I miei articoli

Il rispetto

by 17 luglio 2019

 

L’aggressività e la maleducazione che tendono agguati anche nei posti dove meno ci aspetteremmo di trovarli, sono l’alito cattivo provocato dalla mancanza di un sentimento frainteso, qual’è il rispetto, il riguardo verso persone, animali e cose. Il valore che alimenta la considerazione per qualcuno o qualcosa, germoglia dove c’è sensibilità e senso delle proporzioni, oltre ad una vera libertà interiore, che rifugge dalla prepotenza. Essere liberi, infatti, significa saper guidare i propri impulsi, anziché esservi sottomessi, facendo e dicendo qualsiasi cosa arrivi in bocca, per grossolana e ingiusta che sia. Significa capire quando lasciare loro piena espressione e quando cedere il passo alla ragione, che ha bisogno di tempo e di calma. E’ una conoscenza che va di pari passo con quella dell’umanità altrui, che si dovrebbe evitare di ferire, nonostante a volte costi un notevole impegno, perché l’atteggiamento prevaricatore diventa un’abitudine più forte delle buone intenzioni.

In passato, spesso il rispetto era dovuto alla soggezione e alla paura delle punizioni, più che alla sincera considerazione, perché le gerarchie erano rigide e per questo spesso ingiuste. Le donne, i bambini, gli animali, le classi sociali deboli, gli stranieri, i “diversi” si trovavano sempre vessati, incapaci di ribellarsi. Inghiottivano i torti che si accumulavano in profondità, trovando sfogo quando si presentava l’occasione di riversare la propria rabbia su qualcun altro, nel momento in cui lo si trovava vulnerabile. C’era qualche eccezione alla mancanza di rispetto verso le categorie deboli: fra queste gli ospiti e gli anziani. Quasi dappertutto l’ospite era trattato con riguardo, soprattutto se anziano o comunque con più anni di chi lo ospitava. Ne aveva diritto perché lontano dal proprio ambiente e dunque totalmente inerme, in una condizione in cui l’ospitante si sarebbe potuto trovare a sua volta un giorno. L’anziano era rispettato perché in possesso dell’esperienza e comunque spesso troppo fragile per essere ritenuto un antagonista.

Da decenni ormai il benessere economico e l’istruzione hanno portato un grande e veloce aumento della libertà, che è sicuramente un progresso. Si magnificano giustamente le virtù dei sensi e delle emozioni repressi e che hanno bisogno di risvegliarsi per poter apprezzare meglio la vita. Però molte volte sono ingannevoli e da soli, senza il sostegno della conoscenza e della consapevolezza, possono portare molto fuori strada. Dedicare tempo all’autoeducazione, che in teoria sarebbe ormai alla portata di molti, diventa un miraggio se ci si lascia acchiappare da troppi impegni non sempre davvero validi. Eppure, se non vogliamo vivere in un ambiente degradato è necessario fare lo sforzo di vincere l’inerzia che trascina la maggioranza, perché il cattivo esempio è il più facile da seguire e il più difficile da abbandonare.

Molti altri articoli utili sul tema UMANITA’ sono nella rubrica relativa.

Un mondo perduto

by 10 luglio 2019

Walter Bonatti, famoso alpinista negli anni cinquanta e sessanta del novecento, si è poi dedicato all’esplorazione, quasi sempre solitaria, di numerose località selvagge, pubblicando le proprie esperienze sulla rivista Epoca. Ha conosciuto i territori più difficili e si è confrontato con loro per provare cosa significa il contatto con i fenomeni naturali, con gli animali selvatici, con le popolazioni che vivono in simbiosi con gli ambienti più simili a quelli in cui hanno vissuto i nostri progenitori. Ogni volta ha saputo coinvolgere i lettori con le parole e con le fotografie nel proprio sentire e nella comprensione di quel modo di vivere. Di particolare interesse sono le sue osservazioni sugli animali più pericolosi come gli orsi, i leoni, i lupi, che in condizioni normali, vale a dire non sotto stress, purché si rispettino i limiti territoriali e di comunicazione corporea, non aggrediscono gli umani. Dopo aver osservato con sorpresa il comportamento di coloro che condividono con tranquillità i territori degli animali, ha usato i loro stessi modi con successo. E’ infatti il fraintendimento che spesso si crea fra “diversi” a suscitare reazioni aggressive. Certo occorre molta pazienza, coraggio, spirito di osservazione e, soprattutto rispetto, per non fuggire e non sparare, salvo effettiva necessità, ma Bonatti con le sue esperienze di fronte agli animali più temibili ci fa riflettere su quanto fra umani valga la stessa regola. Osservare e cercare di comprendere e rispettare la condizione altrui, il “funzionamento” della loro psicologia, è indispensabile se si vuole la non belligeranza e ancora di più l’intesa.

