scomparso e si rivela il giallo e arancio di altre sostanze. Formano dei tappeti vivaci che col tempo si decompongono e diventano humus. La loro elasticità le rendeva adatte ad imbottire ogni anno i materassi dei montanari, che del faggio utilizzavano tutto.

La legna dava il più confortevole calore e, una volta diventata cenere, era bollita in acqua per ottenerne lisciva con cui lavare i panni. Quando il legno serviva per mobili o attrezzi, i trucioli a volte erano messi nel vino per farne il migliore aceto. Quello di scarto era usato per affumicare la carne a cui dava un buon aroma e che si conservava in modo eccellente grazie al creosoto, una sostanza particolarmente disinfettante dei polmoni. E’ velenosa e va usata con intelligenza. La corteccia grigia e sottile, un tempo si impiegava per farne carta. Sembra che Gutemberg per i primi caratteri di stampa usasse il faggio.

 

faggiole, frutti dei faggi

 

L’albero in autunno mette le gemme lunghe e acuminate, rivestite di una pellicola rossa che dà una bella sfumatura di colore ai rami spogli. Così è pronto per la primavera, anche quando viene piantato in pianura, nei giardini delle ville dove il suo bell’aspetto si accorda con quello di altri alberi di pregio. Se ne vedono con foglie tanto scure da sembrare quasi nere: sono quelli della varietà purpurea, che si carica di rosso dove è esposto al sole, mentre le zone in ombra restano verdi. Il nero, in natura, se si diluisce rivela spesso di essere un rosso bordeaux molto carico.

I fiori vengono impollinati dal vento ed i frutti, le faggiole, sono numerosi nelle estati successive a quelle molto calde ed asciutte. Quando si aprono sembrano fiori di cuoio, che lasciano cadere i semi a forma di mandorle sottili, mangiate volentieri dagli animali ma anche dagli uomini. Ne facevano un surrogato del caffè, farina, olio utile anche per l’illuminazione e come ricostituente, al posto di quello di fegato di merluzzo. Gli involucri delle faggiole, se bolliti tingono i tessuti in giallo daino.

 

foglie di faggio in autunno

 

Nei boschi di faggio si trovano facilmente i funghi porcini, le cui ife sotterranee vivono in simbiosi con le radici, scambiandosi vantaggiosamente sostanze nutrienti. Il legno regge così bene le torsioni da poter essere curvato come nessun altro ed un esempio di questa capacità sono state le famose sedie Thonet, dell’ottocento, che sono ancora oggi le più vendute al mondo. E’ molto stabile e adatto alla costruzione dei telai per tessitura e ciò che deve essere robusto ed elastico. Non resiste, però, se lasciato all’aperto o comunque all’umido. Era usato per le travature delle cucine che, affumicandosi, lo rendevano molto duraturo. Per tutti questi usi il faggio era chiamato “madre del bosco”.

 

Estratto dal mio libro ALBERI DELLA CIVILTA’

Processo alle locuste tartare

by 15 settembre 2020

locusta – foto da wikipedia Tiermotive.de

 

Il 24 Agosto del 1339, sui tetti delle case di campagna tutt’intorno a Bolzano, si era sentito un rumore come se avessero cominciato a cadere chicchi di grandine. Ma la terribile nuvola nera che stava arrivando da Est ed aveva devastato già la Polonia, non portava un temporale. Con orrore, i contadini avevano visto una moltitudine infernale di grosse locuste scure precipitarsi sui campi, ben più dure e più grosse dei pur temuti chicchi ghiacciati. Un gran rumore di masticazione veniva dai frutteti, dai campi, dagli orti coperti da una brulicante, disgustosa massa bruna di insetti. Qualcuno aveva cercato di scacciarli, ma la maggior parte della gente rimaneva inorridita a guardare gli steli dei cereali, le verdure, le vigne i rami degli alberi restare completamente spogli man mano che quelle bestie li lasciavano dopo essersi rimpinzate di ogni foglia, chicco, bacca, frutto. La campagna veniva scorticata proprio nel giorno che commemora san Bartolomeo, martirizzato con la scuoiatura!

