I miei articoli

Canne e cannucce: amiche dell’acqua

by 9 giugno 2021

cannucce di palude in inverno coi ciuffi che portano i semi

 

Di graminacee è pieno il mondo. Alla loro famiglia appartengono molte erbe dei prati, i cereali che mangiamo, la canna da zucchero, la canna palustre ed il più robusto bambù. Si riconoscono tutti dal fusto cavo, con noduli da cui si slanciano all’infuori le lunghe foglie simili a penne d’uccelli e culminano nei casi delle canne e delle cannucce, con infiorescenze che dopo la fecondazione da parte del vento, diventano piumosità, spesso di colore rossiccio. Quanto più sono grandi, tanto più amano stare nell’acqua o nelle sue vicinanze, partendo dalla canna domestica, la Arundo donax, alta fino a cinque metri, che cresce nei fossi, nelle paludi, in zone dal clima mite. In inverno ingiallisce e sembra morta, ma in primavera le spuntano foglie nuove, robuste e numerose. I fitti rizomi da cui si innalza, consolidano i terreni molli dove cresce e purificano l’acqua in cui portano e mantengono l’ossigeno, che col calore sfuggirebbe e rimane invece, rinfrescata, all’ombra dei fusti. Con loro si facevano i flauti, fra i più antichi strumenti musicali, usati anche dai pastori. Un po’ ovunque servivano per costruire capanne e cannicciato per i soffitti, graticci, piccoli mobili, oppure si schiacciavano per farne carta. I rizomi di canne e cannucce sono commestibili, così come i loro germogli.

Più piccola e sottile, ma di aspetto simile alla canna è la cannuccia di palude, la Phragmites communis, che spunta anche dove fa più freddo, lungo gli argini dei fiumi e dei laghi, anche lei con lunghe foglie simili a penne d’uccelli un po’ taglienti, perché contengono silice. Mantiene saldi gli argini di torrenti e fiumi dove vive e rallenta la corrente dell’acqua, pericolosa soprattutto durante le piene. La fanno crescere spesso nelle pozze dove si depurano le acque di scarico, anche delle singole case o fattorie. Ai tempi dell’antica Roma, la cloaca massima sfociava nelle paludi pontine, piene di canne e cannucce, di salici e di pioppi che lavoravano tutti al suo risanamento, depurando le acque coi rizomi e le radici. Oggigiorno si sfrutta questa loro capacità per la fito-depurazione che si può fare ovunque manchi un impianto fognario.

 

Canne palustri

 

Lungo i margini delle strade o dei campi di mais, che per crescere bene ha bisogno di molta acqua, vive una cannuccia che apprezza l’umidità, pur tenendosi in piena terra. È la cannareccia o Sorghum halepensis, dalle foglie con una larga striscia chiara nel mezzo, come quelle del mais a cui assomiglia, pur essendo ben più esile. Somiglia moltissimo alla cannuccia di palude ma il verde delle sue foglie è più intenso e la striscia chiara del rachide la distinguono. Se trova un campo abbandonato, lo occupa per intero. È un’ infestante, con una finissima seghettatura sui bordi delle foglie, buona come foraggio.

Ancora più piccola è la festuca, erba che emerge nei prati in grandi, rigogliosi ciuffi.

Più bassa di tutte è la gramigna, dalle delicate infiorescenze filiformi disposte a raggiera, che si inturgidiscono in spighette quando portano i semi, È una pianta dalle molte virtù, ma odiata come infestante difficile da sradicare, perché ha una fitta rete di rizomi robusti con radici profondissime. Proprio questo la rende adatta a consolidare i pendii, anche perché resiste molto bene al calpestio e alla siccità. Gli infusi di gramigna sono eccellenti per depurare le nostre vie urinarie.

