I miei articoli

Corbezzolo, campione tricolore di Como

by 1 maggio 2019

Il corbezzolo di Como

 

Lungo la passeggiata che dall’aerodromo di Como porta verso villa Olmo, vicinissima alla recinzione di una delle ville storiche si vede un bel corbezzolo, facilmente riconoscibile dalla corteccia rossa dei suoi fusti multipli e dalle foglie seghettate sempreverdi. Non è molto grande ma merita di essere considerato notevole perché è un arbusto come l’alloro, l’agrifoglio, il corniolo, il biancospino, il sambuco, il mirto, il ginepro, l’arancio, piccoli per natura. Il corbezzolo cresce spontaneamente nei climi mediterranei e in Italia dalla Toscana e Sardegna in giù, oppure in Liguria, in luoghi aridi dove è facile che ci siano incendi. A questo proposito le sue qualità si fanno davvero sorprendenti perché anche se brucia, contrariamente ad altre piante riesce a rigenerarsi velocemente per mezzo di ciò che nasconde sotto terra, alla base del fusto: un tubero legnoso dove immagazzina le proprie riserve energetiche, che conosciamo come radica. E’ fatta di legno marezzato molto bello e dal buon aroma, usato per fare pipe di qualità. E’ un capitale di sostanze utili per i germogli dormienti pronti a spuntare subito, nutrendosi di quelle provviste per il tempo necessario a formare le foglie che compiono la fotosintesi. Così, un terreno dove vivono i corbezzoli si riprende ben presto dal disastro e ritrova vita con i suoi bei fiori bianchi di campanule simili a mughetti, che si trasformano in frutti tondi, rossi, delle dimensioni di grosse ciliegie ma dalla tenera buccia ruvida. A dicembre, mentre molti alberi sono in letargo, loro sfidano il freddo e mantengono le foglie sempreverdi con fiori e frutti contemporaneamente, come succede agli aranci.

 

Il corbezzolo di Como nel giardino affacciato sul lago

 

L’amaro tannino che scorre in abbondanza dalle foglie alle radici, per difendersi dagli insetti e curativo per noi, rende inconfondibile il miele bianco e sodo, delle api che se ne nutrono. Il nome scientifico Arbutus unedo gli era stato dato al’incirca duemila anni fa da Plinio il Vecchio, il grande studioso di botanica, filosofo, scrittore e militare nato a Como.  Ma il corbezzolo, in passato ritenuto magico, ha anche un’altra caratteristica rara: ospita una farfalla, la Charaxes jasus, che si nutre del succo dei suoi frutti e depone le uova sotto le sue foglie perché se ne nutrano i bruchi appena nati. Di solito farfalle e falene frequentano alberi diversi prima di mettere le ali, ma non quelle del bel corbezzolo, considerato simbolo dell’Italia per il tricolore che rappresenta con le foglie sempreverdi, i fiori bianchi e i frutti rossi che in inverno lo ornano nello stesso periodo. E’ parente dell’erica dalla radice a tubero legnoso per gli stessi scopi, come la quercia da sughero, che si difende dal fuoco con la corteccia spessa e isolante allo stesso modo della sequoia sempreverde. E da sotto terra rispuntano con l’aiuto della radica certi eucalipti, il canforo e altri campioni nel mondo.

 

Un altro articolo sul corbezzolo è qui

Strumenti musicali dalle piante

by 24 aprile 2019

arpa del Madagascar fatta di bambù gigante chiamata valiha – foto da Pich et Boch

 

Il flauto semplice e il flauto di Pan, che sono fra gli strumenti musicali più antichi europei erano realizzati con i fusti cavi della canna palustre Arundo donax o con il bambù. Antic,o tradizionale e ancora usato nelle montagne svizzere per comunicare a distanza è il corno alpino, che si scava nel legno di abete o di larice, mentre le piccole nacchere popolari nell’Italia del sud, adesso fatte di legno duro, in origine erano gusci di noci uniti da un filo di lana.

In America centro-meridionale, ma anche in Africa, c’è lo strumento che nell’antichità si usava per i riti propiziatori della pioggia, ricavato da uno dei bracci del cactus a candelabro conosciuto come saguaro o cactus capado, che cresce nelle zone desertiche. Una volta disseccato si conficcavano verso l’interno le sue stesse spine, si inserivano pietruzze o conchiglie e lo si sigillava, per poi agitarlo in modo da evocare lo scrosciare dell’acqua. Adesso è fatto anche con la zucca lagenaria e tanti altri materiali.

