I miei articoli

La fontana dell’infinito

by 6 maggio 2020

fontana Ardea Purpurea a Ravenna – opera di Marco Bravura – foto di Rete Comuni Italiani

 

Quando si arriva nella Ravenna dei favolosi mosaici bizantini, al parcheggio di piazza della Resistenza si è accolti da un’opera che con le belle forme e le grandi dimensioni persuade ad avvicinarsi. Sembra una coppia che danzi avvicinando le teste. E’ la fontana chiamata Ardea Purpurea dall’autore Marco Bravura una ventina d’anni fa, dopo averne realizzata una simile più piccola per Beirut, per significare la rinascita della città dopo la guerra. Ardea Purpurea è il nome della mitica Araba Fenice, l’airone che con alcune varianti nelle leggende di vari popoli, si rigenera dalle proprie ceneri.

Il senso di unione che comincia con le due onde, o ali, o spirali danzanti, continua con la tecnica del mosaico, in tanti tasselli di smalti e ceramiche dai colori diversi, che si compongono in figure d’oriente come la croce fiammata, celtiche con le spirali, vichinghe coi triangoli intersecati. Ci sono i nodi che evocano l’infinito, c’è il caduceo della medicina. Ci sono la croce ansata e lo scarabeo degli egizi, il loto, il T’ai Chi Tu, la ruota vedica degli asiatici, l’ape venerata da tutti i popoli e gli animali, i vegetali, gli elementi riconoscibili nei simboli ancestrali di tante parti del mondo, come le scritte in sanscrito, aramaico, giapponese e greco antico.

 

Fontana Ardea Purpurea – dettaglio – foto di Emanuela Morelli

 

A terra, nel punto in cui le due ali si uniscono, zampilla l’acqua al centro di un labirinto. E’ un’opera per i nostri tempi, in cui la consapevolezza di quanto sia importante sentirsi uniti nel rispetto delle differenze, deciderà il nostro futuro.

Lo scultore Marco Bravura nato a Ravenna e che da anni risiede in Russia, ha realizzato anche le belle fontane di Tonino Guerra a cui ho dedicato già un articolo. Ha dato al mosaico una vitalità moderna, mantenendo le suggestioni di quello che in passato apparteneva soprattutto alla religione e oggi al sentimento dell’infinito.

 

Gli alberi della libertà

by 29 aprile 2020

il platano monumentale di Breno (BS) – albero della libertà

 

A partire dalla rivoluzione francese, gli alberi detti “della libertà” venivano piantati ovunque arrivassero le libertà repubblicane del passato. Anche in Italia erano stati messi a dimora in molte città e poi sradicati dagli avversari politici, dall’incuria, dal maltempo. E’ naturale attribuire agli alberi la sensazione di libertà perché nonostante rimangano fissi nello stesso luogo si innalzano molto al di sopra del terreno come guardando lontano, accolgono e proteggono gli altri esseri viventi e affrontano le avversità, riprendendosi da tanti attacchi e continuando ad irradiare speranza con le foglie, i fiori, i frutti che immancabilmente rinnovano. Dei tanti che abbiamo avuto ne sopravvivono alcuni di cui uno a Montepaone, in provincia di Catanzaro, dove nel 1799 aveva rappresentato la fine del dominio borbonico. Lo stesso anno era stato messo a dimora quello di Campodimele, in provincia di Latina che nonostante sia stato molto ridotto nelle dimensioni, è ancora vivo e sembra un albero delle favole. Anche a Putignano, in provincia di Bari resiste un altro glorioso esemplare. Tutti e tre sono olmi, un genere diffusissimo in passato in tutt’Europa e poi quasi completamente sterminato dalla malattia della grafiosi. Un tiglio nello stesso anno era stato piantato a Montanera in provincia di Cuneo, dove si spera rappresenti ancora a lungo la libertà. A Breno, in provincia di Brescia c’è ancora ben vivo un grande platano che ha avuto questa funzione, da quando nel 1797, Napoleone è arrivato in val Camonica. I platani, molto amati dagli antichi romani per la loro maestosità, longevità e resistenza, erano prediletti anche da Napoleone.

 

Olmo monumentale a Campodimele (LT) – albero della libertà

 

In Francia come alberi della libertà erano stati scelti inizialmente i pioppi, perché il loro nome in francese -peuplier- deriva da -peuple- che significa popolo, come il termine latino del nome scientifico che è -populus-. I pioppi però sono inadatti alle città perché hanno bisogno di molta acqua, sono poco longevi e poco robusti, come succede a quelli che crescono in fretta quanto loro. In compenso diventano molto alti.