Forse era un castigo di Dio per qualche grave peccato. Non si era forse vendicato degli ebrei e anche degli egiziani, nell’antichità, per mezzo delle cavallette? Appena si erano ripresi dallo stupore, i preti avevano radunato i fedeli per pregare, far penitenza e processioni, chiedere la clemenza divina, promettere di emendarsi.Tutto, però, era stato inutile. Si era tentato di ucciderle, ma si riproducevano con tale rapidità che la moltitudine non ne era intaccata. Ciò che era stato lasciato da uno sciame veniva mangiato da quello nuovo e ben presto non sarebbe rimasto più niente. La gente sarebbe morta di fame.

Di peccati tanto terribili da meritare un simile flagello non sembrava ce ne fossero stati. Allora doveva essere opera del demonio. Tante morivano e restavano per terra, mostrando ali e zampe ben più lunghe di quanto non fossero mai state viste, corpi più grossi e scuri di quelle che vivevano nei prati. Da cavallette si erano trasformate in locuste, giustamente così definite in latino “loca usta”, luoghi bruciati, perché così appariva la vegetazione dopo il loro passaggio. Quella mutazione avveniva quando loro stesse, a causa di qualche malanno che le aveva private del cibo, dovevano migrare dai luoghi dove avevano vissuto in origine. Venivano da lontano, da oltre l’Ungheria, dalla patria dei tartari.

 

Panorama di Caldaro e del suo piccolo lago – foto da Wikipedia di Hubert Berberich

 

Il tribunale ecclesiastico di Caldaro, già a quei tempi conosciuto per le sue buone vigne, si era riunito per prendere provvedimenti. Avevano certo portato in aula una rappresentanza di quelle bestie, a cui era stato concesso conformemente alla legge, un avvocato difensore. Tutti ne avevano diritto. Il legale le aveva difese affermando che, in quanto animali privi di ragione, non potevano essere ritenuti criminali e che Dio aveva concesso loro la facoltà di nutrirsi di vegetali, anche se questo avesse dovuto danneggiare gli uomini. Era stato replicato che, più che una punizione per un reato, il processo aveva lo scopo di evitare altri danni e che era legittimo difendersi, anche contro chi non fosse in grado di intendere e di volere. La sentenza, dunque, intimava alle locuste di andarsene entro pochi giorni, o sarebbero state maledette. Oltre che su di una notifica scritta, la decisione era stata diffusa dai pulpiti delle chiese, così che in ogni parrocchia le condannate fossero avvertite. I pestiferi insetti, però, non avevano ubbidito ed erano stati colpiti dal minacciato anatema. Così, anche se neppure questo aveva avuto l’immediato effetto di allontanare il flagello, perché il popolo aveva ritardato nel pagare le decime e meritava d’essere punito, alla fine se ne erano andate. Non restava che mettersi di nuovo con pazienza, al lavoro dei campi.

estratto dal mio libro Animali, favolose storie vere

Non c’è futuro senza perdono

by 9 settembre 2020

 

Il libro Non c’è futuro senza perdono di Desmond Tutu, pubblicato nel 2001, narra le vicende del Tribunale per la Verità e la Riconciliazione che nel 1994 l’allora presidente del Sudafrica Nelson Mandela l’aveva incaricato di sovrintendere. Dopo la fine dell’apartheid, infatti, c’era il forte rischio di una guerra civile, evitata grazie alla straordinaria lungimiranza di Mandela che aveva a cuore una reale, sincera se pur difficilissima riconciliazione fra quelli che erano stati nemici. Dovendo convivere e lavorare insieme fra bianchi e neri, era stato necessario fare tutto il possibile per mettere il concetto di “umanità” al primo posto nel giudicare le violenze commesse durante gli anni in cui tutti coloro che non erano di pelle bianca erano stati trattati legalmente nel modo più vergognoso e indegno. Dunque invece di processi del genere avvenuti a Norimberga verso i nazisti, si è voluto puntare sull’elaborazione, la presa di coscienza, il ripristino della dignità degli offesi quanto degli offensori. E’ stato un percorso di grande impegno e fatica, ma che ha dato buoni risultati e in questo libro vengono chiariti i punti ostici per la maggior parte delle persone riguardo alla messa in pratica di principi che troppo spesso vengono dichiarati e ben di rado messi in pratica in fatto di giustizia. E’ dunque un libro importante da leggere, perché anche se in misura minore, tutti ci dobbiamo confrontare con i soprusi e le violenze, con l’incomprensione e il rancore, che possono essere superati con l’aiuto di chi tratta l’argomento con profonda conoscenza. L’esempio del Sudafrica è stato tanto significativo da aver dato avvio in tutto il mondo a seri studi sul perdono, che consente di sciogliere le catene dell’infelicità di individui e popoli.