************

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

In mani sicure

by 31 maggio 2021

Film del 2019 di Jeanne Herry. Un neonato viene rifiutato dalla giovane madre e può essere dunque dato in adozione. Psicologi, assistenti sociali, giudici minorili devono esaminare scrupolosamente le richieste dei possibili futuri genitori, per capire se siano in grado di offrire amore e attenzione, oltre che guida sicura e benessere materiale al piccolo. Nel frattempo lo affidano a chi può dargli almeno una parte di quel calore umano indispensabile a chi arriva nel mondo essendo già rifiutato. Per fortuna la sensibilità di chi si occupa di questo delicato passaggio, coglie nel comportamento del piccolo, la ferita interiore provocata da una tale condizione e si adopera per soccorrerlo. Anche quando apparentemente gli esseri viventi sembrano nell’impossibilità di capire quanto accade, lo percepiscono attraverso il linguaggio del corpo, i modi, il tono della voce, l’atmosfera intorno a loro e tutto ciò che generalmente sfugge alla ragione. Si può dunque parlare con loro e comunicare utilizzando tali mezzi, che la vicinanza fisica rende possibili. Con la propria umanità si riesce ad aiutare nel superamento di qualsiasi momento difficile, consapevoli che è questo ciò che davvero serve affinché il destinatario riesca a farcela a modo suo e con le proprie forze.

************

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

Funghi super

by 24 maggio 2021

archi in micelio di Carlo Ratti, esposti all’Orto Botanico di Brera nel 2019 – foto di Archiportale

 

Dopo le piogge di fine estate, in poche ore dalla terra spuntano i frutti dei funghi, che chiamiamo carpofori, spinti verso la luce dai lunghissimi filamenti che sono il loro vero corpo, il micelio e che, sotto terra, vivono a stretto contatto con le piante. Possono occupare spazi di decine o anche centinaia di metri. Sono le ife, che si avvolgono attorno alle parti più giovani e sensibili delle radici, scambiando sostanze con loro quando sono di specie amica, facendole ammalare e morire se no. Ne assorbono gli zuccheri della linfa e, in cambio, li aiutano a rifornirsi di sali, minerali ed acqua. Manifestano le loro alleanze con castagni e querce, faggi e pioppi, betulle e pini, abeti e larici, soprattutto verso la fine della stagione calda. Solo i tartufi restano nascosti anche allora e bisogna cercarli con l’aiuto di cani che ne riconoscono l’odore, vicino alle radici di querce, salici e pioppi. In passato ci si faceva aiutare dalle scrofe in calore, perché l’odore dei tartufi è uguale a quello dei verri. L’alleanza tra radici di alberi e ife di funghi si chiama micorriza e gli alberi che ne beneficiano resistono meglio di altri nelle situazioni difficili come siccità e malattie.

 

Termitomyces titanicum – il fungo più grande al mondo – foto da wikipedia

 

I corpi spugnosi dei funghi sono pieni d’acqua, che li aiuta a crescere e a diffondersi. Per questo alcuni di loro ci vivono dentro e altri si associano alle alghe, diventando licheni. Altri ancora, microscopici, prosperano sugli insetti e sui mammiferi e alla loro famiglia appartengono anche i lieviti e le muffe.

Funghi e batteri sono fra i più grandi trasformatori della materia, che gli organismi connessi con loro possono utilizzare sotto forma di buone sostanze nutritive. Loro stessi diventano cibo, nei frutti spesso profumati e buoni da mangiare. Sono fatti perché chi li prende, aiuti a farne nascere di nuovi. Al più piccolo tocco, al minimo soffio d’aria, dalle lamelle sotto i cappelli dove sono nascoste, volano via milioni di microscopiche spore, che si diffondono nell’aria e viaggiano con lei. Se trovano un terreno accogliente, vi penetrano ed iniziano la nuova vita sotterranea, fino a che arrivi anche per loro il momento di far spuntare tra l’erba e le foglie, i propri frutti. Crescono a gran velocità, riuscendo a farsi largo verso la luce, chiusi come uova per evitare di essere danneggiati dagli ostacoli che incontrano. In qualche ora si allungano e si aprono come ombrelli, spandono il loro profumo per farsi toccare e mangiare, così come fanno i frutti delle piante. Se nessuno li coglie, almeno qualche folata di vento avrà portato con sé una nuvoletta di nuove spore mentre loro, in pochi giorni appassiscono e si sgretolano, tornando a nutrire la terra.

