I miei articoli

Parole che curano

by 6 novembre 2019

Angelica silvestre impollinata da varie Zigaena filipendula e sirfidi

 

Perché migliorarsi interiormente, diventando più consapevoli, più comprensivi, più lungimiranti? Una delle risposte è: perché si rendono la propria vita e il mondo un po’ migliori, aumentando almeno di un’unità l’ambiente sociale in cui tutti possiamo vivere meglio, con il contributo di ciascuno.

Le qualità che portano ad un cambiamento positivo si formano attraverso tanti dettagli tra cui una parte importante l’hanno le parole. Cercare e trovare le parole giuste per esprimere le proprie idee, sentimenti e desideri, influisce sul modo di vedere le cose ed è un’impresa impegnativa e appassionante, una vera conquista, perché le parole possono essere strade lungo le quali si arriva al cuore delle questioni e delle persone. Dalla nostra bocca escono spesso in modo affrettato e dunque acerbe, rischiando di essere indigeste per chi le ascolta e provocare danni. Quelle più brutte vengono dalla paura, dal risentimento, dalla frustrazione accumulate nel tempo e mai affrontate, che escono al minimo pretesto, verso destinatari spesso incolpevoli, ma che fanno ricordare un dolore a cui non è stata data un’identità.

 

 

Lo sforzo di cercare le parole per dare il nome giusto a ciò che sentiamo e desideriamo per noi e per gli altri crea un’attitudine mentale che tende verso una più alta qualità, a condizione di farlo con sincerità e vero desiderio di trasmettere qualcosa che sia più vicino possibile al proprio bene e contemporaneamente a quello dell’interlocutore. Dunque occorre ascoltare ciò che abbiamo nell’animo quanto ciò che la persona a cui ci rivolgiamo ha da dire, fare di tutto per capirlo, anche se mente, esagera, travisa i fatti e i suoi stessi sentimenti, proprio perché gli manca la dimestichezza con il sé più profondo.

E’ difficile trovare qualcuno che ci aiuti in tutto questo, dunque leggere è un sostegno indispensabile e nonostante sia difficile trovare i libri giusti, lo è meno rispetto a trovare le persone giuste. Le occasioni di incontri e di prove con la lettura sono molto più numerose!

Scrivere è altrettanto importante. Scrivere per se stessi tutto ciò che passa per la mente, senza censure, per liberarsi. Poi leggere quanto è stato scritto per conoscersi, per riflettere. Leggere a distanza di ore, di giorni, di mesi e magari anche di anni per illuminare ciò che ha bisogno di trovare il suo posto, per poter agire correttamente anziché a sproposito. Se si è sinceri, spesso ciò che sembra perfetto ad una lettura, appare discutibile ad una seconda e lo si cambia. Ma la terza volta ancora, spesso non va bene e a volte neppure alla quarta. Gradualmente tutto comincia a prendere una forma che si avvicina a ciò che andava espresso.

Attraverso questo esercizio possiamo arrivare a cambiare il nostro modo di guardare alle cose, dunque di valutarle e, come conseguenza, ad agire diversamente, parlando o scrivendo alle persone con cui è difficile avere a che fare, in modo da evitare di offenderle e di chiudere così gli spiragli di accesso al loro animo. Spesso, quando si vuole parlare a qualcuno che ci ha feriti, cerchiamo di ferirlo a nostra volta, anche senza rendercene conto. A questo punto, però, è bene ripensare a quanto l’altra persona ha fatto, detto o scritto, avendo cura di non stravolgerne il significato, cosa che succede troppo spesso. Saper leggere tra le righe è ben diverso dal proiettare i propri disordini.

Spesso, semplicemente le persone tralasciano tutto questo perché è troppo impegnativo, ma quando una simile omissione diventa abitudine, impoverisce e blocca le possibilità di miglioramento proprie e altrui. La vita è difficile per tutti e proprio per questo è bene essere solidali, anche usando le parole che curano. Si vive meglio in un ambiente in cui tutti vivono meglio!

