I miei articoli

Giardini di Brentonico (TN)

by 6 luglio 2022

veduta del giardino dei semplici a Brentonico

 

Il bel palazzo barocco Eccheli-Baisi è tinteggiato col verde che ha preso il nome del paese Brentonico e ha lo stesso tono delle foglie di salice. Quella terra estratta dalle miniere dell’altopiano del monte Baldo, tra il lago di Garda e la valle dell’Adige, poi macinata da mulini, è stata usata da tanti celebri pittori e ha fatto la fortuna economica dei proprietari del palazzo locale più importante. Il verde delle piante per cui il monte è conosciuto come Giardino d’Europa, non poteva che trovare posto nel terreno di seimila metri quadrati dietro la residenza signorile che è adesso museo, digradante in un giardino terrazzato, a partire dal 2005.

 

secondo livello del giardino dei semplici di Brentonico

 

Due giardinieri e un botanico, sotto la direzione scientifica del Museo Civico di Rovereto, si prendono cura da allora delle piante che hanno sempre privilegiato il monte ma che bisogna saper trovare e riconoscere nei periodi e nei luoghi dove hanno dimora e fioriscono. Per questo sono state riprodotte in un ambiente a somiglianza di quello a loro più gradito, irregolare e roccioso, vicino agli spazi geometrici in cui si coltivano le specie medicinali come si faceva un tempo negli “orti dei semplici”. Si tratta però di terra “addomesticata” e le piante, pur mantenendo l’aspetto esteriore di quelle che crescono scegliendosi il posto, possono non avere profumi e sostanze altrettanto intense.

Alla bellezza del giardino è stata giustamente data molta importanza, con spazi geometrici diversi per le aiole, che nella parte più alta sono riservate alla lavanda, alla salvia, al timo e alla santolina, cresciute in forma di cuscini dalle tonalità di colore più morbide. Si aggiungono poi man mano nelle altre aiole le tante piante conosciute per le proprietà guaritrici, comprese quelle velenose.

In tutto il giardino prosperano alberi e arbusti diffusi nelle nostre regioni più settentrionali come il carpine, il frassino e il biancospino, ma anche il glicine, originario della Cina e del Giappone, che forma una bella galleria verde per tutta l’estate.

 

il parco cittadino Palù di Brentonico

 

A cinquecento metri dall’affascinante giardino c’è il parco pubblico, realizzato cent’anni fa sopra una torbiera. Insieme a pioppi secolari, ippocastani e faggi, tigli e frassini, platani e aceri più facili da riconoscere, ci sono alberi esotici come la metasequoia, il cipresso di Lawson, lo spino di Giuda, intorno a un grande prato. Al suo ingresso, in cima a una colonna c’è la statua barocca che rappresenta san Giuseppe col bambino Gesù in braccio, espressione dello spirito comprensivo e accogliente, per riscattare dall’infamia il luogo dove si erano eseguite pene capitali contro presunte streghe. Chi riusciva ad entrare nel piccolo spazio circondato da catene intorno alla colonna usufruiva dell’immunità, ma i tanti alberi che sono nel parco cittadino estendono ben oltre i loro confini la benevolenza verso ogni essere vivente, con le tante virtù che ancora in troppi ignorano.

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Gatto di biblioteca

by 28 giugno 2022

Dewey – gatto di biblioteca e la bibliotecaria – foto dalla copertina del libro

 

