I miei articoli

Felci fatate

by 12 febbraio 2019

foglia di Woodwardia radicans – foto dal sito dell’Orto Botanico di Messina

 

Quando le terre emerse erano ancora zuppe d’acqua, fra le prime piante a prosperare con gli equiseti ed i licopodi, ci sono state le felci. Ce n’erano di tutte le dimensioni, dalle più piccole a quelle grandi come alberi, quando gli alberi ancora non c’erano. Le grandi foglie partono dai rizomi, i fusti sotterranei orizzontali che hanno piccole radici, dato che l’acqua non hanno bisogno di andarla a cercare lontano. È lì che accumulano le proprie riserve nutritive e, anche se vengono spezzati, non ne soffrono. Formano una fitta rete, per essere stabili e vegetare nuovamente, anche se al di sopra della terra ci sono condizioni difficili. Non hanno mai avuto i fiori, né frutti, né semi, nemmeno quelli più primitivi come per le conifere e, per lasciare una discendenza, allora come adesso fanno spuntare nuove piante dal rizoma o si diffondono attraverso il pulviscolo delle spore. Le custodiscono sulla pagina inferiore delle foglie fino a che sono pronte a farsi portare via dall’acqua per germinare a terra. Le nuove foglie sono arrotolate in punta, come pastorali, perché le cellule sui due opposti lati dei rachidi crescono in modo diverso, tirando da una parte e così facendola arrotolare.

 

nuovi germogli di Osmunda regalis a primavera nel Giardino Heller

 

Le grandi felci arboree hanno fusti simili a quelli delle palme e, come i loro, possono arrivare a trenta metri di altezza e terminare con un ciuffo di enormi foglie. Le più grandi sono le Dicksonia squarrosa, della Nuova Zelanda.

La Osmunda regalis felce florida, che si riconosce per le grandi foglie e la voluminosa base di radici che formano una specie di pane di torba. Questa particolarità mette in pericolo di estinzione la pianta a causa dell’uso che se ne fa per coltivare le orchidee, da parte dei floricoltori. Nella mitologia slavonica gli sporangi chiamati Fiori di Perun hanno delle proprietà magiche che scacciano i demoni, fanno realizzare i desideri, scoprono i segreti e fanno capire il linguaggio degli alberi. C’era un rituale pericoloso per coglierli e questo poteva avvenire solo nella notte di Kupala che dopo il cristianesimo è diventata la notte di Pasqua, tracciando un cerchio intorno a loro e alla pianta insieme, sopportando lo scherno e le minacce delle entità demoniache. I germogli sono comunque commestibili, come lo sono quelli di altre felci.

In Calabria, Sicilia e Campania, ci sono felci enormi e rare, che fanno pensare ai tropici: sono le Woodwardia radicans, dalle foglie lunghe anche più di tre metri.

Le felci hanno proprietà medicinali, tra cui la più nota è quella vermifuga. Contengono molto potassio, tanto che con la cenere di felci bruciate, in Irlanda si faceva la potassa per lavare i panni.

Hanno rizomi come loro anche i bambù e le canne palustri, i papiri, i banani, i corbezzoli i pungitopi, gli asparagi e i mughetti. Li ha pure la posidonia, pianta terrestre emigrata nel mare.

Hanno bulbi gli iris e i gigli, le tuberose, i ciclamini e i tulipani, le cipolle e l’aglio, le dalie, i gladioli, i narcisi ed i giacinti. Patate, topinambur e yucca hanno tuberi.

In Lombardia si possono trovare felci arboree nel giardino di villa Carlotta a Tremezzo (CO) e nel giardino Heller di Gardone Riviera (BS).

