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Riconoscere foglie simili di alberi diversi

by 23 luglio 2020

ailanto fiori e foglie

 

Gli alberi si riconoscono con maggiore sicurezza dai frutti, che hanno più o meno la stessa forma per le diverse varietà della famiglia. Le foglie, la corteccia, la forma della chioma, i rami, il portamento sono altri riferimenti utili per capire di chi si tratti. A volte ci sono foglie molto simili su alberi del tutto estranei fra loro, come per esempio quelle composte e pennate del frassino e dell’ailanto, del noce del Caucaso e del noce nero.

Il frassino è un albero tipicamente europeo dalla corteccia liscia grigio-verdognola quando è giovane, interrotta ogni tanto da ruvidità orizzontali, come delle lacerazioni. Questo lo fa distinguere subito da qualunque altro. Le foglie pennate hanno il bordo molto leggermente seghettato, inserite su un rachide più corto rispetto a quello degli altri alberi, intorno ai 20 centimetri. I frutti sono samare estremamente lisce e sottili, raggruppate in grandi mazzi.

 

foglie e qualche frutto del frassino

 

Anche l’ailanto, celebre albero cinese molto invadente ha per frutti delle samare in grossi grappoli ma attorcigliate, che lasciano intravedere il seme racchiuso. Le foglie dal bordo liscio hanno un rachide che a volte è lunghissimo e di colore rosso.

Finemente seghettate sono le foglie del Noce del Caucaso, che si riconosce da lontano per i fiori e i frutti dalla forma molto elegante. Sono infatti lunghissimi ciondoli che restano a lungo sui rami, fino a che i semi alati attaccati al rachide volano via. E’ tipico di questi alberi crescere in gruppetti vicino all’acqua con i fusti inclinati.

 

noce del Caucaso foglie e frutti

 

Fusto diritto e imponente è invece quello dell’americano noce nero, con foglie seghettate simili a quelle del noce del Caucaso ma paripennate, vale a dire che non hanno una foglia terminale. In autunno si riconosce facilmente dai frutti gialli simili a palle da tennis e profumati come limoni. Col tempo, però, anneriscono e da qui viene il nome di noce nero, con guscio spesso e durissimo.

 

noce nero foglie

 

La maglia nera

by 8 luglio 2020

Celerifero – foto da info dolomiti

 

E’ costume congratularsi e premiare chi nelle competizioni arriva primo, ma forse non è sempre la cosa giusta, perché l’ultimo può essere incappato in circostanze particolarmente sfavorevoli anziché mancare di impegno e capacità. Questo potevano aver pensato gli organizzatori del Giro d’Italia quando nel 1946 avevano deciso di premiare chi avrebbe raggiunto il traguardo dopo tutti gli altri ciclisti, anche se entro i tempi regolamentari. Forse era stato a causa delle vicende in cui si era trovato coinvolto il nostro Paese durante l’ultima guerra mondiale? Potrebbe essere stata una delle motivazioni per dare un consistente premio in denaro al primo vincitore alla rovescia, che si chiamava Luigi Malabrocca, quasi compaesano e quasi coetaneo del campione Fausto Coppi, nati entrambi nei dintorni di Novi Ligure. Così mentre Bartali vestiva la maglia rosa, Malabrocca indossava quella nera, che da allora è diventata simbolo di chi si trova all’ultimo posto di una classifica. La scelta del colore si deve al ricordo di Giuseppe Ticozzelli, calciatore piemontese negli anni venti del novecento che nel ventisei aveva partecipato al Giro d’Italia come ciclista indipendente, indossando la maglia nera con una stella bianca, della squadra calcistica del Casale. Ticozzelli era riuscito ad avvantaggiarsi di un’ora rispetto agli altri concorrenti ma, essendo indipendente, non aveva i gregari che gli portavano i rifornimenti e si era dunque fermato a mangiare in un ristorante, riunendosi agli altri concorrenti quando erano passati. Si era poi dovuto ritirare dopo quattro tappe perché ferito da una motocicletta che l’aveva investito.

L’ultimo arrivato al Giro d’Italia del 1946, Malabrocca era un bravo professionista che aveva vinto delle gare ma in quella prima edizione del premio al perdente aveva colto l’occasione di sottrarsi all’impossibile competizione contro Bartali, nella posizione che aveva poi replicato l’anno dopo. Nel 1952 questa usanza era stata abolita perché si prestava ad un comportamento antisportivo e non sempre decoroso. Era stata reintrodotta solo nel 1967, in occasione del cinquantesimo anniversario del giro d’Italia,.

