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Le canzoni di Jacques Brel in italiano

by 26 maggio 2019

 

 

l’isola di Hiva Hoa in Polinesia, dove Jacques Brel ha passato gli utimi anni della sua vita ed è sepolto, facendo compagnia a Paul Gauguin – foto di Rita Willaert su dxnews.com

Forse i più giovani non conoscono quello straordinario cantautore di lingua francese e origini belghe Jacques Brel che, parallelamente a Georges Brassens, dagli anni cinquanta ai settanta ha scritto e interpretato canzoni di insuperabile poesia su temi originali e profondi. I nostri migliori cantanti vi si sono ispirati per le proprie creazioni e hanno cantato la versione italiana delle più celebri. Fabrizio de André deve molto ai due artisti, anche se ha cantato solo Brassens. Invece Gino Paoli, Franco Battiato, Herbert Pagani, Giorgio Gaber, Bruno Lauzi, Ornella Vanoni, Patty Pravo e altri hanno alcuni dei pezzi più significativi di Jacques Brel, nel loro repertorio. Nel programma “L’idealista” di Radio Tre sono state recentemente proposte le interpretazioni dei primi cinque artisti citati più sopra, che hanno ottenuto risultati ragguardevoli, permettendo a chi non conosce l’opera di Brel, di comprenderne lo spirito anche quando i testi non sono fedeli nella lettera. E’ il caso di Herbert Pagani che al posto di “Le plat Pays” (il Paese piatto) ha cantato “Lombardia”, che a noi italiani, nella Pianura Padana in inverno può ricordare il Belgio di Brel, celebrato magnificamente. Ci ha dato così una canzone che parla di una nostra regione in modo ben diverso da quello più folclorico a cui di solito appartiene questo genere.

Potrete ascoltare in streaming o scaricandone il podcast a questo indirizzo https://www.raiplayradio.it/programmi/lidealista/archivio/puntate le cinque belle interpretazioni che spero vi diano il desiderio di conoscerle in originale. Per saperne di più su Jacques Brel e su Georges Brassens, il primo pieno di passione e il secondo, maestro di sottigliezza, potete leggere rispettivamente l’articolo Jacques Brel, l’intensità e Georges Brassens alle donne e alla natura.

 

Nomi e storie che aiutano a capire

by 15 maggio 2019

acanto fiori e foglie

 

I nomi di persone, animali, piante sono ormai astratti, lontani dalle loro origini che aiutavano a capirne il significato attraverso la conoscenza dei miti di religioni passate o ancora attuali, al loro riguardo. Ci possono piacere oppure no, ma le sensazioni e le emozioni, che pure sono fra i percorsi per avvicinarci a qualcosa o qualcuno, sono di scarsa utilità per quanto riguarda la comprensione. Comprendere guida il comportarsi, fa parte di quell’amore che si costruisce, alla fine dell’ebbrezza dell’innamoramento. E’ qualcosa di consapevole, di maturo, di evoluto, che ha bisogno della conoscenza per farsi.

Pochi di noi conoscono il latino o il greco antico, da cui derivano molte parole e nomi con cui sono indicate le piante e che ci danno su di loro informazioni fondamentali. Occorre quindi sapere le storie che gli antichi hanno inventato per spiegarne le caratteristiche.

L’acanto, da Akanthòs, spina, è una pianta che fiorisce a maggio, nota per le sue bellissime, grandi foglie dalle punte acuminate, prese a modello decorativo per i capitelli corinzi delle colonne, era una ninfa amata da Apollo, dio del sole, che non era corrisposto e aveva allora cercato di rapirla. Lei si era difesa graffiandolo e lui l’aveva trasformata in un fiore dalle foglie puntute, che rifugge il sole diretto, privilegiando luoghi ombreggiati e freschi.

Alla corte di Chloris, dea della primavera e dei fiori che noi conosciamo come Flora, viveva una ninfa di cui si erano innamorati i venti Zefiro e Tramontana. La dea, gelosa, aveva allora trasformato la bella nell’anemone, che inizia la sua fioritura nel mese tradizionalmente ventoso di Marzo. Il suo nome era Anemòs, che significa vento.

