I miei articoli

Il filo della riconoscenza

by 15 gennaio 2022

Monumento in onore della tribù Chaocktaw in Iralanda – foto da fattistrani.it

 

“Sentiero delle lacrime” fu chiamato nel 1831 dai nativi d’America, espropriati dei territori che da sempre erano stati loro, la dolorosa deportazione verso le riserve imposte dai nuovi americani, senza alcuna considerazione per gli stili di vita, le necessità, le tradizioni delle tribù. A piedi e a tappe forzate percorsero milleseicento chilometri soffrendo la fame e il freddo. Molti si ammalarono, molti morirono.

“Grande Carestia” fu il nome di quella che tra il 1845 e il 1849 colpì l’Irlanda, quando i tuberi che erano diventati ormai il cibo principale per i contadini, le patate originarie dell’America, furono infettati da una gravissima malattia causata dalla peronospora, che le aveva rese poltiglia immangiabile. Se fossero state di più varietà, alcune avrebbero certo resistito al flagello, ma le colture erano in gran parte dello stesso tipo e questo le aveva rese facili vittime di un unico nemico. L’esperienza e i mezzi erano troppo scarsi e il governo inglese non aveva dato alcun aiuto. Per questo in molti morirono di fame e molti si impoverirono a tal punto da avere come unica possibilità di sopravvivenza quella di emigrare verso l’America.

 

fiori di patata. In passato le patate si coltivavano solo per i fiori.

 

I nativi della tribù Chocktaw, nei loro nuovi insediamenti sentirono parlare del tragico destino dei contadini che come loro avevano sofferto la fame, la perdita di ogni bene, l’indifferenza da parte di chi li avrebbe dovuti aiutare e si sentirono vicini a quegli europei, anche se di una stirpe che per loro era stata di grande danno. Allora fecero una raccolta di fondi, riuscendo a mandare agli irlandesi ben centosettanta dollari, che corrispondono a più di un migliaio di oggi.

Nel 2015 a Midleton in Irlanda, per far conoscere quell’episodio davvero toccante di solidarietà, fu installata una scultura in acciaio dell’artista Alex Pentek con grandi penne d’aquila alte 6 metri, che ricordano le acconciature dei valorosi presso le antiche tribù. L’occasione per dimostrare una più concreta riconoscenza, però, si è presentata con il Coronavirus. I nativi americani sono stati particolarmente provati dalla pandemia, così Navajo e Hopi hanno promosso una raccolta fondi per soccorrerli con il “Navajo & Hopi Families COVID-19 Relief Fund” a cui hanno contribuito in massa gli irlandesi, seguendo il filo della riconoscenza, per aiutare almeno i discendenti di chi li aveva aiutati tanto tempo prima.

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Fontana di Corrado Cagli a Terni

by 10 gennaio 2022

fontana dello Zodiaco di Corrado Cagli

Tra le fontane contemporanee più belle che possiamo trovare in Italia, oltre a quelle di Marco Bravura a Ravenna e di Tonino Guerra a Cervia e altrove, c’è quella di Corrado Cagli a Terni. Tutte sono in mosaico, ma estremamente diverse fra loro. Quella realizzata da Cagli in piazza Tacito nel 1936 era stata progettata dagli architetti Mario Fagiolo e Mario Ridolfi con l’acqua zampillante in una struttura di marmo e granito, al cui centro si innalza una lunga guglia sottile di acciaio, in onore dell’industria che caratterizza la città con la produzione di questo metallo. Una vasca circondata da una bordura in porfido rosso, del diametro di diciannove metri e novanta era decorata da mosaici con le figure simboliche dello zodiaco in pasta di vetro. Danneggiata durante la guerra, era stato concluso il restauro nel 1961, quando l’artista aveva sostituito le tessere di vetro con quelle di marmo, oltre a modificare le figure. Nel 1994 era stato necessario però un nuovo intervento di recupero e nel 2013 aveva avuto inizio l’ultimo, staccando però l’originale e sostituendolo con una copia. L’inaugurazione dell’opera è avvenuta il 29 dicembre 2021. La fontana si trova al centro di una grande piazza e per vedere le dodici figure a colori vivaci nella vasca spruzzata d’acqua, occorre avvicinarsi e girarle attorno, con la possibilità di sedersi sul bordo per osservarne più agevolmente l’insieme. Corrado Cagli, grande artista anconetano del novecento, nel rappresentare i simboli dei dodici segni dello zodiaco attraverso animali e umani, ha alluso con certe figure quali i gemelli, la vergine, la bilancia, lo scorpione, il capricorno, i pesci, l’acquario, l’ariete, a vari mestieri tipici della regione, che si inseriscono leggermente nei reciproci spazi, formando un insieme più fluido e dinamico rispetto alla prima versione.

