I miei articoli

Noci del Caucaso, rare bellezze

by 21 luglio 2021

Noce del Caucaso a Gavirate (VA)

 

D’estate, nel pieno della calura, trovare riparo all’ombra di un albero che per di più si trovi vicino all’acqua di un lago o di un fiume è quanto di meglio si possa ottenere. Se poi quell’albero è un noce del Caucaso, il piacere è ancora maggiore per le sue belle foglie pennate e le sue lunghe, eleganti infruttescenze che sembrano ornamenti di regine. Tanto più che questi alberi sono relativamente poco diffusi in Italia, nonostante la Pterocarya fraxinifolia sia stata importata nel settecento in Europa per il suo legno e si trovi adesso soprattutto in Piemonte e Lombardia come albero ornamentale. A Torino, proprio di fronte al Parco Valentino, sulla sponda opposta del Po, il giardino dedicato ai Caduti dei Lager ospita l’esemplare più grande e più attraente. L’albero, che si trova quasi sempre con due o tre tronchi uniti alla base, inclinati per meglio formare una cupola di foglie, qui ha coricato i suoi due in direzione opposta, tanto che uno raggiunge l’acqua e l’altro si appoggia alla lieve pendenza del terreno. Il tetto di foglie pennate, così, è abbastanza alto da poterci camminare sotto e abbastanza basso da considerarlo come un rifugio. Lì ci si può sentire protetti dagli sguardi dei passanti e dal brusio del traffico. Lì, ancora nel centro della città, ci si può stare lontani dai suoi fastidi. Ci sono altri esemplari anche sull’altra sponda del fiume, ma più lontani dall’acqua, dove si nota la loro propensione ad estendere le proprie radici fuori terra, formando intrecci, sul viale Boiardo e nel giardino III reggimento alpini, vicino al parco giochi. Anche a Campiglione Fenile (TO) se ne trovano vicino alle ville del Marchese di San Germano e del Conte Battaglia.

In Lombardia un gruppo è a dimora a Milano nel Parco del Sempione, in riva al laghetto e a Gavirate (VA) ce ne sono due, sulla sponda del lago di Varese dove c’è il centro di canottaggio.

 

foglie e infruttescenze della Pterocarya fraxinifolia, detto Noce del Caucaso

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L’Albatross, oltre la tempesta

by 13 luglio 2021

Quanto si mostra nel film di Ridley Scott del 1996 è realmente accaduto nel 1960 in America e tratta dell’entusiasmante esperienza per dei ragazzi di trascorrere l’ultimo anno di liceo su un veliero/scuola capitanato da un ottimo comandante, accompagnato dalla moglie medico e da altri professionisti di fiducia. Oltre alle materie scolastiche i giovani avevano la possibilità di imparare a manovrare una nave diventando solidali, come è indispensabile in un lavoro collettivo per il quale la disciplina e l’abnegazione sono decisivi in caso di pericolo. Ciascuno doveva affrontare le proprie debolezze ma aveva anche la possibilità di abbandonarsi alla gioia dell’avventura e finalmente di conoscere meglio se stesso.

Verso la conclusione del viaggio, però, era sopraggiunta una tempesta con un’onda anomala, fenomeno terribile di un muro d’acqua che può raggiungere i trenta metri di altezza. Il capitano aveva ordinato al timoniere una manovra che il giovane si era rifiutato di fare e forse anche per questo sul veliero si era abbattuta in pieno l’onda che ne aveva causato l’affondamento, con la morte della moglie del capitano e di alcuni ragazzi.

Era stato fatto un processo con lo scopo di ritirare la licenza al capitano, considerato responsabile del tragico esito, ma il sentimento di solidarietà che si era formato nel vivere insieme durante mesi, la scoperta delle proprie capacità e dei propri limiti, delle bellezze straordinarie del mondo, delle opportunità di una vita diversa e di cos’è la libertà, era riuscita a manifestarsi in quell’occasione tanto dolorosa, mitigandone le conseguenze.