Il colore delle maglie non è casuale perché quella rosa, che lascia adesso un po’ perplessi dato che da noi oggi è ritenuto emblema della femminilità, era stato scelto nel 1931 per riagganciarsi al colore del giornale Gazzetta dello Sport. Lo spunto veniva dal Tour de France che premiava con la maglia gialla, riferita al giornale sportivo L’Auto-Vélo, nato in contrapposizione a quello su carta verde dal nome Le Vèlo. C’è poi la maglia azzurra che si riferisce al cielo, riservata a chi vince in montagna, mentre quella rossa fa riconoscere la classifica a punti e quella bianca è per i giovani.

Sguardo nuovo per fare cose nuove

by 30 giugno 2020

Il Giardino della Valle a primavera

 

Negli anni cinquanta del novecento la spazzatura prodotta dalle famiglie era molto più ridotta di adesso ma nei paesi, dopo aver bruciato la carta nella stufa, aver dato gli avanzi di frutta e verdura agli animali del pollaio, reso le bottiglie di vetro alle ditte per recuperare la cauzione, il resto si gettava nei fiumi, nei laghi, nei mari. Sembra incredibile che da parte di persone educate e civili un simile comportamento, facesse parte delle abitudini e che i comuni non provvedessero. Proprio vicino al favoloso albergo Villa d’Este di Cernobbio (CO), dove alloggiavano i divi di Hollywood in visita in Italia, sfociava uno dei tanti torrenti, che nei periodi di magra puzzavano e lasciavano in evidenza quanto erano costretti a trascinare con sé. Col passare dei decenni, però, grazie alle persone più sensibili all’ambiente e al bene comune, la parola ecologia si era fatta conoscere e a molti era apparsa evidente l’offesa alla natura di cui fino ad allora era mancata una vera consapevolezza. Man mano che i documentari e i libri, i film e le fotografie hanno fatto conoscere in un modo nuovo gli animali e le piante, l’acqua e la terra, il rispetto per loro si è fatto più concreto.

Pupa Frati, che abitava nei paraggi, stanca di vedere il torrente Garrovo così malridotto, aveva deciso di intervenire per cambiare le cose e, chiesti i permessi al Comune, l’aveva dapprima ripulito, per poi risarcirlo del passato adagiando nel suo ampio letto pietroso la terra adatta ad un giardino, dove nel mezzo lui avrebbe continuato a scorrere. Aiutata dalle amiche e a spese sue, aveva messo a dimora alberi, arbusti e fiori, fino a renderlo uno spazio molto diverso tanto da quello privato che da quello pubblico.

 

 

Quando ci si entra sembra di mettere piede in un racconto di giardino anziché in uno vero. Nonostante si veda che nella scelta, nella disposizione e nella cura delle piante ci sia la mano umana, manca felicemente quel senso di dominio che si coglie anche nei giardini meglio riusciti. Le piante fitte intorno a stretti sentieri alimentano la fantasia di trovarsi in un luogo selvaggio e misterioso, in cui può accadere l’inaspettato, come era successo al torrente. Lì dove l’acqua aveva seguito per secoli il percorso più adeguato per raggiungere il lago, serpeggiando nello spazio tutto suo fra i terreni rivendicati dall’uomo, si era concentrato lo spirito libero e avventuroso, potenziato dalla trasformazione, rara e perfettamente riuscita. Qui si possono portare, per assorbirne i benefici effetti, gli infelici che hanno bisogno di sporcare e danneggiare quanto hanno intorno, per sentirsene su un uguale livello anziché più in basso. In estate staranno al fresco sotto i gelsi da carta ormai grandissimi perché rapidi nel crescere e abili nel trarre vantaggio dalle buone condizioni insieme ai bagolari, che non si sono fatti pregare per espandere il loro tetto di rami. Le palme cinesi, che danno un tocco di esotismo hanno potuto contare sugli uccelli e gli altri piccoli animali piluccatori degli acini viola dei loro enormi grappoli nei giardini vicini. Le robinie sono certo arrivate in autonomia coi semi portati dal vento attaccati ai baccelli leggeri e gli oleandri, con la miriade di minuscoli semi piumati che spumeggiano in inverno fra le lunghe e sottili valve aperte dei loro frutti, sono riusciti ad assicurarsi il posto con altrettanta facilità. Una miriade di altre piante è stata portata da mani che traggono piacere dalla cura operosa. C’è qualche scultura di legno, panchine per sedersi a pensare, osservare, forse anche a leggere uno dei libri presi dall’armadietto dedicato allo scambio gratuito.