 

la balia difende il bambino dallo scorpione – dettaglio della fontana dello Zodiaco

 

Di particolare interesse per il segno dello Scorpione è la donna che tiene in braccio un neonato e schiaccia la coda del pericoloso aracnide. Si tratta di una balia, come in passato ce n’erano molte fra le donne di campagna, dato il gran numero di trovatelli che venivano affidati loro per i primi anni dagli orfanotrofi. C’era modo, però, di trovare impiego presso le famiglie benestanti con un ottimo trattamento, che permetteva alle giovani madri di umili condizioni di essere considerate alla pari dai datori di lavoro e di guadagnare quanto in seguito avrebbe permesso loro di dare un futuro ai propri figli lasciati temporaneamente in custodia ai parenti.

La figura femminile del segno della Vergine è intenta invece a lavorare al tombolo, un merletto molto raffinato che impreziosiva abiti e paramenti. Per quanto riguarda i mestieri maschili, nel segno dell’acquario c’è un venditore d’acqua, dato che in passato a volte nei paesi mancava persino un pozzo dove attingerla e occorreva acquistarla da ambulanti. Gli altri mestieri sono più facilmente identificabili.

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Cigni selvatici

by 3 gennaio 2022

 

Cigni selvatici di Jung Chang, pubblicato per la prima volta nel 1991 e tradotto in ventisei lingue è tutto intessuto del terribile conflitto fra bene individuale e collettivo, che ha provocato inenarrabili ingiustizie in Cina nel ventesimo secolo. Attraverso la storia della scrittrice, di sua madre e di sua nonna, si ripercorrono cent’anni con le relative trasformazioni. Nel tentativo di far cessare lo sfruttamento, le disuguaglianze, gli abusi esercitati da chi aveva più potere e denaro verso chi ne aveva meno, durante la guerra civile e poi la rivoluzione si riproduceva in altri termini un trattamento altrettanto e forse più disumano da parte di chi riteneva di fare riforme virtuose. Questo perché tutto avveniva con un’estrema rigidità, con la repressione del sentimento, di ciò che dà gioia e benessere, di quanto è necessario all’individuo per sentirsi felice, ritenuto espressione di egoismo e contrario al bene comune. Mao, oltre a disprezzare la cultura fino a far distruggere quasi tutti i libri e a perseguitare gli intellettuali, martellando tutti solo con i suoi dogmi era giunto al grottesco bollando le piante, i fiori, i giardini come mollezze borghesi e aveva incitato a strappare l’erba dai prati, vietando la coltivazione, l’esposizione, la vendita di fiori e piante. L’ignoranza diffusa e ovviamente ancora di più quella su come funziona l’animo umano e la natura, allora più di adesso impediva di capire che il bene comune è strettamente connesso con quello individuale ed è necessario che ciascuno abbia lo spazio che gli è necessario. Ma la millenaria cultura tradizionale fortemente gerarchica della Cina dominava le menti anche dei meglio intenzionati e aveva permesso che attecchisse la divinizzazione del capo e la cieca obbedienza. Il lavaggio mentale faceva comportare, salvo poche eccezioni,  come se la gente mancasse di una coscienza propria, manifestandosi in ogni azione che avrebbe richiesto invece tolleranza, comprensione e capacità di giudizio. Schiacciando l’individuo si era schiacciata la società.

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La Madonna vestita di Oriolo Romano (VT)

by 30 dicembre 2021

la Madonna della Stella a Oriolo Romano

 

C’è stato un tempo in cui il palazzo Altieri a Oriolo Romano ha conosciuto l’onore di avere in famiglia un Papa. Dal 1670 e fino alla morte di Emilio Bonaventura, che aveva preso il nome di Clemente X, la fama delle stelle sullo scudo della casata aveva brillato più che mai. Risale a quel secolo in cui gli Altieri acquistarono la loro residenza dagli Orsini, la realizzazione di una statua della Madonna poi chiamata “della stella” a richiamo del simbolo di chi l’aveva voluta, per la chiesa di San Giorgio. La scultura in legno, di dimensioni inferiori a quelle di una donna vera, invece di essere fatta di un solo pezzo in cui fosse compreso il vestito, era stata fatta snodabile per poterle far indossare altrettanto veri abiti di tessuto pregiato.