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Il senso della misura

by 7 luglio 2021

L’ex guardia forestale e attuale gestore di una foresta tedesca, Peter Wohlleben, che ha pubblicato vari libri di successo a proposito degli alberi e degli animali, fra cui “La saggezza del bosco” e “Il bosco, istruzioni per l’uso” ci dà attraverso questi due titoli una visione d’insieme su come funziona la gestione umana delle grandi superfici arboree. I pregiudizi, le abitudini mentali, l’antropocentrismo che da sempre sono responsabili del cattivo trattamento dell’ambiente, continuano a dominare ammantandosi di virtù inesistenti, ci spiega Wohlleben. In trent’anni di lavoro, di studio e di confronto con altri, ha potuto capire molte cose che ci mostrano quanto lo sfruttamento delle risorse naturali, se massicce, sia dannoso anche quando sembra ragionevole. Il senso della misura dovrebbe essere sempre e comunque una guida, perché ciò che in piccolo può essere legittimo e giusto, in grandi quantità può diventare pessimo. Chiunque l’ha sperimentato. Il difficile è sapersi fermare al punto giusto e rimanerci. Per quanto riguarda l’ambiente, ad esempio nella produzione di bio-combustibili come la legna da ardere, per produrne in quantità redditizie si snaturano i luoghi, con conseguenze che si estendono molto al di là dei loro confini, oltre a danneggiare profondamente i terreni con i grandi macchinari, i mezzi di trasporto e le strade costruite per farli passare.

 

Ciò che succede sotto terra e di cui è difficile accorgersi, ha una grandissima importanza, perché lo schiacciamento provocato dal peso dei mezzi meccanici, oltre ad uccidere le tante di forme di vita indispensabili al suo buon funzionamento, impedisce all’aria e all’acqua di penetrarvi, con tutte le conseguenze del caso. La potente spinta del desiderio verso un di più, la pressione provocata dal vuoto di altre mancanze, l’avidità, la competizione, il desiderio di potere, la spinta della società che c’è in tanti aspetti della vita, porta a oltrepassare i limiti con facilità. Questo vale in ogni ambito e lo si sperimenta anche nelle attività alla portata di ciascuno. Chi dipinge sa che se al blu si aggiunge il rosso si ottiene il viola, mentre col giallo si forma il verde e la quantità che si usa è determinante in modo vistoso per il risultato. Inoltre, quando si cambia una zona di colore anche piccola in un punto, spesso si deve cambiare tutto il resto, perché gli equilibri vengono sovvertiti. Le attività guidate dall’autentico amore per ciò che è ben fatto, porta a rendersi conto che c’è un punto oltre il quale si snatura e si guasta il risultato, dunque ci si ferma. Per ritornare ai boschi, qualcosa di apparentemente innocuo e legittimo come l’aver soppiantato gli alberi decidui (che perdono le foglie in inverno) con le sempreverdi conifere, desiderabili per il profitto che deriva dalla vendita del legname, è una delle cause di una catena di danni notevoli, oltre a quello culturale del cattivo esempio. Questo tipo di scelta è responsabile dell’abbattimento di enormi quantità di alberi da parte del vento nelle violente tempeste, perché quelli tutti uguali per tipologia, età e dimensioni, oltre che inadatti ai luoghi, sono incapaci di far fronte a ciò che invece è possibile ad un bosco naturale, formato nel corso dei secoli, con l’esperienza e le capacità di rispondere efficacemente al particolare carattere di quella zona.

Anche leggere i due libri che ho citato più sopra va fatto a piccole dosi, altrimenti ci si scoraggia, invece di trarne beneficio, perché gli errori che stanno dietro i proclami sono tanti e si potrebbe credere di poter fare ben poco per contrastarli. Invece si può cominciare ad allenarsi al senso della misura.

