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Il Bernina del treno e degli alberi

by in Arte e cultura

il treno passa davanti al santuario di Santa Maria delle Grazie a Tirano

 

Dicembre con la neve è il mese giusto per l’escursione di poetica bellezza col treno del Bernina che porta da Tirano a Saint Moritz. Tutti gli alberi decidui hanno perso le foglie e solo i sempreverdi, in buona parte di origine straniera, attenuano la desolazione della nudità invernale nella città della Valtellina. Giovani calocedri, cedri deodara, pini austriaci e persino una sequoia gigante della California che ha così pochi anni da non rivelare ancora nelle dimensioni la propria identità, rendono un po’ più vivace il viale che dal Santuario della Madonna apre il percorso di più di due ore verso le montagne svizzere. A Campocologno un Prunus subhirtella fiorisce proprio adesso e chi non sa che certi alberi preferiscono aprire i propri petali proprio quando fa più freddo, si chiede come sia possibile. Le corolle color rosa tenero del Prunus, simili a quelle del mandorlo, stupiscono, eppure anche i nespoli giapponesi con le loro foglie sempreverdi e coriacee si ornano di fiori in inverno e i calicanti dal profumo di paradiso spandono il loro effluvio inconfondibile da Natale in poi.

Alle 7.50 e la luce è ancora scarsa, mentre uno spicchio sottile di luna sta proprio sopra il punto in cui apparirà il sole a sudest, mentre si arriva a Brusio e, intorno ad un prato dove alcuni vecchi castagni aspettano la primavera, un viadotto elicoidale dà un tocco di elegante originalità al paese. I binari passano sotto una delle sue arcate, descrivono un cerchio, poi si alzano dolcemente, sollevati da una serie di arcate sempre più alte, che li guidano di nuovo verso il terreno pietroso, fra le case. Al di sotto, un gruppo di cupolette fatte di sassi color grigio scuro, sono le volte di piccole costruzioni interrate in cui i pastori conservavano al fresco latte e burro. E’ possibile che un tempo alcuni alberi le mantenessero in ombra, come si faceva con le “nevere” in montagna o nei giardini dei ricchi, dove tenevano il ghiaccio e i cibi.

 

le tradizionali cantine

 

La salita fino a Poschiavo è ancora leggera, poi si fa impegnativa sulla costa dove delicate, eleganti betulle col loro fusto bianco e i rami sottili, si riconoscono subito in mezzo agli altri alberi che, senza foglie, si confondono facilmente: qualche ontano dalle minuscole pigne, dei frassini dai tronchi grigioverde, aceri. Il treno sale verso Cavaglia e dalle rocce incombenti, stalattiti di ghiaccio colorate di giallo dal tannino delle foglie morte, scendono dove finiva il ghiacciaio Palù e dove adesso c’è il suo giardino, con le marmitte dei giganti e una flora particolare. Fino a duemila metri è il regno delle conifere: nei punti meno problematici sono sempreverdi pecci, che si chiamano anche abeti rossi per la tonalità ruggine delle affusolate pigne pendule, dei rametti e della corteccia. Dove è più difficile vivere resistono meglio i larici, gli unici parenti dei pini a perdere gli aghi in inverno, per non lasciarsi rompere i rami dal peso della neve.

Per qualche attimo ci si rende conto di quanto si sia saliti vedendo lontano, piccolo in fondo alla valle, il lago di Poschiavo in una cornice di montagne. Il cielo è chiaro, ma il sole basso della stagione fredda ancora non ce la fa a superarle. Il silenzio dell’inverno è appena turbato dal ronzio leggero del treno che scivola discreto oltre la stazione, fra i pecci dai rami abbassati sotto la neve. Sul manto bianco della terra, più avanti dove gli alberi diventano sempre più radi, i nitidi larici spogli sembrano disegnati, cresciuti in coppia o a gruppetti. I fratelli si aiutano.

 

oltre il finestrino

 

Oltre i duemila metri c’è Alp Gruem e poi Ospizio Bernina, davanti alla distesa del Lago Bianco, invisibile sotto la neve, che alimenta le centrali elettriche a valle per dare energia al treno. Tutto bianco adesso è anche il Lago Nero, ben più scuro dell’altro, che riversa le sue acque sul versante opposto. Su questo passo un tempo si sostava a riposare e si ripartiva per commerciare in bestiame e merci, quando non si restava bloccati dal gelo in inverno. Alla fine dell’ottocento, il desiderio di visitare località dalla bella natura aveva cominciato ad attirare verso le montagne le classi sociali più facoltose ed era stato deciso di installare la ferrovia, purché spinta dalla forza elettrica locale, generata dall’acqua.

La voce che nel treno annuncia in varie lingue le stazioni, smette qui l’italiano e passa al romancio, la lingua tradizionale dell’Engadina in cui si entra. Le pendenze, adesso in discesa, si fanno più modeste. Qui in inverno si viene a sciare e in estate a fare scalate ed escursioni. Si arriva a St. Moritz, dove il laghetto ha le onde ghiacciate e il paese abitato tutto l’anno ha ancora la sorgente termale antica che portava qui per le cure chi se lo poteva permettere. Nella zona turistica c’è l’albergo ottocentesco più antico e un campanile che ha più anni e maggiore inclinazione della torre di Pisa. Per non lasciare che lo spirito incantato del viaggio si dissolva, ci sono i quadri del museo Segantini, con le scene agresti del pittore che ha trascorso qui i suoi ultimi anni. Molto belli sono anche i dipinti nel museo Berry e nel museo dell’Engadina, in una grande casa dei primi del novecento, camminando nelle stanze arredate con mobili e oggetti antichi della regione, si ritrova il calore e la bellezza del legno degli alberi, che pur dopo essere stati ridotti in cenere, ancora danno qualcosa.