I miei articoli

Piccole luci di Natale

by 3 dicembre 2020

Una cosa che certamente dà al Natale un senso profondo è la partecipazione degli umani al momento in cui il dio aveva iniziato a condividere il difficile percorso che ciascun mortale compie sulla terra. Celebrare quell’avvenimento nel modo più significativo, comporta un passo concreto nel proprio animo che tenda nello stesso senso, cioè che si avvicini al sentimento di fratellanza verso ogni vivente, certo spesso difficile da far emergere, come tutto ciò che è prezioso. E’ qualcosa che richiede un lavoro interiore, che affronta il freddo e il buio con la luce della coscienza. Questo produce la gioia profonda che dà significato a quanto altrimenti sarebbe solo una celebrazione esteriore, uno spettacolo come tanti, che lascia tutto come prima. Gli auguri e i regali che si fanno dovrebbero rappresentare quel qualcosa di noi che solo se pervaso da questo spirito offre autentica gioia.

Con ragione il Natale cristiano era stato sovrapposto alle cerimonie ben più antiche rivolte al sole che vince le tenebre e il gelo dell’inverno, facendo raggiungere alla terra ogni anno la stagione felice dei fiori, poi dei frutti, anche se in quei giorni di dicembre sembra ancora inerme come un bambino appena nato. L’albero sempreverde decorato a festa che rappresenta la vita nella sua continuità, ricorda la resistenza alle prove come fanno le piante, che trasformano i rifiuti in elementi vitali, così come noi possiamo prendere alla rabbia e all’odio l’energia per alimentare l’amore da cui è solo un velo a dividerlo.

 

Il Natale può essere ben altro che una stanca tradizione religiosa, accomunandosi anche per i non credenti in un’occasione per dare spazio alle proprie migliori qualità, capaci di vincere quella forza d’inerzia che distrugge come un’alluvione, un incendio, un terremoto, portandosi via quanto c’è di buono e di bello nell’animo, la fiducia nei valori umani. E’ facile farlo quando ancora non si è stati messi alla prova, ma troppo spesso si dissolve in seguito. Ciò che conta è saper superare il ghiaccio della delusione andando oltre la crosta, dove si trova la vita vera che mai è facile. Lì è presente ciò che fa riconoscere in tutto l’esistente uguali origini, lontane miliardi di anni, quando un’energia immane ha dato inizio a un universo di stelle, di pianeti e di materia oscura.

In un mese così buio e freddo, le tante luci degli addobbi dovrebbero essere il segnale felice della nostra partecipazione attiva, con azioni in cui davvero diamo qualcosa di noi anziché il superfluo, qualcosa che costa impegno, pazienza, umiltà ma che ripaga con la gioia di avere saputo vincere la corrente che appiattisce e snatura tutto al suo passaggio.

Il Natale è l’occasione per ritrovare ciò che si rischia sempre di perdere nella monotonia della quotidianità, per dispiegare il proprio ingegno nella creazione della vera pace che è quella dello spirito, inscindibile da quella degli altri viventi.

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Sorprendenti ospiti degli alberi

by 25 novembre 2020

raganella arborea – wikipedia – foto di Marek Szczepanek

 

Si sa che gli alberi ospitano animali di ogni tipo fra i rami, sotto la corteccia, sulle radici e, quando sono cavi, anche all’interno del fusto. Difficilmente però ci aspetteremmo di trovare su di loro delle rane. La raganella Hyla arborea, invece, con le ventose delle zampe si arrampica sugli alberi delle zone sufficientemente umide, quindi su pioppi salici e ontani, fino a che in inverno va in letargo.

In Paesi tropicali troviamo sulle mangrovie addirittura dei pesci, di cui il più noto è il perioftalmo Periophtalmus koelreuteri, che quando l’acqua di mare si ritira può arrampicarsi sul fusto con le pinne pettorali. Si mette in un punto riparato respirando attraverso delle camere branchiali dove rimane dell’acqua che fa da filtro per l’aria, permettendogli di resistere per molte ore. Anche altri pesci possono vivere qualche tempo sulle piante fuori dall’acqua, come una specie di pesce gatto, che ha la capacità di sopravvivere nel fango asciutto di uno stagno, in attesa delle piogge.