 

saguaro, da cui si ricava il bastone della pioggia – foto da Cactus lovers

 

Le maracas che si scuotono sono fatte con zucche legnose di Lagenaria siceriana seccate, dentro cui si mettono semi, pietruzze o altro. Il chegueré che si agita è fatto con la zucca lagenaria più larga e rivestita di una rete di perline colorate mentre il guiro utilizza lo stesso frutto legnoso con incise profonde tacche su cui si fa scorrere un bastoncino di legno.

La clave, che serve a scandire il ritmo in America latina battendo uno sull’altro due corti bastoni di legno molto duro, utilizza spesso quello di Guayacum officinale, detto guayacàn.

In Brasile si usa ancora un curioso strumento di origine africana, importato dagli schiavi, che si chiama caxixi ed è simile a una campana di vimini con un manico, chiusa in basso dal legno di zucca Lagenaria, con semi o conchiglie all’interno. Si tiene un caxixi in ogni mano e si scuote durante la capoeira o per musiche tradizionali quanto moderne.

Le stesse origini africane sono riconosciute nell’arco fatto col legno di un albero da frutto tropicale, la Rollinia mucosa detta berimbau, che in fondo ha una zucca lagenaria.

 

water drum – foto da Jamtown

 

In Africa la calebasse, grossa zucca che cresce anche direttamente sui tronchi dell’albero Crescentia cuijete, serve da cassa di risonanza per l’arpa luito chiamata kora, per lo xilofono simile alla marimba, con i listelli in palissandro, e per il tamburo d’acqua meglio noto come water drum.

Lo strumento a fiato più celebre dell’Australia, il dijeridoo, è fatto con un ramo di eucalipto ben diritto e lungo fino a due metri e mezzo, svuotato all’interno dalle termiti.

L’arpa del Madagascar, la valiha, è fatta invece con un fusto di bambù gigante Phyllostachis edulis, che cresce anche di un metro al giorno, fino a raggiungere in due mesi i venticinque metri di altezza e poi fermarsi.

Il corpo degli strumenti europei si costruisce con legni stagionati fino a 15 anni, in gran parte di abete rosso della val di Fiemme, di acero dei Balcani e di tiglio, ideali nell’esaltare il suono. Per le parti accessorie si sono aggiunti legni più duri di alberi nostrani come il bosso, il frassino, il noce o esotici come l’ebano, il palissandro, il legno serpente.

 

Crescentia cuijete o calebassier – foto da Wikipedia

 

 

Piante per navigare e mangiare, vestirci e assicurarci

by 17 aprile 2019

foto da Avvenire.it

Le reti da pesca, che oggi sono fatte di nylon, fino a non molto tempo fa erano realizzate in parte con un tipo di erba marina, la Ampelodesmus mauritanicus Poiret detta Tagliamani o Saracco, che cresce nel Mediterraneo fino alle coste africane, come è intuibile dal nome. E’ alta fino a un metro, molto robusta e affilata, con fibre che un tempo erano utilizzate anche per cordami, stuoie, legacci e tessuti. Leggere e resistenti alla salsedine, morbide e maneggevoli, assorbono l’acqua e dunque affondano opportunamente come devono fare le reti. Per reti e cordami era usata anche la canapa Cannabis sativa, coltivata ovunque, la fibra di Cocco Cocos nucifera, la Manilla Musa textilis e il Sisal Agave sisalana, ma anche il lino Linum usatissimum. In Cina, dove la seta inizialmente usata per l’abbigliamento degli imperatori, era diventata di uso comune, anche le reti da pesca potevano essere fatte con questa fibra animale.

Con la corteccia di pino macinata si conciavano le reti in modo da renderle più resistenti e scure, dunque meno visibili in acqua. Per rendere impermeabili le vele e certi indumenti dei marinai, si usava impregnarle con olio di lino cotto, che serve anche per proteggere il legno.

 

Cannabis – foto da Wired.it di Ezra Fieser/Bloomberg

 

Per quanto riguarda le vele, una tela robusta che si usava era quella chiamata olona, molto fitta e dunque pesante e resistente, di canapa o di cotone. La prima è sempre stata una fibra molto diffusa ovunque, mentre il secondo ha cominciato ad essere prodotto in grande quantità solo dal cinquecento in poi, anche se in Sicilia era stato introdotto già intorno all’anno mille dai saraceni. Il cotone può essere una pianta alta fino a un metro e mezzo, ma esiste anche come albero. Inoltre, il colore della fibra al naturale può essere bianco oppure arancione e rossastro. Era usato per il tessuto caratteristico dell’India, molto indicato per il clima caldo di quel Paese, dato che trattiene poco il calore corporeo. Del resto, le condizioni ideali per la sua crescita sono una grande umidità nei primi mesi di vita e un notevole calore secco nel periodo di maturazione. Il cotone fa un bel fiore a calice e nel suo frutto si trovano i semi avvolti in fitti filamenti che vengono tessuti senza dover subire la macerazione della canapa e del lino o l’immersione in acqua calda necessaria alla seta.