In un freddissimo giorno di gennaio del 1988 a Spencer, nell’Iowa, dalla cassa dove si restituiscono i libri nelle ore di chiusura uscì un rumore. Sprofondato nel buio del mucchio di volumi in attesa di tornare sugli scaffali c’era un minuscolo gattino, talmente freddo da riuscire a stento ad emettere un rantolo. Vicky, la direttrice della biblioteca, lo prese e l’avvicinò subito al petto per scaldarlo, perché era tutto un tremito, ma solo un bagno caldo sarebbe riuscito a far fluire in tempo il calore in quel corpicino così provato dalla crudeltà umana, perché potesse sfuggire alla morte. Mai gatto sarebbe stato più grato di lui per l’immersione in acqua, dove la carezza del calore e delle mani femminili lo avevano riportato alla vita e il sapone aveva rivelato sotto il grigio della sporcizia, il colore fulvo del suo ancora scarso pelo. Appena asciutto venne nutrito e poi tenuto in braccio perché potesse riprendersi dall’abbandono brutale, che però lo aveva fatto arrivare nelle migliori mani possibili. Il gattino che era stato chiamato Dewey, dagli umani riceveva ormai tanto affetto e premure da farlo affezionare senza riserve e ricambiare con totale fiducia e dolcezza ogni contatto. Mentre riprendeva rapidamente le forze e la notizia del suo arrivo si diffondeva ovunque in città, fu deciso di farlo abitare in biblioteca, accudito dal personale che se ne era innamorato subito, così come era successo alla maggior parte degli utenti. Si sapeva che un certo numero di biblioteche ospitava un gatto e l’idea piaceva molto, anche se qualcuno aveva trovato mille obiezioni.

Dewey, però, aveva un carattere così affettuoso e sensibile, da risvegliare le simpatie di chiunque. Ogni giorno andava incontro e salutava in modo speciale prima di tutto Vicky, naturalmente, ma aveva attenzioni per ciascuno del personale e per i tanti visitatori. Si accoccolava a turno, facendo le fusa, in grembo ai lettori adulti quanto ai bambini, che si sentivano privilegiati quando venivano scelti e sorridevano molto più di quanto avessero mai fatto. I giochi e le prodezze del gatto poi, erano diventati un argomento di conversazione che facilitava i contatti tra le persone e scioglieva le rigidità dei più restii. Insomma, Dewey anche quando dormiva svolgeva una missione importante di pacificazione nelle famiglie, perché parlare di lui era l’ottimo innesco di un dialogo prima assente, oltre che di consolazione per chi era solo. Era diventato anche un graditissimo soggetto per i giornali, le radio, le televisioni di Spencer, dell’Iowa e presto anche degli altri stati d’America e oltre. Lo conoscevano dappertutto non solo per il suo drammatico ritrovamento, ma per la grande sensibilità che gli faceva capire chi e quando aveva maggiormente bisogno di attenzioni, prodigandole con naturalezza. Ormai capitavano in biblioteca anche abitanti di città lontane che viaggiavano per centinaia di chilometri allo scopo di vederlo e lui sapeva come farli contenti e non deludere le loro aspettative, quelle di ogni essere vivente: uno sguardo, un gesto, un segno di attenzione, di riconoscimento. Era diventato il vero re della biblioteca, educato, attento a non fare danni anche quando restava solo durante la notte. Nei giorni di chiusura veniva portato a casa di Vicky e gli toccava ogni tanto qualche visita dal veterinario, ma con le sue zampette non uscì mai. Solo una volta la curiosità lo aveva attirato fuori, dove era stato bloccato alcuni giorni e si era tanto spaventato da non provarci più. Per diciannove anni aveva dato a quel centro di cultura qualcosa che nessun altro avrebbe potuto offrire: quella spontaneità innocente, quella tenerezza che vince anche i più rigidi e resta per sempre nel ricordo.

Questa storia per esteso è stata pubblicata nel libro “Io e Dewey”

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Senso di inadeguatezza

by 20 giugno 2022

 

Capita di entrare in contatto con qualcuno che ha delle doti in più, come la prestanza fisica, l’intelligenza, l’abilità, la libertà, il coraggio o altro. Ma nonostante quella persona sia simpatica, di buona compagnia e mai faccia pesare il suo vantaggio, con lei ci si sente a disagio e si cerca di evitarla. Inoltre, in nessuna occasione le si chiederebbe un’opinione su qualsiasi argomento o le si darebbe importanza per quello che è e che fa. Tutto questo perché ci si sente feriti da una differenza ritenuta incolmabile. E’ qualcosa che dipende dalla propria scarsa autostima a livello profondo, nascosto, che non si osa confessare neppure a se stessi. Può succedere a tutti, perché tutti abbiamo paure e insicurezze, ma prendendone coscienza si può lavorare per dimensionarle a livelli accettabili. Se invece come unica soluzione si ha quella di sfuggire il problema, si rischia non solo di perdere qualcosa di importante, ma di fare molto più male di quanto si creda, perché purtroppo chi ha doti poco comuni nell’ambiente in cui vive, spesso finisce con l’essere emarginata/o, soprattutto se donna. Questo perché si tratta di un comportamento istintivo, che la grande maggioranza delle persone attua allo stesso modo, senza fermarsi a riflettere sulle conseguenze. Così, oltre a commettere dei torti, viene lasciato tutto lo spazio a chi non ha niente di particolarmente innovativo da dire e da fare e l’ambiente sociale si degrada. C’è sempre bisogno di rinnovarsi anche solo per rimanere allo stesso livello e lo si può verificare con la propria casa. Per quanto bella, se non si fa continua manutenzione, sostituzione di ciò che è invecchiato e riparazione dei danni, col tempo la si ritrova malandata fino a diventare invivibile. Quindi, anche solo per lungimiranza è bene che chi è più propositivo, soprattutto riguardo al bene comune, trovi seguito anziché ostracismo.