 

Narcissus poeticus – foto da Wikipedia di Daniel Pandelea

 

Figlio della ninfa Lirio e del dio fluviale Cefiso, il bellissimo Narciso di cui tutti si innamoravano senza mai essere corrisposti, era così insensibile da provocare la disperazione e la morte. Eros, dio dell’amore, per punirlo l’aveva condannato ad innamorarsi a sua volta di chi non l’avrebbe mai contraccambiato, cioè della sua immagine riflessa nell’acqua. A sua volta si era dunque ucciso per il dolore, annegandosi. Il suo nome Narkao, significa che produce stordimento, perché fiori di certi narcisi hanno un profumo forte e stordente, come l’innamoramento. I bulbi e le foglie sono velenose e mortifere.

La centaurea ha preso preso il nome dal centauro (in greco kéntavros) Chirone, mezzo uomo e mezzo cavallo, profeta, sapiente ed esperto guaritore che, colpito al piede da una freccia avvelenata, si era curato col succo della pianta.

 

frutti di edera

 

Al dio Dioniso, rappresentato a volte con corone d’edera in testa, erano dedicati culti in cui l’ebbrezza portava ai comportamenti più sfrenati e pericolosi. Temendo che l’amico Kissòs (che significa edera) si uccidesse nelle sue spericolate acrobazie durante i riti, l’aveva trasformato nella pianta simbolo di attaccamento e fedeltà e da sempre ritenuta efficace contro l’ebbrezza. E’ velenosa, seppure terapeutica per vari disturbi.

Impollinatori misconosciuti

by 7 maggio 2019

ape legnaiola – foto da Wikipedia di Vassil

Api, bombi e farfalle sono solo i più celebri impollinatori di piante, ma tanti altri insetti fanno la stessa cosa, senza essere conosciuti. Prima di tutto ci sono le api solitarie come le legnaiole, di colore nero e piuttosto grandi, che hanno rapporti privilegiati con certe piante come l’acanto. Noto per le sue belle foglie, che hanno ispirato la decorazione dei capitelli corinzi sulle antiche colonne greche, non gradisce le api domestiche e le scoraggia mettendo all’ingresso del suo calice una finta ape fatta con le antere disposte strategicamente. Bellissime api selvatiche iridescenti chiamate Euglosse sono le uniche ad avere la forza di sollevare il coperchio con cui il noce del Brasile chiude i suoi fiori. Hanno la particolarità di accoppiarsi solo coi maschi che si profumano raschiando gli oli aromatici di certe orchidee.

La minuscola vespa Blastophaga psenes feconda in esclusiva i fiori del fico, dentro quelli che in molti credono essere i frutti e sono invece gruppi di fiori maschili e femminili racchiusi all’interno di un sacchetto verde o viola. Anche gli altri tipi di ficus nel mondo hanno impollinatori esclusivi che alloggiano nei siconi.

 

minuscole Blastophaga psenes dentro un fico – foto da Bladmineerders.nl

 

Esclusivo è anche l’insetto che feconda le orchidee della vaniglia e vive solo nel Messico di cui è endemico.

In America latina vari fiori attraggono i colibrì, come avviene con l’Heliconia tortuosa, che rende più attivo il proprio polline quando riconosce la vicinanza dei colibrì dal becco ricurvo, meglio attrezzati per la fecondazione.

In Sudafrica i fiori del genere melastoma hanno finte antere per gli impollinatori indesiderati che se ne devono andare senza aver avuto alcunché. Solo quando le piante riconoscono le vibrazioni specifiche di un certo tipo di ape, aprono l’accesso al proprio calice. La strelizia, elegantissimo fiore dell’Africa australe che sembra lui stesso un uccello, è visitato dalla nettarina,  simile al colibrì. I coleotteri impollinano i fiori molto grandi e a coppa, come quelli della Magnolia grandiflora, del liriodendro, della ninfea, del loto.

 

sirfide

 

Tanti fiori sono visitati dai sirfidi, insetti innocui di cui una parte somiglia alle api per far credere di avere il pungiglione e sfuggire ai predatori, ma noi possiamo riconoscerle per i grandi occhi simili a quelli delle mosche, mentre le api li hanno più piccoli e laterali. Hanno anche due sole ali invece di quattro, sanno restare sospesi in aria, spostarsi lateralmente o i semicerchio prima di posarsi sui fiori. Sono insetti da apprezzare anche perché quando hanno ancora la forma di larve, mangiano gli afidi che infestano le piante.

