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alberi monumentali del Trentino, provincia di Trento

by in Alberi Monumentali, Trentino Alto Adige
tiglio di Cavalese

tiglio di Cavalese

 

In questa regione, dal bellissimo paesaggio, far visita agli alberi monumentali è un’occasione per camminare a lungo in montagna, partendo di buon’ora al mattino per evitare di essere sorpresi da un temporale pomeridiano, sempre possibile. Sul passo Manghen, oltre i 2.000 metri in Val di Fiemme, tra Borgo Valsugana e Molina, ben tre alberi sono classificati fra quelli monumentali, segnalati con un cartello di legno.

Arrivati in vetta e parcheggiata l’auto nelle vicinanze del rifugio, si prende il sentiero 322 basso per raggiungere, dopo almeno 40 minuti un albero che, pur essendo morto da tempo, è stato lasciato come scultura naturale in un punto che pare fatto apposta per un monumento agli alberi. E’ l’Eterno, un PINO CEMBRO nato più di 1000 anni fa, di cui resta il tronco nudo e suggestivo.

Camminando per un’altra ora e mezza, lungo il sentiero 322 o quello che scende oltre il laghetto Buse per poi piegare a sinistra per altri 500 m si trova l’albero più grosso della Val di Fiemme, un magnifico CEMBRO di 800 anni ed un suo discendente, all’inizio di una ripidissima china. E’ il Re Leone, dalle enormi radici e dai vari rami grossi come tronchi che si alzano come braccia aperte. Altezza 20 metri e circonferenza al suolo oltre 7. Il bellissimo paesaggio dei Lagorai, ricco di rododendri, è un giardino degno di lui. Insieme al pino mugo è quello che si spinge più in alto in montagna, fino ai 2400 m oltre i quali cresce solo erba e poi più niente. Le sue pigne sono aperte solo dalla nocciolaia (uccello che si nutre di semi dopo averli tolti da gusci molto duri) che ne disperde i semi.

Tornati al punto di partenza e scendendo verso valle, lungo la strada si trova, sporgente, la torre di Pisa, altro CEMBRO monumentale di circa 300 anni dalle radici potenti ben in vista che rassicurano sulla sua stabilità. Il pino cembro qui è chiamato zirmo, mentre un altro nome italiano è cirmolo. Ha un legno tanto profumato da restarlo per moltissimi anni dopo essere stato usato per una scultura o un mobile.

 Per trovare un altro CIRMOLO straordinario occorre prevedere 2 ore e mezza di cammino all’andata e altrettante al ritorno. Si tratta del Zirmo dei Zochi alti (1800 m), dalla forma a candelabro, provocata dai morsi all’apice fatti dal bestiame quando l’albero è piccolo. Lui provvede allora a far incurvare uno o più rami laterali per rifare la punta. In questo caso, il previdente albero l’ha fatto con ben 13 rami. Ha vari secoli di età, una circonferenza al suolo di 5,50 m e un’altezza di 30. (Da Valfloriana salire in auto fino a Malga Sass e proseguire a piedi sul sentiero in quota verso i Prai delle Fior e successivamente lungo una strada boschiva che entra nella foresta demaniale dopo il rio Catarinello. L’albero è 100 m sotto il sentiero. 4 km a piedi).

Un altro albero a candelabro, molto bello, è un LARICE, sul confine tra la provincia di Trento e quella di Bolzano, fino ad Anterivo, a circa 1200 m di altezza. Da San Lugano, salire per 2,8 km in auto e, dopo il terzo tornante, lasciare l’auto su una piazzola. Proseguire a piedi per un chilometro, a sinistra, per una strada forestale pianeggiante. Il larice è una conifera caratteristica per la leggerezza della sua chioma, che lascia passare molta luce e permette dunque ai prati di crescere fino al suo tronco, contrariamente a quanto avviene con gli altri sempreverdi. Inoltre, in autunno perde gli aghi, che diventano di un bellissimo giallo dorato in molti toni. Questa sua previdenza gli permette di crescere fino alle altezze più elevate. Ha 200 anni, una circonferenza di 4,10 m.

platano di Mattarello

platano di Mattarello

 

A Cavalese, nel parco della pieve si trovano TIGLI molto antichi di cui il più grosso, di circa 7 metri di circonferenza, sono intorno ad un antico “banco de la reson” di pietra. Era il tavolo con i sedili concentrici, dove anticamente si riunivano i notabili per prendere importanti decisioni, sotto la protezione dei tigli, alberi sacri per i popoli nordici. Il tiglio è particolarmente profumato quando fiorisce a Maggio. I suoi fiori essiccati servono per deliziose tisane che curano gli spasmi delle malattie da raffreddamento ma anche del cattivo umore.

