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Il glicine di Este

by in Piante

 

glicine d'este

 

Tra le due e le quattro di notte, il silenzio è quasi totale anche intorno al castello di Este. La maggior parte degli esseri umani, finalmente dorme. Se qualcuno passasse a piedi, senza fretta, sentirebbe qualcosa venirgli delicatamente incontro e commuoverlo, dall’interno di quell’enorme tronco cavo che sono le mura del castello, ancora vivo nella sua carne rosa di mattoni. L’aria, a tratti ha di nuovo in sé tracce di verde che danno un sussulto di gioia. Vengono dagli alberi cresciuti dentro il suo perimetro, che difendono come possono l’atmosfera in cui l’immaginazione può curare le sue malattie. Nel profondo della notte o sotto una gran nevicata, o isolato da una fittissima nebbia, quello è uno dei luoghi in cui le prigioni dell’animo si aprono verso un mondo magnifico e grandioso.

Già alle quattro, però, qualcuno comincia ad avviarsi al lavoro e i primi motori di camion e di auto sporcano il silenzio con la solita, ottusa villania. Poi arrivano gli autobus, le moto, le spazzatrici stradali e aumenta il fracasso che sconcia la suggestione fino a ridurla in poltiglia. Gas e polveri puzzolenti corrodono il delicato rosa della terra cotta e dei polmoni, spingendo verso il turpiloquio i pensieri e le azioni degli uomini. Alle sette e trenta, anche chi guardi con intenzione, vede solo un’antica architettura.

Appena dietro il cancello principale d’ingresso, riparandosi come può, un drago vegetale difende con tutte le sue forze il regno di cui è rimasto il vero signore. La gran matassa di fibre legnose di un glicine bicentenario aggrappato al muro, allunga i suoi tentacoli verso la strada. Sì è arrampicato sugli spalti fino ad oltrepassarli e a slanciarsi all’esterno, forte della bellezza che la sua natura e il tempo hanno nutrito per un rosario di decenni. Certi rami del raffinato ed esotico rampicante si sono infilati nelle connessure fra i mattoni e sono spuntati dall’altra parte. Il potere silenzioso della sua seduzione non riesce ancora a vincere l’offensiva del rumore che fa affrettare il passo degli uomini. La ruota del tempo gira, però, a suo favore, facendolo crescere nelle dimensioni e nella forza che la sua esperienza accumula, trasformandolo in qualcosa che lo avvicina alla natura animale, poi a quella delle divinità antiche. Lento, silenzioso, ha già esteso la sua lunga vita oltre i secoli, calando le sue funi dentro la nostra attenzione e tirandola a sé.

 Dal mio libro ALBERI MONUMENTALI D’ITALIA

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