Blog

Alberi monumentali del Friuli/Venezia/Giulia, provincia di Pordenone

by in Alberi Monumentali, Friuli Venezia Giulia
sophora japonica pendula di villotta

sophora japonica pendula di Villotta

 

In centro a Pordenone, piazzetta Ottoboni, un magnifico CEDRO DEODARA sorprende per la sua presenza a ridosso dei condomini. È fra i pochi alberi rimasti del giardino della famiglia Ottoboni. Il cedro è una grande conifera dal legno profumato. Questo genere viene dall’Himalaya e somiglia al cedro del Libano, da cui si differenzia per i rami penduli e gli aghi più lunghi e morbidi.

Tre chilometri ad Ovest di Pordenone c’è la bella cittadina di Porcia, con il limpido Rio Buion. Proprio vicino al fiume c’è una via che prende il nome dall’albero che cresce da oltre 100 anni in quella zona il TULIPIFERO o LIRIODENDRO. E’ americano, con foglie di forma del tutto inconsueta, a testa di gatto, che in autunno diventano di color arancione. I grandi fiori sono simili a tulipani e, quando diventano frutti, sembrano ancora fiori, ma legnosi. Rimangono sull’albero anche in inverno. La sagoma di questo albero è tanto caratteristica da sembrare un totem ed è particolarmente evidente in inverno, quando è spoglio.

Prima di arrivare verso il fiume, dalla strada si vede la forma classica, sferica, della chioma di un BAGOLARO di 200 anni nel prato di una villa. E’ un albero adatto alle alberature stradali per la sua grande capacità di sopportazione delle peggiori condizioni. Ha radici tanto potenti da essere soprannominato “spaccasassi”.

Verso Udine la via pontebbana ad Orcenico Inferiore, zona dove si coltiva la vite, comincia a curvare appena prima di un bar ristorante IL BARBARO, prediletto dai camionisti. Lì ci si può fermare, fare i pochi passi della via della fornace e svoltare subito in via della filanda. Fino a 100 anni fa, nella fornace di cui restano i ruderi si cuocevano mattoni. Da questo si può immaginare che il terreno dei dintorni sia argilloso, così da poter lavorare la materia prima senza grandi spostamenti. La filanda ricorda, invece che qui, come un po’ ovunque in Italia, i contadini fino agli anni 50 allevavano bachi da seta per guadagnare qualche soldo. Per questo si trovavano ovunque, lungo i confini dei campi o sui viali che portavano alle case coloniche, alberi di gelso bianco le cui foglie erano il nutrimento dei bachi. L’edificio in cui si lavorava il filato, adesso è usato come abitazione e laboratorio, accanto al corso d’acqua indispensabile a quella lavorazione. Gli alberi che di solito fanno riconoscere la presenza del prezioso elemento sono i pioppi, i salici e gli ontani e già da fuori il cancello della villa al n. 2 si possono vedere tre bei PIOPPI GRIGI, incrocio fra pioppi tremuli maschi e pioppi bianchi femmine, di oltre 150 anni, alti una cinquantina di metri. Alla fine di maggio ci si potrà lasciar posare sui capelli e sui vestiti i fiocchi delicati della nevicata con cui affidano alla sorte la loro discendenza, nei minuscoli semi portati dal vento. Come per uomini e animali, sono le femmine a dare frutto e quelli dei pioppi sono grappolini dagli acini che si dilatano in lanugine bianca.

Passando di qui in autunno, invece, dal piazzale del ristorante si noterà dentro il giardino il giallo splendente del GINKGO BILOBA della probabile età di 150 anni, una circonferenza del tronco di 3 metri e mezzo, un’altezza di circa 20 metri. L’albero dalle foglie a ventaglio, di origine cinese è tra le pochissime specie scampate agli sconvolgimenti alla fine dell’epoca giurassica. E’ un esemplare maschio, che dunque non fa frutti. Sarebbero simili a piccole prugne color rosa molto tenue. Se si lasciano marcire a terra puzzano sgradevolmente, ma sapendo come cucinarli, allo stesso modo degli orientali, sono ottimi. Anche i noccioli, tostati, sono consumati come frutta secca.

Arrivando in questo posto in inverno, ci si dovrà lasciar guidare dall’olfatto. Accanto al ginkgo, ma troppo piccolo per essere visto al di là del muro, c’è il CALICANTO che chiama le api col profumo di paradiso dei suoi fiori. Anche lui è di origine cinese e l’esemplare del giardino è suo coetaneo.

Dalla strada che porta al centro storico di San Vito al Tagliamento, la via Anton Lazzaro Moro, alto come il campanile della chiesa un NOCE PECAN è ben visibile nonostante si trovi in un giardino interno. E’ originario dell’Illinois, importato in Italia nell’800. Ha bisogno di un clima più caldo per far maturare i frutti, ma è comunque di aspetto molto piacevole.