 

 

pesce perioftalmo – foto da Dive Circle

 

Certe piante dette epifite si installano sui rami degli alberi soprattutto nelle foreste tropicali dove le fitte chiome impediscono al sole di raggiungere il terreno. Prendono posto nei punti luminosi e fanno crescere le loro foglie generalmente cerose e disposte a rosetta, fra cui si accumula la pioggia o l’umidità dell’aria, ideale per ospitare qualche anfibio. Le epifite, che spesso appartengono alla famiglia delle bromeliacee, non sono parassite perché assorbono i nutrienti e l’acqua autonomamente, ma il loro peso può diventare eccessivo quando sono numerose e in questo caso rischiano di spezzare i rami. Gli alberi su cui crescono le epifite hanno sempre un legno robusto, mentre gli altri che ne sono privi, sono quelli più fragili.

C’è un tipo di bromeliacea che riesce a vivere persino sui pali della luce e sui fili elettrici, perché le sue radici sono cortissime ed estremamente tenaci: è la tillandsia, generalmente di colore grigio, che assorbe l’umidità dalle foglie dure ma vellutate con cui cattura anche il pulviscolo. Questo fa di lei una purificatrice dell’aria inquinata delle città, perché assorbe, metabolizza ed elimina ciò che gli automezzi rilasciano dal tubo di scappamento.

 

epifita tillandsia – foto da tuttogreen

 

Nei Paesi tropicali capita di vedere alberi che si sviluppano sopra altri alberi, ma in questo caso si tratta di ficus strangolatori i cui semi vengono rilasciati dagli uccelli sui rami. Subito i ficus emettono radici aeree che si avvolgono al fusto dell’ospite, facendo spuntare al tempo stesso rami e foglie. Per qualche anno le radici si allungano fino a raggiungere il terreno e penetrarvi, mentre la chioma gradualmente avvolge l’altra togliendole la luce e, per questo, portandola alla morte.

Anche in Italia capita di vedere qualche albero o palma, crescere su alberi di una certa età, ma non con effetti letali.

Articolo correlato: sul ficus strangolatore

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Incomprensioni e ingiustizie che si potrebbero evitare

by 17 novembre 2020

 

Se guardate la foto qui sopra, sul momento vi sembrerà di vedere una fiaschetta ma osservando la seconda, che mostra a cosa è collegato quell’oggetto, vi renderete conto di esservi ingannati. Vedrete che quello è un frutto di limone all’inizio del suo formarsi. Lo stesso genere di inganno avviene con la figura più in basso nel testo.

 

 

Questo piccolo esperimento mostra come parte di un’immagine, isolata da ciò da cui deriva, possa apparirci tutt’altra cosa rispetto a quella che è davvero. Accade così per i fatti della vita, per ciò che si legge o ciò che si sente. In tal modo si danno giudizi senza rapporto con la realtà, ci si fissa su interpretazioni che la travisano e che possono avere brutte conseguenze per sé e per gli altri. Si cade in simili equivoci per la spinta interna dell’istinto, che fa reagire con estrema rapidità a uno stimolo e che in molti casi è davvero utile, perché fa del tutto a meno del tempo, della conoscenza e della riflessione richieste dalla ragione. In una situazione di urgenza e di pericolo in particolare, ma anche in molti altri casi l’istinto è quel grande amico dell’essere umano come degli animali fin da tempi lontanissimi, quando le condizioni di vita erano molto diverse da quelle attuali ed esigevano quindi un comportamento diverso. Per questo oggigiorno gli accade di farci compiere azioni del tutto inadeguate alla situazione, provocando veri disastri, come avviene quando si traggono conclusioni affrettate.

 

 

Per rimediare a questo stato di cose che genera incomprensioni e ingiustizie fino alle peggiori conseguenze, è necessario ammettere la complessità dell’animo umano, che per essere gestito ha bisogno di conoscenza e di educazione. Per fare bene qualsiasi cosa materiale si ammette che è necessario conoscerla a fondo ed esercitarsi assiduamente. Invece per quanto riguarda l’immateriale ci si illude che basti imparare dall’esperienza, senza tener conto che il proprio carattere e chi si frequenta portano ad interpretare in modo diversissimo anche le cose più ovvie. A questo si aggiunge la difficoltà posta da una delle caratteristiche dell’istinto, che è quella di diffidare delle novità e delle diversità, perché potrebbero essere pericolose, ma se questo è utile in certi casi, in altri è del tutto controproducente. Ciò che è nuovo e diverso, anche quando è buono, può provocare un senso di disagio perché costringe a una certa fatica di adattamento, chiede di vincere la forza d’inerzia e le consuetudini, che sono molto più rassicuranti e facili, ma impediscono ogni evoluzione. Quel disagio viene interpretato dall’istinto come una prova di negatività e fa respingere o addirittura perseguitare la persona o l’idea o l’oggetto verso cui lo si è sentito.