Prima dei veri alberi, quelli chiamati alberi della libertà durante la rivoluzione francese erano pali che portavano in cima il berretto frigio e delle bandiere. Il berretto frigio dal VI al II secolo a.C. era stato dapprima il copricapo dei sacerdoti del sole (il dio Mitra), poi dei soldati persiani, attraverso i quali era arrivato a Roma. Qui veniva donato agli schiavi dai padroni che restituivano loro i diritti sulla propria vita e da allora è diventato emblema di libertà. Dalla rivoluzione francese in poi è stato usato e rappresentato con questo significato e compare tuttora in molti stemmi importanti del mondo intero.

 

attis col berretto frigio – foto da wikipedia

 

L’albero è da sempre simbolo di vita e speranza, espresse ampiamente negli antichi riti pagani e presenti nella tradizione natalizia. Torna ad essere festeggiato a maggio, quando ogni ramo è carico di foglie e si pianta il cosiddetto albero della cuccagna, rappresentato da un palo con ogni sorta di generi alimentari sulla cima, da conquistare arrampicandosi. Si drizzava nelle piazze principali dei paesi per il calendimaggio, la festa che durava dal 29 aprile al 1 maggio, mentre da anni si evita di farla coincidere con quella dei lavoratori. Gli alberi della cuccagna compaiono in diversi periodi dell’anno per le più diverse occasioni e come manifestazioni sportive.

 

Diffondere la passione per le piante

by 22 aprile 2020

 

Oltre venti anni fa, quando i computer erano ancora poco diffusi, molti si chiedevano perché mai dovessero imparare ad usarli, dato che se ne poteva farne benissimo a meno. Poi si è diffusa la conoscenza su quanto fossero utili e chi ha imparato a servirsene almeno per gli usi principali, ha avuto grandi soddisfazioni, quando lo ha fatto con giudizio. Lo stesso era avvenuto molto tempo prima con il leggere e scrivere, abilità trascurate per secoli, che però una volta apprese hanno permesso grandi passi nel migliorare la condizione umana. Oggi ancora in tanti ritengono superfluo imparare almeno a riconoscere e distinguere le funzioni della natura, mentre questo sapere permetterebbe di evitare tanti danni e di generare benefici, oltre ad essere un piacere. Anche chi è già sensibile ai temi ambientali, non sempre sa per ciò che riguarda l’inquinamento e il riscaldamento globale, che sono le alghe e le micro alghe degli oceani a svolgere gran parte dell’assorbimento di anidride carbonica e dell’emissione di ossigeno, mentre gli alberi e altre piante sono invece indispensabili e insostituibili per numerose funzioni nei punti in cui si generano i problemi, vale a dire nelle città e dintorni.

 

Capannoni industriali resi belli e confortevoli con le piante

 

E’ certo importantissimo preservare le foreste ma da lontano, a parte le petizioni, possiamo fare poco. Possiamo invece intervenire su ciò che abbiamo vicino, ma per convincere i governi a sostenere tanti piccoli cambiamenti a favore dell’ambiente, come avviene Oltralpe e Oltreoceano, occorre che nei luoghi di cultura, cominciando dalle biblioteche e dalle associazioni, si dia spazio a chi può trasmettere ai cittadini la passione per le scienze naturali, soprattutto nelle forme che possono essere messe in pratica in tempi ragionevoli da tutti, in particolare riguardo agli alberi. Questo può avvenire promuovendo molti interventi durante l’anno e in forme diverse: conferenze, laboratori, visite botaniche ai giardini pubblici, mostre didattiche. Gli utenti delle biblioteche dovrebbero richiedere questo servizio, che ancora è molto raro perché spesso i bibliotecari e i dirigenti degli uffici cultura dei comuni sono specializzati in storia, letteratura o comunque materie senza contatto con quelle ambientali, dunque per loro è difficile apprezzarle come sarebbe necessario e valutare le competenze di chi fa proposte. Ogni comune dovrebbe anzitutto dare la parola alle piante dei giardini pubblici, realizzando targhe che permettano davvero di capirne la vita e le particolarità, evitando di mettere loro davanti dei semplici cartellini con i nomi, oppure aride schede tecniche, che comunicano poco e subito si dimenticano.

 

parcheggio multipiano a Lecco, abbellito e reso più sano dalle piante

 

Finché si darà importanza solo ai manufatti umani sarà impossibile far nascere la passione per le piante e ottenere il giusto trattamento nei loro confronti. La sensibilizzazione su questo tema ha bisogno di tanti esempi a brevi intervalli di tempo, o sarà inutile. La messa a dimora di arbusti e alberi e la loro manutenzione darà lavoro a molte persone e molte spenderanno per qualcosa che oltre ad essere bello e utile per se stesse lo sarà anche per la comunità in cui vivono.

