I miei articoli

Animali sconcertanti e buffi

by 21 ottobre 2019

Tamarino imperatore – da wikipedia, foto di Broken Inaglori

 

Ci sono animali che sembrano chimere, per delle caratteristiche abituali in specie differenti dalla loro e di cui qualche volta si è riusciti a capire quale potrebbe esserne la causa.

Il Moschus moschiferus, imparentato coi cervi ma classificato come mosco, vive in Asia nordorientale ed è stato in pericolo di estinzione per le sue secrezioni odorose di carattere sessuale, conosciute come muschio e ricercatissime come componenti dei profumi. Invece dei palchi sulla testa come ci si aspetterebbe dalla sua fisionomia, ha due lunghissimi canini che in un erbivoro sono sorprendenti. Infatti non li usa per azzannare prede, ma nei combattimenti coi rivali per la conquista delle femmine.

 

Moschus moschiferus – foto da Wikipedia di Paradoxusik.lifejurnal.com

 

Un parente delle capre chiamato Tahr nella zona himalayana di cui è originario e col nome scientifico di Hemitragus jemlahicus, ha una criniera simile a quella di un leone, che in età sessualmente immatura è marrone chiaro, si fa bionda negli anni in cui si accoppia e diventa scura in vecchiaia. Gli serve per esibire la sua buona salute, l’età giusta e le qualità necessarie per lasciare una buona discendenza. Questo attrae le femmine e dissuade parzialmente i rivali, con i quali altrimenti avvengono scontri per la dominanza.

 

Tahr, foto commons wikimedia

 

L’okapi Okapia johnstoni vive in Congo e assomiglia vagamente a una zebra per le strisce che ha in comune con lei, ma solo sulle zampe. Invece fa parte della famiglia delle giraffe.

 

okapi, foto da Wikipedia

 

Il piccolo e simpatico tamarino imperatore Saguinus imperator è una scimmietta amazzonica con una caratteristica umana: lunghi baffi e a volte anche la barba. E’ detto imperatore perché i baffi facevano pensare a quelli dell’imperatore Guglielmo II di Germania. (foto in alto)

 

fennech – foto da Wikipedia di ladypine

 

C’è poi il piccolo fennech, Vulpes zerda, soprannominato “folletto del deserto” nel Nord Africa dove vive, per la sua rapidità nell’apparire e scomparire nelle tane sotto la sabbia dove passa le giornate al riparo dal caldo torrido. E’ parente dei cani, di cui ha il comportamento amichevole verso l’uomo, ma è più vicino alle volpi per le grandissime orecchie che gli servono per disperdere il calore e udire meglio. E’ l’animale rappresentativo dell’Algeria.

 

topo canguro – foto da Ad Hoc News

 

Ben più piccolo ancora è il topo canguro Microdipodops pallidus che abita i deserti americani della California e del Nevada, e salta come un canguro con zampe da uccellino

Animali lanosi

by 16 ottobre 2019

alpaca

 

Quando fa freddo occorre qualcosa che trattenga il calore del corpo dall’andarsene e all’aria fredda esterna dal raggiungere la nostra pelle. A questo provvede molto bene la lana, che fa da barriera anche quando la temperatura intorno a noi è più forte della nostra e vogliamo lasciarla fuori, isolata dalle particelle d’aria trattenute fra i suoi fili. Per questo le migliori lane vengono da animali dei climi molto freddi o molto caldi, come nelle zone desertiche africane in cui vivono i dromedari.

E’ nelle famiglie delle pecore e delle capre, in quelle dei cammelli e persino in quelle dei conigli che si trovano i pelami più folti, morbidi e leggeri usati da noi nei millenni per filarli e tesserli, così da potercene confezionare abiti, accessori, tappeti e persino abitazioni, dato che le yurte, le capanne circolari dei nomadi asiatici, sono in feltro di lana ovina.

 

capra d’angora -foto da Wikipedia

 

Proprio nelle fredde steppe cinesi e mongoliche vive il cammello, uno degli animali dall’aspetto più insolito per le due gobbe che culminano con un gran ciuffo di peli, per come si accuccia e per l’andatura dondolante. Il suo pelo è abbondante in inverno e cortissimo in estate ma non a causa della tosatura, perché il vello lo si ottiene pettinandolo quando lo perde fra primavera ed estate. Il filo dà tessuti morbidi, caldi d’inverno e freschi in estate, nei colori che vanno dal bianco al nero, passando per le tonalità calde delle terre. Fin dall’antichità la sua lana è stata usata anche per alleviare i dolori di artriti, nevralgie e reumatismi, applicandola direttamente sulle parti doloranti.