Ma come fare per superare il disagio verso simili persone che meriterebbero di meglio? Continuare a fingere che il proprio rifiuto dipenda da qualcos’altro o riconoscerne la vera natura? Fuggire da ciò che ci attrae, nonostante ci faccia paura o affrontare l’avvicinamento? Rinunciare a qualcosa di positivo per sé e per gli altri o rendersi conto che si può migliorare la propria autostima, proprio grazie ai buoni risultati ottenuti con un po’ di coraggio?

un articolo correlato si trova qui e qui

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Il silenzio dell’onda

by 16 giugno 2022

 

Romanzo psicologico di Gianrico Carofiglio del 2011. Un maresciallo dei carabinieri, Roberto, dopo aver lavorato durante molti anni sotto copertura per sgominare imponenti traffici di droga, finisce con l’essere travolto dalla continua doppiezza della sua vita. Temporaneamente sospeso dal servizio, si cura per mezzo di farmaci e di colloqui con uno psichiatra per comprendere chi sia diventato, dopo aver condiviso per tanto tempo la vita dei criminali, sapendo di doverli tradire per restare fedele alla giustizia. Alle pagine della sua storia si mescolano quelle di un ragazzino, Giacomo, che conosce il primo amore in una situazione terribile.

In questo romanzo si comprende quanto la personalità, per forte e decisa che sia, possa cedere sotto l’influenza di un ambiente pericoloso. Difficile è incontrare le persone giuste per uscirne, che sappiano far guardare altrove e in altro modo, prima che sia troppo tardi.

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Segnali che danno valore

by 8 giugno 2022

 

Perché le ditte, i negozi, tutti quelli che vogliono diffondere i loro prodotti, espongono grandi e ben visibili insegne, oltre a fare pubblicità? Perché invece molte biblioteche, centri culturali e scuole sono scarsamente provviste di segni di riconoscimento?

Chi è in un certo ambiente sa dove si trovano, come ci si arriva, cosa offrono, ma quelli che più ne avrebbero bisogno, spesso non ci pensano, non chiedono e comunque non se ne sentono attratti, anche perché mancano tutti quei segnali che rendono invitante un luogo.

In biblioteca spesso vanno molti studenti, anche per ritrovarsi. I prestiti di libri spesso sono numerosi, ma sono in gran parte per le stesse persone, di uno stesso tipo di ambiente. Tanti, troppi non ci entrano mai.

Sono stati fatti innumerevoli studi che provano quanto gli investimenti sostenuti per la cultura facciano abbassare notevolmente le spese per la riparazione dei danni di ogni genere, per la repressione della criminalità e delle scelte sbagliate. Ma nella parola cultura deve avere un grande posto la QUALITA’ DELLA COMUNICAZIONE, intendendo con questo un sincero sforzo per farsi comprendere dagli altri, cercando di mettersi nei loro panni per raggiungerli. In questo hanno grande peso i segnali, tutto ciò che con o senza parole dimostrano il valore che si dà a ciò che viene presentato o messo a disposizione: bei colori, parole attraenti, pulizia, collocazione dei segnali in punti sempre ben visibili facilmente, quindi fuori dai portoni, dai cancelli e dalle serrande chiuse, lungo le strade.

