I miei articoli

I tropici nelle serre avveniristiche dell’Orto Botanico padovano

by 18 ottobre 2018
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loto blu dell’Egitto

 

L’orto botanico più antico d’Italia e del mondo, fondato nel 1545, dal 2015 ha affiancato al suo impianto tradizionale e sempre molto bello, uno modernissimo nell’aspetto, nel funzionamento e nella capacità di coinvolgere il pubblico. Una serra lunga cento metri e alta 18 è suddivisa in 5 parti che ospitano piante dalle varie parti del mondo, di cui si sono ricreati i climi: nel settore più grande la temperatura all’interno è alta quanto l’umidità, per quelle tropicali. E’ caldo anche il secondo, dove agli alberi esotici si sono aggiunte grandi vasche con piante acquatiche. Nel terzo settore la temperatura è mite come nel quarto dove si trova la flora mediterranea, mentre l’ultima sezione è arida per mettere a loro agio le piante più frugali. L’utilizzo ottimale della luce solare, il recupero e l’utilizzo dell’acqua piovana, la purificazione dell’aria esterna e interna per mezzo di nano-tecnologie applicate alle pareti, l’autonomia energetica con pannelli fotovoltaici, fanno del loro meglio per riprodurre il modo di vita delle piante che in libertà hanno il contributo degli animali. Parte di quello che di solito fanno i vermi, le formiche, le api, le farfalle, i colibrì, i pipistrelli e una miriade di altri, qui è opera dei giardinieri. Non ci sono zanzare né serpenti né altri pericoli, ma neppure gli impollinatori indispensabili a trasformare i fiori in frutti. E’ dunque di nuovo la mano umana che provvede a inserire il polline negli ovuli femminili dell’albero del cacao e della vaniglia, mentre l’albero del pane, la palma di betel, il banano e il caffé si rassegnano ad autoimpollinarsi. A ragione l’avveniristica serra si chiama “Giardino della Biodiversità” e l’Unesco l’ha aggiunta al già ricco patrimonio della nostra specie.

 

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Heliconia rostrata

 

I visitatori possono immergersi per un tempo scelto, nell’atmosfera entusiasmante della scoperta che devono aver provato gli appassionati botanici di qualche secolo fa in Paesi lontani, senza subirne i disagi. Ad inebriarli con qualche goccia dell’affascinante sapere della vita vegetale, qui provvedono i pannelli esplicativi e a riconoscere piante di cui hanno sentito parlare si fanno carico, anche se non sempre, i cartellini infilati nel terreno. Che meraviglia vedere l’Albero del Viaggiatore del Madagascar o il Banano selvatico nelle dimensioni originarie! Riconoscere la bellezza da uccello dell’Heliconia, i fiori profumati del Frangipane, le grandissime foglie dell’Albero del pane e quelle simili a capelli della Casuarina.

 

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giovane albero del pane

 

Un’alta siepe e il canale Alicorno separano le forme moderne di porgere la conoscenza da quelle tradizionali, nel giardino circolare cinquecentesco che racchiude al suo interno il quadrato, a sua volta suddiviso in quattro sezioni con aiole geometriche dove hanno dimora piante ornamentali e alimentari, curative e tintorie, che si giovano della presenza dei grandi alberi tutt’intorno per ripararsi dagli eccessi del clima. Fontane e vasche, grandi vasi e statue mantengono l’atmosfera che doveva avere in origine quello che era chiamato “Orto dei semplici” e riforniva di erbe curative gli speziali e quindi i medici. La statua che rappresenta il sapiente e saggio re Salomone, voleva essere la garanzia di un loro giusto impiego.

 

 

Come un territorio fertile si trasforma in deserto e ritorno

by 9 ottobre 2018
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Albero di Neem – foto da Popolis.it

 

Le coltivazioni intensive, che si estendono su grandi spazi da cui si eliminano alberi e siepi, richiedono sempre più acqua per le irrigazioni, che evaporando rapidamente lascia nel terreno molti sali, rendendolo sempre più sterile. Si aggiungono più concimi, pesticidi e acqua prelevata dalle falde, che si abbassano mettendo in difficoltà tutta la vegetazione anche fuori dai campi. Muoiono alberi e piante varie, insieme ai tanti piccoli animali che avevano contribuito alla buona salute dei terreni con tante micro-azioni. Aumenta l’inquinamento dell’acqua e del suolo. Il terreno viene abbandonato e tutta la zona comincia la sua trasformazione in deserto. Questo destino tocca anche i luoghi dove viene fatto un disboscamento selvaggio, incendi e dove gli erbivori sfruttano eccessivamente le poche presenze vegetali. Con l’innalzamento della temperatura e il comportamento più estremo del clima, le condizioni peggiorano. Questo è solo un riassunto generico, per dare una vaga idea del percorso di sterilità a cui sono soggetti i terreni.