Il dromedario dell’India e del Nordafrica, nella sua unica gobba evidente contiene le riserve di grasso per affrontare i periodi di carestia, che si riduce di volume ma non si affloscia su un lato, come invece avviene al cammello.

Parente del cammello è l’alpaca, originario del Sudamerica, dove vive in gregge sulle Ande fino a 5.000 metri di altitudine camminando su cuscinetti, più adatti ai terreni pietrosi rispetto agli zoccoli. E’ mite ed educato, bruca senza strappare le radici né scortecciare gli alberi e fa i suoi bisogni solo in certi luoghi anziché dappertutto come altri animali. Mangia erba ma anche rovi. Il pelo della varietà huacaya quanto quello di suri più lungo è morbidissimo e senza lanolina, che è il grasso di cui è normalmente intrisa la lana di pecora. E’ molto pregiato e per questo era usato solo per gli abiti della nobiltà Inca nei ventidue toni naturali di colore dal bianco al nero, passando per le gradazioni sempre più calde delle terre. Viene allevato anche in Italia.

 

antilope tibetana – foto da RSI

 

Anche la vigogna è andina e parente del cammello. Il suo pregiatissimo pelo ha uno strato interno per proteggere dal freddo e uno esterno contro le intemperie. Ogni tosatura dà poca lana, tanto che per fare un cappotto occorre quella di 30 animali, che facendo parte di un allevamento hanno una certa libertà e vengono catturati ogni due anni per essere tosati.

La capra cachemire viene dalla regione asiatica del Cachemire (o Kashmir, a seconda della nazionalità di chi lo scrive) ed ha un pelo morbidissimo vicino alla pelle per proteggersi dal freddo, mentre quello più lungo e ruvido, che si chiama giarra, la ripara dalle intemperie. La sua lana pregiata in genere non si tosa ma si pettina e si raccoglie dai cespugli su cui si impiglia fra inverno ed estate. In Italia viene lavorata al meglio in Italia nel biellese, dove la purezza dell’acqua, oltre alle caratteristiche fisico-chimiche dei torrenti Cervo e Sesia, consente risultati di morbidezza che altrove mancano.

L’antilope del Tibet e Nepal dalle lunghe corna ricurve all’indietro è parente delle capre nonostante le antilopi in genere siano conosciute come bovidi e la sua impareggiabile lana detta Shahtoosh si può avere solo uccidendola, perché non si lascia addomesticare per la tosatura. Viene giustamente vietata per evitare l’estinzione dell’animale.

 

vigogna – foto da artimondo

 

La capra d’angora ha un pelo chiamato mohair, così sottile e lungo da poter essere filato con straordinaria finezza. Assomiglia ai capelli umani e per questo se ne fanno delle parrucche, ma viene usato anche per tappeti e arazzi.

Il coniglio d’angora è di origine turca e lo si sente nel nome più antico con cui era conosciuta l’odierna Ankara. Il suo morbidissimo pelo è spesso prediletto per maglieria da neonati e per il feltro dei cappelli.

La pecora merino dal vello molto abbondante, pregiato e leggero è probabilmente originaria del Medio Oriente, ma è conosciuta come spagnola, dato che è stata allevata in Spagna fino dal dodicesimo secolo. Dall’ottocento in poi vive in grandi greggi in Australia, in Nuova Zelanda e Sudafrica, dove i pascoli sono molto estesi e il clima favorevole. I tessuti sono adatti all’abbigliamento maschile perché resistente all’usura e freschi anche d’estate. I maschi hanno corna avvolte sui lati della testa.

Le inglesi pecore delle isole Shetland danno invece una lana più ruvida e meno pregiata. Ci sono poi moltissime specie di pecore in tutta Europa, ma in questo articolo ho citato solo gli animali lanosi più esotici.

 

Piante che accumulano riserve d’acqua

by 2 ottobre 2019

Il bellissimo Ravenala madascariensis, detto palma del viaggiatore – foto da Etsy

 

Una caratteristica del deserto americano è quella di ospitare dei cactus anche molto grandi e longevi. Sono piante dall’interno spugnoso ma dalla superficie liscia e cerosa di colore verde, che compie la fotosintesi al posto delle foglie, trasformate in spine e addette alla difesa. Durante il giorno fa troppo caldo per aprire gli stomi necessari ad assorbire l’anidride carbonica da trasformare in linfa. Per questo la pianta assorbe l’energia solare e l’utilizza di notte. Anche i bei fiori di solito si aprono dopo il tramonto nel loro ambiente naturale dove sono fecondati da falene, pipistrelli e topolini, grazie a cui diventano saporiti frutti. Il cactus è molto frugale e attento a non disperdere che in minima parte l’umidità assorbita durante le rare piogge, immagazzinata nel fusto e nei rami per poterla utilizzare poco alla volta. Per questo il termine giusto per lui è “pianta succulenta” e non “grassa”. In caso di necessità, una persona che si trova in quell’ambiente può praticare un foro e bere l’acqua perfettamente potabile. Uno dei cactus di maggiori dimensioni è il saguaro Carnegiea gigantea dalla forma a candelabro, che può crescere fino a 12 metri, con una circonferenza di 3 metri e vivere 150 anni nel deserto sud dell’Arizona e del Sonora in Messico.

