I miei articoli

Le case dei Walser

by 18 agosto 2019

casa Walser di stile tradizionale ad Alagna (VC)

 

Nel tredicesimo secolo la popolazione di origine tedesca del cantone svizzero Vallese, forse a causa di un incremento eccessivo aveva deciso di emigrare e stabilirsi sul versante italiano delle Alpi che corrispondono all’odierna Val d’Aosta e Piemonte, ma anche in Francia, in Svizzera, nel Lichtestein e nel Tirolo. In quell’epoca nessuno viveva a quote superiori ai mille metri di altitudine per ragioni climatiche, ma è stato proprio in quelle zone che si sono insediati, liberandosi così dall’asservimento alla gleba e adattandosi alle condizioni ambientali in modo eccellente anche da un punto di vista architettonico.

 

ingresso di casa tradizionale Walser del seicento, oggi Museo Walser di Alagna (VC)

 

Quando nel quindicesimo secolo il clima in Europa è entrato in un periodo di relativa glaciazione durato fino all’ottocento, anche le case e gli edifici rurali sono stati modificati per rispondere a simili condizioni e sono queste particolari abitazioni che testimoniano un gusto e una perizia ammirevoli. Ne esistono tuttora alcune molto antiche, costruite con il basamento e la copertura del tetto in pietra ma i piani superiori in larice e abete per la famiglia, qualche capo di bestiame e il fieno, alloggiati strategicamente per evitare al massimo la dispersione del calore in inverno.

 

casa tradizionale Walser a Macugnaga (VCO) sostenuta fa “funghi” in pietra e legno per impedire la risalita dei topi e dell’umidità

 

La popolazione Walser ha saputo mantenere in equilibrio a tal punto il gusto estetico e la funzionalità, che le cittadine in cui vive tuttora nella valle che culmina a Gressoney, a Formazza, a Macugnaga, ad Alagna, allietano la vista con case molto belle costruite secondo i canoni tradizioni adattati alle esigenze moderne in una notevole varietà di applicazioni. Nei loro insediamenti si possono visitare i rispettivi Musei Walser in case antiche, così da poter conoscere un poco della loro storia, oltre ad ammirarne la bellezza e organizzazione.

 

casa a Macugnaga (VCO)

Altri articoli sull’architettura rurale di qualità sono I tabià del Cadore,  i casoni veneti, i caselli reggiani, la colombaia di Crespellano, crotti, covoli e stanze dello scirocco, le case della val Vigezzo

 

Il tiglio monumentale di Macugnaga (VCO)

by 25 luglio 2019

Il tiglio monumentale di Macugnaga, vicino alla Chiesa Vecchia e al cimitero

 

E’ vicino ai confini con la Francia, con la Svizzera e con l’Austria che resistono ancora i vecchi tigli italiani importanti nella vita sociale dei secoli scorsi. Cavi, rimpiccioliti e con vari acciacchi, uno è ad Aosta, vicino alla chiesa di Sant’Orso, uno a Macugnaga vicino alla Chiesa Vecchia, uno a Cavalese nel parco cittadino. Oltralpe il tiglio è stato sacro in passato perché simbolo di amore, di pace, di comprensione e le sue foglie a forma di cuore lo ricordano. Le tisane fatte coi suoi fiori seccati o freschi calmavano la tosse e i sussulti dell’animo, i piccoli frutti davano olio, la corteccia fibra per tessuti, il legno materia per scolpire e costruire. Il miele delle api che visitavano i suoi fiori era il più dolce e profumato e le foglie si potevano mangiare in insalata. Il carbone dei suoi ramoscelli che si usava per disegnare, ridotto in polvere salvava la vita a chi aveva inghiottito veleno. Era l’albero più adatto ad ispirare le decisioni giuste quando c’erano le riunioni del capifamiglia, che si tenevano sotto la sua chioma, perché le decisioni giuste sono quelle che come lui possiedono dolcezza, elasticità e capacità di guarire.

 

 

Erano stati forse i Walser, come si chiamano i vallesi venuti dalla Svizzera nel tredicesimo secolo per stabilirsi vicino agli alpeggi del Monte Rosa, a mettere a dimora quel tiglio che da tempo è diventato monumento, vicino alla chiesetta antica dove andavano a pregare per poi parlare sotto la sua chioma, protetti dall’ombra benigna che d’estate è un conforto anche in montagna. Nel corso dei cinque secoli che dicono trascorsi dalla sua prima foglia, il fusto si è fatto ampio e cavo, i rami più alti si sono spezzati, è sorretto da stampelle, ma a luglio fiorisce ancora e qualche folata del suo profumo arriva alle belle case e ai fienili di larice dei walser, che sono conosciuti per la loro sensibilità e attenzione verso la natura. Macugnaga ha mantenuto il suo buon gusto architettonico molto meglio di altri luoghi di villeggiatura famosi ed è bella proprio per questo.