Anche in Italia sta succedendo, col contributo della continua cementificazione per costruzioni spesso inutili, dell’inquinamento, dei consumi superflui. Dai Paesi più poveri arrivano da noi sempre più immigrati, che fuggono dalla fame causata anche da queste condizioni, arrivate presso di loro a livelli estremi.

 

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Tu’rat – foto da zic.it

 

Invertire l’espansione del deserto è una buona strada per ridurre i guai del mondo e da anni si sta realizzando una riforestazione chiamata Muraglia Verde nell’Africa Subsahariana, ma anche in Cina e nei tanti luoghi degradati dalla mancanza di senso della misura degli uomini.

Coinvolgendo le comunità locali e utilizzando tecniche antiche si stanno piantando alberi adatti alle condizioni più difficili, che difendono il suolo dal sole eccessivo, proteggono le colture, richiamano i piccoli animali utili alla buona salute dei terreni. Ci sono anche singole persone che da anni lavorano da sole a questo scopo. Ecco qui di seguito come.

Prima di tutto occorre scegliere gli alberi giusti, vale a dire quelli più resistenti alle condizioni estreme, come le acacie, la balanite, il giuggiolo della Mauritania, il tamarindo, il neem, la casuarina, la tamerice. Hanno radici che penetrano per vari metri nel sottosuolo per trovare l’acqua necessaria, ma quando sono piccole hanno bisogno di aiuto.

Vanno messe a dimora all’inizio delle stagione delle piogge, ad esempio con la tecnica zai: si scavano tante buche di 25 cm di diametro e 20 di profondità, distanti 90 cm, mettendo sul fondo una manciata di compost che migliora il terreno e lo aiuta a trattenere l’umidità. Quindi si aggiungono uno o più semi. Quando piove, l’acqua riempie la buca, privilegiandola rispetto al resto del terreno e rendendo così necessaria una quantità molto inferiore di irrigazione successiva rispetto ad un terreno lasciato com’è. Per aiutare il procedimento, si fanno dei cordoni con zolle di terra ricca di sedimenti, che trattengono ulteriormente l’acqua e rilasciano i nutrienti.

 

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mezzelune – foto da Cesvi.it

 

Un sistema analogo è quella della demi-lune (mezza luna). Appena prima delle piogge si ara la terra in forma di mezzaluna di circa tre metri di lunghezza e venti centimetri di profondità, poi nella terra smossa si seppellisce del compost o letame maturo e le piante. Il cordone di terra rialzata, quando piove trattiene l’acqua, mentre gli insetti e i vermi favoriti dal concime scavano una serie di gallerie, aiutando l’aerazione del terreno e facendo così penetrare l’acqua in profondità.

Dove ci sono molti sassi calcarei si possono costruire dei Tu’rat, mezzelune di qualche metro di lunghezza e mezzo di altezza al centro, per far condensare l’umidità notturna dell’aria fra le pietre, che poi percola nel terreno e disseta le piante, proteggendole anche dal vento, contro cui sono disposte.

Dove ci sono più soldi, come in Arabia Saudita, si piantano alberi in uno spazio protetto da vaschette di cartone modellato in modo adatto a proteggere la pianticella, da riempire poi con acqua che filtra verso le radici. Comunque il terreno dove si è messa a dimora una piantina va sempre schermato con una pacciamatura di paglia, corteccia o altro, per evitare l’evaporazione dell’acqua e la crescita di erbe che ruberebbero il necessario all’alberello. Latecnica chiamata permacoltura è molto consigliata per rendere le piante autonome anche in condizioni difficili.

