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Museo del lino di Pescarolo (CR)

by in Arte e cultura, Musei della natura e dell'uomo
foto da konstantin-kirsch.de

foto da konstantin-kirsch.de

 

In passato i campi fioriti d’azzurro a maggio erano lo spettacolo che offriva la campagna intorno a Pescarolo, dove il lino era coltivato e lavorato. L’aspetto esile della pianta ne rivela il carattere timido e non competitivo, che soccombe a quelle più rustiche e vigorose. Ecco perché occorre seminarla alternandola ogni anno con la coltivazione dell’erba medica o del trifoglio, che impediscono alle infestanti di installarsi, mentre nutrono il terreno quando sono a dimora e il bestiame quando vengono tagliate.

Ormai il lino che non sia per uso personale si coltiva più a Nord: in Belgio, in Francia, in Irlanda, oppure nell’Est Europeo, ma testimonianze delle sue origini antichissime sono state ritrovate, oltre che in Svizzera, in Medio Oriente e in Egitto. Lo si coltiva da millenni per avere le fibre fresche e resistenti da tessere e, in una varietà diversa, per i semi scuri e nutrienti da mangiare aggiunti ai cibi o in forma di pane, come avviene ancora oltralpe. L’impacco di semi di lino riscaldati, messi dentro un sacchetto di tela che si adagia sul petto, era ancora usato da noi fino a qualche decennio fa per curare la tosse. L’olio che se ne spreme è buono per condire e consente di ottenere le più delicate sfumature dai colori per dipingere quadri, perché quando secca rimane elastico e non si rompe. E’ il motivo per cui viene impiegato per rivestire strade e ponti proteggendoli dall’usura o, mescolato al sughero, diventa il linoleum che copre i pavimenti delle case. In passato se ne impregnavano i tessuti così da renderli impermeabili e adatti ai tettucci di calessi e carri. Prima dell’elettricità serviva per illuminare, bruciando in lampade di ogni misura.

 

strumenti per le prime fasi di lavorazione

strumenti per le prime fasi di lavorazione

 

Il Museo del lino di Pescarolo, però, è dedicato soprattutto al suo impiego tessile. Si segue dunque la vita della pianta attraverso gli oggetti serviti alla semina, al raccolto, alla liberazione delle fibre dalle parti legnose e da quelle deperibili, alla trasformazione in filati e poi in tele di varia finezza. Sono oggetti di legno, che in certi casi nelle forme fanno pensare a giocattoli o sculture. Ce ne sono di curiosi e belli, come la stadera nella sua custodia, o di molto comuni, come il mastello e l’asse per lavare, utilizzando la lisciva ottenuta dalla cenere di legna. A seconda che si volesse lavare o sbiancare i tessuti, si faceva bollire la cenere in acqua da due a cinque ore, poi si filtrava più volte e infine si versava sui panni sistemati nel mastello. La si recuperava quando usciva dal foro sul fondo, per poi ripetere ancora e ancora l’operazione. I panni venivano infine sciacquati e stesi la notte sull’erba perché si impregnassero di rugiada, che dicono perfezionasse il loro candore e si facevano asciugare all’aria.

 

stadera nella sua custodia

stadera nella sua custodia

 

In stanze dove l’umidità è tenuta sotto controllo ci sono poi esposti molti capi di vestiario di lino e moltissimi altri sono custoditi in cassettiere e mostrati solo ai veri estimatori.

Il Museo del lino dedica una parte anche alla seta, con alcuni oggetti che servivano alla sua lavorazione.

 

http://www1.popolis.it/museodellino/

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A Pochi chilometri da Cremona, in provincia di Piacenza, a Monticelli, c’è il Museo del Po nei sotterranei della rocca.