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Abete bianco monumentale a Paularo (UD)

by 1 luglio 2021

l’abete bianco di forma insolita

All’inizio di Settembre le pigne massicce degli abeti bianchi si erano aperte e le loro scaglie erano cadute a terra per liberare i semi dalle ali color rosso cupo, leggere come carta velina. Qualcuno aveva attecchito, ma molti alberelli erano morti presto per mancanza di luce, di spazio o perché gli animali li avevano mangiati o calpestati.

Uno di loro, ancora giovanissimo era stato inclinato brutalmente su un fianco. Raddrizzarsi non era possibile e in quella posizione non sarebbe cresciuto. Allora, tutta la spinta verso l’alto l’aveva affidata a più rami che aveva allineato alla perfezione lungo il fianco obliquo del tronco. Spettava a loro portarlo su nel cielo per ricevere ogni giorno la benedizione del sole. Se fosse rimasto indietro mentre gli altri alberi si alzavano intorno a lui, la loro ombra lo avrebbe fatto morire. Tre bei fusti stavano mettendocela tutta nella salita, mentre quello che aveva rinunciato al ruolo principale, spingeva ancora più a fondo nel terreno la sua radice a fittone, così che potesse sostenere il peso moltiplicato. Allo stesso tempo incurvava pian piano la punta verso l’alto. Per un abete, che in ogni cellula tende alla rettitudine, era davvero un grande sforzo. Intanto, i rami che avevano preso la parte di tronchi erano diventati cinque. Sembravano canne d’organo e l’avevano reso così bello da guadagnarsi il rispetto degli uomini ed un titolo d’onore. Era diventato il signore del bosco e nessuno avrebbe mai osato fargli del male.

Essere riuscito a vincere la cattiva sorte fino al punto da superare di gran lunga quelli a cui non era mai successo niente di troppo difficile, toccava nelle persone che lo vedevano, qualcosa di profondo. Allora, quegli stessi che lo avrebbero volentieri visto morto quando ancora stava lottando, sentivano di volergli bene adesso che aveva vinto.

Con gli anni, l’umidità dalla cima del monte, a Nord, gli ha messo una pelliccia di muschio sul dorso, riservata agli alberi anziani. La cima della sua bella chioma di aghi argentati nella pagina inferiore non si riesce a vedere, tanto è alto, né si vedono le sue pigne, che arrivano a terra solo per accidente. Si sfaldano restando attaccate ai rami e le loro scaglie bianche e rosa dal delicato profumo, nello sfarfallare verso il basso sono petali di fiori. I semi volano lontani, lasciando nudi i perni che li avevano trattenuti, ritti come candeline che brillano di gocce d’acqua, di cristalli di neve, quando il sole le accende.

dal mio libro Alberi maestri del Friuli/Venezia/Giulia

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Ananas, il multifrutto del Sud

by 24 giugno 2021

il fiore dell’ananas all’inizio del suo formarsi – foto da Wikipedia

 

E’ certamente uno dei frutti più originali, quello che le foreste dell’America latina hanno generato nella famiglia delle bromeliacee, abituate di preferenza ad installarsi sui rami alti degli alberi, per poter avere la luce necessaria alla fotosintesi. Si riconosce questa parentela dalle dure, lunghe foglie cerose a rosetta, caratteristiche delle piante tropicali che teniamo nei nostri appartamenti, come del resto possiamo fare con l’ananas. Dopo qualche tempo delle brattee color rosso acceso danno vita a quello che inizialmente sembra un fiore con un gran numero di petali appuntiti e disposti a spirale. Ma quel fiore si trasforma, innalzandosi fino a diventare simile a una grossa pigna (in inglese lo chiamano pineapple, che significa “mela di pino”) ed è allora che si ha la prima sorpresa, perché decine di fiori si aprono su tutta la superficie, con grande effetto estetico. Allo stato selvatico gli ananas sono impollinati dai colibrì e dai pipistrelli, ma noi umani abbiamo fatto in modo da eliminare la fecondazione naturale per evitare che si formino i semi, come è stato fatto con le banane. E invece di singoli frutti per ciascun fiore, l’ananas unisce gli uni agli altri per formarne uno solo. Ecco perché in certe località esotiche l’ananas è considerato simbolo di pace. A coronamento dell’impresa unificatrice inalbera sulla sua sommità un bel ciuffo, come a segnalare che oltre ad essere molto gustoso possiede diverse virtù curative del sistema digestivo, è ricchissimo di vitamina C, contiene poche calorie e recentemente si è rivelato eccellente come mezzo di contrasto delle vie biliari nelle risonanze magnetiche.