 

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ciambella biodegradabile prodotta da Land Life – foto da La Stampa

 

Un mio articolo sugli alberi contro il dissesto idrogeologico si trova qui con vari collegamenti ad altri articoli come quello sugli alberi che frenano il deserto

Altri articoli sul tema Piante si trovano qui

Altri articoli sul tema Soluzioni Naturali si trovano qui

 

 

 

 

Il museo del fungo di Pinerolo (TO)

by 2 ottobre 2018

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A Pinerolo, in una villa del 1910 circondata da un giardino con grandi alberi, si trova il Museo del Fungo, con 3.000 calchi in gesso e resina che il medico dentista Mario Strani in vari anni del secolo scorso ha pazientemente realizzato con resina e gesso, nelle dimensioni e nei colori naturali. Gli effimeri, spugnosi frutti dei funghi, infatti, non si possono conservare se non in questo modo o in immagini. Eppure la loro vastissima specie, che non fa parte del regno vegetale perché è incapace di effettuare la fotosintesi per nutrirsi, può vivere anche più di mille anni e occupare ettari di terreno. Quelli che noi vediamo e mangiamo sono i loro frutti, necessari per poter avere una discendenza, mentre il corpo, composto di lunghissimi filamenti detti ife, vive sotto terra in simbiosi con le radici delle piante. La stretta collaborazione che le unisce, è fatta di uno scambio delle sostanze necessarie alla vita e alla buona salute reciproche. Gli alberi forniscono zuccheri attraverso la linfa elaborata dalle foglie con la trasformazione dell’anidride carbonica dell’aria, unita all’acqua e ai minerali assorbiti dal terreno e forniti anche dai funghi. Questo aiuto reciproco si chiama micorriza e le piante che ne usufruiscono ottengono una salute più robusta, perché sanno affrontare meglio la siccità, i parassiti e molti altri guai. Naturalmente ci sono anche funghi nocivi fino ad uccidere, come quelli legnosi a mensola che si vedono a volte sui tronchi degli alberi.

 

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Nelle sale su due piani di questo museo si trovano le forme più fantasiose e i colori più vari, di esemplari che crescono nelle diverse zone del pianeta. C’è il cappello a veletta della Dyctiophora indusiata, i tentacoli rossi che sembrano quelli di un’attinia, della Aseroe rubra, i petali della Scleroderma geaster che pare un fiore, la forma fallica col cappello rosso del Phallus rubicuntrum e del Phallus hadriani e l’aspetto corallino delle clavarie. Ma c’è anche l’enorme palla che sembra di neve della Langermannea gigante e le tante specie meno vistose.

In uno studiolo ovale col pavimento in parquet e mobili in legno su misura per seguire la linea curva delle pareti, sono visibili i rapporti nocivi con le piante, evidenziati sulle foglie essiccate e conservate fra le pagine degli erbari.

Terminata la visita, basta attraversare il giardino per raggiungere un basso padiglione recente dove è esposta una bella collezione di minerali, farfalle e altri insetti, animali tassidermizzati, oltre ad alcuni strumenti scientifici del passato e a dei plastici realizzati dallo stesso Mario Strani. L’insieme costituisce il Museo di Storia Naturale.

Visite libere la domenica. Per gruppi, in settimana occorre prenotare

Un altro museo del fungo, con modelli dello stesso autore Mario Strani, si trova a Boves (CN)

 

 

 

Cambiare modo per cambiare mondo

by 26 settembre 2018
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scultura di Roberto Barni
nel cortile della biblioteca di Prato (PO)

 

La mentalità autoritaria purtroppo impera ancora ovunque portando incomprensioni, discriminazioni, maltrattamenti con i suoi giudizi lapidari, la tendenza a dominare e controllare gli altri, la rigidità e l’orgoglio. Per arrivare alla mentalità progressista che si sforza di capire per migliorare, cerca soluzioni alternative, lavora per la pace, occorre cambiare il modo di guardare alle cose, ai fatti, alle persone. Ecco una parabola buddista adatta anche a questo argomento.

“Tanto tempo fa, in India, religiosi, dotti e scienziati litigavano e si offendevano ritenendo ciascuno di conoscere la verità e ciò che era giusto, mentre considerava gli altri in errore. Nessuno ascoltava quanto i colleghi avevano da dire e la situazione si faceva sempre più invivibile. Fra loro, però, ce n’era uno a cui dispiaceva che persone intelligenti e con molte qualità, creassero tanti conflitti e dispiaceri. Aveva deciso allora di raccontare loro una storia, che li aiutasse a ritrovare l’equilibrio perduto. Faceva così: “un re aveva fatto convocare nella piazza più grande della città tutti i ciechi che vi risiedevano, intorno a un elefante. Poi aveva detto loro “Questo è un elefante e desidero che ciascuno di voi lo tocchi e dica a cosa assomiglia”. A ciascuno, però, era stata fatta toccare una parte diversa dell’animale. Uno prendeva in mano la proboscide e la diceva somigliante al ramo di un albero. Per un altro le zanne erano un aratro. Per un terzo il ventre era un granaio. Chi aveva toccato le zampe le aveva trovate simili alle colonne di un tempio, chi aveva toccato la coda aveva detto che era come la fune di una barca, chi aveva messo la mano sull’orecchio l’aveva trovato uguale a un tappeto.