 

Agave sislana – foto da Wikipedia di Marco Schmidt

 

La canapa deriva invece dal fusto di una grande pianta erbacea odorosa, alta anche cinque metri che, dopo essere stata tagliata, deve macerare in acqua per alcuni giorni in modo da far marcire le parti verdi e lasciare le fibre da tessere. Questo spande nell’aria una puzza forte e sgradevole. La canapa ha molte qualità anche alimentari nei semi, mentre come fibra è sempre servita per i tessuti di ogni tipo, dunque anche per le vele, per le amache e i sacchi dei marinai e i cordami. Per il calafataggio delle navi si usava la stoppa, ottenuta sempre dalla canapa, che ancora oggi viene usata dagli idraulici per evitare sgocciolamenti nelle giunzioni dei tubi. Le carte geografiche, le mappe di navigazione, le bandiere, i giornali di bordo, le bibbie, in passato erano fatte di carta ottenuta dalla robusta canapa. La Cannabis sativa ha come varietà la Cannabis indica di cui la resina e le infiorescenze femminili contengono cannabinoidi in quantità molto maggiore dell’altra, per quella che in Messico era chiamata marijuana e nei Paesi arabi hashish, usata nel mondo da sempre come medicinale e nei riti religiosi. E’ stata una delle piante più largamente coltivate per la sua adattabilità ai terreni e ai climi più diversi, oltre che per la sua grande utilità. Questa pianta dai moltissimi impieghi è stata recentemente riabilitata, dopo le calunnie che l’hanno fatta eliminare sfruttando la sua stretta relazione con la varietà adesso ammessa di nuovo anche in Italia per le sue qualità lenitive del dolore. Questo pretesto era servito per sopprimerla come concorrente dei derivati dal petrolio che è in grado di sostituire tanto come combustibile che come materiale versatile al pari della plastica e con semi eccellenti per uso alimentare di alto livello. Henry Ford negli anni trenta del novecento aveva ideato un’auto con la carrozzeria di canapa per il sessanta per cento e il motore funzionante a etanolo di canapa, che non è mai arrivata sul mercato perché contrastata dai magnati del petrolio americani.

 

Un articolo sul cotone si trova qui 

 

Museo della seta di Como

by 10 aprile 2019

aspi di varie forme su cui si avvolge il filo per farne matasse

 

L’albero di gelso e la falena Bombyx mori, che depone le uova fra le sue foglie, sono da secoli i protagonisti naturali all’origine di un’attività umana fra le più diffuse e conosciute: la lavorazione della seta. Nel museo di Como che la fa conoscere in tutti i suoi passi, le attrezzature e le macchine sono la traccia luminosa dell’ingegno e dell’abilità di uomini e donne impegnati nel far arrivare a buon fine il percorso del filo che in ogni bozzolo è di circa un chilometro e mezzo. Nella bellezza degli oggetti indispensabili al lavoro si riconosce la sensibilità che ha guidato le mani degli artigiani, dopo essersi consolidata nella loro mente a forza di vedere il privilegiato paesaggio del lago e dei suoi dintorni. Gli aspi attorno a cui si avvolgeva il filo, i telai che lo disponevano nell’ordine e nella tensione giusta per diventare stoffa, le stufe per seccare le matasse e controllarne il peso, le vasche per la tintura, tutto ciò che veniva usato prima che l’evoluzione delle macchine allontanasse l’estetica tradizionale degli oggetti per fare spazio alla velocità di esecuzione, rende viva l’impronta umana. Lo conferma una sala dedicata agli affari, con le pareti costellate da ritratti maschili dei grandi clienti di una tintoria, dipinti dalla stessa mano ad acquerello.

 

stufe per seccare il filato

 

Poi ci sono gli stampi che si incidevano dapprima in legno e poi in metallo, con fine lavoro di cesello, come di oreficeria, per imprimere sulle pezze di seta i motivi ideati dai pittori. Nell’ultima sala sono esposti gli abiti femminili che vengono cambiati ad ogni stagione, per mostrare quanto il tessuto di seta, che mantiene il calore del corpo e tiene a bada il freddo quanto il caldo esterno, sia adatto ad ogni momento dell’anno. Motivi floreali o tinta unita, consistenza sostenuta dello shantung o fluida del crespo, trovano il posto giusto nei modelli alla moda.