Le vespe e i calabroni sono impollinatori occasionali e le mosche lo sono senza volerlo, per fiori puzzolenti come il gigaro, perché quando il suo spadice è pronto, spande il pessimo odore aumentando la propria temperatura. Così fa credere a mosche e mosconi di poter deporre le uova su una sostanza putrescente con cui nutrirsi alla nascita. In Indonesia il fiore gigantesco dell’Amorphophallus titanus e quello della Rafllesia arnoldii, entrambi bellissimi, attirano con lo stesso metodo gli estimatori di ripugnanti puzze. In Sudafrica lo fa la bella Staphelia gigantea.

 

Macgravia evenia, con le foglie sopra i fiori incavate per fungere da parabole – foto da National Geographic

 

Nelle zone più secche dell’Africa, gli effimeri fiori con la testa all’ingiù del baobab e di altre piante che aprono le corolle di notte per evitare la veemenza del sole, devono la trasformazione in frutti ai pipistrelli. Per vari cactus vale la stessa cosa. Ci sono poi piante che aiutano i pipistrelli a trovare i loro fiori, come è il caso della pianta cubana Marcgravia evenia, che dà alle foglie vicino ai fiori una curvatura come quella delle parabole, in modo che gli ultrasuoni con cui i pipistrelli si orientano nel buio vi rimbalzino meglio e indichino con precisione il punto da raggiungere.

Ci sono poi piccoli roditori, scimmie, lemuri, opossum, scoiattoli, lucertole e persino chiocciole che avviano la trasformazione dei fiori in frutti. Il sistema biodiverso, complesso, con effetti a catena su tutte le specie, di cui poco ci accorgiamo, è indispensabile al mantenimento di ciò che dà qualità all’esistenza. Impariamo ad essere delicati e attenti alla complessità.

Corbezzolo, campione tricolore di Como

by 1 maggio 2019

Il corbezzolo di Como

 

Lungo la passeggiata che dall’aerodromo di Como porta verso villa Olmo, vicinissima alla recinzione di una delle ville storiche si vede un bel corbezzolo, facilmente riconoscibile dalla corteccia rossa dei suoi fusti multipli e dalle foglie seghettate sempreverdi. Non è molto grande ma merita di essere considerato notevole perché è un arbusto come l’alloro, l’agrifoglio, il corniolo, il biancospino, il sambuco, il mirto, il ginepro, l’arancio, piccoli per natura. Il corbezzolo cresce spontaneamente nei climi mediterranei e in Italia dalla Toscana e Sardegna in giù, oppure in Liguria, in luoghi aridi dove è facile che ci siano incendi. A questo proposito le sue qualità si fanno davvero sorprendenti perché anche se brucia, contrariamente ad altre piante riesce a rigenerarsi velocemente per mezzo di ciò che nasconde sotto terra, alla base del fusto: un tubero legnoso dove immagazzina le proprie riserve energetiche, che conosciamo come radica. E’ fatta di legno marezzato molto bello e dal buon aroma, usato per fare pipe di qualità. E’ un capitale di sostanze utili per i germogli dormienti pronti a spuntare subito, nutrendosi di quelle provviste per il tempo necessario a formare le foglie che compiono la fotosintesi. Così, un terreno dove vivono i corbezzoli si riprende ben presto dal disastro e ritrova vita con i suoi bei fiori bianchi di campanule simili a mughetti, che si trasformano in frutti tondi, rossi, delle dimensioni di grosse ciliegie ma dalla tenera buccia ruvida. A dicembre, mentre molti alberi sono in letargo, loro sfidano il freddo e mantengono le foglie sempreverdi con fiori e frutti contemporaneamente, come succede agli aranci.

 

Il corbezzolo di Como nel giardino affacciato sul lago

 

L’amaro tannino che scorre in abbondanza dalle foglie alle radici, per difendersi dagli insetti e curativo per noi, rende inconfondibile il miele bianco e sodo, delle api che se ne nutrono. Il nome scientifico Arbutus unedo gli era stato dato al’incirca duemila anni fa da Plinio il Vecchio, il grande studioso di botanica, filosofo, scrittore e militare nato a Como.  Ma il corbezzolo, in passato ritenuto magico, ha anche un’altra caratteristica rara: ospita una farfalla, la Charaxes jasus, che si nutre del succo dei suoi frutti e depone le uova sotto le sue foglie perché se ne nutrano i bruchi appena nati. Di solito farfalle e falene frequentano alberi diversi prima di mettere le ali, ma non quelle del bel corbezzolo, considerato simbolo dell’Italia per il tricolore che rappresenta con le foglie sempreverdi, i fiori bianchi e i frutti rossi che in inverno lo ornano nello stesso periodo. E’ parente dell’erica dalla radice a tubero legnoso per gli stessi scopi, come la quercia da sughero, che si difende dal fuoco con la corteccia spessa e isolante allo stesso modo della sequoia sempreverde. E da sotto terra rispuntano con l’aiuto della radica certi eucalipti, il canforo e altri campioni nel mondo.