 

gruppo di saguari – foto da National Park Service

 

Il baobab Adansonia digitata, tipico delle zone asciutte dell’Africa, è l’albero dalla maggiore circonferenza del tronco, che arriva a trenta e più metri. Anche il suo fusto internamente è spugnoso, per poter immagazzinare grandi quantità d’acqua. I bei fiori li apre a testa in giù di sera, per farli impollinati dai pipistrelli, in modo che evolvano in frutti leggeri come meringhe, buoni e di sapore acidulo. E’ molto longevo e possiede tante virtù alimentari, curative e pratiche.

Nelle zone tropicali più umide si trova una bellissima pianta chiamata Palma del Viaggiatore, che non è una palma ma una parente della strelizia, le cui foglie somigliano a quelle del banano. E’ endemica del Madagascar di cui è simbolo vegetale e deve il suo nome all’accumulo d’acqua alla base delle foglie disposte a ventaglio, che il viaggiatore assetato può bucare per bere. E’ davvero bellissima ed il nome scientifico è Ravenala madascariensis.

Anche certi bambù tropicali contengono acqua potabile nelle cavità fra i nodi, che si mantiene fresca e trasportabile come dentro bottiglie sigillate, se si taglia la canna sopra e sotto i nodi del tratto che interessa.

 

palma cubana Colpothrinax wrightii – foto da monacotureenciclopedia.com

 

Nelle zone più secche e calcaree di Cuba c’è una palma con la pancia Colpothrinax wrightii detta in spagnolo palma barrigona, perché un rigonfiamento nel mezzo del fusto, dove accumula l’acqua di riserva per i periodi di siccità, le dà quell’aspetto curioso. Le piante che usano questa strategia, se coltivate in luoghi dove non è necessaria, spesso non la usano.

Sull’isola di Socotra c’è una pianta del genere Adenium, alta non più di quattro metri, dalle forme che somigliano a quelle di una persona fortemente obesa, anche a causa della corteccia liscia. In Madagascar ce n’è una simile, chiamata oleandro del Madagascar per i fiori rosa simili.

 

 

Pepe: vista sui tropici per una spezia

by 26 settembre 2019

falso pepe o pepe rosa – foto da villagenurseries.com

 

Il pepe più comune e più usato da noi fin dall’antichità è il seme di una liana legnosa e perenne originaria dell’India dal nome scientifico Piper nigrum. Il pepe verde, bianco o nero vengono dalla stessa pianta e il loro colore è determinato dal diverso grado di maturità e trattamento. Un tempo era molto costoso ed era stato usato come merce di scambio pari al denaro. Era impiegato anche come medicinale ma, pare, senza fondamento.

Simile nel sapore è il pepe lungo Piper longum, ancora usato in Nordafrica, India, Indonesia, Malesia.

Un altro tipo di pepe, chiamato pimento, viene dalla Giamaica e il suo nome scientifico è Pimenta dioica. Assomiglia al pepe ma è un albero e il gusto dei suoi frutti è un misto di chiodi di garofano, cannella e noce moscata. Pare che lo si usi molto ancora in Polonia e in Palestina, oltre ad essere decisamente popolare nella cucina caraibica, dato che è prodotto in Giamaica, Honduras, Guatemala e Messico. Negli USA aromatizza i dolci e in Gran Bretagna i pancake. Nel mondo è l’ingrediente raffinato di varie bevande. Un uso inconsueto è quello come deodorante, che dicono fosse messo negli stivali dei soldati russi nel settecento.

C’è poi il falso pepe, un bell’albero decorativo che tollera anche il clima italiano dal nome scientifico di Schinus molle, originario di Bolivia, Perù e Cile. Le sue bacche sono conosciute come pepe rosa, dalle proprietà medicinali e forse utilizzabile in alternativa ai pesticidi.

Il cubebe Piper cubeba è un’altra liana rampicante originaria di Giava e Sumatra, che fornisce un pepe aromatico usato nella pasticceria marocchina e nel mondo per aromatizzare le sigarette.

Il Piper aduncum, conosciuto anche come matico, è un alberello che vive nell’America centrale e meridionale, le cui foglie sono utilizzate per guarire le ferite, applicandole direttamente in loco. Dai fiori di forma tubolare ricurva, che danno frutti in grani, viene il nome scientifico.