Nella stessa San Vito, il palazzo comunale, del ‘400 ha un parco con alberi ben sviluppati che arrivano fino al fossato intorno al centro storico, con un bellissimo ed insolito effetto. Tra loro un TIGLIO che potrebbe avere 300 anni.

 

olmo di Morsano

olmo di Morsano

 

Quando da Cordovado si prende la strada che va verso Udine, prima del Tagliamento si trova l’indicazione per Morsano. Svoltando in quel punto, occorrerà però prendere la strada che porta ad un gruppo di case vicine, dove c’è il Borgo dei Conti della Torre, nella frazione di Bolzano. Appena prima della villa si vede un grande OLMO di oltre 100 anni, una circonferenza del tronco di 5 metri ed un’altezza di circa 30. E’ uno dei pochi scampati allo sterminio della malattia grafiosi, portata da un coleottero arrivato dagli USA nell’ultima guerra, con le casse di munizioni. Quel tipo di albero, tra i più diffusi in Italia fino allora, è quasi scomparso, salvo pochi esemplari come questo. Intorno a lui c’è la tranquillità dei campi, circondati di fossi in cui cresce l’iris giallo, ottimo per disinquinare le acque.

Da San Vito al Tagliamento si arriva con facilità nel comune di Chions. Nella frazione di Sbrojavacca, su un lato si vede una torre antica ed una chiesetta, sull’altro una casa colonica. Appena prima, sulla sinistra si entra per una strada sterrata e poco più avanti, dopo un boschetto di pioppi da taglio, c’è una FARNIA circondata da una recinzione di legno. È un tipo di quercia dall’ottimo, robusto legno e dalle foglie a lobi.

Da San Vito al Tagliamento si arriva con facilità a Villotta dove, lungo la strada principale, a sinistra subito dopo il Municipio, una magnifica SOPHORA JAPONICA PENDULA che potrebbe avere 300 anni onora lo spazio davanti ai negozi. Sia in estate che in inverno, la bellezza di questo genere di albero lascia stupefatti, a causa dei rami che si contorcono e si accavallano come un viluppo di serpenti. In altri casi si dispongono come archetti che creano sempre effetti sorprendenti. Le foglie sono pennate, simili a quelle delle robinie ed i fiori bianchi e piccoli, ricchi di nettare, disposti in gruppi vaporosi, profumano gradevolmente il mese di Luglio. La Sophora non pendula è simile alla robinia, tranne nei fiori. Come lei è una leguminosa, che migliora i terreni in cui viene piantata e, come lei, era stata importata per la sua bellezza. La robinia, americana, lo fu nel ‘600 e la sophora a metà del ‘700. Entrambe erano state portate dapprima a Parigi, all’orto botanico del re di Francia.

A un chilometro circa da lei, a Villutta, vicino al cancello di una villa storica a 50 metri dalla strada principale, entrando da una strada laterale vicino al distributore di benzina, c’è una SOPHORA JAPONICA probabilmente coetanea della prima, ma della varietà non pendula e dunque molto più alta. Questa raggiunge i 2o mentri e una circonferenza del fusto di 5, rialzato dalla gran quantità di radici. A Luglio diventa bellissima con una gran quantità di fiorellini gialli.

A Nord di Pordenone, a Maniago, nel parco cittadino fra varie conifere c’è un PINO SILVESTRE di 150 anni, che porta la sua chioma leggera in cima ai suoi 30 metri di altezza, su un tronco della circonferenza di 3. Il tronco ed i rami si riconoscono per il colore arancio della corteccia a piccole scaglie.

Dalla bella Barcis, a 400 m.slm in riva ad un laghetto artificiale, proseguire verso Arcola per un chilometro circa fino a che, sulla destra, si vede un parcheggio. Proseguire a piedi per 300 metri fino a che, sulla sinistra, si trova una strada forestale asfaltata, che si può percorrere agevolmente. Dopo circa 3 km si trova Villa Emma, centro didattico. Imboccare la stradina sulla sinistra per un altro paio di chilometri, passando per una faggeta dove i TASSI crescono numerosi. In un punto dallo splendido paesaggio di montagne si troverà poi l’indicazione per il monte Medol, che bisognerà risalire fino in cima per un chilometro e mezzo, fino a che la stradina diventa un sentiero ripido. Pochi metri prima di quel punto, sulla sinistra in alto si vedrà un grande TASSO della probabile età di 500 anni. Dato che questi alberi crescono volentieri all’ombra di altri, si vedrà l’insolito spettacolo delle loro chiome scure sotto quelle luminose dei faggi. Di alcuni si vedrà che la corteccia è stata strappata. E’ opera di caprioli e cervi ai quali il veleno dell’albero non provoca danno.