Questo libro, portandoci mentalmente in modo mirabile nei luoghi più irraggiungibili per noi, ci aiuta anche ad avvicinarci un poco alla loro essenza e a trarre insegnamento applicabile alla vita quotidiana con le sue tante, insidiose trappole.

Piante tessili da mangiare: juta, lino, canapa e cotone

by 4 luglio 2019

juta – Corchorus olitorius – foto da wis economy

 

Fin dai tempi dei faraoni, in Egitto si coltivava una pianta da cui ottenere cibo gustoso e nutriente dalle foglie e bella fibra resistente dai fusti. Si trattava del Corchorus olitorius, che gli arabi chiamano Malukhiyah e che noi conosciamo solo col nome di juta. In Africa, Medioriente e Asia è apprezzata largamente per cibarsene, anche nella varietà chiamata Corchorus capsularis e il suo utilizzo come fibra è secondo solo al cotone. E’ una pianta erbacea che cresce bene dove ci sono grandi piogge di tipo monsonico, è alta da due a quattro metri ed è chiamata anche canapa di Calcutta, perché è parente della canapa a cui assomiglia e in India ce ne sono le più estese coltivazioni. E’ molto resistente e per questo adatta ai tessuti per imballaggio ma la fibra di colore bianco, giallognolo o bruno, dai riflessi dorati o argentei, serve anche per realizzare oggetti come cappelli, borse e tappeti ed è molto economica. La parte legnosa che rimane dopo la macerazione in acqua per liberare dal verde le fibre, si utilizza come legna da ardere.

 

lino – Linum usatissimum – foto da Negozio Bonsai ZR giardinaggio

 

In passato i campi fioriti d’azzurro a maggio erano lo spettacolo che offriva la campagna dove il lino era coltivato e lavorato. L’aspetto esile della pianta ne rivela il carattere timido e non competitivo, che soccombe a quelle più rustiche e vigorose. Ecco perché occorre seminarla alternandola ogni anno con la coltivazione dell’erba medica o del trifoglio, che impediscono alle infestanti di installarsi, mentre nutrono il terreno quando sono a dimora e il bestiame quando vengono tagliate.

Ormai il lino che non sia per uso personale si coltiva più a Nord: in Belgio, in Francia, in Irlanda, oppure nell’Est Europeo, ma testimonianze delle sue origini antichissime sono state ritrovate in Svizzera, in Medio Oriente e in Egitto. Lo si coltiva da millenni per avere le fibre fresche e resistenti da tessere e, in una varietà diversa, per i semi scuri e nutrienti da mangiare aggiunti ai cibi o in forma di pane, come avviene ancora oltralpe. L’impacco di semi di lino riscaldati, messi dentro un sacchetto di tela che si adagia sul petto, era ancora usato da noi fino a qualche decennio fa per curare la tosse. L’olio che se ne spreme è buono per condire e consente di ottenere le più delicate sfumature dai colori per dipingere quadri, perché quando secca rimane elastico e non si rompe. E’ il motivo per cui viene impiegato per rivestire strade e ponti proteggendoli dall’usura o, mescolato al sughero, diventa il linoleum che copre i pavimenti delle case. In passato se ne impregnavano i tessuti così da renderli impermeabili e adatti ai tettucci di calessi e carri. Prima dell’elettricità serviva per illuminare, bruciando in lampade di ogni misura.