 

Animali che rappresentano nazioni

by 31 ottobre 2019

coccinella – foto da informazione ambiente

 

In Italia è il lupo grigio appenninico a rappresentarci perché fa parte della leggenda riguardo alla fondazione di Roma, dato che i gemelli Romolo e Remo, abbandonati come figli della colpa della vestale Rea Silvia, erano stati adottati e nutriti da una lupa. Spesso le femmine di animali domestici e selvatici adottano orfani di altre specie, anche se di predatori e di prede. Tutt’oggi, in Paesi esotici ci sono donne che allattano cuccioli di animali.

La Danimarca ha come rappresentante il cigno reale, non solo perché sono in molti a vivere lì, ma anche grazie alla fiaba del brutto anatroccolo scritta da Hans Christian Andersen. La storia del giovane cigno capitato in una famiglia di anatre è talmente popolare che nel 1984 grazie ad un sondaggio radiotelevisivo questo bell’uccello è stato scelto come simbolo animale della nazione.

La Francia è rappresentata dal gallo perché i guerrieri celti due millenni fa portavano sull’elmo ali di gallo che simboleggiavano la loro forza. Del resto è noto che i galli sono protagonisti temibili di combattimenti. Ecco perché gli antichi romani chiamavano Gallia le loro terre e galli gli abitanti.

 

merlo acquaiolo – foto da Wikipedia

La Grecia è simboleggiata dal delfino, sia per il mare che la circonda e che è popolato di delfini, che per la città di Delfi, universalmente nota per il suo oracolo di Apollo, dio del sole, arrivato in Grecia sotto forma del mammifero marino. Inoltre il fondatore della città si chiamava Delfo, figlio del dio Poseidone e di Melanto. E ancora, i pirati che avevano tramato contro il dio Dioniso, costretti a tuffarsi in mare erano stati trasformati in delfini.

La Spagna ha invece come animale rappresentativo il toro, di cui alleva una razza locale, più piccola di altre europee ma snella e combattiva, che è ancora protagonista della corrida. La tauromachia nell’antichità si praticava anche in area mediterranea ma ha avuto un particolare risveglio in Spagna nel quattordicesimo secolo, quando i nobili davano sfoggio della loro abilità sfidando i tori.

La Norvegia ha come simbolo animale il merlo acquaiolo, che vive solo dove ci sono corsi d’acqua limpidi, di cui la nazione è ricca.

La Lettonia ha l’animale nazionale più piccolo: la coccinella, simbolo di buona fortuna e di protezione della natura, dato che si nutre di afidi e altri parassiti delle piante.

Animali sconcertanti e buffi

by 21 ottobre 2019

Tamarino imperatore – da wikipedia, foto di Broken Inaglori

 

Ci sono animali che sembrano chimere, per delle caratteristiche abituali in specie differenti dalla loro e di cui qualche volta si è riusciti a capire quale potrebbe esserne la causa.

Il Moschus moschiferus, imparentato coi cervi ma classificato come mosco, vive in Asia nordorientale ed è stato in pericolo di estinzione per le sue secrezioni odorose di carattere sessuale, conosciute come muschio e ricercatissime come componenti dei profumi. Invece dei palchi sulla testa come ci si aspetterebbe dalla sua fisionomia, ha due lunghissimi canini che in un erbivoro sono sorprendenti. Infatti non li usa per azzannare prede, ma nei combattimenti coi rivali per la conquista delle femmine.

 

Moschus moschiferus – foto da Wikipedia di Paradoxusik.lifejurnal.com

 

Un parente delle capre chiamato Tahr nella zona himalayana di cui è originario e col nome scientifico di Hemitragus jemlahicus, ha una criniera simile a quella di un leone, che in età sessualmente immatura è marrone chiaro, si fa bionda negli anni in cui si accoppia e diventa scura in vecchiaia. Gli serve per esibire la sua buona salute, l’età giusta e le qualità necessarie per lasciare una buona discendenza. Questo attrae le femmine e dissuade parzialmente i rivali, con i quali altrimenti avvengono scontri per la dominanza.

 

Tahr, foto commons wikimedia

 

L’okapi Okapia johnstoni vive in Congo e assomiglia vagamente a una zebra per le strisce che ha in comune con lei, ma solo sulle zampe. Invece fa parte della famiglia delle giraffe.