 

Un altro articolo sul corbezzolo è qui

Strumenti musicali dalle piante

by 24 aprile 2019

arpa del Madagascar fatta di bambù gigante chiamata valiha – foto da Pich et Boch

 

Il flauto semplice e il flauto di Pan, che sono fra gli strumenti musicali più antichi europei erano realizzati con i fusti cavi della canna palustre Arundo donax o con il bambù. Antic,o tradizionale e ancora usato nelle montagne svizzere per comunicare a distanza è il corno alpino, che si scava nel legno di abete o di larice, mentre le piccole nacchere popolari nell’Italia del sud, adesso fatte di legno duro, in origine erano gusci di noci uniti da un filo di lana.

In America centro-meridionale, ma anche in Africa, c’è lo strumento che nell’antichità si usava per i riti propiziatori della pioggia, ricavato da uno dei bracci del cactus a candelabro conosciuto come saguaro o cactus capado, che cresce nelle zone desertiche. Una volta disseccato si conficcavano verso l’interno le sue stesse spine, si inserivano pietruzze o conchiglie e lo si sigillava, per poi agitarlo in modo da evocare lo scrosciare dell’acqua. Adesso è fatto anche con la zucca lagenaria e tanti altri materiali.

 

saguaro, da cui si ricava il bastone della pioggia – foto da Cactus lovers

 

Le maracas che si scuotono sono fatte con zucche legnose di Lagenaria siceriana seccate, dentro cui si mettono semi, pietruzze o altro. Il chegueré che si agita è fatto con la zucca lagenaria più larga e rivestita di una rete di perline colorate mentre il guiro utilizza lo stesso frutto legnoso con incise profonde tacche su cui si fa scorrere un bastoncino di legno.

La clave, che serve a scandire il ritmo in America latina battendo uno sull’altro due corti bastoni di legno molto duro, utilizza spesso quello di Guayacum officinale, detto guayacàn.

In Brasile si usa ancora un curioso strumento di origine africana, importato dagli schiavi, che si chiama caxixi ed è simile a una campana di vimini con un manico, chiusa in basso dal legno di zucca Lagenaria, con semi o conchiglie all’interno. Si tiene un caxixi in ogni mano e si scuote durante la capoeira o per musiche tradizionali quanto moderne.

Le stesse origini africane sono riconosciute nell’arco fatto col legno di un albero da frutto tropicale, la Rollinia mucosa detta berimbau, che in fondo ha una zucca lagenaria.

 

water drum – foto da Jamtown

 

In Africa la calebasse, grossa zucca che cresce anche direttamente sui tronchi dell’albero Crescentia cuijete, serve da cassa di risonanza per l’arpa luito chiamata kora, per lo xilofono simile alla marimba, con i listelli in palissandro, e per il tamburo d’acqua meglio noto come water drum.

Lo strumento a fiato più celebre dell’Australia, il dijeridoo, è fatto con un ramo di eucalipto ben diritto e lungo fino a due metri e mezzo, svuotato all’interno dalle termiti.

L’arpa del Madagascar, la valiha, è fatta invece con un fusto di bambù gigante Phyllostachis edulis, che cresce anche di un metro al giorno, fino a raggiungere in due mesi i venticinque metri di altezza e poi fermarsi.

Il corpo degli strumenti europei si costruisce con legni stagionati fino a 15 anni, in gran parte di abete rosso della val di Fiemme, di acero dei Balcani e di tiglio, ideali nell’esaltare il suono. Per le parti accessorie si sono aggiunti legni più duri di alberi nostrani come il bosso, il frassino, il noce o esotici come l’ebano, il palissandro, il legno serpente.

