I miei articoli

End of justice

by 28 ottobre 2020

 

 

Film di Dan Gilroy del 2017. Un avvocato afroamericano (Denzel Washington) sempre impegnato per la giustizia verso coloro che sono solitari bersagli degli abusi, lavora con un socio che viene a mancare. Le necessità economiche lo portano a lavorare presso lo studio condotto da un avvocato di tutt’altro stampo e il trovarsi in un ambiente in costante contrasto coi suoi principi lo porta a dimenticarli e a fargli apprezzare la vita brillante precedentemente ignorata. Arriva così a commettere un grave reato, ma ha così un assaggio di ricchezza ed eleganza che gli fanno girare la testa. Trovarsi improvvisamente immersi in un ambiente corrotto ma allettante può far crollare quelli che si credevano i propri profondi convincimenti e che invece erano soprattutto ideali collettivi di un certo periodo. Saremmo davvero diversi da quelli che critichiamo, se ci trovassimo al posto loro?

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Il colpevole

by 28 ottobre 2020

Film di Gustav Moller del 2018. Questo film danese si svolge interamente in due stanze del centralino di pronto intervento della polizia, dove un agente in attesa di processo deve rispondere alle chiamate telefoniche. Una donna chiede aiuto facendo capire di essere stata rapita e il poliziotto prende a cuore il caso, cercando di portarlo a buon fine, anche perché vi sono coinvolti i bambini della donna. La situazione è complicata e le grandi emozioni che travagliano i protagonisti li portano a far fronte alla verità che avevano cercato di nascondere. L’immedesimazione dell’uno e la sensazione di essere stata compresa dell’altra, fanno abbassare le difese di entrambi, consentendo loro di vedere la strada da percorrere, che potrà portarli di nuovo verso una dignità temporaneamente perduta.

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I più begli alberi dei più bei parchi milanesi

by 17 ottobre 2020

Tassodio del giardino di Porta Venezia a Milano

 

Noi umani di solito abbiamo un aspetto più attraente quando siamo giovani, mentre gli alberi sono insignificanti da piccoli, piacevoli da adulti, belli dopo i cinquant’anni e magnifici dai cento in poi. Solo quelli da frutto, manipolati nei secoli per renderli adatti alle nostre esigenze alimentari, sono più fragili e molto meno longevi degli altri. Nel giardino milanese di Porta Venezia, di begli alberi ce ne sono parecchi. Primi fra tutti i tassodi (Taxodium disticum), oriundi americani la cui famiglia signoreggia nelle paludi della Florida, dove solo le mangrovie lungo le coste dell’oceano possono resistere con i piedi in acqua. Loro riescono a respirare e a non marcire grazie agli pneumatofori, i pinnacoli legnosi che spuntano dalle radici tutt’intorno al fusto, creando l’illusione di un popolo pellegrino arrivato a buon fine. La chioma di foglioline morbide è di un verde tenero dalla primavera in poi, fino a quando si arrossano di un intenso tono ruggine fiammeggiante. Solo il giallo luminoso dei cinesi Ginkgo biloba, non troppo distanti da loro, molto più giovani di età ma più antichi di stirpe, può competere in bellezza anche nei giorni di pioggia.

 

Noci del Caucaso nel parco Sempione di Milano (in alto a destra i frutti sui lunghi steli penduli)

 

L’acqua, ricchezza fra le tante della Lombardia, nel suo posto d’onore al centro del grande parco Sempione di Milano, offre l’ambiente adatto ai noci del Caucaso (Pterocarya fraxinifolia) che si rispecchiano nello stagno, inclinati e vicini. Fra le folte chiome di foglie pennate pendono i lunghissimi steli languidamente eleganti, che primavera portano i piccoli fiori, presto trasformati in frutticini con le ali. Le stesse acque rispecchiano i tassodi (Taxodium disticum), fratelli di quelli dei giardini di Porta Venezia dove ha sede il Museo di Storia Naturale, mentre qui c’è una biblioteca, graditissima in quanto tale, anche se non particolarmente impegnata in quella che potrebbe essere invece la sua specialità: diffondere la conoscenza degli alberi e di tutto ciò con cui interagiscono. Gli alberi sono fra gli esseri viventi dal maggior effetto positivo d’insieme sull’ambiente, ma la mancanza delle più basilari conoscenze su di loro da parte della popolazione e troppo spesso persino da parte di chi decide delle loro sorti a vari livelli, ne causa il danneggiamento e la distruzione, invece di favorirli. Così come un terreno dove l’acqua e i minerali sono disponibili aiuta la crescita delle piante che si desidera avere, una cittadinanza che ha dimestichezza almeno coi tratti essenziali sul funzionamento della natura, fa emergere chi sa trattarla nel modo migliore per la salute umana, attraverso quella dell’intero ambiente. Una simile conoscenza dovrebbe essere offerta dalle scuole ma anche dalle biblioteche, agli utenti di buona volontà e a tutti i dipendenti pubblici. E’ disponibile da questo sito www.ascuoladaglialberi.net, frutto di diciotto anni d’impegno, dove ogni settimana pubblico un articolo che è possibile ricevere in posta elettronica come newsletter. Iscrivetevi, ma leggete anche i tanti temi delle diverse rubriche che compongono questo progetto. Conoscere la natura è entusiasmante, oltre che molto utile e ripaga del tempo che le si dedica.