 

okapi, foto da Wikipedia

 

Il piccolo e simpatico tamarino imperatore Saguinus imperator è una scimmietta amazzonica con una caratteristica umana: lunghi baffi e a volte anche la barba. E’ detto imperatore perché i baffi facevano pensare a quelli dell’imperatore Guglielmo II di Germania. (foto in alto)

 

fennech – foto da Wikipedia di ladypine

 

C’è poi il piccolo fennech, Vulpes zerda, soprannominato “folletto del deserto” nel Nord Africa dove vive, per la sua rapidità nell’apparire e scomparire nelle tane sotto la sabbia dove passa le giornate al riparo dal caldo torrido. E’ parente dei cani, di cui ha il comportamento amichevole verso l’uomo, ma è più vicino alle volpi per le grandissime orecchie che gli servono per disperdere il calore e udire meglio. E’ l’animale rappresentativo dell’Algeria.

 

topo canguro – foto da Ad Hoc News

 

Ben più piccolo ancora è il topo canguro Microdipodops pallidus che abita i deserti americani della California e del Nevada, e salta come un canguro con zampe da uccellino

Animali lanosi

by 16 ottobre 2019

alpaca

 

Quando fa freddo occorre qualcosa che trattenga il calore del corpo dall’andarsene e all’aria fredda esterna dal raggiungere la nostra pelle. A questo provvede molto bene la lana, che fa da barriera anche quando la temperatura intorno a noi è più forte della nostra e vogliamo lasciarla fuori, isolata dalle particelle d’aria trattenute fra i suoi fili. Per questo le migliori lane vengono da animali dei climi molto freddi o molto caldi, come nelle zone desertiche africane in cui vivono i dromedari.

E’ nelle famiglie delle pecore e delle capre, in quelle dei cammelli e persino in quelle dei conigli che si trovano i pelami più folti, morbidi e leggeri usati da noi nei millenni per filarli e tesserli, così da potercene confezionare abiti, accessori, tappeti e persino abitazioni, dato che le yurte, le capanne circolari dei nomadi asiatici, sono in feltro di lana ovina.

 

capra d’angora -foto da Wikipedia

 

Proprio nelle fredde steppe cinesi e mongoliche vive il cammello, uno degli animali dall’aspetto più insolito per le due gobbe che culminano con un gran ciuffo di peli, per come si accuccia e per l’andatura dondolante. Il suo pelo è abbondante in inverno e cortissimo in estate ma non a causa della tosatura, perché il vello lo si ottiene pettinandolo quando lo perde fra primavera ed estate. Il filo dà tessuti morbidi, caldi d’inverno e freschi in estate, nei colori che vanno dal bianco al nero, passando per le tonalità calde delle terre. Fin dall’antichità la sua lana è stata usata anche per alleviare i dolori di artriti, nevralgie e reumatismi, applicandola direttamente sulle parti doloranti.

Il dromedario dell’India e del Nordafrica, nella sua unica gobba evidente contiene le riserve di grasso per affrontare i periodi di carestia, che si riduce di volume ma non si affloscia su un lato, come invece avviene al cammello.

Parente del cammello è l’alpaca, originario del Sudamerica, dove vive in gregge sulle Ande fino a 5.000 metri di altitudine camminando su cuscinetti, più adatti ai terreni pietrosi rispetto agli zoccoli. E’ mite ed educato, bruca senza strappare le radici né scortecciare gli alberi e fa i suoi bisogni solo in certi luoghi anziché dappertutto come altri animali. Mangia erba ma anche rovi. Il pelo della varietà huacaya quanto quello di suri più lungo è morbidissimo e senza lanolina, che è il grasso di cui è normalmente intrisa la lana di pecora. E’ molto pregiato e per questo era usato solo per gli abiti della nobiltà Inca nei ventidue toni naturali di colore dal bianco al nero, passando per le gradazioni sempre più calde delle terre. Viene allevato anche in Italia.

 

antilope tibetana – foto da RSI

 

Anche la vigogna è andina e parente del cammello. Il suo pregiatissimo pelo ha uno strato interno per proteggere dal freddo e uno esterno contro le intemperie. Ogni tosatura dà poca lana, tanto che per fare un cappotto occorre quella di 30 animali, che facendo parte di un allevamento hanno una certa libertà e vengono catturati ogni due anni per essere tosati.