 

Crescentia cuijete o calebassier – foto da Wikipedia

 

 

Piante per navigare e mangiare, vestirci e assicurarci

by 17 aprile 2019

foto da Avvenire.it

Le reti da pesca, che oggi sono fatte di nylon, fino a non molto tempo fa erano realizzate in parte con un tipo di erba marina, la Ampelodesmus mauritanicus Poiret detta Tagliamani o Saracco, che cresce nel Mediterraneo fino alle coste africane, come è intuibile dal nome. E’ alta fino a un metro, molto robusta e affilata, con fibre che un tempo erano utilizzate anche per cordami, stuoie, legacci e tessuti. Leggere e resistenti alla salsedine, morbide e maneggevoli, assorbono l’acqua e dunque affondano opportunamente come devono fare le reti. Per reti e cordami era usata anche la canapa Cannabis sativa, coltivata ovunque, la fibra di Cocco Cocos nucifera, la Manilla Musa textilis e il Sisal Agave sisalana, ma anche il lino Linum usatissimum. In Cina, dove la seta inizialmente usata per l’abbigliamento degli imperatori, era diventata di uso comune, anche le reti da pesca potevano essere fatte con questa fibra animale.

Con la corteccia di pino macinata si conciavano le reti in modo da renderle più resistenti e scure, dunque meno visibili in acqua. Per rendere impermeabili le vele e certi indumenti dei marinai, si usava impregnarle con olio di lino cotto, che serve anche per proteggere il legno.

 

Cannabis – foto da Wired.it di Ezra Fieser/Bloomberg

 

Per quanto riguarda le vele, una tela robusta che si usava era quella chiamata olona, molto fitta e dunque pesante e resistente, di canapa o di cotone. La prima è sempre stata una fibra molto diffusa ovunque, mentre il secondo ha cominciato ad essere prodotto in grande quantità solo dal cinquecento in poi, anche se in Sicilia era stato introdotto già intorno all’anno mille dai saraceni. Il cotone può essere una pianta alta fino a un metro e mezzo, ma esiste anche come albero. Inoltre, il colore della fibra al naturale può essere bianco oppure arancione e rossastro. Era usato per il tessuto caratteristico dell’India, molto indicato per il clima caldo di quel Paese, dato che trattiene poco il calore corporeo. Del resto, le condizioni ideali per la sua crescita sono una grande umidità nei primi mesi di vita e un notevole calore secco nel periodo di maturazione. Il cotone fa un bel fiore a calice e nel suo frutto si trovano i semi avvolti in fitti filamenti che vengono tessuti senza dover subire la macerazione della canapa e del lino o l’immersione in acqua calda necessaria alla seta.

 

Agave sislana – foto da Wikipedia di Marco Schmidt

 

La canapa deriva invece dal fusto di una grande pianta erbacea odorosa, alta anche cinque metri che, dopo essere stata tagliata, deve macerare in acqua per alcuni giorni in modo da far marcire le parti verdi e lasciare le fibre da tessere. Questo spande nell’aria una puzza forte e sgradevole. La canapa ha molte qualità anche alimentari nei semi, mentre come fibra è sempre servita per i tessuti di ogni tipo, dunque anche per le vele, per le amache e i sacchi dei marinai e i cordami. Per il calafataggio delle navi si usava la stoppa, ottenuta sempre dalla canapa, che ancora oggi viene usata dagli idraulici per evitare sgocciolamenti nelle giunzioni dei tubi. Le carte geografiche, le mappe di navigazione, le bandiere, i giornali di bordo, le bibbie, in passato erano fatte di carta ottenuta dalla robusta canapa. La Cannabis sativa ha come varietà la Cannabis indica di cui la resina e le infiorescenze femminili contengono cannabinoidi in quantità molto maggiore dell’altra, per quella che in Messico era chiamata marijuana e nei Paesi arabi hashish, usata nel mondo da sempre come medicinale e nei riti religiosi. E’ stata una delle piante più largamente coltivate per la sua adattabilità ai terreni e ai climi più diversi, oltre che per la sua grande utilità. Questa pianta dai moltissimi impieghi è stata recentemente riabilitata, dopo le calunnie che l’hanno fatta eliminare sfruttando la sua stretta relazione con la varietà adesso ammessa di nuovo anche in Italia per le sue qualità lenitive del dolore. Questo pretesto era servito per sopprimerla come concorrente dei derivati dal petrolio che è in grado di sostituire tanto come combustibile che come materiale versatile al pari della plastica e con semi eccellenti per uso alimentare di alto livello. Henry Ford negli anni trenta del novecento aveva ideato un’auto con la carrozzeria di canapa per il sessanta per cento e il motore funzionante a etanolo di canapa, che non è mai arrivata sul mercato perché contrastata dai magnati del petrolio americani.

 

Un articolo sul cotone si trova qui