 

alcuni vestiti della Madonna della Stella e del Bambino – foto da aboutartonline.com

 

Già da cent’anni in Italia era stata adottata l’usanza di dare questa forma alle figure sacre, come facevano in Spagna, per offrire alle donne la possibilità di accudire ancora meglio in effige quella che è da sempre considerata la madre spirituale, comprensiva e amorosa dei cristiani. In questo modo potevano sentirla più vicina, più reale. La festa che Oriolo le dedica in modo più solenne, portandola in processione per il paese è il 14 Agosto, dopo che nelle settimane precedenti ne ha indossati alcuni a rotazione per qualche giorno. I primi abiti preziosi del suo ricco guardaroba di ben ventitré pezzi le furono offerti dalle principesse di casa Altieri, ma in seguito alcune spose di altre casate si guadagnarono questo onore e parteciparono alla sua vestizione nel giorno delle proprie nozze.

In provincia di Viterbo sono numerose le Madonne vestite, che si trovano a Bagnaia, Vetralla, Capranica, Barbarano, Soriano, Tuscania, Vitorchiano, Piazano, Gallese. Accade anche in altre regioni, ma sono più rare rispetto al passato, da quando si è scoraggiata la tradizione, ritenuta troppo vicina alla superstizione.

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Semedimela o Johnny Appleseed

by 15 dicembre 2021

francobollo di John Appleseed – da fr.vikidia.org

 

Alla fine del settecento, dopo la vittoria di guerra per l’indipendenza dagli inglesi, gli americani avevano cominciato a spostarsi verso ovest, alla conquista delle terre pellerossa. Nell’avventurosa avanzata in cerca di fortuna, c’era stato un ragazzo del Massachusset, che il lungo percorso di pioniere l’aveva fatto con scopi diversi. Nell’Ohio, nell’Indiana e nell’Illinois ha lasciato un’indimenticabile traccia che a primavera si faceva bianca di fiori, in estate verde di foglie e in autunno gialla, rossa, viola come le mele di cui erano carichi gli alberi seminati da lui. Si chiamava John Chapman, era nato nel 1774 e, fin da bambino, aiutando il padre nel meleto di famiglia, aveva avuto una grande passione per quegli alberi ed i loro frutti. Così, ben presto aveva iniziato l’attività di vivaista, esclusivamente per diffondere la loro specie. In America si beveva sidro, il succo di mela fermentato che è una delle bevande preferite dagli anglosassoni. Dai suoi produttori John otteneva gratuitamente grandi quantità di semi, che interrava ovunque trovasse uno spazio. Recintava e curava le piantine spuntate fino a che fossero adatte al trapianto, poi le rivendeva, le regalava o le barattava.

i cinque semi della mela, come i petali del fiore

 

John era generoso e frugale: vestiva con vecchi abiti, camminava scalzo, dormendo all’aperto e viaggiando continuamente per gli stati che allora erano detti di frontiera, perché arrivavano fino a quella naturale: l’oceano Pacifico. Amava molto la natura, che favoriva in tutti i modi e per questo proteggeva anche gli animali, compresi gli insetti: che fosse vegetariano, va da sé. Era anche molto religioso, seguace di una setta cristiana svedese, così che a volte si improvvisava predicatore. Si spostava spesso a piedi, ma anche con i mezzi adatti al trasporto di semi sui territori dell’ovest americano, dove arrivavano gli immigrati in cerca di fortuna, che trovavano così anche un sostentamento. Lo stato aveva concesso ai veterani della guerra d’indipendenza, dei terreni da far fruttare, che nel 1802 avevano potuto dotare di meli, grazie a John. Quegli alberi selvatici, senza innesto con specie coltivate, facevano mele piccole, aspre e dure, più adatte a produrre sidro che ad essere mangiate come frutta.

 

fiori di melo

 

Nel 1806, quando aveva navigato sul fiume Ohio con una barca piena di semi, aveva avuto per soprannome “appleseed“(seme di mela)” con cui da allora è stato conosciuto.

Durante i suoi viaggi era ospitato volentieri nelle case, dove raccontava storie ai bambini e faceva sermoni agli adulti. Seminava, lasciava temporaneamente le nuove piantine in affido ad un vicino e partiva per continuare altrove, proteggendo con recinzioni gli alberelli, perché non fossero brucati o calpestati dagli animali e dagli uomini. Molti degli appezzamenti erano all’interno delle zone dove vivevano i Mohicani, tribù pellerossa dai quali era amato per il suo rispetto verso ogni vivente.