La capra cachemire viene dalla regione asiatica del Cachemire (o Kashmir, a seconda della nazionalità di chi lo scrive) ed ha un pelo morbidissimo vicino alla pelle per proteggersi dal freddo, mentre quello più lungo e ruvido, che si chiama giarra, la ripara dalle intemperie. La sua lana pregiata in genere non si tosa ma si pettina e si raccoglie dai cespugli su cui si impiglia fra inverno ed estate. In Italia viene lavorata al meglio in Italia nel biellese, dove la purezza dell’acqua, oltre alle caratteristiche fisico-chimiche dei torrenti Cervo e Sesia, consente risultati di morbidezza che altrove mancano.

L’antilope del Tibet e Nepal dalle lunghe corna ricurve all’indietro è parente delle capre nonostante le antilopi in genere siano conosciute come bovidi e la sua impareggiabile lana detta Shahtoosh si può avere solo uccidendola, perché non si lascia addomesticare per la tosatura. Viene giustamente vietata per evitare l’estinzione dell’animale.

 

vigogna – foto da artimondo

 

La capra d’angora ha un pelo chiamato mohair, così sottile e lungo da poter essere filato con straordinaria finezza. Assomiglia ai capelli umani e per questo se ne fanno delle parrucche, ma viene usato anche per tappeti e arazzi.

Il coniglio d’angora è di origine turca e lo si sente nel nome più antico con cui era conosciuta l’odierna Ankara. Il suo morbidissimo pelo è spesso prediletto per maglieria da neonati e per il feltro dei cappelli.

La pecora merino dal vello molto abbondante, pregiato e leggero è probabilmente originaria del Medio Oriente, ma è conosciuta come spagnola, dato che è stata allevata in Spagna fino dal dodicesimo secolo. Dall’ottocento in poi vive in grandi greggi in Australia, in Nuova Zelanda e Sudafrica, dove i pascoli sono molto estesi e il clima favorevole. I tessuti sono adatti all’abbigliamento maschile perché resistente all’usura e freschi anche d’estate. I maschi hanno corna avvolte sui lati della testa.

Le inglesi pecore delle isole Shetland danno invece una lana più ruvida e meno pregiata. Ci sono poi moltissime specie di pecore in tutta Europa, ma in questo articolo ho citato solo gli animali lanosi più esotici.

 

Piante che accumulano riserve d’acqua

by 2 ottobre 2019

Il bellissimo Ravenala madascariensis, detto palma del viaggiatore – foto da Etsy

 

Una caratteristica del deserto americano è quella di ospitare dei cactus anche molto grandi e longevi. Sono piante dall’interno spugnoso ma dalla superficie liscia e cerosa di colore verde, che compie la fotosintesi al posto delle foglie, trasformate in spine e addette alla difesa. Durante il giorno fa troppo caldo per aprire gli stomi necessari ad assorbire l’anidride carbonica da trasformare in linfa. Per questo la pianta assorbe l’energia solare e l’utilizza di notte. Anche i bei fiori di solito si aprono dopo il tramonto nel loro ambiente naturale dove sono fecondati da falene, pipistrelli e topolini, grazie a cui diventano saporiti frutti. Il cactus è molto frugale e attento a non disperdere che in minima parte l’umidità assorbita durante le rare piogge, immagazzinata nel fusto e nei rami per poterla utilizzare poco alla volta. Per questo il termine giusto per lui è “pianta succulenta” e non “grassa”. In caso di necessità, una persona che si trova in quell’ambiente può praticare un foro e bere l’acqua perfettamente potabile. Uno dei cactus di maggiori dimensioni è il saguaro Carnegiea gigantea dalla forma a candelabro, che può crescere fino a 12 metri, con una circonferenza di 3 metri e vivere 150 anni nel deserto sud dell’Arizona e del Sonora in Messico.

 

gruppo di saguari – foto da National Park Service

 

Il baobab Adansonia digitata, tipico delle zone asciutte dell’Africa, è l’albero dalla maggiore circonferenza del tronco, che arriva a trenta e più metri. Anche il suo fusto internamente è spugnoso, per poter immagazzinare grandi quantità d’acqua. I bei fiori li apre a testa in giù di sera, per farli impollinati dai pipistrelli, in modo che evolvano in frutti leggeri come meringhe, buoni e di sapore acidulo. E’ molto longevo e possiede tante virtù alimentari, curative e pratiche.

