I miei articoli

Come si fa a guadagnare un giorno

by 2 gennaio 2019

 

Il celebre navigatore portoghese Magellano, dopo aver navigato e sostato per tre anni nei mari del sud ed aver trovato il modo di passare con le navi dall’oceano Atlantico al Pacifico, all’estremo meridione dell’America, era finalmente tornato in Spagna il 6 Settembre del 1522. Aveva navigato intorno alla terra in direzione ovest, dissipando ormai ogni dubbio sulla sua forma sferica. Arrivato, però, alle isole di Capo Verde, davanti al Senegal, si era accorto di essere in ritardo di un giorno rispetto alla loro data. Eppure aveva fatto annotazioni quotidiane molto scrupolose sul diario di bordo. In Spagna aveva avuto la conferma di aver perso ventiquattr’ore.

 

Già nel dodicesimo secolo il dotto arabo Abulfeda, che era certo a proposito della forma del globo, aveva intuito che navigando in direzione est, cioè incontro al sorgere del sole, si sarebbe arrivati al punto di partenza con un giorno di anticipo sulla data locale. Dunque, nella direzione opposta si sarebbero perse ventiquattr’ore, qualunque fosse la durata del viaggio.

Jules Verne nel suo romanzo “Il giro del mondo in ottanta giorni”, aveva fatto vivere quest’esperienza in positivo al protagonista, che credeva di aver perso la scommessa impiegando ottantun giorni secondo il suo computo ma, viaggiando in direzione est, aveva vinto.

Ecco, per ora, l’unico modo per guadagnare o perdere un giorno.

C’ è però la possibilità di guadagnare del tempo tutto l’anno, ottimizzando l’impiego delle proprie giornate, grazie alle virtù della propria mente. Per sapere come si fa, si può cominciare col leggere l’articolo COME AVERE PIU’ TEMPO.

 

Deserto bianco

by 18 dicembre 2018

deserto bianco – foto da viaggi-usa.it

 

Da diecimila anni, dune candide come neve e alte fino a venti metri, sono onde mosse dal vento nel più grande deserto bianco del mondo, ad oltre mille metri di altitudine. In New Mexico, 250 milioni di anni fa qui c’era il mare, che ne aveva impiegato altri 180 milioni per prosciugarsi, lasciando uno spesso strato di roccia gessosa. I movimenti della terra l’avevano sollevata facendone una collina vastissima, che col tempo si era sgretolata. Sono rimaste le basse catene montuose di sant’Andrés e Sacramento, mentre il vento e la neve hanno continuato a dilavare il gesso che, non trovando corsi d’acqua che lo portassero via, si è depositato nel Tularosa Basin. Solo occasionalmente l’acqua si accumula per qualche tempo in grandi pozze, poi evapora o si infiltra nel terreno. Il sole, riscaldandole favorisce la formazione di cristalli di gesso, lunghi anche un metro. Quando tutto torna asciutto, il vento che vi soffia sopra li frantuma fino a che diventano sabbia che porta via, rigenerando continuamente le dune di finissimi cristalli dalla consistenza del talco. I pochi animali del deserto bianco (leoni di montagna, coyote, roditori e avvoltoi) si sono adattati schiarendo il loro mantello per mimetizzarsi meglio.

Questo luogo bellissimo dove è stata fatta esplodere la prima bomba atomica nel 1945 è ancora in parte sfruttato dall’esercito americano per esperimenti ed esercitazioni.

Ci sono altri deserti bianchi: in Egitto il deserto è di gesso, in Bolivia è fatto di sale, in Brasile è di quarzo e non è un vero deserto dato che le piogge sono abbondanti e si trova lungo il litorale nord est. Ha il nome di Lenzuola del Maranhao, dato che le dune, fra cui si accumula l’acqua piovana, sembrano distese di lenzuola.

 

Alberi in testa: palchi e corna

by 13 dicembre 2018

alce – foto da freepick.com

 

Sulle teste dei cervidi crescono ogni anno, per poi cadere, quelli che sembrano rami d’alberi o grandi foglie, che si chiamano palchi e sono fatti d’osso. Sono diversi dalle corna, di cui sono dotati i bovidi e i caprini, che rimangono gli stessi per tutta la vita, non sono d’osso e non si rigenerano. Proprio gli erbivori, mangiatori di foglie e cortecce, portano sulla testa gli ornamenti davvero bellissimi che ricordano ciò di cui si nutrono.

