I miei articoli

Canzoni profonde: Bread and Roses

by 1 febbraio 2023

Pittura murale di Alleg a Campi Bisenzio (Il Rosi) FI

 

“E’ per il pane che lottiamo, ma anche per le rose” dice una canzone del 1976 di Judy Collins. Questa frase è stata inserita da James Oppenheim in una sua poesia, dopo averla sentita durante un duro sciopero del 1912 delle operaie tessili del Massachussets per ridurre l’orario di lavoro infantile. Martha Coleman l’ha messa in musica ed è diventata l’inno delle classi lavoratrici. Bread and roses: queste due parole unite da una congiunzione esprimono in modo straordinariamente efficace l’importanza di due opposti e complementari aspetti della vita che quando agiscono insieme producono i migliori risultati: il lavoro, il benessere materiale, la posizione sociale, ma anche ciò che è bello, buono e giusto al di fuori di noi. E’ una frase di grande effetto, valida per tante situazioni ma che rischia di rimanere solo qualcosa da ammirare e che poi si dimentica.

Fare in modo che pane e rose si trovino in eguale misura nella vita è un’impresa difficile perché lavorare per il proprio mantenimento, provvedere a tutto ciò che serve a dignità e salute, dà in genere risultati concreti e visibili, con la soddisfazione di poterlo in buona parte padroneggiare e di realizzare qualcosa. E’ anche per questo che riesce a catturare più fortemente l’attenzione e così assorbe la maggior parte del tempo e delle energie. Le attività spirituali profonde, che danno un senso a ciò che si fa e rende davvero capaci del bello, del buono e del giusto anche al di fuori di noi, hanno invece una natura sottile e dai contorni indefinibili, su cui è impossibile avere un controllo diretto e spesso sono ritenute di importanza secondaria rispetto alle altre. Così quando si vuole passare dalle attività del mondo esteriore a quelle interiori e viceversa si percepisce una difficoltà paragonabile all’attraversare un difficile confine, che fa desistere. Si rimanda a quando si avrà più tempo, ben sapendo in fondo che non è il tempo a mancare, ma l’energia interiore, proprio quella che si genera solo attraversando quel guado faticoso con sufficiente frequenza da imparare a farlo bene.

As we go marching, marching
In the beauty of the day
A million darkened kitchens
A thousand mill lofts gray

Are touched with all the radiance
That a sudden sun discloses
For the people hear us singing
Bread and roses, bread and roses

As we go marching, marching
We battle too for men
For they are women’s children
And we mother them again

Our lives shall not be sweetened
From birth until life closes
Hearts starve as well as bodies
Give us bread, but give us roses

As we go marching, marching
Unnumbered women dead
Go crying through our singing

Their ancient call for bread

Small art and love and beauty
Their drudging spirits knew
Yes, it is bread we fight for
But we fight for roses too

As we go marching, marching
We bring the greater days
For the rising of the women
Means the rising of the race

No more the drudge and idler
Tender toil where one reposes
But the sharing of lives glories
Bread and roses, bread and roses
(Bread and roses, bread and roses)

Our lives shall not be sweated
From birth until life closes
Hearts starve as well as bodies
Bread and roses, bread and roses

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Kenya: memorabile fuga sul monte

by 24 gennaio 2023

Monte Kenya – foto da Wikipedia

 