Il rispetto

by 17 luglio 2019

 

L’aggressività e la maleducazione che tendono agguati anche nei posti dove meno ci aspetteremmo di trovarli, sono l’alito cattivo provocato dalla mancanza di un sentimento frainteso, qual’è il rispetto, il riguardo verso persone, animali e cose. Il valore che alimenta la considerazione per qualcuno o qualcosa, germoglia dove c’è sensibilità e senso delle proporzioni, oltre ad una vera libertà interiore, che rifugge dalla prepotenza. Essere liberi, infatti, significa saper guidare i propri impulsi, anziché esservi sottomessi, facendo e dicendo qualsiasi cosa arrivi in bocca, per grossolana e ingiusta che sia. Significa capire quando lasciare loro piena espressione e quando cedere il passo alla ragione, che ha bisogno di tempo e di calma. E’ una conoscenza che va di pari passo con quella dell’umanità altrui, che si dovrebbe evitare di ferire, nonostante a volte costi un notevole impegno, perché l’atteggiamento prevaricatore diventa un’abitudine più forte delle buone intenzioni.

In passato, spesso il rispetto era dovuto alla soggezione e alla paura delle punizioni, più che alla sincera considerazione, perché le gerarchie erano rigide e per questo spesso ingiuste. Le donne, i bambini, gli animali, le classi sociali deboli, gli stranieri, i “diversi” si trovavano sempre vessati, incapaci di ribellarsi. Inghiottivano i torti che si accumulavano in profondità, trovando sfogo quando si presentava l’occasione di riversare la propria rabbia su qualcun altro, nel momento in cui lo si trovava vulnerabile. C’era qualche eccezione alla mancanza di rispetto verso le categorie deboli: fra queste gli ospiti e gli anziani. Quasi dappertutto l’ospite era trattato con riguardo, soprattutto se anziano o comunque con più anni di chi lo ospitava. Ne aveva diritto perché lontano dal proprio ambiente e dunque totalmente inerme, in una condizione in cui l’ospitante si sarebbe potuto trovare a sua volta un giorno. L’anziano era rispettato perché in possesso dell’esperienza e comunque spesso troppo fragile per essere ritenuto un antagonista.

Da decenni ormai il benessere economico e l’istruzione hanno portato un grande e veloce aumento della libertà, che è sicuramente un progresso. Si magnificano giustamente le virtù dei sensi e delle emozioni repressi e che hanno bisogno di risvegliarsi per poter apprezzare meglio la vita. Però molte volte sono ingannevoli e da soli, senza il sostegno della conoscenza e della consapevolezza, possono portare molto fuori strada. Dedicare tempo all’autoeducazione, che in teoria sarebbe ormai alla portata di molti, diventa un miraggio se ci si lascia acchiappare da troppi impegni non sempre davvero validi. Eppure, se non vogliamo vivere in un ambiente degradato è necessario fare lo sforzo di vincere l’inerzia che trascina la maggioranza, perché il cattivo esempio è il più facile da seguire e il più difficile da abbandonare.

Molti altri articoli utili sul tema UMANITA’ sono nella rubrica relativa.

Un mondo perduto

by 10 luglio 2019

Walter Bonatti, famoso alpinista negli anni cinquanta e sessanta del novecento, si è poi dedicato all’esplorazione, quasi sempre solitaria, di numerose località selvagge, pubblicando le proprie esperienze sulla rivista Epoca. Ha conosciuto i territori più difficili e si è confrontato con loro per provare cosa significa il contatto con i fenomeni naturali, con gli animali selvatici, con le popolazioni che vivono in simbiosi con gli ambienti più simili a quelli in cui hanno vissuto i nostri progenitori. Ogni volta ha saputo coinvolgere i lettori con le parole e con le fotografie nel proprio sentire e nella comprensione di quel modo di vivere. Di particolare interesse sono le sue osservazioni sugli animali più pericolosi come gli orsi, i leoni, i lupi, che in condizioni normali, vale a dire non sotto stress, purché si rispettino i limiti territoriali e di comunicazione corporea, non aggrediscono gli umani. Dopo aver osservato con sorpresa il comportamento di coloro che condividono con tranquillità i territori degli animali, ha usato i loro stessi modi con successo. E’ infatti il fraintendimento che spesso si crea fra “diversi” a suscitare reazioni aggressive. Certo occorre molta pazienza, coraggio, spirito di osservazione e, soprattutto rispetto, per non fuggire e non sparare, salvo effettiva necessità, ma Bonatti con le sue esperienze di fronte agli animali più temibili ci fa riflettere su quanto fra umani valga la stessa regola. Osservare e cercare di comprendere e rispettare la condizione altrui, il “funzionamento” della loro psicologia, è indispensabile se si vuole la non belligeranza e ancora di più l’intesa.

Questo libro, portandoci mentalmente in modo mirabile nei luoghi più irraggiungibili per noi, ci aiuta anche ad avvicinarci un poco alla loro essenza e a trarre insegnamento applicabile alla vita quotidiana con le sue tante, insidiose trappole.