 

             Amanita muscaria – foto da Wikipedia

 

Non sono vegetali, perché non sanno fabbricarsi il cibo da soli con la fotosintesi. Sono forme di vita a sé e fra le più antiche. Alcuni di loro contengono sostanze che provocano in chi li mangia visioni e sensazioni estreme, pericolose ma anche bellissime, intense e capaci di far vedere, sentire e sperimentare ciò che nel modo di vivere ordinario resta nascosto. Per questo, fin dai tempi più lontani, sono stati usati da molti popoli nelle cerimonie religiose e in certi luoghi lo sono ancora, con la guida di persone esperte capaci di evitare i danni e la morte che, altrimenti, potrebbero provocare. Spesso simili funghi crescono nutrendosi delle sostanze vegetali che si trovano negli escrementi delle mucche e dei cavalli. In particolare il bellissimo fungo Amanita muscaria col suo cappello rosso a punti bianchi, che cresce preferibilmente nei boschi di betulle è apprezzatissimo dalle renne della Siberia che gradiscono l’effetto allucinogeno. Lo stesso avviene per gli abitanti umani di quelle zone. Pare che sia comunque possibile eliminare queste sostanze e consumarli come comuni funghi, marinandoli o cuocendoli nel latte.

Altri, che si installano sul legno fradicio, di notte diventano luminosi come lucciole, così fitti e vicini gli uni agli altri da sembrare apparizioni soprannaturali. Sono così luminosi da essere stati usati in passato per l’illuminazione di gallerie. Sull’Isola di Lord Hove, in Australia, se ne trovano in quantità particolarmente grandi nelle foreste di palme e vengono chiamati funghi incandescenti. Quest’isola è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità a causa loro e della presenza endemica delle palme Kenzie, che noi teniamo in vaso negli appartamenti per la loro bellezza.

Sugli alberi indeboliti da ferite e altri stress, crescono invece i duri e grossi funghi a mensola, che si nutrono del legno e diventano loro stessi di legno. Se bruciano lo fanno lentamente e con molto fumo. Li usavano in tempi antichissimi per trasportare il fuoco e per allontanare le api dal loro favo di miele, quando glie lo si voleva prendere. Funghi a volte bellissimi, dai colori vivaci, sono mortalmente velenosi per chi li mangia, ma utili per le piante con cui sono alleati. Per questo non bisogna distruggerli. Ce ne sono altri, però, che sembrano proprio solo dannosi. Sono quelli parassiti che penetrano negli alberi e li fanno ammalare e morire, ma comunque svolgono la funzione di scomposizione di sostanze organiche morte, facendole tornare nel ciclo della vita come nutrienti del terreno.

 

imballaggi in micelio – foto da Arix Imballaggi

 

Fra i funghi parassiti c’è il chiodino, dal nome scientifico di Armillaria ostoyae. Commestibili e spesso visibili presso i pioppi. In Oregon, nella Malheur National Forest ne è stato trovato uno della probabile età di duemilaquattrocento anni, che è anche l’essere vivente più grande nel mondo. Si intende con questo il vero fungo, ovvero i filamenti sotterranei chiamati ife e non i frutti che spuntano dalla terra. La sua estensione a circa un metro di profondità è dunque di 890 ettari, ovvero 1665 campi di calcio. In Michigan l’Armillaria bulbosa si estende per 12 ettari e pesa oltre 100 tonnellate. In Svizzera ne è stato scoperto uno di mille anni, il secondo al mondo in ordine di grandezza.

Il frutto di fungo fra i più grossi è la Calvatia gigante. In Ohio ne è stato trovato uno di quasi 2 metri di diametro. Il Termitormyces titanus si trova in Africa, con un cappello di circa un metro di diametro. Il Geastrum ha la forma a stella.

Il micelio, vale a dire i filamenti sotterranei dei funghi, crescono rapidamente e sono ormai diventati materiali da costruzione, isolamento, imballaggio, carta, ma anche tessuti e similpelle per scarpe e borse. Una volta esaurita la loro funzione tornano totalmente a far parte della terra, fertilizzandola nel degradarsi.

Ci sono vari musei del fungo, fra cui quello di Pinerolo

****************

Il mondo interiore è altrettanto importante di quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi

Equiseto, licopodio, selaginella, antichissimi ancora fra noi

by 19 maggio 2021

equiseto appena spuntato da terra

 

Quando gli alberi ancora non c’erano, ma prosperavano i licheni, i muschi e le felci che potevano essere alte come palme, i licopodi e gli equiseti, oggi piccoli come erbe, erano giganteschi. Nessuna fra tutte queste piante, però, portava fiori e frutti. Per diffondersi nel mondo, allora come oggi, affidano al vento le spore, minuscoli granelli come quelli delle felci, rilasciati da uno strobilo (una specie di pigna), che a primavera si innalza al culmine di un fusticino cavo e di colore tra il giallo e il marrone, incapace di fotosintesi e dunque effimero.