 

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opera di Paola Madormo

 

Poi i ciechi avevano cominciato a discutere tra loro, affermando la verità su quanto avevano effettivamente toccato e sperimentato. Si erano messi così a litigare, perché ciascuno era convinto di essere nel giusto, senza sapere che gli altri avevano fatto un’esperienza diversa, ma parziale quanto la propria. Il re, allora, aveva fatto toccare ad ognuno, una parte differente da quella di prima. Poi aveva invitato tutti a scambiarsi i pareri riguardo all’aspetto dell’elefante. In questo modo, ascoltando le descrizioni altrui e mettendole in relazione le une con le altre, i ciechi si erano fatti un’idea corretta del complesso insieme che era l’animale e avevano cessato di litigare, arrivando alla conclusione che la realtà ha tante forme e occorre conoscerne il più possibile per poterla comprendere almeno un po’.”

 

 

 

Torba: dalle piante per le piante e per noi

by 9 settembre 2018
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casa di torba – foto da Meteo Web

 

Sulle rocce che avevano ospitato le prime forme di vita fuori dal mare si aggrappavano i muschi, poi gli equiseti, le felci e altre piante primitive, aprendo la strada alle tante altre. Molto più tardi, quando le loro discendenti venivano sommerse dall’acqua in depressioni del terreno, sprofondavano e si accumulavano senza più contatti con l’ossigeno, coperte dal fango. In climi temperati o freddi, che rallentano il metabolismo, si innescava la trasformazione che nel corso di milioni di anni le avrebbe portate a farsi carbone e, alla fine, grafite. Nei primi mille anni diventavano torba, porosa e intrisa d’acqua, che manteneva quella condizione per altri novemila, prima di farsi lignite e su cui si adagiava, strato dopo strato, un materasso di terreno asciutto. Gli alberi e le altre piante che avevano avuto la fortuna di trovare spazio proprio al di sopra, si erano giovati delle condizioni ideali per prosperare su un suolo leggero, ben drenato e fertile grazie alla presenza di tanti minerali.

Oggi la torba è molto usata nel giardinaggio, in parte come fertilizzante ma soprattutto come ammendante del terreno, che consente ai vegetali una migliore respirazione delle radici e un più efficace drenaggio dell’acqua. Purtroppo il suo impiego comporta la distruzione di ambienti fondamentali per la biodiversità e dunque è bene impiegare altri materiali.

 

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estrazione della torba in Irlanda – foto da National Geographic

 

Le coltivazioni di ortaggi e piante alimentari di ogni genere per il consumo umano, hanno sempre incontrato il luogo ideale per svilupparsi al di sopra di questi giacimenti, che in parte erano riservati all’estrazione di torba da essiccare e usare come combustibile, anche se poco calorifico. Questo avveniva soprattutto dove gli alberi scarseggiavano a causa del vento, del clima troppo rigido, delle guerre, di un impiego smodato del legno per la costruzione di navi, case, mobili e un’infinità di altri manufatti, oppure per farne pascoli. Data la tendenza a produrre molto fumo, la torba era servita e serve ancora per affumicare il pesce o il malto destinato alla birra, caratteristico della Scozia. Nei paesi nordici e principalmente in Islanda, le grandi doti isolanti della torba l’avevano fatta utilizzare in zolle sovrapposte le une alle altre, nella costruzione di casette basse (di probabile origine vichinga) con una sola porta e una finestrella in facciata, per il resto completamente rivestite di terra ed erba, proteggendo l’interno in modo eccellente dal vento e dalle rigide temperature. Un simile tipo di abitazione, adesso protetto dall’Unesco, ha ispirato una nuova interpretazione ecologica dell’edilizia, molto suggestiva e confortevole, adatta ai nostri gusti. (vedere l’articolo Case di terra e tetti d’erba).

