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Museo dello Spluga (MUVIS) a Campodolcino (SO)

by in Musei della natura e dell'uomo
montagne a Campodolcino, verso lo Spluga

Campodolcino, verso lo Spluga

 

E’ l’aria calda dell’estate o la neve dell’inverno a spingere la gente verso le montagne, dove un tempo si saliva solo per necessità: i pastori per l’alpeggio, i cavatori per estrarre pietre con cui costruire ponti e case, o rivestire i tetti, i boscaioli per tagliare gli alberi che poi portavano a valle facendoli fluitare nei fiumi. Per escursioni e sport non ci andava nessuno o quasi, fino agli ultimi decenni del settecento, quando i primi scalatori e poi gli sciatori hanno diffuso la passione per le sfide e la contemplazione della natura. A metà ottocento si era ormai stabilito anche in Italia dall’oltralpe il gusto per la bellezza selvaggia delle montagne e dei boschi. Così, dal passo dello Spluga che collegava l’Italia alla Svizzera portando posta, merci e passeggeri, hanno transitato ben più spesso di prima i pittori, i poeti e tutti quelli che desideravano bellezza, oltre che aria buona e acque curative come quelle di Madesimo.

 

biancheria realizzata dalle donne in armadio d'epoca

biancheria realizzata dalle donne in armadio d’epoca

 

Il Museo dello Spluga MUVIS conserva nelle sue stanze gli oggetti che è stato possibile salvare dal passato di chi ha abitato queste montagne, per comprenderne un poco la natura. I cilindri per la distillazione della grappa che ci sono nel seminterrato ricordano l’attività dei tanti che la producevano, utilizzando le vinacce acquistate dai viticoltori di fondovalle. Erano grappe di ottima qualità, come lo erano le birre di Chiavenna, di cui una portava il nome Spluga, come il passo verso la Svizzera. Altri oggetti ricordano le attività dei cavatori, dei boscaioli, dei postiglioni, dei contadini. Man mano che si sale verso i piani alti, pavimentati con pietra e legno locale, si raggiungono le sale dedicate agli sport invernali, dove ci sono sci e pattini da ghiaccio, slitte e un bob a quattro in legno. Di tavole d’abete rosso sono le pareti della prima stua, la stanza interamente foderata di legno che avevano molte case di montagna per proteggere dal freddo invernale. A seconda del tipo di legname più disponibile, nelle zone alpine se ne utilizzavano di vari tipi. Nel museo il rivestimento delle stue è stato preso da case diverse, così come i mobili, gli oggetti e la biancheria ricamata dalle donne quando alla fine dell’ottocento l’edificio che adesso è museo, è stato sede di una scuola creata da san Luigi Guanella, originario della frazione Fraciscio, di Campodolcino, per insegnare loro a ricamare e a fare i pizzi al tombolo, conosciuti come pizzi di Cantù (CO).

 

carden settecentesco trasferito nel museo

carden settecentesco trasferito nel museo

 

 

C’è anche una sala dedicata a don Guanella, che aveva studiato le proprietà curative delle erbe, utili alle sue attività a sostegno dei più bisognosi, creando istituzioni per aiutarli, offrendo loro la possibilità di un’istruzione e una formazione professionale che li rendesse autosufficienti. E’ molto bella anche la ricostruzione della cucina in muratura, con l’acquaio di pietra. All’ultimo piano c’è una tipica baita di montagna in legno di castagno, col tetto coperto da piote (lastre di pietra): il carden, costruito incastrando i tronchi sovrapposti. E’ del settecento, rimontato per mostrare questo tipo di abile costruzione simile a quella dei Walser, popolazione di origine svizzera che si è sparsa in vari punti delle Alpi. Nel sottotetto ci sono i diorami con gli animali tipici di queste zone.

Dal museo si possono avere le indicazioni per escursioni tematiche come la via delle cascate, delle acque, dei carden, dei mestieri, delle cave e persino dei santi.

Il sito del museo è www.museoviaspluga.it

Arrivando a Campodolcino si vedrà un bellissimo acero di monte e nella provincia si potranno vedere vari alberi monumentali

Altri musei interessanti sono a Chiavenna, come il mulino Bottonera e l’orto botanico Paradiso