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Petali che non sono petali – parte prima

by in Piante

Amorphophallus titanum – foto da wikipedia

 

Le piante che si sono evolute per essere fecondate dagli insetti, sensibili ai colori, ai profumi, alle belle forme, in certi casi si sono dotate di fiori dall’aspetto insignificante, col rischio di fallire il loro obbiettivo. Li hanno allora circondati di vistose brattee, (che di solito hanno la funzione di proteggere il bocciolo del fiore) oppure di foglie modificate dalle tinte accese, capaci di attirare l’attenzione anche da lontano. Fra queste ci sono l’ortensia, la stella di natale, l’elleboro, la bougainville, l’anthurium, la Bromelia vrisea splendens, l‘Aechmea fasciata, la calla, il gigaro, il Dracunculus vulgaris (dragontea o erba serpentaria)

La Dracunculus vulgaris detta dragontea, originaria delle terre balcaniche, ormai cresce nei boschi e in incolti secchi intorno al Mediterraneo, dove in inverno lascia morire tutta la parte fuori terra, mantenendo la vita nel tubero che è la sua radice, pronta ad emettere nuovi germogli a primavera. Ha un aspetto davvero sorprendente quando si vede spuntare fra le foglie quello che sembra un lunghissimo corno sottile, che aprendosi si mostra nel viola ancora più scuro della brattea a cui era avvolto. Alla base del corno si trovano i numerosi fiorellini maschili su una larga striscia e quelli femminili su un’altra. In sintonia con la sua estetica, come attrattiva odorosa per gli insetti scalda sensibilmente lo spadice, emettendo un odore di carogna che piace ai ditteri, dotati di due ali come le mosche. E’ una caratteristica di molte aracee, vale a dire le piante che hanno infiorescenze a forma di corno o spiga (spadice). I frutti di questa pianta tossica sono bacche rosse di bell’aspetto, con cui Turchia si curano reumatismi ed emorroidi.

 

Dracunculus vulgaris – foto da wikidictionary

 

La dragontea è parente del gigantesco Amorphophallus titanum di Sumatra, il fiore più grande del mondo scoperto nel 1878 dal botanico fiorentino Odoardo Beccari. E’ stato fatto fiorire anche nelle serre europee, tra cui quelle dell’Orto Botanico di Firenze dove l’amplissima brattea color viola scuro all’interno e simile a una gonna plissettata lunga circa un metro aperta verso l’alto, portava al centro lo spadice alto oltre due metri, con innumerevoli fiorellini. Come la sua parente nostrana, il suo nauseabondo puzzo trova estimatori negli insetti.

Nei nostri boschi troviamo facilmente il gigaro Arum italicum, generalmente alto quindici o venti centimetri, con la spata di otto dal colore bianco verdognolo e lo spadice giallo. E’ più bello da vedere quando maturano i frutti rossi e con le sue foglie dalla forma a punta di alabarda dalle venature bianche, fa bella figura anche nei giardini.

 

frutti di gigaro – foto da wikipedia

 

Alla stessa famiglia appartiene la calla Zantedeschia aetiopica, raffinatissimo fiore di origine africana, mentre come pianta da appartamento ospitiamo l’Anthurium, originario dell’America tropicale. Ha una grande brattea lucida color rosso brillante e altri colori, da cui spunta lo spadice a cui sono attaccati minuscoli fiorellini (infiorescenza). E’ una pianta epifita, vale a dire che nel suo ambiente naturale cresce sui rami degli alberi delle foreste, per essere più facilmente raggiunta dalla luce, a cui le il tetto di foglie impedisce di arrivare al suolo.

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