La sua fama è diventata tanto grande che ancora oggi ogni anno, in America se ne celebra la festa. In certi luoghi avviene l’11 Marzo, probabile data della morte o il 26 Settembre, compleanno dell’uomo che, nonostante la sua grande generosità, si era ritrovato proprietario di tanti terreni, pieni di alberi di melo, naturalmente.

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Le strade degli alberi

by 8 dicembre 2021

bosco di querce nel tardo autunno

 

Verso fine Novembre, se si imbocca la superstrada Firenze-Siena che costeggia la via Cassia, antica e gloriosa strada diritta verso Roma, anche se piove e fa freddo c’è luce come se si fosse acceso il fiammifero incantato dalla fantasia di Andersen. E’ quella delle migliaia, milioni di querce che vestono ancora buona parte delle colline e brillano di giallo, di ocra, di arancio, di biondo, di fulvo. Per tutto l’anno erano rimaste confuse nel verde degli altri alberi e non le si distinguevano dalle specie che adesso sono nude e lasciano risaltare quelle chiome ricciolute dai tanti lobi delle foglie. Se c’è il sole si ha la sensazione di esser stati risarciti in anticipo per il bigio che si dovrà sopportare per tre mesi, perché dopo Siena, continuando per la val d’Orcia, ci si stupirà di non essersi mai veramente accorti di quanti fossero numerosi quegli alberi sacri al dio del fulmine, che spesso se li riprendeva in cielo con una gran fiammata. Mescolati a loro, nel coro ci sono anche aceri campestri e carpini, ma le forme amichevoli di quelle a cui nella lingua italiana si attribuisce il genere femminile, sono la maggioranza.

 

cipressi e tanti altri sempreversi nel cimitero acattolico di Roma

 

Nel percorrere troppe altre strade, anche in autunno la strabocchevole presenza del cemento lascia vedere ben poco che valga la pena e si è impazienti di arrivare a destinazione. Invece mentre si oltrepassano San Quirico e Bagno Vignoni, ci si congratula di fare quel percorso che vale da solo tutto l’impegno dell’essersi messi in viaggio. Verso il lago di Bolsena, gli olivi vicino ai margini delle strade scintillano come se avessero foglie di metallo e arrivati a Sutri, è il tono cupo delle querce sempreverdi che sono i lecci su una gran rupe di tufo, a esigere una sosta. Sono quelli del boschetto sacro di lato alla rinascimentale villa Savorelli, costruita sopra l’antico insediamento romano dove c’è ancora il luogo di culto al dio Mitra scavato nel tufo e dedicato poi alla madonna, come si vede dagli affreschi di settecento anni fa. Il verde intenso dei prati e dei muschi che ricoprono parte delle rupi di tufo scavate di grotte fin dai secoli in cui la civiltà umana ha cominciato a formarsi, sono come finestre illuminate di cui si è molto curiosi.

 

i platani sul lungotevere di Roma che per chilometri lo rendono incantevole

 

Atmosfera raccolta e verde scuro di cipressi e lecci, mirti e bossi è quella dell’affascinante cimitero acattolico di Roma, che dal settecento in poi ha accolto le tombe degli stranieri morti nella città. Nel quartiere Testaccio, si riconoscono i paraggi da quello che era un lungo, antico portico in mattoni di epoca romana e dalla piramide ricoperta di marmo, antica tomba di un patrizio di nome Cestio, a cui è intestata la via. Il camposanto è un modello di armonia ad opera delle piante sempreverdi di cui è ricchissimo, insieme alle sculture, per il luogo in cui si va per ricordare meglio chi ci ha lasciati. Anche da quello monumentale del Verano si innalzano in gran numero i cipressi e altri sempreverdi fra le tombe.

E i platani che ornano il Lungotevere di Roma, lasciando ricadere oltre il parapetto i lunghi rami come eleganti tendaggi, se in estate offrono un fresco riparo dal sole, in autunno riscaldano l’umore con una sinfonia di gialli e la grazia del loro portamento. I platani sono i grandi protagonisti arborei di Roma, dove li si vede a villa Borghese, sul Gianicolo e ovunque la città voglia sottolineare la sua magnificenza. Dedicare un intero viaggio alle strade degli alberi nelle ore più tranquille, garantisce uno spettacolo continuo a cui persino il malumore dell’inevitabile traffico si deve arrendere.

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