 

ananas i cui fiori alti si stanno aprendo – foto da wikipedia

 

Così nei laboratori di analisi mediche il suo succo ha avuto il doppio effetto di essere bevuto con piacere dai pazienti e di aver consentito notevoli risparmi al sistema sanitario, data la considerevole differenza di prezzo rispetto ai prodotti chimici usati fino al 2004. Un’altra particolarità rara dell’ananas è la maturazione del frutto, che può avvenire solo sulla pianta, nel suo unico manifestarsi. Sono i polloni che sviluppano nuovi frutti, adatti anche a rendere speciali diversi piatti di carne e pesce. Arrivato con uno dei viaggi di Cristoforo Colombo, l’ananas ha trovato subito estimatori in tutta Europa, dove è stato coltivato dai ricchi e potenti in apposite serre riscaldate. La sua bellezza gli è valsa la riproduzione in forma di cupola alta quattordici metri per la villa del conte di Dunmore, in Inghilterra. Nelle Filippine con le fibre delle foglie di ananas rosso si otteneva un filato fresco, molto apprezzato nel sette e ottocento in Europa dalle classi agiate.

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Piante che valgono un viaggio

by 16 giugno 2021

Rheum nobile – foto da Wikipedia

 

Ci sono piante così belle e piene di virtù da valere un viaggio per andarle a vedere. Visitare gli orti botanici di tutto il mondo è una buona soluzione, ma trovare le piante nel luogo dove le condizioni particolari hanno fatto in modo che si formassero, è certamente una grande soddisfazione. Una di queste piante è la Rheum nobile, che ha trovato a quota quattromila dell’Himalaya il posto adatto per brillare. E’ un’apparizione, come di una gran dama, con il suo magnifico abito di grandi brattee bianche traslucide che al culmine di quasi due metri diventano rosee e proteggono il fusto dal freddo intenso e dai raggi ultravioletti che a quelle altitudini sono molto intensi e dannosi. Verso terra, grandi e robuste foglie si allargano come quelle di una gonna di gala. Il fusto cavo, commestibile dato che appartiene alla famiglia del rabarbaro, contiene molta acqua e nella parte bassa porta fiorellini verdi.

 

Echium wildpretii – foto da Wikipedia

 

I luoghi impervi sono quelli dove l’incontro con le piante più spettacolari è maggiormente gradito e sulle vulcaniche isole Canarie, precisamente sulle pendici del monte Teide di La Palma si innalzano gli Echium wildpretii. Nel secondo e ultimo anno di vita, questa pianta dalle lunghe, dure foglie simili a quelle della yucca, a fine primavera innalza fino a tre metri una prodigiosa infiorescenza soprannominata anche “torre di gioielli” o “viperina di Tenerife”, perché i tantissimi fiorellini assomigliano a quelli dell’erba viperina dei nostri prati, che ha un vivo colore azzurro.

Puya raimondii prima della fioritura – foto da Wikipedia

 

Curiosamente molto simile ma con fiorellini di aspetto diverso è la Puya raimondii, che si trova intorno ai quattromila metri sulle Ande dove è endemica ed è conosciuta come “titanca” e “regina delle Ande”. Appartiene alla famiglia delle bromeliacee, di cui è la più grande e può raggiungere otto metri di altezza, con un numero di fiorellini che in tre mesi si avvicina ai ventimila, prima di morire. Però è longeva e in montagna vive anche ottant’anni, mentre in pianura pare che giunga alla maturità molto prima e quindi muoia giovane.

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