I cervi maschi cambiano ogni anno i palchi a primavera. Ricrescono subito dopo aver perso quelli vecchi e aggiungono rami con l’avanzare dell’età. Sono pronti prima dell’autunno, dopo aver perso il rivestimento vellutato che li proteggono, quando i maschi lottano per confermare o cambiare la posizione sociale. Servono come difesa e come attrazione per le femmine, che scelgono per accoppiarsi chi le ha più ramificate, segno di una posizione dominante nel gruppo, dunque di maggiore forza e conseguente garanzia di salute per i figli. Probabilmente a causa di queste competizioni fra maschi, in araldica la presenza di palchi nello scudo di famiglia ha il significato di nobiltà antica e generosa.

Quelli dei caprioli sono piccoli, corti e con tre rami.

I daini hanno grandi palchi ricurvi, che nella seconda parte sono piatti come foglie

Anche gli alci maschi li hanno come foglie triangolari, con punte simili a quelle degli agrifogli. Cadono tutti gli inverni.

 

ariete – foto da Il Fatto Quotidiano

 

Le renne di entrambi i sessi hanno palchi sottili e ricurve con le punte sulle estremità, che perdono ogni anno.

Le gazzelle hanno corna permanenti e cave, lunghe e diritte come spade

Le antilopi ne hanno di simili.

Gli arieti, maschi delle pecore, hanno belle corna permanenti ricurve a spirale, che aggiungono annualmente un anello, così che si può conoscerne l’età. Avviene lo stesso con i mufloni loro parenti, che vivono in Sardegna.

Le capre hanno corna permanenti, sia nei maschi che nelle femmine.

Gli stambecchi sono capre alpine dalle lunghe corna leggermente ricurve. La loro crescita si ferma ogni inverno ed è a quel punto che si allarga l’anello indicatore dell’età, fino ai 16 anni. La femmina ha corna lisce e più piccole. Questi animali nell’ottocento erano quasi estinti, perché la polvere delle loro corna era ritenuta utile contro l’impotenza, mentre il sangue si considerava curativo contro i calcoli renali. Il re Vittorio Emanuele II aveva emanato una legge per proteggerli.

 

Ankola watusi – foto di Carol Beckwith e Angela Fischer

 

Nel Sudan sono celebri le mandrie di mucche della razza Ankole watusi, con corna gigantesche, lunghe un metro ciascuna, davvero bellissime. Pare siano le più grandi del mondo. Sono accudite da altrettanto bei pastori nudi, i Dinka, che indossano solo un busto di perline e, per tener d’occhio la mandria, si issano su delle pertiche. Le mucche ed i tori mantengono le stesse corna per tutta la vita.

A United Kingdom

by 13 dicembre 2018

Film di Amma Asante del 2016. E’ la storia vera di Seretse Khama, studente di legge a Londra, destinato a diventare re del Bechuanaland oggi Botswana, che conosce l’impiegata Ruth Williams nel 1947. I due si innamorano profondamente e decidono di sposarsi, nonostante la ferma ripulsa del padre di lei e dello zio tutore di lui. Anche i rappresentanti bianchi inglesi del Sudafrica diffidano i giovani dal creare un precedente ritenuto intollerabile, costituito dal matrimonio di un nero con una bianca. A niente valgono i pregiudizi che li investono e dopo una semplice cerimonia nuziale volano a destinazione, dove la frattura con lo zio diventa insanabile. Seretse Kama, dopo qualche tempo viene richiamato a Londra e non può più rientrare in patria, dato che le interferenze dell’Inghilterra nella politica africana consentono di impedirglielo. Intanto la moglie sa conquistare la stima e l’affetto della famiglia adottiva, prima di raggiungerlo con la bambina nata nel frattempo, per sostenerlo nella lunga e dura battaglia. La grande forza d’animo dei due sposi e dei loro sostenitori permette loro di maturare anche una soluzione inattesa e nuova che viene messa in atto con ottimo risultato.