Il reale interessamento del pubblico sarebbe una spinta per gli imprenditori quanto per i governanti a prendere decisioni lungimiranti in fatto di ambiente, cominciando dalle potature degli alberi, fatte troppo spesso in modo scriteriato che li rende handicappati (vedere l’articolo dedicato).

Questo e altri scempi avvengono anche perché molti sentono una grande distanza tra sé e ciò che è altro da sé, tra il proprio spazio privato e l’ambiente comune, ritenuto ancora troppo spesso come se fosse di nessuno, anziché di tutti. Basta vedere quanti rifiuti vengono ancora gettati per terra ovunque persino nei boschi, sulle montagne, per strada, sotto casa. Quando potremo riprendere le attività dopo le chiusure forzate per il Covid 19, sarà all’educazione in fatto di natura e di umanità che dovremo dare il primo posto, perché ci aiuterà a riprenderci molto meglio. Il senso civico di cui ci sarà più che mai bisogno cresce dove è coltivato e gli occorre tempo per dare risultati. Va fatto con la persuasione tramite la conoscenza dei due argomenti fra i più trascurati ancora oggi: conoscere se stessi e la natura.

Fili di Vetro tra Venezia e il mondo

by 15 aprile 2020

vassoio ricamato con perline di vetro, nel Metmuseum- I reali del Portogallo circondati dai 4 continenti, prima della scoperta dell’Australia. Foto dal sito del museo

 

C’è un filo antico teso dagli olandesi, dai portoghesi, poi dalle altre marine, che collega Venezia al resto del mondo: è un filo di vetro. La bellezza dei colori e la luminosità di questo materiale, con le perline da cucire sui tessuti o sulle pelli, oppure infilate per realizzare monili e oggetti, ha sempre affascinato i popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’America che se ne sono adornati in passato e continuano a farlo. Le etnie degli Xhosa e degli Ndebele che vivono nell’estremità sud del continente africano ne hanno aumentato l’uso a partire dalla metà del diciannovesimo secolo, ma le perle di vetro arrivavano già da secoli dallo Sri Lanka, dall’India del sud e dal Golfo persico per mezzo dei commercianti arabi e swahili. La facilità di trasporto e conservazione di questo materiale lo aveva fatto impiegare anche come moneta allo stesso modo delle conchiglie ed era comunque oggetto di scambio di merci, dato che non esistevano valute accettate comunemente.

Le perline di corallo venivano acquistate in grande quantità già nel tardo quindicesimo secolo dall’imperatore del Benin, in quella che è l’attuale Nigeria, i cui abiti di gala e accessori ne erano interamente ricoperti. Anche il Camerun era un importante acquirente.

perle di vetro millefiori

 

Dal sedicesimo secolo principalmente gli olandesi e i portoghesi avevano portato ovunque le perline di vetro da Venezia, scambiandole con oro, rame, tabacco, avorio, gusci di tartaruga. Venezia, che era conosciuta all’inizio del secondo millennio per le sue vetrerie, nel tredicesimo secolo le aveva spostate sull’isola di Murano a causa del pericolo rappresentato dai fuochi delle fornaci necessarie alla fusione del vetro. Le perline, però, si realizzano tagliando in tanti minuscoli cilindri delle cannucce già pronte,  smussandoli poi al calore di fuochi molto piccoli e dunque non pericolosi. Per questo sono state prodotte sempre in città.

Già nel quattordicesimo secolo Venezia vendeva le sue perline in Europa e lungo il Mediterraneo, ma quando nel sedicesimo secolo si sono intrapresi viaggi negli oceani, sono arrivate nei luoghi più lontani. In alcuni, come il Ghana, è derivata una produzione locale molto raffinata.