Piante tessili da mangiare: juta, lino, canapa e cotone

by 4 luglio 2019

juta – Corchorus olitorius – foto da wis economy

 

Fin dai tempi dei faraoni, in Egitto si coltivava una pianta da cui ottenere cibo gustoso e nutriente dalle foglie e bella fibra resistente dai fusti. Si trattava del Corchorus olitorius, che gli arabi chiamano Malukhiyah e che noi conosciamo solo col nome di juta. In Africa, Medioriente e Asia è apprezzata largamente per cibarsene, anche nella varietà chiamata Corchorus capsularis e il suo utilizzo come fibra è secondo solo al cotone. E’ una pianta erbacea che cresce bene dove ci sono grandi piogge di tipo monsonico, è alta da due a quattro metri ed è chiamata anche canapa di Calcutta, perché è parente della canapa a cui assomiglia e in India ce ne sono le più estese coltivazioni. E’ molto resistente e per questo adatta ai tessuti per imballaggio ma la fibra di colore bianco, giallognolo o bruno, dai riflessi dorati o argentei, serve anche per realizzare oggetti come cappelli, borse e tappeti ed è molto economica. La parte legnosa che rimane dopo la macerazione in acqua per liberare dal verde le fibre, si utilizza come legna da ardere.

 

lino – Linum usatissimum – foto da Negozio Bonsai ZR giardinaggio

 

In passato i campi fioriti d’azzurro a maggio erano lo spettacolo che offriva la campagna dove il lino era coltivato e lavorato. L’aspetto esile della pianta ne rivela il carattere timido e non competitivo, che soccombe a quelle più rustiche e vigorose. Ecco perché occorre seminarla alternandola ogni anno con la coltivazione dell’erba medica o del trifoglio, che impediscono alle infestanti di installarsi, mentre nutrono il terreno quando sono a dimora e il bestiame quando vengono tagliate.

Ormai il lino che non sia per uso personale si coltiva più a Nord: in Belgio, in Francia, in Irlanda, oppure nell’Est Europeo, ma testimonianze delle sue origini antichissime sono state ritrovate in Svizzera, in Medio Oriente e in Egitto. Lo si coltiva da millenni per avere le fibre fresche e resistenti da tessere e, in una varietà diversa, per i semi scuri e nutrienti da mangiare aggiunti ai cibi o in forma di pane, come avviene ancora oltralpe. L’impacco di semi di lino riscaldati, messi dentro un sacchetto di tela che si adagia sul petto, era ancora usato da noi fino a qualche decennio fa per curare la tosse. L’olio che se ne spreme è buono per condire e consente di ottenere le più delicate sfumature dai colori per dipingere quadri, perché quando secca rimane elastico e non si rompe. E’ il motivo per cui viene impiegato per rivestire strade e ponti proteggendoli dall’usura o, mescolato al sughero, diventa il linoleum che copre i pavimenti delle case. In passato se ne impregnavano i tessuti così da renderli impermeabili e adatti ai tettucci di calessi e carri. Prima dell’elettricità serviva per illuminare, bruciando in lampade di ogni misura.

Anche dai semi della canapa e del cotone si ottiene olio alimentare.

Per un articolo sul Museo del Lino cliccare qui

Noce Moscata (Myristica fragrans)

by 26 giugno 2019

frutto che contiene la noce moscata, sull’albero Myristica fragrans – foto da giardinaggio.it

 

Solo nelle indonesiane isole Molucche cresceva la Myristica fragrans, un albero sempreverde dai sessi distinti (dioico) la cui femmina porta frutti molto importanti per l’economia nazionale: le noci moscate. Sotto la polpa, avvolto in una guaina rossa che è a sua volta una spezia chiamata macis, c’è il seme che, dopo essere stato tolto dal guscio e seccato diventa la noce da grattugiare per dare un sapore raffinato alle pietanze. Tenendo ben nascosto il suo luogo di origine, gli arabi la utilizzavano sin dal settimo secolo anche come medicinale calmante e digestivo, leggermente allucinogeno in dosi elevate. La parola “moscata” deriva da Mascate, capitale dell’Oman, il luogo da cui questa spezia ha iniziato ad essere commercializzata. Il suolo vulcanico friabile e ricco di minerali delle isole di cui era originaria aveva favorito anche la vita di alberi aromatici come quello dei chiodi di garofano (Eugenia caryophillata) e della cannella (Cinnamomum zeylanicum), tanto ambite dai conquistatori europei da lasciare una traccia sanguinosa nella storia: la via delle spezie. Dal cinquecento in poi, quando si sono contesi la proprietà di terre che appartenevano già ai popoli nativi, gli olandesi se ne sono impossessati dopo aspre contese con inglesi e portoghesi, desiderosi di commerciare quella costosissima merce, sfruttando in modo infame i popoli locali e gli schiavi. Nel settecento, passate le isole indonesiane agli inglesi, gli alberi erano stati fatti crescere anche nell’isola caraibica di Grenada, che porta ancora quel frutto raffigurato nella propria bandiera. Oggi la myristica, il cinnamomum e l’eugenia sono diffusi in vari Paesi tropicali, da cui ci arrivano i profumi più forti e voluttuosi.

 

Leggi anche l’articolo sulle Piante emblemi di nazioni