Infine c’è l’albero della Terra del Fuoco chiamato canelo, il Drymis winteri dai poteri fortemente antisettici e dall’aroma talmente intenso da far bruciare gli occhi quando si è in un boschetto di soli canelos. Oltre ai suoi semi si può usarne la corteccia triturata.

Zona d’ombra

by 18 settembre 2019

Film del 2015 di Peter Landersman, ispirato alla storia vera accaduta in USA che ha avuto per protagonista il dott. Bennet Omalu (Will Smith) di origine nigeriana e di grande cultura, oltre che di profonda competenza medica e onestà. Nella sua qualità di neuropatologo, facendo l’autopsia ad un celebre ex giocatore di football che si era suicidato dopo un lungo periodo di gravi disturbi al cervello e degrado sociale, aveva scoperto delle lesioni invisibili alle Tac e ad altre analisi ordinarie. Nella successiva autopsia ad un altro ex giocatore aveva rilevato lesioni simili e si era consultato quindi con il maggior luminare di neuropatologia per avere conferma della sua ipotesi riguardo alle cause. Riteneva, infatti, che fossero gli innumerevoli colpi alla testa che avvengono durante le partite, a danneggiare il cervello. Insieme a lui aveva pubblicato i risultati dello studio su una prestigiosa rivista scientifica avendo come reazione l’accusa di millanteria da parte della società organizzatrice di questo sport popolare quanto violento, con un giro d’affari colossale. Da qui era partita una lotta che si era protratta per diversi anni, durante i quali il dott. Omalu aveva dimostrato un coraggio esemplare. In questo film si pone il quesito che spesso emerge riguardo alla convenienza economica e morale di attività che generano grandi benefici da una parte, ma grandi danni dall’altra. Dove sta ciò che è giusto? E’ meglio tacere e sacrificare alcune persone o rivelare il pericolo e lasciare alla coscienza individuale la scelta? O ancora, sarebbe giusto sopprimere e vietare ciò che è pericoloso?

 

Piante straniere naturalizzate in Italia

by 11 settembre 2019

Gazebo a Villaguardia (CO) rivestito di vite canadese

 

Da diversi anni ferve presso chi si occupa di giardini, parchi e boschi, il desiderio di reintrodurre alberi autoctoni dove adesso ce ne sono di stranieri, di cui alcuni molto invadenti, odiati e ritenuti causa di degrado. E’ un’idea che ha buone ragioni, ma le cause del degrado sono prima di tutto l’incuria e l’ignoranza. Con l’occasione cito qui sotto le piante di ogni genere che si sono sostituite a quelle originarie italiane, al punto che le crediamo con noi da sempre e non potremmo più farne a meno.

Ortaggi: Pomodori, patate, mais, peperoni, zucche, la maggior parte dei fagioli, gli ananas, girasole vengono dall’America centrale e meridionale           Melanzane dall’India

 

Lagerstroemia in autunno a villa Toepliz, Varese

Alberi da frutto: Ciliegio, melo, melograno dal Kazakistan             Pesco, fico, arancio amaro, vite, olivo, cipresso, pino domestico, platano, carrubo dal Medio Oriente             Kiwi, Arancio, limone e affini dalla Cina             Pompelmo dalle Isole Barbados

Altri alberi: Gelso dalla Cina      Robinia dagli USA       Giuggiolo dall’Asia       Ippocastano dai Balcani

Fiori: tulipano dalla Turchia          Dalia, cosmea, zinnia, stella di Natale, fucsia dal Messico         Geranio dal Sudafrica       Datura dall’America         Glicine, Falso gelsomino dalla Cina      Ortensie dal Giappone

 

photinia in fiore

Piante straniere molto frequenti in Italia:  Cedro del Libano dal Libano,        cedro deodara dall’India,          cedro dell’Atlante dal Marocco,           Agave, fico d’India, dal Messico,          Tuja orientale, ginkgo biloba, ailanto, metasequoia, Paulownia, Sophora, Photinia dalla Cina,           Cipresso di Lawson, calocedro, liquidambar, liriodendro, tuja occidentale, magnolia sempreverde, pino strobo, quercia rossa, sequoia, cipresso calvo, phytolacca decandra, catalpa, vite americana dagli USA          Vite canadese dal Canada           Araucaria dal Cile          Cicadina dalle Hawai       Eucalipto dall’Australia            Pino d’Aleppo, Albero di Giuda dalla Siria            Bougainville dal Brasile          Pittosforo dall’Asia       buddleja, lagerstroemia dalla Cina         mimosa dall’Australia         alkekengi, passiflora dagli USA        Canforo dall’Asia