Anche dai semi della canapa e del cotone si ottiene olio alimentare.

Per un articolo sul Museo del Lino cliccare qui

Noce Moscata (Myristica fragrans)

by 26 giugno 2019

frutto che contiene la noce moscata, sull’albero Myristica fragrans – foto da giardinaggio.it

 

Solo nelle indonesiane isole Molucche cresceva la Myristica fragrans, un albero sempreverde dai sessi distinti (dioico) la cui femmina porta frutti molto importanti per l’economia nazionale: le noci moscate. Sotto la polpa, avvolto in una guaina rossa che è a sua volta una spezia chiamata macis, c’è il seme che, dopo essere stato tolto dal guscio e seccato diventa la noce da grattugiare per dare un sapore raffinato alle pietanze. Tenendo ben nascosto il suo luogo di origine, gli arabi la utilizzavano sin dal settimo secolo anche come medicinale calmante e digestivo, leggermente allucinogeno in dosi elevate. La parola “moscata” deriva da Mascate, capitale dell’Oman, il luogo da cui questa spezia ha iniziato ad essere commercializzata. Il suolo vulcanico friabile e ricco di minerali delle isole di cui era originaria aveva favorito anche la vita di alberi aromatici come quello dei chiodi di garofano (Eugenia caryophillata) e della cannella (Cinnamomum zeylanicum), tanto ambite dai conquistatori europei da lasciare una traccia sanguinosa nella storia: la via delle spezie. Dal cinquecento in poi, quando si sono contesi la proprietà di terre che appartenevano già ai popoli nativi, gli olandesi se ne sono impossessati dopo aspre contese con inglesi e portoghesi, desiderosi di commerciare quella costosissima merce, sfruttando in modo infame i popoli locali e gli schiavi. Nel settecento, passate le isole indonesiane agli inglesi, gli alberi erano stati fatti crescere anche nell’isola caraibica di Grenada, che porta ancora quel frutto raffigurato nella propria bandiera. Oggi la myristica, il cinnamomum e l’eugenia sono diffusi in vari Paesi tropicali, da cui ci arrivano i profumi più forti e voluttuosi.

 

Leggi anche l’articolo sulle Piante emblemi di nazioni

Il roccolo di Cembra (TN)

by 19 giugno 2019

veduta del roccolo di Cembra

 

Da Laghetti e da Egna, nella vallata dell’Adige guardando verso un varco fra le montagne in direzione Sud, si può indovinare la presenza del roccolo del Sauch, sopra Cembra. Faggi e abeti piantati e allevati per intrecciare rami e radici che assecondassero gli uomini nel loro disegno, ogni anno durante ben più di cent’anni sono stati potati per diventare architetture vive. Alberi che in libertà sarebbero ormai molto grandi, hanno taglie infantili e solo i rami fittissimi ne rivelano la lunga esperienza.

C’è un gran frullare d’ali nelle correnti d’aria che al mattino scendono dalle montagne, guidando i migratori nei loro lunghi viaggi iniziati nei Paesi dell’Est. Attraversano la pianura Padana e volano lungo le coste spagnole per raggiungere Gibilterra e poi l’Algeria, il Marocco, il Senegal. Lungo gli stretti come quello di Gibilterra o dei Dardanelli, le correnti d’aria aiutano gli uccelli più grossi come gli aironi o le cicogne a sostenere la fatica del lungo volo, che invece gli uccellini possono affrontare anche per altre vie.