La libertà e la generosità del giardino e delle persone che se ne prendono cura, ispireranno forse un modo migliore dello sporcare e rompere, per sentirsi adeguati ai luoghi.

 

 

Pupa Frati adesso non c’è più, ma per conoscere le attività che si svolgono nel giardino c’è un sito. L’ingresso è sempre libero

Sciopero alla rovescia

by 17 giugno 2020

 

Nella città di Partinico, vicino a Palermo, nel 1952 aveva scelto di vivere Danilo Dolci originario di Sesana, un tempo in provincia di Trieste e adesso in Slovenia. Il sociologo, poeta, educatore e attivista della nonviolenza voleva combattere sul posto lo sfruttamento dei lavoratori, la mafia, la disoccupazione, l’analfabetismo, le disparità sociali, l’incuria dello Stato. Aveva dato vita a varie manifestazioni di protesta, ma la più celebre e originale fra queste era stata, il 30 gennaio 1956 lo Sciopero alla Rovescia da parte di centinaia di disoccupati. L’idea, messa già in atto in Italia fin dal dopoguerra era che se gli operai protestano astenendosi dal lavoro, i disoccupati possono farlo lavorando gratuitamente a qualcosa che non viene eseguito da chi dovrebbe. In quel caso si trattava di una strada comunale abbandonata, la Trazzera vecchia.

La costituzione italiana, all’articolo 4 dice “La repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”.

 

 

Ma chi compie azioni meritevoli e si dedica al bene comune, invece di gratitudine può trovare ostilità, perché ciò che fa è sentito spesso come una lesione dell’orgoglio di chi è colto in fallo nella sua negligenza o errore. Nel caso dello Stato o di un Ente pubblico, senza permesso ufficiale non si può intervenire su quanto si trova sotto la loro giurisdizione, altrimenti si viola la legge e si va incontro a punizioni. Questo era successo appunto a Danilo Dolci e ad alcuni suoi collaboratori, che erano stati arrestati per occupazione di suolo pubblico, istigazione alla violazione delle leggi e resistenza a pubblico ufficiale. Ne era seguito così un processo celebre, dato che il grande sociologo aveva il sostegno di noti intellettuali e artisti. Pur essendo difeso dal giurista Calamandrei era stato comunque condannato a cinquanta giorni di carcere, ottenendo però il risultato di attirare l’attenzione sulle necessità degli sfruttati, sulle ingiustizie e sull’incuria delle istituzioni.

Oltre alle tante attività per sanare le ingiuste condizioni di vita di tanta gente, nel febbraio 1973 grazie all’incessante lavoro, studio e coinvolgimento degli abitanti della zona da parte di Danilo Dolci, era stata iniziata una diga sul fiume Jato, completata in cinque anni, per l’irrigazione di terreni fino ad allora improduttivi, migliorando la situazione dei contadini ed emancipandoli dal dominio mafioso. In ogni sua azione Danilo Dolci aveva praticato la non violenza e aveva impiegato il metodo maieutico di Socrate, promuovendo la partecipazione e il confronto delle idee di tutti, in modo che ciascuno si sentisse coinvolto nei progetti di interesse comune. L’istruzione e l’educazione erano stati strumenti trattati da lui con la massima importanza e si era attivato per diffonderli fino alla morte nel 1997.