La Musica Cosmica di Capo Verde

by 6 febbraio 2019

Bino Braco che si accompagna con il ferrinho – foto da Wikipedia di Xando

 

Ci sono tante storie vere che sembrano inventate e questa sicuramente in parte è leggenda. Nella primavera del 1968 una nave  era partita da Baltimora, negli USA, diretta a Rio de Janeiro in Brasile, per portare il suo carico di strumenti musicali all’Esposizione Mondiale del Suono Elettronico. Il giorno dopo la partenza il suo segnale era sparito dai radar e nessuno ne aveva avuto più notizia fino a qualche mese dopo, quando la nave (o era solo il container?) era stata ritrovata in un campo, a otto chilometri di distanza dalla costa, vicino al villaggio di Cachaço nell’isola di Sao Joao di Capo Verde. Come fosse arrivata lì era ed è un mistero, anche perché dell’equipaggio non era rimasta traccia. Dunque si era pensato che fosse arrivata dal cielo. Certo è che si trovava a migliaia di chilometri dalla destinazione prevista, dalla parte opposta dell’oceano. Il carico di pianoforti elettrici e sintetizzatori che avevano bisogno dell’elettricità per funzionare erano stati messi a disposizione nelle scuole, gli unici luoghi che ne erano provvisti. L’idea era stata di Amilcar Cabral, anti-colonialista, che aveva così fornito una manna ai ragazzini, felici di armeggiare con le tastiere e quelli più dotati di talento musicale avevano finito con l’integrarne i risultati ai ritmi locali.

 

Acquerello di Anna Cassarino- 1999

 

Dopo l’indipendenza delle isole capoverdiane dal Portogallo nel 1975, le musiche tradizionali come la morna, la coladeira, la tabanca, il funanà, avevano trovato nuova vita e modernità con un effetto ipnotico, degno del nome di Musica Cosmica che le era stato poi attribuito dalla casa discografica tedesca Analog Africa pubblicando Space Echo – The Mystery Behind The Cosmic Sound of Cabo Verde. Gli strumenti musicali elettronici convivono da allora con quelli tradizionali quali il ferrinho, fatto di una barra metallica grattata con una bacchetta di ferro, ottenendo un effetto ancora attualissimo nonostante il mezzo secolo di vita.

Per chi vuole averne un saggio, il collegamento su Radio Tre Rai è https://www.raiplayradio.it/programmi/lidealista/archivio/puntate

Per altri articoli sulla musica di popoli diversi vedere quiqui

Per articoli sulla musica francese vedere qui e qui

Florence

by 1 febbraio 2019

Film di Stephen Friars del 2016 riguardo alla storia vera di Florence Foster Jenkins, (con Meryl Streep e Hugh Grant) appassionata di musica lirica, generosa mecenate, simpatica e capace di farsi benvolere e di attrarre in questo modo la migliore società. Pur sapendo valutare con competenza il talento di musicisti e cantanti non riusciva in alcun modo a riconoscere le proprie gravi pecche quando si esibiva a sua volta. Nessuno, né il marito che le faceva da manager, né gli amici musicisti affermati, se la sentiva di farle notare quanto debole e stonata fosse la sua voce e ridicolo il suo abbigliamento di scena. Persino i critici musicali di vari autorevoli giornali, da una parte perché pagati, ma dall’altra anche perché inteneriti e divertiti dall’ingenuità della donna, scrivevano recensioni entusiaste sui suoi spettacoli. Era arrivata addirittura ad affittare la sala della Carnegie Hall e a registrare un disco che aveva raggiunto vendite imponenti, certo perché lo stupore che suscitava un’esecuzione così assurda, oltre alle irresistibili risate provocava ammirazione.

Questo film evidenzia ciò che avviene da sempre nella storia dell’umanità, le spinte che portano a seguire l’opposto della lucidità e della ragionevolezza, della giustizia e della buona qualità. Lasciarsi trascinare da ciò che fa la maggioranza, scegliere il quieto vivere anche quando sarebbe davvero il caso di attivare il coraggio di opporsi all’insulsaggine. In questo caso si può ridere e divertirsi, ma il meccanismo è lo stesso che porta alle conseguenze più tragiche, quando le azioni sono criminali.

Un altro film sulla forza trascinatrice della massa è L’Onda

Museo di Storia Naturale a Milano

by 30 gennaio 2019

diorama della barriera corallina

 

I bassorilievi floreali di epoca Liberty dei palazzi signorili milanesi, circondano il parco romantico di Porta Venezia in cui dal 1952 si trova il Museo di Storia Naturale, ricostruito dopo l’ultima guerra.

