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L’orto botanico di Chiavenna si chiama Paradiso

by in Italia inconsueta, Piante
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orto botanico di Chiavenna visto dal basso

 

Già cinquecento anni fa uno dei due massi titanici su cui sta sospeso l’orto botanico di Chiavenna si chiamava Paradiso. Un nome ancora più perfetto, adesso che quel giardino ospita piante da tante parti del mondo così ben assortite. Si deve conquistare il premio di questo luogo incantato salendo scale e scalette, ma non si fa fatica perché continuamente ci si ferma, attratti da qualcosa di nuovo. Dapprima è la pavimentazione coi dischi piatti e bucati nel mezzo, scarti di lavorazioni delle pentole di pietra ollare, i laveggi, che un tempo si scavavano anche qui, nella profonda fessura che separa i due macigni un tempo ricoperti dai ghiacciai, come prova una grande “marmitta dei giganti”. L’aveva incisa migliaia di estati fa l’acqua sciolta in superficie che precipitava nei crepacci per decine di metri, con sassi che poi roteavano e molavano la roccia compatta, lisciandola in cavità dove adesso l’acqua non riesce mai ad evaporare del tutto e si fa scura del tannino di foglie e cortecce annegate.

 

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tronco di araucaria che “mostra la lingua”

 

 

Sistemate con grazia fra le piante si trovano piccole e antiche fontane di pietra, dettagli decorativi di palazzi che non ci sono più e, in due angoli, garitte di quando su quell’altura c’era una fortezza difensiva. Gli alberi nostrani ed esotici non sono molto grandi, perché il giardino è stato realizzato nel 1955, ma è impossibile non accorgersi della sagoma esotica dell’Araucaria araucana, una conifera cilena che si vede con una certa frequenza ormai anche nei giardini italiani di queste latitudini Se si fa attenzione alla corteccia del tronco, in quella residente qui si vede una bocca sorridente, che mostra la lingua. Uno scultore non avrebbe potuto fare meglio della natura, che col tempo modificherà un tale effetto e forse ne realizzerà un altro. L’araucaria era sacra presso gli araucani anche perché le femmine, come questa, fanno frutti enormi che in Cile possono arrivare ai dieci chili e che contengono molti semi buoni e nutrienti. Quelli di Chiavenna sono ben più piccoli ma visibili, di forma sferica, sui rami più alti dove le foglie spinose ed embricate rendono impossibile agli uccelli posarsi e ad altri animali scalarli.

 

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sughera che imita il glicine all’orto botanico di Chiavenna

 

Ad un certo punto, percorrendo un vialetto coperto da un bel glicine, lo si vede attraversato in alto da quello che si immagina il grosso tronco del rampicante. Quando si arriva più vicini, però, ci si accorge che la scorza è sugherosa, con una righina arancione tra un rilievo e l’altro. Il glicine ha la scorza sottile e relativamente liscia, che sembra fatta di fibre. Solo seguendo con gli occhi fino al breve tronco i due rami sinuosi come pitoni, ci si accorge che si tratta di una sughera. Questo genere di quercia sempreverde vive di solito in climi caldi e secchi, dalla Sardegna in giù e qui, trovando condizioni molto diverse da quelle a cui è abituata, invece di espandere i rami a cupola intorno a sé, ha preferito associarsi al vicino glicine e approfittare con lui degli appoggi artificiali.

 

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scultura in bronzo all’orto botanico di Chiavenna

 

I bei crotti (caratteristiche baite di pietra a ridosso dei massi ciclopici) che si vedono fra gli alberi della cittadina, il parco delle Marmitte dei Giganti, le montagne, il fiume, appaiono come se si sorvolassero in elicottero e se si passa sull’etereo ponticello che unisce le gigantesche rocce su cui cresce il giardino, bisogna non soffrire di vertigini. L’atmosfera del “Paradiso” cambia continuamente, man mano che si cambia versante e altitudine, con una vegetazione che in certi punti molto esposti al sole è quella delle zone semi-desertiche e dopo poche decine di metri offre l’ombra riposante di alberi nostrani, poi si addensa di palme giapponesi. Lo straordinario fascino di questo luogo è nella sua struttura, nelle innumerevoli sorprese dei punti panoramici e di quelli nascosti, nel felicissimo combinarsi delle piante con manufatti umani, come la piccola antilope in bronzo che guarda le montagne da una roccia fuori portata, dal colore verde-azzurro come quello delle agavi.

Un piccolo melo è carico di frutti e quasi spoglio di foglie. Forse sta morendo e ha voluto compiere comunque la missione verso cui tende implacabilmente la vita e a cui le piante si dedicano con la più grande generosità: far di tutto perché continui.

 

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 Leggete anche l’articolo sul Mulino Bottonera di Chiavenna.