 

fili che si intrecciano sul telaio

 

C’è anche un percorso dedicato alle mostre temporanee su chi ha contribuito alla fama della seta, che dagli anni cinquanta del novecento ha gradualmente cessato di essere prodotta in Italia per tornare alla Cina, come avveniva fino a mille anni fa, quando il segreto della sua origine era stato scoperto e trafugato.

 

Molto interessanti sono anche Il Museo della seta di Abbadia Lariana (LC) e di Garlate (LC), il Museo Etnografico di Galbiate (LC), il Museo che riguarda la vendita delle uova del baco da seta a Soncino (BG), il Museo degli insetti di Padova

Un mio articolo sulla storia della seta si potrà leggere sul numero di Maggio 2019 di NUOVA ECOLOGIA cartaceo e su quello in rete.

Le qualità meno note degli uccelli

by 27 marzo 2019

Quetzal l’uccello simbolo del Guatemala – foto da Tourama travel

 

Fra gli animali che volano, gli uccelli sono quelli che attraggono le maggiori simpatie per la bellezza, ma certo anche per la voce che li rende simili a noi più di altri. La siringe, doppia rispetto alla nostra laringe, è l’organo alla base della trachea che consente di emettere suoni molto complessi e udibili a grande distanza, attraverso aperture dissimulate, più o meno dove noi abbiamo gli orecchi.

Pappagalli, corvi e parentado sono intelligentissimi: oltre a saper ripetere in modo notevole le nostre parole, i canti di molti loro simili e i suoni di oggetti, spesso ne comprendono il significato. Possono vivere da pochi anni a settanta. Il cervelletto, che serve al coordinamento dei movimenti e all’equilibrio, è fondamentale per chi vola ed è sviluppatissimo. I migratori hanno nella testa anche della magnetite, che consente loro di trovare le rotte seguendo le linee del magnetismo terrestre.

Mentre gli insetti di solito percepiscono gli odori con molta precisione e a grandi distanze attraverso le antenne, gli uccelli in questo sono poco sensibili, tranne nel caso degli avvoltoi, degli albatri e di tutti quelli che si nutrono di animali morti, più facili da trovare col fiuto, attraverso i fori in cima al becco.

La vista, in compenso, è molto acuta, soprattutto nei rapaci. Una poiana vede anche otto volte meglio di noi ed un gufo ci riesce nel buio assoluto. I raggi ultravioletti, gli infrarossi o la luce polarizzata che per noi sono inutilizzabili, sono utili per alcuni di loro. I colori vistosi e bellissimi dei maschi di varie specie, per impressionare favorevolmente le femmine, sono un’altra dimostrazione di sensibilità visiva.

 

gallo con galline – foto da Animal planet

 

Gli uccelli possono accoppiarsi stabilmente o cambiare continuamente compagna. Per quanto riguarda i gesti affettuosi, molti si baciano sfiorandosi il becco, introducendo quello dell’uno nell’altro e anche usando la lingua. Gli organi sessuali, invece, tranne per le anatre, gli struzzi e pochi altri, non sono pene e vagina. Maschio e femmina strofinano l’unica apertura posteriore che possiedono e lo sperma contenuto nei testicoli interni, entra dalla cloaca della femmina per essere conservato in una sacca, da cui esce per fecondare le uova man mano che si formano. Oltre ad eseguire canti e danze di corteggiamento, possono eseguire decorazioni del nido con oggetti colorati e sanno usarne per altri scopi.

Il cibo lo inghiottono col becco senza denti, ma in certi casi sensibilissimo, come quello della beccaccia, che sente le sue piccole prede nel terreno. Nel gozzo, morbido ed estensibile, avviene una prima digestione, utile per rigurgitare facilmente e nutrire i piccoli e, in quello dei piccioni, ci sono ghiandole che producono latte. Segue il pre-ventriglio ed il ventriglio, più duro, che serve a triturare il cibo intero, con l’aiuto dei sassolini inghiottiti saltuariamente. Gli uccelli non hanno la vescica, così che liquido e solido vengono espulsi insieme. In quelli che si nutrono di cibo molto proteico, come i cormorani coi pesci o i rapaci coi mammiferi, l’urea prende la forma di micro-cristalli di colore bianco e i loro escrementi hanno quel colore.