 

dentro il roccolo di Cembra

 

Passano sopra un grande prato dove il doppio roccolo, come un giardino all’italiana tutto gallerie ed archi, nasconde gli uomini che li aspettano per un mese ogni mattina. Da sotto il fogliame già colorato di giallo e di rosso, liberano le voci degli uccelli di specie uguale a quelli che stanno volando. Sono richiami d’amore, che un tempo erano cantati da piccoli prigionieri ingannati dai cacciatori che li avevano catturati. Adesso sono solo le loro voci ad essere trattenute da mezzi con cui gli uomini riproducono le impronte della natura. Incuriositi, gli uccelli più giovani o quelli che di lì non erano ancora passati, scendono per salutare quelli che credono compagni. Sulle volte delle gallerie accuratamente potate fino ad essere compatte come muratura non trovano un buon appiglio e allora fringuelli, lucherini, ciuffolotti si posano sui rami spogli lasciati ad arte nel mezzo del prato. Allodole, verdoni o verzellini scendono fino a terra. E’ allora che gli uomini nascosti lanciano il fischio di un rapace ed agitano uno spauracchio. I nuovi arrivati fuggono verso le gallerie per nascondersi, ma restano impigliati nelle sottili e quasi invisibili reti di cotone che chiudono gli archi. Gli uomini corrono a toglierli dalla trappola e li mettono dentro sacchetti bianchi di tela, fino a che i piccoli cuori in subbuglio per il grande spavento si calmino. Poi li osservano, li studiano, mettono un anello alle loro zampine e li lasciano volare via di nuovo, verso la meta. Un tempo li avrebbero imprigionati per sempre nelle gabbie, per venderli poi nei mercati, ai cacciatori.

Qualcuno di loro passerà di nuovo, tornando a primavera, ma nessuno cercherà di ingannarli. Voleranno sopra le distese bianche dei fiori di ciliegi, di meli e peri intenti a chiamare con reale benevolenza i ben più piccoli volatori che sono api, bombi e farfalle. Sarà il tempo dell’amore.

 

Questo testo è stato pubblicato nel mio libro VIAGGIARE COME LA LUNA -per conoscere chi e cosa fa il mondo migliore

Materiali preziosi senza danno per la natura

by 10 giugno 2019

orecchini di capim dourado foto da Creativa Accessori

 

Uno dei materiali preziosi fra i più diffusi per realizzare gioielli è senz’altro l’oro, ma per estrarlo dalla terra si provocano da sempre danni ambientali notevoli. Esiste però un materiale che certo ha un valore commerciale e una durata non paragonabili all’oro, ma una lucentezza e una bellezza degne di stargli a fianco: il capim dourado. Si trova solo nella regione arida brasiliana Jalapao, si chiama Synghonantus nitens ed è un’erba che impiega un anno per raggiungere le condizioni giuste per essere tagliata. Viene poi seccata e lavorata per realizzare oggetti ma anche gioielli, difficili da distinguere da quelli in oro, fino a che non li si prende in mano, dato che sono leggerissimi. Mantengono la loro bellezza a lungo anche se un po’ maltrattati e hanno il notevole pregio di costare poco, oltre che di non inquinare, non devastare il paesaggio ma offrire un lavoro qualificato a persone del posto.

 

frutto della palma Phytelephas macrocarpa con i semi – foto da Savetheplanet.com

 

Simile all’oro è anche il filo di seta prodotto dal bruco della Antheraea yamamai, splendida falena che vive in poche zone dell’India, nutrendosi delle foglie di varie piante. La produzione è molto limitata perché non si ottengono gli stessi risultati se si porta la falena in un ambiente diverso da quello originario, anche nutrendola con lo stesso tipo di foglie. La terra, l’acqua, le condizioni atmosferiche non si possono riprodurre esattamente come avvengono nei luoghi in cui piante e animali si sono installati spontaneamente e hanno usufruito di condizioni particolari nel corso dei millenni.

 

delicata opera fatta con avorio vegetale – foto da architetturaecosostenibile.it

 

Per quanto riguarda l’avorio, ottenuto da sempre dalle zanne degli elefanti, sottoposti per questo a stragi criminali, si può ottenere dalla Phytelephas macrocarpa, una palma detta tagua che cresce nella foresta pluviale del Sudamerica. I suoi grossi frutti hanno semi grandi come uova di piccione chiamati corozo che, una volta seccati hanno l’aspetto e la consistenza dell’avorio animale. Anche l’africana palma doum, la Hyphaene thebaica ha noccioli che una volta seccati servono allo stesso scopo.