 

Un film di Clint Eastwood che illustra come Nelson Mandel ha applicato i principi descritti in questo libro è Invictus

Seta selvatica

by 3 settembre 2020

Argema mittrei – falena da seta del Madagascar

 

Poco dopo aver lasciato l’imbarcadero di Tavernola, lungo la strada che va verso Como, un albero sinuoso si sporge sul lago, offrendo metà della sua chioma come riparo dal sole ai tanti che sostano in quel punto del marciapiede ad ammirare il panorama. E’ un ailanto, che nell’Asia da cui proviene chiamano Albero del Paradiso, perché quando può diventa molto alto e quando glie lo si chiede dispensa sostanze curative preziose, oltre ad essere bello e vitale più di altri. In Europa è odiato come se venisse dall’inferno, perché al contrario della maggior parte degli alberi, sia pure tagliandogli le radici cresce e ricresce anche dove non è gradito. Era arrivato in Europa nel settecento e si era diffuso un secolo dopo, al protrarsi di una malattia dei bachi da seta e dei gelsi delle cui foglie si nutrivano. Temendo l’annientamento di un’economia importante per l’Italia e per tutte le altre nazioni, si era provato a sostituire i bachi sempre più deboli del Bombyx mori con quelli della bella e grande Samia cinthya, che mangiano solo foglie d’ailanto. L’esperimento non aveva funzionato e per l’albero si era trovato impiego nel consolidare scarpate franose, che sa trattenere con le sue formidabili radici.

 

Bombyx mori – foto da Paradise fiber blog

 

Forse per la prima volta si prendeva in considerazione che il filo di seta non era un’esclusiva di quel baco trafugato coi semi di gelso mille anni prima dalla Cina, dopo che se ne era scoperto il segreto. Dentro un bozzolo in cui il bruco si trasforma in falena, nei boschi di tutto il mondo si avvolgono in tanti. I Bombyx mori, dopo accurate selezioni fatte dai cinesi per migliorarne il filo, non sapevano più vivere in natura dove erano diventati inetti, ma solo sui graticci nelle case o nei locali riservati a loro. Al coperto li si allevava comodamente fino a che si chiudevano nella loro piccola culla di seta, con un filo di lunghezza e qualità superiori a qualsiasi altro. I poveri alberi di gelso a maggio subivano il taglio dei rami perché si potessero prendere più comodamente le foglie da dare in pasto ai bachi.

Nel resto del mondo, invece, le falene volavano libere e deponevano le uova sotto le foglie dei loro alberi preferiti, di cui i bruchi si sarebbero cibati in continuazione durante settimane. Per gli alberi è sempre una dura prova e anche gli umani ne soffrono, soprattutto se si tratta di quelli da frutto come il mango, l’anacardio, l’avocado, l’annona.

Se il nemico non si può sconfiggere occorre farselo amico e così durante millenni i cinesi e gli indiani, ma anche altri popoli, dove non hanno potuto cogliere frutta hanno colto bozzoli di seta per farne seducenti tessuti da commerciare. Hanno aiutato gli alberi a riprodursi e a riprendersi dal crudele trattamento, trasformandoli da vittime in alleati. Da anni è così anche in molti Paesi dove popolazioni inizialmente destinate alla miseria hanno trovato un lavoro dignitoso e redditizio e gli alberi vengono messi a dimora e accuditi, dove prima erano abbandonati.