 

equiseti con foglie filiformi

 

Liberate le possibilità di futuro per le nuove piante, si affloscia e scompare nel terreno umido e poco fertile ma ricco di silice e dunque di sabbia o argilla, lasciando emergere eleganti bacchette ornate da eleganti anelli marroni su sfondo verde, che si ripetono regolarmente fino alla sommità e da cui spuntano poi le filiformi, delicate frange che sono le foglie. Il nome equiseto deriva da una presunta somiglianza di queste belle piante a delle code di cavallo.

 

licopodi – foto da wikipedia

 

Anche i licopodi hanno un aspetto affascinante ma il loro strobilo con le spore cresce sulle piante che compiono la fotosintesi. Le spore hanno la particolarità di essere molto infiammabili e noi umani abbiamo trovato il modo di utilizzarlo per effetti di fiammeggiamento scenografico e didattico di grande effetto.

 

selaginella attiva e in quiescenza – foto da Il giardino commestibile

 

La selaginella, parente di felci e muschi a cui assomiglia, è abbondante nelle foreste umide dell’America centrale e meridionale ma cresce anche sulle montagne europee e alle isole Canarie. Si è adattata a crescere pure in climi asciutti dove, quando manca l’acqua, arrotola le sue foglie robuste e sembra morire disseccandosi, ma invece resiste per tutto il tempo necessario al ritorno dell’umidità che le permetta di distendersi e riprendere a verdeggiare. Ecco perché è chiamata “pianta della resurrezione”.

Le prodezze delle felci e dei licheni  possono essere lette negli articoli dedicati.

*************

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

Platano del Piccioni ad Ascoli(AP)

by 12 maggio 2021

platano “del Piccioni” ad Ascoli Piceno

 

Un albero con una forma ed una storia fantastica vive lungo una strada antica: la via salaria, col nome di un’epoca lontana in cui il sale era trasportato soprattutto lungo quel percorso, dal mare Adriatico verso Roma. A quei tempi era molto prezioso, oltre che per insaporire gli alimenti, anche per conservarli cospargendoli dei suoi grani, in mancanza di frigoriferi: carne e formaggio, soprattutto. Se ne conciavano le pelli, si facevano trattamenti medicinali e cerimonie religiose. Per questo i legionari venivano pagati con del sale, da cui deriva la parola salario.

Adesso, però, la via è quasi una superstrada ed il rumore del traffico disturba nel guardare l’enorme albero sull’orlo del dirupo, in fondo al quale scorre il fiume Tronto, appena fuori Ascoli Piceno.

E’ completamente cavo e l’apertura più grande del suo tronco, come una porta triangolare, è nascosta su un lato con altri due piccoli passaggi lungo la base. I rigonfiamenti ed i tre grossi rami simili a lunghe braccia alzate, completano il suo aspetto buffo ed animato.

Si conosce da secoli come platano del Piccioni, perché così si chiamava il suo proprietario nel settecento. Cent’anni dopo, però, un fuorilegge con lo stesso cognome si nascondeva nel tronco, quando nella sua cavità ci si poteva rifugiare solo calandosi dall’alto. Qualche anno fa è stato investito da un camion ma è rimasto intatto, a dimostrazione della sua grande solidità. E’ un genere d’albero fra i più robusti e solidamente ancorati al terreno, oltre ad essere fra i più grandi nelle dimensioni. Il tronco del Platano del Piccioni è insolitamente basso perché cresciuto senza concorrenti intorno che gli togliessero la luce, costringendolo ad alzarsi sempre più. E’ del genere orientale, diffuso in Italia prima che fosse ibridato con la specie americana chiamata occidentale, più slanciata e dalle foglie coi lobi meno incisi.

Nei Paesi mediorientali di cui è originario, il platano era considerato sacro alla Madre Terra e piantato presso fonti e templi. Cresce volentieri dove c’è molta acqua ma resiste bene anche alla siccità e all’inquinamento. Sotto la sua cupola di foglie, Socrate insegnava ed Ippocrate curava.

Tratto dal mio libro ALBERI MONUMENTALI D’ITALIA

************

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi.