 

 

In ogni caso un cambiamento positivo può avere successo solo se segue le strade della persuasione, perché qualsiasi forzatura fa chiudere la mente e il cuore. Al tempo stesso, chi ha maggiormente bisogno di essere persuaso è chi impiega da parte sua l’imposizione e i modi troppo spicci. Occorre dunque molta pazienza e buona volontà, ma a qualsiasi età si può riuscire, anche se è certo più facile cominciare da giovani. Dato che però ormai si vive molto a lungo, meglio fare qualcosa per evitare di trascorrere una vecchiaia amara.

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Pellagra: i danni dei pregiudizi

by 9 novembre 2020

tante qualità di mais originarie dell’America

 

Quando il mais era stato portato dall’America Latina in Europa, solo in Spagna se ne faceva un certo consumo, ma come foraggio per gli animali. La necessità di cereali ad alta resa per sfamare i poveri, aveva fatto decidere anche agli italiani di piantarlo nei campi soprattutto nel Nord. Si doveva in buona parte all’intervento di San Carlo d’Arona, tanto che, ancora adesso, in dialetto lombardo il granoturco si chiama “carlun” in suo ricordo.

Nei paioli delle povere case contadine, la farina di granoturco diventava ogni giorno polenta, che aveva finito con l’essere l’unico cibo. Gialla, bigia o bianca, veniva scelta a seconda delle regioni la varietà più adatta al terreno, fra le tantissime che i nativi d’America avevano selezionato nei millenni.

Dopo qualche tempo, però, i contadini delle pianure avevano cominciato ad ammalarsi di pellagra. La pelle si arrossava e si induriva, poi arrivavano i malesseri e, infine, il sistema nervoso era colpito fino alla pazzia.

In montagna, dove insieme alla polenta mangiavano castagne, un po’ di lardo o di latte e verdure, che anche i poveri potevano procurarsi, questo non succedeva. In pianura, invece, dove le coltivazioni intensive e lo sfruttamento dei contadini erano più forti, il loro destino si incrudeliva con la malattia. Si era data la colpa ad una mancanza del cereale e si consigliava alla gente di mangiare anche altro. Ma i poveri lo erano pure nell’istruzione e nelle sollecitazioni alla curiosità, che li avrebbe potuti forse spingere a trovare da soli una via d’uscita.

 

 

Anche fra i medici e gli scienziati, però, erano pochi quelli che approfondivano le questioni, soprattutto quando si trattava di entrare in culture e ambienti che non fossero i loro. I più lungimiranti, quelli che avevano viaggiato e capito quanto basti un punto di vista diverso, per accorgersi che certe apparenze nascondono la sostanza delle cose, si erano posti una domanda: “Come mai questo cereale, che è spesso l’unico alimento anche per i contadini oltreoceano, non provoca in loro la pellagra?” Lo avevano probabilmente chiesto a chi in quei paesi c’era stato, ma nessuno sapeva rispondere. Lo avevano chiesto forse anche a qualche autorità, ma sarebbe stato necessario andare laggiù a fare delle ricerche. I costi dell’impresa sarebbero stati ripagati dalla riduzione di perdite umane e spese sociali.

Ma superare quel muro che nella mente impedisce di chiedere consiglio a chi considera inferiore è per molti, adesso quanto allora, più difficile che andarci a nuoto, in America. Ogni bianco, per quanto rozzo, si sentiva superiore a chi era di un altro colore, allo stesso modo in cui l’uomo si reputava superiore alla donna e l’adulto al bambino. Gli stessi muri c’erano fra scienziati e artisti, fra professionisti e burocrati, fra dirigenti e subalterni e così via in un’interminabile sequela di gerarchie nelle attività e nelle origini, in cui religione, ricchezza, titolo ed educazione diverse creavano (e creano) grandi difficoltà d’intesa. Così, quella semplice domanda ha dovuto attendere di essere fatta alle persone giuste, quando la conoscenza ha avuto la meglio sull’affermazione della propria supremazia su qualcuno, purchessia. Allora si era scoperto che, nel cuocere il mais, i nativi d’America hanno sempre aggiunto all’acqua delle sostanze alcaline come la cenere o la calce, in modo da sciogliere la protezione della vitamina niacina che, altrimenti, non poteva essere assimilata dallo stomaco.

Un piccolo, difficile passo per fare una piccola, facile azione è arrivato quando ormai non serviva più, perché tutti gli interessati erano già morti.