 

Samia cinthya – falena dell’ailanto

 

La seta presso certi popoli serve meno a rendere eleganti le persone e le case e più per riti antichi. In Madagascar, nella regione calda e asciutta dell’Isalo, la falena Borocera madascariensis, deposita le sue uova su alberi simili al pittosporo, gli Uapaca bojeri e la seta dei suoi bruchi serve a tessere teli in cui vengono avvolte le ossa dei defunti, durante cerimonie rituali. E’ detta “seta selvatica” perché si lascia che la falena compia per intero il suo ciclo vitale in libertà nei boschi e dunque non venga uccisa, come avviene invece per evitare che il filo venga spezzato, alle specie allevate al coperto.

La falena più bella dell’isola e addirittura del mondo vive nella foresta pluviale malgascia. E’ l’Argema mittrei, grande come una mano, con ali color giallo brillante che si concludono verso il basso con due lunghe code. Il suo filo è color argento ed è preziosissimo, costoso, ambito.

In India una seta chiamata Muga che sembra fatta d’oro è opera della Antheraea assamensis, quasi impossibile da trovare al di fuori della regione dell’Assam. Il suo filo tessuto diventa sempre più bello con il tempo, respinge le macchie, non si può tingere né scolorire. Non stupisce dunque che fosse riservato in passato ai tessuti della famiglia reale. L’aspetto della falena è tenebroso, severo, ma i suoi gusti in fatto di alberi sono vari: il canforo, l’alloro, la magnolia, la quercia e altri ancora, su cui i bruchi verdi filano i bozzoli fino a sei volte l’anno. La Cricula trifenestrata in India, Filippine e Indonesia è l’unica con cui si possa paragonarla.

 

Attacus atlas

 

Nelle Filippine, in Thailandia, in Malaysia vola la Attacus atlas, le cui ali color cannella con disegni bianchi, che misurano trenta centimetri, culminano con quella che appare una testa di cobra e sono le più grandi del mondo. Sui salici e sui pioppi i suoi bruchi emettono una seta robusta chiamata zagara.

Il corpo più voluminoso fra le falene è quello della femmina di Gonometa postica, che vive nell’Africa australe e i cui bruchi si nutrono delle foglie di Acacia eriloba. I grandi involucri di resistentissima seta di cui se ne lasciano alcuni intatti e vuoti, diventano sonagli quando vengono riempiti con semi secchi e usati nelle cerimonie magico-religiose del Sudafrica e della Namibia. Assomigliano ai baccelli corti e larghi dell’acacia, mangiati dagli erbivori che a volte inghiottono con loro i duri bozzoli e muoiono.

Da quando le falene setaiole vengono trattate da produttrici e non più da parassite, moltissime famiglie nei Paesi citati hanno finalmente un reddito dignitoso e alberi delle tante specie nutrici sono stati messi a dimora in interi boschi. Il lasciare per quanto possibile che la seta resti selvatica ha reso più sostenibile anche per gli animali e gli alberi, un’attività umana che proprio per questo aggiunge il turismo alle sue attrattive. Visitare le comunità che si dedicano alla seta prodotta così, insegna che il proprio interesse si può raggiungere anche senza nuocere più dell’inevitabile a quello di altri esseri viventi. Basta pensarci e cominciare a compiere i primi passi.

 

Articolo di Anna Cassarino pubblicato il 31.5.2020 sul supplemento culturale della domenica della Provincia di Como e Sondrio

Riconoscere foglie simili di alberi diversi

by 23 luglio 2020

ailanto fiori e foglie

 

Gli alberi si riconoscono con maggiore sicurezza dai frutti, che hanno più o meno la stessa forma per le diverse varietà della famiglia. Le foglie, la corteccia, la forma della chioma, i rami, il portamento sono altri riferimenti utili per capire di chi si tratti. A volte ci sono foglie molto simili su alberi del tutto estranei fra loro, come per esempio quelle composte e pennate del frassino e dell’ailanto, del noce del Caucaso e del noce nero.

Il frassino è un albero tipicamente europeo dalla corteccia liscia grigio-verdognola quando è giovane, interrotta ogni tanto da ruvidità orizzontali, come delle lacerazioni. Questo lo fa distinguere subito da qualunque altro. Le foglie pennate hanno il bordo molto leggermente seghettato, inserite su un rachide più corto rispetto a quello degli altri alberi, intorno ai 20 centimetri. I frutti sono samare estremamente lisce e sottili, raggruppate in grandi mazzi.