 

Corsetto in perline di vetro indossato da una ragazza Dinka di buona famiglia – foto da African Ceremonies

 

E’ stato a partire dalla metà del diciannovesimo secolo che in Sudafrica si sono sostituiti i materiali tradizionali per gli ornamenti, che erano stati pelli, piume, semi, conchiglie e metalli, con le perline di vetro in diversi colori e fogge per marcare le differenze sociali e di condizione. Nel periodo dell’apartheid l’abbigliamento e i monili di perline sono stati simbolo di tradizione e dunque di indipendenza dei neri. Angola, Mozambico, Ghana ne hanno fatto grande uso, i Masai del Kenya e della Tanzania e i Dinka del Sud Sudan indossano tuttora ornamenti fatti di perline colorate, realizzati dalle donne in diversi colori che hanno un significato facile da condividere anche per noi: nero potere e protezione, blu lealtà e verità, marrone terra e stabilità, verde abbondanza e fertilità, arancio coraggio e vitalità, rosa cura e amore, viola regalità, spiritualità e saggezza, rosso fiducia e vitalità, turchese comunicazione e consapevolezza , bianco luce e purezza, giallo energia e gioia. Ogni popolo ha le sue preferenze e ciò che piace agli uni è indifferente ad altri, ma la bellezza e la versatilità di questo materiale si presta anche per la realizzazione di oggetti rituali e magici, oltre che per identificare le diverse etnie, la condizione sociale, i momenti salienti della vita. Nel corso dei secoli sono stati realizzati pezzi di straordinaria bellezza e ancora oggi è possibile trovare monili e accessori che si possono definire oggetti d’arte oltre che di alto artigianato.

 

collari tipici sudafricani – foto da pngfuel

 

Alberi dei sogni

by 10 aprile 2020

Acacia xanthophloea – foto da Wikipedia

La grande Acacia xanthophloea, conosciuta come albero della febbre, contrariamente alle altre acacie che crescono in zone asciutte come la savana, vive dove c’è acqua e dunque zanzare portatrici di malaria e di febbre, curabile col chinino e altre sostanze per debellare le malattie infettive possedute da questo albero. Potrebbe essere giustamente chiamato Albero dei Sogni, perché la sua corteccia contiene sostanze che li potenziano e ne favoriscono il ricordo. Polverizzata e ingerita, decotta, fumata o vaporizzata prima di dormire ha questo effetto e l’etnia Xhosa del Sudafrica, a cui appartenevano Nelson Mandela e Miriam Makeba, considera l’albero come sacro e capace di mettere in contatto con gli antenati e le divinità della religione animista.

Silene capensis è una pianticella sudafricana dai piccoli fiori bianchi deliziosamente profumati, facile da coltivare e sacra alla tribù Xhosa perché le sue radici contengono sostanze che favoriscono e vivificano i sogni come fa l’Acacia xantophloea. Da svegli non si avvertono effetti.

 

baccello di Entada rheedii

 

Entada rheedii è una pianta rampicante africana che ha per frutti degli enormi baccelli, lunghi anche due metri, con grossi semi tondeggianti e piatti, formati dall’impollinazione di infiorescenze molto profumate. Cresce lungo i fiumi installandosi su alberi adeguati alle dimensioni dei suoi frutti che cadono in acqua e vengono trasportati anche per migliaia di chilometri senza perdere la loro vitalità dei semi. Vengono polverizzati e fumati in lunghe pipe prima di dormire, per fare sogni vividi e anche lucidi, vale a dire che ci si accorge di star sognando e si può guidare il sogno. I semi interi compongono collane portafortuna. L’entada cresce anche in Asia e in Australia, dove se ne fanno diversi usi medicinali e vengono mangiati.

La radice della pianta erbacea di Xysmalobium undulatum conosciuta come uzara è ansiolitico e sedativo molto potente, usato negli ospedali africani per le cure e dagli Xhosa per i sogni.

Trasformiamo le città con gli alberi: i parcheggi

by 1 aprile 2020

parcheggio a Borgo Valsugana vicino al cimitero e al fiume

 

Proviamo ad immaginare come potrebbe essere una città o una periferia con dei parcheggi alberati: sarebbe più bella, perché gli alberi giusti, nel posto giusto e trattati bene, nobilitano anche il posto più insignificante; sarebbe più confortevole perché in estate entrando in auto non si avrebbe il trauma del calore da forno che fa male alla salute, all’umore e all’aria; sarebbe più ecologica perché dove ci sono alberi la temperatura in estate si abbassa notevolmente, riducendo la necessità di accendere i condizionatori delle auto, degli edifici commerciali, delle case. Di conseguenza si ridurrebbe anche l’inquinamento, il consumo di energia, il riscaldamento globale.