In passato si riteneva che le montagne fossero dimore delle divinità e pochissimi si azzardavano a salirvi. Ma il monte Kenya alto 5.199 metri, avvolto da mantelli di neve e ghiaccio nonostante la posizione all’equatore, con la sua maestà ha ispirato una scalata indimenticabile. Felice Benuzzi già dal 41 era prigioniero di guerra, e nel 42 era arrivato da poco in un campo di prigionia vicino alla grande montagna, quando un giorno l’aveva vista svelata dalle nuvole che spesso la nascondevano. Quel suo innalzarsi libera e splendente aveva risvegliato in lui il desiderio di sottrarsi alla condizione di prigioniero che avviliva il suo spirito quanto quello dei compagni italiani, con un’azione capace di dargli la forza necessaria a resistere fino alla conclusione della guerra. Sarebbe stato inutile fuggire cercando di raggiungere una libertà definitiva, a causa delle grandi distanze da qualsiasi nazione neutrale. Chi l’aveva tentato era stato riacciuffato mezzo morto per la fame e gli stenti. Lui avrebbe cercato invece di compiere un’impresa capace di rinvigorire la sua dignità appiattita, scalando quella montagna e tornando al campo di prigionia. Da buon triestino aveva fatto conoscenza fin da piccolo con l’austerità delle rocce e delle altitudini, ma certo non poteva compiere l’impresa da solo. Aveva cercato quindi due compagni, Giovanni Balletto ed Enzo Barsotti e per mesi, con astuzie, sotterfugi e la complicità segreta di alcuni sostenitori, aveva preparato l’attrezzatura e i viveri per la ventina di giorni ritenuti necessari all’impresa. Come uniche mappe aveva degli schizzi tratti da un vecchio libro, altri fatti da lui che aveva osservato la montagna col binocolo e l’etichetta di una scatola di carne con una foto del monte. Come descrizione aveva solo qualche articolo di giornale. Il 24 gennaio 1943, all’inizio dell’unico mese di tempo favorevole alla scalata, i tre erano fuggiti lasciando un biglietto per scagionare gli altri prigionieri dall’accusa di complicità e avvertire che sarebbero rientrati entro venti giorni. Così, senza alcuna esperienza dei luoghi, malnutriti e con zaini pesantissimi dall’attrezzatura necessaria ad affrontare il grande freddo e l ‘umidità delle cime, erano fuggiti e avevano attraversato la fitta foresta, notoriamente abitata da elefanti, rinoceronti, leopardi e molti altri animali selvatici.

 

libro sull’impresa di Felice Benuzzi – foto da Corbaccio

 

La bellezza e la solennità dei luoghi, i suoni dell’acqua, degli alberi, degli animali, la vista dall’alto sulle terre sotto di loro, calde e sicure ma oppresse dal dominio straniero, stavano marcando in loro impressioni profonde, dando senso alle fatiche e ai pericoli di quell’iniziativa, una forza che le loro condizioni fisiche avrebbero negato. Rischiando più volte la vita avevano scalato la montagna, issato una bandiera italiana, lasciato una bottiglia sigillata con all’interno un foglio su cui erano scritti i loro nomi e la data. Poi erano ridiscesi e quasi del tutto a digiuno, sfiniti e malconci erano rientrati al campo di detenzione senza essere scoperti. Avevano messo in conto la punizione che sarebbe stata loro inflitta, ma l’ammirazione per l’audacia dell’impresa da parte degli inglesi al comando l’aveva molto mitigata. Lo spirito che aveva animato la memorabile opera aveva galvanizzato i tre ma aveva giovato anche tutti gli altri, dando prova che quando si attiva la creatività, ogni cosa diventa possibile.

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La voce del re

by 15 gennaio 2023

Lo scrittore olandese Anton Quintana (1937-1917) conosceva la natura e gli animali come Jack London e, come lui, sapeva scrivere libri avvincenti coinvolgendo i lettori in avventure che mai potrebbero vivere per proprio conto. Il romanzo “La voce del re” ci porta in Kenya dove un cacciatore figlio di una pacifica kikuyo e di un guerriero masai possiede le doti contrastanti delle due etnie che lo rendono diverso e dunque sempre considerato con sospetto. Ma le conoscenze che gli derivano dall’essere cacciatore lo portano a vivere a suo agio nella foresta e a sperimentare la condizione di umano come doveva essere quella di tutti noi in tempi lontanissimi. La possibilità di narrare una simile vicenda è derivata al narratore dall’aver attraversato da solo e senza armi la giungla indonesiana, dove ha sperimentato l’estrema solitudine come uomo e il contatto con animali, piante e fenomeni naturali pericolosi e stupefacenti. La sua stessa vita di orfano e gemello di un poeta hanno contribuito a farne uno scrittore affascinante, facendogli vincere i maggiori premi letterari olandesi. Questo libro è un regalo a colpo sicuro per qualunque giovane e qualunque adulto.

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Condizionare l’aria come le termiti

by 2 gennaio 2023

L’East Gate Center di Harare, nello Zimbabwe – foto da livinspaces.net

 

Gli straordinari castelli di terra che in Africa si innalzano fino a quattro metri, resi solidi da un impasto di saliva ed escrementi di termiti, sono realizzati dagli ingegnosi insetti per resistere al caldo terribile del sole, alle piogge e alla siccità. Come ogni castello degno di tale nome ha tante stanze e corridoi, camini e pozzi, sotterranei e cantine sorvegliati costantemente perché funzionino alla perfezione e possano essere riparati immediatamente nel caso in cui ci sia qualche guasto.