 

foglie e qualche frutto del frassino

 

Anche l’ailanto, celebre albero cinese molto invadente ha per frutti delle samare in grossi grappoli ma attorcigliate, che lasciano intravedere il seme racchiuso. Le foglie dal bordo liscio hanno un rachide che a volte è lunghissimo e di colore rosso.

Finemente seghettate sono le foglie del Noce del Caucaso, che si riconosce da lontano per i fiori e i frutti dalla forma molto elegante. Sono infatti lunghissimi ciondoli che restano a lungo sui rami, fino a che i semi alati attaccati al rachide volano via. E’ tipico di questi alberi crescere in gruppetti vicino all’acqua con i fusti inclinati.

 

noce del Caucaso foglie e frutti

 

Fusto diritto e imponente è invece quello dell’americano noce nero, con foglie seghettate simili a quelle del noce del Caucaso ma paripennate, vale a dire che non hanno una foglia terminale. In autunno si riconosce facilmente dai frutti gialli simili a palle da tennis e profumati come limoni. Col tempo, però, anneriscono e da qui viene il nome di noce nero, con guscio spesso e durissimo.

 

noce nero foglie

 

La maglia nera

by 8 luglio 2020

Celerifero – foto da info dolomiti

 

E’ costume congratularsi e premiare chi nelle competizioni arriva primo, ma forse non è sempre la cosa giusta, perché l’ultimo può essere incappato in circostanze particolarmente sfavorevoli anziché mancare di impegno e capacità. Questo potevano aver pensato gli organizzatori del Giro d’Italia quando nel 1946 avevano deciso di premiare chi avrebbe raggiunto il traguardo dopo tutti gli altri ciclisti, anche se entro i tempi regolamentari. Forse era stato a causa delle vicende in cui si era trovato coinvolto il nostro Paese durante l’ultima guerra mondiale? Potrebbe essere stata una delle motivazioni per dare un consistente premio in denaro al primo vincitore alla rovescia, che si chiamava Luigi Malabrocca, quasi compaesano e quasi coetaneo del campione Fausto Coppi, nati entrambi nei dintorni di Novi Ligure. Così mentre Bartali vestiva la maglia rosa, Malabrocca indossava quella nera, che da allora è diventata simbolo di chi si trova all’ultimo posto di una classifica. La scelta del colore si deve al ricordo di Giuseppe Ticozzelli, calciatore piemontese negli anni venti del novecento che nel ventisei aveva partecipato al Giro d’Italia come ciclista indipendente, indossando la maglia nera con una stella bianca, della squadra calcistica del Casale. Ticozzelli era riuscito ad avvantaggiarsi di un’ora rispetto agli altri concorrenti ma, essendo indipendente, non aveva i gregari che gli portavano i rifornimenti e si era dunque fermato a mangiare in un ristorante, riunendosi agli altri concorrenti quando erano passati. Si era poi dovuto ritirare dopo quattro tappe perché ferito da una motocicletta che l’aveva investito.

L’ultimo arrivato al Giro d’Italia del 1946, Malabrocca era un bravo professionista che aveva vinto delle gare ma in quella prima edizione del premio al perdente aveva colto l’occasione di sottrarsi all’impossibile competizione contro Bartali, nella posizione che aveva poi replicato l’anno dopo. Nel 1952 questa usanza era stata abolita perché si prestava ad un comportamento antisportivo e non sempre decoroso. Era stata reintrodotta solo nel 1967, in occasione del cinquantesimo anniversario del giro d’Italia,.

Il colore delle maglie non è casuale perché quella rosa, che lascia adesso un po’ perplessi dato che da noi oggi è ritenuto emblema della femminilità, era stato scelto nel 1931 per riagganciarsi al colore del giornale Gazzetta dello Sport. Lo spunto veniva dal Tour de France che premiava con la maglia gialla, riferita al giornale sportivo L’Auto-Vélo, nato in contrapposizione a quello su carta verde dal nome Le Vèlo. C’è poi la maglia azzurra che si riferisce al cielo, riservata a chi vince in montagna, mentre quella rossa fa riconoscere la classifica a punti e quella bianca è per i giovani.