Nelle zone tropicali più umide si trova una bellissima pianta chiamata Palma del Viaggiatore, che non è una palma ma una parente della strelizia, le cui foglie somigliano a quelle del banano. E’ endemica del Madagascar di cui è simbolo vegetale e deve il suo nome all’accumulo d’acqua alla base delle foglie disposte a ventaglio, che il viaggiatore assetato può bucare per bere. E’ davvero bellissima ed il nome scientifico è Ravenala madascariensis.

Anche certi bambù tropicali contengono acqua potabile nelle cavità fra i nodi, che si mantiene fresca e trasportabile come dentro bottiglie sigillate, se si taglia la canna sopra e sotto i nodi del tratto che interessa.

 

palma cubana Colpothrinax wrightii – foto da monacotureenciclopedia.com

 

Nelle zone più secche e calcaree di Cuba c’è una palma con la pancia Colpothrinax wrightii detta in spagnolo palma barrigona, perché un rigonfiamento nel mezzo del fusto, dove accumula l’acqua di riserva per i periodi di siccità, le dà quell’aspetto curioso. Le piante che usano questa strategia, se coltivate in luoghi dove non è necessaria, spesso non la usano.

Sull’isola di Socotra c’è una pianta del genere Adenium, alta non più di quattro metri, dalle forme che somigliano a quelle di una persona fortemente obesa, anche a causa della corteccia liscia. In Madagascar ce n’è una simile, chiamata oleandro del Madagascar per i fiori rosa simili.

 

 

Pepe: vista sui tropici per una spezia

by 26 settembre 2019

falso pepe o pepe rosa – foto da villagenurseries.com

 

Il pepe più comune e più usato da noi fin dall’antichità è il seme di una liana legnosa e perenne originaria dell’India dal nome scientifico Piper nigrum. Il pepe verde, bianco o nero vengono dalla stessa pianta e il loro colore è determinato dal diverso grado di maturità e trattamento. Un tempo era molto costoso ed era stato usato come merce di scambio pari al denaro. Era impiegato anche come medicinale ma, pare, senza fondamento.

Simile nel sapore è il pepe lungo Piper longum, ancora usato in Nordafrica, India, Indonesia, Malesia.

Un altro tipo di pepe, chiamato pimento, viene dalla Giamaica e il suo nome scientifico è Pimenta dioica. Assomiglia al pepe ma è un albero e il gusto dei suoi frutti è un misto di chiodi di garofano, cannella e noce moscata. Pare che lo si usi molto ancora in Polonia e in Palestina, oltre ad essere decisamente popolare nella cucina caraibica, dato che è prodotto in Giamaica, Honduras, Guatemala e Messico. Negli USA aromatizza i dolci e in Gran Bretagna i pancake. Nel mondo è l’ingrediente raffinato di varie bevande. Un uso inconsueto è quello come deodorante, che dicono fosse messo negli stivali dei soldati russi nel settecento.

C’è poi il falso pepe, un bell’albero decorativo che tollera anche il clima italiano dal nome scientifico di Schinus molle, originario di Bolivia, Perù e Cile. Le sue bacche sono conosciute come pepe rosa, dalle proprietà medicinali e forse utilizzabile in alternativa ai pesticidi.

Il cubebe Piper cubeba è un’altra liana rampicante originaria di Giava e Sumatra, che fornisce un pepe aromatico usato nella pasticceria marocchina e nel mondo per aromatizzare le sigarette.

Il Piper aduncum, conosciuto anche come matico, è un alberello che vive nell’America centrale e meridionale, le cui foglie sono utilizzate per guarire le ferite, applicandole direttamente in loco. Dai fiori di forma tubolare ricurva, che danno frutti in grani, viene il nome scientifico.

Infine c’è l’albero della Terra del Fuoco chiamato canelo, il Drymis winteri dai poteri fortemente antisettici e dall’aroma talmente intenso da far bruciare gli occhi quando si è in un boschetto di soli canelos. Oltre ai suoi semi si può usarne la corteccia triturata.