Il diritto di opporsi

by 8 giugno 2020

 

Film del 2019 di Destin Daniel Cretton. E’ la storia vera dell’avvocato afroamericano Bryan Stevenson che, laureato ad Harvard, invece di dedicarsi ad una redditizia professione decide di andare in Alabama, stato famigerato per il suo razzismo per dedicarsi, insieme a una giovane donna, alla difesa dei condannati a morte senza giusto processo. Nel film è trattato in particolare il caso di Walter McMillian che, senza prove e sulla sola base della falsa testimonianza di un pregiudicato, è stato condannato a morte per l’assassinio di una ragazza bianca. Tutto si svolge secondo l’infame copione di chi, invece di svolgere correttamente il proprio lavoro per la giustizia, addossa la colpa ad un innocente, basandosi solo su qualche apparenza, e viene appoggiato in questo dai concittadini pieni di pregiudizi, che hanno fretta di scaricare su qualcuno l’aggressività generata dalle proprie paure e non pensarci più. Che il vero colpevole resti impunito e che con il loro atteggiamento provochino enorme sofferenza ad altri, li lascia indifferenti. L’avvocato Stevenson, che da trent’anni si dedica alla sua missione, ha dimostrato fin da quel caso grande coraggio e bravura, ottenendo l’annullamento di molte ingiustizie. Per colmo d’ironia, i fatti narrati nel film si sono svolti nella città di Monroeville, diventata famosa per le vicende del celeberrimo libro di Harper Lee “Il buio oltre la siepe” e dove ha sede il Mockingbird museum, che ha il nome del titolo originario del libro e del successivo film su quelle vicende: “To kill a mockingbird”

Palma cinese o palma nana? Differenze

by 28 maggio 2020

Frutti di palma cinese Trachycarpus fortunei

 

Noi associamo l’immagine delle palme ai Paesi tropicali ma in quelle zone ce ne sono che crescono anche fino a duemilaquattrocento metri di altitudine. Lo fa la palma cinese, la Trachycarpus fortunei che, resistendo bene al freddo, è stata diffusa fino in Canada ed è la più coltivata nel Nord Italia. È relativamente piccola ed ha le foglie a ventaglio, come l’unica palma endemica del nostro Paese, la Chamaerops humilis o palma di san Pietro, detta palma nana perché è molto piccola e cresce spesso in gruppi impenetrabili, con i fusti che si incurvano e le foglie dure, dai piccioli bordati di uncini. Quanto a san Pietro, dipende dal fatto che cresce vicino al mare, dove si trovano i pescatori come il santo La palma cinese è senza spine ed ha piccoli frutti tondi a grandi grappoli violacei simili all’uva, che tendono alla forma di rene, non commestibili, mentre la palma di san Pietro li ha tondi, ambrati, che si possono mangiare. Le fibre di entrambe le palme erano usate per farne cordami, tessuti e molto altro. Le foglie giovani, inizialmente sono fatte di un unico, grande disco verde pieghettato, che si divide presto nelle diverse lame. La palma cinese cresce solitaria, più alta, senza polloni alla base e ha sessi distinti, con infiorescenze primaverili a pannocchie gialle sui maschi e bianche sulle femmine. La palma di San Pietro porta invece fiori maschili o ermafroditi.

 

             Famigliola di palme nane Chamaerops humilis

Le palme, anche quando diventano molto alte nei Paesi tropicali non sono alberi ma piante erbacee, perché i loro fusti, che mantengono all’incirca la stessa circonferenza durante tutta la vita, hanno i vasi capillari che portano acqua e minerali dal terreno alle foglie distribuiti in tutto lo spazio circolare, mentre gli alberi li hanno lungo la circonferenza, appena sotto la corteccia, e ogni anno si spostano verso l’esterno nel nuovo anello legnoso. Ecco perché quando si tagliano si vedono tanti anelli, che ne testimoniano l’età. L’età delle palme, invece, si deduce dagli anelli esterni sul fusto, formati dalle cicatrici delle foglie cadute. Il legno e le foglie di palma sono resistentissimi e nei Paesi caldi si utilizzano per coprire i tetti. Le fibre servono per cordami resistenti e i frutti sono spesso molto nutrienti.

 

Cicadina femmina con frutti Cycas revoluta

 

In Liguria e dal Lazio in giù si trovano palme delle Canarie e Palme da dattero, dai fusti relativamente massicci. Quelle che sembrano piccole palme dalle foglie lunghe, sono invece cicadine e sono specie più antiche. I maschi portano alla sommità del breve fusto un’infiorescenza cilindrica, mentre la femmina l’ha di forma ovoidale, che dopo la fecondazione produce tanti frutti mangiati da sempre dalle popolazioni umane tropicali, ma dopo un trattamento per togliere loro la tossicità.