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Gli alberi della libertà

by in Arte e cultura, Piante

il platano monumentale di Breno (BS) – albero della libertà

 

A partire dalla rivoluzione francese, gli alberi detti “della libertà” venivano piantati ovunque arrivassero le libertà repubblicane del passato. Anche in Italia erano stati messi a dimora in molte città e poi sradicati dagli avversari politici, dall’incuria, dal maltempo. E’ naturale attribuire agli alberi la sensazione di libertà perché nonostante rimangano fissi nello stesso luogo si innalzano molto al di sopra del terreno come guardando lontano, accolgono e proteggono gli altri esseri viventi e affrontano le avversità, riprendendosi da tanti attacchi e continuando ad irradiare speranza con le foglie, i fiori, i frutti che immancabilmente rinnovano. Dei tanti che abbiamo avuto ne sopravvivono alcuni di cui uno a Montepaone, in provincia di Catanzaro, dove nel 1799 aveva rappresentato la fine del dominio borbonico. Lo stesso anno era stato messo a dimora quello di Campodimele, in provincia di Latina che nonostante sia stato molto ridotto nelle dimensioni, è ancora vivo e sembra un albero delle favole. Anche a Putignano, in provincia di Bari resiste un altro glorioso esemplare. Tutti e tre sono olmi, un genere diffusissimo in passato in tutt’Europa e poi quasi completamente sterminato dalla malattia della grafiosi. Un tiglio nello stesso anno era stato piantato a Montanera in provincia di Cuneo, dove si spera rappresenti ancora a lungo la libertà. A Breno, in provincia di Brescia c’è ancora ben vivo un grande platano che ha avuto questa funzione, da quando nel 1797, Napoleone è arrivato in val Camonica. I platani, molto amati dagli antichi romani per la loro maestosità, longevità e resistenza, erano prediletti anche da Napoleone.

 

Olmo monumentale a Campodimele (LT) – albero della libertà

 

In Francia come alberi della libertà erano stati scelti inizialmente i pioppi, perché il loro nome in francese -peuplier- deriva da -peuple- che significa popolo, come il termine latino del nome scientifico che è -populus-. I pioppi però sono inadatti alle città perché hanno bisogno di molta acqua, sono poco longevi e poco robusti, come succede a quelli che crescono in fretta quanto loro. In compenso diventano molto alti.

Prima dei veri alberi, quelli chiamati alberi della libertà durante la rivoluzione francese erano pali che portavano in cima il berretto frigio e delle bandiere. Il berretto frigio dal VI al II secolo a.C. era stato dapprima il copricapo dei sacerdoti del sole (il dio Mitra), poi dei soldati persiani, attraverso i quali era arrivato a Roma. Qui veniva donato agli schiavi dai padroni che restituivano loro i diritti sulla propria vita e da allora è diventato emblema di libertà. Dalla rivoluzione francese in poi è stato usato e rappresentato con questo significato e compare tuttora in molti stemmi importanti del mondo intero.

 

attis col berretto frigio – foto da wikipedia

 

L’albero è da sempre simbolo di vita e speranza, espresse ampiamente negli antichi riti pagani e presenti nella tradizione natalizia. Torna ad essere festeggiato a maggio, quando ogni ramo è carico di foglie e si pianta il cosiddetto albero della cuccagna, rappresentato da un palo con ogni sorta di generi alimentari sulla cima, da conquistare arrampicandosi. Si drizzava nelle piazze principali dei paesi per il calendimaggio, la festa che durava dal 29 aprile al 1 maggio, mentre da anni si evita di farla coincidere con quella dei lavoratori. Gli alberi della cuccagna compaiono in diversi periodi dell’anno per le più diverse occasioni e come manifestazioni sportive.