 

struttura interna del termitaio e di una stanza dell’East Gate Center – foto da livinspaces.net

 

Pur trovandosi in pieno sole, però, la temperatura all’interno del termitaio rimane vicina ai trenta gradi perché le stanze e i camini sono disposti in modo da far circolare l’aria, senza usare altra energia che la forza di gravità. Continuamente l’aria calda più espansa e dunque leggera, sale verso l’alto ed esce dai camini, mentre quella fredda più compressa e pesante entra dalle aperture in basso prendendone il posto, fino a che si riscalda e per questo sale e se ne va.

Imitandone l’esempio sono stati costruiti grandi edifici di cui i due più noti sono l’Eastgate Center di Harare nello Zimbabwe progettato da Mick Pearce e completato nel 1999 e il Porthullis House progettato da Michael Hopkins terminato nel 2001.

Porthullis House a Londra – foto da Wikipedia

 

Per l’Eastgate Center la superficie esterna frastagliata protegge le piccole finestre dal sole e favorisce la dispersione del calore di notte. I camini che si innalzano in tutto l’edificio e le intercapedini sotto tutti i pavimenti sono il dispositivo per mantenere accettabile la temperatura interna dell’edificio, come si vede dai disegni.

In Italia non risultano esistere edifici ispirati ai termitai ma purtroppo già alla fine della seconda guerra mondiale, a causa degli incauti trasporti di merci dai loro luoghi di origine, sono arrivate le termiti che hanno provocato danni tali da richiedere provvedimenti statali.

termitaio senegalese

 

Un articolo sugli edifici che si mantengono freschi senza consumare energia e senza inquinare si trova qui

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Brian Banks, la partita della vita

by 21 dicembre 2022

Film del 2019 di Tom Shadyac basato sulla storia vera del giocatore di football americano Brian Banks che in libertà vigilata dopo sei anni di prigione per uno stupro mai commesso, vede svanire le proprie possibilità di vita degna, a causa di nuove restrizioni punitive. Si rivolge allora ad un’associazione che si occupa gratuitamente della revisione dei processi di chi è stato accusato ingiustamente, ma si scontra da una parte con l’eccessiva e cieca rigidità delle regole di legge, dall’altra con la difficoltà di far ammettere alla ragazza che l’aveva accusato, la menzogna con cui lo aveva rovinato. Lei si rende conto, dopo tanti anni, di avergli causato un’enorme sofferenza per esserle mancato il coraggio di riconoscere le proprie debolezze e l’incapacità di ribellarsi alla madre e a chi faceva pressione su di lei. Ma confessioni simili le fa solo in privato anziché pubblicamente, per scagionare chi aveva pagato e continuava a pagare ingiustamente.

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The keeper, la leggenda di un portiere

by 11 dicembre 2022

 

Film del 2019 di Markus H. Rosenmueller basato sulla storia vera che inizia durante la seconda guerra mondiale, quando il giovane paracadutista tedesco, Bert Trautmann, viene fatto prigioniero dagli inglesi. Durante una pausa ricreativa nel campo di prigionia in cui si trova, viene notata la sua notevole bravura calcistica da parte dell’allenatore di una squadra locale, che lo ingaggia per evitare la retrocessione della sua squadra. Inizialmente è respinto da tutti, in quanto tedesco e nemico recente, ma le sue qualità come portiere e come persona gli fanno guadagnare la stima di tutti e l’amore della figlia dell’allenatore, Margaret, che sposa. Ingaggiato dal Manchester City viene fortemente contestato ma la sua onestà e dedizione gli fanno superare le ostilità. Dopo qualche anno felice, la morte del primo figlio getta nella disperazione la coppia, ma di nuovo è attingendo alle sue qualità interiori che Bert riesce a riprendersi e a dare il massimo. Frequentandosi e vivendo esperienze comuni, è stato possibile capirsi e dissolvere i pregiudizi creati dalla distanza, dai contatti sporadici, dalle compagnie poco inclini alle sottigliezze che fanno la differenza. In molti nel passato sono stati entusiasti delle guerre, credendo alle falsificazioni e alle semplificazioni che distorcono la verità e fomentano l’odio. Ma il coraggio di essere onesti e lo sforzo di riparare i torti fatti, hanno messo qualche argine alla smania di dominio che contamina l’umanità, strisciando da una generazione all’altra. 

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