Al primo piano, la bellezza di grandi diorami che ricreano l’atmosfera degli ambienti tropicali, con alberi, fiori, torrenti, nella penombra in cui si mimetizzano gli animali, stupisce e coinvolge. Ci si può illudere di essere arrivati via mare e di essere ancorati a prudente distanza dal frammento di barriera corallina ricostruito qui fra le tartarughe e lo scheletro di capodoglio. Ci si può credere in un mangrovieto, passando indenni fra le acque infide della costa simulata dietro la vetrina, di cui si ha il privilegio di vedere il sopra e il sotto della linea che separa il mondo dei pesci da quello degli uccelli. Fra i grandi alberi delle foreste pluviali dell’Indonesia, della Malesia, dell’Africa centrale e del Costa Rica, insetti, uccelli, mammiferi sono rappresentati in una vicinanza consentita solo dall’artificio.

Bastano pochi passi per trovarsi negli ambienti temperati, poi in quelli freddi e vedere da vicino gli animali che ben pochi riusciranno mai ad osservare dal vero, dove vivono in libertà e si nascondono.

 

Diorama della foresta

 

Al piano terreno gli scheletri dei dinosauri davanti a sfondi dipinti di una flora che forse li circondava quando erano in vita, si direbbe che passeggino. Poi si conosce il mondo umano e i tanti modi con cui ha saputo trarre vantaggio dalle risorse naturali, ne ha imitate le geniali invenzioni, le ha distrutte o coltivate.

Vale la pena di tornare più volte nel museo, per apprezzare con sufficiente attenzione la grande quantità e bellezza di quanto è esposto, oppure attrezzarsi per passare alcune ore senza che l’interesse per ciò che qui si può imparare, cali per stanchezza.

Dai finestroni lo sguardo si immerge nel parco dedicato a Indro Montanelli, con alberi messi a dimora in gran parte nella seconda metà dell’ottocento, quando lo stile romantico detto “all’inglese” aveva sostituito quello geometrico dei giardini. Il movimento, il colore, il mistero delle foreste incantate si poteva ottenere al meglio dagli alberi originari soprattutto dall’Asia e dall’America, dove molti botanici, esploratori e colonizzatori dei secoli scorsi avevano viaggiato. Fra i giganti stranieri, quelli che si impongono anche per la morbida bellezza del loro fogliame piumoso sono i Taxodium disticum, detti Cipressi di palude, tassodi, o cipressi calvi. La loro chioma vaporosa, di un verde chiarissimo fino all’autunno, quando prendono un colore rosso fulvo molto intenso, la loro grande altezza, gli pneumatofori delle radici, li rendono inconfondibili. Sempre vicini all’acqua, che è l’elemento caratteristico delle paludi della Florida da cui provengono, per far respirare le radici ed evitare che marciscano, elevano tanti pinnacoli legnosi, alti qui fino a mezzo metro, che li fanno sembrare piccole folle di nani intorno ai giganti. Il museo continua qui, dove l’artificio umano c’è, ma si vede meno.

Sarà interessante fare il confronto fra questo straordinario museo tradizionale e l’impostazione all’avanguardia di quello di Trento

Strade imprevedibili della mente

by 23 gennaio 2019

 

Che il nostro cervello sia estremamente complesso e pieno di risorse, oltre che di trappole, lo sappiamo ma è attraverso esempi concreti che ne prendiamo veramente coscienza. Un caso stupefacente che ce lo dimostra è avvenuto all’inizio del novecento, quando un professore di greco e latino viennese, dopo una ferita alla testa durante la prima guerra mondiale, aveva perso la capacità di parlare, leggere e scrivere, pur avendo chiari come sempre i concetti e le sensazioni che voleva esprimere. Questa afasia lo aveva provato duramente non solo per l’impossibilità di lavorare, ma anche per il grave ostacolo nei contatti sociali. Dopo qualche tempo, però, aveva scoperto di sapere ancora leggere le due lingue antiche imparate a scuola, che erano state registrate in una parte del suo cervello diverso da quella in cui era sedimentata la lingua assimilata da piccolo. Così aveva cominciato a pensare in latino, traducendo man mano le parole in tedesco con il procedimento inverso a quello con cui aveva appreso le due lingue mediterranee. Aveva così ritrovato quella materna e ne aveva ripreso l’uso, anche se con delle imperfezioni.