 

Sully

by 28 novembre 2018

 

Film del 2016 di Clint Eastwood, che come sempre tratta temi importanti e profondi. E’ la storia vera di quanto successo nel gennaio del 2009 quando un aereo di linea, appena decollato aveva subito il guasto di entrambi i motori, a causa dello scontro con uccelli. Il comandante, interpretato da Tom Hanks, ritenendo impossibile atterrare all’aeroporto, aveva deciso di ammarare sul fiume Hudson, riuscendo a salvare tutti i 155 passeggeri. Acclamato come eroe dal pubblico, era stato subito sottoposto ad inchiesta dall’ente aeronautico che aveva considerato la pericolosissima scelta come irresponsabile. Le simulazioni di volo dimostravano che avrebbe potuto seguire il protocollo, anche in considerazione del fatto che uno dei motori, sempre attraverso le simulazioni, avrebbe avuto qualche autonomia. La calma e la capacità di non dare niente per scontato del comandante con quarant’anni di esperienza, si erano a questo punto rivelate anche nel chiedere che le simulazioni venissero rifatte in sua presenza, per poter capire come mai risultassero contrarie a ciò che lui aveva intuito come giusta soluzione. Questo gli aveva dato il tempo e la possibilità di comprenderne la ragione. Le simulazioni, infatti, non avevano preso in considerazione né l’imprevisto, né i sentimenti di chi si trova a dover decidere in pochi secondi su una faccenda gravissima, né il tempo necessario a fare una manovra protocollare estremamente difficile. Con questi elementi era stato possibile verificare che il comandante aveva fatto la scelta giusta, supportata anche dal fatto che, ripescato il motore dato come parzialmente efficiente dalle simulazioni al computer, era stato constatato il suo guasto completo.

Arte della natura, arte umana a Varese

by 23 novembre 2018

murale di David de la Mano a Varese

 

La città di Varese, oltre ai dieci fascinosi giardini storici sempre aperti al pubblico, ne ha molti altri privati i cui alberi si uniscono al coro vegetale, caratterizzandola come una città-giardino molto piacevole. Dove però la bellezza naturale è stata sacrificata al cemento e all’asfalto, da qualche anno si sta cercando di portare la pittura murale di qualità, per vivacizzare le zone irrecuperabili in altro modo. I migliori artisti di grandi spazi esterni, che a volte ancora vengono chiamati “graffitari” o “writers” o “pittori di strada”, ormai lavorano usando colori acrilici e pennelli, abbandonando le bombolette spray che in passato servivano a realizzare rapidamente le opere illegali sui muri o sulle fiancate esterne dei vagoni ferroviari. L’arte non più “di strada”, ma “per la strada”, viene adesso finanziata dai Comuni e curata da architetti e critici d’arte. E’ un peccato che in questo genere di opere, i colori in genere sono così forti da mettersi in conflitto con tutto il resto, invece di farci amicizia. Così, anziché invogliare il quartiere a darsi una rassettata, lo fa sentire escluso e lo immusonisce. In via Monguelfo, quasi di fronte a un ingresso al parco Mantegazza del castello di Masnago, lungo trenta metri del muro di recinzione di un giardino privato, nel 2017 è stato realizzato il murale meglio integrato con un ambiente urbano di buona qualità. David de la Mano, artista uruguaiano che si è formato in Spagna, ha dipinto in bianco e nero con un solo elemento rosso, l’opera “The boat” a cui fanno da cornice gli alberi del giardino.

 

gli alberi del parco visti da una sala del castello

 

L’effetto è armonioso e qui l’arte umana e quella della natura si uniscono, rafforzandosi reciprocamente. Il parcheggio pochi metri più avanti, permette di fermarsi e scendere per ammirare questa pittura e magari entrare nel parco Mantegazza, poi salire fino al castello di origine medievale diventato museo di arte dall’ottocento ad oggi, dove alcune sale hanno ancora buona parte della decorazione ad affresco di epoca rinascimentale, molto suggestiva. Realizzati su intonaco fresco, in modo che i colori potessero penetrarvi e resistere a lungo, avevano richiesto rapidità di esecuzione senza possibilità di ripensamenti. In questo si accomuna l’arte urbana odierna, che va eseguita velocemente in condizioni disagevoli a causa del traffico, del meteo e degli imprevisti del lavorare lungo una strada. Peccato che per questi motivi abbiano vita breve. I più begli affreschi del museo rappresentano gli “svaghi”, le attività all’aperto dei signori, con raffigurazione di animali e piante. Le ampie finestre moderne, dall’interno incorniciano i begli alberi del parco ottocentesco, di cui qualcuno è degno di essere chiamato monumento naturale. Ce ne sono diversi di origine asiatica e americana, come era tipico dei giardini detti “all’inglese” e il più intonato all’atmosfera medievale del castello è un ancor giovane Cipresso del Kashmir, per le sue fronde pendule di un verde incline all’azzurro, che ricordano le ampie maniche, i veli e i mantelli indossati dalle dame di tanti secoli fa.