 

 

I segni di apprezzamento, l’impegno nella comunicazione, pur avendo un costo economico molto ridotto ne hanno uno alto nella consapevolezza. L’interesse per il sapere è più debole rispetto alla conferma di ciò che si sa già, a causa delle proprie insicurezze di fondo. Anche il desiderio di far sapere è debole e viene tenuto ben stretto quando giova anche ad altri. E’ un modo istintivo che ha senso quando si è in un ambiente ostile in cui è in gioco la sopravvivenza dell’uno a scapito dell’altro, come poteva essere in epoche lontane, ma è controproducente in una società dell’abbondanza, dove la cooperazione dà migliori risultati. E’ stato provato che le decisioni vengono prese sempre a livello istintivo, anche da chi è convinto di averlo fatto con la ragione. L’istinto, utilissimo in molti casi, se manca di buoni rapporti con la ragione, mantiene modalità che a volte sono del tutto obsolete, fino a diventare pericolose. Per aggiornarlo occorre educarlo attraverso il contatto e la dimestichezza con idee e persone più adeguate ai tempi e alle situazioni. Libri e film che aiutano a dare luce al mondo interiore, pieno di risorse spesso ignorate, sono preziosi e il tempo speso nella scelta e poi nella fruizione è un ottimo investimento. E tutto ciò che serve a segnalarlo efficacemente, insegna anche a selezionare ciò che vale la pena di essere preso in considerazione, scartando il superfluo che intasa lo spazio e l’attenzione.

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Conigli e capre nella sventatezza umana

by 1 giugno 2022

coniglio – foto da AAE Onlus

 

Nell’oceano indiano, ad est del Madagascar, c’è una piccola isola che si chiama Round. Fino all’ottocento era verde d’alberi sui fianchi del suo vulcano e di palme lungo la costa. C’erano animali e vegetali rari e tipici delle isole, che mantengono specie ormai estinte sui continenti, dove i molti nemici le sopraffanno. Ci andavano a fare il nido uccelli migratori ed era libera da topi e ratti che infestano il resto del mondo. Poi, probabilmente un europeo che voleva farne allevamento, ha portato fin lì capre e conigli. I simpatici animali non si limitano affatto a mangiare erba, ma divorano anche le foglie e le cortecce degli alberi, facendoli morire. I conigli, poi, si riproducono a tale velocità da aver bisogno di quantità sempre più grandi di cibo. In mancanza di predatori naturali che ne limitassero il numero, le due specie si erano moltiplicate al punto che, per mangiare, avevano dato fondo a quasi tutto il verde, fino a ridurre l’isola ad una specie di deserto. Senza più la protezione degli alberi, le piogge dilavavano la terra fino al mare, lasciando profondi solchi nel suolo rosso e ormai arido. Ben presto, tutti gli abitanti dell’isola sarebbero morti di fame e di sete, perché senza alberi anche l’acqua dolce sparisce.

 

                                   capra domestica – foto da Wikipedia

 

Gerald Durrel, il celebre animalista e scrittore inglese, era capitato sull’isola di centoquarantadue ettari e aveva trovato quella tragica situazione. Non poteva darsi pace che un luogo tanto bello fino ad un secolo prima, dovesse essere rovinato per sempre dalla sventatezza umana. Così, insieme alle autorità dell’isola Maurizio, a venti chilometri da lì, per evitare la distruzione di Round aveva preso la difficile decisione di uccidere tutte le capre ed i conigli, che erano comunque destinati a scomparire, una volta masticato l’ultimo stelo. L’impresa era molto difficile, anche perché c’erano amici degli animali che si opponevano, non comprendendo quanto, a volte, si sia costretti ad ucciderne alcuni per salvarne molti altri.

Dopo numerose e lunghe complicazioni, finalmente l’impresa sembrava riuscita. Allo scadere di un anno era stato fatto una verifica accurata, per accertarsi che proprio nessun esemplare delle due specie fosse ancora vivo, perché in tal caso si sarebbe trattato dei più resistenti, che in breve avrebbero riportato l’invasione ai livelli di prima. Fortunatamente, erano proprio spariti tutti e l’isola aveva cominciato di nuovo a verdeggiare, per recuperare in cinquant’anni il suo aspetto originario.

Tratto dal mio libro ANIMALI, FAVOLOSE STORIE VERE

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