Vicino a Cavalese, nella località chiamata La cascata per la presenza di una molto bella, salendo per la strada bianca per circa 800 metri e poi deviando a sinistra (ci sono cartelli con indicazioni) si trova un ABETE ROSSO di 200 anni, dal tronco con circonferenza di circa 5 metri ed un’altezza di 30. E’ un albero molto diffuso nei boschi dell’Italia del Nord, soprattutto dopo i rimboschimenti successivi all’ultima guerra. La sua forma a cono lo rende caratteristico come le sue lunghe pigne pendule e color ruggine

Dove finisce l’abitato di Predazzo in direzione Moena, sopra la rotonda sale una strada sterrata, a sinistra. Dopo un’oretta di cammino si raggiunge, ben indicata da un cartello, la “regina del feudo”, un ABETE ROSSO di duecent’anni, alto trenta metri e col tronco dalla circonferenza di cinque. Contrariamente agli altri abeti che, di solito, hanno il tronco diritto e cilindrico, questo mostra rigonfiamenti e la torsione che gli è stata necessaria per adattarsi ai cambiamenti su una china ripidissima. La chioma tocca terra a valle ed è ridotta a monte, per lo stesso motivo.

Nel comune di Cembra si trovano degli alberi ultracentenari, potati a formare un ROCCOLO, vale a dire una straordinaria galleria vegetale usata fin dall’ottocento per catturare gli uccelli di passo per poi venderli al mercato. Oggi si catturano ancora ma per studiarli e subito rimetterli in libertà. E’ una visita molto suggestiva, soprattutto in autunno, al momento in cui i colori dei faggi diventano spettacolari e gli uccelli migrano passando di lì. Da Cembra si sale per una ripidissima strada per circa quattro chilometri fino a che si vede sulla sinistra una strada forestale sterrata con l’indicazione del rifugio Sauch. Dopo aver lasciato l’auto al parcheggio che si trova pochi metri più su, camminando tranquillamente per 40 minuti si arriverà a destinazione.

 Un ABETE BIANCO, piuttosto raro in questo ambiente, è il Maestro degli Avezi (abeti) così chiamato perché è il più grosso, circondato da altri che possono essere paragonati a degli allievi. Dall’abitato di Lago di Tesero si prosegue a piedi per 1,5 km su una strada forestale. Al secondo grande tornante si devia per poche decine di metri in piano. L’abete bianco è chiamato così perché sulla pagina inferiore delle sue foglioline, quasi aghi, ci sono linee bianche. E’ un albero molto resistente, anche al vento, grazie alla sua radice a fittone. I suoi rametti laterali sono rigidi e le sue pigne non cadono mai a terra, salvo incidenti, perché si sfaldano sui rami.

Un ABETE ROSSO, molto diffuso da queste parti, è il Rifugio, così chiamato perché ha una chioma così fitta da essere impenetrabile alla pioggia e costituire un buon rifugio per gli animali. Ha 150 anni, un’altezza di 26 e una circonferenza di 4,20. Si trova a 1.650 m di altezza e bisogna camminare a lungo per raggiungerlo. Superato il paese di Daiano e raggiunta la località Ganzaie, si continua a piedi su una strada forestale per 3,2 km, deviando nell’ultimo tratto per 450 m in corrispondenza di un tornante, Si trova lungo la ripida stradina. L’abete rosso ha questo nome perché i suoi rametti sono di color ruggine rossiccio. Ha radici superficiali che gli permettono di vivere bene su terreni sassosi, ma lo rendono poco resistente al vento. Ha pigne pendule che cadono a terra.

Poco dopo Lavarone, in direzione di Asiago, sulla destra una strada portava al più grande ABETE BIANCO italiano, di oltre 250 anni, 6 metri di circonferenza e 55 di altezza. Era l’Avez del Prinzep, così chiamato perché un podestà che chiamavano Prinzep aveva rifiutato di far abbattere l’albero per ricavarne legname, dicendo di non poter togliere al bosco il suo re. Nel 2017 il vento lo ha abbattuto.

In centro a Pergine, in mezzo ad una rotonda, da 150 anni un bellissimo PLATANO, perfettamente integro, resiste al traffico che costantemente gli ronza intorno. Il platano è fra gli alberi più grandi che abbiamo in Italia, facilmente riconoscibile anche per la corteccia chiara che si sfalda a chiazze e per le foglie palmate che in autunno diventano gialle ed arancioni.