Immaginiamo dunque di realizzarlo noi stessi, per renderci conto delle cose a cui occorre fare attenzione per consentire agli alberi di trasformare le nostre città. Vorrei proporvi per qualche settimana di immaginare i cambiamenti che potrebbero avvenire per ridurre i tanti problemi ambientali, facendo lavorare le piante a favore di tutti gli esseri viventi, oltre a noi, con tanti interventi relativamente piccoli. Nella mia rubrica “soluzioni naturali” potrete rendervi conto di quanto la conoscenza della natura permetta di trovare tante piccole soluzioni ai vari problemi con costi relativamente modesti, attivando l’attenzione, la cura, l’ingegno ben più del danaro. Certo, non sarete voi direttamente a fare le modifiche nei grandi parcheggi, ma seguendo i passi necessari potrete capire cosa si potrebbe fare e potrete valutare ciò che viene fatto da altri, oltre a poter mettere in pratica su piccola scala nella vostra proprietà qualche piccolo cambiamento significativo. Tanti piccoli interventi intelligenti influenzano le altre persone, portano in una direzione sostenibile, invece di lasciarsi trascinare dalla corrente.

 

Parcheggio del Parco di Monza – grandissimo, con grandi alberi

 

Cominciamo coi grandi parcheggi dei supermercati, delle stazioni, delle ditte con molti dipendenti.

Prima di tutto andrebbe eliminato l’asfalto a favore degli autobloccanti di cemento, che lasciano penetrare l’acqua piovana nel terreno, riducendo così il pericolo di allagamento in caso di forti piogge sempre più frequenti, oltre a mantenere l’umidità necessari agli alberi da piantare. Verrebbe ridotto notevolmente il riscaldamento del suolo e, di conseguenza, dell’aria. Sono anche belli.

Prima di sistemare gli autobloccanti vanno scelti e messi a dimora gli alberi, scegliendo così:

  • decidui (che perdono le foglie in autunno) perché i sempreverdi in inverno sono controproducenti in un parcheggio o nelle vicinanze di una casa, dato che impediscono al sole di riscaldare, di asciugare, di far arrivare la poca luce a destinazione,
    – di piccole dimensioni, per evitare che prendano troppo posto e si trovino loro stessi a disagio in uno spazio ridotto
    -rapidi nella crescita, perché possano rendersi utili nel più breve tempo possibile
    – resistenti all’inquinamento, alla siccità, alle gelate invernali, problemi sempre più presenti
    – con fiori e foglie piccoli, oltre che con frutti cartacei o legnosi, in modo che non imbrattino le auto parcheggiate
    – robusti, per resistere alle dure condizioni in cui dovranno vivere
    – adatti al clima del luogo. Ciò che va bene a nord è spesso inadeguato a sud del Paese. Dove il terreno è calcareo si trovano male le piante che prediligono quello più argilloso
    – grandicelli ma ancora non adulti, perché devono poter trovare il giusto adattamento quando sono ancora molto plastici nelle abitudini.
    – con un adeguato spazio libero e protetto intorno al fusto, in modo che non venga danneggiato e che le radici sottostanti non subiscano il peso del veicolo, che rende la terra troppo compatta, impedendo all’aria e all’acqua di penetrarvi. Le radici devono avere anche sotto di loro uno spazio sufficiente per espandersi e un adeguato drenaggio dell’acqua.
    Un albero eccellente è l’acero campestre nella qualità selezionata Elsrijk, a cui manca il pregio di crescita rapida, ma ha tutti gli altri. Occorre fare attenzione a che la qualità delle piante sia buona, che siano state trattate bene in vivaio, perché se sono deboli in partenza non potranno dare buoni risultati in futuro.

 

Parcheggio a San Michelle all’Adige – rampicanti in alternativa agli alberi

 

Occorre poi fare una corretta manutenzione, controllando se tutto procede bene, annaffiando nella giusta misura soprattutto nel primo anno, quando l’albero deve attecchire, vegliando che non ci siano parassiti e malattie, eventualmente modellando leggermente la chioma con la giusta tecnica.

Questo comporta certo un costo iniziale e tempo per realizzarlo, ma se i parcheggi dei supermercati e delle stazioni venissero trasformati con questi criteri, si avrebbero vantaggi di immagine per la città e per gli esercizi commerciali, una riduzione dell’inquinamento e della temperatura globale, delle spese sanitarie per le malattie respiratorie, di quelle energetiche grazie all’abbassamento dei consumi per l’aria condizionata.

Interventi del genere darebbero lavoro a delle persone a cui fare una formazione in un tempo ridotto, ma fatta bene. L’attenzione e la cura diventano un piacere anziché un peso, solo se si ama ciò che si fa e questo si acquisisce anche attraverso la conoscenza dell’argomento. Avvicinarsi alla straordinaria vita delle piante, degli animali e di tutto ciò che interagisce con loro e con noi è molto gratificante e instilla il desiderio di occuparsi praticamente di loro. E’ una delle attività dal maggior effetto terapeutico e formativo, addirittura per chi ha disturbi mentali e dipendenze di ogni tipo.