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Bellezza dei frutti di campo

by 15 ottobre 2020

frutti di Abutilon theophrastus – foto da Amigos para siempre

 

Ai margini di un campo di mais, ancora inviolato a metà ottobre, una pianticella dall’aspetto disordinato, alta non più di mezzo metro e con le foglie ormai esauste, rivolge intorno a sé i piccoli frutti neri. A guardarli bene dimostrano grazia nella piccola coppa di carta vellutata larga tre centimetri, con le piccole teche vuote dei semi che formano una stella dai tanti raggi sottili. E’ una Abutilon theophrasti, pianta cinese installata ormai ovunque sui bordi dei campi di granoturco e considerata infestante da tutti quelli che non ne mangiano i semi a forma di cuoricini o le foglie morbide, piacevolissime al tatto, e non ricavano fibre dai suoi fusti, come fanno gli asiatici. Il nome comune con cui è chiamata alla maniera toscana, cencio molle, dimostra la sufficienza con cui la allontanano dalla categoria delle piante utili o almeno belle. Eppure le sue foglie vellutate, a forma di cuore come i semi, i fiori color arancio e ancora di più i frutti, hanno una loro avvenenza. Dicono che abbia viaggiato nel mondo attaccandosi alle pale delle macchine sgranatrici del mais, con cui condivide le affinità in fatto di terreno e di clima, così da maturare i suoi numerosissimi semini nelle stesse settimane delle grandi pannocchie.

 

Amaranthus caudatus – foto da Wikipedia

 

La si può trovare vicino a qualche pianta di amaranto, che le fa compagnia come ospite casuale arrivato dall’America latina e dalle zone himalayane, destinato su questo bordo di campo ad essere ignorato o estirpato nonostante le sue alte qualità nutrizionali persino nelle foglie, oltre che negli innumerevoli semini. La parola greca amaraino del suo nome, latinizzato in amaranthus, significa “non appassisce” perché le infiorescenze rimangono immutate dopo la fecondazione e pur perdendo di vivacità il rosso rimane a lungo anche dopo averle colte. L’uso antichissimo della pianta messicana è stato represso dai conquistatori per i suoi profondi significati culturali ma è tornato in voga negli anni sessanta del novecento. Alle tante varietà che in certe specie è monoica e in altre dioica (con sessi distinti) hanno attribuito aggettivi curiosi come: “cruentus” per quella dalle infiorescenze disposte in modo da sembrare in fiotto di sangue che esce da una grave ferita; “caudatus” molto ornamentale, simile a una coda di mammifero peloso, “hypocondriacus” per il portamento che può suggerire tristezza.

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Rendersi utili al mondo per essere utili a se stessi

by 3 ottobre 2020

Cipresso calvo con pneumatofori che aiutano l’albero a respirare

 

Sentirsi utili è importante per dare senso alla propria vita, agendo a favore di altri che ne hanno bisogno e sentendo così l’appartenenza ad una cerchia in cui non si viene abbandonati. Il contributo al bene comune è fra le modalità necessarie per dare a se stessi qualcosa di veramente fondamentale ad una vita soddisfacente: la solidità interiore. E’ con questa che si possono affrontare le difficoltà mantenendo il buonumore, la gentilezza, le idee chiare adatte a trovare le soluzioni che tengono sempre conto del rispetto dovuto gli altri, intendendo le persone, gli animali, le piante, l’intero ambiente.

Per compiere i passi giusti in questo senso occorre dedicare del tempo alla riflessione e alla conoscenza di se stessi, fondamentale per conoscere correttamente gli altri, ma le giornate sono piene di attività che sembrano impedire la sosta e il silenzio necessari a comprendere quanto ci si lasci distrarre da cose a volte superflue. Si resta chiusi in un cerchio che esclude chiunque altro, fosse pure chi può dare un contributo importante al miglioramento della vita di tutti. Così per tenersi UNO si perde DIECI, CENTO, MILLE.