Nel comune di Borgo Valsugana, a Malga Costa, appena si sale verso la zona a pagamento di Arte Sella, sulla destra, davanti alla casa di proprietà della famiglia Costa c’è una bellissima QUERCIA FARNIA di circa 300 anni. Altre sue compagne sono in condizioni meno felici, ma comunque con forme caratteristiche. Le querce sono fra gli alberi più robusti e longevi, che possono raggiungere i cinquecento e più anni. Sono caratteristiche le foglie lobate come nelle varietà chiamate ROVERE, ROVERELLA, CERRO, mentre le ghiande le hanno anche i sempreverdi LECCIO e  SUGHERA.

melo a Masi di Cavalese, via della chiesa, 48, della signora Carla Demarchi

melo a Masi di Cavalese, via della chiesa, 48, della signora Carla Demarchi

 

I tre alberi che segnalo qui di seguito si trovano in Valsugana, non lontano da Pergine. Il primo è il CASTAGNO di Maso Agnellini, la cui età probabile è 600 anni, la circonferenza circa 8 m e l’altezza circa 20. Il tronco si avvita su sé stesso e continua questo movimento nei due grossi rami in cui si divide. Vive a circa 700 m di altezza, vicino ad una casa, lungo una stradina sterrata in un bel bosco di noccioli e castagni, dove fioriscono gli auruncus silvestri, fiori che somigliano a quelli del castagno. Da Pergine andare verso Zevignaga (o Ganezza) e prima del ponte sul rio Rigolor, prendere la stradina a sinistra. Dopo 1,4 km si trova il bellissimo albero della varietà rossera.

Continuando lungo la stradina e svoltando poi a sinistra c’è il TIGLIO della mola, molto alto e nella cui cavità si dice che la notte risplendesse una tenue luce. Erano probabilmente dei funghi fosforescenti.

Per trovare il FAGGIO dei boci, di perfetta armonia (200 anni presunti, circonferenza m, 6,10, diametro chioma 30 m, altezza 30 m) occorre andare da Mala a Faida. Dopo il passo in località Capriolo, appena si entra nel bosco, svoltare a sinistra e proseguire fino a che si vede una casetta con le imposte rosse, sulla destra. Parcheggiare e scendere il sentiero a sinistra per poche decine di metri dove si trova un maso con il suo bell’albero. Il faggio era chiamato “la madre del bosco” perché di lui si utilizzava tutto. I suoi frutti, le faggiole, sono foraggio per animali ma se ne può fare olio o farina. Le foglie in passato servivano per imbottire i materassi, impermeabilizzare le pozze d’alpeggio, isolare il ghiaccio da conservare per l’estate. La cenere del legno che brucia dando grande calore è ottima per farne lisciva che lava i panni. Persino il fumo è eccellente per insaporire e conservare le carni. Il legno è ottimo per mobili.

In val di Non, celebre per l’intensiva produzione di mele, a Cles si possono vedere dei meli di circa 80 anni della qualità renetta, lungo la via Diaz in direzione sud. Appena le case si diradano, sulla destra si vede un frutteto con gli alberi che hanno solo i rami principali, a causa delle potature di quelli secondari, per sostenere meglio il peso dei frutti. Sempre a Cles, in un prato privato che si affaccia su una piazzetta di parcheggio vicino all’ospedale (via De Gasperi) c’è un NOCE ultracentenario con una gran chioma dai rami che si allargano già dal basso e un tronco di circa 3 metri di circonferenza.

Lungo la superstrada fra Rovereto e Trento, poco prima di raggiungere l’uscita per Mattarello, sulla sinistra si vede un PLATANO ORIENTALE di eccezionale bellezza. Per ammirarlo è bene chiedere ai proprietari della villa che si vede dietro di lui e che si raggiunge dalla statale. Questo tipo d’albero può diventare altissimo e vivere centinaia di anni. Ha grandi foglie palmate e frutti sferici duri che restano sui rami anche d’inverno.

Di fronte a Rovereto, sulla montagna sopra Villa Lagarina, c’è il bel laghetto di Cei. Salendo in quella direzione, sulla curva appena si oltrepassa Castellano si prende la stradina per Daiano e, subito dietro una fattoria , lungo la strada si trova un magnifico TIGLIO di circa 250 anni , la circonferenza del tronco di circa 6 metri, l’altezza di 25.

Sulla strada che porta a Telve di sopra, invece di andare verso l’abitato si continua diritti a si trova poco dopo a destra una stradina che sale alla frazione di Parise. Fra le ultime case, sulla sinistra c’è un sentiero che porta ad un grande prato con dei bei CASTAGNI tra cui uno di oltre 400 anni.