 

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fusticino di sfagno, uno dei muschi
più frequenti nella torba –
foto da Wikipedia di Denis Barthel

 

Nelle zone umide in cui confluivano torrenti di montagna i Vichinghi cercavano il ferro per forgiare le spade, perché in ambienti di elevata acidità come quelli, una reazione chimica particolare formava noduli di ferro all’interno della torba, che veniva estratta dai giacimenti usando uno speciale coltello. Ogni vent’anni circa si poteva fare una nuova raccolta.

In Austria, Germania, Olanda, Irlanda, Islanda ci sono vaste torbiere, ma anche in Italia nelle zone paludose dei fiumi fino a quelle del Tevere, oppure in montagna, al limite delle zone di neve perenne, si trova la torba che può essere chiara perché più giovane, acida e derivata principalmente dai muschi. Man mano che scurisce rivela una sua più avanzata decomposizione e la presenza di altri vegetali.

 

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Gigantesche o minuscole, le pigne

by 4 settembre 2018

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Gli alberi sempreverdi (con alcune eccezioni, come il larice) che hanno per foglie degli aghi o foglioline strettissime (come l’abete bianco), spesso hanno per frutti quelle che comunemente sono chiamate pigne, anche se andrebbero chiamati coni, da cui deriva il nome conifere con cui questo genere d’alberi è conosciuto. C’è però anche un albero a latifoglie (con foglie piatte) e deciduo (perde le foglie in autunno) che ha delle pigne riunite in mazzetti: l’ontano. Dopo che le lunghe infiorescenze maschili a spighette (amenti), hanno lasciato volar via nuvole di polline, quelle femminili di solito molto più piccole, si trasformano in pigne legnose che vanno dai 5 millimetri ai 50 centimetri. Fra le scaglie trattengono piccoli semi alati che volano via nelle giornate soleggiate, quando il sole le scosta, oppure formano dei semi carnosi, come i pinoli del pino domestico o del pino cembro, che vengono diffusi dagli uccelli. In questo caso occorrono tre anni, invece di uno, per arrivare a maturazione.

 

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fiore femminile di larice

 

Le dimensioni delle pigne, però, spesso sono molto inferiori a quello che ci si aspetterebbe, da alberi molto grandi come le metasequoie, le tuie, le criptomerie, le tsughe o addirittura i cipressi di Lawson che le hanno minuscole,  anche se molto numerose. Nella foto ne ho riportate alcune. Non trovate quelle dell’abete bianco, perché non le lascia cadere come fa l’abete rosso (o peccio), concedendole in pasto ai tanti animali del bosco che contribuiscono a diffondere i piccoli semi. L’abete bianco, infatti, oltre a far crescere i propri coni sui rami più alti, a maturità lascia volar via le scaglie, oltre ai semi muniti di un’ala che sembra un petalo di rosa. Sui rami restano i perni a cui erano attaccate, che paiono candeline. Anche i cedri del Libano, i deodara e dell’Atlante lasciano volar via le scaglie, dopo aver fatto cadere intero il “cappello” simile a una camelia legnosa. (foto).

Il pino domestico, che cresce in pianura nei climi miti, dentro le sue pigne fa maturare dei pinoli e allarga le scaglie che li trattengono quando c’è il sole, liberando i semi squisiti protetti da un guscio. Molti uccelli e altri animali provvedono a diffonderli, mentre se li portano via per mangiarli.

 

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“cappello” della pigna di cedro

 

Il pino cembro, invece, grande albero dal legno profumato che cresce intorno ai duemila metri di altitudine, in quel clima difficile ha preferito fare affidamento su un unico genere di uccello. Dunque le sue scaglie le tiene ben chiuse anche se c’è il sole e solo la nocciolaia, col becco incrociato, riesce ad aprirle e a far cadere qualche pinolo fra le rocce, dove trova calore e protezione per germogliare. La nocciolaia impiega parecchio tempo per insegnare ai propri piccoli come si fa e per questo rimangono più a lungo coi genitori rispetto ad altri.

La più grossa pigna della fotografia appartiene al pino di Lambert, uno fra i pini più alti del mondo, originario di California e Oregon, ma presente anche in qualche parco italiano. E’ conosciuto anche come pino zuccherino, perché essuda una resina dolce e squisita, simile a quella dell’orniello.

 

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