Rimane un disagio e si vorrebbe fare qualcosa ma nella fretta di togliersi il fastidio, a volte si liquida l’altra persona con qualcosa che invece di aiutarla o farle piacere ha l’effetto di uno schiaffo. Si interpreta male la frase “basta il pensiero”, che non significa offrire una cosa qualsiasi, tanto per fare ma che, pur avendo cercato sinceramente di donare ciò di cui l’altro ha bisogno, si è dovuto ripiegare su qualcosa in cui si riconosce comunque l’impegno, anche senza aver potuto compierlo fino in fondo. Per rendersi utili occorre “mettersi nei panni altrui” cercando di capire, mentre invece spesso si cerca di mettersi in evidenza e addirittura di sopraffare l’altro con la propria opinione, anziché offrire un reale contributo. Si insiste oltre misura e ci si offende se la controparte rifiuta di adeguarsi a ciò che non le piace.

 

Piazza Prato della Valle a Padova con statue di tanti personaggi illustri del passato

 

Se si ha quella che si ritiene una buona proposta, va argomentata e discussa tenendo conto del carattere, del vissuto, delle esigenze altrui, spesso diversissime dalle proprie. Per fare questo occorre usare le parole giuste, che la fretta e le eccessive semplificazioni allontanano. Le parole definiscono la realtà e i modi. Sono preziosi strumenti che richiedono un continuo affinamento.

Rendersi utili è cosa tutt’altro che semplice: lo si può fare con beni materiali e denaro, che per chi li ha è il modo meno impegnativo, oppure condividendo dei saperi o ancora introducendo in una cerchia di persone adatte a far compiere un progresso privato o lavorativo. Cambiare cerchia è un’impresa molto difficile, perché si tende ad aggregarsi fra chi la pensa all’incirca in modo simile e far passare qualcosa o qualcuno di nuovo in un ambiente diverso richiede fantasia, costanza e fortuna, tanto più se si è avanti con l’età. Se poi si è soli, è competenza del settore miracoli.

D’altra parte ci sono persone che si adoperano per essere utili nel modo giusto ma vengono respinte o ignorate da chi, avendo poca reale autostima, sente ogni proposta altrui come una dichiarazione della propria incapacità. La vera autostima, ovvero il solido mondo interiore, è quella che deriva dall’avere realizzato le più profonde aspirazioni, che spesso hanno ben poco rapporto con quanto conviene da un punto di vista economico o sociale e con la direzione della corrente. Sono pochi quelli che riescono a resistere ai condizionamenti, affrontando la riprovazione e l’esclusione per il solo fatto di avere fatto scelte autonome e inconsuete. In tanti cedono alle pressioni ma coltivano il rancore provocato dall’insoddisfazione di avere mancato verso se stessi. La meschinità avvelena l’animo e spinge a bloccare gli slanci, le buone idee, il procedere spedito dei progetti di coloro con cui hanno a che fare.

Ci si può rendere utili dunque anche semplicemente incoraggiando chi lo merita, ricordandosi di lei o lui che sia, anche se non appartiene alla propria cerchia, perché proprio chi si distingue in meglio dagli altri è in realtà il meno accettato, perché è “meno uguale”.

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Molti altri articoli utili sui temi che riguardano l’ Umanità  si trovano in questa rubrica e recensioni di libri e film che aiutano a capire l’animo umano si trovano in Libri selezionati e Film selezionati.

 

La regola dell’equilibrio

by 1 ottobre 2020

 

Romanzo di Gianrico Carofiglio del 2014. Un giudice ancora giovane, uomo intelligente, di successo e benestante si rivolge migliore e più onesto avvocato di Bari, suo ex compagno di studi, per essere assistito quando si cominciano a fare accertamenti sul suo conto, riguardo a una possibile corruzione. L’avvocato Guerrieri già nel primo dibattimento si dimostra abile come sempre e da quel momento su di lui circolano voci poco lusinghiere riguardo al suo senso morale, nonostante la difesa dei colpevoli e non solo degli innocenti sia un dovere dei legali. Ma farlo nei confronti di un giudice corrotto, che dietro lauto compenso fa scarcerare dei criminali e fa vincere loro cause per misfatti di ogni genere è davvero moralmente accettabile? Inizialmente l’avvocato Guerrieri è certo dell’irreprensibilità del giudice ma vuole capire meglio se le cose stiano proprio così. Nonostante gli sembri impossibile che con la brillante carriera aperta, il giudice possa essere così stolto da metterla in pericolo con sporche faccende, indaga a fondo. Le leggi sono spesso complesse e contraddittorie, tanto da lasciare spazio alle scappatoie attraverso i cavilli, se si conosce davvero bene l’argomento. La legalità in vari casi ha poco a che vedere con la giustizia e comunque il confine fra ciò che è giusto e ciò che non lo è, dipende spesso da sfumature e da interpretazioni. Le giustificazioni per qualunque atto si trovano sempre, se il proprio mondo interiore è meno che solido.

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