Salendo a Strigno e continuando per Bieno, al km 6 si può parcheggiare su uno slargo a sinistra, continuare a piedi per qualche metro e girare a sinistra per una stradina sterrata parallela per circa duecento metri. Si vedrà, dietro un bel maso, un TIGLIO SELVATICO di 130 anni fra i più belli e grandi che si possano immaginare e poco più su un ABETE DI DOUGLAS degno di essergli compagno, piantati quando è stata costruita la casa, nel 1870. Il tiglio è sempre stato un albero di buon augurio, considerato protettore delle casate e delle comunità perché benefico in tutto. Fiori, foglie, corteccia, legno e carbone sono curativi, oltre che utilizzabili per altri scopi. L’abete di Douglas è americano, importato in Europa per la sua bellezza e rendimento in legname. Somiglia in parte all’abete bianco, per le foglioline dalla pagina inferiore con linee bianche che gli danno un aspetto argentato. In parte, invece, assomiglia all’abete rosso, per i rametti e le pigne pendule. Queste, però, sono più corte. con le scaglie più grandi ed un ciuffetto che spunta fra una e l’altra.

A Trento, lungo l’argine sinistro dell’Adige, partendo dalla stazioncina della funivia, un viale di grossi PLATANI, con circonferenze dei tronchi che in molti casi è di 6 metri, arriva fino alla passerella che porta al nuovo museo di scienze naturali. Contrariamente al solito, il tronco non è maculato e liscio come i rami, ma rivestito di ruvida corteccia.

A nord di Riva del Garda, appena superato il semaforo alla fine di Pranzo, c’è una stradina dove, nel mezzo di un prato sulla destra si vede il grande CASTAGNO detto di Garibaldi, di 400 anni, con un fusto dalla circonferenza di circa 6 metri. Sotto di lui hanno sostato i garibaldini nel 1866. In questa zona i castagni, che crescono su terreni acidi, sono prosperi nonostante la generale basicità dei dintorni, perché quando si è svolto il disgelo dell’ultima glaciazione, l’acqua ha trasportato terreno proveniente da altre zone.

Da Trento in direzione di Riva del Garda, si passa da una zona molto bella dove i lecci sono numerosissimi, sulle pendici della montagna esposta a sud. A Castel Toblino, sullo sfondo color verde scuro delle loro chiome, risaltano i bei TASSODI, di cui tre femmine insieme vicine all’acqua, che a Novembre prendono un color fulvo molto intenso. I cosiddetti cipressi calvi, che in comune coi cipressi hanno solo l’aspetto del frutto legnoso, hanno la caratteristica di avere della radici inconsuete. Dato che sono originari delle paludi del Mississippi, per poter respirare nell’acqua fanno spuntare delle protuberanze verticali, alte fino ad un metro, che sembrano famigliole di nanetti. Qui sono molto più basse: si chiamano pneumatofori.

Poco più avanti, a Sarche c’era un enorme LECCIO pluricentenario, ormai morto.

Continuando verso Toblino, arrivati a Bolbeno si sale verso il santuario della madonna del lares. Arrivati al trivio dal quale, alla sinistra si raggiunge in pochi metri il santuario, si scende invece per la strada più a destra e, trovato uno slargo, si parcheggia. Si oltrepassa un ponte su un bel torrente e si salgono le poche decine di metri della strada fino alla vetta. Sulla destra si vede uno chalet di legno. Entrando in quella proprietà, si vedrà proprio davanti alla casa, un po’ più a valle, un FAGGIO enorme e perfetto nella sua forma a uovo. Se lo si vuole vedere con le sue foglie dorate, andarci verso metà Ottobre.

Nella bellissima Arco c’è il parco arciducale, realizzato nel 1872 intorno alla villa dove l’arciduca d’Austria passava l’inverno. Gli alberi, in gran parte sempreverdi, sono di varia provenienza. Molti crescono abitualmente in climi più caldi ma, dato che Arco è privilegiata dalla sua vicinanza al lago di Garda, se ne è voluta dare dimostrazione con la vegetazione. Di particolare bellezza è un CIPRESSO DI LAWSON dai sette grandi tronchi derivati da quello principale, in modo da formare già a terra un gigantesco candelabro. Questo tipo di cipresso americano ha galbuli (i frutti legnosi) minuscoli e le sue foglioline simili a quelle dei nostri cipressi, se stropicciate profumano di prezzemolo.

Sul lago di Garda, vicino ad Arco si trova Torbole dove il clima mite ha consentito lo sviluppo di alberi tipicamente mediterranei come olivi, cipressi e lecci. Gli OLIVI intorno alla chiesa di Sant’Andrea hanno età e dimensioni ragguardevoli, oltre a forme molto interessanti.