 

 

Conoscere più lingue e più argomenti, soprattutto se imparati in modi e periodi differenti della vita, aumenta le capacità cognitive e offre possibilità sorprendenti, anche quando si è colpiti da afasia, un’infermità di cui soffrono molte persone.

Le vie inconsuete spesso vengono trascurate perché le abitudini mentali impediscono di accorgersene o di considerarle valide. Conoscere molti esempi di soluzioni impreviste e imprevedibili, come quelle della natura, libera da qualche limite mentale e fa trovare vie nuove.

Alcuni articoli sulle sorprese che ci riserva la mente sono: illusioni sensoriali, gli arti fantasma, le parole cambiano i colori, comportamenti disumani

Un film su come attenuare un handicap espressivo è: Il discorso del re

Libri sugli inconsueti percorsi mentali sono: Cervello, istruzioni per l’uso  – Bambini e ragazzi difficiliPsicosoluzioniLa danza della realtà

Il bello della Val Vigezzo (VCO)

by 16 gennaio 2019

 

Dieci chilometri di strada ripida portano sull’altopiano dove Druogno, Santa Maria Maggiore, Craveggia e Malesca sorprendono con la bellezza delle loro case dagli alti comignoli, dai tetti in piote di sasso che proteggono suggestive balconate, dagli affreschi a tema religioso su una parete esterna. Sono numerose le case signorili, che si accompagnano con grazia a quelle più modeste ma sempre di gradevole aspetto. Fino dal seicento questa valle ha avuto pittori di talento, testimoniata dagli affreschi piccoli e medi su buona parte delle case, dove la Madonna è quasi sempre presente nella sua qualità di protettrice dalle malattie e dalle disgrazie. Il pittore Giovanni Maria Rossetti Valentini, tornato dalla Francia dove aveva fatto fortuna, nel 1878 aveva fondato a Santa Maria Maggiore una scuola d’arte gratuita, attiva ancora adesso per corsi estivi. A Craveggia sul muro di cinta di quella che era stata la casa originaria di G.M.Borgnis, celebre pittore emigrato in Inghilterra nel settecento, c’è una pittura murale relativamente recente che illustra un incontro davanti a casa sua.

Centro storico di Santa Maria Maggiore. Sui comignoli si vedono sagome si spazzacamini

 

Sui tetti nei tanti toni grigi delle piote di pietra locale, i comignoli alti che in passato testimoniavano la ricchezza e il prestigio delle famiglie portando il fumo più in alto che altrove prima di lasciarlo libero, ricordano che il mestiere dello spazzacamino era caratteristico di questa valle. Da qui ogni autunno partivano per le città italiane ed estere gli uomini accompagnati da uno o più ragazzini, perché per togliere le incrostazioni di fuliggine dalle canne fumarie, che si risalivano puntando i piedi su una parte e la schiena sull’altra, ci voleva un corpo minuto. Questo lavoro faticoso, pericoloso e insalubre, è documentato nel Museo dello Spazzacamino e celebrato ogni mese di Settembre con un raduno che fa incontrare quelli che nel mondo intero ancora lo esercitano o lo ricordano. La fuliggine nera e infiammabile che il legno bruciato lasciava lungo il percorso casalingo del fumo, veniva venduta per farne inchiostri o concime e aveva finito col dare ricchezza.

 

Casa di Craveggia con affresco

Ma a Santa Maria Maggiore c’è anche la Casa del Profumo, in onore del suo concittadino Giovanni Maria Farina, emigrato a Colonia nel settecento dove aveva commercializzato l’unico profumo tuttora in vendita con la stessa formula, ideata da Giovanni Paolo Feminis e chiamata in origine Aqua Mirabilis, per le sue qualità lenitive. Su una base di agrumi, è formata da una trentina di essenze vegetali diverse che in passato avevano sparso la loro fragranza anche sugli abiti tradizionali tipici della valle, esposti qui, dove vari pannelli spiegano la storia dei profumi e dei costumi.

Vari piccoli musei nelle frazioni e il santuario della Madonna a Re, le passeggiate nei boschi e le attività sportive, completano le attrattive culturali di questa valle dal bel paesaggio con le Alpi sullo sfondo, che può essere contemplato anche viaggiando con il trenino bianco e blu che da Domodossola porta a Locarno, nella confinante Svizzera.