Licheni da mangiare

by 27 aprile 2021

Evernia prunastri, detto muschio di quercia, foto da Wikipedia

 

Sulle prime rocce emerse dall’oceano quando il nostro pianeta era ancora giovane, microscopiche alghe erano state raggiunte dalle spore di funghi. Le prime erano in difficoltà per la scarsità d’acqua, le seconde per la mancanza di cibo. Si erano unite mettendo in comune le reciproche capacità, diventando una cosa sola: i licheni. I filamenti sottili e tenaci dei funghi erano ideali per aggrapparsi alle rocce, la capacità di produrre cibo dall’aria era la specialità delle alghe. All’inizio sembravano solo macchie colorate, poi hanno cominciato a sollevarsi in foglioline dalle forme più diverse e con una bella varietà di colori, iniziando a viaggiare alla ricerca di qualunque superficie solida su cui installarsi. Col tempo sono nati i muschi, gli equiseti, i licopodi, le felci, gli alberi, tutti più esigenti dei licheni, che riuscivano a resistere persino nelle zone antartiche, nei deserti e sui vulcani. La loro capacità di adattamento era insuperabile, perché sapevano smettere di nutrirsi quando le condizioni diventavano davvero insopportabili, per poi ricominciare appena la situazione migliorava. Per riprodursi bastava che una piccola gemma si staccasse e si lasciasse portare via a crescere altrove. Oppure, quando le cellule di alghe incontravano quelle dei funghi, si univano come i loro progenitori e un nuovo lichene iniziava la sua vita senza pretese. Le rocce, intanto, si sgretolavano anche col loro contributo, si formava il terreno e tante nuove forme di vita animale e vegetale nascevano e si espandevano.

 

lichene lecanora, parente della manna caduta dal cielo per gli ebrei nel deserto – foto da Wikipedia

 

I licheni crescono con una lentezza tale da non progredire se non di pochi millimetri l’anno, ma vivono anche per secoli nelle condizioni più dure, purché senza inquinamento. Non hanno previsto la possibilità di liberarsi dalle sostanze tossiche come, invece, hanno fatto quasi tutti gli altri vegetali e animali. Molti di loro si installano sugli alberi, ricoprendo il legno di festoni color verde salvia, come l’Evernia prunastri, detta muschio di quercia perché cresce sulle querce ma anche sui pini, che oltre ad essere commestibile è usata come fissativo dei profumi ed è alla base di varie fragranze fresche, che evocano il profumo di legno. Altri licheni sono simili a una patina che pare d’oro, come la Xantoria fallax. Altri, come l’Usnea barbata, detto barba di bosco, medicinale e colorante, pendono dai rami simili a lunghe barbe grigie. C’è la Cladonia rangiferina che cresce sul suolo gelido dell’Antartide, dove le renne e caribù ne fanno il loro pasto. In Islanda la Cetraria islandica è mangiata dagli uomini e la Lecanora esculenta che prospera nel deserto, dove il sole la stacca e il vento la fa volare e poi ricadere dal cielo come una nevicata, era la manna che gli ebrei avevano mangiato durante il loro esilio biblico. L’Umbelicaria esculenta, detto “orecchio di roccia”, frequente nell’Asia orientale è consumato normalmente da giapponesi, coreani e cinesi. La Girophora umblicaria si dice che fosse il cibo salvatore delle truppe di George Washington nel 1777, durante la carestia. Occorre un lungo trattamento per rendere commestibili i licheni che da crudi hanno un sapore acido. Molti vengono chiamati muschi perché hanno un aspetto spugnoso, ma i muschi sono umidi e generalmente verdi, mentre i licheni sono secchi e in maggioranza di un bel grigio che tende all’azzurro.

 

Rocella tinctoria – foto da Wikipedia

 

La Rocella tinctoria era invece usata per tingere senza bisogno di fissativo e per colorare certi alimenti e le cartine tornasole, che rivelano il ph di un liquido virando verso il blu, se alcalino, verso il rosso se acido. Sembra che lo avesse scoperto per la prima volta fra gli europei il fiorentino Alamanno Rucellai quando, nel dodicesimo secolo, dopo aver orinato su un lichene delle isole Baleari, l’aveva visto diventare viola. Era stato ritrovato così il modo di tingere i panni di lana che avevano fatto ricca Firenze, conosciuta nel mondo ancora oggi per il viola delle maglie dei suoi calciatori. Il nome Rucellai si dice derivi da oricello, altro nome del lichene che ricorda la roccia su cui cresce.

Un articolo correlato è Il bosco dei licheni  

************

Il mondo interiore è importante quanto quello che ci circonda. Ecco perché questo sito si occupa di entrambi