Le ossa dei volatori sono cave e vuote, mentre galline, tacchini, struzzi, pinguini e altri che non volano, hanno il midollo. Quelle che ne sono prive non possono produrre i globuli del sangue e dunque non riparano le fratture. La respirazione è complessa, per consentire all’aria di entrare nelle ossa cave e anche di riscaldarsi prima di arrivare ai polmoni, dato che alcuni uccelli volano ad altitudini di migliaia di metri dove il freddo e intensissimo. Le soffici piume per riscaldare e le penne per proteggere e volare, cambiano colore negli uccelli giovani e sono spesso molto diverse fra maschi e femmine. Si rinnovano una o due volte l’anno. Vengono pulite dal becco, con l’acqua o la polvere e impermeabilizzate col grasso emesso da una ghiandola vicina alla coda. Nel volo il piumaggio produce ultrasuoni ma, nei rapaci notturni come il gufo, è tanto sottile e morbido da fare eccezione, perché i roditori che sono fra le loro prede, come i topi, li percepiscono.

In Sud America esiste un uccellino, chiamato Manachino delizioso, che strofinando le ali produce qualche nota simile a quelle del violino. Lo fa per attirare la femmina, che gli risponde con lo stesso mezzo.

Gli uccelli marini come l’albatro e la sula, durante il giorno volano sopra il mare per individuare i pesci da mangiare. Se si trovano lontani da terra, la sera planano sull’acqua e vi passano la notte galleggiando. In caso contrario, volano verso la costa e, chi si sia perso in mare, al tramonto può seguire la loro direzione.

Articolo tratto dal mio libro ANIMALI, FAVOLOSE STORIE VERE

Un articolo sulle uova degli uccelli si trova qui Uno sui rondoni si trova qui Uno su Psofia e Kaminki è qui e uno sui piccioni è qui

Cibo velenoso

by 20 marzo 2019

pianta con tuberi di maniona in un dipinto del settecento – da wikipedia

 

La cassava o manioca o yuca, (Manihot esculenta) da cui si ricava la fecola detta tapioca, è il tubero più coltivato in America e Africa, essendo la fonte di carboidrati prediletta insieme all’igname e al frutto dell’albero del pane. E’ originaria del continente americano, come le patate e il mais. E’ più nutriente del mais e resiste nei climi umidi, ombreggiati e pure alla siccità. Inoltre, crescendo sotto terra è relativamente protetta e può arrivare al peso di tre chili. E’ senza glutine e se ne possono fare moltissimi usi alimentari, comprese le bevande alcoliche e alcuni medicinali. Anche le foglie sono commestibili, ma allo stesso modo dei tuberi, vanno trattate per togliere loro la tossicità. Appartengono, infatti, alla famiglia delle euforbiacee e contengono cianuro, soprattutto nelle varietà amare, in particolare se cresciute durante la siccità. Occorre dunque un lungo ammollo e la fermentazione, a cui segue la cottura.

 

Cicadina femmina coi frutti

 

I frutti della cicadina (Cycas revoluta) sono velenosi prima di essere trattati, ma costituiscono un nutrimento per i popoli oceanici fin dai tempi più lontani. Le cicadine, che assomigliano alle palme e che usiamo come ornamentali sono molto robuste, resistenti e longeve, presenti già dell’epoca dei dinosauri. Sono di sesso distinto e le femmine hanno per fiori una grande pigna simile ad un uovo vegetale, nella raggiera di foglie in cima al fusto, che facendosi frutto ha semi velenosi. Molti animali nel mangiarli ne muoiono ma gli uomini, dopo averli immersi a lungo e ripetutamente in acqua per eliminare il veleno, li hanno sempre mangiati in vari modi. Le specie che crescono lungo i litorali hanno semi che galleggiano, così da poter fare lunghe traversate oceaniche e colonizzare nuove terre, creando molte varietà nell’incrociarsi. I maschi hanno l’infiorescenza a forma di pene che, nel produrre il polline, si riscalda di molti gradi e spande il suo odore per richiamare gli insetti, non accontentandosi del vento per fecondare le sue vicine. Milioni di anni fa le cicadine erano dominanti nelle terre tropicali, perché resistono a ciò che nessun altro vegetale può sopportare. Sono state, però, tanto sfruttate per mangiarne il midollo, da essere ormai molto ridotte. Come le leguminose, le loro radici fissano l’azoto nel terreno con la collaborazione dei batteri.

 

pane degli ottentotti – foto da Wikipedia

Velenoso prima del trattamento è anche un enorme tubero rotondo, che arriva a pesare dieci chili, con la buccia coriacea che ricorda il guscio della tartaruga e cresce in Sudafrica, nella zona del Capo: è la Dioscorea elephantipes, detta pane degli ottentotti, bella e originale anche come pianta da tenere in vaso. E’ dioica e decidua. La pianta non è molto grande ma il tubero grosso come un pallone, immerso solo per metà nella terra, la rende interessante esteticamente. E’ commestibile dopo il risciacquo della polpa, altrimenti tossica.