La straordinaria autonomia delle piante

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opera di Sandro Bolpagni nel Giardino Heller a Gardone Riviera (BS)

 

Le piante sono gli esseri viventi a cui tutti noi umani e animali siamo maggiormente debitori mentre loro, senza il nostro intervento sanno trovare la sistemazione più opportuna perché non pesano sulle altre forme di vita, grazie ad una straordinaria autonomia.

Il primo passo nel constatarla era stato fatto nel seicento, quando il chimico e filosofo belga Jan Baptista Van Helmont, aveva messo in un grande vaso un salice, limitandosi ad annaffiarlo per cinque anni, durante i quali la pianta era aumentata di settantacinque chili di peso, mentre alla terra che la sosteneva mancavano solamente sessanta grammi. Era ormai chiaro che i vegetali, per nutrirsi non consumano affatto il suolo, come si era creduto fino ad allora ma, attraverso le foglie, ricavano dall’aria le sostanze necessarie, (principalmente anidride carbonica) che diluiscono nell’acqua succhiata dalle radici coi suoi minerali, trasformandola in dolce linfa, che corrisponde al nostro sangue.

C’erano voluti quasi altri cent’anni per scoprire che le piante rigenerano l’atmosfera, quando il britannico Joseph Priestly, dopo aver consumato l’ossigeno di una campana di vetro con la fiamma di una candela, fino allo spegnimento, vi aveva messo una pianta. Dopo qualche tempo, tolta la pianta e inserita di nuovo la candela accesa, questa aveva trovato di che ardere, con ciò che le foglie avevano appena prodotto.

 

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Quanto all’acqua, le piante sono in grado di utilizzare sempre la stessa per lungo tempo ed è stato provato dal medico inglese Nathaniel Bagshow Ward che nell’ottocento abitava a Londra, allora molto inquinata da ciminiere e fornaci. Volendo far fare in santa pace a un bruco la propria trasformazione in farfalla, senza essere avvelenato dai veleni dell’aria, aveva messo la crisalide su un po’ di terra con della muffa, per mantenere la necessaria umidità, dentro un vaso di vetro che poi aveva sigillato. Dopo giorni, aveva avuto la sorpresa di vedervi nate una piccola felce e un filo d’erba. Così si era accorto che di giorno l’umidità evaporava condensandosi sul vetro, per ricadere poi col fresco della notte. Allora aveva messo della terra leggermente umida in una cassetta coperta da vetro poi sigillata, dentro cui dei semi erano germogliati e cresciuti fino a diventare belle pianticelle, senza altre aggiunte. Il medico, che conosceva le fatiche degli esploratori botanici per far arrivare intatti con lunghi viaggi via mare, i semi e le piante trovati in paesi lontani, aveva divulgato la sua scoperta in un libro nel 1842, mettendo a disposizione di tutti i botanici uno strumento preziosissimo. Infatti, dopo tante fatiche per trovare i campioni, gli esploratori li dovevano spedire o portare con sé sul ponte di una nave dove la salsedine, il vento, la mancanza d’acqua, il freddo e il caldo eccessivi e altri accidenti, spesso li danneggiavano o distruggevano. In cassette simili potevano invece resistere per moltissimo tempo, riutilizzando continuamente la stessa acqua, emettendo l’anidride carbonica necessaria alla produzione della linfa con il loro respiro e generando l’ossigeno indispensabile alla vita con gli scarti della fotosintesi. Bastava solo che ci fosse la luce del giorno.

 

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cassetta di ward – foto da www.jackwallington.com

 

Questa straordinaria autonomia renderà possibili persino i lunghi viaggi spaziali umani, con la produzione di frutta e verdure fresche grazie alla rigenerazione dell’umidità e degli scarti. Ma intanto le piante, se fossero aiutate invece di essere ostacolate continuamente sulla nostra terra, potrebbero renderla più vivibile riducendo i tanti danni che noi facciamo e mantenendola sempre più bella.

 

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