 

Estratto dal mio libro VIAGGIARE COME LA LUNA -per conoscere chi e cosa fa il mondo migliore

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Spine di gleditsia, di maclura, di poncyrus

by 4 novembre 2020

spine di Gleditsia triacanthos

 

In autunno come a primavera c’è un albero dalla chioma di un bel giallo brillante, che si fa notare in qualche giardino pubblico: lo spino di Giuda Gleditsia triacanthos. I troppo buoni devono pur difendersi, per non essere sopraffatti e così, le gleditsie si sono fatte crescere lunghi aculei riuniti in gruppi, che rendessero difficile agli erbivori del lontano passato, quando erano molto diffusi, spogliarli delle foglie e dei dolci frutti. Sono americani come le robinie e appartengono alla famiglia delle acacie, i famosi alberi delle savane in Africa. Come tutte le piante che hanno per frutti dei baccelli, dall’erba medica ai piselli e al carrubo, hanno radici che vivono in simbiosi con batteri specializzati nella trasformazione dell’azoto catturato dalle foglie, indispensabile elemento per respirare e per la costruzione delle proteine in ogni vivente, ma che deve essere elaborato per essere assimilabile. Viene utilizzato dagli alberi e accumulato anche nel terreno che così diventa più fertile. Ogni primavera si riempiono di fiori gialli e profumati, che piacciono enormemente alle api. In quel periodo l’albero è tutto un ronzio. Dopo l’impollinazione si formano grossi legumi marroni, con una polpa dolce che avvolge i semi. Nella varietà sunburst, le giovani foglie sono di un giallo brillante, per poi inverdirsi durante l’estate e ingiallire di nuovo in autunno, prima di cadere a terra. Si adattano anche a condizioni difficili su terreni duri e per questo sono usati per rendere belle e ombreggiate le strade, consolidandone i margini con le loro potenti radici, con specie coltivate che spesso non hanno le spine. I nativi americani mangiavano i loro frutti e li facevano fermentare per ottenere la birra. Servivano anche come medicinali, contro le artriti reumatoidi e certi tipi di cancro. I semi si potevano tostare come per il caffè.

 

frutti di maclura

 

Dagli Stati Uniti viene anche un piccolo albero molto più raro, che è stato importato in Europa nell’ottocento, quando i gelsi, le cui foglie nutrivano i bachi da seta, erano stati colpiti da una malattia che sembrava dovesse decimarli e si erano cercati alberi alternativi, quali la maclura Maclura pomifera. La si nota quando si vedono sulle femmine in autunno i frutti del colore e dalle dimensioni di pompelmi, ma con una buccia che sembra essere fatta di piccole sfere come le more dei gelsi, di cui è parente. Quando si è risolto il problema della moria di gelsi e di bachi da seta, il cui allevamento era importantissimo per l’economia di allora, la maclura è stata utilizzata per fare siepi invalicabili, viste le lunghe spine di cui è dotato il suo legno resistente ed elastico, che per questo è ottimo nel resistere al vento, ma sta bene unicamente dove abbonda il sole.

 

frutti di Poncyrus trifoliata fra le spine

 

Spine temibilissime sono anche quelle del cinese Poncyrus trifoliata, un tipo di arancio amaro che è commestibile solo in marmellate, liquori o spezia e che contrariamente agli altri agrumi generalmente sempreverdi con piccole spine, perde le foglie in inverno. Anche questo alberello è ottimo per siepi invalicabili ma è usato anche come portainnesto per altri agrumi, data la sua resistenza al freddo e alle malattie.

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End of justice

by 28 ottobre 2020

 

 

Film di Dan Gilroy del 2017. Un avvocato afroamericano (Denzel Washington) sempre impegnato per la giustizia verso coloro che sono solitari bersagli degli abusi, lavora con un socio che viene a mancare. Le necessità economiche lo portano a lavorare presso lo studio condotto da un avvocato di tutt’altro stampo e il trovarsi in un ambiente in costante contrasto coi suoi principi lo porta a dimenticarli e a fargli apprezzare la vita brillante precedentemente ignorata. Arriva così a commettere un grave reato, ma ha così un assaggio di ricchezza ed eleganza che gli fanno girare la testa. Trovarsi improvvisamente immersi in un ambiente corrotto ma allettante può far crollare quelli che si credevano i propri profondi convincimenti e che invece erano soprattutto ideali collettivi di un certo periodo. Saremmo davvero diversi da quelli che critichiamo, se ci trovassimo al posto loro?

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